
le proteste a CHICAGO prima del vertice NATO del 20-21 maggio – foto ripresa da PANORAMA.IT
Un’epoca la nostra di grandi trasformazioni (in ogni campo, micro e macro: degli equilibri geopolitici, della finanza, del lavoro e di quale sviluppo…). Tutto però stenta a realizzarsi, o perlomeno a iniziare in modo nuovo. L’Europa tra negative spinte di volontà di smembramento (lasciar andare a se stessa la “piccola” ma simbolicamente grande Grecia)(per fortuna sembrano rientate…), e incapacità di iniziare un processo di sviluppo economico, sotto la spinta tedesca che propende solo per il pareggio di bilancio (con ragioni loro non peregrine). Gli Stati Uniti che senza il mercato e il ritorno al benessere europeo saranno essi stessi trascinati nel gorgo (e Obama si gioca la rielezione…). I paesi emergenti (Cina, India, Brasile, SudAfrica, Russia…) che continuano a tirar fuori dalla povertà masse della loro popolazione, ma con contraddizioni, sfruttamenti di persone e dell’ambiente, e nuove mafie (nuovi straricchi) che si affermano.
Nonostante tutto segnali di “presa di coscienza” si affermano: la necessità di fermare lo strapotere di finanzieri che hanno fatto i soldi senza muovere positivamente in alcun modo l’economia (andate a vedere MARGIN CALL, film che vi fa percepire il crollo del 2008 di una ricchezza fatta di castelli di carta…); una spesa pubblica, anche mondiale, più razionale: uno dei temi del Vertice Nato del 20 e 21 maggio, oltre alla defatigante e forse inutile presenza militare in Afghanistan, c’è il modo di come razionalizzare le spese della Nato che sui bilanci dei Paesi appartenenti, specie gli USA non sono più sostenibili (si parla di SMART DEFENCE).

PROPOSTA CINEMATOGRAFICA – VI CONSIGLIAMO: “MARGIN CALL”, Regia di J.C. Chandor – LA TRAMA: New York, 2008. La crisi finanziaria che coinvolgerà tutto il mondo sta iniziando. Otto dirigenti di una grande banca si ritrovano in 24 ore a dovere decidere il futuro di milioni di persone. Cominciando da loro! Il bivio è tra sacrificare se stessi o i clienti. Indovinate cosa decideranno
E c’è tutto il movimento “OCCUPY” che specie in America, ma ora anche in Europa (vi diamo conto in un articolo in questo post della manifestazione tenutasi a Francoforte, città che dovrebbe essere la capitale della “finanza comune” europea) sta facendo salire la protesta, tra crisi delle fasce giovanili senza lavoro e necessità politica percepita di dover costruire un mondo migliore.
E’ sicuro che nei prossimi mesi, nelle prossime settimane, ad esempio in ambito europeo si tenterà (temiamo inutilmente) di rinforzare il processo politico unitario europeo (è già qualcosa che comunque tutti i capi di stato dell’Eurozona, Germania compresa, abbiano ribadito che la Grecia non va abbandonata a se stessa, deve cioè restare nell’euro…); e, in merito all’improbabile rafforzamento della finora blanda politica unitaria europea, si inizierà però a trovare i soldi, ad investire, su tentativi di sviluppo, di creazione di posti di lavoro. Ci preoccupa un po’ il fatto che i cosiddetti PROJECT BOND che si metteranno in campo, cioè prestiti agevolati fatti di obbligazioni per finanziare progetti di sviluppo, ebbene è sicuro che essi saranno dati, questi soldi, per la realizzazione di improbabili grandi opere qua e là per il continente europeo (già, per quel che riguarda l’Italia, il ministro Passera ha preannunciato che il piano di sviluppo nazionale si baserà sulle grandi opere infrastrutturali…).
Quando invece vi è una necessità fondamentale non di sprecare soldi in mega-opere inutili per confermare un modello di sviluppo che ci ha portato al disastro, bensì la necessità di iniziare opere diffuse di recupero territoriale, urbano…. Ma per far questo ci vogliono idee e volontà innovative, e il tessuto politico (italiano ed europeo) non è in grado in questo momento di esprimere una classe dirigente competente per capire cosa si possa concretamente fare per rilanciare l’economia con attività e investimenti di qualità. Piace, nel quasi deserto di idee su questo, riportare qui l’opinione di un grande architetto, Renzo Piano in merito a quel che è necessario fare nelle città: “… Nelle nostre città sono molte le cose da fare, ma l’errore è pensare solo a grandi opere, utili magari alla politica spettacolo, ma non alla vita di tutti i giorni. Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalla periferia fino al cuore delle città…. Riacquistare uno sguardo più lungo…”. (s.m.)
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SUMMIT NATO A CHICAGO, LA PROTESTA
IN VIAGGIO CON OCCUPY
di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 19/5/2012
- Occupy Wall Street alla conquista di Chicago: “Non si torna più indietro” – Sul pullman con gli indignati: sfonderemo la porta per la rivoluzione -
«Andiamo a Chicago per non tornare più indietro». Magari esagera Louis a parlare così, ma l’enorme tatuaggio che gli copre tutto il braccio destro è chiaro: «Faith is Pain», per credere bisogna soffrire.
Il fatto che siamo dentro una chiesa, la West Park Presbyterian Church di Amsterdam Avenue, non c’entra molto col tono evangelico del tatuaggio. Questa è una delle parrocchie più liberal di Manhattan, la prima ad aver integrato i fedeli gay, e si è offerta come punto di raccolta per i manifestanti di Occupy Wall Street che vanno a rovinare la festa della Nato nella città di Obama.
Louis, 22 anni, tecnico dell’aria condizionata al Bronx, è uno dei ragazzi che si sono dati appuntamento qui per la marcia su Chicago. Bus gratuiti, organizzati dal gruppo «99% Solidarity» e finanziati dal sindacato National Nurse United.

slogan di OCCUPY: “noi siamo il 99% della popolazione, loro l’1%”
Partono da otto città, New York, Washington, Philadelphia, Boston, Providence, Atlanta, Los Angeles e Portland, per convergere tutti insieme in Illinois e unirsi alle proteste pianificate da Occupy Chicago. Sono le due del mattino e gli attivisti arrivano come congiurati. Diane, uno dei leader che fa l’avvocato civilista in New Jersey, è vestita con pantaloni e camicetta, come se stesse per discutere una causa; Barbie e Toxic, studenti di Brooklyn, sfoggiano capelli fuxia, anfibi, borchie, giacca di pelle, e piercing dove neppure un torturatore della Santa Inquisizione si sarebbe azzardato a infilare metalli appuntiti.
L’atmosfera però ricorda una gita scolastica, o al massimo una missione di hooligans per una partita di calcio inglese. Qualcuno suona il piano della chiesa. Una signora dai guanti neri con le dita mozzate distribuisce panini al tacchino: ha fatto dumpster diving nello Starbucks all’angolo della strada, recuperando confezioni intatte dai rifiuti.
Diane passa i manuali per il comportamento in caso di arresto, e il numero di emergenza della National Lawyers Guild che offre assistenza gratuita ai detenuti: «Quando vi fermano dite che non acconsentite ad essere perquisiti, e poi tacete». È preoccupata: «Non vado a Chicago per farmi prendere, ma prevediamo centinaia di arresti. La polizia si è addestrata a lungo: cannoni assordanti, barricate. Dopo tanta fatica, vorranno usare l’apparato che hanno costruito».
Yoni Miller, 18 anni, mostra ai colleghi come usare il sistema di messaggi Vibe mettendo un doppio hashtag prima di ogni testo, per nascondere le parole e comunicare in maniera segreta. A Zuccotti Park lo chiamavano il «Presidente di Occupy Wall Street»: «Non ci sono presidenti qui, solo gente che protesta per avere una vita decente». Lui passa per genio della matematica, ma ha lasciato l’high school e creato un sito per le ripetizioni online agli studenti superdotati delle scuole pubbliche.
Arriva Stephen Webber, capo spedizione, cinquant’anni e i capelli bianchi. Aveva un’azienda digitale per la comunicazione medica, ma a ottobre l’ha venduta e ora fa il manifestante a tempo pieno. Lui, insieme a un «captain» che c’è su ogni bus, appartiene alla categoria degli «inarrestabili»: se la polizia lo ferma gli altri devono farlo scappare, perché ha il compito di riportare la carovana a casa dopo le proteste.
Sul suo iPad controlla i nomi degli iscritti e li indirizza ai pullman. Sono le quattro del mattino, quando finalmente si parte. Ci aspettano 1.200 chilometri di autostrada, ma i ragazzi cantano: «Burn Chicago, burn!». La prima sosta è a Kylertown, Pennsylvania, per il caffè.
Louis arrotola una cartina, con dentro una roba da finire in galera: «È la mia colazione». Lo guarda perplesso Yuri, che sul braccio porta una crocerossa: «Sono uno degli infermieri. Vengo da Irkutsk, in Siberia. Ho fatto il corso per l’assistenza in combattimento con l’Armata Rossa. A settembre sono venuto in vacanza, ho visto la protesta di Zuccotti Park, e non sono più ripartito».
Risaliti sul bus, Stephen spiega il progetto: «Per me è un fatto personale. Sono nato a Guantanamo da un pilota di caccia, che poi è stato abbattuto in Vietnam e ha fatto due anni di prigionia. Mia madre protestava contro il nucleare, e la prima volta venni arrestato con lei nel 1982. Vedere stravolta la missione per cui è stata fondata l’America è insopportabile. Io ero favorevole alla guerra in Afghanistan, ma ora è troppo. Obama è meglio di Bush, ma di poco: anche lui è nella tasca delle lobby. Andiamo a protestare contro la Nato perché è il braccio armato del complesso militare industriale, che indirizza le risorse del paese dove vuole l’1% dei più ricchi, e affama il 99%».
Fuori dal finestrino scorrono le colline della Pennsylvania rurale: «Qui si lamenta Yoni – è tutto fracking, quella tecnica tossica per l’estrazione del gas».
Webber riprende il discorso: «Durante l’inverno Occupy Wall Street è stata calma, perché dovevamo ridefinire il messaggio, che era troppo confuso. Abbiamo fatto riunioni ogni settimana, con amici tipo l’ex leader di Tiananmen Shen Tong, professori della Columbia University come Todd Gitlin, che nel Sessantotto guidava la Sds, ribelli internazionali tipo il serbo Ivan Markovic. Pensavamo di puntare sull’ineguaglianza, ma è un’idea negativa. Abbiamo scelto il concetto di fairness, giustizia per tutti. Sotto questo ombrello puoi infilarci ogni cosa: dalla riforma fiscale ai costi dell’università. L’obiettivo è trasformarci in un movimento politico, fare raccolta fondi con il crowd sourcing, e in prospettiva favorire l’elezione in Congresso di parlamentari vicini alle nostre posizioni.
Il modello è un po’ il Tea Party, che non è diventato partito, ma ha aperto la strada alla protesta contro il sistema e condiziona gli uomini e le scelte dei repubblicani. Qui a Chicago la manifestazione più dura sarà domani. I prossimi obiettivi poi sono una grande evento a Filadelfia il 4 luglio, il 17 settembre l’anniversario di Occupy Wall Street, e l’inauguration del presidente a gennaio, dove contiamo di portare un milione di persone a Washington. Serve per costruire la visibilità, altrimenti tutte le energie della protesta vanno perdute».
La sosta pranzo è a Youngstwon, Ohio: pizza per tutti, offerta dai sindacati. Poi altre otto ore di bus, tra i silos nella campagna dell’Indiana, ascoltando Paul Simon e guardando il film «Breakfast Club» su una banda di studenti ribelli. Con i cartoni della pizza i ragazzi hanno disegnato cartelli appesi ai finestrini: «Healthcare not Warfare». E anche messaggi per il G8: «Support the Robinhood Tax», la tassa sulle transazioni finanziarie.
Alle porte di Chicago Diane spiega le possibili sistemazioni per la notte: «A, ospitalità da amici. B, campeggio in aree autorizzate. C, occupare un manicomio di South Side appena chiuso». Dal fondo del bus si alza una voce rumorosa e compatta: «Manicomio, manicomio!». Stephen sorride con sguardo paterno, compiaciuto e preoccupato: «È così in tutte le rivoluzioni: ci vuole qualcuno che sfondi la porta, affinché gli altri possano passare». (Paolo Mastrolilli)
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G8 a CAMP DAVID del 18 e 19 maggio:
Afghanistan e primavera araba, sviluppo sostenibile e riduzione della povertà, democrazia e stabilità internazionale. Queste le tematiche che, il 18 e il 19 maggio, erano state programmate come argomento di discussione al summit del G8, in programma a Camp David, in Maryland, nella residenza del presidente degli Stati Uniti. Problematiche, però, che sono state solo il contorno al vero tema del vertice: la crisi europea. E, in particolare, la situazione della Grecia.
Il dossier Grecia, le misure di austerity, gli investimenti per la crescita. E le ripercussioni dell’elezione del socialista Francois Hollande alla presidenza francese e della sconfitta alle elezioni amministrative di Angela Merkel, cancelliere tedesco. Con l’America che teme le ripercussioni della crisi – come ripetuto dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner – e chiede all’Europa ulteriori sforzi per tornare a crescere.
Al summit hanno partecipato le 8 grandi potenze mondiali: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada, Giappone e Russia. Presenti anche l’Unione europea – rappresentata dal presidente del consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e da quello della Commissione, Jose Manuel Barroso – e come ormai tradizionale, alcuni leader africani, invitati dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a discutere di sicurezza alimentare: il presidente del Benin, Yayi Boni; il primo ministro etiope, Meles Zenawim; il presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, e il capo di Stato del Ghana, John Evans Atta Mills. (da www.tmnews.it/web/sezioni/news/ )
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G8 a CAMP DAVID (MARYLAND)
DEBUTTA L’ASSE OBAMA-HOLLANDE «LA CRESCITA DEV’ESSERE LA PRIORITÀ»
Di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 19/5/2012
- Al G8 spinta congiunta di Usa e Francia per convincere Merkel -
WASHINGTON — I leader europei arrivati la sera del 17 nella tenuta di Camp David per la cena inaugurale del G8 hanno trovato ad accoglierli un Barack Obama come sempre sorridente e cordiale, ma anche molto teso. Il presidente di un’America che, dopo qualche mese di tregua, sta scivolando di nuovo nell’incubo di un’Europa che la trascina nel gorgo della sua crisi: sabbie mobili capaci di inghiottire la debole ripresa degli Stati Uniti.
Come nell’estate e nell’autunno scorsi, quando confessò che «Angela è la persona con la quale parlo di più, in assoluto», il presidente Usa si ritrova di nuovo a incalzare una Merkel recalcitrante, contraria a bruciare le risorse della Germania sull’altare del salvataggio dell’euro. Ma stavolta, oltre che con le pressioni di Obama, la cancelliera tedesca dovrà vedersela con l’attacco concentrico dei Grandi d’Europa, convinti che ormai siamo pericolosamente vicini al punto di rottura.
Una condizione estrema che per una volta spinge nella stessa trincea il conservatore britannico David Cameron e il socialista francese François Hollande, che, pur avendo su molti temi, dalle pensioni alle tasse, visioni inconciliabili con quelle di Londra e anche di Washington, ieri ha registrato «una forte convergenza di opinioni» con Obama sulla filosofia della crescita e sugli interventi d’emergenza necessari per salvare l’euro.
Del resto, che questo sia un vertice d’emergenza ospitato da un Paese deluso dall’Europa, i leader della Ue l’hanno capito fin dal loro arrivo a Washington, segnato da un’accoglienza gelida.
Che Wall Street, sempre scettica sulla solidità della costruzione della moneta unica, non scommetta più sull’euro non è una novità. Ma ieri il benvenuto a Monti, Hollande, Cameron e ad Angela Merkel l’hanno dato, prima di Obama, titoli e commenti della stampa. «L’apocalisse, abbastanza presto» era il titolo dell’articolo di Paul Krugman sul futuro dell’euro pubblicato dal New York Times — il più autorevole ed «europeo» dei quotidiani Usa — che, a quello dell’economista della sinistra liberal, ha affiancato un commento del conservatore David Brooks: un rimprovero all’Europa «che pretende di mantenere uno stile di vita grandioso senza lavorare di più, che vuole il capitalismo ma con la sicurezza sociale garantita, col risultato che il suo “welfare” va in bancarotta cercando di realizzare l’impossibile».
Un terzo editoriale, quello anonimo che rispecchia la posizione del giornale, era dedicato alla «questione Merkel»: la necessità di convincere la Germania ad allentare la morsa della sua strategia «austerity-only», accettando una politica non solo più permissiva sul piano monetario e dei sostegni alla crescita per la Grecia e gli altri Paesi finiti in recessione, ma anche filosoficamente diversa.
La Merkel si è presentata al G8 con qualche concessione sulle politiche d’investimento, ma non sarà il rifinanziamento della Bei o qualche emissione di titoli finalizzati a piani di opere pubbliche a diradare le nubi che si addensano di nuovo sulla costruzione monetaria europea.
Questo vertice era stato concepito per «registrare» i rapporti tra vecchi alleati: Obama voleva rassicurare un’Europa allarmata dallo spostamento degli interessi degli Usa verso l’Asia e chiedere ai partner una maggiore cooperazione anche finanziaria in campo militare (se ne parlerà da domani al vertice Nato di Chicago) e nelle iniziative per debellare la povertà nei Paesi più arretrati.
Ma l’aggravarsi della crisi greca, i segni di cedimento del sistema bancario spagnolo, hanno sconvolto l’agenda del vertice. Che a questo punto, al di là dei comunicati che verranno emessi alla fine per rassicurare i mercati, non può che risolversi in un confronto molto franco, forse brutale, coi leader che prendono in considerazione anche scenari estremi.
Gli Usa sono preoccupati quanto l’Europa: le immagini delle file davanti alle banche greche e spagnole vengono trasmesse anche qui e non aiutano di certo l’America a ritrovare fiducia nella crescita. Senza la quale, tra l’altro, la rielezione di Obama diventa sempre più problematica.
La Merkel cercherà di tener duro sulla sua linea etica: aiutare senza, però, premiare le «cicale». Ma davanti ai Commissari della Ue che parlano nelle interviste di «piani d’emergenza» per l’eventuale uscita di Atene dall’euro e a un capo della Commissione di Bruxelles, Barroso, che alle Nazioni Unite salta a piè pari la parte del suo discorso nella quale assicura che l’Europa continuerà a sostenere la Grecia, Obama chiede alla leader tedesca di cambiare filosofia: basta imperativi morali, è l’ora del pragmatismo per salvare il salvabile.
Anche a costo di modificare il ruolo della Banca centrale europea, facendola rassomigliare di più alla Fed, e di fare più inflazione. (Massimo Gaggi)
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IL G8: “L’IMPERATIVO È LA CRESCITA”
di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 20/5/2012
- Passa la linea Monti-Hollande-Obama. “Ora l’Europa agisca in fretta. E la Grecia resti nell’euro” -
«Il nostro imperativo è promuovere la crescita e i posti di lavoro». Sono le prime parole del comunicato finale del summit del G8 a svelare quanto avvenuto al summit di Camp David: il presidente Barack Obama, sostenuto dal francese François Hollande e dall’italiano Mario Monti, ottiene l’avallo della cancelliera tedesca Angela Merkel a portare la crescita in cima all’agenda delle maggiori economie. Nell’austera cornice della residenza di Camp David, seduti attorno a un tavolo rustico in un bungalow immerso nei boschi del Maryland, gli Otto concordano la svolta. Dopo due anni di consolidamento finanziario per arginare la crisi del debito, l’urgenza ora è di «adottare tutti i passi necessari per rafforzare e rinvigorire le nostre economie e combattere gli stress finanziari».
Il focus è anzitutto sull’Eurozona: «E’ importante che sia forte e coesa, la Grecia deve rimanerne parte, abbiamo interesse nella sua crescita». Da qui la declinazione di una vera e propria agenda per far ripartire produttività e occupazione: «Sosteniamo riforme strutturali, investimenti nell’educazione e nelle infrastrutture, sostegni alla domanda, dalle piccole aziende alle partnership fra pubblico e privati» assieme a un «commercio giusto, forte e nel rispetto delle regole fra mercati aperti». E’ la prima volta dall’inizio della tempesta finanziaria che investe la moneta unica europea che i maggiori Paesi dell’Eurozona si ritrovano attorno ad una piattaforma di rilancio delle proprie economie e il fatto che ciò avvenga sotto l’egida degli Stati Uniti e con il sostegno di Russia e Giappone dà una veste di interesse globale alle scelta compiuta.
La Merkel, alfiera dell’austerity ma rimasta senza alleati dopo la sconfitta di Sarkozy a Parigi, ammorbidisce le resistenze e incassa comunque il sostegno alle politiche di «responsabilità fiscale» da lei promosse. «Sosteniamo misure di consolidamento che tengano conto delle condizioni nei singoli Paesi» recita il comunicato finale, assegnando di fatto alla Germania il riconoscimento per averle rese possibili. Ma il cambio di passo è lampante e si rispecchia nelle parole di Obama: «Siamo tutti assolutamente impegnati a far sì che crescita e consolidamento fiscale procedano di pari passo». Ovvero, se finora a prevalere sono stati tagli ai bilanci e tasse ora arriva il momento di adoperare le risorse ricavate per creare produttività e occupazione al fine di rimettere in moto i consumi.
La Merkel si adatta in fretta al nuovo clima, sposando la formula concordata da Obama e Hollande nel bilaterale di venerdì alla Casa Bianca: «Crescita e riduzioni del deficit si rinforzano a vicenda, dobbiamo lavorare su entrambi i fronti» tenendo presenti, come il comunicato finale sottolinea in omaggio alle posizioni del britannico David Cameron, «le situazioni dei singoli Paesi perché le misure giuste non solo le stesse per ognuno di noi». Essere riuscito a trovare una composizione fra le differenze europee è un risultato che consente a Obama di guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi – decisivi per la rielezione – anche perché il G8 risponde all’emergenza del caro-petrolio, che pesa sulle tasche dei consumatori americani, promettendo di «agire assieme» in caso di future turbolenze dei mercati ovvero ipotizzando possibili ricorsi congiunti alle scorte strategiche per ridurre i prezzi.
A summit concluso Hollande rende omaggio a Obama ringraziandolo per «lo stile informale che ha facilitato il nostro lavoro» sebbene proprio il presidente francese sia stato ripreso da Barack per essere arrivato alla cena in cravatta. Ma questo episodio, come il bacio di Obama sulla guancia della Merkel e la torta di compleanno per il premier nipponico, si è rivelato utile per rompere il ghiaccio, rendendo possibile il «nuovo inizio» auspicato dalla Casa Bianca. Anche se Obama avverte: «Per l’Eurozona molto resta da fare». Come dire, ora tocca ai Paesi europei mettere in atto l’agenda per la crescita. (Maurizio Molinari)
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VERTICE NATO A CHICAGO DEL 20 e 21 MAGGIO:
TUTTE LE SFIDE DEL VERTICE NATO
di Federica Mogherini, da “Europa” del 19/5/2012
Con il vertice NATO dei Capi di Stato e di governo a CHICAGO del 20 e 21 maggio, la Nato ha un’occasione per affrontare questioni non banali, che riguardano il futuro e l’essenza stessa dell’Alleanza Atlantica. L’agenda è densa, il contesto internazionale fluido e complesso come raramente negli ultimi decenni, e la crisi economica impone scelte che non facciano i conti solo con le priorità strategiche ma anche con esigenze di bilancio sempre più stringenti.
La difesa ai tempi della crisi, l’occidente ai tempi della complessità globale – potrebbe essere questo il sottotitolo del vertice di Chicago.
Sono anni che si parla dell’evoluzione del quadro delle minacce alla sicurezza internazionale, ed il nuovo Concetto Strategico approvato a Lisbona nel 2010 delineava già uno scenario molto differenziato di fattori di rischio – dalla pirateria al terrorismo, dalla proliferazione nucleare fino alle frontiere della cyber-security.
Un contesto in cui la tradizionale dimensione militare della difesa va necessa- riamente accompagnata da strumenti diversi, più efficaci per prevenire e contrastare minacce che tradizionalmente militari non sono: intelligence; cooperazione civile e sostegno allo sviluppo economico e all’institution building; promozione dei diritti umani e di sistemi giudiziari efficienti; misure di disarmo e non-proliferazione nucleare, messa in sicurezza degli arsenali e creazione di zone libere da armi di distruzione di massa; rafforzamento degli strumenti diplomatici e di governance regionale e globale; investimenti per la cyber-security.
Il confine tra operazioni militari e strumenti non militari per garantire la sicurezza internazionale si fa labile, permeabile, confuso: nel bene (la rivincita del soft power sull’hard power, del valore del partenariato sullo scontro di civiltà) e nel male (la confusione di ruoli tra civili e militari nell’ambito delle missioni internazionali, l’uso non sempre lineare dei già miseri fondi per la cooperazione).
In più, risulta ormai del tutto evidente che la distinzione tra operazioni “in area” e “fuori area” è diventata fittizia: se la minaccia è globale, frammentata, delocalizzata, diventa ridicolo ragionare in termini di frontiere nazionali, o anche continentali, perchè la dimensione della sicurezza si slega sempre più da quella territoriale, e viaggia sui binari più indeterminati e difficilmente governabili delle dinamiche globali. È, in fondo, la categoria stessa di “fuori area” ad essere saltata. Oggi viviamo in un’unica “area comune“, che ci piaccia o no, ed è con questa realtà che dobbiamo fare i conti.
Di fronte a questo scenario, la Nato potrebbe quindi fare dell’appuntamento di Chicago l’occasione per affrontare alcuni dei nodi che sono rimasti irrisolti dopo il vertice di Lisbona. Ci proverà? In parte sí, tenendo però bene a mente che la priorità di questo vertice “elettorale” sarà quella di “andare liscio”, “smooth”. È il primo vertice Nato che gli Stati Uniti ospitano da 13 anni a questa parte, e non per caso si tiene nella città di un presidente (e del suo quartier generale elettorale) che da premio nobel per la pace non può concedere nessun pretesto ai repubblicani per accusarlo di essere un “commander in chief” debole.
E’ il primo vertice Nato di Hollande, che deve da una parte assumere credibilità in un contesto internazionale non facile per un Presidente non solo francese ma anche socialista, e dall’altra non perderne con i suoi elettori, che dovranno votare ancora per lui alle legislative di metà giugno. È il primo vertice Nato dopo il reinsediamento di Putin al Cremlino, e l’assenza di Mosca a Chicago – con la conseguente impossibilità di tenere il Consiglio Nato-Russia – è senz’altro dovuta ad una persistente difficoltà di condivisione del progetto di difesa missilistica, ma non può che essere letta anche come un messaggio di portata più generale sul carattere e sugli orientamenti del “nuovo” presidente, da sempre meno incline di Medvedev ad un dialogo più sereno con gli Stati Uniti (e non sembra estranea a questo messaggio anche la scelta che sia proprio Medvedev a partecipare al G8 di Camp David immediatamente prima del vertice di Chicago).
Sarà anche il primo vertice Nato a fare pienamente i conti con la crisi economica e con i suoi effetti sia sui bilanci degli Stati, sia sulle opinioni pubbliche – e non è un caso che proprio a Chicago si lancino 20 progetti di “Smart Defense” che, al di là di quanto siano realmente nuovi e condivisi, passeranno il messaggio della razionalizzazione ed ottimizzazione delle risorse.
Sarà quindi senz’altro un vertice dominato dalle esigenze interne di molti dei suoi protagonisti, con la conseguente necessità di posticipare le decisioni più problematiche – come nel caso dell’approvazione della Defense and Deterrence Posture Review, che se pure porterà la Nato a fare qualche passo avanti sulla via della revisione della sua politica nucleare, non ne scioglierà certamente tutti i nodi.
Sarà però impossibile, anche in questo anno elettorale, ignorare la portata delle sfide che questo tempo porta con sè. Non è un caso infatti che proprio quello di Chicago sia il vertice Nato più affollato, con la partecipazione, accanto ai 28 paesi membri, di partner che hanno partecipato o partecipano a missioni congiunte, per un totale di 53 Capi di Stato e di governo – un potenziale passo verso la trasformazione dell’Alleanza Atlantica in vero e proprio hub di reti di partnership globali.
E sarà l’ultimo vertice Nato ad occuparsi della priorità Afghanistan, tenendo insieme rassicurazioni di non abbandono del paese a se stesso (rafforzate dalla stipula di accordi bilaterali di lungo periodo, ma minate dal grido di allarme di donne ed attivisti per i diritti umani in Afghanistan), e voglia di mettere fine il più rapidamente possibile alla dimensione strettamente militare dell’intervento – cosa che oggi, con il 75% della popolazione sotto il controllo delle forze di sicurezza afghane, appare non solo possibile ma anche necessaria ed urgente.
Sullo sfondo, da una parte il tema delle relazioni tra un’Alleanza Atlantica forse in crisi di identità ma piuttosto solida dal punto di vista operativo, ed un’Unione Europea ancora orfana di una politica estera, di sicurezza e di difesa comune, e distratta da altre urgenze; dall’altra la spietata consapevolezza che non è più l’Atlantico il centro del mondo – neanche per gli Alleati Atlantici.
Forse il vertice di Chicago non riuscirà ad affrontare e risolvere tutta la complessità di questi scenari, ma dovrà almeno porre le basi per affrontarla utilmente in un futuro prossimo, lasciando aperta la porta a riflessioni e decisioni di più lungo periodo. (Federica Mogherini)
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NATO ALLA PROVA DELLA SMART DEFENCE
(da http://www.affarinternazionali.it/ di ALESSANDRO MARRONE) (7/5/2012)
In preparazione del vertice Nato di Chicago -del 20 e 21 maggio- negli ultimi mesi è emerso IL TEMA DELLA SMART DEFENCE – il senso del termine Smart, in questo contesto, potrebbe essere meglio tradotto con “efficace” o anche “utile” più che con il letterale “intelligente”.
Il concetto non è nuovo, ma sono nuove le circostanze in cui potrebbe trovare applicazione, sebbene la sua attuazione incontri notevoli ostacoli politici. -
Il concetto di SMART DEFENCE allude ad UN USO DEL BILANCIO DELLA DIFESA, AD UN’ORGANIZZAZIONE E PIANIFICAZIONE DELLE CAPACITÀ MILITARI, BASATO SULLA COOPERAZIONE TRA I PAESI MEMBRI DELLA NATO volta a TRE OBIETTIVI: la CONSULTAZIONE PREVENTIVA riguardo alle capacità da mantenere o da tagliare in tempi di austerità; la MESSA IN COMUNE DI RISORSE nazionali per generare capacità comuni inter-alleate – il cosiddetto pooling and sharing; la SPECIALIZZAZIONE DEGLI STRUMENTI MILITARI NAZIONALI per garantire, in modo complementare e con una alto grado di interdipendenza, la generazione di tutte le capacità necessarie a rispondere alle minacce alla sicurezza transatlantica e alle crisi attuali e prevedibili nel prossimo futuro.
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VERTICE NATO, A CHICAGO: TIENE BANCO IL CONFLITTO AFGANO
di GIANANDREA GAIANI, da Panorama.it Mondo (http://blog.panorama.it/mondo/ ) del 18/5/2012
Il vertice che la Nato terrà a Chicago domenica e lunedì è già fin d’ora un successo, se non per il segretario generale Andrs Fogh Rasmussen, che dal summit si aspetta di scogliere molti nodi importanti, quanto meno per gli operatori economici della città di Barack Obama. Le delegazioni di 60 Paesi hanno fatto arrivare in città 6 mila politici e funzionari, 2 mila giornalisti oltre a 50 mila manifestanti che affolleranno hotel e ristoranti creando un indotto economico valutato in 128 milioni di dollari.
Al centro dei colloqui la svolta nel conflitto afghano. Gli Alleati dovranno definire e approvare la strategia di transizione dei compiti di sicurezza alle truppe di Kabul e il calendario del ritiro dei 130 mila militari di Isaf previsto per il 2014 ma già forzato da alcuni Paesi, come la Francia che con il neo presidente Francois Hollande anticiperà a quest’anno il rimpatrio del suo contingente.
Dopo il 2014 gli alleati hanno concordato di garantire un’attività di addestramento e supporto al nuovo esercito e alle forze di polizia afgane che dovrebbero ridursi da 352.000 uomini a 228.000 per limitare i costi di mantenimento. La Nato non vuole spendere più di 4,1 miliardi dollari all’anno per sostenere Kabul: la metà verrà finanziata da Washington ma gli altri alleati dovranno esprimersi sull’impegno finanziario come hanno già fatto Gran Bretagna (210 milioni annui) e Germania (190) . “Ci dovrà essere uno sforzo di finanziamento multilaterale” ha avvertito il portavoce del Pentagono George Little e “noi pensiamo che ci debbano essere contributi da altri Paesi” anche esterni all’Alleanza Atlantica.
Sul tavolo del summit di Chicago anche il completamento della prima fase dello scudo antimissile dispiegato nell’Europa dell’Est contro la minaccia dei missili balistici iraniani e che dovrebbe essere pienamente operativo nel 2018 .Lo scudo è avversato da Mosca che lo ritiene una minaccia rivolta al suo deterrente nucleare e alla sua sicurezza anche se negli ultimi tempi sembrano essersi aperti margini per una trattativa.
A Chicago la Nato darà ufficialmente il via al programma Smart Defense la “difesa intelligente” che mira a promuovere la cooperazione nei programmi militari di acquisizione integrati tra i vari alleati o tesi a unire le capacità e sviluppare competenze complementari in almeno 25 campi d’applicazione.
Un programma ineccepibile sul piano finanziario, specie in tempi di crisi e di tagli ai bilanci della Difesa, ma difficile da attuare perché proprio i conflitti afghano e libico hanno dimostrato che i Paesi più forti non sono sempre disposti a condividere sistemi d’arma con gli alleati ma anche perché non tutti i Paesi della Nato accettano di partecipare a conflitti e operazioni militari.
La Smart Defense dovrebbe parzialmente compensare le ridotte risorse finanziarie messe i campo dai partners europei di una Nato nella quale oggi gli Stati Uniti si fanno carico del 75 per cento delle spese militari complessive.
Al summit si discuterà anche di difesa da attacchi informatici, contro i quali la Nato punta su un sistema centralizzato di protezione e di coordinamento dei servizi di intelligence alleati, e dello sviluppo della flotta alleata di velivoli-radar Global Hawk per il controllo degli spazi terrestri.Il programma Alliance Ground Surveillance (AGS) prevede che i velivoli acquistati da 13 Paesi della Nato siano basati a Sigonella, in Sicilia, a due passi dai teatri operativi africani e mediorientali.
Anche la criosi siriana entrerà nell’agenda del summit e se finora la Nato ha sempre escluso un intervento nella guerra civile il pesante ruolo della Turchia nel sostegno ai ribelli potrebbe cambiare in breve tempo le prospettuve per un’azione militare internazionale.
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Gianandrea Gaiani ha seguito sul campo tutte le missioni militari italiane. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista di Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane
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APPELLO DI 45 LEADER EUROPEI PER VERTICE NATO DI CHICAGO
- Un appello sottoscritto alla vigilia del vertice NATO di Chicago -
19 maggio 2012 – di Roberto Del Bianco – da http://www.peacelink.it/disarmo/a/36281.html
Dall’on. Federica Mogherini, parlamentare molto attiva sui temi del disarmo, ecco una possibile good news alla vigilia del vertice NATO di Chicago.
E’ un appello sui temi del disarmo e della non proliferazione nucleare sottoscritto da 45 leader europei (tra cui diversi ex Premier e Ministri, politici, diplomatici e militari) raccolto e diffuso dall’ELN (European Leadership Network Multilateral Nuclear Disarmament and Non-Proliferation), www.europeanleadershipnetwork.org).
Alleghiamo qui sotto la versione dell’appello in italiano.
Note:
Le versioni dell’appello in altre lingue (inglese ecc.) si possono scaricare da questa pagina del sito di ELN:
http://www.europeanleadershipnetwork.org/group-statement-on-outcomes-required-from-chicago_387.html
Allegati (VERSIONE IN ITALIANO):
ELN_Chicago_Statement_Italian(336 Kb – Formato pdf)
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“BLOCKUPY FRANKFURT”, SECONDO GIORNO
da http://www.ilpost.it/del 18/5/2012

Manifestazione a FRANCOFORTE il 17 maggio
Durante il secondo giorno della protesta di “Blockupy Frankfurt“, le manifestazioni programmate da una quarantina di organizzazioni a Francoforte, in Germania, dal 16 al 19 maggio, la situazione è rimasta complessivamente pacifica anche se la polizia ha effettuato decine di arresti.
“Blockupy Frankfurt” è una manifestazione che protesta contro le istituzioni finanziarie internazionali – dalla Banca Centrale Europea al Fondo Monetario Internazionale e alle grandi banche tedesche – cercando di bloccare il centro di Francoforte, dove ha sede una delle più importanti borse d’Europa, e in particolare il suo distretto finanziario, dove ha sede anche la Banca Centrale Europea. Hanno aderito molte sigle diverse da tutta Europa, dal movimento anticapitalista di origine francese ATTAC alla sezione dell’Assia (il Land dove si trova Francoforte) del partito Die Linke (“la sinistra”).
Gran parte dei permessi per le manifestazioni sono stati negati nei giorni scorsi dalle autorità, con l’unica eccezione del corteo principale di sabato. La polizia sta impiegando migliaia di agenti in assetto antisommossa per controllare le proteste, mentre molte attività commerciali del centro della città sono rimaste chiuse, anche perché in Germania ieri era festa (si festeggiava la festa cristiana dell’Ascensione, che in molte aree della Germania è anche la festa del papà).
La Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, racconta che ieri intorno a mezzogiorno la piccola piazza vicino alla chiesa di San Paolo, nel centro della città, era piena di persone, con circa 400 manifestanti (tutti piuttosto giovani o piuttosto anziani, scrive l’inviata), a cui bisogna aggiungere un paio di centinaia di persone nella stazione ferroviaria e altrettante vicino all’università. La polizia permetteva l’accesso ad alcune zone solamente ai residenti, il distretto finanziario era deserto e intorno alla piazza, nelle strade semivuote, molte persone venivano perquisite.
Nel primo pomeriggio la polizia ha cominciato ad annunciare ai manifestanti che la protesta non era autorizzata, ma gli arresti sono avvenuti quasi tutti di sera, dopo le otto, quando la polizia ha sgomberato i manifestanti che iniziavano ad accamparsi con le tende a Römerberg, la piazza principale del centro storico della città. Secondo la FAZ sono state trattenute e successivamente rilasciate circa 150 persone.
Con un comunicato, il movimento ha protestato contro il comportamento della polizia e delle autorità, dicendo che l’arrivo dei pullman dei manifestanti è stato ritardato con lunghe soste fuori dalla città e che sono state fermate complessivamente 500 persone, mentre i permessi per manifestare sono stati negati in modo pretestuoso e con scarso preavviso.
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da http://www.ilpost.it/ del 19/5/2012
Oggi è in corso a Francoforte sul Meno, in Germania, la manifestazione principale dei quattro giorni di proteste del movimento “Blockupy Frankfurt“, a cui stanno partecipando circa 20.000 persone.
Le proteste, previste tra il 16 e il 19 maggio approfittando di un giorno di festività nel paese, hanno come obiettivo la finanza internazionale e la gestione della crisi economica da parte delle autorità europee, compresa l’imposizione di misure di austerità nei paesi più colpiti. Il movimento intende bloccare gran parte del distretto finanziario nel centro della città, che comprende anche la sede della Banca Centrale Europea e uffici del Fondo Monetario Internazionale e di grandi società finanziarie.
Il corteo di oggi era l’unica manifestazione autorizzata, dopo che nei giorni scorsi le autorità avevano negato diversi permessi. La polizia aveva disperso più di una manifestazione e una festa a partire da giovedì sera, facendo anche alcune centinaia di arresti (solitamente per poche ore) in diverse occasioni. La manifestazione è iniziata alla stazione centrale di Francoforte e si concluderà nel piazzale di fronte alla sede della Banca Centrale Europea.
Nonostante il timore di scontri e le migliaia di agenti schierati nella città (oggi circa 5.000), il corteo si sta svolgendo per lo più in maniera pacifica. La polizia ha detto che ci sono stati alcuni scontri tra un piccolo gruppo di autonomi e gli agenti, e che sono stati accesi due fumogeni all’interno del corteo.
Il movimento “Blockupy” è formato da alcune grandi organizzazioni anticapitaliste come Attac, fondata alla fine degli anni Novanta in Francia, sindacati e partiti politici, tra cui la sezione dell’Assia del partito tedesco Die Linke (“la sinistra”). “Blockupy” ha protestato per la forte presenza delle forze dell’ordine, che hanno spesso bloccato ampie zone della città intorno ai manifestanti, e ha detto che a molti manifestanti è stato impedito o rallentato l’accesso attraverso una serie di controlli e posti di blocco nelle vie di accesso alla città.

da WWW.ILPOST.IT – Un cartello di protesta contro il “FISCAL COMPACT”, il TRATTATO SUL RIGORE NEI BILANCI PUBBLICI (firmato da quasi tutti i paesi dell’Unione Europea), durante le PROTESTE DI “BLOCKUPY” A FRANCOFORTE IL 17 MAGGIO 2012. (Carsten Koall/Getty Images)
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HA SENSO LA GRECIA FUORI DALL’EUROPA?
UNA FANCIULLA RAPITA DA ZEUS L’EUROPA INVENTATA DAI GRECI
di EVA CANTARELLA, da “il Corriere della Sera” del 19/5/2012
L’Europa senza la Grecia: se ne parla come se fosse una possibilità, spiegando le tragiche conseguenze economiche che questo porterebbe con sé. Ma non solo di economia si tratta, quando si parla della Grecia. Si tratta anche del nostro presente e di quello che esso è grazie ai greci e alla loro storia: grazie a quella Grecia, vale a dire, la cui presenza è ancora parte essenziale della nostra vita, a cominciare come ben noto dal nostro vocabolario.
Da dove vengono, se non da quella Grecia, parole come mito, teatro, diavolo, politica, democrazia, demografia, apoteosi, antropologia, geografia, psichiatria, telefono, diagnosi, terapia (solo alcuni tra gli innumerevoli esempi, pochi nomi a caso, tra i primi che vengono alla mente).
Ma il lascito linguistico non è che una delle tante loro eredità che (anche se non lo sappiamo o non ci pensiamo) ci accompagnano nella vita quotidiana. Per ricordare le quali, o almeno parte delle quali, proviamo, in modo semiserio, a immaginare l’inimmaginabile: come sarebbe la nostra vita oggi, come e cosa sarebbe l’Europa se non fosse mai esistita «quella» Grecia? Quella di Omero e di Eschilo, della battaglia di Maratona e di Pericle, di Zeus, degli dèi dell’Olimpo e dei miti…
Per prima cosa, il nostro continente non si chiamerebbe Europa. A farci sapere perché ci chiamiamo europei, infatti, è un mito (ovviamente greco): quello della ragazza Europa, figlia di Antenore, re della città fenicia di Tiro, sulle coste dell’Asia minore.
Un giorno, mentre giocava con le compagne sulla spiaggia, Europa venne rapita dal solito Zeus che, colpito dalla sua bellezza, assunse le sembianze di un bellissimo toro bianco, dalle corna così lucenti che sembravano spicchi di luna. Bello e apparentemente mansueto l’animale andò a sdraiarsi ai piedi di Europa che, fiduciosa, sedette sulla sua groppa.
E subito Zeus-toro, rizzatosi sulle zampe, si gettò in mare, raggiungendo a nuoto le coste di Creta, ove si unì a Europa sotto dei platani cui, da quel giorno, fu concesso di non perdere mai le foglie. Potenza del mito: vicino alla città cretese di Gortina esiste un platano, ove tuttora i giovani sposi si recano in pellegrinaggio, la sera del matrimonio…
Ma prescindiamo pure dal nome. Difficile ricordare le infinite cose che mancherebbero alle nostre vite in una immaginaria Europa della quale Grecia non avesse contribuito a fare la storia: non potremmo leggere Omero, Saffo, la lirica, i grandi tragici, Erodoto e Tucidide, e non mi pare cosa da poco. Non avremmo i templi di Paestum e di Selinunte. I musei (tutti, non solo quelli europei) sarebbero infinitamente più poveri: niente frontone del Partenone al British Museum, niente arte greca al Louvre e al Metropolitan, niente altare di Pergamo al Pergamon Museum di Berlino…
Chissà se Frau Merkel lo ha mai visto. Non c’è momento e aspetto della nostra vita che non ci riconduca all’esistenza dei greci. Un solo esempio, la psicoanalisi (che ovviamente avrebbe un altro nome): come avrebbe fatto Freud a spiegare i misteri della nostra psiche senza Edipo? E per finire, ma solo per ragioni di spazio, e tralasciando, sempre per motivi di spazio, i loro lasciti in campo scientifico, come sarebbe l’Europa se nel 490 a.C. l’immane esercito persiano non fosse stato sconfitto nella piana di Maratona da Milziade a capo di 10.000 opliti ateniesi?
La storia non si fa con i se, lo sappiamo bene, ma una cosa è certa: i greci combatterono e vinsero per difendere la loro libertà di cittadini, per non essere sottomessi a un impero dove esistevano solo dei sudditi. E nel farlo consentirono a noi di conoscere e di ereditare la democrazia. Come sarebbe stata la nostra storia, se essi non l’avessero sperimentata e non ce ne avessero insegnato il valore? Come saremmo, oggi, se non ci avessero trasmesso l’orgoglio di essere noi, i cittadini, i titolari della sovranità?
Che mondo povero sarebbe il nostro, senza quella Grecia. Eppure, nel discutere la possibilità (pur cercando di scongiurarla) di escludere la Grecia di oggi dall’Eurozona, tutto quello cui si pensa è l’aspetto economico del problema.
Che è, ovviamente, assolutamente fondamentale. Ma, accanto a esso, la Grecia non meriterebbe che venisse preso in qualche considerazione anche tutto quello che le dobbiamo? Quanta ingratitudine, oggi, per la ragazza Europa. (Eva Cantarella)
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IL FILM CHE VI CONSIGLIAMO:
MARGIN CALL
(Margin Call, 2011, Usa) – Regia: J.C. Chandor – Con: Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgly, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci
New York, 2008. La crisi finanziaria che coinvolgerà tutto il mondo sta iniziando. Otto dirigenti di una grande banca si ritrovano in 24 ore a dovere decidere il futuro di milioni di persone. Cominciando dal loro!
Dagli ultimi piani di un grattacielo di Wall Street, un pugno di banchieri, speculatori e analisti guardano la notte su Manhattan. Sono i testimoni di quelle che loro, e solo loro, sanno essere le ultime ore di un’era. Quando sorgerà il sole e si riapriranno le contrattazioni, il mondo piomberà in una crisi finanziaria epocale… una crisi che solo loro vedono arrivare e che hanno contribuito a creare.
Eric Dale (Tucci), uno dei capi settore di questa multinazionale del credito finanziario, viene licenziato in tronco. Ha solo pochissimo tempo per prendere i suoi effetti personali ed andarsene. Fa in tempo però a consegnare una chiavetta di computer al giovane analista Peter Sullivan (Quinto) dicendogli di fare attenzione.
Peter, dopo che i suoi compagni di lavoro sono usciti, scopre che i dati che emergono dai file di Eric dicono che la banca, appoggiandosi su azioni virtuali, ha le ore contate. Sullivan mette in allarme le alte sfere e si convoca nella notte una riunione di emergenza. Bisogna decidere in tempi rapidissimi il da farsi o il crollo dell’Istituto sarà verticale. Le scelte da compiere dovranno fare, o non fare, i conti con l’etica… In simili circostanze, come riuscire a convivere con se stessi?
L’esordio nella regia di J.C. Chandor è stato di quelli che non si dimenticano. Margin Call, oltre a mostrare una regia nervosa, instancabile, che non molla mai lo straordinario cast che ha a disposizione, riesce anche ad essere una storia molto coinvolgente in un mondo di squali. “Ho scritto e diretto Margin Call – ha affermato il regista – sulle basi di quello che ha vissuto mio padre che ha lavorato per quasi 40 anni per Merrill Lynch. Risalendo all’inizio di questa crisi finanziaria disastrosa, in una America che vedeva contrapposti Obama e McCain, la verità che saltava agli occhi era al contempo toccante e sconvolgente – gli uomini e le donne che hanno creato l’attuale disastro economico sono persone comuni che, malgrado la loro abilità, intelligenza e spesso compensi sorprendenti, sono state vittime della loro stessa negligenza, della loro miopia e dell’ordine sbagliato delle priorità.
Wall Street può essere senza anima, ma non tutte le persone che vi lavorano. Margin Call è la storia di queste anime, diverse, e della loro notte più lunga, più cupa, quando sono costrette a fissare l’abisso di cui sono responsabili”.
Non c’è da sorprendersi che la sceneggiatura di Margin Call sia stata nella black list di Hollywood per lungo tempo. Il film, girato nell’arco di una notte fino all’alba del giorno dopo, affonda su dialoghi taglienti, arguti e pieni di ritmo che fotografa un fatto di cronaca contemporaneo senza alcun filtro buonista. Più che mai per questo tipo di cinema servivano attori di calibro e il giovane Chandor ha avuto a disposizione il meglio per fare esplodere la ‘bomba’.
Da Stanley Tucci a Zachary Quinto che ha anche prodotto il film, ad un superbo Kevin Spacey nei panni di un imbolsito dirigente fino a Jeremy Irons, Demi Moore e Paul Bettany. Dosando egregiamente tragedia e humour, Margin Call, riesce a tenere incollato lo spettatore a dialoghi, a volte surreali, purtroppo reali, dove alti dirigenti giocano col denaro e con le vite dei loro investitori unicamente in nome dell’avidità. (tratto da http://www.primissima.it/ )
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Piazza Syntagma, Atene – GRECIA, TUTTI A PRELEVARE PRIMA DEL (NUOVO) VOTO DEL 17 GIUGNO PROSSIMO – DA LUNEDÌ RITIRATI DALLE BANCHE 1,2 MILIARDI DI EURO. E’ ripartita una FUGA DI CAPITALI DALLA GRECIA, piombata nel CAOS POLITICO con le elezioni della scorsa settimana tanto che se ne profila una ripetizione. In apertura dell’edizione online il Financial Times riferisce di «banchieri di Atene secondo i quali tra lunedì e ieri i ritiri di fondi dai conti correnti hanno superato 1,2 miliardi di euro, pari allo 0,75 per cento dei depositi totali». E’ FALLITO L’ULTIMO TENTATIVO DI FORMARE UN GOVERNO E OGGI È STATO DECISO DI CONVOCARE NUOVE ELEZIONI ANTICIPATE IL 17 GIUGNO. Un quadro di incertezza che ha riacceso i timori di una insolvenza sui pagamenti del paese e di una sua possibile fuoriuscita dall’area euro. L’incarico è stato affidato ad interim a Panayiotis Pikrammenos che ha ammesso: «Il paese è a un punto critico. Spero di essere in grado di svolgere il mio compito, il mio sarà puramente un governo di transizione» (da “la Stampa.it” del 16/5/2012)
Il 17 giugno si andrà ad altre elezioni in Grecia (dopo appena 40 giorni dalle altre…). Per fare cosa? Sarà peggio e un po’ meglio di adesso? La Grecia riuscirà (in un’Europa tutta in crisi) a risollevarsi dal caos cui sta sprofondando? Elezioni in fondo auspicate (e lasciate “che arrivino” non accettando alcun compromesso) dai partiti della sinistra radicale (come “Syriza” e il suo leader “Tsipras”: chiede la cancellazione del debito, ma già l’Europa ha cancellato 100 milioni di debiti…); partiti di “opposizione al sistema” che è sicuro che raddoppieranno il consenso. E loro (la sinistra radicale) vogliono sì l’Europa (cosa questa che lascia uno spiraglio…) ma non la politica rigorista, i tagli alla spesa pubblica, imposti dal Fondo Monetario ma ancor di più dall’Europa con il leader del momento (seppur contestato) che è la Germania della cancelliera Merkel. Pertanto hanno (questi partiti della sinistra radicale) un po’ torto e un po’ ragione… (la situazione complessa del momento…)
Quel che appare preoccupante in questi mesi e settimane, dappertutto (pertanto non solo in Grecia) è che è sì vero che forse siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità (magari facendole pagare finora ai popoli del terzo mondo, rapinando le loro materie prime…) ma, adesso, le nostre società stanno marciando, nella crisi e nella fine di un sistema, senz’alcun obiettivo chiaro, attraverso forse meccanismi che appaiono quasi “automatici” (il mercato, la finanza, un modello di vita globale unico, centri commerciali e acquisti tecnologici…) e che magari funzionassero questi meccanismi sociali automatici! (queste cose che prescindono ogni scelta critica condivisa): anzi sono loro per primi (mercato, finanza, modelli di vita..) in situazione di schizofrenia, di crisi assoluta…. E adesso dobbiamo reinventarci un futuro (per fortuna forse): TORNARE A UNA PARTECIPAZIONE ATTIVA sulle scelte grandi e piccole, non delegare più appunto a meccanismi automatici che ci hanno portato al nulla di adesso.

il Parlamento ad Atene
Ma tornando all’argomento che è all’attenzione di questo post e importante adesso, cioè il vero significato, profondo, della crisi della Grecia, viene da pensare che ci potrebbe sì esser l’accettazione del “ritorno alla povertà” in quel Paese (che già si sta verificando: vi invitiamo a leggere, qui di seguito, il bellissimo reportage di Dimitri Deliolanes ripreso dal quotidiano “IL FOGLIO” del il 12 maggio scorso), ma il vero problema è capire quali possono essere i volani di un ritorno allo sviluppo, al lavoro diffuso, alla ricchezza, per la “piccola” Grecia (che rappresenta solo l’1% del prodotto interno lordo dei 17 paesi europei dell’Eurozona, ma che assume, per la sua intensità, bellezza e civiltà, un significato stratosferico della presenza mediterranea nella geografia dell’Europa).
E’ sicuro comunque che non basta un volano di sviluppo solo all’interno della Grecia (il ritorno all’economia agroalimentare di esportazione, alla pesca in particolare, a un turismo più solido e meglio gestito…), e neppure una ripresa economica del “sistema Europa”: serve anche rivedere drasticamente i meccanismi della finanza globale, speculativa e improntata a vivere sui fallimenti degli altri, alla ricchezza di chi investe su operazioni che non hanno niente di produttivo (in questo senso la tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin Tax”, sarebbe un buon inizio se ci fosse in ogni parte del mondo…)
…. È da far notare come l’ “Europa unita”, cioè nelle cose che ha fatto insieme, in fondo queste politiche comuni siano quelle che hanno funzionato, che stanno funzionando… (l’abolizione delle frontiere, Erasmus, le regole per una concorrenza leale…. lo stesso euro, la moneta unica, in fondo è stata una rivoluzione positiva, che ci ha cambiato nella “mentalità”… una moneta forte mondiale, uguale in così tanti Paesi…); e che invece le cose in crisi in Europa sono quelle gestite, distintamente, dagli stati nazionali (come le politiche del lavoro, dello sviluppo economico, dell’immigrazione…. tutte politiche queste che gli stati nazionali hanno voluto tener ben strette a sé).
Noi qui proviamo a rappresentare il “senso” culturale e geopolitico della necessaria, imprescindibile presenza greca nell’Unione Europea (è immaginabile che uno stato americano, ad esempio la Pennsylvania, esca dalla federazione degli Stati Uniti d’America, perché in situazione di default economico?!?) nel tentativo (che oramai non può lasciar tempo) di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. E ci interessa, in un blog geografico come il nostro, provare a rappresentare, a fare sintesi sul significato storico e geografico nella vita sociale e nella politica così tragica della Grecia del momento. Andando magari a vedere il luogo “geografico”, urbano, della città “principe”, meravigliosa ellenica, cioè Atene: e in essa ad esempio luoghi come le piazze com’erano e come sono (Piazza Syntagma, che significa “Costituzione”, sede del Parlamento e delle manifestazioni e scontri che ci son stati in Grecia già da più di due anni; oppure Piazza Omonia, che significa “Concordia”, e che fino a qualche anno fa era una delle piazze più attraenti di Atene, ed ora è un ginepraio di miserie e contraddizioni della Grecia del momento -disoccupazione, povertà, droga, prostituzione…-).
…E’ un paese che si sta smembrando sotto gli effetti disastrosi della crisi economica, della fine di ogni welfare (dipendenti pubblici licenziati o con drastica riduzione della paga, lo stesso per i pensionati a 400 euro al mese…). Giovani, quelli più bravi, che tentano di andarsene all’estero (Germania, Stati Uniti, Australia…) …chi può torna in campagna e si fa l’orto…
Fa impressione, leggendo il reportage de “il Foglio”, che qui proponiamo come primo articolo di questo post, che gli accadimenti nelle piazze di Atene di adesso, la vita e il caos che vi si sta svolgendo, il miscuglio umano di sangue e tenebre, sia dopotutto una cosa a noi familiare, contestuale, qualcosa che ci pare di avere già visto e vissuto, che sentiamo assolutamente nostra. Scontri di piazza, fascisti e comunisti, droga e prostituzione, appaiono elementi mischiati in una città dal nobilissimo straordinario aspetto. Le miserie e le contraddizioni della vecchia Europa. Pertanto vien da dire che ci troviamo di fronte a un “caos europeo” che forse ben conosciamo. E il porvi fine, l’aiutare a risollevarsi, è una scommessa del mondo non solo della politica (europea), ma anche della cultura, del vissuto che ciascuno (nei suoi scambi familiari, sociali, del lavoro…) viene ad avere come cittadino europeo, e mediterraneo, ora coinvolto emotivamente nel marasma civile della “piccola nostra” Grecia. (sm)
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ATENE, ESTERNO GIORNO CON MACERIE
- La capitale greca conta i debiti, non crede al default e sorseggia frappè –
di DIMITRI DELIOLANES, da “IL FOGLIO” del 12/5/2012
l centro di Atene è una grande Elle. La gamba più corta è costituita dai tre grandi vialoni che uniscono piazza Syntagma con piazza Omonia, dalla “Costituzione” alla “Concordia”. Due estremi, a meno di un chilometro di distanza, appena due fermate della metro: a Syntagma c’è il Parlamento, un enorme palazzone neoclassico, costruito per essere il palazzo reale di Ottone, il primo sovrano della Grecia indipendente, opera degli architetti bavaresi che si era portato appresso, con tanto di giardino alle spalle, ora parco pubblico. La grande piazza di fronte deve al suo nome all’adunata sediziosa degli ateniesi che nel 1844 hanno imposto a Ottone, giovane ma assolutista, di concedere al regno una Costituzione.
Invece a Omonia c’è l’inferno. Alla fine del piccolo parco dietro al Parlamento c’è palazzo Zappion, dove è stato collocato il centro stampa per i quasi mille inviati delle elezioni. Mi dicono che gli italiani erano al secondo posto, subito dopo i tedeschi e prima dei turchi. Da lì bastano due passi per entrare subito nel cuore della crisi.
A Syntagma sono ancora evidenti le ferite delle durissime battaglie di piazza combattute negli ultimi due anni e mezzo. Il marmo della fontana al centro è stato sbeccato per ricavarne proiettili da lancio, lo stesso è capitato al marmo della balaustra e dei gradini del lussuosissimo hotel che si affaccia di lato, il Grande Bretagne. Fino a un mese fa si provvedeva a rapidi restauri, ora ci si è arresi, è una fatica di Sisifo.
Nei caffè si gode il sole estivo e si sorseggia il tradizionale frappè, mentre si sbeffeggiano i nuovi onorevoli e si raccontano i misfatti dei celebri non eletti (più della metà dei componenti del governo Papademos). Syriza va per la maggiore: Tsipras piace alle signore che un decennio fa ammiravano l’eleganza dell’allora sindaco Dimitris Avramopoulos, un conservatore ex diplomatico. I greci adorano la vita da caffè. Ogni gruppo, in base al livello culturale, le preferenze politiche, l’età, ha il suo caffè, ma tutti sono convinti che alla fine si voterà di nuovo a giugno. Si uscirà dall’euro? No, sarebbe una catastrofe per noi (greci) e per loro (gli europei).
Uno dei vialoni che conducono verso Omonia si chiama Panepistimiou (dell’Università), perché passa davanti al peristilio dell’Ateneo. Per la verità gli edifici in puro stile Pericle sono tre, uno a fianco dell’altro: oltre all’Università, c’è la Biblioteca Nazionale e l’Accademia. Ma è lo spazio davanti all’Ateneo a essere costantemente invaso da striscioni di protesta, tende di contestatori e vu’ cumpra’: Cd e Dvd taroccati, cianfrusaglie made in China, libri usati, ma anche droghe leggere e pesanti. La polizia, ammesso che lo voglia, non può intervenire, perché vige un diritto d’asilo pieno e assoluto. Si tenta da anni di ridimensionarlo, ma studenti e professori gridano subito alla “repressione della cultura”.
Dall’altra parte della strada giacciono ancora i ruderi dei palazzetti neoclassici dati alle fiamme da bande di anarchici insurrezionalisti il 13 febbraio. Sembra che abbiano provato a tirare molotov anche alla Biblioteca ma non ci siano riusciti.
Seguendo le tracce degli incendi, ci si inoltra nella parte vecchia della città, quella ai piedi dell’Acropoli, che porta fino all’antica Agorà. Per restaurarla e salvare gli ultimi palazzi neoclassici, sopravvissuti alla massiccia speculazione del periodo dei colonnelli, gli ateniesi hanno lottato strenuamente per più di un ventennio. Ora tutto è andato letteralmente in fumo.
Sulla Panepistimiou gli unici edifici che danno segni di vita sono le banche e qualche servizio pubblico. I negozi hanno da tempo abbassato le serrande e sulle vetrine vuote svettano gli affittasi e i vendesi. E man mano che ci si avvicina a Omonia, il paesaggio cambia completamente. Ai passanti frettolosi si aggiungono sempre più numerosi i tossici, ciondolanti e coperti di stracci. Se si svolta a sinistra ci si addentra a Exarchia, il quartiere studentesco e ribelle.
Nell’isola pedonale tra il Politecnico e il bellissimo Museo Nazionale ci sono centinaia di asiatici che si iniettano eroina di fronte a tutti. Immigrati tossicodipendenti penso che si incontrino solo in Grecia. A pochi metri di distanza, i poliziotti in assetto antisommossa difendono il ministero della Cultura. Sono sempre in allarme: uno di loro è stato gravemente ferito tre anni fa in un attacco terrorista.
E agli anarchici di Exarchia piacciono molto gli attacchi a sorpresa a colpi di molotov. Ce n’è almeno uno a settimana. La polizia è convinta che tra il traffico di eroina e certi gruppi estremisti ci sono solidi legami, teorizzati peraltro dai vecchi “comontisti” italiani, dimenticati in patria ma ben noti in Grecia. Un collega giovane mi spiega che, effettivamente, il problema c’è: mentre andiamo verso l’omonima piazzetta, mi indica i manifesti sui muri e mi spiega le posizioni di ogni gruppo, questi sono pacifisti, questi altri dei veri delinquenti. Alcuni manifesti sono decisamente deliranti: l’Organizzazione per la ricostruzione del Partito comunista denuncia che dietro la crisi greca c’è la Russia. Ci imbattiamo anche in adesivi in italiano e spagnolo. Exarchia è la capitale dell’antagonismo europeo.
A Exarchia i picchiatori di Alba d’Oro non osano farsi vedere. Ma basta attraversare il viale della gambetta lunga della Elle, subito dopo Omonia, e ti ritrovi a Ayios Panteleimon, il quartiere ad alta densità migratoria. Due energumeni in maglietta (ma senza distintivi) sostano minacciosi a braccia conserte di fronte a un grande magazzino di profumi. Entrando si sentono vari idiomi balcanici e molti clienti sono scuri di pelle, ma tutto fila liscio. Nei negozi più piccoli le insegne parlano albanese, ucraino, cinese, pachistano.
Una collega che abita da queste parti mi ha detto che è incappata parecchie volte nelle ronde naziste, una volta perfino all’uscita della metro. E’ bruna, tipo mediterraneo, e le chiedono sempre i documenti. Proprio in mezzo al quartiere c’è la chiesa di Ayios Panteleimon che alla fine della messa domenicale organizza un piccolo rinfresco. Ogni volta c’è la fila per bere un succo di frutta e mangiare un biscottino.
Tanti immigrati, magari islamici, ma anche tanti greci. Il parroco Maximos è molto attivo: ha concesso alcuni capannoni della chiesa ai senza tetto e ha organizzato anche un rudimentale ambulatorio con medici volontari. Non tutti i parrocchiani approvano, ma sono ormai una cinquantina le mense della chiesa ortodossa e di organizzazioni non governative sparse in ogni angolo dell’Attica.
La crisi dei consumi, anche alimentari, è evidente nei supermercati. Una catena austriaca ha deciso di abbandonare il mercato greco e i grandi distributori rimasti si sono adattati: niente prosciutto di Parma o vini francesi, ma sottomarche a prezzi scontati. E anche così il carrello è sempre più leggero.
Uno degli aspetti positivi della crisi è la scomparsa del traffico. Fino a due anni fa il centro di Atene era una bolgia infernale, con i claxon che non davano tregua. All’ora di punta trovare un taxi (con tariffe a un terzo di quelle italiane) era un’impresa. Ora la gente si sposta con i mezzi pubblici e mette in vendita la macchina. Con poche migliaia di euro è possibile acquistare auto bellissime con pochissimi chilometri, ma gli acquirenti scarseggiano. E i taxi se ne stanno tristemente in fila nelle piazze, aspettando tempi migliori. Come le prostitute, per lo più africane, che di notte dilagano in ogni angolo del centro, cinque euro a prestazione.
La cosa che impressiona è che la campagna elettorale è finita domenica ma ci sono pochissimi manifesti dei candidati. In un’epoca di vacche magre, i partiti sono stati parsimoniosi. Solo piccoli comizi volanti e anche questi all’inizio della campagna elettorale. Ogni comparsata pubblica dei candidati del Pasok e di Nuova democrazia provocava sonore proteste e lanci di ortaggi. Alla fine i due partiti (ex) maggiori hanno optato per le manifestazioni solo al chiuso, lasciando le piazze ai partiti anti austerità.
Ma il coprifuoco per i politici più esposti non è finito. E’ capitato anche a me di sentire per strada levarsi all’improvviso un forte boato di riprovazione al passaggio di qualche (ex) deputato. E’ dura anche per i giornalisti. I giornali degni di questo nome sopravvissuti alla crisi sono praticamente tre. Un gruppo di estrema sinistra ha affisso dei manifesti con le foto di tre direttori “bugiardi e venduti”. Non solo per la linea mantenuta, ma anche perché avrebbero “purgato” i colleghi più scomodi.
Anche le famigerate tv private non se la passano bene. Le grandi star sono scappate a Cipro e ora trasmettono telenovelas turche e talk show a basso costo con chiacchiere in libertà e finte risse. E’ urgente per loro trovare un nuovo “protettore” politico che restauri in fretta lo strapotere perduto. Intanto i giornalisti disoccupati sono 17 mila. Qualcuno è andato in Australia, in Canada o in Svezia, nelle emittenti della diaspora. Ogni tanto ricevo telefonate disperate: c’è lavoro in Italia? Ma è così in tutti i settori.
Alla prima occasione i giovani laureati fuggono in Germania o negli Stati Uniti. L’Australia si è impegnata a prendere a scaglioni circa 10 mila artigiani e tecnici. Sono migliaia le famiglie con genitori disoccupati che fuggono in campagna, dove ci sono i parenti e magari un pezzo di terra da farci l’orto. Chi non ha neanche questo, deve vivere con i 400 euro di pensione della nonna. Sono i genitori dei circa 400 mila bambini denutriti di cui parla l’Unicef. L’Africa in Europa.
Per strada si fa grande sforzo per mantenere un minimo di decenza. A Omonia, tra i questuanti all’ingresso della metro alcuni hanno i vestiti consunti ma di buona qualità. Altri cercano di nascondere il volto. Le signore indossano pezzi firmati ma di qualche anno fa. I ricchi vivono barricati nei quartieri residenziali come Psychicò, un labirinto pieno di verde, con piscine nascoste e la Porsche in garage. Qualcuno è stato pizzicato dal fisco grazie a Google Earth e grossi nomi della moda, come Lakis Gavalas, stanno ora in prigione, nella stessa cella dell’ex ministro della Difesa Akis Tsochatzopoulos, uno dei fondatori del Pasok. Hanno trovato nei suoi conti nascosti miliardi, non milioni, tutte tangenti per acquisti di armi.
Anche i turisti sono sempre più rari. Il grosso bypassa Atene e va nelle isole. I pochi coraggiosi se ne stanno rintanati negli albergoni ed escono solo in pullman per visitare l’Acropoli e il suo bellissimo museo (quando i custodi non scioperano). Quest’anno gli arrivi di tedeschi subiranno un calo del 30 per cento. Meglio non vedere da vicino come hanno ridotto questo paese. (Dimitri Deliolanes)
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LA PREGHIERA DI AIACE
di BARBARA SPINELLI, da “la Repubblica” del 16/5/2012
CI ABITUIAMO talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d’ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s’uccide il capro per il bene collettivo. Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato.
Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: “Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia”? La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un’immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.
L’espulsione dall’eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l’incipit: “C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce. E’ senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità. È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere”. Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell’eurozona, usata come clava contro altri.
L’editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: “Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna”. Il tracollo greco è “un’opportunità d’oro” per Berlino e la Bundesbank, secondo l’economista Yanis Varoufakis: nell’incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l’insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) “sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo”. Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.
Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l’articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c’è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell’austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all’orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all’austerità e all’Unione, e Tsipras è dipinto come l’antieuropeista per eccellenza.
La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall’Euro, né dall’Unione. Chiede un’altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l’80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali – l’Italia li conosce – e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui. Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto.
E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d’averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione? Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? “Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni”. L’idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: “Agli Stati nazionali il rigore, all’Europa le necessarie politiche di crescita”.
La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l’ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l’oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia.
Naturalmente le filiazioni dall’antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po’ di memoria capiremmo meglio l’animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: “Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi”.
Ecco cos’è, il Greco: “un momento strano, insensato, tragico nella storia dell’umanità”. Chi sproloquia di radici cristiane d’Europa dimentica le radici greche, e l’entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.
Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d’un suo fallimento. Sarà un fallimento d’Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione.
L’Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d’indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell’economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.
Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall’Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po’ la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell’Iliade: “Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno”.(Barbara Spinelli)
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GIOVANI E IMMIGRATI IN FUGA DA ATENE – IL SOGNO DI UN FUTURO È OLTRE FRONTIERA
di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 15/5/2012
- Un under 24 su due è senza lavoro. Esodo di laureati – Sembra di essere tornati al dopoguerra: allora un milione di greci lasciò il Paese – La crisi ha affossato l´edilizia e i lavoratori stranieri preferiscono rimpatriare -
ATENE – Grecia addio. La grande fuga è cominciata. Non dei capitali (quelli hanno lasciato già da tempo Atene) ma dei cervelli e delle braccia. Nessuno, qui sotto il Partenone, si stupisce.
La disoccupazione è arrivata al 21,7%, quella tra i ragazzi sotto i 24 anni ha stabilito il nuovo record continentale a quota 53,8%. E i giovani ellenici che non trovano lavoro in patria fanno la valigia e provano a cercar fortuna all´estero. Il 10% dei laureati, calcola Loris Lambrinidis, docente dell´università di Salonicco, ha preferito emigrare oltre frontiera subito dopo la laurea nel 2011.
E la stesso ha fatto il 51% degli studenti con un master. Pazzi? No, razionali: la crisi non ha risparmiato nessuno e persino tra i fortunati con in tasca un Phd la percentuale dei senza lavoro è raddoppiata in tre anni al 10%. Un´emorragia che non accenna a fermarsi visto che l´addio delle migliori teste del paese – assicura Lambrinidis – «è accelerato negli ultimi mesi».
Sembra di essere tornati al dopoguerra, quando in un paio di decenni un milione di persone è emigrato dalla Grecia. Ogni occasione è buona. «Lo scorso ottobre abbiamo organizzato ad Atene la fiera Skill Australia per offrire un´opportunità di lavoro nell´altro emisfero», raccontano all´ambasciata di Canberra.
I paletti erano stretti: bisognava parlare inglese correntemente, avere almeno una qualifica tecnica. Risultato: 13.500 richieste di partecipazione a fronte di 800 posti potenzialmente disponibili in Oceania, dove l´1,5% della popolazione ha origine ellenica. «Ci sono ben 25mila persone pronte a prendere l´aereo ad Atene per trasferirsi a Sydney o Melbourne» è la certezza di Lazarus Kassavidis dell´agenzia di impiego Skill up Australia.
Si viaggia da nord a sud, ma anche da sud a nord: l´emigrazione greca verso la Germania – calcola l´istituto di statistica tedesco – è aumentata dell´84% nei primi sei mesi del 2011. La speranza di un futuro migliore vale più delle radici. Sette studenti su 10, secondo un recente sondaggio della Athens Pantheon university sognano di trasferirsi oltre frontiera, anche se per ora solo uno su cinque ha avviato le procedure per trasformare il sogno in realtà.
E i genitori, piuttosto che trovarsi degli eterni bamboccioni “forzati” in casa, spingono in questa direzione: il 95%, calcola una ricerca della società specializzata Sedima, preferisce avere il figlio all´estero piuttosto che saperlo disoccupato.
«Io mi sono affidato alla fortuna», racconta Manolis Sordeli, fresco di diploma al Politecnico sotto il sole di questo inizio estate ateniese. Lo scorso anno si è informato all´ambasciata americana sull´Us diversity Visa, i permessi di lavoro temporanei che Washington assegna con una sorta di lotteria online.
Poi si è iscritto come hanno fatto altri 53mila suoi concittadini (il 12% in più del 2010). Gli è andata male, ma – garantisce – «riproverò l´anno prossimo». Altri suoi coetanei seguono vie più canoniche: le richieste di lavoro “Made in Greece” sull´European Job mobility portal nel 2011 sono state 7.500, più o meno il totale di tutte quelle accumulate nei venti anni precedenti.
La tempesta perfetta dell´euro non ha cambiato solo la vita dei laureati greci. Un altro fenomeno figlio della crisi degli ultimi tre anni è la fuga delle braccia albanesi che hanno sostenuto il boom immobiliare ellenico prima e dopo le Olimpiadi di Atene nel 2004. Allora era un´altra epoca. C´era l´euforia dell´ingresso nella moneta unica, i fondi strutturali della Ue, l´orgoglio dei giochi.
La disoccupazione nel 2008 viaggiava al 7% e l´industria del mattone occupava circa 400mila persone. Oggi tutto è cambiato. Le gru sono ferme, Atene è tappezzata di cartelli “enokozietai” (affittasi) e i dipendenti dei big delle costruzioni sono scesi a 240mila. Molti ex immigrati da Tirana, rimasti senza lavoro, non hanno avuto scelta: hanno fatto le valigie, caricato in macchina i bambini nati e cresciuti in Grecia e sono tornati a casa. Cifre ufficiali non ce ne sono.
Secondo la Reuters il mini-esodo avrebbe interessato circa 250mila persone. L´unico indizio (“segui il denaro”, dice il proverbio) è l´aumento di 717 milioni di euro dei depositi bancari in Albania nel 2011, molti dei quali, secondo gli esperti, sarebbero soldi rimpatriati da Atene. Se la Grecia tornerà alla dracma, per gli emigrati di ritorno, almeno, sarà stato un affarone. (Ettore Livini)
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LA MINACCIA E I BLUFF DELLA GRECIA
di Stefano Lepri, da “la Stampa” del 15/5/2012
La cura di sola austerità nell’area euro è sconfitta, ad opera degli elettori di diversi Paesi e regioni. Su come integrarla, si apre ora una stagione di faticosi negoziati, forse di maldestri compromessi. Ma per la Grecia è urgente essere pronti a tutto. E occorre distinguere le realtà dalle minacce e dai ricatti che si incrociano in queste ore.
Punto primo. La Grecia non è in grado di sopravvivere da sola; non più di quanto potrebbe ad esempio – per avere un’idea delle dimensioni – una Calabria separata dall’Italia. Senza aiuti dall’Europa e dal Fondo monetario, presto non avrebbe soldi né per pagare gli stipendi degli statali né per comprare all’estero ciò che serve ad andare avanti, tra cui alimenti e petrolio.
Punto secondo. Dopo la ristrutturazione a carico dei privati, oggi circa la metà del debito greco è in mano all’Europa o al Fondo monetario. Quindi se la Grecia non paga, ci vanno di mezzo soprattutto i contribuenti dei Paesi euro, cioè noi tutti (in una stima sommaria, circa un migliaio di euro a testa).
Punto terzo. Il ritorno alla dracma sarebbe vantaggioso solo nella fantasia di economisti poco informati, per lo più americani. Trapela ora che il governo Papandreou aveva commissionato uno studio dal quale risultava che perfino i due settori da cui la Grecia ricava più abbondanti introiti, turismo e marina mercantile, non sarebbero molto avvantaggiati da una moneta svalutata.
Punto quarto. L’incognita vera è quali danni aggiuntivi, oltre al debito non pagato, una eventuale bancarotta della Grecia causerebbe agli altri Paesi dell’area euro (in primo luogo crescerebbero gli spread). Di certo le conseguenze sarebbero asimmetricamente distribuite: più gravi per i Paesi deboli, in prima fila il Portogallo poi anche Spagna e Italia; meno gravi per la Germania.
Non c’è risposta certa alla domanda presente nelle teste di tutti i ministri dell’Eurogruppo riuniti ieri sera a Bruxelles – se convenga di più sostenere la Grecia o lasciarla andare a fondo. A prima vista, almeno per l’Italia la solidarietà sembra meno costosa del diniego; eppure, guardando nel futuro, una Grecia non risanata diventerebbe una palla al piede.
Fa bene perciò ragionare sulle alternative; e occorre farlo in modo politico, dato che due crisi politiche qui si intrecciano, una dei meccanismi decisionali europei, un’altra dei partiti greci.
Ad Atene, un sistema politico crolla, come nell’Italia di 20 anni fa, ma le scelte minacciano di polarizzarsi in modo più pericoloso. Occorre chiedersi se la sconfitta dei due ex partiti dominanti, Nuova Democrazia e socialisti, sia dovuta ai tempi troppo stretti del risanamento chiesto dall’Europa, o non soprattutto al modo iniquo e inefficiente con cui i sacrifici sono stati distribuiti tra i cittadini, proteggendo clientele e centri di potere.
L’Europa aveva preteso tempi più stretti di quelli ritenuti opportuni dal Fmi proprio perché non si fidava dei politici greci in carica. Ora non se ne fidano più nemmeno gli elettori. I loro voti si sono spostati verso politici emergenti i quali però raccontano una bugia: che la Grecia può ricattare gli altri Paesi in modo più efficace, minacciando di trascinarli nel baratro se non apriranno di nuovo il portafoglio.
Dal lato opposto, sta alla Germania e agli altri Paesi rigoristi dimostrare che il ricatto è vano perché nel baratro non ci cadremo. Ovvero, occorre che mettano le carte in tavola, specificando quali gesti di solidarietà compirebbero verso gli altri Paesi deboli nel caso ad Atene si formasse un governo deciso al braccio di ferro. Altrimenti dire ai greci «o mangiate questa minestra, o saltate dalla finestra» si rivelerebbe un bluff , come già tendono a ritenere i mercati. (Stefano Lepri)
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I CREDITORI NON SONO SENZA COLPE
di Mario Deaglio, da “la Stampa” del 16/5/2012
La rinuncia dei partiti politici greci a formare un nuovo governo è, nei fatti, un «no» al piano di rientro dal debito preparato a Bruxelles e proposto ad Atene dall’Unione Europea. Mentre il rifiuto veniva pronunciato, un Presidente francese appena insediato si preparava a incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel, uno dei pochissimi leader sopravvissuti al terremoto politico che, negli ultimi tre anni, ha fatto crollare pressoché tutti i governanti europei coinvolti nel tentativo, finora sostanzialmente fallito, di trovare una via d’uscita dalla crisi.
Ad aggiungere un tocco di drammaticità, caso mai ce ne fosse bisogno, l’aereo presidenziale francese è stato sfiorato da un fulmine e ha dovuto tornare indietro costringendo a rinviare l’incontro, sia pure solo di quale ora; si è così provocato l’ennesimo, sia pur quasi simbolico, ritardo europeo nell’affrontare i problemi dell’Europa. La politica torna così a recitare, per quanto in tono minore, il ruolo che la contrappone, spesso controvoglia, alla finanza internazionale. E questo avviene non solo a Parigi, Berlino e Atene.
Ma anche negli Stati Uniti, dove il presidente Obama ha lanciato accuse durissime a Wall Street e invocato regole più severe per le banche anche a seguito delle perdite impreviste di JP Morgan, uno dei colossi della finanza internazionale. Queste perdite sono la prova che le grandi banche internazionali non hanno imparato molto dalla crisi e si sono illuse di poter riprendere tutte le vecchie abitudini dopo essere state, in molti casi, salvate con soldi pubblici.
A spingere una classe politica riluttante a un confronto con la finanza internazionale c’è una società civile in ebollizione, con le manifestazioni degli indignados non solo in Spagna e Grecia ma anche a Londra e negli Stati Uniti.
Il problema si può sintetizzare in una serie di interrogativi che stanno diventando sempre più pressanti: fino a che punto la società civile – e gli uomini di governo che la rappresentano – può accettare la «dittatura dello spread» per usare la felice espressione del Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, alla presentazione del suo rapporto annuale? Fino a che punto decisioni importanti per una collettività nazionale possono venir sottratte ai suoi organi politici e sommariamente decise dal «mercato» in sedi diverse dai Parlamenti, chiamati ormai solo a ratificare sbrigativamente intese che sono dei veri e propri «diktat»?
Quando si concedono finanziamenti «sbagliati» a Paesi che non sono in grado di restituirli, l’errore viene commesso da due parti, non solo dal debitore ma anche da chi concede il prestito. Non si vede perché quest’errore debba ricadere solo sul Paese debitore, ossia sulla parte normalmente più debole in questo tipo di transazioni, e non invece suddivisa tra quanti hanno sbagliato, ossia tra debitori e creditori in base a qualche criterio che non sia puramente finanziario.
Alla dittatura dello spread occorrerebbe contrapporre una sorta di «democrazia del debito» in cui ciascuno paga per i propri errori. E questo dovrebbe valere in maniera del tutto particolare all’interno dell’Unione Europea, dove i greci furono indotti a contrarre debiti anche dalla facilità con la quale numerose banche europee e americane erano pronte a offrire loro credito.
Imporre alla Grecia (e forse domani ad altri Paesi) di pagare i debiti nei tempi stabiliti può significare una condanna di questo Paese – e domani forse di altri in Europa e altrove – a lunghi periodi non solo di incertezza ma perfino di povertà. Occorrerebbe considerare che un debitore esoso può attirare su di sé un risentimento molto maggiore di quello che si attira un nemico vincitore in guerra e che un simile risentimento è pericoloso per gli stessi creditori non solo sul piano civile ma anche su quello finanziario.
Non bisogna dimenticare, infatti, che, quando il deficit pubblico si azzera, il manico del coltello passa dal creditore al debitore. Non dovendo richiedere risorse aggiuntive, il debitore si rinforza mentre il creditore si indebolisce: il debitore potrebbe infatti decidere di ritardare la restituzione del debito o ridurre gli interessi sotto il livello pattuito.
Una severità eccessiva nei confronti del debitore che non ce la fa rischia di porre le basi di risentimenti dai quali potrebbero sorgere nuovi, e più forti, motivi di instabilità. Nella storia i casi di questo genere sono piuttosto frequenti (i tedeschi dovrebbero rammentare che il risentimento contro le riparazioni di guerra successive alla Prima guerra mondiale spianò la strada a Hitler) ma – si sa nelle scuole alle quali si formano gli attuali uomini della finanza la storia non ha certo il posto d’onore.
E’ essenziale che il Presidente Hollande e il cancelliere Merkel superino il livello della miopia prevalente negli ultimi mesi nell’affrontare i problemi dell’euro, nel cercare di stabilire una posizione comune che tenga conto di giustificate riserve tedesche ma anche di un quadro più generale in cui queste riserve appaiono meschine.
Sarebbe uno di quei piccoli miracoli ai quali l’Unione Europea ci ha abituato se dall’incontro scaturisse una posizione comune, flessibile e ragionevole, in luogo del pericoloso dogmatismo al quale i tedeschi ci hanno abituato negli ultimi tempi. (Mario Deaglio)
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HAMILTON, CHI ERA COSTUI?
Lezione americana per l’Europa “alla greca”: i debiti sono di tutti
di MARCO VALERIO LO PRETE, da “IL FOGLIO” del 16/5/2012
Hamilton, chi era costui? Il debito pubblico fuori controllo è la traccia quasi indelebile di tutto quello che in Europa è andato storto negli ultimi decenni, e su quel punto divisivo fu costruita la federazione americana. La “vera lezione” della recessione in corso, ha scritto l’economista Raghuram Rajan su Foreign Affairs, pur senza sposare l’ossessione moralistica di Angela Merkel, è che “prendere in prestito e spendere per costruire la strada che porta alla ripresa economica” non è più sostenibile.
Eppure sempre a partire dal debito pubblico – sostiene un numero crescente di economisti – andrebbe ricercata la soluzione europea per affrancarsi dalla crisi. Sono gli stessi economisti, non è un caso, che nelle loro ricerche oggi fanno con insistenza il nome di Alexander Hamilton, padre fondatore degli Stati Uniti, primo segretario al Tesoro americano dal 1789 al 1795, e soprattutto leader politico che alla fine del Settecento convinse gli americani di una cosa: il debito pubblico statale non è bellissimo, ma il debito pubblico in comune fa la forza di una federazione.
“Per come la vedo io, questo è un momento da Alexander Hamilton – ha detto a inizio anno Paul Volcker, già presidente della Federal Reserve americana, parlando della situazione europea – Il problema è che non c’è nessun Alexander Hamilton all’orizzonte”.
Detto altrimenti: o l’Unione europea oggi mette in comune i suoi debiti e attraverso gli Eurobond compie un passo deciso verso un’unione politica che possa legittimamente temperare rigore o lassismo fiscale, oppure si lascia decimare da Lady Spread.
Se la situazione resta com’è, infatti, la speculazione testerà la resistenza dei singoli stati membri dell’euro, prendendoli uno a uno: oggi è la volta della Grecia, mai come in questo momento vicina all’abbandono della moneta unica, domani tocca al Portogallo e all’Irlanda, poi alla Spagna.
A meno che, appunto, non valgano a qualcosa gli insegnamenti di Hamilton, così come li ha sintetizzati Tom Sargent, premio Nobel per l’Economia del 2011: “Quando furono creati gli Stati Uniti, alla fine del Settecento, le condizioni dell’America di allora erano simili a quelle dell’Europa di oggi”, ha osservato in un’intervista alla Stampa.
Dopo la Guerra d’indipendenza americana dal Regno Unito, durata dal 1775 al 1783, in nord America le “colonie” divennero “stati” ma non ancora veramente “uniti”. Erano tredici, tutti con il potere di battere moneta, contrarre debito e decidere le loro politiche fiscali, a fronte di un governo federale debole come stabilito nella prima Costituzione, gli Articles of Confederation.
E tutti e tredici indebitati a causa dello sforzo bellico. Poi però “i padri fondatori, che in larga parte erano creditori dei vari stati, scrissero la Costituzione proprio allo scopo di correggere questo vizio di fondo – ricorda il Nobel per l’Economia – Il governo centrale si fece carico dell’intero debito dei tredici stati, che in cambio persero l’autonomia economica assoluta che avevano avuto fino a quel momento. Washington ed Hamilton alzarono le tasse per saldare i debiti, e cominciarono a emettere bond federali. Per salvarsi, l’Europa dovrebbe imparare la loro lezione”.
La nascita degli US Bond – e soprattutto della Costituzione del 1789 – non fu un pranzo di gala, e questo va ricordato sia agli entusiasti degli Eurobond e dell’unione politica sia agli scettici che giudicano politicamente impraticabile una maggiore integrazione dell’Ue. Secondo Ron Chernow, biografo di Hamilton, in quell’occasione si arrivò al limite del rottura della Confederazione americana. Il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, infatti, dovette affrontare innanzitutto avversari ideali, quelli che come Thomas Jefferson difendevano l’autonomia dei singoli stati membri in nome di un potere che fosse quanto più vicino possibile ai governati.
Non solo: ad opporsi all’emissione di titoli di debito comune furono gli stati più virtuosi, Virginia e North Carolina, che non ritenevano giusto doversi sobbarcare il debito dei meno disciplinati Massachusets e South Carolina, vicini al default come la Grecia di oggi. Hamilton avanzò comunque: fece alcune concessioni – prima un default parziale per alleggerire il fardello debitorio di tutti, poi lo spostamento della capitale da New York a Washington, più vicino agli stati “rigoristi” di allora – ma soprattutto, sostengono i due economisti C. Randall Henning e Martin Kessler in un rapporto del Bruegel Institute di Bruxelles, presentò il suo piano per una “more perfect union” come “un grande progetto politico”.
Soltanto a fronte di un debito nazionale gli investitori avrebbero avuto interesse (economico) a non far crollare tutto, e soltanto un governo federale così legittimato e con in mano le leve della politica fiscale avrebbe potuto evitare secessioni in una fase storica popolata da grandi potenze bellicose. Superato quello spartiacque politico, i singoli stati decisero ciascuno per sé di introdurre il pareggio di bilancio tra le proprie leggi.
L’Europa a trazione tedesca – complici anche gli allegri governi greci e non solo – sta provando il percorso esattamente opposto: prima la moneta unica e poi (forse) una Banca centrale che ne sia garante, prima i vincoli di bilancio e poi (forse) un debito e dei rischi in comune, prima le ossessioni contabili e poi la politica. Per fortuna ci sono gli economisti a rispolverare il nome del primo segretario al Tesoro Usa. (Marco Valerio Lo Prete)
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Ritrovare un percorso aggregante, la prima riforma necessaria
UN’EUROPA SENZA GUIDA IN BALÌA DI SPREAD ED EGOISMI
di Massimo Calvi, da “AVVENIRE” del 15/5/2012
La sonora sconfitta del partito della cancelliera tedesca Angela Merkel nel maggiore land del Paese e la situazione di pericoloso stallo politico in Grecia hanno fornito ai mercati una formidabile occasione per accanirsi sui mali europei, sulla fragilità della sua classe dirigente e sui limiti evidenti della struttura che sorregge l’euro.
Niente di nuovo, si dirà: che la Cdu perdesse in Nordreno-Westfalia era dato per scontato, anche se non nelle proporzioni con cui si è poi configurata la sconfitta del partito fautore del rigore in Europa; e di possibilità che la Grecia possa uscire dall’euro si parla da mesi, da ben prima che Atene diventasse di fatto ingovernabile dopo le elezioni di settimana scorsa.
Dove sta il problema, allora? Perché i mercati – o la speculazione, come la si preferisce chiamare quando il segno davanti ai valori quotati diventa negativo – ieri hanno fatto schizzare gli spread di Italia e Spagna e affossato le Borse?
Le ragioni di questo, purtroppo, continuano a essere le solite da tempo: l’Unione è un continente politico ingovernato (e ingovernabile), nel quale la sovranità dei singoli Paesi non ha ceduto nulla, o quasi, a favore di una guida capace di guardare all’Europa nel suo insieme, nell’interesse di tutti e non solamente di qualcuno, per non dire del più forte.
È su questa base instabile e traballante che il duo Merkel-Sarkozy, per rispondere esclusivamente ai rispettivi elettorati, ha potuto far sì che la Grecia andasse lentamente alla deriva, imponendo a tutti i Paesi con livello di debito più critici una ricetta del rigore fine a se stesso capace di trascinare nel baratro l’economia dell’intero continente.
Fedele cartina di tornasole di questa condizione strutturale è la moneta dell’Eurozona: concepita per essere irrevocabile, in realtà molti leader europei sempre più spesso trovano utile affermare, quando si tratta di doversi dare una spolverata di pubblico rigorismo, che dall’euro si può tranquillamente uscire se non se ne rispettano le regole.
Nelle ultime ore lo hanno fatto ancora, abbastanza imprudentemente, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble e il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso. Un gioco al massacro dalla memoria corta. Da quando la tempesta del debito pubblico si è abbattuta sull’Europa, diversi governi hanno dovuto pagare, in un modo o nell’altro, seppure per responsabilità diverse, il loro tributo alla “dittatura degli spread”, cedendo il passo (in genere al partito fino a quel momento all’opposizione o a “tecnici”): è accaduto in Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia. Finito il giro dei cosiddetti “Piigs”, analoga sorte è toccata alla Francia, con l’uscita di scena di Sarkozy e la vittoria del socialista François Hollande, mentre ora in difficoltà appaiono i governi in carica in Olanda e, dopo il voto di domenica, in Germania.
È possibile che i terremoti politici più recenti stiano facendo maturare in Europa una maggiore sensibilità verso la necessità di politiche per la crescita, oltre al dovere della disciplina di bilancio. Ma è altrettanto realistico pensare che le antiche posizioni, a Berlino come ad Atene, possano invece ulteriormente irrigidirsi. E poi in un processo di questo tipo non è mai facile definire con chiarezza dove arrivi la pressione dei mercati e dove invece incominci la volontà dei popoli e, soprattutto, come questa possa incanalarsi in un percorso virtuoso invece che produrre derive populiste e disgreganti.
La realtà è che l’Europa sta implodendo a causa del suo essere fragile e ondivaga nella ricerca di soluzioni alla propria crisi, più appesa ai problemi elettorali interni di singoli Paesi, o di singole regioni, che salda nelle convinzioni di un modello di sviluppo condiviso e comune.
Senza la categoria della solidarietà, si potrebbe ricordare, il principio di sussidiarietà sul quale si fonda la libertà europea non può che trasformarsi in un’esaltazione dell’egoismo, come sta avvenendo. È in questa preoccupazione che va individuata la prima riforma necessaria. Più del rigore e della crescita. (Massimo Calvi)
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GRECIA: TORNANO I COLONELLI?
di Roberto Fantuzzi, da
http://www.finanzaelambrusco.it/ del 14/5/2012
Dopo i risultati delle elezioni del 6 Maggio scorso, in Grecia “a sòm mèss c’me tri in ‘na scrana” (stiamo messi come se fossimo seduti in tre su una sedia).
Pareva che il problema fosse a destra con i filonazisti di Alba Dorata new entry in parlamento, ma il problema maggiore è a sinistra.
Nonostante il premio di maggioranza per il primo partito Nuova Democrazia (centro destra), il crollo del Pasok (socialisti), impedisce di avere una maggioranza pro euro. Nel caso non si riesca a formare un governo di coalizione, si va dritti alle urne (e fuori dall’Europa). L’altra sorpresa elettorale è Syriza (comunisti) capeggiata dal leder radicale Alexis Tsipras; in caso di nuove elezioni questa formazione politica è accreditata dai sondaggi di un buon 24% (130 seggi circa, quando la maggioranza è di 151 seggi).
L’ordine di grandezza del problema si può desumere dai 5 punti che Tsipras ha posto come base della discussione per il programma del governo di coalizione:
- cancellazione immediata di tutte le misure che impoveriscono i greci, come i tagli alle pensioni ed ai salari;
- cancellazione immediata di tutte le misure imminenti che minano i diritti fondamentali dei lavoratori, come ad esempio l’abolizione dei contratti di lavoro;
- l’abolizione immediata della legge che concede l’immunità ai parlamentari dai procedimenti giudiziari, la riforma della legge elettorale e una revisione del sistema politico;
- un indagine sulle banche greche e l’immediata pubblicazione dell’audizione sul settore bancario fatta da Black Rock;
- la creazione di un comitato di revisione internazionale per indagare sulle cause del deficit pubblico della Grecia, con una moratoria su tutti i servizi del debito fino a quando i risultati verranno pubblicati.
Anche Fotis Kouvelis, leader di Sinistra Democratica, ha dettato le sue condizioni per entrare nel governo: annullare la legislazione che ha ridotto il salario minimo e facilita i licenziamenti e “sganciare” la Grecia dagli impopolari accordi con Ue e Fmi per i prestiti finanziari.
Verrebbe da chiedersi di che lavoro stanno parlando, visto che erano quasi tutti assunti dallo Stato - da qui il problema della spesa pubblica impossibile da controllare – in un paese che si poteva chiamare di pescatori, quando il pesce c’era.
La crisi greca è costata finora circa 240 miliardi di euro in prestiti dall’Europa alla Grecia e 1000 miliardi di euro dati dalla BCE alle banche europee per proteggerle dal rischio ellenico. Dire che l’hanno gestita male, è dire poco.
L’idea che ci siamo fatti è che con i normali meccanismi democratici non si possa risolvere un bel niente, e tanto meno con nuove elezioni che rafforzerebbero la maggioranza contraria all’Europa. A forza di fare della retorica i greci si sono infilati in un tunnel senza uscita.
Già nell’aprile del 1967, i Colonnelli dell’esercito greco fecero un colpo di Stato per “salvare il paese” dalla cospirazione comunista. Purtroppo, nel paese di Platone e Socrate, il rischio è che l’alternativa alla democrazia siano i Colonnelli. (Roberto Fantuzzi)
Subito due premesse: la prima è che lo stupido titolo fa riferimento alle pecore, la seconda è che questo post avrebbe dovuto essere pubblicato nella categoria “Up, close and personal” che da tempo abbiamo rimosso.
Uso Geopararazzi da tempo, e ho il privilegio e il piacere di conoscerne l’autore: Andrea Antonello. Sino a pochi giorni fa era però soltanto una conoscenza virtuale, ma il 27 aprile scorso è venuto trascorrere tre giorni di relax nella mia Palermo, spesi in visite lampo tra i numerosi beni culturali e ambientali di questa terra.
Una compagnia fissa è stata la ricotta: abbiamo iniziato con le muffolette, continuato con le cassatelle e chiuso con sfince di San Giuseppe e cannoli.

A Palermo (ed in quasi tutta la Sicilia) la ricotta è (quasi) soltanto di pecora. Credetemi è qualcosa di superiore, senza rivali nella sua categoria.
Io e Andrea siamo dei nerd geek normalmente “incollati” davanti al PC, ma il molto bello, il molto buono e dei strani superpoteri hanno preso il sopravvento e in questi giorni insieme siamo stati lontani da qualsiasi computer e abbiamo parlato di geomatica soltanto 10 minuti. Eravamo in macchina verso la “Riserva dello Zingaro”:
Andrea B. : Sarebbe bello in Geopaparazzi poter inserire come mappa di sfondo una propria base cartografica (una carta tecnica, una porzione di ortofoto, ecc.). Non dovrebbe essere difficile replicando il meccanismo di accesso ai tasselli dei layer ufficiali (OpenStreetMap, CycleMap, CloudMade, ecc.).
Andrea A. : Ci penso da tempo, ed avevo chiesto a tizio caio di mandarmi dei dati per fare un test, ma non li ho ancora ricevuti.
Andrea B. : Allora te li mando io
Un software come questo, utile per fare rilievi sul campo con uno smartphone, deve avere la possibilità di inserire come sfondo una proprio layer di sfondo; per ragioni legate ad una migliore qualità di rappresentazione, ad una maggiore risoluzione, ad un temastismo più adeguato e ad una data di aggiornamento più recente delle basi scelte.
Rientrato Andrea a Bolzano, gli mando subito il link al servizio pubblicato in tile caching dal S.I.T.R. Infrastruttura Dati Territoriale della Regione Siciliana (segnalatomi da Agostino Cirasa), e gli propongo di fare dei test con questo.
Stordito piacevolmente dalla ricotta ancora in circolo nel suo sangue, riesce subito ad ottenere un risultato. Con lui tutto sembra sempre molto facile, perché è una vera cintura nera di sviluppo in Java di applicazioni spaziali, ed è uno che ci mette sempre molta energia e positività.

Facciamo allora subito altri test, a partire da basi a sua disposizione ed abbiamo però qualche piccolo problema.
OpenStreetMap, Google Maps, Bing maps, Yahoo! maps e molti altri provider cartografici pubblicano i propri dati utilizzando meccanismi di tile caching che sfruttano la stessa proiezione (EPSG:3785), lo stesso taglio di tasselli, la stessa risoluzione e la stessa definizione dei livelli di zoom. L’unica differenza è nel modo in cui vengono indicizzati, e le chiamate dei client devono tenerne conto, in modo da scaricare il tassello corretto per quella zona a quel dato livelo di zoom. Il nostro problema nasceva banalmente proprio da qui: avevo generato dei tasselli secondo lo schema OGC, mentre Geopaparazzi se li aspetta secondo lo schema OSM.
Per fortuna è soltanto una questione di indici, e analizzato e compreso insieme con Andrea il problema, lui ha subito scritto il codice necessario a fare dialogare il suo software con lo schema OGC (e con altri), e finalmente abbiamo iniziato a visualizzare le nostre basi basi come layer di sfondo.

Come vi dicevo Andrea è bravo ed energico, ed in poche ore ha creato anche un motore per generare comodamente dalla GUI di uDig – tramite i JGrasstools - cartelle di tasselli da usare come source per Geopaparazzi, ed ha scritto il codice per abilitarne l’accesso anche da uDig.
Tutto questo lo vedrete nella prossima versione di Geopaparazzi e questo vale soltanto come post di annuncio; al rilascio ne daremo conto anche qui, con dei contributi più “tecnici” e pratici.
E’ stata la prima volta che ci siamo messi in gioco insieme su qualcosa di tecnico, ed è stata un’esperienza umana e professionale molto bella. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, ma ci siamo resi conto che unendo competenze e passione si ha come la sensazione di avere dei superpoteri.
L’ultima sera a Palermo l’abbiamo passata guardando The Avengers al cinema, e qualche giorno fa Andrea mi ha detto che “guardare fumetti insieme è qualcosa di molto intimo”. Per un po’ di tempo in chat lo chiamerò Tony (il ragazzo prodigioso è lui) e lui, rivolgendosi a me, Bruce!
Letture fatte e consigliate
L'articolo Geopaparazzi è sempre più beeelo …! è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.
La piattaforma e-learning di Geograficamente nasce da una sezione specifica di Openeforest e rappresenta l’idea che abbiamo del progetto formativo permanente di Geograficamente.
All’interno di questo contenitore verrenno erogati corsi di formazione in ambito geografico. Un’azione di diffusione della cultura geografica che prende avvio con l’introduzione di un breve corso di garden design e con altri interessanti temi che presto verranno aggiunti e di cui su queste pagine presto verrà data diffusione.

In SARDEGNA, tra i 10 referendum votati il 6 maggio scorso, uno di questi ha cancellato metà delle attuali PROVINCE. C’è stato il «SÌ» dei cittadini sardi all’ABOLIZIONE di OGLIASTRA, MEDIO-CAMPIDANO, CARBONIA-IGLESIAS e OLBIA-TEMPIO PAUSANIA (esprimendosi i cittadini sardi però anche a favore dell’abolizione delle altre quattro). Queste Province (ora abolite dal voto popolare) sono state istituite nel 2005. La più grande, OLBIA-TEMPIO PAUSANIA, ha 157 mila abitanti. La più piccola, OGLIASTRA, non arriva a 58 mila. OGNUNA di queste quattro Province ha poi addirittura DUE CAPOLUOGHI, con situazioni ai confini della comicità (Sergio Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 8/5/2912) – immagine tratta da www.linkiesta.it
Per i sostenitori del mantenimento delle Province è da augurar loro che non si vada adesso a un referendum per la loro abolizione, perché l’esito sarebbe scontato: ci sarebbe, ne siamo sicuri (nell’aria di desiderio di rinnovamento che gli elettori stanno esprimendo) un quasi plebiscito per la loro abolizione.

province della Sardegna
Quel che è accaduto il 6 maggio scorso in Sardegna, dove sono state abolite con una maggioranza che non lascia dubbi (il 97% dei votanti, che era il 35,5% degli aventi diritto che si era recato alle urne) quattro province (Ogliastra, Medio-Campidano, Carbonia-Iglesias e Olbia-Tempio Pausania) istituite una decina di anni fa e operative dal 2005. E, inoltre, i cittadini sardi si sono espressi anche a favore dell’abolizione delle altre quattro “storiche” province (Cagliari, Sassari, Oristano e Nuoro).
In base all’articolo 23 del decreto “salva-Italia” promulgato dal Governo Monti nel dicembre scorso, le province diventano enti di secondo grado; cioè non vengono elette dai cittadini ma dai rappresentanti dei comuni, il loro organico viene fortemente ridimensionato, vengono svuotate delle loro funzioni che sono trasferite a Regioni o comuni; e mantengono solo un generale ruolo di indirizzo e coordinamento.
Non potendo eliminare le province con legge ordinaria (è necessaria una revisione costituzionale), il governo ha appunto optato per il loro svuotamento di poteri. Il nuovo sistema dovrebbe diventare completamente operativo con l’emanazione di una legge che disciplini il passaggio di competenze, che dovrà arrivare entro il 31 dicembre 2012.

L’UNIONE DELLE PROVINCE ITALIANE (UPI) il 25 febbraio scorso ha detto NO A UN’ITALIA SENZA PROVINCE. E ha proposto strategie (e ricorsi) per difendere gli enti finiti nel mirino del governo Monti che – con il decreto “Salva Italia” – ne ha stabilito l’abolizione
Le competenze dicevamo. Le ATTUALI FUNZIONI DELLE PROVINCE sono: a) sull’istruzione pubblica, compresa l’edilizia scolastica per le scuole superiori; b) nel campo dei trasporti, della mobilità pubblica su strada; c) nella gestione del territorio (approvazione dei PAT, quando le regioni demanderanno il potere mantenendo solo quello di indirizzo); d) nel campo della tutela ambientale; e) nello sviluppo economico relativo ai servizi del mercato del lavoro – gli Uffici del lavoro, ex collocamento, e cose simili -.
Ebbene, nella razionalizzazione degli enti, le prime a dover essere abolite sono le province: enti che comprendono quasi sempre territori geomorfologicamente, geograficamente disomogenei; realtà territoriali, storiche che poco hanno in comune tra di loro (anche nei distretti produttivi, come bacini idrici, come esigenze di razionale gestione della formazione scolastica, etc.).
Però… qualche obiezione dei fautori delle province è molto seria. Abbiamo qui sopra elencato le attuali funzioni provinciali le quali saranno a carico, dal 2013 (con il passaggio di competenze…almeno in teoria dall’ “impegno” con decreto) di regioni e comuni. Ma è da chiedersi se riusciranno i comuni, specie quelli piccoli, ad esempio sotto i 15.000 abitanti che sono il 93% del totale, ad assolvere i compiti nel loro territorio portati avanti dalla provincia (e non ci sarà pericolo di frammentazione nella formazione scolastica, viabilità, collocamento al lavoro…). E’ vero che i compiti “più complessi” potranno essere gestiti direttamente dalla Regione, ma forse qualche problema ci potrebbe essere per funzioni, servizi, che necessitano che essi siano “più vicini possibile al cittadino”, e che in ogni caso i comuni con grande difficoltà potranno soddisfare.

suddivisione del territorio italico nelle attuali province
Per questo, noi riteniamo, che “UNA RIFORMA TIRA L’ALTRA”: cioè bisogna rivedere l’entità, la dimensione, la capacità di azione degli attuali comuni, accorpandoli e facendoli diventare delle “CITTÀ” (in territori geo- morfologicamente, storicamente, economicamente simili, unici, con almeno 60.000 abitanti – sul numero di cittadini, sessantamila, questa è una parametrazione nostra soggettiva, se ne può discutere se di meno o di più…).
Il rischio è che alla fine questo impellente, necessario, già tardivo a nostro avviso, processo di ridefinizione territoriale di tutti gli enti locali (l’accorpamento dei COMUNI con la costituzione di CITTÀ; l’eliminazione delle PROVINCE; la necessaria istituzione di “CITTÀ METROPOLITANE” in tutti i territori e non solo in 15 aree della penisola italica; l’eliminazione delle REGIONI e al loro posto la creazione di MACRO-REGIONI)… ebbene tutto questo processo di riforma geografico-istituzionale rischia di perdersi nelle nebbie del nulla.
E il fatto che già qualcuno paventi dubbi e forti opposizioni all’eliminazione delle province; o altri prospettino “solo” accorpamenti di province, e non il loro superamento (tutto questo lo esponiamo in alcuni articoli che qui di seguito in questo post vi proponiamo), e ciò dimostrerebbe la necessità che sempre più forze dell’opinione pubblica con convinzione facciano sentire la loro voce affinché si determini definitivamente questo primo passo essenziale: cioè il SUPERAMENTO DELLE PROVINCE. Solo da questo inizio potrà avvenire a “cascata” la ridefinizione del sistema degli attuali obsoleti comuni e delle anacronistiche (e dispendiose) regioni.
Pertanto se verranno abolite solo le province senza toccare tutto il resto dell’oramai più che inefficiente sistema attuale di comuni e regioni così come sono ora, hanno ragione da vendere i fautori del mantenimento delle province (…al massimo qualche poco convinto accorpamento si farà…) nel dire che il livello intermedio tra comuni e regioni non si presta ad essere eliminato: cioè che il divario “micro-macro” delle due entità richiede il livello provinciale. E così alla fine non se ne fa niente, tutto rimane come prima, al massimo con qualche piccolo cambiamento.
Non può essere questo il momento, l’epoca, ancora una volta della “non decisione”: alla fine potrà accadere che le province saranno eliminate da qualche nuovo “tiranno” che apparirà sulla scena quando ci sarà il fallimento di ogni entità pubblica, territoriale, locale, statale…. (…è stato il fascismo ad accorpare dei comuni…). Cosa che non vogliamo che si ripeta: per questo le riforme, la ridefinizione delle istituzioni locali dobbiamo farla davvero, democraticamente, “dal basso” (come nel referendum tenuto in Sardegna), superando parassitismi e deleterie rendite di posizione. (sm)
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LE PROVINCE COMINCIANO A MORIRE, MA NON SENZA LOTTARE
di Tommaso Canetta, da LINKINCHIESTA (http://www.linkiesta.it/ ) del 10/5/2012
Dopo i referendum sardi, anche il decreto Salva-Italia inizia ad avere i suoi effetti: nove province non sono andate al voto, sono state (o saranno) commissariate, ed entro fine anno entrerà in vigore la nuova disciplina. Sempre che i ricorsi ai giudici e le proteste di chi sarà tagliato non affossino la riforma.
Per le province niente sarà più come prima. Dopo anni di dibattito politico e mediatico, finalmente qualcosa si muove. I referendum che si sono tenuti il 6 maggio in Sardegna hanno decretato la soppressione delle quattro province di recente istituzione (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio) ed espresso la volontà di eliminare anche le quattro storiche (Sassari, Nuoro, Cagliari e Oristano). Ma non è tutto.
La riforma delle province decisa dal governo Monti col decreto “salva-Italia” inizia ad avere i primi effetti tangibili. In questa tornata di elezioni amministrative, nel sorprendente disinteresse dei mass media, non sono andate al voto le nove province che avrebbero dovuto rinnovarsi (sette per scadenza del mandato, due perché indette elezioni anticipate). Si tratta di Como, Vicenza, Belluno, Ancona, La Spezia, Genova, Ragusa, Caltanissetta e Cagliari.
In base all’articolo 23 del decreto “salva-Italia” le province diventano enti di secondo grado, cioè non vengono elette dai cittadini ma dai rappresentanti dei comuni, il loro organico viene fortemente ridimensionato, trasferiscono quasi tutte le loro funzioni a Regioni o comuni e mantengono solo un generale ruolo di indirizzo e coordinamento.
Non potendo eliminare le province con legge ordinaria (si richiede anzi una revisione costituzionale), questo è il risultato che è riuscito a raggiungere il governo. Il nuovo sistema dovrebbe diventare completamente effettivo con l’emanazione di una legge che disciplini il passaggio di competenze, che dovrà arrivare entro il 31 dicembre 2012. Questo per le province che si trovano in Regioni a statuto ordinario. Per quelle a statuto speciale entro il medesimo termine dovrà essere emanata un’apposita legge regionale.
Fino a che non saranno promulgate queste norme, nel decreto è previsto che le province per cui non si è votato vengano affidate a un commissario. Per le sei appartenenti a Regioni a statuto ordinario (Como, Vicenza, Belluno, Ancona, La Spezia e Genova) è stato deciso, con ordine del giorno votato dal Senato il 15 marzo, che vengano nominati commissari i presidenti uscenti e che consiglio e giunta vengano sciolti. Ad oggi tutti hanno accettato l’incarico, tranne Alessandro Repetto, presidente uscente della provincia di Genova in quota Pd, che si è dimesso il 18 aprile, in previsione del commissariamento. Le sue dimissioni sono diventate effettive l’8 maggio e il 9 sera è arrivata la nomina a commissario di Piero Fossati, già assessore provinciale alla viabilità.
Particolare il caso della provincia di Belluno, che già da ottobre 2011 è commissariata in seguito alle dimissioni del presidente Gianpaolo Bottacin (Lega Nord). Il commissario Vittorio Capoccelli a questo punto rimarrà in carica fino all’emanazione della legge sul passaggio di competenze a Regioni e comuni.
Nelle regioni a statuto speciale avrebbero dovuto votare Ragusa, Caltanissetta e Cagliari. Il capoluogo sardo era rimasto senza presidente eletto già a dicembre 2011, dopo le dimissioni di Graziano Milia (Pd) condannato per abuso di ufficio. Gli è succeduta la vicepresidente della giunta, Angela Quaquero, che tuttora detiene l’interim. Dalla Regione fanno sapere che la nomina di un commissario non è all’orizzonte, e che si attende l’emanazione di una legge regionale sugli enti intermedi (quali dovrebbero essere le province, a seguito della riforma) per normalizzare la situazione. Complicatasi, peraltro, col referendum consultivo che chiede la soppressione di tutte le province sarde.
Anche a Caltanissetta, in Sicilia, la provincia era già retta da un commissario. Nell’ottobre 2011 la Consulta aveva stabilito l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di amministratore locale, e a novembre, per rispettare la decisione dei giudici, il presidente della provincia Giuseppe Federico (Mpa) si è dimesso. Da febbraio 2012 l’ente è retto da un commissario, l’avvocato Damiano Li Vecchi, nominato dalla Regione. Non essendo prevista, al momento della nomina, una scadenza per il mandato di Li Vecchi, non è stata necessaria alcuna proroga. La legge regionale siciliana, che rinvia ad altra norma da emanarsi entro fine anno, si limita a congelare lo status quo in attesa di sapere quale sarà il destino dell’ente provincia, anche a livello nazionale.
Oltre a congelare la situazione a Caltanissetta, la stessa legge regionale ha predisposto il commissariamento della provincia di Ragusa, che sarebbe dovuta andare al voto. Non c’è ancora un nome per il commissario, ma dall’ente ibleo fanno sapere che l’iter per la designazione è avviato. La legge non impone un termine, e fino alla nomina del nuovo commissario rimarrà in carica il presidente eletto, Franco Antoci (Udc).
In ogni caso le province non intendono scomparire, o quantomeno venire snaturate, senza dare battaglia. L’Upi (unione delle province italiane) ha organizzato il primo febbraio 2012 la “giornata nazionale di mobilitazione contro la cancellazione delle province”, durante la quale 107 consigli provinciali si sono riuniti in seduta straordinaria aperta al pubblico, per spiegare il proprio dissenso contro il decreto “salva-Italia”.
Al termine della seduta, tutti i consigli provinciali hanno approvato l‘ordine del giorno unitario “No all’Italia senza le Province”, redatto dall’Upi, in cui si dà mandato alle proprie Regioni di promuovere il ricorso alla Corte Costituzionale. Alcune (Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio, Campania) si sono già attivate in tal senso. Oltre a ciò, quattro delle nove province che non sono andate al voto questo maggio, hanno presentato ricorso a diversi Tar, lamentando l’incostituzionalità di una decisione che elimina un diritto di voto per decreto.
Accanto alla via giudiziaria, si tenta anche di trovare una soluzione politica. Sempre durante la “giornata nazionale” contro l’eliminazione delle province, l’Upi ha invitato governo e parlamento ad approvare una riforma complessiva che si ispiri a questi principi: razionalizzazione attraverso la riduzione del numero delle amministrazioni; ripristino dell’elezione da parte dei cittadini; ridefinizione e razionalizzazione delle funzioni; eliminazione di tutti gli enti intermedi strumentali (agenzie, società, consorzi) che risultino inutili; istituzione delle città metropolitane; destinazione dei risparmi ad un fondo speciale per il rilancio degli investimenti degli enti locali. Secondo l’Upi con una riforma di questo tipo si potrebbero ottenere risparmi anche maggiori rispetto all’abolizione di fatto decretata dall’esecutivo.
Nonostante le indicazioni dei cittadini e gli sforzi del governo, la “questione province” rimane un ginepraio inestricabile. I ricorsi ai giudici potrebbero annullare gli sforzi compiuti finora, e i tempi lunghi di approvazione delle leggi (nazionale e regionali) che dovranno disciplinare il nuovo sistema lasciano spazio ad ulteriori incertezze. Tra presidenti commissariati, commissari rinnovati, referendum e controriforme, l’unica certezza è che se la politica fosse intervenuta per tempo con una legge costituzionale questa confusione si sarebbe evitata. (Tommaso Chiaretta)
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RIDURRE LE PROVINCE E GLI SPRECHI: DALLA SARDEGNA UN ESEMPIO CONCRETO
di SERGIO RIZZO, da “il Corriere della Sera” del 8/5/2012
Visto che non era poi così difficile? Mentre qui si chiacchiera senza costrutto sul destino delle Province, dalla Sardegna, dove un referendum ne ha cancellate metà, arriva un segnale importante. Il «sì» dei cittadini sardi all’abolizione di Ogliastra, Medio-Campidano, Carbonia-Iglesias e Olbia-Tempio Pausania è una crepa nel muro che minacciava di resistere anche al decreto «salva Italia».
Una barriera eretta da quanti confidavano che il sistema delle Province alla fine, magari con qualche modesto sacrificio, sarebbe comunque sopravvissuto. C’è da dire che l’esistenza in vita dei quattro enti in via di sparizione come conseguenza del voto era scarsamente difendibile: almeno in base ai numeri.
Le Province in questione sono nate nel 2005. La più grande, Olbia-Tempio Pausania, ha 157 mila abitanti. La più piccola, Ogliastra, non arriva a 58 mila. Ci abita meno gente che nel Comune di Fiumicino. Ma non basta. I consiglieri provinciali sono cento. Ognuna di queste quattro Province ha poi addirittura due capoluoghi, con situazioni ai confini della comicità.
Prendiamo l’ Ogliastra: a Tortolì, 10.838 abitanti, ha sede il consiglio provinciale; a Lanusei, 5.655 anime e 19 chilometri di distanza, si riunisce invece la giunta. Idem, con qualche variante, accade nelle tre restanti Province. Tutto questo non è certamente gratis. Commentando il risultato del referendum in Sardegna l’Istituto Bruno Leoni ricorda come Andrea Giuricin, nel libro Abolire le Province curato da Silvio Boccalatte per Rubbettino-Facco, avesse fatto alcuni calcoli interessanti sul costo di quegli enti. E lo stesso autore oggi invita ad assumere la vicenda sarda come «esempio di moltiplicazione delle spese dovute all’istituzione di una nuova Provincia».
Il caso di scuola è quello di Carbonia-Iglesias, i cui 23 Comuni appartenevano in precedenza a Cagliari. Già nel 2007 il bilancio preventivo della Provincia prevedeva un costo di 30 milioni di euro. Contemporaneamente, anziché diminuire, le spese della Provincia cagliaritana che aveva perduto tutti quei municipi erano invece salite a 172 milioni dai 133 del 2005. (Sergio Rizzo)
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PROVINCE, CORAGGIO, TAGLIARLE SUBITO
di SERGIO RIZZO, da “il Corriere della Sera” del 9/5/2012
L’occasione è ghiotta per smarcarsi finalmente dal gioco a rimpiattino che si trascina da mesi sull’abolizione delle Province. Mario Monti farebbe bene a non lasciarsela sfuggire. Non bastasse la valanga di sondaggi favorevoli all’eliminazione di quegli enti, le elezioni amministrative di domenica e lunedì 6-7 maggio hanno detto con chiarezza che la volontà popolare è per il superamento dei vecchi schemi.
Indubbiamente una spinta in più a favore di un intervento a tutto campo del governo, che dovrà recepire il risultato del referendum della Sardegna. E approfittando di questo potrebbe finalmente tagliare la testa al toro. Non limitandosi esclusivamente a ratificare la decisione dei cittadini sardi, che hanno cancellato le quattro nuove Province operative dal 2005 esprimendosi però anche a favore dell’abolizione delle altre quattro, ma sciogliendo insieme, con un provvedimento, tutti i nodi irrisolti del decreto salva Italia che riguardano le altre Province italiane.
La manovra Monti di dicembre stabilisce che le loro funzioni siano trasferite ai Comuni o assunte dalle Regioni entro il 31 dicembre 2012. Per quella data dovranno essere anche fissate le regole con le quali gli organi politici elettivi provinciali sarebbero di fatto cancellati, visto che gli attuali consigli dovrebbero essere sostituiti da strutture composte al massimo da dieci persone, emanazione diretta dei Comuni.
Il problema è che questi passaggi, automatici nella versione iniziale del decreto salva Italia, sono stati in seguito subordinati per le pressioni politiche all’approvazione di una legge: appunto entro la fine di quest’anno. Evidentemente nella speranza di limitare al massimo i danni. Va da sé che per ogni giorno passato in più, le resistenze si rafforzano.
L’ultimo segnale è la decisione di non commissariare le sei Province che si sarebbero dovute rinnovare in questa tornata di amministrative (Como, Genova, La Spezia, Ancona, Vicenza e Belluno) con la nomina di altrettanti prefetti, com’è prassi e come prevede il testo unico sugli enti locali, ma nominando commissari gli attuali presidenti (tranne quello di Genova, dove Alessandro Repetto si è dimesso). Di fatto, quindi, prorogandoli.
In Sicilia si moltiplicano gli sforzi perché gli organi della Provincia di Ragusa vengano anch’essi prorogati. Da vero irriducibile, nel frattempo, il presidente della Provincia di Palermo Giovanni Avati ha appena annunciato l’inaugurazione «entro un anno» di una «Città dei giovani» in una ex caserma. Costo: 10 milioni di euro prelevati, scrive il giornale online LiveSicilia, dal «progetto sicurezza».
E non si demorde nemmeno in Sardegna. Per nulla scoraggiata dal risultato del referendum, né dalle dimissioni subito rassegnate dal presidente di Carbonia-Iglesias Salvatore Cherchi e di quelle annunciate del presidente del Medio Campidano, Fulvio Tocco, l’Unione delle Province sarde annuncia battaglia, contestando il raggiungimento del quorum.
Mentre c’è chi non esclude che il terremoto politico potrebbe addirittura provocare lo scioglimento anticipato del Consiglio regionale. Questo è dunque il momento per chiudere la partita, una volta per tutte. Aspettare ancora significherebbe offrire ulteriori assist ai frenatori, persuasi che il trascorrere delle settimane giochi a loro favore. Non a torto.
L’agenda dei prossimi mesi del governo e del Parlamento (dove siedono, è bene ricordarlo, dieci presidenti di giunte provinciali) rischia di essere infernale, e per una faccenda così spinosa come l’abolizione delle Province nella loro versione attuale potrebbero non esserci nemmeno i tempi tecnici per rispettare la scadenza di fine anno. Quando l’Italia, per inciso, sarà già in piena campagna elettorale. E vedremo un altro film. (Sergio Rizzo)
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BCE: PROVINCE DA ACCORPARE, NON PIÙ ELIMINARE
di Luigi Oliveri, da LEGGIOGGI.IT (http://www.leggioggi.it/) DEL 2/5/2012
- Abolirle, fonderle, sostituirle? Da ultimo, la Banca Centrale Europea ha invitato il Governo ad “accorparle”, come misura che consentirebbe un chiaro risparmio ai costi della politica -
Sulle province continua senza sosta il balletto delle incertezze. Abolirle, fonderle, sostituirle con i comuni, con le regioni, devolvere le competenze o eliminarle? Che intervenire sulle province sia necessario tutti lo dicono, come procedere nessun lo sa. Anzi, la confusione regna sempre più sovrana.
Da ultimo, la Banca Centrale Europea, per voce di Mario Draghi, ha invitato il Governo italiano ad “accorpare” le province, come misura che consentirebbe certamente un chiaro risparmio ai costi della politica. Dunque, si torna ad utilizzare un verbo, “accorpare”, che non prevede l’eliminazione dell’ente (voce del verbo “sopprimere”), ma la sua conservazione, ma razionalizzandone il numero.
La Bce ha forse cambiato idea? Si direbbe proprio di no, rileggendo il passaggio della famosa lettera dell’8 agosto 2011 (scritta a tre mani da Draghi, Trichet e Tremonti) riguardante la questione: “3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’é l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali”.
Come si nota, checché ne possa dire chiunque, nell’estate scorsa la Bce non chiese affatto (la famosa tiritera dell’«Europa che ce lo chiede»…) sic et simpliciter di abolire le province, ma di verificare se fosse opportuno “abolire o fondere” strati intermedi dell’organizzazione istituzionale, facendo riferimento alle province solo come esempio.
E’, tuttavia, bastata questa semplice e anche logica osservazione della Bce-commissario dell’Italia, perché la campagna già da tempo in atto, ringalluzzisse gli Stella-Rizzo ed epigoni vari, per l’eliminazione pura e semplice delle province. Da qui, la cieca e sorda ottemperanza del Governo-Monti alle presunte indicazioni dell’«Europa che ce lo chiede» che ha prodotto il paradossale disegno contenuto nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito in legge 214/2011 (il cosiddetto decreto pomposamente denominato “Salva Italia”, con le province, proviamo a pensarci, chiamate a salvare il Paese…).
Detto articolo ha previsto un garbuglio inestricabile, dal quale emerge:
a) le province non si aboliscono, né si accorpano, ma restano;
b) tuttavia, le si priva delle loro funzioni, salvo imprecisate e imprecisabili funzioni di indirizzo e coordinamento dei comuni del territorio;
c) le altre funzioni delle province (che né Stato né regioni sanno quali siano…) dovrebbero essere attribuite ai comuni o alle regioni, con leggi statali e/o regionali;
d) le province divengono enti “di secondo grado”, i cui organi di governo, presidente, consiglio e giunta, sono una derivazione dei comuni del territorio, in quanto l’elettorato attivo spetta a sindaci e consiglieri comunali, secondo quanto ha stabilito un recente disegno di legge attuativo della previsione.
Dopo l’entusiasmo per la grande “ideona” contenuta nel decreto, però, si è iniziato a guardare davvero dentro alla riforma e a fare delle considerazioni meno populiste e da inchiesta scandalistica.
Si è scoperto, ad esempio, che manca totalmente una norma di carattere tributario e finanziaria che regoli il passaggio delle competenze dalle province a comuni o regioni. L’attività ordinaria delle province è, infatti, finanziata in parte da trasferimenti statali e regionali, in altra parte – preponderante – da entrate tributarie e patrimoniali proprie. Qualunque ente si dovesse sostituire alle province nello svolgere le loro funzioni (che non potrebbero essere abolite) dovrebbe acquisire le connesse risorse per poterle svolgere. Ma, questo determinerebbe effetti devastanti sulle regole del patto di stabilità e sui tetti alle spese di personale per gli enti riceventi.
Mentre manca ancora totalmente un semplice barlume di norma che possa porre rimedio a questa carenza, nonché alla circostanza che regioni o comuni dovrebbero anche accollarsi il rilevantissimo carico finanziario degli obiettivi che le province assicurano al patto di stabilità, ci si è anche accorti che le funzioni di indirizzo e coordinamento non significano nulla, non servono a nulla e che occorre allora conservare alle province funzioni di area vasta.
A causa di ciò, le leggi regionali e statali che dovrebbero trasferire le funzioni provinciali a comuni o regioni sono per ora cadute nel dimenticatoio. Mentre, invece, è tornata in auge l’iniziativa normativa pomposamente denominata “Carta delle autonomie”, più empiricamente qualificabile come riforma del testo unico sull’ordinamento delle autonomie locali (d.lgs 267/2000), nell’ambito della quale si intende riattribuire alle province funzioni tipiche di “area vasta” come programmazione urbanistica, tutela dell’ambiente, manutenzione delle strade e sistema dei trasporti, ma contestualmente si eliminano due funzioni fondamentali che non possono non appartenere al livello provinciale, come l’edilizia scolastica e la rete dell’istruzione superiore, nonché il sistema delle politiche attive per il lavoro, per altro fortemente innovato dal contestuale disegno di legge-Fornero.
Un caos biblico, che per ora, a ben vedere, somiglia ancora al topolino partorito dalla Montagna.
A Francoforte probabilmente se ne sono resi conto. E la Bce, adesso, raddrizza il tiro e precisa meglio. Indicando che non è il caso di avventurarsi nella soppressione delle province, la quale per altro richiederebbe una riforma costituzionale per la quale non vi sono nemmeno i tempi tecnici (per non parlare degli immani costi amministrativi per trasferimento di immobili, utenze, titolarità di contratti e personale).
Dunque, una più saggia indicazione volta all’accorpamento. Operazione estremamente più indolore e semplice rispetto ad una soppressione sic et simpliciter, in quanto molto più semplice da gestire sul piano finanziario e tributario: infatti, sarebbe possibile in modo trasparente garantire il rispetto degli obiettivi del patto di stabilità, non vi sarebbero problemi anche contrattuali nel trasferimento del personale, si ridurrebbero significativamente le “poltrone” politiche, non si determinerebbe la necessità di modificare radicalmente l’assetto della finanza locale e delle norme tributarie.
E sarebbe anche possibile lasciare alle province tutte le funzioni tipiche di area vasta, le quali altro non sono se non quelle indicate dall’articolo 21 della legge 42/2009, cioè la legge delega sul federalismo fiscale, quella dei fabbisogni standard, tra l’altro già rilevati proprio in riferimento ai servizi per il lavoro e ai servizi riguardanti l’istruzione superiore. Sarebbe assurdo sprecare questo lavoro già svolto, che consentirebbe nelle province, per prime, di introdurre indicatori di produttività e standard di costi.
Lecito chiedersi se la nuova indicazione della Bce non sia stata impostata nuovamente a più mani, col Governo italiano, come strategia d’uscita dal vicolo cieco nel quale il Governo stesso, trascinato dalle invocazioni di Stella-Rizzo ed epigoni, si era cacciato con la in felicissima disposizione contenuta nell’articolo 23 del “Salva Italia”. Adesso, infatti, il Governo potrebbe dire che l’Europa non chiede di abolire le province, ma semplicemente di accorparle.
Si tornerebbe, così, mestamente, al disegno normativo già proposto con l’articolo 15 del d.l 138/2011 (la seconda manovra finanziaria estiva), poi quasi totalmente soppresso dalla legge 148/2011 di conversione, del 14 settembre.
Sette mesi buttati al vento, per tornare all’unica ipotesi oggettivamente plausibile, quella della riduzione delle province, ma non della loro soppressione, visto che il livello intermedio tra comuni e regioni non si presta ad essere eliminato. In Europa solo Cipro, Lichtenstein, Città del Vaticano e San Marino non hanno il livello provinciale. E lo stesso deleterio articolo 23 del “Salva Italia” prevede, come rimedio all’eliminazione delle funzioni amministrative in capo alle province che “I Comuni possono istituire unioni o organi di raccordo per l’esercizio di specifici compiti o funzioni amministrativi garantendo l’invarianza della spesa”.
Insomma, il frettoloso decreto di fine anno ha puntato disordinatamente sulla sostanziale soppressione (anche se non di diritto) delle province, per sperare che nuove forme associative comunali ne prendessero il posto, senza considerare gli egoismi tipici dei campanili e, soprattutto, senza ricordarsi della più che fallimentare esperienza delle unioni dei comuni, utili non per rafforzare e razionalizzare i servizi, ma per creare enti ancora più deboli e inefficienti.
La Bce, adesso, precisa che le province occorre accorparle e non eliminarle. Ma nessuno intende prendere in seria considerazione la necessità di partire a razionalizzare l’organizzazione pubblica in primo luogo eliminando proprio tutti gli enti intermedi tra comuni e province come unioni, consorzi, comunità montane (a proposito, ma anche queste non dovevano essere soppresse), nonché la quantità enorme di enti ed entucoli regionali, i consorzi di bonifica, i consorzi imbriferi, i magistrati delle acque e altre simili parcellizzazioni dell’azione amministrativa, che si presterebbero con estrema facilità ad essere ricondotti proprio al livello di governo provinciale.
Vedremo se occorrerà attendere l’ennesima lettera o segnale di fumo dell’«Europa che ce lo chiede» o se saremo capaci noi, finalmente, di ragionare davvero con le nostre teste, pensando a ciò che è utile e possibile. (Luigi Oliveri)
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PER L’EMILIA ROMAGNA
PROVINCIA UNICA È ORA DI AGIRE
di Giancarlo Mazzuca, da “Il Resto del Carlino” del 3/5/202
Se il governo dei tecnici è stato costretto a ricorrere a un altro tecnico (Enrico Bondi, già Parmalat), per frenare le amministrazione pubbliche che continuano a mungere dalla tetta dello Stato, mi chiedo: a chi si rivolgeranno i professori per accorpare le Province?
Ormai Monti & C. non hanno più alibi: persino la Bce ha chiesto di procedere senza dilazioni al processo di razionalizzazione di questi enti territoriali. Bisogna fare presto perché le Province ci costano dai 12 ai 18 miliardi di euro l’anno. Il decreto ‘Salva Italia’ ne prevede già l’abolizione, ma resto convinto che si tratti solo dell’«ammuina» dei marinai della flotta borbonica: cambiare tutto, per non cambiare nulla, E, allora, è preferibile seguire il pressante invito della Bce: mettiamo assieme le più piccole e quelle che lo richiederanno.
Torna, così, di grandissima attualità la proposta rigorosamente bipartisan avanzata dal sindaco Pd di Forlì, Roberto Balzani, e dal sottoscritto che hanno chiesto la creazione della provincia unica di Romagna. Con questi chiari di luna, è impossibile pretendere il varo della Regione Romagna: accontentiamoci, dunque, della provincia unica. I romagnoli raggiungerebbero gli obiettivi di una certa autonomia, senza gravare ulteriormente (facendo, anzi, risparmiare qualcosa) sulle casse delle Stato, che oggi debbono mantenere in vita tre amministrazioni provinciali. Non solo: con la provincia unica si riuscirà finalmente a mettere in pratica il progetto di ‘area vasta’ che la Regione non è, finora, stata in grado di attuare anche per colpa dell’eccessivo municipalismo (dalle sedi degli aeroporti agli enti fieristici) che ha costituito la forza trainante dell’Italia dei Comuni, ma che rischia di trasformarsi in un ‘boomerang’ per i cittadini.
Il nostro progetto avrà pure qualche difetto, ma potrebbe diventare l’occasione d’oro per rifondare una nuova classe dirigente romagnola trasversale, capace, cioè, di superare le vecchie logiche dei partiti e di rompere le ‘lobbies’ cittadine. E’ il momento della Romagna unita, anche perché, come diceva un vecchio intellettuale socialista, Torquato Nanni, solo in Romagna «la politica non è interesse e non è dottrinarismo, è azione, è passione, è ribellione». (Giancarlo Mazzuca, parlamentare Pdl)
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PROPOSTA “LOMBARDA”
PROVINCE LOMBARDE PRONTE A FONDERSI NELLA «GRANDE BRIANZA»
da “il Corriere della Sera” del 4/5/2012
COMO – (a.cam.) Contro l’imminente eliminazione delle Province, i vertici dei dodici enti della Lombardia giocano la carta dell’ accorpamento e propongono la costituzione della Grande Brianza. L’ idea è stata lanciata ieri dalla Consulta dei Presidenti dei consigli provinciali. La riunione è stata convocata a Como perché la Provincia lariana sarà tra le prime in Italia ad essere «cancellata».
La nomina del commissario è attesa entro il 27 maggio prossimo. «A breve saremo pronti con una proposta concreta di accorpamento che presenteremo alla Regione e al governo – assicura Bruno Dapei, coordinatore della Consulta -. Al momento il progetto è solo abbozzato, ma abbiamo istituito un tavolo di lavoro che procederà in modo serrato per concretizzare l’ idea».
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PROVINCE ACCORPATE, IL REBUS DELLE RIVALITÀ
di Andrea Garibaldi, da “il Corriere della Sera” del 3/5/2012
- Le ipotesi: Lecco con Como, Piacenza con Parma. Nella scelta più drastica, «salve» solo 36 -
Una delle ipotesi è questa, che la provincia di Lecco finisca accorpata con quella di Como, e di conseguenza dominata, visto che Como comprende quasi 600 mila abitanti e Lecco si ferma a 340. Ma si può? Lecco è provincia da vent’anni solamente e mal sopporterebbe di riunirsi all’altro ramo del lago. Il ramo di Manzoni che si sottomette a quello di Alessandro Volta? Piuttosto, i lecchesi preferirebbero legarsi a Sondrio, che con i suoi 183 mila abitanti finirebbe in posizione gregaria.
Le due possibilità convivono nel piano di lavoro che i tecnici del ministero della Pubblica amministrazione e dell’Interno stanno elaborando. Il tema è annoso, ha prodotto fiumi di parole, non si è mai tramutato in realtà: il taglio delle 109 province italiane. Un altro «matrimonio» impossibile sarebbe quello di Piacenza (290 mila abitanti) con Parma (442 mila).
Furono assieme, per tre secoli, ma i parmigiani dicevano «Ducato di Parma e Piacenza (che anche se non c’è facciamo senza)». A Parma hanno sempre guardato verso Parigi, nobilitati dalla Certosa di Stendhal, a Piacenza (in provincia è nato Pier Luigi Bersani, segretario pd) si son sempre sentiti più lombardi che emiliani. Andiamo avanti. Enna (172) con Caltanissetta (272), i due capoluoghi di provincia più alti della Sicilia.
Ma qui bisognerebbe superare la potestà delle Regioni a statuto speciale sulle autonomie locali…
Il governo Monti ha già dato un bel fendente. Col decreto «salva Italia», le Province (ultimati i mandati in corso) sono state abbassate a enti di secondo livello. Abolite le giunte. Consigli provinciali eletti non dai cittadini, ma dai consigli comunali interessati. Competenze da trasferire a Regioni e Comuni entro la fine dell’anno.
Ora siamo agli atti successivi. Presso la commissione Affari costituzionali della Camera si discutono le modifiche agli articoli 114 e 133 della Costituzione. Da una parte, le Province potrebbero sparire dal breve elenco degli enti che costituiscono la Repubblica. Dall’altra, verrebbero cancellate (o accorpate) le province sotto un certo numero di abitanti. In questa fase il Dipartimento riforme istituzionali del ministro per Pubblica amministrazione, Patroni Griffi, e il ministero dell’Interno di Anna Maria Cancellieri forniscono idee e documenti al Parlamento.
Le ipotesi principali all’attenzione della commissione sono tre: salvare le province con più di 350 mila abitanti, quelle con più di 450 mila, o addirittura solo quelle con 500 mila abitanti. Nel primo caso resterebbero in vita 58 province e le prime «non elette» sarebbero Arezzo (349.651 abitanti) e Livorno (342.955). Fuori anche Trieste, Siena, Campobasso, Grosseto, Prato… Nella seconda lista ci sono invece 39 province, lasciando a terra Brindisi, Potenza, Catanzaro, Siracusa. Infine, l’ipotesi più drastica salverebbe appena 36 province (qui stiamo inserendo anche quelle delle Regioni a statuto speciale), che includono le grandi città, comprese Udine, Reggio Emilia, Latina, Pavia.
Lo scenario disegnato dai tecnici ministeriali è drastico in ogni caso, se si pensa che suscitò scandalo, esattamente due anni e poi un anno fa, l’idea del ministro Tremonti di sforbiciare tutte le province al di sotto dei 220 mila abitanti o dei 300 mila abitanti, misura che ne avrebbe conservate in attività ben 86, oppure 70. Di fronte alle ribellioni degli esclusi, Berlusconi rinviò a miglior data.
Nel frattempo in Italia sono andate avanti le rivendicazioni per nuove province, Gela, Caltagirone, anche la Ladinia, promossa dalla Lega Nord. Ora però nel clima generale di risparmi sulla spesa pubblica, perfino l’Unione province italiane ha presentato (febbraio scorso) un testo che propone l’autoriduzione da 109 a 60.
Le decurtazioni proposte dal governo sono accompagnate – come abbiamo visto – dalla possibilità di effettuare accorpamenti fra province contigue, che raggiungerebbero il «tetto» con la somma degli abitanti.
Oltre ai difficili connubi fra Lecco e Como o fra Parma e Piacenza, ce ne sono altri immaginati nei ministeri. Con alcuni dolorosi passi indietro. Prendiamo Lodi. La Provincia è giovane, nata nel marzo ’92, dal distacco di 61 Comuni da Milano. Ora quel che si prospetta sarebbe l’accorpamento di Lodi (228 mila abitanti) a Cremona (364 mila). Meglio tornare sotto l’ala di Milano, allora?
In Consiglio dei ministri, lunedì, il governo ha portato un sistema cartesiano nel quale si dimostra che le Province di maggiori dimensioni hanno spese per abitante notevolmente più basse delle Province più piccole.
In Sardegna (statuto speciale) ci sono nove province per un milione e mezzo di abitanti. In Molise due province per 300 mila abitanti. Un terzo delle Province, secondo il ministero dell’Economia, spende più del 40 per cento del bilancio in stipendi per i dipendenti. Quanto si potrebbe risparmiare ancora non è chiaro, visto che il personale verrebbe riassorbito nei ranghi dello Stato. (Andrea Garibaldi)
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VOCI CONTRO
“I COSTI DELLA POLITICA” E L’IDEA DI ABOLIRE LE PROVINCE
di Valerio Onida, da “il Corriere della Sera” del 23/7/2011
Da qualche tempo, in nome della necessità di ridurre i “costi della politica”, ha ripreso vigore l’idea di abolire le Province come enti locali. Ma davvero sarebbe una buona idea? Naturalmente non basta l’argomento che le Province “costano”. Tutte le istituzioni “costano”. Il problema è se “servono”.
Le Province “enti inutili”? E’ vero che alla Costituente si era pensato che la creazione delle Regioni le avrebbe reso superflue. Ma poi l’idea rientrò; e l’esperienza successiva ha condotto viceversa ad un progressivo rafforzamento delle funzioni del livello di governo provinciale, pur dopo l’istituzione delle Regioni.
Sono lontani i tempi in cui si diceva che le Province servivano solo per strade, manicomi e assistenza agli illegittimi. Le Province continuano ad occuparsi di strade, ma le loro funzioni sono andate crescendo. Nella legge del 1990 sulle autonomie locali e nel testo unico del 2000 la Provincia è definita come l’“ente locale intermedio tra Comune e Regione,” che “rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo”.
Tra le funzioni delle Province vi sono quelle, riguardanti “vaste aree intercomunali o l’intero territorio provinciale”, nei settori della difesa del suolo, della difesa dell’ambiente, dei trasporti, dello smaltimento dei rifiuti, dell’istruzione secondaria di secondo grado. Alla Provincia fanno poi capo rilevanti funzioni di programmazione, in particolare il piano territoriale di coordinamento che determina gli indirizzi generali di assetto del territorio.
Chi dovrebbe svolgere queste funzioni, se venissero soppresse le Province? Non è pensabile che compiti di “area vasta” possano essere attribuiti agli oltre 8.000 Comuni (dei quali circa 7.500 con meno di 15.000 abitanti): dunque essi andrebbero in gran parte alle Regioni.
In teoria sarebbe anche possibile immaginare un sistema di “enti intermedi” costituiti da associazioni di Comuni, con uffici e strutture condivisi. Ma l’esperienza dice che mettere d’accordo fra loro 20 o 100 Comuni della stessa area per esercitare insieme delle funzioni è assai complicato, e non è detto costi meno che affidare tali funzioni ad un ente autonomo come la Provincia.
Né, ovviamente, è proponibile un accorpamento massiccio dei piccoli Comuni: l’autonomia comunale si nutre della storia e del senso di autoidentificazione delle comunità, grandi e piccole, sul quale è destinato ad infrangersi ogni disegno “razionalizzatore” astratto. Sarebbe anche possibile immaginare che la Regione decentri i suoi uffici nel territorio. Le unità organizzative (e il personale) però non diminuirebbero.
Si “risparmierebbe” solo l’elezione di Presidenti e di consigli: ma siamo sicuri che l’accentramento politico in capo alla Regione, che ne risulterebbe, sia una soluzione soddisfacente? Uno dei timori e dei rischi che da sempre caratterizzano il nostro sistema delle autonomie è quello del “centralismo” regionale. Non è affatto detto che un semplice decentramento amministrativo della Regione sia in grado di soddisfare le aspirazioni di autogoverno delle popolazioni.
Il punto, semmai, è un altro. Le realtà regionali non sono tutte eguali. La Lombardia ha 9 milioni di abitanti e oltre 1.500 Comuni: immaginare che tutte le funzioni di area vasta siano governate dal Pirellone sarebbe follia pura: provate a dire agli abitanti dei piccoli e grandi Comuni del comasco o del bresciano che tutto ciò che è sovracomunale deve dipendere politicamente da Milano! Non è lo stesso se si tratta di una Regione piccola o piccolissima. La Valle d’Aosta (125.000 abitanti e 74 Comuni) non è suddivisa in Province. Si può discutere se davvero il Molise (320.000 abitanti e 136 Comuni) debba essere articolato in due Province. Ma nelle grandi Regioni l’esigenza di avere enti intermedi rappresentativi delle popolazioni è difficilmente negabile.
Allora non si tratta di abolire tout court le Province, programma irragionevole e impraticabile. Semmai di limitare le spinte localistiche impedendo che nascano sempre nuove piccole Province (come le otto in cui da ultimo si è frammentata la Sardegna). E, viceversa, di dare vita finalmente, nelle aree metropolitane, a cominciare da Milano, a un vero ente di governo (elettivo) di dimensione corrispondente, che sostituisca la Provincia e riunisca in sé non meno, ma più funzioni rispetto ad essa.
E’ la Città metropolitana, prevista da dieci anni nella Costituzione e mai realizzata (mentre si è costituita la nuova Provincia di Monza e della Brianza). Si eviterebbe così che i problemi del territorio della “grande Milano” – dalla pianificazione territoriale dei grandi insediamenti agli interventi per evitare le periodiche esondazioni del Seveso – restino affidati all’asimmetrico rapporto fra un Comune capoluogo dai confini ristretti ma che ogni giorno è “usato” anche da centinaia di migliaia di abitanti dell’hinterland, e un gran numero di Comuni piccoli o medi privi di voce in capitolo.
Meno retorica dell’antipolitica, e più capacità di affrontare i problemi con razionalità: è chiedere troppo, nell’Italia di oggi? (Valerio Onida)
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ABOLIRE LE REGIONI?
LA SPESA PUBBLICA VA SFOLTITA PARTENDO DALLE REGIONI TROPPO VORACI
di Marco Valerio Lo Prete, da “IL FOGLIO” del 9/5/2012
Quello di limare la spesa pubblica è un obiettivo popolare, almeno a giudicare dal numero di segnalazioni e suggerimenti che i cittadini hanno inviato al governo: 95 mila email spedite in una settimana di consultazione pubblica. Un obiettivo popolare ma complicato da raggiungere, tanto che Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alla “spending review”, parlando a decine di dirigenti della Pa riuniti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, ha consigliato loro “una purga” per “digerire i risparmi” necessari.
Alla purga in questione – visto che da dicembre a oggi “la riduzione dello spread non è avvenuta con la velocità che avremmo sperato”, ha detto ieri il premier Mario Monti – dovrà ricorrere l’amministrazione centrale e poi soprattutto gli enti locali, regioni in primis.
Anche per questo il solitamente compassato Vittorio Grilli, viceministro dell’Economia, non perde occasione pure in privato per punzecchiare i governatori: la spesa per i ministeri, ricorda, rappresenta appena il 5 per cento della spesa pubblica. E ancora, come ha spiegato alla trasmissione “Ballarò”: “I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, nei ministeri sono 175 mila. I numeri più grandi sono nella scuola (1 milione di occupati), nella sanità (720 mila), nelle regioni e negli enti locali (500 mila)”.
Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, gli ha dato man forte ricordando che contro la riduzione della spesa pubblica “ci sono resistenze nella Pubblica amministrazione, per esempio nei diversi costi sanitari delle regioni”.
Non solo dipendenti pubblici e sanità; anche l’acquisto di beni e servizi dipende dalle regioni, come ha spiegato Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia: “Parliamo di 130 miliardi di euro. La Consip (società del ministero dell’Economia, ndr) copre solo il 30 per cento di questi acquisti, il resto dipende da province, regioni e comuni”. Per non dire dei debiti di enti locali e regionali verso le imprese, stimati tra i 30 e i 70 miliardi di euro. D’altronde lo stesso Giarda, autore nel 2011 di una “analisi preliminare della spesa” e oggi del “rapporto sulla spending review”, non ha mai risparmiato frecciatine alle regioni.
Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, e che assieme alla nomina del super commissario Enrico Bondi ha dato ufficialmente il via alla fase operativa della spending review, Giarda azzarda un’ipotesi politologica per spiegare il ruolo decisivo delle regioni nell’alimentare la spesa pubblica: “La sanità trova nei governi regionali (per i quali la spesa sanitaria assorbe il 70 per cento della spesa complessiva) potenti interpreti delle popolazioni interessate, ai quali fanno eco gli interessi delle ditte fornitrici di farmaci e attrezzature sanitarie. Ne deriva una pressione molto forte sulle risorse pubbliche da assegnare alla sanità”.
Mentre “la scuola e la sicurezza trovano la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa”. Così si spiega il potere relativamente forte delle 20 amministrazioni che si dividono il territorio italiano, anche rispetto a Roma. A fronte di questa voracità, aggiunge Giarda, “è da rilevare che nessuna regione, nessuna provincia e solo pochi comuni riescono a finanziare interamente la propria attività con entrate proprie”.
Così è diventata “pratica assai diffusa” quella di spendere creando “debiti cosiddetti fuori bilancio, successivamente ripianati con interventi straordinari a carico del bilancio statale”. La tendenza non è nuova, e così oggi – contrariamente a quello che comunemente si pensa – “una parte rilevante” della spesa pubblica complessiva, al netto delle pensioni, è “nella competenza del livello decentrato”: il 60 per cento delle uscite della Repubblica italiana dipende da regioni ed enti locali, solo il restante 40 per cento è di competenza dello stato centrale.
Dei 295 miliardi di euro di “spesa aggredibile nel medio periodo” – spiega il governo – 20,2 miliardi sono direttamente addebitabili alle regioni, e altri 97,6 miliardi alimentano la sanità dopo essere stati largamente intermediati dalle stesse regioni. C’è da tagliare, non più solo a Roma. (di Marco Valerio Lo Prete)
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Le regioni che hanno fatto ricorso alla corte costituzionale (contro l’art.23 del decreto “Salva-Italia” che porta allo svuotamento delle funzioni delle Province) sono cinque: Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio, Campania. Si veda il seguente link:
http://www.federalismi.it/ApplMostraDoc.cfm?hpsez=Primo_Piano&content=Do…
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SULL’ARGOMENTO VEDI ANCHE IL PRECEDENTE POST SU QUESTO BLOG:
Le Giornate Italiane di gvSIG, giunte alla quinta edizione, si svolgeranno dal 27 al 29 giugno 2012, presso l’Aula Magna del Politecnico di Milano – Polo Territoriale di Como, via Castelnuovo, 7 a Como. L’evento è organizzato dal Laboratorio di Geomatica del Politecnico di Milano – Polo Territoriale di Como e dall’Associazione gvSIG, e rappresenta l’ormai classico punto d’incontro e di scambio di esperienze tra utenti e sviluppatori italiani di gvSIG.
Sono ancora aperte le iscrizioni alle Quinte Giornate Italiane di gvSIG, completamente gratuite, ed è richiesta solo la compilazione dell’apposito formulario. E’ possibile condividere le vostre esperienze professionali partecipando anche come relatori. Occorre semplicemente inviare un riassunto (abstract) al seguente indirizzo email: giornate.italiane@gvsig.org entro il 23 maggio 2012 (consultare le norme per le presentazioni). Affrettatevi!
L'articolo Quinte Giornate Italiane di gvSIG a Como è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.

Francois Hollande, nuove presidente francese – “L’elezione di Hollande è prima di tutto la vittoria della speranza. Certo, non posso sapere cosa Hollande riuscirà a fare, ma sono persuaso che sia un uomo capace, se ne avrà i mezzi, di modificare l’ immagine della Francia. So perfettamente che la situazione è difficile” JACQUES LE GOFF
Le elezioni tenutesi domenica 6 maggio in Francia e Grecia (ma anche in Germania e Italia) hanno dimostrato una volontà di cambiamento: in parte interessante (movimenti giovanili di protesta che si sono espressi, e la decadenza di vecchie oligarchie) ma anche preoccupante (ad esempio espressioni di voto xenofobo in Grecia). Sintomi di una situazione economica che appare senza prospettive chiare e che per poter essere risolta, o perlomeno avviata a una soluzione che sia comprensibile, deve trovare una strada seppur faticosa di uscita.
Questo doppio sentimento, di speranza e allo stesso tempo di preoccupazione, positivo e negativo, segna spesso epoche nelle quali scelte politiche coraggiose o invece “non scelte” politiche, segnano il destini di popoli, del mondo. Sulla pelle delle persone. Nel nostro caso dell’Europa, dei suoi cittadini (in primis dei giovani).
Pertanto si intuisce la necessità di “vere riforme”: un’azione vera ed efficace del mondo della politica, della cultura, dell’economia. E pare che in tutti e tre i campi dell’azione umana qui appena citati, serve capacità di innovazione, di positiva “farneticazione”, di messa in pratica e sperimentazione di nuove idee. E di nuovi “soggetti” (persone) che ne siano coinvolte responsabilmente.
Su tutto emerge l’urgenza di superare il più possibile, politicamente, il sistema europeo delle “tribù nazionaliste”, del far sì che ognuno fa per sè. E il farsi concreto di una protesta diffusa, che il 6 maggio si è espressa con il desiderio di cambiamento: su tutto la vittoria di Hollande in Francia e la bocciatura di Sarkozy e della sua politica europea in tandem con la Germania della Merkel; e dall’altra dei risultati eterogenei e inconcludenti in Grecia (è probabile che tra poco si tornerà in quel disastrato Paese a nuove elezioni…), tutto questo mette in rilievo come si affaccino alla politica nuove masse di giovani (fin qui ai margini di ogni impegno pubblico) e queste nuove forme di “partecipazione” non possono che far sperare di rimettere in movimento positivo un’Europa che in questi anni è rimasta “stagnante”.

il leader del partito della sinistra radicale greca SYRIZA, ALEXIS TSIPRAS – ATENE – Martedì 8 maggio, ore 21.00: il leader del partito della sinistra radicale greca SYRIZA, ALEXIS TSIPRAS, ha ricevuto l’incarico di provare a formare un governo dopo il fallimento per primo tentativo del conservatore Samaras (leader del partito di centrodestra “Nuova Democrazia” che ha vinto le elezioni di stretta misura ottenendo la maggioranza relativa). Ma lo stesso leader di SYRIZA ha ammesso che non sarà facile. TSIPRAS, che ha definito i risultati elettorali come “un messaggio di cambiamento”, ha annunciato che cercherà di formare UNA COALIZIONE PROGRESSISTA CHE RESPINGA LE “BARBARICHE” MISURE DI AUSTERITÀ IMPOSTE DAL PRESTITO UE-FMI
In questo post vi diamo conto di alcuni spunti e riflessioni del momento, di questi giorni. Riprendendo poi alcuni articoli apparsi prima delle elezioni del 6 maggio, che non facevano altro che confermare, prevedere ciò che sarebbe accaduto: cioè, lo ripetiamo, a nostro avviso come elemento sociologico e politico rilevante, l’affacciarsi delle giovani generazioni (finalmente!) all’impegno politico.
Per questo ci piace pensare a una PRIMAVERA EUROPEA con i sintomi e i sentimenti positivi (al di là di quel che è accaduto di grave) della Primavera Araba. Chiaramente il contesto geografico è ben diverso: però lo spirito e le esigenze di futuro espresse dal movimento giovanile in fondo sono le stesse. E’ un inseguire un’UTOPIA DI CAMBIAMENTO, di trasformazione; questa volta nell’ambito della politica (ma dev’esserci anche in quello dell’economia e della cultura). “Politica” che dev’essere prima di tutto “speranza”, sennò non lo è. (s.m.)
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È IL MOMENTO DEI VERI LEADER
di GIANNI RIOTTA, da “la Stampa” del 8/5/2012
Alzi la mano chi sapeva che sulla bandiera del partito di destra greca Alba Dorata, 7% alle elezioni, c’è una svastica stilizzata, chi immaginava che la sinistra radicale di Syriza avrebbe conquistato 50 seggi ad Atene relegando i socialisti al terzo posto. O vi sorprende adesso che il neo presidente francese Hollande faccia sapere di avere lavorato da ragazzo, in America, nel covo dell’americanismo bieco, un ristorante McDonald’s?
Tre partiti lacerano Europa e Stati Uniti in questa frenetica stagione elettorale 2012-2013, partita in Spagna, passata da Grecia e Francia, a novembre a Washington e l’anno venturo in Germania e Italia: Rigore, Crescita, Populismo. Il partito di chi pensa che i bilanci in equilibrio risolvano la crisi economica, quello avverso di chi punta sullo sviluppo pur a costo di qualche debito, e il terzo schieramento, indignato, restio alle riforme.
Chiamateli Syriza o Cinque Stelle, Tea Party, Occupy Wall Street, Le Pen o Mélenchon i ribelli hanno paura del futuro e nostalgia di un passato in cui welfare e crescita in Occidente erano garantiti, l’emigrazione controllata. La loro foga irriducibile mette in difficoltà il duopolio «Rigore contro Crescita» nella maratona elettorale.
La bocciatura sonora di Sarkozy a Parigi, la difficoltà della cancelliera Merkel nel voto locale in Schleswig-Holstein, la sconfitta del premier conservatore inglese Cameron in 32 elezioni amministrative, l’incapacità del repubblicano Romney a staccare il pur non fortissimo presidente Obama nei sondaggi, allarmano i Rigoristi.
Anche i paladini della Crescita e della spesa, dalla sconfitta dei socialisti in Spagna, all’umiliazione greca del Pasók, alla fatica dei democratici per restare alla Casa Bianca, scontentano l’opinione pubblica malmostosa.
Per questo Hollande – che nel giorno della vittoria ha parlato per la prima volta al telefono con la Merkel di un incontro sereno da tenere subito dopo il 15 maggio – non nasconde più di avere fatto saltare hamburger sulla piastra in America. Deve rassicurare i mercati e ieri è sembrato riuscirci. Sa che ora gli slogan elettorali sul patto fiscale europeo da ridiscutere, le promesse su assunzioni nella scuola, salari minimi, baby pensioni e pareggio bilancio nel 2017 dopo 40 anni di deficit, non basteranno a governare. Mitterrand fece il socialista idealista per due anni, prima di piegarsi alla realtà. Hollande non avrà due mesi. Già ieri studiosi come Jeffrey Sachs e Dominique Moisi lo chiamavano a un mix raziocinante di Rigore e Crescita, una via che non abbia la tetragona ostinazione della Cdu tedesca, né si illuda di lastricare di spesa pubblica la ripresa (ne scrive bene su Foreign Affairs Raghuram Rajan).
La storia ha messo il turbo. Aziende che non esistevano pochi mesi fa come Instagram valgono sul mercato più del centenario New York Times , un miliardo di dollari contro 970 milioni. La guerra fredda, aperta nel 1946 e finita nel 1989, ci impose lo stesso schema per decenni, Usa contro Urss, democrazia e società aperta contro comunismo centralista. Guerre, scontri di idee e culture, passioni, non mutavano il duello plumbeo.
Il nostro tempo ha un passo diverso. Una dozzina di anni fa gli Usa vivevano il boom New Economy, l’Europa sognava il sorpasso dell’euro sul dollaro, Cina e India facevano magliette e giocattoli di plastica. La crisi 2007 porta negli Usa l’angoscia del declino, in Europa l’ansia da default. Oasi invidiate Cina e India, con Russia e Brasile giudicate il futuro, crescita e antiche culture.
Peccato che oggi lo scandalo del populista Bo Xilai e le disavventure dell’avvocato dissidente cieco Chen Guangcheng grippino quello che doveva essere l’efficiente passaggio di poteri dal presidente Hu Jintao al successore Xi Jinping. Solo una volta dalla Rivoluzione di Mao la guardia è cambiata a Pechino senza violenze, appunto con Hu.
L’India dei miracoli economici vede la crescita languire al 6%, quota miraggio per noi, ma insufficiente per tirare fuori dalla povertà centinaia di milioni di indiani. Tensioni militari, natalità in eccesso o insufficiente, politiche totalitarie o burocratiche, confermano che «i nuovi paesi» non saranno presto leader del nuovo mondo.
Nulla è dunque come appare. I mercati che avrebbero già dovuto condannare Hollande sono guardinghi. Semaforo verde per un programma che privilegi l’acceleratore della spesa sul freno del rigore? No, e se il neo presidente si illudesse sulla tregua in Borsa sarà, brutalmente, corretto. Gli Usa del declino creano poco lavoro, meno di quanto Obama desideri, ma almeno non si fermano da mesi.
L’Europa non decide ancora che strada prendere, i tedeschi non riconoscono il bene fatto dall’euro alla loro formidabile economia, i paesi mediterranei riluttano davanti a riforme, amare ed indispensabili: è sfida finale anche per il governo Monti. Jean-Marc Ayrault, che Hollande vorrebbe primo ministro, ha detto che l’intesa con la Merkel «si farà su un compromesso in cui tutti faranno passi indietro». Cruciale la mediazione del presidente Bce Mario Draghi tra Parigi e Berlino.
Tocca ai leader, a veri leader, ritrovare equilibrio fra Rigore e Sviluppo. Devono però parlare ai cittadini con calore e onestà, ai cuori non agli algoritmi. Nei paesi sviluppati, come in quelli in via di sviluppo, leader illuminati devono guidare le opinioni pubbliche a conti seri e alla New Economy. Prezzo del fallimento è l’ascesa indignata dei populisti alla Grillo o Syriza che, davanti alla realtà, svaporerà presto lasciando nuovo disincanto. Più aspro sarà sradicare gli estremismi alla Alba Dorata in Grecia a alla Orban in Ungheria, una volta che rimetteranno le radici velenose dell’odio. Perché le riforme servono all’economia, ma anche alla democrazia. (Gianni Riotta)
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QUEI RIBELLI DEGLI EUROPEI
di PAUL KRUGMAN, da “la Repubblica” del 8/5/2012
I francesi si stanno ribellando. E i greci fanno altrettanto. Era ora. Domenica, sia in Francia che in Grecia si sono tenute delle elezioni che erano in realtà dei referendum sull’attuale strategia economica dell’Europa – e in entrambi i casi gli elettori hanno risposto mostrando un deciso pollice verso. Non è dato sapere quanto tempo occorrerà prima che quei voti possano tradursi di fatto in una svolta nella linea politica, di certo però la strategia improntata alla “ripresa attraverso l’austerità” è ormai agli sgoccioli – ed è un bene che sia così.
Inutile dire che questo non è ciò che i soliti sospetti andavano affermando nel periodo che ha preceduto le elezioni. È stato piuttosto divertente osservare gli apostoli dell’ortodossia che tentavano di ritrarre il cauto, garbato François Hollande come una figura minacciosa. È «alquanto pericoloso», ha affermato The Economist, aggiungendo che [Hollande] «crede davvero nell’esigenza di creare una società più equa». Quelle horreur!
Di sicuro c’è che la vittoria di Hollande segna la fine del “Merkozy”: l’asse franco-tedesco che negli ultimi due anni ha imposto il regime di austerità. Una conseguenza che si potrebbe considerare “pericolosa” se quella strategia stesse dando dei frutti, o avesse quanto meno delle ragionevoli probabilità di darne. Ma non è così. È venuto il momento di guardare altrove. A quanto pare, gli elettori europei sono più saggi della loro élite politica.
Cosa c’è di sbagliato nel curare i mali dell’Europa con una terapia a base di tagli alle spese? C’è che la “bacchetta magica della fiducia” non esiste. Ovvero: l’esperienza degli ultimi due anni ha clamorosamente smentito le affermazioni secondo cui una drastica riduzione delle spese del governo avrebbe in qualche modo incoraggiato consumatori e imprese a spendere di più. Ma, in un’economia prostrata, i tagli alle spese non sortiscono altro effetto che quello di aggravare ulteriormente la situazione.
Sembra inoltre che queste restrizioni portino pochi vantaggi, o forse nessuno. Si prenda il caso dell’Irlanda, che durante questa crisi si è comportata come un buon soldato che obbedisce alle consegne, abbracciando un regime di rigorosa austerità nel tentativo di riconquistare i favori del mercato obbligazionario. Stando ai precetti dell’ortodossia dominante, tali sforzi avrebbero dovuto funzionare. E la volontà di crederci è tale che i rappresentanti dell’élite politica europea continuano a proclamare che l’austerità irlandese ha infatti funzionato, e che l’economia di quel Paese ha iniziato a riprendersi.
Ma non è così. Benché se basate le vostre opinioni su quanto affermato dai media non potreste mai rendervene conto, in Irlanda i costi dell’indebitamento continuano a essere ben più alti rispetto a quanto accade in Spagna o in Italia – per non parlare di quelli della Germania. Quali alternative esistono, dunque?
Una possibilità – più sensata di quanto molti in Europa siano disposti ad ammettere – sarebbe quella di rinunciare all’euro, la valuta comune europea.
Dopotutto oggi l’Europa non si troverebbe in questo pasticcio se in Grecia circolassero ancora le dracme, in Spagna le peseta, in Irlanda il punt e così via, perché in quel caso Grecia e Spagna avrebbero potuto ricorrere a un rimedio che permettesse loro di ripristinare la competitività dei costi e rilanciare le esportazioni, ovvero la svalutazione.
A fare da contraltare alla triste vicenda irlandese c’è il caso dell’Islanda, epicentro della crisi finanziaria, che è riuscita a reagire svalutando la propria valuta, la corona, e ha inoltre avuto il coraggio di lasciare che le sue banche fallissero e risultassero insolventi. L’Islanda sta vivendo la ripresa che l’Irlanda avrebbe dovuto avere, ma non ha avuto.
Oltre a rappresentare la sonora sconfitta del “progetto europeo” (il prolungato sforzo di promuovere pace e democrazia attraverso una maggiore integrazione), la rinuncia all’euro avrebbe delle conseguenze estremamente distruttive. Esiste forse una soluzione diversa?
Sì – e i tedeschi hanno dimostrato che può funzionare. Anche se purtroppo non hanno compreso la lezione. Se provaste a parlare della crisi dell’euro con gli opinion leader tedeschi, probabilmente vi sentirete rispondere che anche la loro economia nei primi anni dello scorso decennio ristagnava, ma che riuscì a riprendersi. Ciò che i tedeschi non vogliono ammettere è che a fare da volano a quella ripresa fu l’enorme surplus commerciale di cui la Germania godeva rispetto ad altri Paesi europei (e in particolare rispetto a quelli che oggi sono in crisi), che vivevano una situazione di prosperità e nei quali i bassi tassi di interesse avevano causato un’inflazione superiore alla norma.
I Paesi europei che oggi sono in crisi potrebbero emulare quel successo della Germania se oggi le condizioni fossero altrettanto favorevoli – ovvero, se questa volta fosse il resto dell’Europa, soprattutto la Germania, a vivere un po’ di crescita inflazionistica.
A dispetto di ciò che credono i tedeschi, dunque, l’esperienza della Germania non offre un’argomentazione a favore dell’austerità unilaterale nei Paesi dell’Europa meridionale; suggerisce semmai l’opportunità di implementare politiche molto più espansive altrove, e soprattutto l’opportunità che la Banca centrale europea la smetta di fissarsi sull’inflazione e si concentri invece sulla crescita.
È inutile dire che né i tedeschi né la leadership della Banca centrale vedono di buon occhio questa conclusione: si attaccano con le unghie e con i denti ai loro sogni di prosperità da raggiungere tramite l’austerità e insistono che l’unica condotta responsabile è quella di perseverare nella loro fallimentare strategia. Sembra però che non godranno più dell’indiscusso sostegno dell’Eliseo. E questo, che ci crediate o no, significa oggi che sia l’euro che il progetto europeo hanno maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto a qualche anno fa. (Paul Krugman – traduzione di Marzia Porta)
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SOLO UNA DECISA SCELTA FEDERALISTA ALLONTANERÀ LE OMBRE DALL’EUROPA
di Antonio Puri Purini, da “il Corriere della Sera” del 8/5/2012
Dopo le elezioni in Francia e Grecia (ma anche in Germania e Italia) ombre di confusione e rancore si allungano sull’Europa. Attenzione: non esistono buoni da un lato, cattivi dall’altro. Il rigore non è un’invenzione. Non si tratta quindi di sognare una nuova Europa ma di avviare un percorso di conciliazione imperniato sulla continuità (il rigore) e sull’innovazione (la crescita). La ben impostata strategia di Lisbona del 2000, purtroppo mai attuata, offre ancora spunti importanti d’ispirazione. Non basta.
È essenziale rispettare la preoccupazione rigorista della Germania; è urgente incoraggiare la Francia a sfoggiare il proprio talento europeo; è necessario mantenere sangue freddo verso il disastro della Grecia. Sarà un paradosso, ma proprio mentre l’economia rimane la principale priorità in un quadro di crescente inquietudine sociale, diventa chiaro che l’Europa ha bisogno anche di una robusta visione. La divisione fra politiche nazionali e cooperazione sovranazionale è logorata. Come si può, ad esempio, prefigurare un rafforzamento dei poteri della Banca centrale europea, senza che una riforma così radicale porti a un’irreversibile unione politica?
Le polemiche sulla gestione della crisi del debito sovrano, la diffidenza della Germania (accentuata dalla tendenza tedesca al pessimismo storico), il richiamo amaro alle Europe divise fra Nord e Sud, i risentimenti e le spinte estremiste, la difficoltà di ragionare in termini d’interessi comuni, la sindrome del bazar e stizzose ringhiosità sono sintomi allarmanti. La convergenza fra gli Stati dell’eurozona è la prima vittima. Le polemiche non possono proseguire all’infinito, tanto più di fronte all’esistenza di fattori disgregativi mai così presenti e dinamici. Per questo, la conciliazione deve diventare lo strumento capace di aiutare l’Unione Europea a ritrovare una capacità d’anticipazione strategica. Questa è l’unione politica.
La politica ha il compito di riunire quello che l’economia divide. Un’Europa che ha progredito senza sosta fino al 2001 (poi il percorso è diventato incerto) sarà ben capace di trovare l’equilibrio fra disciplina fiscale e patto per la crescita e affrontare l’avvenire con scelte unitarie fra destra e sinistra. L’Europa è la nostra ultima spiaggia: dalla Germania all’Italia. Senza l’Europa, nulla ci salverà dal baratro: diventeremo vassalli di esigenti padroni stranieri ed estranei al nostro mondo.
Tanto vale prenderne atto e reagire. Si parla di unione politica ma manca ogni indicazione sul consolidamento dell’edificio comune; si crea di fatto maggiore integrazione (il fiscal compact) ma la parola federalismo incute timore. Eppure non possiamo arrivare all’unione politica per approssimazioni successive, casualmente, senza legittimazione democratica. Questa situazione è tanto più grave perché coincide con fortissimi cambiamenti internazionali, forze speculative immense che aggrediscono l’eurozona, istituzioni deboli. Mai come in questo momento l’Europa dovrebbe diventare un organismo autorevole che non si lascia mettere nell’angolo da nessuno.
Alcide De Gasperi diceva che la volontà politica è forza determinante. Oggi questa non esiste e il resto del mondo se n’è accorto. È un dramma: senza un proponimento comune è impossibile condividere una visione sull’Europa. Il rigore e la crescita economica sono una condizione necessaria ma insufficiente. Bisogna offrire ai cittadini un modello di appartenenza comune. Ogni Paese europeo dovrebbe assumersi una parte di responsabilità: in pratica, lo potranno fare Francia, Germania, Italia, forse la Polonia, chissà la Spagna.
Urgono messaggi capaci di concatenare gli eventi in una logica della ragione e della sensibilità: ogni progresso nella disciplina di bilancio e della crescita economica richiede nuove condivisioni di sovranità (quindi maggior integrazione); queste facilitano il funzionamento del mercato interno che accresce il benessere per tutti; i singoli obiettivi economici e finanziari (ma non solo) possono essere meglio perseguiti nell’ambito di una vera unione politica. Il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio hanno l’autorevolezza e il carattere per rilanciare un disegno coerente con un’antica tradizione italiana. Il momento dell’azione è adesso.
L’interesse nazionale non è quello d’incunearsi nella dimensione storica del rapporto franco-tedesco; è far progredire l’integrazione europea attraverso un’avanguardia di Paesi convinti che l’unione politica richiede una convergenza culturale; è mantenere un legame prioritario con Angela Merkel; è dare fiducia a François Hollande; è esaudire il bisogno d’identità degli europei; è prendere atto che l’Unione ha raggiunto i suoi confini storici e culturali.
L’opzione federalista è l’unica che permette la creazione di una comunità storica di valori e interessi comuni, la sola che protegge gli europei da Helsinki fino a Palermo, la sola capace di trasformare l’Europa in una fortezza inespugnabile. (Antonio Puri Purini)
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ATENE – LE ELEZIONI – L’ ANALISI
I GIOVANI IN RIVOLTA E LO SCHIAFFO ALLA VECCHIA POLITICA
- Il rifiuto – Penalizzati anche i nazionalisti che hanno appoggiato il piano di austerity -
di ANTONIO FERRARI, da “il Corriere della Sera” del 7/5/2012
La Grecia dice un secco no ai durissimi sacrifici imposti per evitare la bancarotta. Troppo pesanti e giudicati inaccettabili dalla maggioranza, soprattutto dai giovani che sono i più colpiti dalla crisi. Le elezioni anticipate di ieri hanno sconfitto, anzi schiaffeggiato la vecchia politica e i vecchi partiti e hanno premiato le forze della contestazione e dell’ intransigenza, a sinistra come a destra.
Qualche analista prevede che il risultato della Grecia, accostato alla vittoria socialista di Hollande in Francia, sia l’avvio di una «primavera europea» con l’ obiettivo di modificare rapporti di forze che sembrano ormai insostenibili. Il risultato delle urne, in attesa degli ultimi definitivi dettagli percentuali, è ormai chiaro: il centrodestra di Nuova Democrazia vince di stretta misura, ma certo non può esultare: perché ha preso molto meno di quanto sperava e perché al secondo posto non c’ è il socialista Pasok, con il quale si sarebbe potuta fare quella «grande coalizione» sulla quale puntavano gli ottimisti e i mercati.
La spinta giovanile ha infatti trascinato al successo, a stretto ridosso del centrodestra la Coalizione di sinistra Syriza, nettamente contraria al memorandum firmato con Unione Europea, Bce e Fondo monetario e critica nei confronti delle griglie dell’ eurozona. Quindi disponibile soltanto a rinegoziare drasticamente il gigantesco debito greco. A nuove e ben diverse condizioni. Notizie, quindi, assai poco rassicuranti per chi pensava che si sarebbe comunque creata ad Atene una maggioranza di governo magari disomogenea ma almeno determinata a continuare la realizzazione del piano di risanamento. Piano doloroso per un Paese che è in recessione da quasi cinque anni.
Ecco perché il voto conferma che sono stati puniti tutti i partiti impegnati sulla linea del rigore, compresi i nazionalisti del Laos, costretti a un brutale ridimensionamento per aver condiviso le responsabilità del governo semitecnico di Lucas Papademos, ex vicepresidente della Bce. Se è vero, come pare, che nell’ analisi dell’ affluenza alle urne l’ astensione ha riguardato i maturi e gli anziani, mentre molti giovani hanno accettato la sfida delle urne, ecco che appare più chiara la nuova geografia del consenso. Che ha riguardato sia la sinistra sia la destra.
Se Syriza è la clamorosa sorpresa di una sinistra che ha visto tremare per la prima volta le certezze dei neostalinisti del Kke, a destra la contestazione è stata quasi brutale. Perché Nuova Democrazia ha perso la sua costola estrema, con l’ indubbia affermazione degli xenofobi e neonazisti di Alba d’ oro, ma è stata colpita dall’ indubbio successo del movimento Greci Indipendenti di Panos Kammenos, ovviamente nazionalista e contrario ai sacrifici.
Nelle sedi di tutti i partiti, a cominciare dalle terremotate certezze della vecchia partitocrazia, si tracciano proiezioni sulla distribuzione dei seggi. Ed è davvero un pianto greco, perché è difficile, anzi quasi impossibile formare una maggioranza governativa ignorando l’ urto della volontà popolare, che ha bocciato le forze che sostengono il memorandum con Ue, Bce e Fondo monetario.
La Grecia insomma è entrata in un tunnel e non si esclude neppure che, in nome del realismo e dell’attaccamento alla poltrona, qualcuno si rimangi le promesse e i rigorosi impegni sottoscritti. La prima risposta, oggi, la daranno i mercati e fra qualche giorno i nuovi eletti della Grecia. Se non si farà un governo, si penserà subito a nuove elezioni. In un clima da brividi. Anzi, da paura. (Antonio Ferrari)
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GRECIA
ATENE, AL LEADER DELLA SINISTRA RADICALE L’INCARICO DI FORMARE IL GOVERNO
- Il leader di Syriza Alexis Tsipras proverà dove ha fallito il conservatore Samaras che ha ottenuto la maggioranza relativa. “Per noi momento storico di grande responsabilità” –
Da “la Repubblica.it”, ore 23.00 del 8/5/2012
ATENE – Il partito della sinistra radicale greca, Syriza, ha ricevuto l’incarico di provare a formare un governo dopo il frammentato di domenica, ma lo stesso leader, Alexis Tsipras, ha ammesso che non sarà facile. Abito grigio, camicia bianca e senza cravatta, Tsipras è giunto a piedi all’incontro con il presidente Carolos Papulias: vincitore morale delle elezioni perché ha conquistato 52 seggi, quadruplicando la sua pattuglia in Parlamento, Tsipras ha definito il momento “storico” per la sinistra e “una grande responsabilità” il suo impegno.
“Valuteremo tutte le possibilità di raggiungere un’intesa, principalmente con le forze di sinistra”, ha aggiunto. Tsipras, che ha definito i risultati elettorali come “un messaggio di cambiamento”, ha annunciato che cercherà di formare una coalizione progressista che respinga le “barbariche” misure di austerità imposte dal prestito Ue-Fmi. In giornata il leader di Syriza avrà colloqui con Fotis Kouvelis, il capo di Sinistra Democratica (19 deputati), composto principalmente da scissonisti del suo partito. Probabile un colloquio anche con l’ex ministro socialista, Louka Katseli, che a marzo diede vita a un partito proprio in opposizione alla politica di tagli.
Il leader di Syriza avrà anche un colloquio con Aleka Papariga, che guida il Partito Comunista (26 deputati), una formazione filosovietica che chiede l’uscita dall’Ue e dalla Nato e rifiuta qualunque accordo con le forze di sinistra, accusate di non non far nulla per metter fine al capitalismo. La tornata di contatti politici proseguirà giovedì, con i conservatori di Nuova Democrazia, vincitori delle elezioni con 108 deputati; con il Pasok (41 seggi, cui spetterà un eventuale ultimo tentativo prima del ritorno alle urne se non si trovano intese) e i nazionalisti greci indipendenti che hanno ottenuto 33 deputati. Syriza, Sinistra Democratica, i comunisti e Greci indipendenti hanno rifiutato lunedì di partecipare a una coalizione con Nuova Democrazia e il Pasok, accusandoli di essere i responsabili dell’impoverimento del Paese
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LA FRANCIA E IL NUOVO PRESIDENTE
È LA VITTORIA DELLA SPERANZA: CON IL NUOVO PRESIDENTE L’ EUROPA CAMBIERÀ STRADA
di JACQUES LE GOFF, da “la Repubblica” del 7/5/2012
L’ ELEZIONE di Hollande è prima di tutto la vittoria della speranza. Certo, non posso sapere cosa Hollande riuscirà a fare, ma sono persuaso che sia un uomo capace, se ne avrà i mezzi, di modificare l’ immagine della Francia. So perfettamente che la situazione è difficile.
Ma il suo comportamento e la direzione che prenderà saranno essenziali per il nostro Paese, per l’ Europa e anche per il mondo, poiché la Francia continua a svolgere un ruolo importante nel mondo. Non bisogna tuttavia guardare solo quel che succede da noi. Se vogliamo che questo cambiamento dell’immagine della Francia e dell’ Europa sia davvero consistente, allora dobbiamo sapere che la sconfitta di Sarkozy dovrà essere completata, l’ anno prossimo, da quella di Angela Merkel.
L’accoppiata franco-tedesca è essenziale, in Europa e nel mondo, su questo non si discute. Ma la coppia composta da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel è stata davvero spaventosa. Per me, naturalmente, il presidente uscente ha un’ immagine ben più insopportabile, ma la loro intesa e l’ influenza della cancelliera hanno contribuitoa questo avvilimento dell’ Europa. In quanto francese ed europeista convinto, mi auguro che questa coppia se ne vada.
E per cominciare, visto che sono francese, mi rallegro della sconfitta di Sarkozy e della sua uscita di scena. Non ho problemi a spiegarmi più in dettaglio su questo punto. Ho sempre pensato che una sua rielezione sarebbe stata disastrosa. Ho la convinzione profonda che sotto la sua presidenza la Francia sia stata davvero avvilita. Durante il quinquennio di Sarkozy la Francia ha perso, nel mondo, l’ immagine di un Paese aperto, di un Paese che sa che la storia è l’evoluzione, che nei conflitti che scuotono purtroppo il nostro mondo la Francia dovrebbe avere un atteggiamento di dignità, di moralità e di rispetto dei suoi valori storici.
Sarkozy ha realmente rovinato l’immagine del nostro Paese. La sua rielezione, un nuovo quinquennio all’Eliseo sarebbe stato verosimilmente ancora peggiore, senza contare il fatto che sarebbe stato un esempio detestabile per tutta l’ Europa. L’idea di un’Europa sarkozysta mi riempiva di tristezza, soprattutto alla mia età.
Nell’ appello in favore di Hollande, che ho firmato insieme ad altri colleghi, abbiamo spiegato perché una scelta in suo favore ci sembrasse la migliore per il nostro continente: «Europeista convinto, Hollande sa che nel XXI secolo il miglior modo di difendere le frontiere della Francia e dell’ Europa è di difendere i valori, i principi e le nostre conquiste sociali, e non costruire muraglie come nel Medioevo; per questo avrà a cuore il rilancio di una politica offensiva dell’ Europa in tutti i campi. Aperto alla diversità, sa che se la Francia non può accogliere «tutta la miseria del mondo», deve restare fedele ai suoi valori, non disprezzare né stigmatizzare gli immigrati che vivono sul nostro territorio. Ne va del suo prestigio e della sua identità».
Per tutti questi motivi sono felice della vittoria di Hollande e credo davvero che rappresenti la vittoria della speranza. (testo raccolto da Giampiero Martinotti) – JACQUES LE GOFF
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LA DEMOCRAZIA E IL FISCAL COMPACT
di Francesco Daveri, da LA VOCE.INFO del 8/5/2012 (http://www.lavoce.info/)
Le elezioni in Francia, Grecia, Italia e Germania hanno messo in evidenza che nell’Europa in crisi gli elettori premiano chi si oppone ai tagli di bilancio. Ma la revisione delle politiche di rigore di bilancio auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra un importante vincolo oggettivo: i governi a cui gli elettori oggi chiedono maggiore spesa pubblica sono quelli nei quali la spesa pubblica è salita di più negli ultimi dieci anni. Alle difficoltà di oggi non c’è via di uscita alternativa a quella di praticare le riforme con anche maggiore decisione rispetto a quanto fatto in passato.
Domenica 6 maggio è stata un Super-Sunday: tante elezioni tutte insieme in tanti paesi europei. Le elezioni presidenziali che hanno dato la vittoria a Francois Hollande in Francia, le elezioni politiche che hanno lasciato la Grecia priva di una coalizione in grado di governare e le elezioni locali in Germania e in Italia hanno messo in evidenza risultati simili: nell’Europa in crisi gli elettori premiano chi si oppone ai tagli di bilancio.
Ma la revisione delle politiche di rigore di bilancio auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra un importante vincolo oggettivo: i governi a cui gli elettori oggi chiedono una svolta di minor severità fiscale sono quelli nei quali la spesa pubblica è salita di più negli ultimi dieci anni. Alle difficoltà di oggi, non c’è via di uscita alternativa a quella di praticare le riforme con anche maggiore decisione rispetto a quanto fatto in passato.
LO SPETTRO DELLA RIVOLTA ANTI-AUSTERITÀ SI AGGIRA PER L’EUROPA
In Francia il presidente uscente Nikolas Sarkozy aveva archiviato da tempo le 316 proposte di riforma della Commissione per la Liberazione della Crescita di Jacques Attali e della sua commissione di 42 saggi (tra cui il futuro premier italiano Mario Monti). Ha così perso sia pure di misura senza aver rigirato la Francia come un calzino, rincorrendo a destra all’ultimo minuto i voti di Marine Le Pen. Il vincitore François Hollande ha fatto promesse molto generose in campagna elettorale. Qualcuno ha cominciato a quantificarne i costi in più di 20 miliardi di euro.
In Grecia hanno perso i due partiti principali, i conservatori di Nea Democratìa e i socialisti del Pasok, colpevoli – agli occhi di un elettorato stanco e incerto tra il salto del buio dell’uscita dall’euro e il cappio dell’aggiustamento fiscale – di aver fornito supporto parlamentare alle misure di tagli di bilancio del governo Papademos, visto come l’agente locale della troika Bce-Commissione Europea-Fondo Monetario.
In Italia la massiccia affermazione del Movimento Cinque Stelle non è qualitativamente molto diversa dal successo elettorale del movimento di sinistra radicale Syriza in Grecia o da quella dei neo-comunisti del “rosso” Mélenchon in Francia. Tutti raccolgono l’avversione dell’elettorato verso politiche fiscali restrittive presentate come necessarie per rimanere dentro ad un euro e che sono invece sempre più identificate come la fonte della crisi e non come un ombrello di protezione.
Lo stesso vale tra l’altro per il Partito dei Pirati tedesco che ha raccolto più dell’8 per cento dei voti nelle elezioni del Schleswig-Holstein, un land della Germania del nord con una forte minoranza danese. Anche in queste elezioni la sostanziale tenuta della Cdu di Angela Merkel e la parziale ripresa dei suoi attuali alleati liberal-democratici non sono stati sufficienti ad evitare che una coalizione di centro-sinistra conquistasse la maggioranza del land.
Nell’insieme, l’esito del Big Sunday mette in discussione l’impianto del Fiscal Compact, l’accordo raggiunto pochi mesi fa e oggi diventato l’emblema dell’imposizione del rigore alla tedesca sul resto dell’Europa. Lo spettro di una Internazionale anti-austerità si aggira per l’Europa e nessuno sa come affrontarlo.
I VINCOLI ALLA REVISIONE DEL FISCAL COMPACT
La revisione delle politiche rigoriste auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra tuttavia alcuni vincoli oggettivi di cui anche i governi più preoccupati dei risvolti sociali dell’adozione di politiche fiscali rigorose non potranno non tenere conto.
I dati sull’andamento della spesa pubblica nei paesi europei negli ultimi dieci anni, cioè da quando è stato introdotto l’euro, sono esempi eloquenti di questi vincoli. Dalla fine del 2001, infatti, nell’eurozona a 17 paesi la spesa pubblica è aumentata da 3340 a 4665 miliardi di euro (in euro correnti), cioè del 39,6 per cento. In percentuale sul Pil, la spesa è aumentata dal 47 al 51 per cento del Pil dell’eurozona.
La crisi post-2008 è stata certamente una potente leva per questo aumento. Il punto però è che la crisi c’è stata anche in Germania dove nel solo 2009 il Pil è sceso di più di 5 punti percentuali. Ma in Germania tra il 2001 e il 2010 la spesa pubblica tedesca è aumentata solo del 18,5 per cento, da poco più di 1000 miliardi di euro a 1180 miliardi circa.
Il modesto aumento della spesa pubblica si è accoppiato con la rapida crescita del Pil e con la moderata inflazione sperimentata dalla Germania in questi anni. Il risultato è che la quota della spesa pubblica sul Pil è rimasta costante. Nonostante la crisi e i salvataggi bancari, gli aiuti alle case automobilistiche e, recentemente, i generosi aumenti salariali al pubblico impiego. La spesa pubblica tedesca rimane piuttosto elevata (essendo pari al 48 per cento del Pil), ma la sua entità è rimasta la stessa del 2001 in percentuale sul reddito prodotto dai tedeschi. Ecco, più o meno, cosa intendono i tedeschi con rigore fiscale.
I numeri sono ovviamente interpretabili ma non sono opinioni. I dati tedeschi implicano che, nel resto dell’eurozona senza la Germania, la spesa pubblica sia invece aumentata del 41,5 per cento, da 2340 a 4480 miliardi di euro, tra il 2001 e il 2010. Si tratta di un aumento di 23 (41,5 meno 18,5) punti percentuali superiore a quello registrato in Germania, cioè nel paese che ha finanziato il fondo salva-stati temporaneo e finanzierà il fondo salva-stati permanente per più del 25 per cento del totale (come stabilito dai trattati, in proporzione al Pil e alla popolazione tedesca).
I PARADOSSI DELL’UNIONE
Da qui, in poche parole, nasce l’attuale insoddisfazione dell’elettorato tedesco nei confronti dell’euro e dell’attuale configurazione delle istituzioni europee – insoddisfazione che spiega una buona parte dell’atteggiamento apparentemente ondivago della signora Merkel degli ultimi anni. Al caso tedesco si può anche aggiungere quello slovacco.
Come racconta il Wall Street Journal, la Slovacchia ha impegnato, tra fondi sborsati e garanzie, un totale di 13 miliardi di euro nel fondo salva-stati. La cifra è più grande delle entrate fiscali annuali del governo slovacco. E contribuisce a salvare un paese come la Grecia che nel 2010 aveva un reddito pro-capite di circa 20 mila euro, ben maggiore dei 12 mila euro degli slovacchi.
Tra tutti i paesi dell’eurozona ci sono poi degli osservati speciali. Si tratta dei paesi che hanno causato la crisi dei debiti sovrani negli ultimi mesi. Ma anche qui si riscontrano differenze significative. Ad esempio, la spesa è aumentata “solo” del 31 per cento in Italia. E’ aumentata ben di più negli altri paesi sull’orlo del default: del 56 per cento in Portogallo, del 72 per cento in Grecia e addirittura dell’89 per cento in Spagna. In Francia l’aumento della spesa è stato pari al 42 per cento. Gli aumenti della spesa in proporzione al Pil hanno oscillato tra i 5 punti di Francia e Grecia e i 9 punti percentuali del Portogallo, con il +7 punti della Spagna a metà strada.
I dati relativamente meno cattivi dell’Italia sono un merito dei nostri guardiani della cassa pubblica (e soprattutto di Giulio Tremonti, che è stato ministro dell’Economia per la maggior parte del tempo tra il 2001 e il 2010)? Mah. A far crescere poco la spesa in Italia è stato soprattutto l’enorme debito pubblico con cui siamo entrati nell’euro. In Italia il debito pubblico era già il 105 per cento del Pil nel 2001, di poco più alto che in Grecia. In Francia, Spagna e Portogallo il debito era invece molto più basso, pari al 53, 59 e 54 per cento, rispettivamente.
Con quel debito di partenza, gli altri paesi mediterranei hanno creduto di potere mantenere abitudini di spesa “mediterranee” sfruttando i tassi tedeschi garantiti dall’ombrello dell’euro. Ora stanno pagando e pagheranno il conto delle loro scelte. Con il doppio del debito pubblico degli altri, la spesa pubblica in Italia avrebbe dovuto scendere, almeno in quota sul Pil, non aumentare.
E invece la spesa in euro è colpevolmente aumentata del 31 per cento. E con la bassa crescita di questi anni, la spesa in percentuale sul Pil è aumentata dal 47,9 al 50,6 per cento. E per un paio d’anni, nel 2007-08, si è addirittura discusso di come spendere un “tesoretto” di entrate fiscali che non esisteva.
LE OPZIONI PER L’ITALIA E PER L’EUROPA
Con in mano i dati comparati sulla spesa pubblica europea del dopo-euro, è obiettivamente difficile e anche ingiusto chiedere alla signora Merkel di rinegoziare un trattato come il Fiscal Compact che mette la stabilità fiscale al centro dell’attenzione. È difficile perché sarebbe come chiedere alla signora Merkel di suicidarsi politicamente. Ma è anche ingiusto perché i tedeschi, sottoposti alle stesse dinamiche demografiche e agli stessi shock economici degli altri, hanno controllato la spesa pubblica con molta maggiore efficacia di quanto abbiano fatto gli altri paesi europei.
È invece possibile e doveroso sfruttare la strada lasciata aperta dal Fiscal Compact nella sua attuale formulazione che consente deviazioni dal rigore fiscale a fronte di comprovato successo nell’adozione di misure che favoriscano la crescita economica. Abbandonare ora la strada delle riforme economiche di modernizzazione delle economie europee appena intraprese sarebbe un grave errore che l’unione monetaria nel suo complesso pagherebbe molto caro. (Francesco Daveri)
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intervista a ROBERTO SAVIANO
PARTECIPARE È POLITICA
“I movimenti di protesta sono una nuova forma di democrazia”
di Federica Fantozzi, da “l’Unità” del 7/5/2012
Nel mondo la crisi economica ha creato nuove forme di proteste sociali. Roberto Saviano, lei è stato a Zuccotti Park e ha detto ai ragazzi di «Occupy»: «Voi state ponendo le basi di un nuovo umanesimo» invitandoli a lottare per un mondo migliore. Questi movimenti di giovani che chiedono redistribuzione di ricchezze e opportunità sono in grado di cambiare il sistema? O sono solo sintomo di impotenza delle istituzioni di fronte ai mercati?
«Questi movimenti sono una molteplicità. Vogliono partecipare, condividere le loro esperienze. Sanno individuare ed esprimere le difficoltà di funzionamento della democrazia durante la crisi economica. Sono così compositi che un’istanza non esclude l’altra. A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all’1% che governa il pianeta. Insieme per affermare la loro presenza e proporre soluzioni. Potrebbero dare un forte contributo di innovazione ai meccanismi democratici. Soprattutto se si smettesse di etichettare le manifestazioni che nascono dal basso e si autogestiscono come populismi da temere. La democrazia è partecipazione o non è. Sempre: non solo nelle sedi istituzionali. Occupy Wall Street è un laboratorio: non ha leader né società perfette da edificare. Ma proposte di volta in volta. È qualcosa di radicalmente nuovo e incredibile. E sono fiero di avervi preso parte».
Ma come può concretizzarsi il loro contributo? Sono possibili sinergie con la politica tradizionale? Se finora non è avvenuto è perché i partiti hanno paura del nuovo? O perché queste forme di protesta restano individualiste, capaci di promuovere ribellione ma non comunità?
«Bisogna intendersi sul significato di “comunità politica”. Fa politica chi si organizza, ha un programma e dialoga. Non facciamo l’errore di considerare “comunità politica” la “partitocrazia”. Queste nuove forme di protesta non promuovono solo ribellione né vivono in una dimensione solipsista. Piuttosto, ci si concentra poco su come i media raccontino queste esperienze e in generale la democrazia. La politica e la relativa comunicazione sono improntate a un’analisi “personalistica” della realtà. È una scorciatoia descrivere un movimento di massa attraverso il suo leader, la sua “facciata”. Ma il prezzo, in termini di capacità di comprensione delle reali dinamiche, è altissimo. Io non temo i populismi e non demonizzerei i movimenti così etichettati. Proverei piuttosto a studiarne la genesi, a capire su chi e perché fanno presa. A riflettere sulle responsabilità e sulla chiusura della politica istituzionale che non li riconosce come cittadini ed elettori. In passato mi sono occupato della Lega. Il populismo è spesso all’interno del Parlamento, non fuori, e se consente il mantenimento di equilibri consolidati viene blandito e assecondato».
Questi movimenti rilanciano anche il tema dell’essere giovani nelle società occidentali che invecchiano. In Italia lo scarto tra le aspettative e le opportunità dei ragazzi è allarmante. Come può rinascere fiducia se le generazioni future vivranno peggio delle precedenti?
«Dirò qualcosa di impopolare. Posto che la situazione per gli italiani è difficilissima, forse vivremmo questa fase in modo diverso analizzando con onestà gli anni pre- crisi. Non faccio sconti alla classe politica, ma non porta a nulla caricarla ora di ogni responsabilità, poiché i cittadini non hanno assolto alla funzione di controllori, fondamentale per il buon funzionamento di un Paese democratico. C’è una tendenza quasi da revisionismo storico – o meglio economico – ad azzerare responsabilità personali. Non possiamo più nasconderci dietro “le cose andavano così”: siamo stati testimoni di sistemi iniqui che sapevamo ci avrebbero portato allo sfascio. Da questa “omertà” nessuno è immune. Sento dire spesso che chi lavora è raccomandato. In una società corrotta come la nostra succede, ma chi si è sempre impegnato vive dignitosamente. Preferisco pensare che noi vivremo meglio dei genitori: la loro società era più conformista di quella che costruiremo mettendoci in gioco. Saranno le volontà degli individui a disegnare il volto del nostro Paese nei prossimi anni».
È possibile costruire reti di solidarietà umana in una società sempre più individualizzata? La sinistra non può vivere senza una dimensione solidaristica, non può ridursi a puro linguaggio.
«Io credo nell’individuo, ma non l’ho mai contrapposto alla comunità. Anche il ruolo dei partiti sarà cruciale. Ci penso quando rifletto sul concetto di “corpi intermedi”. Se non si fa corpo intermedio, un partito è condannato a essere oligarchia. E le oligarchie, nella storia, hanno sempre fatto una fine indegna. Ma i partiti non sono gli unici momenti di mediazione tra cittadino e governo. Ogni momento aggregante della partecipazione degli individui afferma un’idea solidaristica della società. E questo non riguarda solo la sinistra. Fare rete vuol dire farsi portatore del meglio, non difendere diritti di rendita. Invece le uniche reti che si ritiene necessario mantenere sono in difesa non di diritti ma di prassi consolidate se non privilegi, oggi fuori tempo massimo».
I partiti sono al minimo storico della popolarità, indeboliti da inchieste giudiziarie sull’uso spregiudicato di soldi pubblici e dall’incapacità di auto-riformarsi, ma anche da un sistema che premia il populismo. Lei ha scritto che la rivoluzione non le fa venire in mente «uomini nuovi» né fucilazioni bensì Gobetti: tutti partecipi di un unico Paese e destino. Cosa vede nel futuro prossimo dell’Italia?
« La “partitocrazia”, abusi e sprechi, non sono frutto di accuse infondate. Non sono cause ma effetti di un sistema economico e democratico che non funzionava. Se non ce ne rendiamo conto, il futuro non sarà diverso dal passato. Se attribuiamo responsabilità solo alla politica continueremo a deresponsabilizzarci come cittadini e a ritenere inutile vigilare. Poi, i partiti hanno le loro responsabilità e molti non li ritengono in grado di autoriformarsi».
Lei, con le parole, si è battuto contro i corollari del governo Berlusconi: la macchina del fango, la legge bavaglio, la contiguità con zone grigie di illegalità. E ha rivendicato il diritto di «sognare un’Italia pulita e libera». Con il governo Monti quanto sono cambiate le cose?
«Sono cambiate moltissime cose. Ma è ancora il passato, nelle sue innumerevoli nefandezze, a restituirci la cifra del presente. Restano cose cruciali da fare. Ma sarebbe disonesto giudicare il governo colpevole di non aver portato a termine un cambiamento generale della società, dato che il Parlamento non è cambiato».
Il governo tecnico: badante per l’Italia convalescente dal berlusconismo o sconfitta della politica?
«Entrambe le cose. Sarebbe interessante capire il ruolo dei cittadini in tutto ciò. A volte sembrano spettatori, forse telespettatori, tifosi. L’espressione “scendere in campo” ha proprio questo obiettivo. Il politico agisce, i cittadini tifano, per lo più fischiano. È la sconfitta della politica».
Farebbe mai politica in prima persona?
«Mai. Non è il mio mestiere e l’Italia è un Paese complicato. Non è una strada che fa per me. Continuerò a studiare, ricercare, scrivere, comunicare, diffondere. Politica si può fare anche così, senza candidarsi, partecipando. Cercando di fare bene il proprio mestiere».
La vittoria francese di Hollande può cambiare volto all’Europa e dare una prospettiva diversa anche all’Italia?
«Non so. È tempo che la politica italiana si dia una prospettiva diversa. Sono sincero: parlo soprattutto alla sinistra. Da anni, questa esterofilia di facciata, questa acritica adesione a modelli stranieri (che data la velocità con cui si rinnegano, sembra superficiale), ha sollevato la sinistra dalla ricerca di un’identità. Bisogna rendersi conto di cosa pensano gli italiani, di cosa sono – siamo – diventati. Con tutti gli scandali sui rimborsi elettorali, poi ci sono sedi periferiche di partito che non hanno i soldi per l’affitto. Altro che modello francese, tedesco, inglese. Studiare la realtà calabrese, campana, lucana. Studiare. Tanto più che in Francia chi ha vinto davvero è Marine Le Pen».
Nel dibattito pubblico la cronaca giudiziaria e la competizione tra leader politici hanno più spazio delle questioni sociali. Secondo lei è la via giusta?
«In un Paese con un premier plurinquisito era inevitabile. Ora sta ai media assumersi la responsabilità di scegliere le priorità».
Sta per cominciare su La 7 la sua trasmissione «Quello che (non) ho» con Fabio Fazio. Cosa in questo momento non ha l’Italia?
«L’elenco è lungo. Non ha più unità. Divisa, spezzata, disomogenea. Un Paese che invita risorse e talenti a fuggire. Poi l’Italia ha una capacità: un’immensa comunità di emigrati in ogni angolo del mondo. Bisogna tornare in relazione con loro». (Federica Fantozzi)
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IL RITORNO DELL’IMPEGNO. L’INGRESSO NEI MOVIMENTI DEI GIOVANI INCERTI. UNO SU DUE AMA LA POLITICA (NON I PARTITI)
da “il Corriere della Sera” del 8/4/2012
- Secondo una ricerca Swg il 44 per cento degli under 34 sogna la rivoluzione. Il 15 per cento ha intenzione di organizzare proteste. «È la precarizzazione intellettuale che ha cambiato tutti gli equilibri» -
La paura e l’incertezza sul futuro sono servite da motore. Una spinta ad «abbandonare una concezione individualistica e abbracciare battaglie che possano riguardare tutti». Il bene comune torna in primo piano, spiega Cristina Pasqualini, ricercatrice dell’Università Cattolica.
Già perché questa generazione di ventenni che i sociologi chiamano «alfa» o «mobile» ha visto i fratelli maggiori scontrarsi con un mondo del lavoro esclusivo che li ha costretti a una migrazione continua da un posto all’altro. Con contratti che spesso li hanno sfruttati, sottopagati o lasciati a casa. Come quel milione di ragazzi che, secondo i dati di ieri dell’Istat, hanno perso il posto negli ultimi tre anni.
Il premier Mario Monti ha ribadito che «lo scopo principale della riforma è porre rimedio alla disoccupazione giovanile». A loro rimane una consapevolezza: «Per la prima volta dal Dopoguerra a oggi non arriveremo mai ad avere lo stesso stile di vita dei nostri padri». Così vorrebbero cambiare, migliorare. Costruire una società più armonica, dove non ci siano diseguaglianze marcate.
Quindi ritrovano nell’impegno in prima persona una necessità. Un ritorno di protagonismo sulle scene, spiega Enzo Risso direttore scientifico di Swg, cominciato nel 2008, quando «la precarizzazione esistenziale è diventata una realtà che ha cambiato tutti gli equilibri. Così siamo di fronte a prodromi». E se il 44% degli under 34 vorrebbe ribellarsi o sogna la rivoluzione, il 15% vuole organizzare movimenti di protesta. Mentre uno su due vuole impegnarsi in una politica lontano dai partiti.
Jacopo Lanza a vent’anni ci è riuscito. Milanese di nascita, si è trasferito a Roma per entrare nella segreteria nazionale dell’Uds, Unione degli studenti. Una sorta di sindacato che ne difende i diritti. «Viaggio in tutta Italia, incontro ragazzi, cerco di capire le problematiche e come affrontarle». Per lui la parola impegno, «significa responsabilità». E si rammarica, quando «non c’è costanza. In molti hanno cominciato una battaglia per abbandonarla e concentrarsi sul lavoro o sullo studio». Così ha fatto Iacopo Bissi. Al terzo anno di Giurisprudenza alla Statale di Milano, ha accantonato la politica per «disillusione». Cercare di cambiare il Paese «senza interlocutori seri nella classe dirigente, è davvero difficile». Il suo impegno, però, non è finito. «Non sono andato all’estero perché voglio fare il magistrato. Questo sarà il mio apporto alla società».
Per chi sceglie di rimanere, c’è chi decide di partire. Daniela Deserio, 29 anni, fa parte di quel 37% che si impegna nelle associazioni. Tre settimane e prenderà un aereo per Khartoum, Sudan, dove l’anno scorso ha lavorato sei mesi nell’ospedale di cardiochirurgia di Emergency, il Salam Centre. La definisce «un’esperienza vagamente eccezionale». E c’è da crederci. In Africa Daniela ha conosciuto giovani cooperanti britannici, neozelandesi, serbi, «persone con altri indirizzi mentali con le quali è scattata un’intesa istantanea». Ragazzi che sentono «la missione», certo, ma s’impegnano a dare un contributo concreto.
Questo ritorno al protagonismo, dunque, non riguarda solo l’Italia. Perché nell’era della globalizzazione quello che accomuna sono anche le idee e la voglia di cambiare. Dagli indignati spagnoli al movimento Occupy presente negli Stati Uniti, in Russia e in Inghilterra. Passando per la Grecia. All’estero si sono riempite le piazze, sono state montate le tende.
E in Italia? «In questi ultimi anni c’è stata una forte mobilitazione studentesca, così come una risposta sindacale alle problematiche del mondo del lavoro. Ci sono state manifestazioni molto partecipate, come quella di Roma il 15 ottobre con 200 mila persone. Peccato che poi né la polizia né il movimento sia riuscito a controllare la piazza». Lo spiega Donatella Della Porta, professoressa di Sociologia all’Istituto Universitario Europeo. Per lei ci sono diverse ragioni per cui non è nato un Occupy italiano. «Non è mai stato trovato un momento unitario in cui gli obiettivi di tutte le proteste riuscissero a diventare uno e comune a tutti. Poi non c’è stato un crollo drammatico nelle possibilità economiche, come non sono state applicate, politiche di austerity così minacciose. E infine l’arrivo del governo Monti ha trovato d’accordo tutte le forze politiche, lasciando i movimenti senza un vero interlocutore. E un esecutivo tecnico è più difficile da attaccare».
Qualcuno ci ha provato. A Milano, il 31 marzo, ha sfilato il primo corteo contro il governo Monti. Tra i diecimila partecipanti c’era anche lei: Alice Pennati, 25 anni, di Lecco. I lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dalla carnagione chiara. Gli occhi azzurri hanno uno sguardo intelligente, vivo. Studentessa fuorisede all’Università Statale in Scienze Internazionali, si divide tra i libri, un lavoro in una libreria del centro di Milano («mi mantengo da sola») e la militanza: fa parte del collettivo Labout e del centro sociale Zam.
Quel sabato di due settimane fa è scesa in piazza. «Ci hanno già rubato il futuro, ma non ci possono prendere per stupidi». La fa arrabbiare una riforma del Lavoro che «dicono essere per i giovani, ma non lo è». Snocciola dati, spiega le ragioni. «La militanza è anche questo: cercare di sensibilizzare le persone sui temi che riguardano la nostra società. E provare a mettersi in gioco». La grinta c’è. Anche la consapevolezza che i ragazzi italiani «si fanno scivolare le cose addosso, non hanno troppa voglia di reagire».
Chi sicuramente non abbandonerà la strada che ha scelto è Stefano Facchini. Lui vive la fede come militanza attiva. Tanto da arruolarsi tra le fila di Comunione e Liberazione, il movimento fondato da Don Giussani, che ha registrato un aumento significativo degli aderenti. «Il piacere a poco prezzo non mi interessa, sono per la soddisfazione totale; per questo partecipo all’esperienza di CL, grazie alla quale Cristo è divenuto sempre più la risposta alle mie esigenze più profonde», spiega Stefano, 24 anni. Tra poco si metterà in tasca una laurea in Astrofisica e partirà per un Phd (dottorato) all’estero. «Il mio lavoro non può prescindere dalla partecipazione al movimento: da futuro scienziato voglio condividere il continuo stupore di fronte all’ordine inimmaginabile dell’universo».
Si riparte da qui. Dalla partecipazione di una generazione che vuole cambiare un futuro incerto e non garantito. Non si fidano della classe dirigente, tanto che il 41% crede che se avesse uno spazio governerebbe meglio. Intanto però, continua la ricercatrice Pasqualini, «si stanno inventando un modo nuovo di fare politica». E aggiunge Risso: «Credono nel rinnovamento del sistema, perché il capitalismo in questa forma non ha funzionato. Vogliono una società più armonica». Ecco la generazione «alfa». (Corriere della Sera, 8/4/2012)
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L’APPELLO
L’EUROPA SIAMO NOI: È IL MOMENTO DI RICOSTRUIRLA
di ULRICH BECK e DANIEL COHN-BENDIT
Un Anno europeo di volontariato per tutti – per tassisti e teologi, per lavoratori e disoccupati, per manager e musicisti, per insegnanti e allievi, per scultori e sottocuochi, per giudici della corte suprema e cittadini anziani, per uomini e donne – come risposta alla crisi dell’euro!
I giovani d’Europa non sono mai stati così istruiti, eppure si sentono impotenti di fronte all’incombente bancarotta degli Stati-nazione e al declino terminale del mercato del lavoro.
Tra gli europei con meno di venticinque anni, uno su quattro è disoccupato. Nei tanti luoghi in cui hanno allestito campeggi e lanciato proteste pubbliche, i giovani defraudati dei loro diritti rivendicano giustizia sociale. Ovunque – la Spagna, il Portogallo, i paesi del Nordafrica, le città americane o Mosca – questa domanda sale con grande forza e grande fervore. Sta montando la rabbia per un sistema politico che salva banche mostruosamente indebitate, ma dilapida il futuro dei giovani. Ma quanta speranza può esserci per un’Europa che invecchia costantemente?
Il presidente americano John F. Kennedy sbalordì il mondo con la sua idea di fondare un Corpo della pace. “Non chiedetevi che cosa può fare per voi il vostro Paese, chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese”.
Noi che firmiamo questo manifesto vogliamo farci portavoce della società civile europea. Per questa ragione chiediamo alla Commissione europea e ai governi nazionali, al Parlamento europeo e ai Parlamenti nazionali, di creare un’Europa di cittadini con un impiego attivo e di fornire i requisiti finanziari e legali per l’Anno europeo di volontariato per tutti, come contro-modello all’Europa dall’alto, l’Europa delle élite e dei tecnocrati che ha prevalso finora e che si sente investita della responsabilità di forgiare il destino dei cittadini europei, contro la loro volontà se necessario. Perché è questa massima non dichiarata della politica comunitaria che sta minacciando di distruggere l’intero progetto europeo.
Lo scopo è quello di democratizzare le democrazie nazionali per ricostruire l’Europa nello spirito dello slogan kennediano: non chiedetevi che può fare per voi l’Europa, ma che cosa potete fare voi per l’Europa, facendo l’Europa!
Nessun pensatore progressista, da Jean-Jacques Rousseau a Jürgen Habermas, ha mai voluto una democrazia che consiste unicamente nel poter andare a votare a scadenze regolari. La crisi del debito che sta mandando in pezzi l’Europa non è semplicemente un problema economico, ma anche un problema politico. Abbiamo bisogno di una società civile europea e della visione delle giovani generazioni se vogliamo risolvere le scottanti questioni d’attualità. Non possiamo lasciare che l’Europa venga trasformata nel bersaglio di un “movimento arrabbiato” di cittadini che protestano contro un’Europa senza gli europei. L’Europa non può funzionare senza l’apporto di europei impegnati per la sua causa, e gli europei non possono fare l’Europa se non possono respirare l’aria della libertà.
L’azione pratica, che trascende i confini ristretti dello Stato-nazione, dell’etnia e della religione, che l’Anno europeo di volontariato per tutti vuole promuovere non dev’essere intesa come una foglia di fico istituzionalizzata per coprire i fallimenti europei. È una visione che vuole aprire spazio per la creatività. Non si tratta di un mezzo per distribuire elemosine ai giovani disoccupati, è un atto di auto-affermazione della società civile europea, un atto che può essere usato per costruire una nuova Costituzione propositiva, dal basso, per ripristinare la creatività politica e la legittimazione dell’Europa. La libertà politica non può sopravvivere in un’atmosfera di paura. Può prosperare e radicarsi solo se le persone hanno un tetto sulla testa e sanno come fare per vivere, domani e quando saranno vecchie. Ecco perché l’Anno europeo di volontariato per tutti ha bisogno di solide fondamenta finanziarie. Noi chiediamo alle imprese europee di dare il loro giusto contributo.
Se vuole costruire una cultura dal basso, l’Europa non può permettersi di ricadere in linee d’azione predefinite. I cittadini di questa Europa andranno in altri Paesi e si impegneranno su problemi transnazionali su cui gli Stati nazionali non sono più in grado di offrire soluzioni appropriate (il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, i movimenti di massa di profughi e migranti e il radicalismo di destra). Sfrutteranno le reti europee di arte, letteratura e teatro come palcoscenici per promuovere la causa europea. Bisogna stipulare un nuovo contratto fra lo Stato, l’Unione Europea, le strutture politiche della società civile, il mercato, la previdenza sociale e la sostenibilità ambientale.
Che cosa c’è di buono nell’Europa? Qual è il valore dell’Europa per noi? Quale modello potrebbe e dovrebbe essere la base dell’Europa nel XXI secolo? Sono questioni aperte, che devono essere affrontate urgentemente. Per noi di We Are Europe la risposta è questa: l’Europa è un laboratorio di idee politiche e sociali senza equivalenti in nessun’altra parte del mondo. Ma che cos’è che costituisce l’identità europea? Potreste rispondere che l’europeità nasce dal dialogo e dal dissenso fra molte culture politiche diverse, quella del citoyen, quella del citizen, quella dello Staatsbürger, quella del burgermatschappij, quella del ciudadano, quella dell’obywatel. Ma l’Europa è anche l’ironia, è la capacità di ridere di se stessi. E il modo migliore per riempire l’Europa di vita e di risate è che i cittadini comuni europei agiscano insieme, spontaneamente.
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Al manifesto – che verrà pubblicato su numerose testate europee tra le quali Die Zeit, Le Monde, El Pais, The Guardian – hanno aderito anche: Jurij Andruchovyc, autore; Jerzy Baczynski, giornalista; Zygmunt Bauman, filosofo; Senta Berger, attrice; Patrice Chéreau, regista teatrale e cinematografico; Rudolf Chmel, esperto di letteratura ed ex ministro della Cultura della Repubblica Slovacca; Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea; Gábor Demszky, ex sindaco di Budapest; Chris Dercon, direttore della Tate Modern di Londra; Doris Dörrie, cineasta e scrittrice; Tanja Dückers, autrice; Peter Eigen, fondatore di Transparency International; Ólafur Elíasson, artista; Péter Esterházy, autore; Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri della Repubblica federale tedesca; Jürgen Flimm, direttore della Deutsche Oper Berlin; Anthony Giddens, politologo e sociologo; Alfred Grosser, pubblicista e politologo; Ulla Gudmundson, ambasciatrice svedese; Jürgen Habermas, filosofo; Dunya Hayali, giornalista; Michal Hvorecký, scrittore; Eva Illouz, sociologa; Mary Kaldor, politologa; Navid Kermani, studioso dell’islam e scrittore; Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura; Rem Koolhaas, architetto; Kasper König; curatore e direttore del Museo Ludwig di Colonia; György Konrád, scrittore ed ex direttore dell’Accademia delle Arti di Berlino; Michael Krüger, scrittore ed editore; Adam Krzeminski, scrittore e giornalista; Wolf Lepenies, ex direttore del Wissenschaftszentrum Berlin; Constanza Macras, coreografa; Claudio Magris, scrittore; Sarat Maharaj, storico dell’arte e curatore; Olga Mannheimer, autrice; Petros Markaris, scrittore; Robert Menasse, scrittore; Adam Michnik, giornalista e caporedattore della Gazeta Wyborcza; Herta Müller, premio Nobel per la letteratura; Hans Ulrich Obrist, curatore e direttore della Serpentine Gallery di Londra; Thomas Ostermeier, direttore del teatro Schaubühne di Berlino; Petr Pithart, giornalista ed ex primo ministro della Repubblica Ceca; Martin Pollack, pubblicista e autore; Alec Popov, scrittore; Ilma Rakusa, scrittrice e traduttrice; Peter Ruzicka, compositore e direttore di festival; Joachim Sartorius, autore ed ex direttore del Berliner Festspiele; Saskia Sassen, sociologa; Hans-Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico; Helmut Schmidt, ex cancelliere della Repubblica federale tedesca; Henning Schulte-Noelle, presidente del comitato direttivo dell’Allianz SE; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Gesine Schwan, politologa; Richard Sennett, sociologo e scrittore; Martin M. Šimecka, scrittore e giornalista; Johan Simons, registra teatrale del Münchner Kammerspiele; Javier Solana, ex segretario generale della Nato e alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune; Michael Thoss, direttore dell’Allianz Kulturstiftung; Klaus Töpfer, membro fondatore dell’Iass (Istituto di studi avanzati sulla sostenibilità) ed ex direttore esecutivo dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente); Klaus Wagenbach, editore; Richard von Weizsäcker, ex presidente della Repubblica federale tedesca; Christina Weiss, ex ministro della Cultura della Repubblica federale tedesca; Wim Wenders, cineasta e fotografo; Bob Wilson, artista e regista teatrale; Michel Wieviorka, sociologo… (ripreso da “la Repubblica” del 3/5/2012 – Traduzione di Fabio Galimberti)

Il Governo ha approvato il 6 aprile il disegno di legge delega sulla riforma della Difesa che prevede al 2024 il taglio di 33mila militari e 10mila civili: generali e ammiragli caleranno del 30%. Il piano del ministro Giampaolo Di Paola prevede la dismissione in cinque anni del 30% delle caserme e dei mezzi (blindati, sommergibili, elicotteri). La scure si abbatterà quindi sui programmi, in primis il più costoso, quello dei supercaccia F35 Joint Strike Fighter: invece dei 131 velivoli previsti, ne saranno acquistati 90, con una riduzione di spesa di 5 miliardi di euro
Noi, nella cosiddetta lista “spending review” di forti tagli alla spesa pubblica che i governo si appresta a decidere, non abbiamo dubbi che vanno tolti (cioè indicati come “spesa da non farsi”) quei 10 miliardi di euro che si vogliono utilizzare per l’acquisto di 90 aerei “supercaccia” F35. Di per sé, precisiamo, nelle spese militari con le quali un paese decide di dotarsi di un esercito, di armarsi, ci possono essere validi motivi, inoppugnabili, che tentiamo qui di indicare, di fare chiarezza.
Premettiamo che nel 2012 le spese militari italiane ammontano, complessivamente, a circa 23 miliardi di euro (o 26 per alcuni). Secondo i dati del Governo (che depura dalla cifra spese “non dirette”, come quelle straordinarie delle missioni di pace, dell’Arma dei carabinieri, delle pensioni agli ex militari…) la spesa corrisponde allo 0,9% del PIL. Mentre per altre fonti autorevoli nazionali e internazionali (come il SIPRI - Stockholm International Peace Research Institute – il prestigioso istituto svedese indipendente) il conto delle spese militari italiane arriverebbe all’1,7% del PIL. A fronte di una media dei paesi europei dell’1,8% (pertanto siamo nella media europea, un po’ meno).
La spesa militare mondiale è di 1.738 miliardi di dollari in un anno (dati Sipri). Una cifra, detta così, poco quantificabile, ma che invece appare spaventosa nelle dimensioni: un’intera grande economia (di morte?, di difesa?, di potere nazionalista?… pensiamola in vari modi…) che mette in moto uomini, tecnologie, strategie di potere globale, che prescindono dalla nostra capacità di visione e di sintesi.

La SPESA MILITARE MONDIALE è di 1.738 MILIARDI DI DOLLARI in un anno (dati SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute). A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli STATI UNITI, con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale. La CINA resta al secondo posto all’8%. In rapido aumento anche la spesa della RUSSIA al terzo posto. Seguono GRAN BRETAGNA, FRANCIA, GIAPPONE, ARABIA SAUDITA, INDIA, GERMANIA, BRASILE e ITALIA. La spesa militare italiana viene stimata dal Sipri, per il 2011, in circa 26 miliardi di euro annui
E nei conflitti internazionali di questi ultimi vent’anni non è vero che le pur dolorose e cruente guerre post-moderne, dall’Iraq alla Somalia, dai Balcani all’Afghanistan fino alla Libia di pochi mesi fa, non siano servite a niente. A volte il “non intervento” fa sì che si assista al martirio di popolazioni in balìa di cinici massacratori.
Pensiamo a quel che è accaduto in Rwanda, uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. In poco più di tre mesi (dal 6 aprile 1994 alla metà di luglio di quell’anno) vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco e machete) si stima circa un milione di persone dell’etnia Tutsi (ad opera degli Hutu, altra etnia presente nel paese). E questo genocidio si concluse solo dopo una missione militare e umanitaria dei francesi con l’autorizzazione dell’ONU.
Oppure va ricordato l’assedio di Sarajevo da parte dei serbi-bosniaci (dopo che un neocostituitosi governo bosniaco aveva dichiarato l’indipendenza della Bosnia dalla Iugoslavia), assedio che durò dall’aprile 1992 al febbraio 1996 (si stima che durante i 4 anni di assedio le vittime siano state più di 12.000, i feriti oltre 50.000, l’85% dei quali tra i civili), e nel quale proprio il blando intervento di forze dell’ONU (nel 1995: lasciarono in un’assenza complice che più di 8.000 bosniaci mussulmani fossero trucidati nella città di Srebrenica), proprio il blando intervento internazionale fosse risolto solo nel dicembre 1995 con il quasi sequestro americano dei leader nazionalisti contrapposti, il cessate il fuoco imposto dall’allora presidente Clinton e un accordo di pace (in un’isoletta militare statunitense del Pacifico, Dayton) che fermò definitivamente il massacro.
Pertanto difficile non credere di aver bisogno di possedere anche mezzi militari, per fermare violenze, per difendersi o difendere: una forza di polizia internazionale di intervento in difesa di popolazioni che subiscono torti, che vengono attaccate. Ed è vero che ogni operazione di questo genere (di polizia internazionale) deve avere un placet condiviso (come l’approvazione alle “Nazioni Unite”), deve essere regolamentata, e non abusare oltre i limiti stabiliti della propria forza. Ed è anche vero che “ci piacerebbe” che se di esercito si debba parlare, si creasse un ESERCITO EUROPEO. Fatto anche di forze, persone, in grado di esercitare con capacità e competenza azioni di prevenzione, azioni di diplomazia fra le parti in guerra. Con grande capacità di conoscenza dei luoghi in cui si va a operare (conoscenza delle lingue, della religione, delle tradizioni…) (quasi sempre le forze di pace non hanno queste capacità, questa preparazione ai luoghi dove sono destinate…).
La capacità di prevenire i conflitti (ad esempio per quasi tutti gli studiosi dell’area balcanica la guerra civile nella ex Iugoslavia si poteva evitare, con una sana preventiva e immediata interferenza internazionale, in primis europea, fin dall’inizio della crisi, nel 1991…); lo stabilire rapporti di reciproco scambio con tutti i popoli; il non assecondare dittatori sanguinari (che poi, oltre a massacrare il loro popolo, non si riesce più a “controllare”…); la capacità di fare da mediatori di pace tra i contendenti; l’incentivazione degli aiuti allo sviluppo dei paesi poveri con la cooperazione internazionale (che invece viene tagliata in questo periodo di crisi finanziaria) nel Mediterraneo, in Asia, in America latina, in Africa…. Tutto questo fa rivedere il non senso che hanno le spese militari in un mondo che si muove ancora su sempre più obsolete “tribù nazionaliste”. E in primis la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani.
Se rivediamo il sistema di difesa internazionale sotto altri occhi, in un contesto europeo che si fa ogni giorno più urgente, gli F-35 che il governo vuol acquistare sono inutili e dannosi. Una spesa da fermare. (s.m.)
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SPENDING REVIEW, CACCIATE I CACCIA
di Tommaso Di Francesco, da “Il Manifesto” del 1/5/2012
Raccontano le rassicuranti cronache che Piero Giarda, ministro per i rapporti con il Parlamento, non riesca a dormire la notte nel tentativo di preparare il suo rapporto «Elementi per una revisione della spesa pubblica». Sostenuto nello sforzo dal viceministro dell’Economia Grilli e dal ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi, si è avventurato nella missione spending review, vale a dire i tagli alla spesa pubblica dello stato e alla fine questo sforzo diventerà un provvedimento legge.
Sempre per il «bene collettivo», si è insediata ieri una task force, una specie di soviet supremo dei tagli. E il tutto, con l’obiettivo dichiarato di disinnescare l’aumento dell’Iva al 23% e di trovare almeno un miliardo da destinare alla famosa «crescita» dell’economia.
Già emerge che la forbice affonderà le lame nei settori della scuola, della giustizia, dell’Inps, della sicurezza dei cittadini, per razionalizzare le spese improduttive e cancellare o ridurre gli sprechi, proprio mentre la Bce preme perché vengano drasticamente ridimensionate le Province. Un’opera dolorosa, «necessaria» e «oggettiva» per la quale il ministro Giarda si muoverà, rassicura il Pd, con il «cacciavite, non con la mazza».
Noi, che abbiamo a cuore la salute del ministro «tecnico», ma che non pensiamo che una revisione di spesa sia un problema tecnico e tanto meno oggettivo, vorremo modestamente consigliarlo di tagliare la spesa più inutile, prevista in Finanziaria dallo schieramento bipartisan che sostiene il governo Monti: 10 miliardi di euro – quasi la metà dell’impegno di spesa dell’intera Finanziaria – per l’acquisto di ben 90 F-35, i cacciabombardieri di nuova generazione che possono armare testate nucleari e che sono programmati per colpire per primi.
«Servono per la difesa», sostiene il ministro ammiraglio Di Paola, in realtà sono i più moderni strumenti della guerra d’offesa e, costi quel che costi, dovranno essere utilizzati nei nuovi, o non ancora terminati, conflitti che si annunciano: questa è la tesi che gli alleati della Nato saranno chiamati a sostenere al vertice strategico dell’Alleanza atlantica del 20 maggio prossimo a Chicago.
Non basta più, visto che siamo alla caccia degli sprechi, che il governo Monti risponda di avere già tagliato la spesa per gli F-35 che, inizialmente dovevano essere 131 per 15 miliardi di euro, così come la scelta di cancellare uomini e ruoli di comando nelle forze armate ma solo per aumentare e razionalizzare le spese per la tecnologia di guerra e di morte.
La sola spending review possibile è quella di rinunciare all’acquisto dei 90 cacciabombardieri F-35. E di cominciare ad interrogarci su quanto ci costa la Nato. Visto che nessuno è in grado di spiegare l’utilità dei risultati sanguinosi ottenuti con le tutte le guerre post-moderne alle quali abbiamo partecipato negli ultimi venti anni, dall’Iraq alla Somalia, dai Balcani all’Afghanistan fino alla Libia. Quali obiettivi abbiamo conseguito, visto che nessuna di queste realtà è stata pacificata dalla scorciatoia scelta della guerra che, al contrario, ha prodotto solo una seminagione di troppi odi e crimini che tali restano anche se saranno impuniti.
La guerra si morde la coda, alla fine la sua unica utilità è quella di scrivere in bilancio nuovi e più adeguati strumenti di morte. Quando invece è la pace lo status ottimale della tenuta sociale, quello status che dovrebbe essere salvaguardato e «bandita» invece dovrebbe essere la guerra, recita ancora – per quanto tempo ancora? – la nostra Costituzione. (Tommaso Di Francesco)
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LE ARMI NON CONOSCONO RECESSIONE
di Francesco Palmas, da AVVENIRE del 28/3/2012
L’industria di armamenti non conosce crisi. È l’amara constatazione che emerge dall’ultimo rapporto del Sipri (Stockholm international peace research institute), pubblicato lo scorso 19 marzo. I trasferimenti mondiali di armi continuano a crescere a doppia cifra: più 24% nel periodo 2007-2011 rispetto al quinquennio 2002-2006. La regione Asia-Oceania rappresenta ormai il 44% delle importazioni mondiali di armamenti, mentre i primi esportatori sono gli Stati Uniti (30%).
Il maggior cliente dei “mercanti di morte” si conferma l’India, che vale da sola il 10% delle importazioni mondiali. Crescono le spese militari del gigante asiatico: nel 2012-2013 aumenteranno del 17%, per raggiungere quota 40 miliardi di dollari, il doppio circa di quanto investa l’Italia. Delhi sta diversificando le fonti di approvvigionamento e sviluppando un’industria nazionale.
È sempre più esigente in materia di compensazioni industriali. Mosca è sua fonte privilegiata, con forniture di aerei ed elicotteri (Mig-29, Su-30), di carri pesanti (T-90, T-72), di sommergibili e altri materiali. I due Paesi cooperano anche nello sviluppo dell’aereo furtivo T-50 Pak-Fa e sul futuro aereo da trasporto multiruolo Mta.
Ma da qualche anno l’India si sta rivolgendo sempre più spesso ai Paesi occidentali: ha acquistato dalla Francia caccia Mirage e Rafale, missili Mica e sottomarini Scorpène, ma non sono mancati materiali militari provenienti dalla Gran Bretagna (Sepecat Jaguar, Sea Harrier e Hawk) e dall’Italia.
Fortissima è la collaborazione con Israele nel campo dei droni, dei sistemi antimissilistici e dei radar. Ancora più a ovest, sono gli Stati Uniti la nuova frontiera del procurement indiano. Nel 2008, sono stati comprati a Lockheed Martin 6 velivoli da trasporto tattico C-130J e un anno dopo 6 aerei da sorveglianza marittima Boeing P8 Poseidon. Ma è l’anno scorso che è arrivata la commessa principale: più di quattro miliardi di dollari per 10 cargo C-17 Globemaster, capaci ciascuno di trasportare 102 paracadutisti.
Due ragioni spiegano i dati indiani: innanzitutto l’evoluzione del bilancio della difesa cinese, in crescita dell’11,2% nel 2012. I due Paesi spartiscono una frontiera comune di 2mila chilometri e hanno diversi contenziosi territoriali, uno dei quali legato al fiume Brahmaputra. L’altro motivo è legato all’ostilità ricorrente fra India e Pakistan, con la disputa sul Kashmir che data ormai dal 1947. Lo stato maggiore indiano ha elaborato una strategia del “duplice fronte“, che prevede di disporre delle capacità necessarie a condurre offensive multiple nel nord dell’Himalaya sia contro il Pakistan, sia contro la Cina. Gli acquisti d’armi vanno in questa direzione, come lo sviluppo del deterrente nucleare, dei missili balistici e di una flotta sottomarina strategica.
Per l’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss), le spese militari asiatiche supereranno nel 2012 quelle dei Paesi europei: parliamo di oltre 180 miliardi di euro e non è un caso che tutti i maggiori importatori mondiali di armi siano asiatici. Dopo l’India, spiccano la Corea del Sud (6%), il Pakistan (5%), la Cina (5%) e Singapore (4%), la città-Stato che consacra alla difesa il 5% della sua ricchezza nazionale, uno dei tassi principali al mondo. L’aeronautica singaporegna allinea ben 422 aeromobili, fra cui 143 caccia F-15 (24) ed F-16 Block 52 (74). Si addestra negli Stati Uniti, in Australia e in Francia e riceverà dall’Italia 12 velivoli avanzatissimi: gli M-346 Master di Alenia-Aermacchi.
Fra le principali tendenze registrate dal Sipri, si segnalano le importazioni militari della Grecia, crollate del 18% dal 2002 ad oggi. Atene non è più il quarto importatore di armi convenzionali, ma il decimo. Colpa della crisi finanziaria che erode i bilanci della difesa pan-europei. Nei 16 Paesi membri della Nato si sono registrati cali superiori al 10% (2008-2010), ricorda l’analista John Chipman. È una tendenza destinata a peggiorare: le forze armate britanniche perderanno l’8% delle risorse nel prossimo quadriennio. La Germania seguirà, professionalizzando una Bundeswher dal formato ridotto. L’Italia ha già dovuto ridurre acquisti e uomini. Peggio ancora è andata a Belgio e a Paesi Bassi, ove la mannaia ha causato perdite irreversibili di capacità militari.
Se qualcuno risparmia (ed è difficile lamentarsene), altri spendono e spandono, anche se la loro economia nazionale non se la passa certo meglio; e così facendo sottraggono risorse a servizi ben più vicini ai cittadini. Nelle Americhe è il Venezuela di Chavez a distinguersi per la crescita delle importazioni belliche: più 555% dal 2002 ad oggi. Caracas ha ordinato alla Russia qualcosa come 6 miliardi di dollari di materiali militari, fra caccia, carri T-72, lanciarazzi multipli Smerch, elicotteri Mi-17 e sistemi di difesa aerea S-300. Il Nordafrica non è stato a guardare, con un incremento del 273% nell’import di armamenti. Il solo Marocco è cresciuto del 443%.
Una cosa è certa: se i Paesi asiatici primeggiano per spese militari, sono gli industriali dell’armamento statunitensi ed europei a beneficiarne. Secondo una recente classifica del Sipri, delle prime 100 aziende legate al settore della difesa solo 12 sono asiatiche e per gran parte fabbricano equipaggiamenti acquisiti su licenza dai rispettivi governi. Nel 2010, i grandi dell’armamento mondiale hanno fatto affari per 411,1 miliardi di dollari e le loro vendite sono cresciute del 60% nel periodo 2002-2010.
Nella top-100, 44 industriali sono statunitensi e realizzano una cifra d’affari di 246,6 miliardi di dollari. Occupano 7 delle prime 10 posizioni mondiali, con il gigante Lockheed Martin in testa. E valgono più della metà dei 411,1 miliardi di fatturato. Imprese non toccate dalla crisi economica: l’ultimo decennio è stato prodigo in guerre e le cifre d’affari sono esplose. I dieci leader, tre dei quali europei (Bae System, Eads e Finmeccanica) impiegano 1.138.310 persone. (Francesco Palmas)
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DIFESA, C’È IL VIA LIBERA ALLA RIFORMA. IN DIECI ANNI TAGLIATI 33MILA MILITARI
da “La Stampa” del 6/4/2012
- Il Cdm approva il ddl delega – «C’è la crisi, contenere lo spese» – Di Paola: non è lacrime e sangue –
La crisi colpisce anche le spese militari: il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega che prevede in dieci anni un taglio di 33mila militari e di diecimila civili che lavorano nel settore: nel 2024 la Difesa italiana potrà contare dunque su 150mila soldati e 20mila civili.
Il perchè della riforma è presto detto: è necessario, afferma Palazzo Chigi, «contenere i costi, a causa dell’attuale congiuntura economica e finanziaria». Ed infatti l’Italia, oggi, può destinare al settore lo 0,84% del Pil a fronte di una percentuale che nel 2004 era dello 1,01% e che nei paesi europei è, in media, dell’1,61%. Dunque bisogna tagliare. «è un processo difficile – ammette il ministro Giampaolo Di Paola – ma credo possa rappresentare un segnale di grossa innovazione. E non sarà una riforma lacrime e sangue».
Quel che è certo è che accanto ai tagli è necessario un altro intervento: la razionalizzazione delle risorse a disposizione. Perch‚ il terrorismo internazionale ma anche l’instabilità di alcune aree del Mediterraneo e del Medio Oriente richiedono strumenti operativi qualitativamente e tecnologicamente avanzati. E le risorse, oggi, sono distribuite male se è vero, come dice palazzo Chigi nella nota al termine del Cdm, che il 70% è «assorbito dalle spese per il personale» mentre quelle destinate all’operatività e agli investimenti sono limitate rispettivamente al 12% e al 18%. L’obiettivo del ddl è dunque quello di consentire a Esercito, Marina e Aeronautica di riequilibrare i propri costi portando al 50% le spese per il personale e al 25% sia quelle per l’addestramento sia quelle per gli investimenti.
Nella nota al termine del Consiglio dei ministri si sottolinea inoltre che è prevista una «rimodulazione dei programma di ammodernamento tecnologico». La prima, l’ha riconfermato anche oggi Di Paola, riguarda il programma degli F35 per il quale l’Italia si era impegnata ad acquistare 131 aerei per una spesa di 15 miliardi. «Il programma va avanti con trasparenza – ha detto il ministro – ma con un significativo ridimensionamento». Significa che gli aerei che l’Italia comprerà non saranno più 131 ma 90, con un risparmio stimato attorno ai 5 miliardi.
Nei prossimi dieci anni, dunque, ci sarà una riduzione graduale degli uomini a disposizione. Si agirà sui reclutamenti, che verranno ridotti di circa il 20-30%, ma si punterà anche a favorire gli esodi. Per farlo si utilizzeranno la mobilità verso le altre amministrazioni pubbliche, centrali e locali, l’aspettativa per la riduzione quadri, forme di part-time per i dipendenti civili, norme per il reinserimento nel mondo del lavoro. La forbice toccherà in misura maggiore generali e ammiragli, che subiranno un decremento di circa il 30%. Ma riduzione degli uomini significherà naturalmente anche tagli alle strutture ed ai mezzi: ci saranno cos meno basi militari, blindati, elicotteri, sommergibili. E le caserme diminuiranno del 30%.
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IL DIBATTITO SUL CACCIA MULTIRUOLO DI 5A GENERAZIONE F-35
da “Reporter 2.0” http://www.reporter2dot0.com/
(…) Si parla di una riduzione del personale militare di circa 30.000 unità – per la maggior parte non operativo. La decisione è stata presa nel tentativo di contenere i costi del personale. Tali costi incidono per il 70% sul budget annuo della Difesa che ammonta a 12 miliardi di euro. Anche il comparto tecnologico subirà dei tagli. Delle 10 fregate classe Fremm, costruite insieme coi francesi e destinate a sostituire le classi Lupo e Maestrale, ne saranno sacrificate 4. Mentre l’acquisto degli ormai noti caccia multiruolo F-35 scenderà da 131 a 90 unità.
La decisione di acquistare 131 caccia F-35, e soprattutto i 13 miliardi di euro necessari, hanno suscitato in Italia non poche polemiche. L’Italia ha preso parte al progetto di ideazione e produzione del caccia multiruolo di 5ª generazione F-35 nel 2006 quando il ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, aderì al progetto americano Joint Strike Fighter.
IL PROGETTO JOINT STRIKE FIGHTER
Il progetto Joint Strike Fighter è supportato a livello internazionale da 9 partner. Ci sono tre livelli di adesione che riflettono la partecipazione finanziaria al programma, la quantità di tecnologia trasferita (il c.d. know how) e l’ordine con il quale le nazioni possono ottenere esemplari di produzione. Il nostro paese, insieme alla Danimarca, è partner di “livello 2″ e contribuisce al progetto per più di 1 miliardo di dollari. La Gran Bretagna è l’unico partner di primo livello contribuendo per il 20% ai costi complessivi. Canada (440 milioni di $), Turchia (175 milioni di $), Australia (144 milioni di $), Norvegia (122 milioni di $) e Danimarca (110 milioni di $) sono invece partner di terzo livello.
Il caccia F-35 è stato progettato per sostituire molti caccia di seconda e terza generazione attualmente in uso presso la United States Air Force, la Royal Air Force inglese, l’Aeronautica militare italiana e le varie componenti delle forze armate dei paesi aderenti al progetto. Oltre ad aggiornare le flotte degli stati partecipanti, i caccia saranno acquistati anche da altre nazioni.
LE CRITICHE AL PROGETTO
I costi di produzione, che a partire dal 2011 hanno cominciato a lievitare, hanno gettato non poche ombre sul successo del progetto. Il caccia F-35 è una macchina pensata per essere tecnologicamente all’avanguardia, in grado di adempiere a tutti e tre i ruoli operativi tradizionali del caccia: intercettore, attacco al suolo, ricognizione. Oltre all’aspetto economico vi è poi la questione della competitività.
Da molte parti sono state mosse accuse circa l’effettiva capacità del caccia F-35 di competere con il russo Su-35 in un combattimento aereo. Il maggiore Richard Koch dell’USAF, capo dell’ufficio di superiorità aerea del “USAF Air Combat Command”, ha dichiarato: “mi sveglio la notte con i sudori freddi al pensiero che l’F-35 avrà solo due armi per la superiorità aerea“.
La presunta ridotta competitività del veivolo è significativa sotto un duplice profilo. Come ho detto l’aereo deve essere competitivo nel senso che, in un eventuale scenario di guerra, deve poter garantire il più efficacemente possibile la superiorità aerea. Oltre a questo fondamentale requisito, il caccia deve essere competitivo anche a livello economico. L’F-35 dovrà infatti misurarsi sul mercato mondiale con rivali come il Saab JAS 39 Gripen svedese o il Dassault Rafale francese. La sua efficienza e il suo costo, se competitivi, garantiranno ai paesi produttori quelle commesse necessarie per poter aspirare al riequilibrio dei costi di produzione.
IL DIBATTITO PUBBLICO
La questione dell’acquisto dei caccia F-35 ha creato un’intenso dibattito nel nostro paese. Il governo del premier Monti si è dichiarato a favore di un ridimensionamento dell’acquisto delle unità ma non ha mai messo in discussione il progetto nella sua essenza.
Coloro i quali si dichiarano favorevoli al progetto adducono che la costruzione dei 90 esemplari che batteranno bandiera italiana e una quota significativa delle eventuali commesse europee è affidata ad aziende italiane; si spera quindi in una possibile ricaduta occupazionale e ad un vantaggioso trasferimento di know how; i costi di produzione oltre ad essere spalmati nell’arco di 14 anni verranno in parte recuperati dalle future commesse straniere, come quelle olandesi (per il momento sospese); gran parte degli Harrier a decollo verticale che prestano servizio sulle portaerei “Cavour” e “Garibaldi”, dei caccia multiruolo Panavia Tornado, dei caccia da attacco al suolo AMX, e degli F-16 Falcon presi in leasing dall’Usaf, che compongono la nostra flotta aerea, sono macchine che nel giro di 15 anni termineranno il proprio ciclo di vita e devono essere sostituite.
Dall’altra parte, le ragioni dei critici possono essere così brevemente riassunte: i costi di produzione e di manutenzione dei veivoli sono eccessivamente alti; le priorità in tempo di crisi e con una incombente recessione devono essere altre; la ricaduta occupazione sarà minima dato che le componenti del caccia costruite su suolo italiano saranno per lo più realizzate da Alenia Aeronautica, la cui forza lavoro era occupata nell’ormai dismesso programma Eurofighter.
E’ vero che i dettami costituzionali prevedono la partecipazione italiana alle organizzazioni internazionali predisposte al mantenimento della pace, consentendo quelle “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11, comma secondo), come è vero che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11, comma primo). A fronte di quanto stabilito dalla Costituzione viene posto l’accento sul dato oggettivo che gli F-35 sono sì caccia multiruolo ma con un pesante sbilanciamento per operazioni di attacco al suolo, operazioni di tipo offensivo, contrarie ai dettami costituzionali.
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FAVOREVOLI – Opinione di ARDUINO PANICCIA
FACCIAMO POCA DEMAGOGIA, GLI F35 CI SERVONO E RISCHIAMO DI PERDERLI
dal sito LINKIESTA (http://www.linkiesta.it/ ) del 22/2/2012
I problemi tecnici non sono pochi e la lista delle defezioni dal progetto del F35, il supercaccia che l’Italia sta comprando, si allunga, scrive Arduino Paniccia docente di Studi Strategici all’Università di Trieste. La più dannosa è quella della Us Navy, che ha declinato il proprio interesse nell’F35B, una delle due versioni a cui è interessata l’Italia, lasciando solo ai Marines e alla nostra Marina l’insostenibile onere di portare avanti questa versione. Se anche i Marines dovessero chiamarsi fuori, l’F35B verrebbe cancellato, rendendo impossibile per la nostra Marina rimpiazzare i suoi Harrier AV8B, ormai obsoleti. Ma se il paese vuole una forza armata capace di proiettarsi all’estero (unico scenario plausibile) l’F35 è indispensabile.
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Qualche tempo fa, ad un cronista televisivo che raccoglieva i commenti dei cittadini nella Roma travolta dalla neve, una signora intervistata ha sentenziato «Perché non hanno subito chiamato i soldati? Tanto stanno lì a fare niente tutto l’anno!». Alcuni giorni prima una professoressa in una scuola media inferiore sempre di Roma ha suggerito alla scolaresca che «dietro la tragedia della Concordia ci sono sicuramente i militari». In un contesto paese che partorisce scempiaggini di tale magnitudine è evidente che parlare di una spesa di circa 15 miliardi di euro per acquistare 131 aerei da combattimento è un suicidio in termini di consenso e costituisce un invito a nozze per i soliti noti per i quali, da sempre, per risolvere i problemi del Paese occorre “tagliare le spese militari”.
Questa è una posizione condivisa da molti italiani in buona fede, anche se si tratta in realtà di un banale luogo comune, niente più di un irrealistico slogan ideologico privo di valenze pratiche. Infatti, se mantenere l’apparato militare italiano costasse non lo 0,9 del bilancio dello stato (il budget difesa più basso d’Europa e della Nato) ma lo 0,009, comunque troveremmo in Parlamento e ai microfoni dei talk show qualcuno che ci spiega che la soluzione delle nostre grane sta nel ridurre le spese militari. Premesso questo, va osservato che la vicenda del Joint Strike Fighter F35 resta una gatta da pelare per il nuovo ministro della Difesa Di Paola. Non solo per i preconcetti ideologici e culturali accennati, ma anche perché esistono obiettivi problemi tecnici oltre che di finanziamento.
Proviamo a riassumerne i termini a grandi linee: l’Italia si trova nella necessità di mandare in pensione la vetusta flotta aerea della sua Aeronautica e della sua Marina Militare, costituita dai vecchissimi Tornado, dai mediocri Amx e dai sorpassatissimi Harrier. Focalizzato il proprio interesse su un progetto della Lockheed Martin, Grumann e Bae Systems battezzato F35, l’Italia ha deciso di partecipare alla sua realizzazione investendo fino ad oggi assieme ad altri sette paesi (Inghilterra, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca) circa 5 miliardi di dollari, mentre gli Usa mettono gli altri 35 dei 40 necessari a portare a termine la gestazione dell’aereo. Nel frattempo si sono presentati altri acquirenti (solo pochi giorni fa il Giappone).
Tuttavia l’iter del progetto va a rilento: il primo prototipo ha volato nel 2006 ma la mole di problemi riscontrati è tale che i tempi stanno diventando lunghissimi, i costi lievitano (81% in più per esemplare) e le perplessità dei partecipanti all’impresa e dei potenziali compratori aumentano. Esistono tre versioni di questo velivolo stealth multiruolo di quinta generazione in grado di effettuare missioni di interdizione in profondità, di soppressione dei sistemi di difesa aerea nemica, di guerra elettronica, di supporto aereo ravvicinato, di bombardamento tattico e di raccolta di intelligence. Una prima variante è a decollo e atterraggio convenzionale (F35A), una è a decollo corto e atterraggio verticale (F35B) e la terza è per l’uso sulle portaerei (F35C). All’Italia interessano solo le versioni A e B, la prima per l’Aeronautica (inizialmente richiesti 110 velivoli) e la seconda per la Marina (21 aerei da imbarcare sulla Cavour).
Senza addentrarci troppo nel dettaglio delle problematiche fino ad oggi emerse, basti accennare che molti addetti ai lavori hanno sollevato diverse critiche, secondo le quali l’F-35 non può competere con aerei di pari categoria come il russo Su-35 perché non è in grado di manovrare con sufficiente velocità ed è troppo pesante, sovraccarico com’è di funzioni legate alla sua configurazione multiruolo. Fonti informate spiegano che sussistono gravi problemi di vibrazione, di scarsa capacità di elaborazione dati e di visione notturna e di adeguato sviluppo del software. Data la situazione già ci sono state le prime defezioni, la più dannosa quella della Us Navy, che ha declinato il proprio interesse nell’F35B, lasciando solo ai Marines e alla nostra Marina l’insostenibile onere di portare avanti questa versione, proprio quella che ha presentato maggiori criticità. Se anche i Marines dovessero chiamarsi fuori, l’F35B verrebbe cancellato, il che renderebbe impossibile per la nostra Marina rimpiazzare i suoi obsoleti Harrier AV8B, ormai vecchi e più che usurati dalle recenti e numerosissime missioni in Libia.
Il ministro Di Paola sta cercando di salvare il salvabile riducendo la domanda a “soli” 90 aerei in totale e sottolineando che la partecipazione dell’Italia a questo progetto si traduce in un investimento che «darà occupazione a 1.500 persone e che, in prospettiva, sono previsti 10mila posti di lavoro, con oltre 40 imprese che contribuiscono alla crescita economica, tecnologica e industriale del Paese».
Peccato questo non sia un argomento in grado di intaccare la quasi genetica repulsione del paese per tutto ciò che è militare, se fosse così facile basterebbe impostare un paio di navi da guerra per allontanare i cassaintegrati della Fincantieri dalla disoccupazione. Ma così non è, ai militanti dalla bandierina iridata dell’occupazione degli italiani interessa pressoché nulla e la verità è che il Ministro Di Paola si trova a fronteggiare un problema che va aldilà dei riflessi pavloviani degli anti-militaristi o della crisi economica contingente, finendo per costringere il paese ad interrogarsi su quale debba essere il ruolo delle nostre Forze Armate e se abbia un senso averle. Ovvero quale debba essere il “modello di Difesa” che si intende mantenere.
Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato il progetto di ristrutturazione presentato da Di Paola che impone tagli senza precedenti, resi possibili solo dalla competenza del più “tecnico” dei ministri tecnici, un professionista che ha indossato l’uniforme della Marina e a 15 anni entrando in Collegio Navale e se l’è levata ieri, dopo quasi cinquanta anni di lavoro continuativo nello stesso “business”, il che fa di lui l’unico tecnico di Governo con una esperienza di mezzo secolo nella stessa attività. Paradossalmente e non sorprendentemente proprio un ex-militare imporrà i sacrifici maggiori agli uomini con le stellette. Infatti Di Paola sa esattamente dove tagliare, meglio e più draconianamente di ogni suo predecessore.
Occorre premettere che oggi in Italia più del 70% del budget difesa serve alle spese d’esercizio e a pagare stipendi, uno squilibrio inaccettabile, considerato che la media europea è del 51% per le spese fisse ed del 49% per investimenti e rinnovo delle tecnologie. Per avvicinarci a quelle proporzioni il “nuovo modello di Difesa” prevede una riduzione drastica del personale di circa 40mila degli attuali 183mila militari e civili appartenenti alle nostre Forze Armate e investimenti in nuove tecnologie che garantiscano l’operatività dei pochi selezionati che rimarranno a servire il paese in uniforme.
L’F35 rientra appunto in questo piano, ma il suo costo verrà spalmato in diversi anni (i primi F35 saranno schierati in Italia nel 2018) e soprattutto esso rappresenta una spesa indispensabile a rimpiazzare aerei che ormai cadono in pezzi. Soprattutto serve a mantenere la posizione dell’Italia nel contesto di organizzazioni multinazionali all’interno delle quali i nostri militari giocano il ruolo cruciale di supplenti allo scarso peso economico, industriale e politico della nazione. Se oggi possiamo credibilmente sedere al tavolo dei grandi (Onu, Nato, Ue, etc.), è anche grazie alla credibilità della nostra macchina militare ed al sacrificio dei nostri soldati, che ovunque nel mondo hanno “messo una pezza” alla mediocrità delle nostre risorse politiche e produttive.
Se intendiamo continuare a sfruttare questa risorsa, l’acquisto di tecnologie adeguate come l’F35 è indispensabile. A meno che non si decida di privarci tout court della nostra macchina militare. In fondo anche il Costarica vive benissimo senza Forze Armate, forse anche l’Italia potrebbe vivere altrettanto bene. Ammesso che in futuro si accetti di avere nello scacchiere internazionale lo stesso peso del Costarica. Ma se le nostre ambizioni sono diverse, allora occorre riconoscere che le nostre Forze Armate sono funzionali a consentire all’Italia di dire la sua negli scenari geo-politici odierni e futuri. Oggi la difesa dei confini e degli interessi nazionali non si fa solo lungo le nostre coste e sull’Arco Alpino, data la natura della minaccia terroristica o delle armi di distruzione di massa, ma necessita di una capacità di schieramento e di gestione delle operazioni all’estero, di solito in teatri remoti.
Per fare questo occorre una forza armata che disponga di una capacità di proiezione realistica, non già di legioni di Alpini che trascinano cannoni su per i dirupi delle nostre montagne. Piuttosto occorrono buoni aerei, buone navi, buoni sistemi d’arma, buoni soldati e una efficiente logistica che consenta di portare il tutto laddove la tutela dell’interesse nazionale lo richieda.
Sostenere che in Italia si spenda troppo per la Difesa è una verità parziale, nel senso che avere a libro paga più generali ed ammiragli delle forze armate americane è certamente una incongruenza alla quale il Ministro deve mettere mano velocemente, ma affermare che l’F35 sia inutile è altrettanto fuorviante: se il paese intende avere una forza armata capace di proiettarsi all’estero (unico scenario plausibile) l’F35 è indispensabile.
Oppure riscriviamo la Costituzione e sciogliamo Esercito, Marina e Aeronautica. Potremo finalmente vivere felici come in Costarica e guardare al telegiornale altre nazioni che decidono del nostro destino nel chiuso di stanze nelle quali non avremo accesso. (Arduino Paniccia è docente di Studi Strategici all’Università di Trieste). Con la collaborazione di Andrea Castelli Leggi il resto:
http://www.linkiesta.it/caccia-f-35#ixzz1tkYGHz9u
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LE SPESE MILITARI UCCIDONO
di Manlio Dinucci, da “il Manifesto” del 19/4/2012
Nel tempo che impiegherete a leggere questo articolo, nel mondo si saranno spesi altri 10 milioni di dollari in armi, eserciti e guerre. La spesa militare mondiale ammonta infatti a 3,3 milioni di dollari al minuto. Ossia 198 milioni ogni ora, 4,7 miliardi ogni giorno. Il che equivale a 1.738 miliardi di dollari in un anno.
Sono i dati relativi al 2011, pubblicati ieri dal Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma.
A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli Stati uniti, con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale. L’annunciato taglio di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è tutto da vedere. I risparmi dovrebbero essere effettuati riducendo le forze terrestri e restringendo i benefit (compresa l’assistenza medica) dei veterani.
Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati.
Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari, come è avvenuto per quella contro la Libia, vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono. E a questo si aggiungono anche altre voci di carattere militare, tra cui circa 125 miliardi annui per i militari a riposo e 50 per il Dipartimento della sicurezza della patria, portando la spesa Usa a circa la metà di quella mondiale.
Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto rispetto al 2010, con una spesa stimata in 143 miliardi di dollari, equivalenti all’8% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (170% in termini reali nel 2002-2011) è maggiore di quello della spesa statunitense (59% nello stesso periodo). Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico.
In rapido aumento anche la spesa della Russia, che passa, con 72 miliardi di dollari nel 2011, dal quinto al terzo posto tra i paesi con le maggiori spese militari. Seguono Gran Bretagna, Francia, Giappone, Arabia Saudita, India, Germania, Brasile e Italia. La spesa militare italiana viene stimata dal Sipri, per il 2011, in 34,5 miliardi di dollari, equivalenti a circa 26 miliardi di euro annui. L’equivalente di una grossa Finanziaria.
Nella ripartizione regionale, Nord America, Europa e Giappone totalizzano circa il 70% della spesa militare mondiale: è quindi la triade, che finora ha costituito il «centro» dell’economia mondiale, a investire le maggiori risorse in campo militare. Ciò ha un effetto trainante sulle regioni economicamente meno sviluppate: ad esempio, l’Africa conta appena il 2% della spesa militare mondiale, ma il Nord Africa ha registrato la più rapida crescita della spesa militare tra le subregioni (109% in termini reali nel 2002-2011) e anche quella della Nigeria è in rapida crescita.
La spesa militare continua così ad aumentare in termini reali. Secondo le stime del Sipri, è salita a circa 250 dollari annui per ciascuno dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Una cifra apparentemente trascurabile per un cittadino medio di un paese come l’Italia. Ma che, sommata alle altre, diventa un fiume di denaro pubblico che finisce in un pozzo senza fondo. Prima ancora di uccidere quando viene convertita in armi ed eserciti, la spesa militare uccide sottraendo risorse vitali a miliardi di esseri umani. (IlManifesto.it)
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Ecco i settori che creano più posti di lavoro.
CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE: CONVIENE INVESTIRE NEL SETTORE MILITARE?
da PEACELINK del 10/12/2011 (http://www.peacelink.it/ )
- Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, il finanziamento di priorità nazionali in ambito civile crea almeno il 50% in più di posti di lavoro rispetto alla spesa per le forze armate -
di ALI GHARIB (giornalista di ThinkProgress)
Fonte: http://www.truth-out.org/study-funding-progressive-domestic-priorities-creates-least-50-percent-more-jobs-military-spending/1 – 05 dicembre 2011
Messi di fronte alla necessità di ingenti tagli alle spese militari, il Ministero della Difesa, il Segretario Leon Panetta e le associazioni di settore hanno espresso il timore che i tagli alla sicurezza possano aumentare il tasso di disoccupazione. E pur attenendosi alla (dubbia)cauta linea di pensiero che le spese governative non siano in grado di creare posti di lavoro, esponenti della destra come il Repubblicano Buck McKeon (R-CA) insistono sul fatto che le spese militari debbano rimanere elevate per impedire una crescita del tasso di disoccupazione.
Ma un nuovo studio dell’Università del Massachusetts, Amherst, a cui fa riferimento l’economista Dean Baker mostra che, contrariamente a quanto ritengono i conservatori, le spese non militari possono creare più occupazione di quanto lo facciano quelle per i programmi di difesa.
Gli autori dello studio, gli economisti Robert Pollin e Heidi Garret-Peltier dell’Istituto di Ricerca di Economia Politica, si sono avvalsi di statistiche del Ministero Statunitense del Commercio, dell’Ufficio delle Statistiche del Lavoro e di altre fonti per capire quanti impieghi venissero creati dalla spesa pubblica in vari settori. E hanno potuto rilevare che le spese per il comparto militare creavano meno occupazione per miliardo di dollari spesi di quanta ne creassero quelle per il settore civile.
Facendo una media tra i risultati degli investimenti in energia pulita, sanità pubblica e educazione, queste tre aree creano circa il doppio di posti rispetto alla spesa dedicata al comparto militare. I risultati inferiori di energia e sanità riescono purtuttavia a creare il 50% di posti in più rispetto al settore militare, mentre i risultati degli investimenti nel campo dell’educazione indicano la possibilità di maggiori opportunità di impiego.
Il documento analizza anche la distribuzione della creazione di posti di lavoro in base a diverse fasce di reddito. Se si considerano i benefici, la spesa nel settore civile crea più impieghi con fasce di reddito differenziate (bassa, media e alta). E dato che la spesa per le priorità domestiche crea tanti posti in più, saranno di conseguenza molti anche gli impieghi ad alto reddito.
Gli autori concludono affermando che “gli investimenti in energie rinnovabili, sanità ed educazione saranno quelli maggiormente positivi per l’occupazione, a tutti i livelli di reddito, al contrario dei risultati degli investimento nel settore militare”.
L’economista Dean Baker, co-direttore del Center for Economic and Policy Research, commenta nel suo blog lo studio dell’Università del Massachusetts: “In altre parole, se lo scopo della spesa è quello di creare occupazione, allora investire nel settore militare è l’ultima cosa che vorremmo fare. Ma purtroppo sono in molti a Washington a credere alla favola che i dollari spesi nel settore militare creino più occupazione che in qualsiasi altro settore, cosa che non ha fondamento secondo le normali analisi economiche”.
E dunque risulta evidente che la spesa militare non sia l’unica alternativa per la spesa pubblica, ai fini della creazione di occupazione. Anzi, è molto lontana dai risultati di alternative migliori quali la spesa per energia pulita, sanità e educazione, che raggiungono l’obiettivo in modo più brillante. (Pubblicato originalmente su ThinkProgress)
Note: ALI GHARIB scrive per THINKPROGRESS e si occupa di politica estera statunitense per il Medio Oriente, e in particolare per l’Iran. Prima del suo ingresso nel Center for American Progress, ha scritto per l’Inter Press Service e per il sito del Columbia Journalism Review, di ForeignPolicy.com, e di AlterNet. Ali possiede una laurea in filosofia del Boston College, un master in filosofia e politiche pubbliche della London School of Economics, e un master in giornalismo della Columbia University. – Tradotto da DANIELE BURATTI per PEACELINK
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Sbilanciamoci. Info (www.sbilanciamoci.info)
SPESE MILITARI IN ITALIA, IL GOVERNO TECNICO DÀ I NUMERI
da “Il Manifesto” del 28/4/2012
Nel documento sui cento giorni del governo Monti si sostiene che la spesa per la Difesa in Italia, in rapporto al Pil, è la più bassa d’Europa. Da un governo fatto di tecnici e professori ci si aspetterebbe, almeno, che sappiano “far di conto”. Invece in questo caso, come sul costo dei caccia-bombardieri F35 e sulle ricadute occupazionali del programma, stanno “dando i numeri”.
Con un’operazione contabile che ricorda molto la “finanza creativa”, con la quale si è portato il nostro debito pubblico al 120 per cento del Pil, nel documento si afferma – con “bocconiana” altezzosità – che le spese militari in Italia sarebbero solo lo 0,90 per cento del Pil contro una media Ue del 1,61 per cento. Peccato che sia proprio la Nato (e non Anonymous) a smentire quel numero. La Nato nel suo report, “Financial and Economic Data Relating to Nato Defence” pubblicato il 10 marzo 2011 e accessibile a chiunque, confronta la spesa militare dei paesi che partecipano all’Alleanza atlantica dal 1990 al 2010. Che cosa è evidente dai dati forniti dalla Nato?
1. La spesa militare in Italia in rapporto al Pil (a prezzi correnti) non è la più bassa dell’Unione europea, come scritto nel documento ufficiale della Presidenza del Consiglio, “Governo Monti: attività dei primi cento giorni”. Non solo è maggiore del “magico” 0,9%, ma è superiore al dato di Germania e Spagna (per restare ai paesi territorialmente comparabili al nostro).
2. Anche i dati per l’anno 2010 (i più recenti in ambito Nato) confermano che la spesa militare in Italia in rapporto al Pil (a prezzi correnti), pur escludendo la quota destinata all’Arma dei Carabinieri, non è la più bassa dell’Ue. L’Italia è al 1,4%, come la Germania e più della Spagna (1,1%), mentre la media Nato dei paesi europei è al 1,7% di poco superiore a quella italiana.
3. Infine, se compariamo non i valori statici, ma il trend – cioè la variazione nel tempo – l’Italia è uno dei paesi europei che meno hanno ridotto il peso delle spese militari in rapporto al Pil nell’arco di venti anni: in Francia questo rapporto si è ridotto del 30%, in Germania del 38%, in Grecia del 28%, nel Regno Unito del 32%, in Spagna del 25%, mentre in Italia solo del 20%.
Se permangono dei dubbi sulle fonti, consiglio di verificare non il sito della Rete italiana disarmo, ma quello della Central Intelligence Agency (Cia). Nella sua pubblicazione “The World Factbook”, c’è l’elenco della spesa militare di ciascun paese (non solo Nato) in rapporto al proprio Pil. L’Italia – secondo la Cia – spende l’1,8% del proprio Pil.
Dello stesso parere è il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) – il prestigioso istituto svedese indipendente – che nel monitorare le spese militari nel mondo, secondo una metodologia corretta, include o esclude le stesse voci di spesa nei dati di ciascun paese. Nel recente rapporto appena pubblicato sull’andamento delle spese militari, il Sipri certifica che l’Italia ha speso nel 2010 l’1,7% del Pil, mentre la media nel periodo 2005-2009 era del 1,8%. È solo lo 0,2% in più dei dati Nato riportati nel grafico 1 (1,6%), ma un valore doppio rispetto a quello dichiarato dal governo italiano.
Com’è possibile un divario così ampio? La ragione è semplice. Lo 0,9% è il risultato di una manipolazione contabile che sottrae dal calcolo delle spese militari le voci del bilancio del ministero della Difesa destinate alle pensioni provvisorie, alle funzioni esterne (es. l’impiego dei militari in interventi di protezione civile) e all’Arma dei Carabinieri (in totale più di un terzo del budget).
Testo integrale su www.sbilanciamoci.info
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vedi, per approfondimenti:
http://www.disarmo.org/nof35/docs/4013.pdf

Le novità più importanti rilevate dal 15° CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE? GLI STRANIERI, LE CASE E LE BARACCHE. L’Istat ha divulgato una prima parte dei risultati dai quali emerge che negli ultimi dieci anni, la popolazione residente in Italia è di 59.464.644 e di questi, il 6,3% sono stranieri. L’altra novità emersa dall’analisi delle dichiarazioni sono le ABITAZIONI: +5,8%. Ma se aumentano case, esercizi commerciali, garage incredibilmente SONO IN AUMENTO ANCHE LE FAMIGLIE CHE RISIEDONO NELLE BARACCHE. Un incremento, quest’ultimo, che lo stesso Istat definisce “vertiginoso”e che probabilmente sarà destinato ad aumentare con l’analisi definitiva dei dati. (Nadia Francalacci, da Panorama.it del 28/4/2012)
I dati degli Istituti di Ricerca (in primis il censimento decennale della popolazione italiana gestito dall’Istat) si accavallano. Positivamente (ci danno una fotografia sempre più chiara, nel caos di spostamenti della popolazione, di urbanizzazione diffusa e confusa, di lavoro che manca…), ma anche con qualche patema di necessità, nella quantità di dati, di riuscire a fare una sintesi il più possibile adeguata. Per programmare, prendere provvedimenti. Fare in modo che le entità istituzionali (dai Comuni allo Stato centrale) possano adeguare politiche di sicurezza, benessere per tutti (o perlomeno che non si verifichino condizioni di assoluta disumanità), gestione dei servizi pubblici essenziali.
Quel che emerge ad esempio dalla prima trance dei dati sul censimento decennale, dati resi pubblici dall’Istat il 27 aprile scorso (ve ne diamo ampia descrizione e lettura qui) è che nei quasi 60milioni di abitanti, sono aumentati gli stranieri (e lo sapevamo) quantificabili (quelli regolari ovviamente) nel 6,3% della popolazione. Ma tra le righe, confrontando statistiche e analisi annuali ben più recenti del penultimo censimento di confronto del 2001 (come i dati annuali della Caritas), ci si accorge che molti immigrati “non ci sono più” (si parla di un milione in meno rispetto a due-tre anni fa: o “spariti” nell’illegalità, diventati o ridiventati clandestini; oppure, in molti casi, che se ne sono tornati nei loro paesi di origine, causa la crisi economica. Infatti: che senso ha faticosamente sopravvivere in un paese dove il costo della vita è alto e il lavoro magari o non c’è più, o è assai precario (e malpagato)? (ma magari i loro figli andavano a scuola.. si erano ambientati qui…)
Poi il censimento ci dice che molti “residenti” vivono in case “provvisorie” (baracche?), e qui si denota la povertà crescente, uno stato latente di vita ai margini, difficoltosa nello scorrere delle giornate. E, dall’altro, appartamenti vuoti frutto dell’ultima speculazione edilizia di questi anni (anche questa ora in pausa (la pressione a costruire).
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(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
MA DOVE VANNO GLI IMMIGRATI? – 27.04.2012 da http://www.lavoce.info/ – Elaborazione lavoce.info a cura di Isabella Rota Baldini e Filippo Teoldi su dati Istat - Dopo due decenni di stallo, tra il 2001 e il 2011 la popolazione italiana ha ripreso a crescere, grazie all’arrivo degli immigrati o ai nuovi nati figli di immigrati. Lo certificano i dati del censimento divulgati dall’Istat. In quali aree del paese sono affluiti o sono nati (nel periodo 2001-2011) questi cittadini stranieri? Come mostra la nostra elaborazione dei dati Istat, prevalentemente nelle regioni del Nord, dove i nuovi stranieri arrivati o nati rappresentano tra il 5,5 e il 6 per cento della popolazione residente a fine 2011. E contribuiscono in maniera significativa allo sviluppo economico di queste aree.
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Da tutto questo, dai dati non solo del censimento (ma di altri rilevazioni: ad esempio vi proponiamo in questo post pure quella apparsa qualche settimana fa che rilevava una diffusione di cognomi stranieri nelle maggiori città, specie del nord d’Italia), dai dati statistici noi ricaviamo, “facciamo sintesi”, che la “mobilità” delle persone sta crescendo: quasi sempre per un malessere latente, non per una propria volontà positiva. In cerca di lavoro qual e là. In difficoltà a pagare un’abitazione dignitosa (ma quante persone ora vivono in auto?… l’Istat non può riuscire a dircelo).
E’ significativo che il fenomeno migratorio interessi pure le giovani generazioni di italiani: ragazzi del sud e del nord che vanno in Australia a lavorare (lì trovare lavori manuali sembra sia molto facile: quel paese sta vivendo un intenso sviluppo…).
E popolazione che si spostano, si “mischiano” tra di loro portano alla maturazione di un METICCIATO sempre più marcato…. e, attenzione, questo fenomeno è significativamente positivo. Ogni società caratterizzata dal “sangue misto” (di persone di provenienza etnica diversa) denota una vitalità sociale che alla fine si realizza in uno sviluppo economico rilevante (la Venezia degli splendori era fatta da “popoli accolti” che arrivavano a gestire commerci e servizi strategici per la Serenissima…).
Ma non è solo un fatto di possibile rilancio economico, di ritrovare una spinta propulsiva nella dinamica dello sviluppo. E’ anche, il METICCIATO, prima di tutto un’apertura al mondo, una conoscenza delle diversità (pensiamo solo alle lingue parlate, alle tradizioni, al cibo…), un arricchimento che apre le menti anchilosate da chiusure tipiche delle comunità che finora hanno potuto assaporare un po’ di diversità solo la sera davanti al televisore (non ci pronunciamo con quali effetti). (sm)
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NEL CENSIMENTO L’ESODO DI UN MILIONE DI IMMIGRATI
di Fabrizio Caccia, da “Il Corriere della Sera” del 29/4/2012
- Il demografo: effetto crisi, la maggior parte è tornata al Paese d’origine – Lo scarto nei numeri tra la rilevazione dell’ottobre 2011 e una ricerca sempre a cura dell’Istat -
Che fine hanno fatto? «I conti non tornano, in effetti», osserva preoccupato il professor Gian Carlo Blangiardo, demografo della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) e professore all’università Milano-Bicocca.
Sul suo tavolo i dati provvisori dell’ultimo censimento generale della popolazione—ottobre 2011—secondo cui gli stranieri residenti in Italia sarebbero 3 milioni e 800 mila. Un bel numero, sicuramente, anzi un vero e proprio boom dell’immigrazione rispetto al dato del censimento 2001: un milione e 300 mila persone.
Già, ma il professor Blangiardo ha davanti agli occhi anche la statistica del settembre 2011, appena un mese prima cioè della rilevazione dell’ottobre scorso. Una ricerca intitolata «La popolazione straniera residente in Italia », sempre dell’Istat, secondo cui però gli stranieri iscritti all’anagrafe ammonterebbero a 4 milioni e 570 mila. A cui poi andrebbero aggiunti i 397 mila regolari ma non residenti (fonte Caritas/Migrantes), cioè quelli muniti solo di un visto per motivi di lavoro, famiglia, studio. Totale: 4 milioni 968 mila.
Rispetto ai 3milioni e 800 mila appena censiti, dunque, ne manca più di un milione. Dove sono finiti? Che fine hanno fatto? Il demografo dell’Ismu è cauto, i dati Istat sono ancora provvisori, ma la sua impressione è che la maggior parte di questo milione che manca all’appello se ne sia andata. Abbia lasciato cioè, anche solo temporaneamente, il nostro Paese.
Un esodo clamoroso, insomma. Il motivo? La crisi economica, certo. Il crollo dell’offerta di lavoro e delle retribuzioni. «Qualcuno, scaduto il permesso, decaduto il titolo di soggiorno, si sarà pure nascosto, sarà diventato irregolare e quindi è chiaro che non si è fatto beccare dal censimento — ragiona il professore —.
Ma il vero problema è che è fallito per moltissimi il progetto migratorio, non essendoci più condizioni di lavoro adeguate, penso alla crisi dell’edilizia per esempio, così tanti romeni, tanti albanesi, hanno preferito tornare indietro, rientrare in patria, pensando “poi si vedrà”…». «Il nostro — continua Blangiardo— è un Paese di accoglienza, gli episodi di razzismo sono davvero isolati, eppoi i matti nel mondo ci sono ovunque, perciò non c’entra la xenofobia e non è neppure colpa di Monti se la crisi economica morde in questo modo. È chiaro però che tutti questi “missing” costituiscono un fenomeno allarmante».
Stefano Solari, direttore scientifico della Fondazione «Leone Moressa », istituto nato nel 2002 che sforna ogni anno statistiche interessanti legate alla presenza degli stranieri in Italia, condivide l’analisi cupa dello scienziato dell’Ismu: «Per fare un esempio — dice Solari — i polacchi si sono resi conto ormai di guadagnare molto meglio in patria che da noi. E anche tanti romeni, che avevano lasciato a casa le famiglie ed erano venuti in Italia in cerca di lavoro, hanno concluso che visto che qui c’è disoccupazione tanto vale fare marcia indietro e aspettare tempi migliori. Molti nordafricani, invece, hanno proseguito la strada verso il nord: la Francia, la Germania. Così se ne sono andati anche loro».
Attenzione, però. «Il censimento 2011 si è svolto un po’ al risparmio — osserva Solari — perciò non è detto che proprio tutti gli stranieri siano stati raggiunti dai rilevatori dell’Istat…». «Non solo – nota Paolo Ciani, della Comunità di Sant’Egidio – Vanno considerati anche alcuni fattori specifici legati proprio all’immigrazione: per esempio, l’estrema mobilità. Nel senso che se uno straniero non trova più lavoro in un posto, logicamente se lo va a cercare altrove e dunque diventa difficile da rintracciare. Nelle grandi città, poi, è diffuso il fenomeno degli affitti irregolari, dei subaffitti, perciò alla fine in molti preferiscono non farsi censire…».
La conferma diretta arriva da Bachcu, presidente dell’associazione dei bengalesi a Roma «Dhuumcatu», con quasi 9mila iscritti: «Molti immigrati non hanno partecipato volutamente al censimento — dice Bachcu— Lo hanno fatto per paura, per evitare problemi con le Asl e i municipi di zona, perché spesso vivono in 10-12 dentro una stessa casa, in «nero», senza contratti d’affitto regolari.
Però è anche vero che molti sono andati via: negli ultimi tre anni per colpa della crisi molti capifamiglia, di Paesi africani, asiatici, hanno rimandato a casa le mogli e i figli. Un terzo degli stranieri che manca all’appello, secondo me, è costituito da donne».
Marco Marcocci, studioso di migrant banking, cui ha dedicato un libro e poi anche un sito (www.migrantiebanche.it ), dice che il fenomeno cominciò nel 2008 in America e ora si sta riproducendo fedelmente da noi: «Non c’è più lavoro, la gente così torna a casa, molti migranti che nel vecchio censimento del 2001 erano regolari ora son diventati clandestini. Nel 2011 per la prima volta da noi il flusso delle rimesse è calato, perché gli stranieri non riescono più a mettere i soldi da parte per spedirli in patria. Addirittura, in America, dove la crisi è stata davvero mortale, è successo che le famiglie del Messico, dell’Ecuador, del Perù, si son viste costrette a mandare loro dei soldi negli Usa per aiutare i propri congiunti anziché il contrario. Ecco, almeno questo speriamo che in Italia non succeda». (Fabrizio Caccia)
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CENSIMENTO: NEL BELPAESE PIÙ STRANIERI, CASE VUOTE E BARACCHE
di NADIA FRANCALACCI, da PANORAMA.IT DEL 28/4/2012
Le novità più importanti rilevate dal 15° censimento della popolazione? Gli stranieri, le case e le baracche. L’Istat ha divulgato una prima parte dei risultati dai quali emerge che negli ultimi dieci anni, la popolazione residente in Italia è di 59.464.644 e di questi, il 6,3% sono stranieri.
La popolazione straniera residente nel nostro Paese è praticamente triplicata, passando da 1.334.889 a 3.769.518. La maggior parte risiede nell’Italia settentrionale ed in particolare nel Nord-Ovest (36,0%) seguito dal Nord-Est (28,3%) e dal Centro (23,0%). Il Sud Italia invece è stato scelto solo dal 9,0% mentre il 3,7%, ha preferito stabilirsi nelle isole: Sardegna e Sicilia.
L’altra novità emersa dall’analisi delle dichiarazioni sono le abitazioni: +5,8%. Secondo l’Istat in Italia si contano 14.176.371 edifici, l’11% in più rispetto al 2001, e 28.863.604 abitazioni, di cui 23.998.381 sono occupate da residenti (83%).
La rilevazione dell’Istat ha poi censito 9.607.577 numeri civici. E’ emerso che di questi il 53,4% è di tipo abitativo mentre il 45,9% non abitativo (ad esempio, esercizi commerciali a piano terra, garage, unità produttive); lo 0,6% è associato a complessi di edifici non abitativi (come ospedali, università, caserme). Il confronto tra il numero di interni ad uso abitativo di ciascun indirizzo e il numero di famiglie registrate in anagrafe allo stesso indirizzo ha generato- segnala l’Istat- 2.708.087 potenziali abitazioni non occupate o di famiglie dimoranti non iscritte in anagrafe. Insomma, l’Istituto di statistica ha “scoperto” oltre 1 milione e 571 abitazioni in più rispetto al precedente censimento, con un aumento di quasi il 6%.
Ma se aumentano case, esercizi commerciali, garage incredibilmente sono in aumento anche le famiglie che risiedono nelle baracche. Un incremento, quest’ultimo, che lo stesso Istat definisce “vertiginoso”e che probabilmente sarà destinato ad aumentare con l’analisi definitiva dei dati. Più che triplicate in dieci anni, infatti, le famiglie residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni simili: 71.101 contro le 23.336 del 2001.
Ma “spulciando” i dati Istat emergono anche statistiche “curiose”. Ad esempio in Italia, le donne sono quasi 2 milioni in più dei maschi: 30.713.702 femmine contro i 28.750.942 dei maschi. Insomma, ci sono 52 donne ogni 100 abitanti.
Il comune più popoloso in Italia è Roma: 2.612.068 residenti mentre quello meno popoloso è Pedesina, Sondrio, con soli 30 residenti. Ma il comune più densamente popolato è Portici in provincia di Napoli che ha 12.311 abitanti per km/q.
Il comune che dal 2001 ha aumentato di più gli abitanti, +220,1%, è Rognano (Pavia); Paludi (Cosenza) detiene invece il primato del più forte calo (-41,2%). Roma, con 1.307,7 km/q di superficie, è anche il comune più esteso mentre quello più piccolo è Fiera di Primiero a Trento con appena 0,2 km/q.
I dati non sono ancora definitivi, ma già ci sono le prime polemiche e “numeri” discordanti. E’ successo a Pisa. Nella città della Torre pendente sono circa 90 mila i residenti, un numero ancora da precisare ma che presenta discrepanze tra i dati Istat e quelli dell’ufficio anagrafe pisano. Non a caso i dipendenti comunali sono già a lavoro per effettuare le verifiche e nuovi conteggi. Tuttavia il dato più significativo che riguarda la città toscana è l’arresto della verticale perdita di abitanti rispetto agli anni Novanta quando passò dai 99.032 del 1991 a 92.112 del 2001. Ora la tendenza sembra essersi invertita e Pisa pare si tornata ad attrarre in modo stabile italiani e stranieri. (NADIA FRANCALACCI, da PANORAMA.IT DEL 28/4/2012 – http://blog.panorama.it/ )
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vedi il sito dell’Istat sul Censimento:
http://www.istat.it/it/archivio/59815
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TRA BARACCHE E CEMENTO L’AUTORITRATTO DELLA NUOVA ITALIA
di Michele Serra, da “la Repubblica” del 28/4/2012
PROVANDO a immaginare il quindicesimo censimento degli italiani come una gigantesca fotografia aerea, forse il primo colpo d’occhio, il più evidente, è che rispetto al 2002 c’è un aumento molto consistente degli edifici censiti: oggi sono 14 milioni e rotti, l’undici per cento in più in soli dieci anni.
Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta solo del 2,5 per cento: siamo 59 milioni e mezzo. Anche se le statistiche sono una lingua che chiede di essere tradotta con molta circospezione, questi due dati, incrociati, sembrano dare ragione a chi denuncia una cementificazione indiscriminata e immotivata (o motivata solo dalla speculazione) del nostro territorio.
Gli edifici sono aumentati di una percentuale quattro volte più grande rispetto all’aumento degli umani. E nel paese dei mille borghi abbandonati, dei centri storici svuotati, della superfetazione delle villette a schiera che vanno a smarginare e confondere il confine tra città e campagna, i dati del nuovo censimento aiutano a capire che la gestione del territorio è una delle questioni più gravi e irrisolte.
Il secondo colpo d’occhio vede triplicati, in dieci anni, i residenti stranieri. Sono 3 milioni e 769 mila, ed è il loro arrivo (e la loro forte natalità) ad avere compensato la pigrizia demografica di noi italiani indigeni. Sono, gli immigrati, il solo vero elemento di percepibile dinamismo e di mutamento sociale e culturale di un paese altrimenti “fermo” (a parte il fiume di cemento…).
La famiglia Rosaria Di Guglielmo e i suoi tre bambini sono stati accolti nel campo rom di via Bonfadini, nella periferia Sud di Milano vicino all’Ortomercato. Gli edifici sono aumentati in modo impressionante e così le case. Sono state create aree di nuova urbanizzazione con quartieri fantasma senza servizi.
Sta alla lettura e all’ideologia di ognuno, naturalmente, decidere se questa “contaminazione” dall’esterno sia minacciosa o promettente. Certo è un fenomeno oramai strutturale (gli stranieri erano il 2,4 per cento della popolazione totale nel 2002, oggi sono il 6,34), e così “italiano” che risulta difficile, per chi ha meno di quarant’anni, immaginare o ricordare un’Italia senza stranieri, senza asiatici, africani, slavi, arabi.
Il censimento, per altro, conferma in modo inoppugnabile che l’immigrazione è anche un termometro implacabile del benessere economico di un territorio: due stranieri su tre vivono nel Nord Italia, nelle regioni dal reddito più alto e dal tessuto economico più sviluppato. L’assenza di immigrazione è segno chiarissimo di gracilità economica. Anche questo dovrebbe insegnarci ad accogliere gli stranieri, quando bussano alla nostra porta, come una buona notizia.
Terzo colpo d’occhio: il cambiamento delle famiglie. Il loro numero è aumentato (i nuclei familiari censiti sono circa 2 milioni e mezzo in più rispetto al 2002), ma le dimensioni sono più ridotte: 2,4 il numero medio dei componenti (era 2,6 dieci anni fa). Influisce fortemente sul dato la frammentazione del concetto stesso di famiglia: le famiglie allargate sono illeggibili dalle statistiche, ma si moltiplicano con il forte aumento di separazioni e divorzi.
Così che il concetto stesso di “nucleo familiare” perde progressivamente senso, e i 2,4 componenti di ogni nucleo non riflettono la densità e la varietà dei rapporti, anche coabitativi, tra persone non più facilmente definibili come membri di questo o quel nucleo. Si pensi, per esempio, ai tanti figli di separati che sono censiti in una sola casa, ma vivono abitualmente in due case.
Quarto e ultimo colpo d’occhio: sono aumentati in modo esponenziale, rispetto al censimento di dieci anni fa, i residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte o tende. Da 23 mila a 71 mila. È uno dei contraccolpi più vistosi, anche se quantitativamente meno rilevanti, dell’immigrazione, dell’aumentato ingresso di nomadi e dunque di poveri, che ci rimettono di fronte a immagini anche estreme di indigenza e di disagio sociale.
Un piccolo grande cortocircuito storico, che rende a noi coeve situazioni da dopoguerra, rifugi di fortuna e villaggi di lamiera che sorgono nel fango e tra le erbacce delle periferie urbane, questua diffusa, grande difficoltà di integrazione e di scolarizzazione. L’Italia è stata, per moltissimi arrivati da lontano, un approdo dignitoso e un progetto di vita. Per pochi è un parcheggio precario, una parentesi di stenti. È importante, ed è anche civile, che il quindicesimo censimento nazionale sia una fotografia così grande, e così minuziosa, da essere riuscita a inquadrare anche le baracche,i camper arruginiti, i tetti di lamiera, le vie di terra battuta dove i bambini giocano con niente, come è pratica diffusa nelle infinite lande povere del pianeta. (Michele Serra)
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IMMIGRATI, DAL PANICO AL BUONSENSO
di Giovanna Zincone, da “La Stampa” del 28/4/2012
La popolazione italiana è fatta sempre più di immigrati. E, come sappiamo, la nozione di abitante è sempre meno collegata a quella di cittadino. I primi dati del Censimento 2011 ci dicono come l’Italia abbia raggiunto il massimo storico nel numero di abitanti l’anno scorso, sfiorando i 60 milioni, e tenendo quindi il passo con le altre grandi nazioni europee, come Francia e Gran Bretagna, che hanno varcato questa soglia nell’ultimo decennio. Ci dicono anche come la popolazione sia cresciuta maggiormente al Nord, e come due grandi città, Roma e Torino, abbiano invertito la tendenza alla decrescita, recuperando abitanti rispetto al 2001.
È uno scenario diverso da quello registrato 10 anni fa, e soprattutto è uno scenario del tutto difforme da quello che le migliori previsioni demografiche degli Anni 80 e 90 avevano ipotizzato. Rilevando la bassa natalità registrata tra la popolazione nazionale, prevedevano per il 2011 un’Italia più piccola – ben staccata dalla pattuglia di testa dei Paesi europei – e più vecchia, più meridionalizzata e de-urbanizzata. La variabile che ha cambiato radicalmente le carte in tavola, il singolo più importante fattore di mutamento ha un nome ben preciso: immigrazione.
Rispetto al censimento 2001 la popolazione straniera «abitualmente dimorante» in Italia è quasi triplicata: da circa 1.300.000 a circa 3.770.000 (un dato provvisorio). E il censimento, per quanto ci dia i dati più approfonditi, non è l’ultima foto scattata, e non può utilizzare né il grandangolo né il macro: molti italiani si sottraggono alla rilevazione, e a maggior ragione questo accade per gli stranieri. Se guardiamo ai dati Istat basati sulle rilevazioni anagrafiche, gli stranieri residenti in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, sono 4.570.317, pari a circa il 7,5% della popolazione. Ma anche così aggiornata, la consistenza degli stranieri in Italia resta sottovalutata dai dati ufficiali.
Se ai residenti si aggiungono, secondo la stima del Dossier Caritas, le persone regolarmente presenti ma non registrate in anagrafe, e i veri e propri irregolari, la cifra sale ulteriormente e supera ampiamente i cinque milioni.
Non meraviglia quindi che una trasformazione così rapida e importante abbia suscitato una sensazione di spaesamento: tanti immigrati, così in fretta, e per di più tanti irregolari, non sono un fenomeno al quale ci si adatti con disinvoltura.
Soprattutto il carattere irregolare preoccupa, ma un po’ a ragione e un po’ a torto. A ragione, perché segnala un’immigrazione fuori controllo e potrebbe far supporre che le nostre frontiere siano porose. A torto, perché il grosso degli irregolari non è entrato clandestinamente pur di trovare una via di fuga da situazioni disperate. Gran parte degli irregolari entra legalmente, seppure da un uscio laterale: utilizzano cioè un permesso di soggiorno valido che poi scade, perché magari era stato rilasciato per improbabili motivi turistici, mentre i titolari volevano cercare lavoro e fermarsi. E, almeno finché la situazione economica non si è fatta dura, ci sono pure riusciti. Quegli immigrati di straforo sono diventati lavoratori in regola con il permesso di soggiorno.
Dal 1998 al 2012 ci sono state tre sanatorie, per un totale di circa 1.160.000 persone, ma non si è trattato di grandiose estrazioni di biglietti tutti vincenti. Per essere regolarizzati c’era bisogno di un contratto di lavoro. Quindi quel vasto universo, quelle impressionanti cifre che oggi registriamo di lavoratori immigrati, di decorose famiglie e di cari bambini che hanno origini straniere, hanno attraversato la porta stretta dell’irregolarità. Meglio ricordarselo, quando siamo presi dal panico di perdita di controllo.
Meglio consolarsi constatando che la stragrande maggioranza di chi entra, anche se di straforo, fa più bene che male al nostro Paese. E se si pensa che si debba contenere l’immigrazione, bisogna osservare che a dissuadere i potenziali immigrati a entrare, e a spingere quelli presenti a rientrare nella patria di origine, ben più della repressione sta cominciando ad agire la recessione.
Gli immigrati continuano a crescere, ma di poco, a un ritmo più ridotto degli anni precedenti. La disoccupazione ha colpito in particolare i lavoratori immigrati. Il tasso annuale medio è passato dall’11,6% del 2010 al 12,1% del 2011, crescendo molto più di quanto non sia accaduto per gli italiani. E, se anche nel 2011 ci sono stati 170.000 lavoratori immigrati in più, il loro livello di occupazione è sceso dal 63,1% del 2010 al 62,3%, pur rimanendo comunque più alto di quello dei lavoratori italiani, che è al 56,6%.
Insomma, gli immigrati sono formalmente – come detto all’inizio – il 7,5% della popolazione, ma costituiscono il 9,4% della forza lavoro. La presenza degli immigrati, dei lavoratori immigrati non è dunque un’opzione che si può rifiutare, si può semmai governare con buon senso. Gli italiani sembrano averne.
In un sondaggio comparato che include vari Paesi europei, gli italiani risultano i meno preoccupati della concorrenza degli immigrati nel mercato del lavoro. Due terzi (69%) non ritengono che portino via posti agli italiani e tre quarti (76%) affermano che gli immigrati vengono impiegati per mansioni che non potrebbero essere svolte altrimenti. Insomma gli italiani sono pronti ad augurare anche ai lavoratori immigrati un buon 1˚ maggio. (Giovanna Zincone)
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IL METICCIATO DEI COGNOMI
di VITTORIO FILIPPI, da “Il Corriere del Veneto” del 22/4/2012
Nomen omen si dice utilizzando quel po’ di latino che ancora circola. Cioè il destino è nel nome, come pensavano i Romani che ritenevano che il nome contenesse un presagio davvero ineluttabile. Bisogna dire che c’è del vero. Lo prova una curiosa ricerca sui cognomi effettuata per conto dell’Associazione dei comuni utilizzando le anagrafi dei circa 8100 comuni italiani. Ricerca che registra fedelmente le trasformazioni sociali date dalla mobilità che attraversa i territori.
Sappiamo già dai numeri che il Veneto, nell’ultimo secolo e mezzo, ha conosciuto rilevanti flussi migratori in uscita come anche robusti flussi in entrata. Sono stati più di tre milioni i veneti emigrati nel mondo «a catàr fortuna» ed oggi sono circa 260 mila i veneti che vivono all’estero, specie in Brasile, in Svizzera, in Argentina. Portandovi la loro toponomastica e la loro onomastica.
Come nel Brasile meridionale con le città di Nova Schio, Nova Veneza o Monteberico nonché riempiendo gli annuari telefonici di certe parti del Messico o del Brasile con cognomi chiaramente veneti. E lo stesso successe nell’Agro Pontino dopo le bonifiche fasciste: per cui a Latina si ha che il quinto cognome più diffuso è Marangon. Oggi è il Veneto ad essere socialmente mescolato, ibridato.
Lo testimonia la diffusione dei cognomi di origine meridionale o semplicemente stranieri. In realtà l’immigrazione dal Mezzogiorno non è un vecchio discorso degli anni sessanta, ma una realtà che continua. Nel 2010 si sono spostate dal sud quasi un milione e 400 mila persone ed il Veneto è una regione di (moderato) assorbimento di questa mobilità interna.
Che la recessione potrebbe amplificare. E poi ci sono gli stranieri, più di mezzo milione, perlopiù tra i trenta ed i quaranta anni, che producono il 6,4 per cento della ricchezza regionale rinfrescando anche la stanca demografia locale. Con due osservazioni. La prima è che, dopo vent’anni di immigrazioni, comunque invecchiano anche loro: oggi già due centenari sono stranieri. Inoltre la recessione li bastona non solo attraverso la disoccupazione, ma anche nella fecondità: per la prima volta infatti le loro nascite indietreggiano, si riducono.
Sempre dietro i numeri ci sono i nomi: ecco la diffusione dei cognomi meridionali e di quelli del caleidoscopio migratorio straniero, come sanno soprattutto gli insegnanti quando devono fare l’appello in classi in cui ormai mediamente il 12 per cento degli alunni proviene da varie parti del pianeta. Ma se dietro i numeri ci sono i nomi, dietro i nomi ci sono le persone.
Con le loro storie, i loro talenti, i loro progetti. Inevitabilmente. Il Veneto è sempre stato una regione socialmente stabile, ma mai statica. Anche perché, con la sua geografia e la sua storia, è una frontiera. Per cui il meticciamento è nella sua natura profonda.
Non a caso Shakespeare pose un generale moro (Otello) al servizio di una Serenissima aperta all’oriente. Tra mezzo secolo gli stranieri (stranieri?) saranno un milione e mezzo, più di un veneto su quattro. Con i loro nomi chiameranno un Veneto ad arcobaleno. Appunto, nomen omen. (Vittorio Filippi)
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COGNOME HU, NOME MATTEO. SEI CINESE O ITALIANO? “IO MI SENTO A CASA A MILANO”
di Alessandra Coppola, dal blog LA CITTA’ NUOVA del Corriere della Sera – 17/4/2012 - http://lacittanuova.milano.corriere.it/
Battezzato e pure cresimato, un diploma in gestione aziendale, il servizio militare nel 2° Bersaglieri. Il cognome è Hu, ma il nome è Matteo, e la storia è quella di un ragazzo nato e cresciuto a Milano, 32 anni. «La Cina? Bella, per carità, ho fatto due o tre viaggi. Ma è in Italia che mi sento a casa». L’ha notato Marco Wong, presidente onorario di Associna. In città più Hu che Brambilla? «Oltre al cognome bisognerebbe vedere i nomi: tantissimi saranno italiani». È il caso di Pin Matteo Emilio Hu. «Vedendomi di persona, al primo impatto sono cinese». E invece? «Mi sento milanese».
È una scelta consapevole che hanno fatto i suoi genitori, arrivati — come la gran parte degli Hu — dalla provincia dello Zhejiang, 35 anni fa.
«I miei si sono sposati qui e quando sono nato sapevano che avrebbero passato in Italia il resto della vita. Per questo hanno voluto battezzarmi: gli è sembrato il percorso più giusto».
Il primo passo per l’integrazione. «Voglio sfatare il luogo comune per cui i cinesi sono chiusi: semplicemente per la prima generazione che non conosce la lingua è dura. Per i bimbi è più facile». Mai avuto problemi a scuola? «Qualche pregiudizio. Ma con la conoscenza, si supera. Il problema è l’ignoranza». E con i bersaglieri? «Come a scuola. Qualche parola di troppo, poi nasce l’amicizia e queste cose spariscono. Piuttosto è negli ultimi anni che mi sento discriminato». Da quando, racconta, ha deciso di aprire un’attività: «Cerco un negozio, mi rispondono che non si affitta ai cinesi…»
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COGNOMI: MERIDIONALE RUSSO CONQUISTA TORINO, A BRESCIA ARRIVA SINGH
da http://www.agi.it/ del 17/4/2012
Sorprese sui cognomi più diffusi nell’Italia del XXI secolo in base ai dati delle anagrafi dei Comuni, analizzati dal linguista Enzo Caffarelli per “Anci Rivista”. Il cognome tipicamente meridionale Russo conquista Torino; a Brescia Singh, cognome indiano-pakistano, si trova sul gradino piu’ alto del podio; a Milano due cognomi cinesi, si collocano tra i primi 10: Hu al 4ˆ posto e Chen al 10ˆ.
Il cognome Esposito è 12ˆ a Torino e Milano; mentre ad Aosta sono calabresi ben 8 cognomi sui primi 10 e 11 sui primi 15. Secondo lo studio Anci, per la prima volta una grande citta’ del nord registra il primato di un cognome esclusivamente meridionale: Russo conquista Torino, scalzando il nome di famiglia piemontese per eccellenza, Ferrero. Sempre per la prima volta un cognome straniero conquista il primo posto assoluto in una delle prime 10 citta’ italiane piu’ popolose del nord: accade a Brescia, con il cognome Singh, indiano-pakistano.
Ed ancora, per la prima volta anche citta’ medie o piccole presentano cognomi stranieri tra i primi: il tunisino Fatnassi 2ˆ a Imperia, i singalesi Fernando e Warnakulasuriya, 14ˆ e 22ˆ a Verona. La ricerca sui cognomi italiani, realizzata da Enzo Caffarelli, professore di onomastica presso l’università di Roma, Tor Vergata, grazie alla collaborazione delle anagrafi dei Comuni italiani e pubblicata sull’ultimo numero di Anci Rivista, può vantare molti primati: per la prima volta sono disponibili dati del XXI secolo e per la prima volta un’inchiesta sui cognomi più diffusi nelle città italiane viene realizzata sull’intera popolazione anziché sui titolari di abbonamenti telefonici, che sono invece soltanto una piccola parte dei residenti e non rappresentano milioni di giovani e di bambini.
I dati che emergono meritano attenzione: a Milano due cognomi stranieri, entrambi cinesi, si collocano tra i primi 10: Hu 4ˆdavanti a Bianchi, Villa e Brambilla e dietro ai soli Rossi, Colombo e Ferrari, mentre Chen si classifica 10ˆ. Il cognome Esposito e’ ora 12ˆ sia a Torino che a Milano. Se confrontiamo i dati forniti dai Comuni ad Anci Rivista nel 2011 con quelli di Seat/Pagine Gialle del 1999-2000, si verifica, per esempio, che Rossi non e’ piu’ il primo cognome a a Latina, superato da Russo; ma e’ invece primo a Viterbo, dove sorpassa il locale Delle Monache, a Udine al posto di Rizzi nonché a Rovigo per Ferrari. Russo è il primo cognome per diffusione in Sicilia, il 2ˆ in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria e complessivamente il numero 1 del Meridione, mentre nel Centro-nord il primato appartiene a Rossi. Secondo le leggi fonetiche della nostra lingua e nei nostri dialetti, Russo non può essersi in alcun modo generato in Piemonte né in Lombardia, in Emilia, in Toscana o nel Lazio.
Eppure oggi è diventato il primo cognome a Torino e a Latina, e sale a Novara dal 14ˆ al 5ˆ posto, a Genova dal 19ˆ al 12ˆ, a Bologna dall’86ˆ addirittura al 14ˆ, a Trieste dal 46ˆ al 14ˆ, a Livorno dal 98ˆ al 44ˆ, a Grosseto dal 98ˆ al 17ˆ. Relativamente ai cognomi stranieri, invece, nella seconda città italiana, Milano, per ogni Brambilla ci sono più di 2 Hu; per ogni Sala, Cattaneo, Galli, Mariani, Barbieri s’incontra almeno un Chen.
Sempre a Milano Zhou è 17ˆ, più numeroso di Fontana, Negri, Riva, Pozzi, Grassi, Gatti, tutti cognomi ambrosiani tipici e Mohamed è tra i primi 33. Tra i primi 100, se ne contano 9 cinesi, 3 arabi e uno di Sri Lanka Fernando.
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Sul senso del meticciato
LO STRANIERO NELLA BIBBIA
di ERRI DE LUCA
“Con questa faccia da straniero” cantava il greco-francese Moustaki negli anni ’60. Chi è straniero nel Mediterraneo, il territorio più misto di epidermidi, altari e gruppi sanguigni? Certezza è che siamo meticci a dozzine di varianti.
La pagina uno del Nuovo Testamento è un elenco di nomi maschili interrotti dall’intrusione festiva di cinque
nomi di donne. Tre di loro non sono ebree ma appartenenti a popoli dell’area: la più preziosa dinastia, quella del messìa e del ceppo di Davide, è meticcia. Perfino il messìa respinge la purezza di sangue.
Chi è del Mediterraneo non può escludere dai suoi antichi antenati nessuna stirpe, nessuna origine. Fenici,
ebrei, greci, normanni, saraceni, slavi, e altri uccelli migratori ci hanno arricchito il patrimonio genetico attraverso invasioni, commerci, espulsioni, piraterie, rapimenti, epidemie, pellegrinaggi.
C’entra la storia che ci ha rimestato nel suo calderone ma di più c’entra la geografia che ci offre spalancati ai mari e non abbastanza recintati dalla cresta di gallo delle Alpi. Chi è lo straniero?
In principio tutti nella scrittura sacra a partire da Abramo, raggiunto e afferrato dalla voce che gli ordina di
andarsene dalla sua terra, dalla casa di suo padre verso una destinazione ignota. Abramo deve farsi straniero per continuare a ascoltare la voce del suo mandante. Una notte gli arrivano parole che l’invitano all’aperto e sotto la più fitta carambola di stelle gli avvisano una discendenza innumerevole quanto lo scintillio che lo sovrasta.
Bisogna essere stati almeno per un poco stranieri per afferrare un bordo dell’entusiasmo di Abramo in una notte carica d’immenso. Bisogna riconoscere nel proprio sangue l’istinto di accamparsi e di spaesarsi per respirare con lui il gas piovuto dalle stelle. Abramo capomastro di monoteismo, è lo straniero che ha battuto pista per tutti quelli che si sono messi in viaggio. Dopo di lui si è fatta comune l’esperienza di chi per trovarsi, deve prima perdersi. Dopo di lui l’esilio volontario è diventato scuola.
Ogni persona che si incammina per una destinazione sconosciuta, su un percorso incerto, è sulla scia dello straniero Abramo suscitato dall’ordine:”Vai, vattene dalla tua terra”. E’ scritto che la divinità ama lo straniero. In lui si deve riconoscere non il fratello ma colui che è stato a lungo atteso.
L’imparo da una storia maledetta che è accaduta e perciò non smette di accadere. Era settembre del 1941, giorni di capodanno ebraico e quattromila ebrei di una cittadina Lituana vengono condotti al cimitero per essere abbattuti sul bordo delle fosse comuni. E’ una strage ben pianificata, efficiente: a gruppi di venti si devono spogliare nudi e ricevere la raffica.
Uno di loro, un ragazzo di sedici anni, si spoglia insieme al padre. Si concentra sulla cadenza degli spari
ascoltati prima del suo turno. Hanno una ripetizione regolare che lui cronometra a mente. Quando tocca a lui si butta nella fossa un istante prima degli spari. Cade vivo sul mucchio dei corpi nudi, morti o in agonia. Su di lui cadono altri uccisi. E’ buio quando tutto è finito. Si alza districandosi dai cadaveri, è ricoperto di sangue e di escrementi. Va verso le case illuminate dei non ebrei. Bussa alle loro porte e ovunque si sente rispondere di tornarsene alla fossa da dove è uscito. Infine batte a un uscio isolato, dove vive una donna anziana, sola. Lo accoglie armata di un tizzone ardente, scacciafantasmi, per respingerlo. Allora il ragazzo le dice:”Donna non mi riconosci? Sono il tuo salvatore sceso dalla croce”.
La donna si butta in ginocchio, lo fa entrare, lo lava, lo veste, lo nutre. Dopo tre giorni il ragazzo si congeda ordinandole di non dire della sua venuta. Poi si inoltra nei boschi, si unisce ai primi insorti, si batte, sopravvive.
Questa non è una parabola ma una storia accaduta a lui che si chiama Zvi Michalovskij. A me fa sapere che è lui lo straniero che bussa alla porta e che va accolto come chi è stato a lungo aspettato (Erri De Luca)
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post già pubblicato sull’argomento “Censimento”:
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da "il Post.it"
GEOGRAFIA
Rispondo alla toccante lettera di Laura. Non volendo sfoggiare conoscenze teoriche o citare autori, preferisco oggi fare come lei e in modo più umile mettere al centro l’esperienza vissuta.
Le questione centrale che da’ il titolo al suo intervento (“ma è una materia che si studia ancora?”) non puo’ (non deve) lasciarci indifferenti. Rispondere è un atto dovuto, un dovere morale, una responsabilità ontologica, se non una forma di umana solidarietà. Rinunciare o ignorare il suo appello significherebbe ammettere l’inferitorità del nostro sapere rispetto a valori e conoscenze dominanti. Il silenzio davanti al grido di una come noi, di una di noi, sarebbe come un voto a favore dell’inutilità del sapere geografico.
Una sciocchezza del genere è evidentemente inaccettabile, intellettualmente insostenibile. Peggio : il semplice fatto che qualcuno abbia posto una tale domanda è rivelatore dello stato comatoso in cui si trova la cultura italiana, pertanto basata su una ricchezza storica accumulata nel corso del lungo periodo, ed anche materializzata spazialmente nella forma di un giacimento patrimoniale di valore probabilmente inestimabile. Quasi come se la mancanza di una chiave di lettura geografica si traduce in un’incapacità a leggere questo deposito patrimoniale, i valori territoriali o paesaggisitici e finalmente quel senso del luogo che dovrebbe guidarci ogni qualvolta intraprendiamo un progetto, qualunque sia la scala di realizzazione. Da cui la negazione finale e fatale dell’homo geographicus, che poi non è altro che la negazione del rapporto uomo/natura o natura/uomo.
Ed è proprio questo rapporto che mi ha spinto ad iscrivermi al corso di laurea in geografia dei processi territoriali all’università di Padova. Correva l’anno 2004-2005. Io venivo da un anno in falegnameria dopo aver abbandonato gli studi sociologici in quel di Trento. Fu durante il bellissimo corso di epistemologia della geografia tenuto dall’indimenticato Prof. Mauro Varotto, che scoprii le difficoltà che avrei dovuto affrontare, ovvero la presenza di una lobby di architetti che aveva da tempo preso in mano (in Italia) le tematiche geografiche, in particolare quelle di applicazione pratica come la pianificazione. D’altronde, molti di noi, non hanno avuto altra scelta che iscriversi allo IUAV di Venezia per proseguire gli studi oltre la laurea triennale ; l’alternativa era di andare via, lasciare la regione.Io ho scelto quest’ultima strada, complice la fortuna di aver ottenuto la borsa Erasmus per l’isola de La Réunion. Come Laura infatti, è stato un viaggio in un’isola lontana che mi ha fatto capire dell’utilità della Geografia; si potrebbe dire che questo viaggio per noi è stato come un’utopia che diventa realtà.
La Réunion nell'oceano Indiano.
Al ritorno in patria, supero gli ultimi quattro esami con il massimo punteggio e senza troppi sacrifici, ottenendo persino la lode in ecologia. Neanche il tempo di ottenere il diploma, un venerdi di settembre, e il lunedi successivo sono già occupato! A quattro anni di distanza questa è pura fantascienza… In realtà, un’agenzia fotografica a 9 km da casa mi aveva accolto per svolgere un lavoro di foto editing, ovvero verificare la corrispondenza tra la didascalia e le immagini dei cataloghi che svariati reporter fornivano per poi essere pubblicati su riviste e siti web di diversi paesi. Questo fu possibile grazie a un annuncio posto al dipartimento Morandini, in cui si cercava qualcuno con competenze in geografia del paesaggio… Complice il fresco ritorno da un viaggio esotico e il relativo gusto per l’avventura, in un contesto di relativo benessere (ancora non si parlava di crisi), decisi dopo sole tre settimane di rimettere a data ulteriore la vita in ufficio, preferendo sbarcare il lunario coi lavori campestri durante i periodi vuoti.
Dopo due anni di avventura in terra transalpina (uno di vacanza-studio in famiglia e l’altro di lavoro in seguito a disguidi burocratici) approdo finalemente al master di Geografia a Montpellier : tra le otto opzioni disponibili è la ricerca che suscita il mio interesse. Mai scelta fu più riuscita : il mio lavoro sul ruolo di Slow Food nella valorizzazione dei prodotti tipici e le dinamiche territoriali in Francia e in Italia mi ha permesso infatti di ottenere nel dicembre 2010 il premio Louis Malassis per i giovani ricercatori, rimesso dal Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo.
Nel 2010-2011, io e la mia compagna di sempre, decidiamo di tornare sull’isola dove lei era nata e dove io ero sbarcato quattro anni prima. Contrariamente all’anno precedente, il corso di “Genio Urbano e Ambiente” non è stato all’altezza delle aspettative, malgrado il carattere multidisciplinare e uno stage al CIRAD, centro di ricerca in agronomia e sviluppo con cui ancor oggi collaboro saltuariamente. In effetti, vivere su un’isola come la Réunion puo’ sembrare idilliaco, e per certi versi lo è veramente… Ma non più che in qualunque altro luogo del pianeta, perché abitare significa prendersi cura del nostro ambiente di vita… E queste sono tematiche che interessano senz’altro i geografi, ma anche e soprattuto tutti gli esseri umani.
La Réunion è un'isola francese di 2500 km² situata a circa 800 km a sud-est di Madagascar e a 200 km ad ovest di Mauritius, nell'arcipelago delle Mascaregne. Di origine vulcanica, l’isola presenta un rilievo molto forte, che la arricchisce di paesaggi e microclimi estremamente diversi, ma che spinge al tempo stesso una popolazione di 800 000 abitanti a porsi interrogativi importanti sull'avvenire.
Oggi io continuo a lottare quotidianamente per vivere, cosi come lotto per ottenere una borsa di dottorato, senza troppo mercanteggiare gli argomenti che voglio difendere, cosa che mi espone a rischi innumerevoli. Nessuno puo’ dirmi quale sarà l’esito di queste lotte, ma il sapere che possiedo e che ho attivamente ricercato e affinato con il tempo, costituisce il bagaglio più importante che mi porto dietro. Questo sapere geografico (ma non solo) trova applicazione quotidiana, perché quel rapporto di cui parlavo sopra è una sorgente di riflessione per chiunque, anche per coloro che non consultano enciclopedie o cartografie. Noi geografi siamo allora in posizione privilegiata, benché in un contesto storico che spinge a svilire il rapporto tra l’uomo e la terra, cosi come tutte le altre dimensioni del vivere, ad una tuttaltro che nobile compravendita. Non è dunque la sola Geografia ad essere minacciata. La crisi che viviamo non è unicamente finanziaria o economica, è anche crisi ambientale, identitaria, legata al collasso della catena dei significati di fronte allo svolazzare folle delle immagini nelle geografie reticolari della comunicazione globale. La nostra reazione a questo imbarbarimento, a questa perdita di civiltà, ha tutto da guadagnare se associata alla Geografia, in quanto sapere capace di incitare al ragionamento e al voler riappropiarsi di questo rapporto che si vorrebbe cancellare attualmente.
In quanto geografo, concludo allora affermando che : sappiano i nostri nemici che non si potranno ancora a lungo trattare in separata sede l’Umanità e la Natura. La presa di coscienza che l’Umanità è essa stessa parte della Natura è già in atto. In quanto geografo non posso che lavorare quotidianamente per favorire questo nobile processo.
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RETHYMNO, una prefettura dell'isola di CRETA, una città piccola, fatta di strade di epoca veneziana, piena di negozi turistici, dominata (sullo sfondo della foto) dalla “FORTEZA” anch'essa di origine veneziana e poi occupata dagli ottomani (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
Lettera a “Geograficamente” di LAURA EDGARDA LOMBARDI
Esimi Geografi, utilizzo volentieri questo spazio per condividere con voi una riflessione sulla spendibilità sul mercato del lavoro del titolo di studio in Geografia.
Mi sono laureata l’anno scorso presso l’università di Bologna, conseguendo la laurea magistrale in Geografia e processi territoriali ed a un anno dalla laurea, le possibilità concrete di trovare lavoro con il mio titolo di studio sono state solo due: l’iscrizione alla graduatoria di terza fascia per l’insegnamento di geografia nelle scuole superiori pubbliche e partecipare al bando Leonardo da Vinci.
In un anno ho inviato molti CV, a cui non ho mai ricevuto risposta e dai molti bandi pubblici consultati, ho “scoperto” che il nostro titolo di studio è totalmente sconosciuto all’amministrazione pubblica, visto che, tranne nell’ambito scolastico, la laurea in Geografia non compare mai come uno dei possibili titoli richiesti per partecipare ai concorsi.
In più sembra che nel mondo reale (intendo nella vita comune), la nostra materia sia quasi completamente sconosciuta, molto spesso se dico che ho studiato Geografia, ricevo come risposta “Geografia? Ma è una materia che si studia ancora all’università?”.
Per il momento, la mia sola consolazione è stata partecipare al tirocinio Leonardo da Vinci, che mi ha dato la possibilità di mettere in pratica un po’ di cose imparate all’università e di collaborare con un museo greco.
La mia destinazione è stata Rethymno, una prefettura dell’isola di Creta, una città piccola, fatta di strade di epoca veneziana, piena di negozi turistici, dominata dalla “Forteza” anch’essa di origine veneziana e poi occupata dagli ottomani nelle cui vicinanze sorge il Museo Archeologico, che oltre a conservare i reperti archeologici ritrovati nella prefettura, è stato la mia sede di tirocinio.
Al colloquio con le mie due tutor, due fantastiche archeologhe, mi hanno detto che mi avevano selezionato perché stavano cercando qualcuno con la laurea in Geografia (!) per svolgere una ricerca bibliografica su degli antichi insediamenti della prefettura di Rethymno che avevano scavato negli ultimi dieci anni. In pratica, sono dovuta andare in Grecia per sentirmi dire, che anche essere geografi ha la sua utilità. In poche parole, questo breve mio intervento non richiesto, vuole essere un invito a tutti i geografi che seguono questo blog a partecipare a programmi come il Leonardo da Vinci o EVS (European Voluntary Service) e per quelli che sono ancora all’università di sfruttare il più possibile i programmi di scambio con altre università europee (Erasmus) ed extraeuropee (Overseas). Ne vale davvero la pena! Ed è veramente stimolante essere riconosciuti come geografi!

RETHYMNO, "FORTEZA"
Chiudo questo breve intervento con un quesito: Credete sia possibile coalizzarci per ottenere più ricono- scimento come geografi in Italia? Ad esempio: creare un albo, chiedere alle pubbliche amministrazioni il riconoscimento per partecipare a concorsi pubblici, etc….Oppure il nostro destino è già segnato e dobbiamo solamente aspettare di insegnare? Aspetto di sapere le vostre considerazioni! - LAURA

RETHYMNO, panorama dalla "FORTEZA" (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

“IL LAVORO ARTIGIANO è una delle cifre della cultura e dell’economia italiana; se si tornasse a scommettere su di esso, contaminandolo con i ‘nuovi saperi’ tecnologici e aprendolo alla globalizzazione, l’Italia si ritroverebbe tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione” (STEFANO MICELLI, autore del libro FUTURO ARTIGIANO (Marsilio ed.)
Se dati economici recenti dicono che qualche ripresa ci potrebbe essere (ad esempio informazioni di questi giorni dicono che i distretti industriali e agroalimentari del Nord-Est d’Italia hanno quasi ripreso le esportazioni ai livelli della pre-crisi) (cioè di prima del 2008: ricordate l’inizio di tutto? Il fallimento della Lehman Brothers…). Dall’altra è evidente che non si può mentire (ma pochi lo fanno!) sulla gravissima crisi economica che è ben lungi dal passare (anzi peggiorerà).
E una ripresa della geografia del benessere del mondo (anche i cosiddetti Brics, Brasile Russia India Cina SudAfrica, appaiono in un momento di appannamento del loro sviluppo, risentendo della riduzione delle loro esportazioni verso l’Europa e gli Usa che han ridotto i consumi), ebbene, un ritorno a forme di sviluppo, di ricchezza, nel mondo (ahinoi, non per tutti: l’Africa ad esempio in gran parte continua a soffrire fame e sottosviluppo…) richiede di pensare e attuare veramente un nuovo modello di vita e di lavoro.
Qui proponiamo un primo assunto, una prima considerazione, sulle varie proposte che appaiono profonde e concrete nel “ripensare” i vecchi obsoleti paradigmi economici (del PIL, della “crescita”, del mero sfruttamento della natura…). Le persone, gli uomini e le donne, devono tornare ad imparare un mestiere. Basta pertanto con “l’uomo macchina”, modello prospettato dall’era industriale e enfatizzato ancor di più negli ultimi trent’anni di “neocapitalismo-neoliberismo globale” (con la “persona-merce” vista come qualsiasi altro fattore della produzione – noi non saremmo neanche d’accordo che i beni della natura siano meri fattori produttivi -).
“Persona-merce” che viene cercata, li si propone ad essa lavoro, dove costa meno (prima nell’Europa dell’Est post-caduta del muro, poi in Cina e altri paesi dell’estremo oriente, ora nei paesi balcanici e nordafricani e poi chissà dove…).

Nella foto RICHARD SENNETT, sociologo americano di fama mondiale: il suo ultimo libro "INSIEME” (ed. Feltrinelli) è dedicato alla capacità-necessità degli uomini di collaborare tra di loro nei processi lavorativi; e racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli "WORKSHOP", i laboratori artigiani
“Rivoluzione economica” allora (riprendiamo in questo post l’idea di “Futuro Artigiano”, fortunato libro-inchiesta-saggio di un docente di Ca’ Foscari a Venezia, Stefano Micelli. Ma anche “Rivoluzione culturale”: che quest’ultima parola d’ordine significherebbe riprendere la propria manualità, saper fare delle “cose”, recuperare una propria creatività perduta.
Tornare a sentirsi inseriti in un mondo sì globale, ma dove ogni individualità vale per sé stessa: e dare ad ogni persona un suo specifico significato storico. Fa impressione che idee (che qui riportiamo) di uno dei massimi filosofi-sociologi di trent’anni fa, IVAN ILLICH, si connettano in modo così naturale sulle più innovative proposte del momento per “uscire dalla crisi” di un’economia e di un modo di lavorare che non va più bene: pensiamo a quel che dice uno dei più importanti sociologi statunitensi (e mondiali) RICHARD SENNETT (presentiamo in questo post il suo ultimo libro sul “lavoro conviviale” intitolato INSIEME), o del padre della teoria economica e filosofica della “decrescita” SERGE LATOUCHE. Tutti questi studiosi (Illich prima, Sennett e Latouche adesso, ma non sono i soli) chiedono di andare oltre, nello sviluppo economico e nel percorso di vita lavorativa di ciascun individuo.

Il filosofo austriaco IVAN ILLICH (1926-2002) è stato uno fra i primi teorizzatori della decrescita e del vivere conviviale
Andare oltre la concezione che appunto ha caratterizzato la nostra epoca iper-sviluppista (peraltro fallita nel suo scopo), che ha pure creato un nuovo modello economico, il “neoliberismo” (con il MERCATO che decide tutto), la finanza aggressiva e senza alcun rapporto con l’economia reale… cioè che la persona non sia più considerata un mero “fattore di produzione” da trattare come un automa e al minor costo possibile per la produzione di merci e servizi.
Il sistema “artigiano” toglie spazio e potere a un sistema di depersonalizzazione. Questo indubbiamente richiede capacità e “potere” dell’individuo di saper fare un mestiere, ma anche che egli sia un consumatore intelligente, critico, responsabile nelle sue scelte, nei suoi acquisti, nei suoi bisogni soggettivi da realizzare.
Proponiamo allora qui un piccolo mix di idee e proposte in questo senso, dove chi leggerà dovrà farsi carico di vedere quali sono le loro connessioni, L’intenzione è quella di trovare vie praticabili, concrete, di uscita dal “tunnel della crisi”: perché “crescita” e “ripresa”, nel senso comune che governi e istituzioni possono prospettare (rifacendosi alle teorie economiche classiche) pare che non possano più funzionare. (sm)
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È LA DISOCCUPAZIONE CREATIVA CHE CI DIFENDERÀ DAL MERCATO
di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” del 13/4/2012
Sono passati più di trent’ anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, “Il diritto alla disoccupazione creativa“, nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro c’era un’altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come un’occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e del mercato.
Illich rivendicava uno spazio alla disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari. Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare qualcosa per sé o per gli altri, dall’orto all’asilo gestito in comune, dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario.
Il diritto alla disoccupazione creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle maledizioni che l’uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale.
Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro “Insieme” che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli “workshop“, i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo.
L’ arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società.
Strano che in un paese come l’Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere.
Mi sono commosso poco tempo fa visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino sperduto e bello dell’Abruzzo: le mani di sarti che vi lavoravano conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c’era e c’è Obama, Clinton e tutti i James Bond.
Ma la logica del lavoro artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di “lavorare” quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione che gli viene mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica risicata dei banchieri e degli economisti nostrani.
È solo l’ energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare “valore”. Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti, dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare spremendo l’entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche.
Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti.
In Cina, in Brasile, in Argentina, in India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di autocostruzione, l’educazione autogestita, i social network, l’informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e discussione, tutto questo ha consentito e consente il “grande balzo in avanti”.
E non si tratta della banalizzazione delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere gestire le risorse naturali e culturali. Il tesoro che i banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma proprio del contrario dell’avere della vita e della società una concezione ricca e creativa.
Quella che l’Italia ha insegnato al mondo nella sua passione per il bello, l’interessante, il fatto bene e che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il “valore” del valore. – FRANCO LA CECLA
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RICHARD SENNET: PER USCIRE DALLA CRISI IMPARIAMO A COLLABORARE
di Paolo Magliocco, da “il Sole 24ore” del 4/4/2012
Se volete dar retta al professor Sennett, potete guardare alla crisi economica che sta colpendo l’Occidente, quella attuale ma anche quella precedente del 2008, anche con un occhio diverso rispetto ai mutui subprime americani o alla crisi di fiducia degli investitori.
Per esempio, potreste provare a considerare la crisi dal punto di vista della riduzione della capacità di cooperare tra le persone, e soprattutto tra i lavoratori dei settori economici più avanzati, della finanza e delle nuove tecnologie. È da lì allora che sono nate le difficoltà del sistema economico? «No, no», si affretta a precisare il professore, «la crisi è una crisi economico-finanziaria».
L’incapacità sempre più accentuata di mettersi insieme per ottenere risultati è stata solo una conseguenza. Ma poi, a sua volta, ha complicato le cose. Ed è solo lì, nella capacità di fare qualcosa con gli altri, con quelli che non conosciamo, ai quali non vogliamo bene e che anzi a volte possiamo anche ritenere antipatici, che può esserci una strada per il nostro futuro.
Richard Sennett è un sociologo americano che insegna alla London School of Economics e alla New York University. Nato a Chicago da una famiglia operaia, praticamente fin dall’inizio della sua lunga carriera di ricercatore, di docente e di autore di saggi si è occupato delle condizioni di vita nell’ambiente urbano e sul lavoro, con una attenzione particolare alle classi lavoratrici.

Richard Sennett – INSIEME, Rituali, piaceri, politiche della collaborazione - (traduzione di Adriana Bottini)
Collana Campi del sapere, Feltrinelli, 2012 (euro 25,00)
I suoi libri più famosi, però, sono sicuramente gli ultimi, che già dal titolo rimandano alla sua visione delle dinamiche del nostro mondo e delle sue crisi più attuali: “L’uomo flessibile“, del 1999, “Rispetto. La dignità umana in un mondo di disuguali“, “La cultura del nuovo capitalismo” (2006). Si definisce senza timori un uomo di sinistra, ma ha molto da dire sul modo in cui la sinistra politica è stata incapace di capire quello che succedeva e in definitiva «ha fallito e disgustato i giovani» (anche se precisa di non conoscere la situazione italiana).
A Milano abbiamo potuto incontrarlo grazie alla Fondazione Cariplo che, insieme alla casa editrice Feltrinelli, lo ha invitato a presentare il suo ultimo libro dedicato, appunto, alla capacità degli uomini di collaborare e intitolato “INSIEME“. In copertina, l’esempio che a Sennett più piace: un gruppo di vogatori impegnati in una gara.
«È un’immagine che spiega bene come la collaborazione non sia l’opposto dell’altra grande forza, la competizione: quei rematori collaborano per competere. E in definitiva sono entrambi processi dinamici». Nel suo libro mette sotto esame tutti gli aspetti del modo in cui le persone arrivano a fare le cose insieme. Sennett è convinto che la collaborazione sia innata nell’uomo, sia un tratto genetico della nostra specie, ma pensa anche che a collaborare si possa e si debba imparare, esercitando vere e proprie tecniche.
Questa capacità di agire insieme per uno scopo nel nostro sistema economico si è andata indebolendo, benché sia «un aspetto molto importante per il capitalismo moderno e fondamentale per poter superare la sua crisi». Dietro quello che è successo c’è sicuramente la riduzione delle risorse a disposizione, l’aumento delle disuguaglianze, che riducono gli spazi di collaborazione e l’attenzione agli altri, facendo crescere l’egoismo, ma tutto questo non basta.
Quello che Sennett ha scoperto, per esempio andando a intervistare con i suoi studenti i lavoratori di Wall Street finiti disoccupati, è che nelle loro società avevano completamente perso la capacità di lavorare insieme. E ci sono almeno due fattori che hanno portato a questa situazione.
C’è l’orizzonte sempre più breve rispetto al quale si muovo le aziende: i risultati vanno raggiunti in meno di un anno, i capi sono sempre in cerca di un successo veloce e magari cambiano. E c’è quella che lo studioso definisce la “burocratizzazione” della collaborazione: «Nella nuova economia tutto diventa più formale e regolato, anche la cooperazione. E più si chiede alle persone di cooperare, meno succede. le vecchie teorie suggerivano che più le persone imparavano a collaborare fuori dall’ambiente di lavoro, più lo avrebbero fatto anche all’interno dell’azienda. Nel sistema moderno c’è una istituzionalizzazione della collaborazione che non porta a niente».
Alla fine, i lavoratori di Wall Street non potevano fidarsi gli uni degli altri e nemmeno del giudizio dei capi. Persi, isolati, costretti a puntare continuamente a nuovi obiettivi per andare avanti, avevano smarrito completamente il senso del proprio lavoro .
E, soprattutto, non riuscivano a collaborare perché dovevano continuamente guardarsi le spalle dai propri colleghi. Quello che ha visto succedere nel mondo della finanza, a quanto pare, rappresenta un po’ il paradigma del lavoro contemporaneo, nella visione del sociologo americano.
C’è ancora modo, però, di rimediare alla situazione. Perché la capacità di cooperare è genetica, ma si impara anche, anzi per Sennett è proprio una abilità dell’uomo, alla quale ci si può applicare, come la capacità del buon artigiano di uno dei sui libri più famosi (“L’uomo artigiano”, del 2008).
E il professore indica tre strade da seguire, da usare proprio come in un manuale pratico a partire dalle relazioni in cui siamo coinvolti ogni giorno: riscoprire la capacità dialogica, di guardare oltre il significato delle parole e cogliere l’intenzione di quello che ci viene detto; imparare a usare il condizionale, essere meno assertivi e sicuri nel dire le cose, lasciando spazio al dialogo, perché «la chiarezza è nemica della collaborazione»; guardare agli altro con empatia anziché con simpatia, chiedendoci cosa ci sia che non va in chi sta male anziché limitarci a compatirlo.
«Queste tre capacità sono state dimenticate e messe da parte dalle aziende e nell’economia moderna». Ma questo, ovviamente, non significa che la collaborazione sia morta: Occupy Wall Street, gli Indignados e gli altri movimenti «di cui abbiamo un gran bisogno», sono esempi di collaborazione, in cui persone diverse si uniscono per fare davvero qualcosa insieme. «È un modo differente di affrontare la crisi del capitalismo moderno».
Per capire se le cose avranno funzionato, forse non si dovrà guardare solo al fatturato di fine anno o al Pil dei Paesi. «La tendenza è sempre quella di riportare le cose a come erano prima, tutto quello che è stato fatto per affrontare questa crisi cerca di riparare ciò che si è rotto, per tornare al boom economico. Io non credo che le aziende debbano tornare ad essere quelle di un tempo. Credo che il sistema vada davvero riconfigurato. Cresceranno i profitti? Forse. Però di sicuro crescerà la soddisfazione per le persone». (Paolo Magliocco)
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In merito al libro “Futuro Artigiano” di Stefano Micelli
“IL FUTURO È L’ARTIGIANATO: IL LAVORO NON SI CERCA, SI CREA”
di Gabriele Catania, da http://www.linkiesta.it/ del 26/1/2012
- L’uovo di Colombo per la crescita italiana è l’artigianato. Oltre a rappresentare una grande risorsa, è anche una scelta di vita appagante e da valorizzare. Non a caso, nel paese innovatore per antonomasia, cioè gli Stati Uniti, la causa dei “makers”, di coloro che si fanno le cose da soli, sta guadagnando sempre più consensi –
Lo spiega a Linkiesta Stefano Micelli, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari, autore di un saggio dal titolo provocatorio: Futuro Artigiano. Micelli ricorda la frase del rettore di Harvard in un film: «Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno».
Il futuro è artigiano. Lo profetizzava Philip K. Dick nelle sue opere visionarie, dove spesso il protagonista era una sorta di artigiano, abilissimo nel costruire o riparare le cose. Lo scrive oggi Stefano Micelli. Veneziano doc, docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari, e autore di un libro, Futuro artigiano (Marsilio), che ha riscosso l’interesse di tutto il mondo produttivo italiano. Nonché successo tra il grande pubblico.
Le tesi di Micelli sembrano l’uovo di Colombo: il lavoro artigiano è una delle cifre della cultura e dell’economia italiana; se si tornasse a scommettere su di esso, contaminandolo con i “nuovi saperi” tecnologici e aprendolo alla globalizzazione, l’Italia si ritroverebbe tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione. Come dimostrano alcune delle più dinamiche imprese italiane (da Geox a Zamperla, da Gucci a Valcucine) il “saper fare” rimane un ingrediente indispensabile per l’intero manifatturiero italiano. Che, alla fine, è uno dei pochi settori vitali della nostra economia.
«Parliamo sempre di trasferimento tecnologico – dice Micelli – ma bisognerebbe parlare di osmosi. Osmosi tecnica e tecnologica. Cioè mescolare le abilità artigianali con le competenze industriali; le capacità dei tecnologi e dei manager con quelle, straordinarie, dei tecnici e degli artigiani».
Quella di Micelli potrebbe sembrare una provocazione nostalgica, quasi passatista. In realtà c’è una buona dose di pragmatismo, nella sua riflessione. Non a caso, nel paese innovatore per antonomasia, cioè gli Stati Uniti, la causa dei “makers”, di coloro che si fanno le cose da soli, sta guadagnando sempre più consensi. Per tanti motivi. Ad esempio, per sfuggire alle logiche impersonali della produzione di massa. O perché manutenere è meglio che riciclare; riparare un oggetto che non funziona è spesso un gesto più ecologico che comprarne uno nuovo. Con buona pace dei diktat consumisti.
E poi il lavoro artigianale non restituisce dignità solo alle cose; anche alle persone. Nelle prime pagine del suo libro, Micelli cita la parabola di Matthew Crawford. Laureato in fisica, PhD in filosofia politica, Crawford finisce presto in un noto think tank conservatore. Un lavoro ben retribuito, importante. Ma che non lo appaga. E così, pochi mesi dopo, molla tutto e apre a Richmond (Virginia), un’officina di riparazioni, la Shockoe Moto. Qui aggiusta vecchie motociclette: un lavoro che magari non fa arricchire, ma rende orgogliosi e gratificati.
Riscoprire il “saper fare”. Ben consapevoli però della globalizzazione e dei “nuovi saperi.” In un Paese come l’Italia, famoso per i suoi prodotti di qualità, e dove la disoccupazione giovanile è altissima ma scarseggiano carpentieri, fornai, sarti e scalpellini, non sembra una cattiva idea.
Professore, il titolo del suo libro suona provocatorio. Oggi tutti parlano di economia della conoscenza, e lei tesse le lodi dell’artigianato.
Nel mio libro ho provato a ribaltare una prospettiva, una visione ormai radicata. Noi siamo vittime di un concetto, quello di “economia della conoscenza”, che si fonda su un assunto quasi ideologico: cioè che solo la conoscenza formalizzata è rilevante, ed essa non ha a che fare né con la tradizione né con la manualità. Abbiamo abbracciato il presupposto in base al quale l’unica conoscenza economicamente rilevante è quella scientifica, di tipo generale-astratto. Il nostro presupposto, il Canone occidentale contemporaneo, è questo. Pensi solo al testo L’economia delle nazioni di Robert Reich, e alla sua influenza sulla mia generazione.
Lei lo cita, nel suo libro. «Vent’anni fa Robert Reich […] metteva a fuoco la figura degli analisti simbolici come pivot di una tecnocrazia capace di imporre il proprio ruolo a livello globale. Gli analisti simbolici […] che, di mestiere, “individuano e risolvono i problemi e fanno opera di intermediazione mediante l’elaborazione intellettuale di simboli”».
Robert Reich sosteneva che il futuro sarebbe appartenuto ai cosiddetti analisti simbolici. Gli analisti simbolici sono i consulenti finanziari, i trader, gli intermediari immobiliari e così via. E tutto il mondo gli ha creduto, dando credito a chi si limita a lavorare con PowerPoint dietro lo schermo di un computer. Questa idea oggi è in crisi negli Stati Uniti. Ed è in crisi in tutto il mondo.
Torniamo all’Italia. Cosa c’entra il cosiddetto “quarto capitalismo”, nuova gloria della nostra economia, con gli artigiani?
Oggi, in Italia, si parla tanto di multinazionali tascabili. Ebbene, io ho voluto capire cosa ha fatto e cosa fa la ricchezza di queste medie imprese. Ho preso in considerazione, ad esempio, il settore del lusso. Qui è significativo il passaggio dall’idea di moda, di fashion, a quella di patrimonio culturale, l’heritage. Con il termine heritage le case di moda indicano tutto quello che ha a che fare con il contenuto culturale di un prodotto e con il suo retaggio simbolico. Oggi, se lei entra in un negozio di Gucci può vedere un video con degli artigiani al lavoro su una borsa. È una cosa incredibile: quella borsa vale migliaia di euro, e Gucci mostra come la si realizza. Stiamo parlando di uno dei principali marchi del Made in Italy e di un’azienda con un fatturato di tre miliardi di euro! Deve far riflettere che l’imprenditore francese François-Henri Pinault abbia costruito un’intera strategia su questo.
Sull’artigianalità?
Assolutamente. Pensi a Bottega Veneta. Quando l’ha comprata Pinault, una decina di anni fa, fatturava una trentina di milioni di euro. Adesso fattura oltre mezzo miliardo. Tutto scommettendo sull’artigianalità.
Però si tratta di lusso. E il lusso non è il classico settore industriale. In altri campi, ad esempio quello delle macchine utensili, la musica sarà diversa.
Per scrivere il mio libro ho analizzato una serie di casi, cercando di capire come nascano queste macchine, e anche lì ho scoperto delle cose ai più ignote. Si dovrebbe vedere quanta artigianalità c’è ancora nella realizzazione delle macchine utensili. Quanto sia alto il grado di personalizzazione, il livello di “fatto su misura per te”.
Stiamo parlando di pmi o anche di realtà più grandi?
Prendiamo Geox, che è leader nel lifestyle casual. Geox ha decine di artigiani che fanno i modellisti. Una delle forze di Geox è aver internalizzato competenze straordinarie, che una volta erano disseminate nei distretti, e che loro hanno portato in house. Uniscono il meglio delle tecnologie e il meglio dell’artigianato per produrre prototipi che poi vengono industrializzati in giro per il mondo.
Oppure prendiamo un caso dalla provincia di Vicenza, Zamperla. Zamperla è un mix di high tech e artigianalità: in una sala c’è solo tecnologia, computer con i software per calcolare le spinte centrifughe e altro; poi entri nell’altra sala e ci si imbatte in un gigantesco laboratorio di artigiani che fanno pezzi unici. Gente che salda, carpentieri, pittori, decoratori…. Come in Geox, questa combinazione di ricerca scientifica ad alto livello e di manualità, ha dato ottimi risultati. Quando la città di New York ha offerto a Zamperla la possibilità di costruire il luna-park di Coney Island, le ha dato appena 100 giorni di tempo per completare tutto, e loro hanno potuto fare una cosa del genere solo perché dominano un saper fare unico.
Combinare artigiano e alta tecnologia, insomma.
Noi abbiamo seguito acriticamente l’idea che esistesse una conoscenza astratta-scientifica che si traduceva automaticamente in valore economico. È più complicato di come pensavamo. C’è molta intelligenza nel fare, soprattutto quando i prodotti sono pensati per clienti con richieste specifiche o devono evolvere rapidamente nel tempo.
Insomma, rivalutare l’artigianato per poter essere più competitivi sui mercati globali.
Noi, figli dei dogmi di cui le ho appena detto, abbiamo sempre ripetuto il mantra “dobbiamo investire in ricerca”, considerando invece l’artigianato e le professioni manuali come un retaggio del passato. Se si inizia a ragionare diversamente e a vedere nell’artigianato una risorsa, si ottiene di colpo un acceleratore di innovazione di cui non si riesce nemmeno a immaginare la portata. Anziché giocare alla guerra dei mondi, pensi a cosa si potrebbe fare combinando gli artigiani della meccanica, o della moda, o del vetro, e abbinandoli a un ingegnere, a un esperto di comunicazioni.
Combinare il sapere non formalizzato con quello formalizzato e accademico.
Io, che insegno a Ca’ Foscari, ci ho provato con i miei studenti. Ho fatto sette gruppi da cinque ragazzi; ciascun gruppo ha lavorato con un’azienda per sperimentare modi nuovi di valorizzare il saper fare artigiano. Aziende apparentemente low tech, che fanno biscotti, biciclette, o divani. Prima di tutto ho dovuto far capire ai ragazzi che non stavano studiando un caso di folklore, ma che dovevano scoprire una miniera di sapere con il compito di realizzare dei piani di crescita rapida. In questa iniziativa ho coinvolto banche, esperti di relazioni pubbliche, l’ICE.
Mi scusi, ma i suoi studenti come l’hanno presa?
E i ragazzi ne sono rimasti entusiasti. Molti di loro non avevano neanche mai preso in considerazione un’idea del genere.
Bisogna far riscoprire agli italiani, anche ai più giovani, il lavoro manuale dunque.
Se si riuscisse a riconciliare gli italiani con il lavoro manuale sarebbe un sollievo: questa concezione manichea, che ha separato il sapere manuale da quello accademico e scientifico, è stato un errore madornale.
Una cosa non esclude l’altra, però: posso puntare sia sulle nuove tecnologie, sia sulla tradizione.
Certo, può. Però se vediamo quali sono i prodotti che vendiamo nel mondo, notiamo che non esportiamo biotech o nanotech, ma la meccanica, la componentistica, gli abiti di alta sartoria, l’agroalimentare, (un po’ meno) il design. Un giorno, forse, venderemo anche le nanotecnologie, ma stiamo parlando di un orizzonte di lungo termine. La crisi ci impone di rimettere in moto la macchina economica in tempi brevi.
Lei dunque dice: valorizziamo ciò che abbiamo.
Valorizziamolo nel senso economico e culturale del termine. Negli ultimi dieci anni, il numero dei cosiddetti creativi si è centuplicato. Da quando Richard Florida ha scritto della classe dei creativi e delle 3 T (tecnologia, tolleranza e talento), tutti hanno voluto fare i creativi. Mentre il numero degli artigiani è rimasto lo stesso, o è addirittura calato. Quello che deve fare la nostra economia è ragionare proprio sulla saldatura tra il secondario e terziario, tra servizi e industria. Avere tante fabbrichette ormai serve a poco: molto più utile combinare le competenze artigianali di cui ancora disponiamo con quelle degli ingegneri, dei ricercatori, dei medici, degli esperti di comunicazione. Un cocktail così può generare l’inverosimile, a condizione che la nostra cultura riconosca il saper fare come un vero sapere.
Ecco, di nuovo, saltar fuori il titolo del suo libro: futuro artigiano.
C’è un aneddoto rivelatore. Quando Ettore Sottsass, celebre designer italiano, è andato alla Nasa, e gli hanno fatto vedere le componenti delle capsule spaziali, lui, colpito, ha commentato: «Questo posto è pieno di artigiani». L’aneddoto è divertente perché fa capire come l’high tech che servì a mandare l’uomo sulla Luna fosse in realtà tutto “fatto su misura.” Noi crediamo sempre che sia la scienza l’unico modo per risolvere i problemi. Dietro a molta scienza e sperimentazione c’è invece una capacità di fare che magari facciamo difficoltà a formalizzare, ma che rappresenta una risorsa straordinaria per l’innovazione.
I giovani non fanno gli artigiani anche perché spesso sognano di lavorare come dipendenti, pubblici o privati. C’è, secondo lei, una mancanza di cultura del rischio tra i giovani?
È paradossale, ma tutta la discussione sulla meritocrazia negli ultimi anni non ha aiutato la cultura del rischio. È paradossale perché oggi molti dei nostri migliori studenti, proprio in virtù del fatto che hanno ottimi curricula, si aspettano che qualcuno li assuma. Molti di loro si sono semplicemente adeguati a un percorso deciso da altri; lo studente rischia poco di suo.
Oggi viviamo in una società che invece esige che l’imprenditore vada controcorrente, facendo cose diverse, scommettendo su quello che altri non fanno. Ecco perché trovo tutto quanto paradossale: da un lato coltiviamo una cultura della meritocrazia, e dall’altro ci aspettiamo che basti un buon curriculum scolastico per farcela. Un film come The Social Network ha forse cambiato un po’ la percezione. Colpisce, nel film, la frase del rettore di Harvard: «Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno». (Gabriele Catania)
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“DISOCCUPAZIONE CREATIVA” DI IVAN ILLICH
di Paolo Calabrò (http://paolocalabro.blogspot.it/ )
- “La mia è la ricerca di una politica dell’autolimitazione, grazie alla quale, anche oltre gli orizzonti dell’attuale cultura, il desiderio possa fiorire e i bisogni declinare”(Ivan Illich) -
Quello di Illich è un sogno di libertà e di umanità: egli immagina un uomo che non produce nulla di superfluo (perché non è stupido) e che perciò non impiega più energia di quella necessaria (perché sa essere efficiente ed aborre lo spreco). Ciò lo spinse a dire, a proposito dell’energia nucleare, che l’abbondanza di energia paralizza l’azione dell’uomo (il quale tende ad affidarsi sempre più alla megamacchina industriale divoratrice di energia) e che – invece di rifiutare l’energia atomica per motivi “ambientalistici” o politici – si dovrebbe sostenere la possibilità di una produzione energetica minore, anziché semplicemente diversa.
Illich intende restituire all’uomo ciò di cui il mercato lo ha progressivamente privato, della sua creatività (omologata dalla standardizzazione industriale), della sua autonomia (inducendo sempre nuovi bisogni si è reso l’uomo dipendente dalle relative forme di soddisfazione), perfino del linguaggio:
“siamo testimoni di una trasformazione appena percettibile del linguaggio corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una soddisfazione vengono sostituiti da sostantivi che indicano prodotti di serie destinati a un consumo passivo: “imparare” diventa “acquisto di un titolo di studio”».
Tutto assume una forma istituzionale, e la titolarità di ogni azione passa dal singolo all’ente: “io apprendo” diventa “l’istruzione”, “io guarisco” diventa “l’assistenza sanitaria”, “io mi muovo” diventa “i trasporti”, “io mi diverto” diventa “la televisione”.
L’idea sottesa a questa impostazione è che l’uomo non sia nient’altro che un fascio di bisogni che è possibile soddisfare tramite il consumo di beni e servizi acquistabili sul mercato. Anche ogni attività umana diventa una merce, quantificabile in base a un valore di scambio che ne oscura il valore d’uso “qualificabile”: non avere un impiego significa passare il tempo in triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino. La donna attiva che manda avanti la casa, alleva i propri figli ed eventualmente ha cura di quelli degli altri è distinta dalla donna che lavora, ancorché il prodotto di tale lavoro possa essere inutile o dannoso” (Ivan Illich)
Quello di Illich è un sogno di liberazione da un meccanismo economico che scredita ogni forma di gratuità (nel doppio senso dell’assenza di prezzo e di somma libertà) e mortifica il gusto della bellezza:
mungere la capretta di famiglia era una libertà fino a quando una pianificazione più spietata non ne ha fatto un dovere, per contribuire al PNL.
Un sogno di liberazione dall’infernale dispositivo (che a molti pare elementare buon senso) “produci-consuma-crepa”. La cattiva notizia è che è difficile, perché tutto sembra remare contro. La buona notizia, dice tuttavia Illich, è che è possibile. («l’Altrapagina», maggio 2010)
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OCCUPAZIONE O LAVORO? LA ‘CRISI’ SECONDO IVAN ILLICH
- Ivan Illich e la ‘Disoccupazione creativa’. La rilettura di un saggio della fine degli Anni Settanta del precursore della decrescita si rivela estremamente attuale per riflettere sull’ambivalenza della crisi, sulla nostra percezione della realtà economica e sulla possibilità, sempre aperta, di un cambiamento reale. -
di Elisa Magri – 11 Agosto 2011 da http://www.ilcambiamento.it/
In tempi come quelli attuali, in cui allarmano le elevate percentuali della disoccupazione e la crisi funge da spettro (e spauracchio) per le prospettive delle nuove generazioni, sono poche le proposte concrete capaci di ridisegnare il presente. Lo ha fatto di recente Michele Dotti con un bell’ articolo che ben illustra la differenza fra possibilità reali di lavoro e incapacità politica di progettazione. Proprio questo è il punto da cui bisognerebbe ripartire per una riflessione di più ampio respiro sul significato della ‘crisi’.
L’emergenza che circonda la discussione sul tema fa venire in mente quanto Ivan Illich (1926-2002), filosofo austriaco fra i primi teorizzatori della decrescita e del vivere conviviale, scriveva in un saggio dal titolo: Il diritto alla disoccupazione utile, apparso per la prima volta in Gran Bretagna nel 1978, e tradotto in italiano dalla Boroli nel 2005 come Disoccupazione creativa.
Illich inizia osservando lo straordinario mutamento di significato che lo stesso termine ‘crisi’ ha subito rispetto al passato: in greco antico la parola (dal verbo krinein, separo o divido) rinviava alla dimensione della scelta e del cambiamento, mentre le lingue moderne l’adoperano per significare la ‘spinta sull’acceleratore’, ovvero una minaccia da contrastare spingendo con denaro, potenza e management.
Concepita in questi termini, la crisi rappresenta un buon mezzo per commissari, burocrati, educatori, politici e medici: l’accelerazione, infatti, rimette più potere al controllo del guidatore, mentre stringe più strettamente i passeggeri con le cinture di sicurezza. Soprattutto, la crisi giustifica la deprivazione di spazio, tempo e risorse a vantaggio della produzione di macchine e comodità che limitano persino la libertà dell’uomo di usare i propri piedi per spostarsi.
Più precisamente, però, sul finire degli anni Settanta, Illich addita una differenza decisiva rispetto al decennio precedente e la individua in una nuova forma di percezione della realtà economica. Se, infatti, nel 1968 si accantonava la denuncia della professionalizzazione del sistema sociale bollando ogni protesta come il frutto di fantasie romantiche ed oscurantiste; appena dieci anni dopo la riorganizzazione del modello industriale secondo bisogni, problemi e strategie professionali costituiva la norma stessa del giudizio comune.
Si era venuta a creare una comunità perfettamente fiduciosa nel progresso realizzato dalle politiche pubbliche basate sul parere degli esperti; non si metteva in questione l’efficacia dei trattamenti medici, così come non si discutevano i metodi educativi impartiti nelle scuole. In breve, i rituali relativi all’organizzazione dell’educazione, del trasporto, della sanità e dell’urbanizzazione erano stati solo in parte demistificati, ma per nulla compromessi nella loro stabilità. All’opposto, aveva preso piede una differente forma di povertà modernizzata, prodotta dalla stessa modernizzazione dei bisogni.
Si tratta di una discriminazione determinata dal venir meno dell’immaginazione sociale e dei valori propri di una cultura a seguito dell’introduzione di beni e comodità divenuti insostituibili e imprescindibili. Benché questi limitino la potenzialità creativa umana, nessuno si permetterebbe più di togliere tempo al proprio lavoro per occuparsi di quelle utilità e di quei servizi per i quali occorre fare assegnamento alla tutela di un ‘esperto’. La povertà modernizzata è, quindi, vissuta da tutti quanti, ad eccezione di coloro che sono così ricchi da vivere nel lusso estremo.
Il diritto del cittadino a essere assistito e approvvigionato si è quasi tramutato in diritto delle industrie e delle professioni a prendere la gente sotto la propria tutela, a rifornirla del loro prodotto e a eliminare, con le loro prestazioni, quelle condizioni sociali ed ambientali che rendono utili le attività non inquadrabili in una ‘occupazione’.
In questo modo la metà del XX secolo, con la sua straordinaria specializzazione e separazione dei saperi, si guadagna a pieno titolo la denominazione di ‘Età delle Professioni Disabilitanti’ (Age of Disabling Professions), nella misura in cui queste garantiscono la soddisfazione dei bisogni dei cittadini al prezzo della riduzione di questi ultimi in clienti. Accade il paradosso per cui non avere un impiego significa passare il tempo in un triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino, poiché ciò non produce nessun incremento del PIL.
Fa riflettere, al riguardo, la torsione che Illich ravvisa proprio nel linguaggio in uso, quando nota che le attività designate da verbi intransitivi sono ormai completamente sostituite da realtà istituzionali cui ci si riferisce per mezzo di nomi: così “educazione” sostituisce “Io mi istruisco”; “assistenza sanitaria” al posto di “Io guarisco”; “trasporto” per “Io mi muovo”; “televisione” per “Io gioco”.
Eppure la crisi può significare anche altro da ciò; può segnare il momento della scelta, quando gli individui diventano finalmente coscienti delle gabbie che si sono auto-imposti e della possibilità di una vita differente. Si può ispirare la società con un’austerità conviviale che protegga il valore delle persone dall’arricchimento che le disabilita.
Il principio di tale convivialità consiste nel togliere i beni e le comodità dal centro del sistema economico e nell’impedire che siano gli specialisti del settore ad assicurare il collegamento dei nostri bisogni con quel centro. Con un’inversione sociale si possono collocare al centro i valori d’uso creati e giudicati personalmente dai soggetti stessi.
Gli individui stabiliscono un limite massimo dei mezzi di cui disporre per sé e per garantire i servizi del vicino; gli strumenti sono valutati in funzione dell’uso cui sono asserviti, anche se prodotti industrialmente. A fare la differenza è proprio la scelta che orienta i singoli come i gruppi nella determinazione dei bisogni e di ciò che li può soddisfare. (ELISA MAGRI)
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LA NUOVA TERZA VIA: SIATE REALISTI CHIEDETE IL POSSIBILE
di Massimiliano Panarari, da “LA STAMPA” del 18/4/2012
- Tramontato il blairismo, in anni di crisi si ridefinisce il pensiero liberal, per andare oltre il mero “Occupy” –
E se fosse una sorta di «neoTerza via»? – L’espressione evoca immediatamente l’invenzione politica di Anthony Giddens e Tony Blair (e alcuni altri): una formula oltre (o forse in condominio tra) laburismo e neoliberalismo, all’insegna di una vision cosmopolitica (che diede vita a una novella «Internazionale riformista»), e con l’aggiunta di una spruzzata di Cool Britannia . Si shakeri il tutto e si otterrà una delle esperienze di centrosinistra più vincenti (e maggiormente criticate) del Secolo breve.
Ma quelli erano i ruggenti Anni Novanta della new economy (campione della sua versione a stelle e strisce fu, infatti, Bill Clinton); in seguito, a incrinare l’eredità del blairismo ci hanno pensato la guerra irachena e anche la crisi finanziaria (e poi produttiva), che, anziché rilanciare le chance delle forze politiche di ispirazione socialdemocratica, sembra tenerle sotto scacco (o sotto choc).
Proprio dalla crisi prende però ora le mosse un arcipelago di pensieri e idee progressiste che, forzando un po’, potremmo provare a etichettare come «neo-Terza via» (o, se si preferisce, «post-Terza via»). Elaborazioni che ci arrivano da noti intellettuali della sinistra democratica e liberal oppure da economisti che conoscono bene dall’interno gli ingranaggi della finanza e indicano le vie di uscita per ripulirla, tornando a far crescere (e a ridistribuire) la ricchezza.
Facendo un salto in libreria si possono trovare, ordinatamente disposti sugli scaffali, diversi titoli riconducibili sotto il capiente cappello di questa rinnovata Terza via. Come Lo Stato minimo (Raffaello Cortina) di Antoine Garapon (direttore del parigino Institut des Hautes Études sur la Justice e membro del comitato editoriale di Esprit , la rivista per antonomasia della gauche social-liberale francese), che analizza il diffondersi dei modelli della «negoziazione» e dell’«efficientizzazione» nell’amministrazione della giustizia (dagli indicatori di costo alla valutazione dell’operato dei magistrati, sino al trattamento telematico dei procedimenti).
O Insieme (Feltrinelli) del sociologo statunitense Richard Sennett e Questa Europa è in crisi (Laterza) di Jürgen Habermas. E, ancora, libri di economia come Zombie economics (appena pubblicato da Università Bocconi editore) dell’australiano John Quiggin – un autentico successo negli Usa – che invita a buttare le «idee morte» ultraliberiste responsabili della catastrofe, come la deregolamentazione a tutti i costi e il fondamentalismo di mercato, senza tuttavia indulgere in quella che considera la «nostalgia keynesiana».
O come Terremoti finanziari (Einaudi) di Raghuram G. Rajan, il teorico di un «mondo post-finanziario» acclamato dall’ Economist , già capo economista del Fondo monetario internazionale e attualmente professore alla Booth School of Business dell’Università di Chicago (che neppure la sfrenata fantasia dei seguaci di Rick Santorum potrebbe qualificare come un «simpatizzante socialista»); uno dei pochissimi, assieme a Nouriel Roubini, ad avere lanciato una serie di Sos a proposito del disastro imminente.
Tratto condiviso da tutti gli studiosi e pensatori citati è la diagnosi senza infingimenti sulle responsabilità del neoliberismo e dell’individualismo selvaggio – cui Sennett aggiunge, tra i guasti contemporanei, il tribalismo di ritorno. Ma prestando attenzione al fatto che la condanna della degenerazione «tossica» della finanza non si traduca in un suo rigetto sic et simpliciter .
E senza che la critica politica di quella che Foucault definiva la governamentalità neoliberale debba necessariamente portare a rifiutare gli aspetti positivi della tipologia di modernità che a essa si accompagna, come sottolinea Garapon, facendo finta che l’efficienza non sia un’opportunità positiva per utenti e cittadini.
Anche perché – altro denominatore comune – occorre riconoscere con chiarezza come una delle cause essenziali del caos e dei pericoli cui siamo esposti consista nell’eccessiva complessità delle «macchine»all’interno delle quali conduciamo le nostre esistenze, dalla burocrazia europea (Habermas) all’ordinamento giudiziario (Garapon).
Di qui, l’esigenza di semplificare e regolare attentamente i meccanismi che governano i sistemi complessi, per evitare truffe, prevaricazioni e la solitudine del cittadino globale. Ed ecco, allora, che Rajan e Quiggin perorano la causa di nuove regole per i mercati finanziari e la riduzione degli incentivi per chi sceglie investimenti troppo rischiosi (come, per fare un esempio tristemente ben noto, la cartolarizzazione dei mutui subprime ).
Occorre, poi, procedere alla rivitalizzazione della democrazia attraverso le «politiche della collaborazione» (Sennett), evitando l’effetto-silo nei luoghi di lavoro (con tempi e luoghi per socializzare e scambiarsi idee ed esperienze e una rinnovata autorevolezza e capacità d’ascolto da parte dei capi); e serve un approccio post-ideologico, che sappia generare e selezionare programmi e soluzioni funzionanti, liberandosene senza rimpianti non appena si trasformano in «idee zombie».
Insomma, meno avventatezza e più senso di responsabilità. E una specie di rovesciamento del famoso slogan di sessantottina memoria (liberamente tratto dal Caligola di Albert Camus) «siate realisti, chiedete l’impossibile».
Perché le riflessioni di questa intellighenzia plurale non domandano l’impossibile, ma propongono, più realisticamente, una reinvenzione dei valori del liberalismo progressista in un’epoca che non può non dirsi neoliberale. E ci presentano un paradigma di «neo-Terza via», giustappunto, in grado di fornire ai progressisti una piattaforma differente dal mero Occupy Wall Street… (Massimiliano Panarari)
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l’ultimo libro del padre della teoria della decrescita, SERGE LATOUCHE
DECOSTRUIRE I MITI ILLUSORI DELLA MODERNITÀ PER USCIRE DALLA CRISI
- Un’analisi della decrescita insieme all’antropologo CRISTIANO VIGLIETTI, attraverso l’ultimo libro di SERGE LATOUCHE -
di LUCA ATERINI, 13 aprile 2012, da GREENREPORT.IT ( http://www.greenreport.it/ )
«In effetti, il progetto di società della decrescita, al di là dello slogan blasfemo, è una sfida provocatoria». Così il filosofo ed economista francese Serge Latouche – nelle pagine del suo ultimo volume “Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita”, edito da Bollati Boringhieri – si esprime a proposito del pensiero decrescista. Un pensiero ed un movimento difficili da catalogare, definire e metabolizzare da parte di una società il cui orizzonte ancora ruota attorno al totem della crescita.
Avversata in partenza per uno slogan tacciato come fazioso – più che di decrescita si dovrebbe parlare di a-crescita (intesa come un’uscita dalla religione della crescita), è stato successivamente e giustamente osservato – all’idea di decrescita si accomunano posizioni radicali portavoci di improbabili idee decliniste con altre più moderate, nelle quali trova spazio la cruciale domanda: data l’insostenibilità dell’attuale paradigma della crescita economica esponenziale, cosa nelle nostre organizzazioni sociali deve e può ancora crescere, e cosa non deve e non può più crescere?
Del resto, questa varietà di posizioni è riconosciuta dallo stesso Latouche, guru moderno della decrescita, quando afferma che «gli obiettori di crescita non hanno la vocazione ad avere una risposta a tutto e a chiudere il dibattito: ci sono controversie anche all’interno del movimento della decrescita». Partendo da questo presupposto, greenreport.it ha cercato, insieme all’antropologo Cristiano Viglietti, di far luce su alcuni dei punti meno chiari del pensiero decrescista, facendo leva proprio sulle pagine dell’ultimo volume di Latouche.
«Dobbiamo rivedere i valori nei quali crediamo. La povertà materiale e una certa sobrietà sono state per secoli valori positivi. È stata l’economicizzazione del mondo a creare la miseria che oggi conosciamo in numerose regioni del pianeta», scrive Latouche all’interno del suo libro “Per un’abbondanza frugale“. Individua nel pensiero che anima la decrescita un riflesso di principi di parsimonia e moderatio che erano fondamentali già nella Roma arcaica?
«Nel pensiero che anima l’idea contemporanea di decrescita, di cui Serge Latouche è l’esponente più noto, confluiscono i riflessi di molte correnti di pensiero: la bio-economia di Nicholas Georgescu-Roegen, il pensiero conviviale di Ivan Illich, l’ecologismo libertario di Jacques Ellul e Bernard Charbonneau, il socialismo critico di Cornelius Castoriadis e quello utopico di Pierre-Joseph Proudhon e William Morris, l’antropologia-economica come forma di critica culturale che si ispira a Marcel Mauss, Karl Polanyi e Marshall Sahlins, fino all’etica civile e religiosa di Mohandas Gandhi.
Il filo rosso che tiene insieme tutte queste visioni dell’economia e della società è il riconoscimento della omologia tra il pianeta Terra e gli esseri umani che su di esso vivono: come le risorse presenti sulla terra sono finite, così l’uomo deve sviluppare delle pratiche di vita che devono contenere i suoi bisogni e desideri. È proprio Latouche a sostenere in “Per un’abbondanza frugale”: «la nostra vita può diventare tanto più ricca quanto più sappiamo limitare i nostri bisogni» (p. 116). Tra le culture che praticarono questa filosofia di vita ci furono, almeno per un certo periodo, anche i Romani che, da un certo momento in poi iniziarono a usare il termine frugalitas – da cui ‘frugalità’ deriva – come sinonimo di parsimonia, che indica esattamente quell’attitudine a porre un limite, un modus, ai desideri e bisogni materiali.
Sotto questo aspetto si può dire che anche la cultura romana, a cui talora Latouche fa riferimento (ad es. in La scommessa della decrescita, trad. it Milano, Feltrinelli, 2007, p. 18) può essere annoverata tra le ispiratrici della moderna idea di decrescita».
Circa la decrescita, Latouche ne parla come di «uno slogan al livello delle parole e un ritorno dentro gli argini al livello delle cose», per poi aggiungere che, «inoltre, per decrescere bisogna “de-credere”», riferendosi evidentemente alla cosiddetta “religione della crescita”. Come crede si giunga, da questa posizione, a quelle ben più estreme che definiscono come ambizione della decrescita quella di rinunciare a qualsiasi tipo di sviluppo?
«Che quelli di ‘crescita’ e, ancor più, di ‘sviluppo’ siano fedi, o miti, propri della società occidentale lo evidenzia bene l’antropologo Marco Aime nell’introduzione a un altro libello che Latouche ha scritto recentemente insieme a Didier Harpagès (Il tempo della decrescita, trad. it. Milano, Elèuthera, 2011): “se un politico fa affermazioni che vengono regolarmente smentite, alla lunga perde credibilità. Nel campo dello sviluppo, invece, le promesse sono instancabilmente ripetute e gli esperimenti costantemente riprodotti. [...] Appare quindi evidente che la problematica dello sviluppo è inscritta nell’immaginario occidentale e ne costituisce il mito fondante” (p. 9).
E ancora: “la maggior parte delle definizioni dello sviluppo sono basate sul modo in cui una o più persone immaginano una condizione ideale di vita” (p. 7). L’idea di sviluppo ha, in qualche misura, sostituito il mito dell’età dell’oro, e come un mito ha molte varianti (sviluppo durevole, sostenibile, compatibile, umano etc.) e sempre ragione, pur non basandosi su logiche razionali.
A conferma di quanto Aime, e con lui Latouche, sostiene le faccio un paio di esempi. Si ritiene che la crescita economica faccia crescere i posti di lavoro, ma non è necessariamente vero: “dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire [...], la popolazione è cresciuta [...] con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998)” (M. Pallante, La decrescita felice, Roma, Editori Riuniti, 2005, p. 44). In Francia i posti di lavoro nell’industria sono diminuiti di un milione e mezzo dal 1978 al 2002, mentre gli agricoltori sono quasi spariti; in Spagna negli ultimi 20 anni il PIL è cresciuto del 74% e la disoccupazione non è certo diminuita, come nota ancora Latouche in Per un’abbondanza frugale (pp. 96 e 94).
Un altro mito, e dunque una fede, da sfatare è quello secondo cui quella sviluppata rappresenti l’economia più razionale, e dunque più in grado di ottimizzare le risorse a disposizione, ma non è affatto così. Dice ancora Latouche “il cespo di lattuga della valle di Salinas (California) [...] arriva sui mercati di Washington dopo un viaggio di 5000 chilometri, e per il suo trasporto si consuma 36 volte più energia (petrolio) di quella rappresentata dal suo contenuto calorico. Quando finalmente la lattuga arriva a Londra in aereo, ha consumato 127 volte più energia (petrolio) di quella che contiene” (p. 58). O ancora: “i gamberi scozzesi espatriano in Thailandia per farsi sgusciare a mano in uno stabilimento [...] e riguadagnano la Scozia per farsi cuocere prima di essere venduti” (pp. 58-59). All’obiezione che questi meccanismi apparentemente aberranti sono in realtà determinati dalla cosiddetta “legge della domanda e dell’offerta”, si può facilmente replicare che quei meccanismi stessi non tengono conto, e colpevolmente, dei costi ambientali che contengono: tutti quegli spostamenti delle merci da una parte all’altra del mondo, infatti, inquinano, e molto (senza contare che fanno perdere il lavoro a chi potrebbe coltivare, a km zero, la lattuga in una serra a Londra, o a chi potrebbe sgusciare i gamberetti appena pescati direttamente in Scozia). Ma, appunto, quella della crescita-sviluppo è una fede, non una visione economica organica e scientifica. Non è forse un caso se i Camerunesi di lingua eton traducono la nostra idea di sviluppo come “il sogno del bianco”.
È vero anche che, al fanatismo della crescita, corrispondono talora dei fanatismi della decrescita, specialmente di tipo anti-tecnologico e luddista, o autarchico, che però riguardano un numero minimo di persone e non mi pare appartengano a Latouche. E che in ogni caso non producono particolari danni».
Nel volume di Latouche si legge come auspicio della decrescita una rottura del «circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti, come pure dalla frustrazione crescente che questa genera, e contemporaneamente che si compensi attraverso la convivialità l’egoismo derivante da un individualismo ridotto a una massificazione uniformizzante». La corrente della decrescita si fa così portavoce anche di un cambiamento di stampo morale?
«La mia impressione è che, in questo momento, esistano due atteggiamenti rispetto alla questione della crisi economica. Uno secondo cui la crisi c’è, è grave, e per uscirne l’Occidente è chiamato a un radicale cambio di rotta. L’altro atteggiamento è quello che Latouche indica criticamente con l’espressione “tutto piuttosto che mettere in discussione il nostro modo di vita” (p. 42).
Almeno in Occidente, attualmente ci troviamo in una condizione di dominanza, almeno a livello politico, del secondo paradigma. Se invece i popoli occidentali decideranno di ri-orientare i propri stili di vita è evidente che anche i modelli di riferimento morali, i paradigmi comportamentali e, nondimeno, le forme economiche e istituzionali dovranno cambiare.
Se si arrivasse a ritenere, ad esempio, che i bisogni, i desideri, e dunque i possessi, devono essere limitati si potrebbero introdurre, come Latouche propone, imposte dirette progressive: “per i redditi superiori al massimo legale (la fissazione di un reddito massimo fa parte del programma della decrescita) la progressività potrebbe arrivare addirittura al 100%. Dovrebbe poi essere [...] introdotta una fiscalità indiretta sui beni di lusso, che potrebbe colpire [...] il cattivo uso delle risorse naturali, dei beni e dei servizi” (p. 17). Si istituirebbero, insomma, nuove leggi di tipo suntuario, animate anche da esigenze ecologiche, che ad oggi paiono impensabili perché nella nostra società l’accumulazione illimitata della ricchezza è considerata un bene. Tali leggi hanno rappresentato, tuttavia, la norma in molte società antiche, in gran parte dei comuni medievali italiani, e negli Stati europei (Inghilterra e Francia compresi) fino al 1700, cioè prima che si affermassero le filosofie della crescita progressiva.
E ancora, se si affermasse l’idea che la natura va sfruttata nella misura più bassa possibile, e dunque secondo una diversa forma di “razionalità”, si potrebbero produrre merci destinate a durare a lungo nel tempo, e aggiustabili, esattamente al contrario di quanto avviene oggi con la cosiddetta “obsolescenza programmata” che ben conosciamo. Ancora ne Il tempo della decrescita (pp. 41-42) Latouche e Harpagès raccontano che in una caserma dei pompieri di New York, nel 2008 si è scoperto che era in funzione una lampada acquistata nel 1896. Oggi le lampadine vengono costruite per durare 2000 ore, a tutto vantaggio della crescita del PIL, ma certo non dell’ambiente, del tornaconto dei consumatori e, direi, dello stesso progresso tecnologico».
Lo stesso Latouche, all’interno del suo libro, osserva come «parlare dunque di una buona crescita o di una buona accumulazione del capitale, di un buono sviluppo – per esempio di una mitica «crescita al servizio di un migliore soddisfacimento dei bisogni sociali» – equivale a dire che può esistere un buon capitalismo (che si presenta come verde o sostenibile/durevole), con tanto di buono sfruttamento. Per uscire dalla crisi che è al tempo stesso, e inestricabilmente, ecologica e sociale, bisogna uscire da questa logica di accumulazione senza fine del capitale e di subordinazione di tutte le decisioni alla legge del profitto». Qual è il suo giudizio in merito a tale passaggio?
«Questa questione riporta ai miti di fondazione della modernità. Tra questi, uno potentissimo e che non appartiene agli economisti delle prime generazioni, ma a quelli della fine del XIX e soprattutto degli inizi del XX secolo, è il cosiddetto “postulato di scarsità“, cioè l’idea (che viene data per scontata, ma scontata non è affatto) che i desideri umani siano naturalmente illimitati e che, dunque, i mezzi del loro soddisfacimento presenti in natura siano scarsi. Questo postulato spinge, da un lato, molti individui ad accumulare quanti più beni e ricchezze possono, sottraendone ai loro simili, dall’altro a consumare in modo crescente la natura.
Il postulato di scarsità appare come la formalizzazione apparentemente scientifica dello hobbesiano bellum omnium contra omnes, in cui gli uomini, al contempo avidi di ricchezze e frustrati per non averne mai abbastanza, lottano l’uno contro l’altro per avere sempre di più, destabilizzando i rapporti sociali e distruggendo le risorse naturali per il proprio tornaconto. La messa in discussione, e lo svelamento dell’illusorietà di miti di questo genere, che fondano molti dei comportamenti degli Occidentali – in special modo dei ricchi e di chi ricco vuol diventare (la decrescita, d’altronde, “non è roba da ricchi!”, ammoniscono Latouche e Harpagès, Il tempo della decrescita, p. 78) – potrebbe indicare dei percorsi per uscire dalla crisi profonda della nostra società».
«L’esempio della Grecia è eloquente per illustrare il fallimento della pseudoalternativa di sinistra: un popolo vota in massa per un partito socialista con un programma socialdemocratico classico; sotto la pressione dei mercati finanziari il governo socialista attua una politica di austerità neoliberale, obbedendo alle ingiunzioni congiunte della Commissione europea di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale (FMI)». In questo passaggio Latouche sembra denunciare – in modo del tutto condivisibile – la debolezza delle democrazie di fronte al chomskyiano “Senato virtuale”, termine col quale il linguista e filosofo americano intende riferirsi alla determinante influenza sulla politica della finanza internazionale. Pensa che quella della decrescita sia una corrente che ambisca e possa inglobare in sé una risposta a tale debolezza?
«Credo che non ci siano due visioni più lontane tra loro di quella di austerità, esemplificata da molti governi occidentali attualmente in carica, e quella di decrescita o di frugalità. L’austerità è la risposta automatica della cultura economicista e sviluppista alle crisi: si contengono le spese al massimo e ci si inventa qualche tassa finché non passa la bufera per poi, se le cose migliorano, tornare a comportarsi esattamente come si faceva prima. È evidente che queste politiche di piccolo cabotaggio non costruiscono alternative per il futuro.
Va tuttavia detto che se gli Stati occidentali, e in particolare la Grecia, l’Italia, la Spagna e l’Irlanda, si trovano schiacciati dalle politiche di austerità, è perché si sono indebitati pesantemente, anche a causa di politiche sociali mal programmate e sprecone.
A risanare gli Stati indebitati non credo che possa bastare una “inflazione controllata al 5%” (Per un’abbondanza frugale, p. 20). Va semmai concepita un’etica “frugale” dello Stato in cui chi è chiamato a gestire la cosa pubblica non agisca sulla base dell’avidità e dell’interesse personale. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile introdurre criteri meritocratici che, per realizzarsi, hanno bisogno al contempo di modelli autorevoli e di un ripensamento dell’educazione dei cittadini. Sono temi, questi, su cui alcuni padri della decrescita, come Ivan Illich, hanno scritto pagine importanti e su cui Latouche si sofferma, nel complesso, poco.
Non vi è dubbio che i modelli di comportamento e le politiche di stampo capitalistico abbiano prodotto ineguaglianze incredibili in Occidente, e ha senso riflettere su modi per raggiungere una maggiore equità e una migliore redistribuzione della ricchezza prodotta, come i sostenitori della decrescita fanno. Ma è anche vero, come ha recentemente sostenuto il Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Andrea Carandini ne Il nuovo dell’Italia è nel passato (Roma-Bari, Laterza, 2012), che “l’orizzontalità democratica dell’uguaglianza deve tornare a combinarsi alla verticalità liberale delle competenze” (p. 37), e dunque al merito. In questo senso credo che la decrescita, accanto alle idiosincrasie della destra “egoista”, dovrebbe sviluppare idee per superare anche gli eccessi di certo “egualitarismo” di sinistra – a cui a volte Latouche (pp. 85-86), invece, fa l’occhiolino».
La dialettica tra crescita, sviluppo e decrescita spesso si gioca essenzialmente sul filo di lana della semiologia, del significato delle parole. Frequentemente tale dialettica innalza barricate ideologiche e piccate contrapposizioni, ma un nuovo paradigma sociale, ecologico ed economico ha essenzialmente il compito di definire cosa di questi aspetti della vita umana può (e deve) ancora crescere e svilupparsi – e cosa no – tenendo conto del contesto globale e molteplice nel quale tutti ci troviamo a muoverci, non crede?
«Certamente. Credo che, seguendo e insieme sviluppando il pensiero del padre dell’antropologia economica, primo lucido e non ideologico critico dell’economia occidentale, cioè Karl Polanyi, il paradigma auspicabile per il futuro dell’Occidente dovrebbe cercare di “re-incorporare” l’economico nel sociale.
L’idea che tutti i problemi e le questioni vitali delle nostre società passino per l’economico (inteso in senso capitalistico) è un’altra di quelle credenze che ci fa vivere male e che non ci consente di comprendere la natura della crisi dell’Occidente, che è una crisi socio-culturale e, di conseguenza, anche economica.
Per quanto i negazionisti non manchino – e in queste settimane sui quotidiani se ne sono messi in mostra diversi, vecchi e, ahimè anche giovani -, credo che tutti i contributi che possono portare a sviluppare consapevolezza rispetto allo stato attuale, mostrando le cause della crisi nella loro complessità, e non nascondendo dei dati, siano i benvenuti. L’idea di un’abbondanza frugale che si realizza tramite la volontaria riduzione dei desideri può essere un punto di partenza importante, che dovrà tuttavia trovare delle formulazioni più ampie nel campo politico-istituzionale e in quello educativo-formativo».
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Blog di Working Capital.
Ushahidi, che in Swahili significa testimonianza, è oggi una una società non-profit che sviluppa software libero. Il suo core business è lo sviluppo di software per la raccolta, la visualizzazione e la rappresentazione di informazioni su cartografia interattiva.
E’ un valido esempio di come una startup possa nascere da un’idea di successo, in una realtà come quella del Kenya, che non associamo a incubatore di tech company.
Tutto nasce durante le violenze che si sono verificate in Kenya, nel 2008 a seguito delle elezioni politiche. Un gruppo di persone tra cui l’attivista kenyota Ory Okolloh, si trovarono a documentare sui loro blog, anche attraverso i commenti, le violenze che stavano accadendo nel paese. Qualcuno lanciò l’idea di mappare i luoghi delle violenze attraverso Google Maps, e Ory rilanciò la proposta via twitter, chiedendo supporto alla comunità degli sviluppatori software del paese.
In tre giorni era online Ushahidi.com, il sito originale, ancora visibile in una sezione del sito attuale. Ushahidi ebbe una grandissima risposta, ben 45,000 utenti inviarono le loro testimonianze dai luoghi degli scontri, permettendo di seguire l’evoluzione della situazione nel paese in maniera indipendente da quanto riportato dagli organi ufficiali. Un esperimento riuscito di citizen journalism e crowdsourcing.
Da allora Ushahidi non rappresenta più solo una piattaforma web ma una realtà aziendale complessa, al cui al nucleo originale dei fondatori Erik Hersman, Juliana Rotich, Ory Okolloh eDavid Kobia si è affiancato un nutrito gruppo di sviluppatori e di specialisti di tecnologia, attivisti politici, giornalisti ed esperti di comunicazione. La cosa che colpisce, guardando le pagine del team è l’estrema distanza geografica che separa queste persone che vivono, in qualche caso, in continenti diversi. Il cuore pulsante del progetto rimane in Kenya anche se, formalmente, la società ha sede ad Orlando in Florida.
La piattaforma di Ushahidi dal 2008 ad oggi è stata testimone di numerose emergenze tra cui ilterremoto di Hahiti, la crisi libica, il terremoto in Giappone e l’attualissima crisi siriana, riuscendo a supportare i cittadini e le organizzazioni che operavano sul campo attraverso la gestione e pubblicazione su mappa delle richieste di soccorso e delle risorse disponibili.
La facilità nella diffusione è stata favorita da Crowdmap, uno dei prodotti creati dalla startup a partire dall’idea originale e che permette di utilizzare le risorse web di Ushahidi per mettere on line, gratuitamente, una versione personalizzata della piattaforma in pochi minuti.
Questo ha permesso, anche in Italia, la realizzazione di diversi deployment, tra cui Rifiutiamoci.
Uno dei punti di forza di Ushahidi è senza dubbio la versatilità. Consente di operare in condizioni logistiche di comunicazione profondamente diverse, adattandosi a scenari di utilizzo profondamente differenti.
La funzionalità di base è quella di rendere disponibili, anche in tempo reale, informazioni geolocalizzate relative a diverse categorie di eventi su una mappa, permettendo di analizzare il flusso temporale degli avvenimenti attraverso una timeline che può essere attivata per rappresentarli dinamicamente.
E’ possibile ricevere via email o SMS un messaggio se un evento di determinato tipo si presenta ad una determinata distanza da una posizione prefissata, allertando ad esempio un giornalista o un’unità di soccorso.
Le segnalazioni possono essere inviate via SMS o nel caso di uno smartphone con GPS integrato, utilizzando il formato GeoSMS che invia automaticamente indicazioni rispetto alla propria posizione. Sono state create specifiche apps per iPhone ed Android ed è prevista un’interfaccia dibackoffice per inserire le segnalazioni ricevute telefonicamente oltre che per validare le diverse segnalazioni, provenienti anche da email e da web.
Un’altra delle innovazioni legate allo sviluppo della start-up è stata la realizzazione di una innovativa piattaforma: SwiftRiver, che è attualmente in versione beta, che analizza e verifica inreal-time grandi flussi di dati provenienti da diversi canali quali: email, twitter, SMS e feed RSS. Il sistema provvede ad un’analisi semantica del flusso permettendo la l’auto-categorizzazione e classificazione dei dati analizzati sulla base di parole chiave.
SwiftRiver è utilizzato anche da Wikipedia per analizzare come gli editor della famosa enciclopedia tracciano, valutano e verificano l’attendibilità delle fonti relative alle voci pubblicate.
Ushahidi ha maturato una così grande esperienza sul campo da aver creato anche dei veri e proprihow-to per l’organizzazione di un sistema di monitoraggio elettorale, per il fund raisinge per la gestione della sicurezza in realtà “democraticamente” difficili.
Tra i progetti italiani che lo utilizzano possiamo citare:
Aggiornamenti:
L'articolo Ushahidi: da gestione delle emergenze a startup di mapping è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.

CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA - MAPPA ripresa dal quotidiano "il Gazzettino" del 1o/4/2012 - Le AREE METROPOLITANE attualmente previste sono 15, ricomprendendo così tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali); Reggio Calabria (individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009)
La “città metropolitana”, come ente amministrativo, è stato inserito nella Costituzione italiana solamente nel 2001 (con la modifica del titolo V della Carta) (da quel momento il primo comma dell’art. 144 della Costituzione recita: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”).
Nella realtà geografica, “Metropolis”, la città allargata, di dimensione nuova (di superficie, di attività svolte, di popolazione…) è nei fatti già presente in quasi tutti i contesti della nostra penisola italica. Ed è paradossale che il sistema di suddivisione istituzionale-amministrativo sia così in ritardo rispetto a queste nuove (e già spontaneamente costituitesi) aree urbane geografiche, che “fanno da sé”, interloquiscono al loro interno (ed esternamente con le altre aree urbane limitrofe e non) su nuove più grandi dimensioni per quanto riguarda la vita sociale dei cittadini che le abitano, l’economia, la gestione dei servizi (la mobilità nei trasporti privati e pubblici, infrastrutture e servizi pubblici come smaltimento dei rifiuti, acquedotti, sistema sanitario, etc.).
La cosa interessante, da un punto di vista legislativo, è che la Legge Delega sul Federalismo Fiscale (n. 42 del 5 maggio 2009), prevede (all’articolo 23, comma 6) che entro 3 anni dall’entrata in vigore della legge (cioè entro il 21 maggio 2012) il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo per l’istituzione di ciascuna delle città metropolitane.
Dovremmo così essere in queste settimane nel momento più importante per adottare quei criteri (di confini, di ruoli amministrativi, di scioglimento delle Province collocate negli stessi territori…) affinché le 15 aree urbane che hanno come centro principale le città di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Reggio Calabria, possano dar concretezza al nuovo progetto urbano.
Non sarà così facile, e temiamo che i tempi saranno ben lunghi. Forse l’emergenza economica, la crisi del sistema politico partitico, paradossalmente potrebbero agevolare la realizzazione di questa grande riforma del sistema di suddivisione istituzionale a amministrativo urbano. Ma sarebbe interessante, e l’occasione (di crisi generale) forse è propizia, “chiedere di più”, come noi tentiamo di fare in questo post.
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Un esempio: il Veneto – Un’idea delle POSSIBILI 7 “AREE METROPOLITANE” VENETE (al posto delle provincie e nella prospettiva di una MACROREGIONE “NORDEST” –Veneto, Friuli V.G.,Trentino-): 1- PA.TRE.VE. (Padova / Castelfranco / Treviso / Venezia); 2- VENETO NORD-ORIENTALE (costa adriatica a nord di Venezia / confini del Friuli occidentale -Pordenone-; 3- VENETO SUD-ORIENTALE (Chioggia / Adria / Rovigo / Este); 4- VERONA (Legnago, Verona, Lago di Garda); 5- PEDEMONTANA VICENTINA (Schio / Vicenza / Thiene / Bassano); 6- PEDEMONTANA TREVIGIANA (Asolano / Montebellunese / Conegliano / Vittorio Veneto); 7- VENETO MONTANO (Altopiano di Asiago / Feltrino / Bellunese / Agordino / Cadore)
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Infatti la costituzione delle prime AREE-CITTA’ METROPOLITANE diventa un’occasione storicamente (e politicamente) forse irripetibile per portare ad un riassetto generale dei territori da un punto di vista istituzionale (ma, ovviamente, con ricadute non da poco sul modo di fare economia –agricolo/rurale, industriale, dei servizi, del terziario…- della conservazione dell’ambiente, della tutela paesaggistica).
Il problema che noi, come associazione geografica, pensiamo sia il “difetto” di questa creazione di aree metropolitane, è che ci si è limitati ad individuarle (ed ora istituirle) in alcuni luoghi tralasciando, considerando marginali e secondari, tutti gli altri. Così, ad esempio, in Veneto, ci sarà un’attenzione particolare ai meccanismi di sviluppo, modi e qualità di vita (e cospicui finanziamenti arriveranno!) per l’area metropolitana veneziana (l’unica prevista in Veneto dal legislatore) (e i confini e i poteri da assegnarle sono tutt’altro che chiari: ne diamo conto nei primi tre articoli di questo post).
Ebbene, rimanendo all’esempio veneto, questa regione (necessariamente da “sciogliere” nella Macroregione “Nord-Est”) è costituita anche da altre realtà geografiche, geomorfologiche, politiche, economiche, storiche, paesaggistiche: l’alta e la bassa pianura, l’area collinare, il Veronese che di fatto poco si considera “veneto”, la pedemontana vicentina e trevigiana, la mezza montagna e la montagna bellunese, fino all’Agordino e al Cadore).
La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sè un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.
Insomma pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di nuove CITTA’ al posto degli obsoleti comuni (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACRO-REGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni): portando così a una nuova qualità del vivere e a una ripresa della coscienza individuale e collettiva sul valore del “bene comune” rappresentato dal territorio nel quale si vive. (sm)
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IL CORAGGIO DI ABBATTERE I VECCHI CONFINI
di ULDERICO BERNARDI, da “il Gazzettino” del 10/4/2012
«L’Italia offre gran varietà di paesaggio, di uomini, di ricordi, di costumi e di parlate. Dieci miglia in Italia permettono maggior diversità d’incontri che non cento miglia negli Stati Uniti». Così Giuseppe Prezzolini ottant’anni fa.
E nel profondo, nonostante industrializzazione, omologazioni, mondializzazione e quant’altro, lo spirito nazionale resta segnato dalla sua storia. Questo significa riconoscere la persistenza e la forza del regionalismo nel nostro Paese. Che ancora fatica a districarsi dalla cappa di centralismo sabaudo e totalitario.
Tutti sanno che le province sono solo un’invenzione burocratica. Saranno cancellate, ma l’importante è che non si pretenda di sostituirle con altri imbrogli simili. L’occasione potrebbe essere offerta dalla creazione delle città metropolitane, forse.
Il dubbio resta, perché c’è il rischio che il nuovo assetto non consideri le vocazioni native e spontanee delle aree interessate, e gli interessi politici o addirittura elettoralistici dei partiti, disegnino ripartizioni conformi a un rinnovato manuale Cencelli e non alle esigenze di dare respiro alla vitalità dei territori.
Prendiamo la montagna. Cariche di problemi, stremate per gran parte dalla monocoltura turistica, le terre alte hanno estremo bisogno di recuperare l’autostima, di frenare l’abbandono, di riconoscere che il loro futuro sta nel passato. Hanno bisogno di libertà per opporsi alla logica che tende a ridurle solo a parco giochi per il tempo libero della pianura. Nell’Altopiano dei Sette Comuni cimbri nacque, prima ancora della Svizzera, una Confederazione delle autonomie che rispondeva alla condizione specifica dei luoghi. Venezia Serenissima la riconobbe e sostenne, ricevendone fedeltà. Tutta la montagna veneta e friulana ripete le stesse necessità economiche, antropologiche, sociali. Perché i giovani non se ne vadano, le famiglie non si sentano abbandonate, i paesi recuperino servizi primari e civiltà identitaria. Un abbozzo di città metropolitana ad alta quota.
Per la pianura, stravolta dallo scialo di territorio, il riassetto spontaneo delle municipalità deve avvenire avendo in mente le particolarità di queste nostre regioni. Dove lo spirito di campanile (non già il campanilismo che ne è la degenerazione, come tutti gli ismi) diventa un’opportunità per la coesione sociale. E qui torna utile citare il nostro grande Nicolò Tommaseo, che aveva idee chiarissime sul valore delle autonomie e sulle ossessioni del centralismo: «Pare che la regione sia tanto piccola, da star tutta rannicchiata all’ombra del campanile, – scriveva – altra parola faceta, di quelle che ripetendo a ogni tratto, il secolo beato si reputa originale (…) Io dico dunque, se la nazione volesse (dovrebbe volere), potrebbe in regioni distinguersi senza dividersi in sé medesima, anzi più fortemente costituirsi nel tutto, lasciando i suoi nervi e i suoi muscoli e i suoi umori ben distribuiti alle parti».
Veneto e Friuli, ormai lanciate nel lungimirante progetto dell’Euregione Alpe-Adria, possono consentirsi una ricomposizione del mosaico territoriale secondo una logica che ho altrove definito “agropolitana”, cioè rispettosa delle culture e delle colture, non subalterna alle esigenze di un tardo industrialesimo da capannoni sparsi a man salva, ma orgogliosa insieme delle potenzialità della sua tradizione rurale e dell’altrettanto incredibile emancipazione innovativa sperimentata nei decenni ultimi.
Non siamo Los Angeles, l’uniforme città diffusa. Siamo i mille paesi tra Mincio e Timavo che custodiscono ciascuno tesori di urbanità, d’arte, di archeologia, di sapienza artigiana. La morte delle undici province nelle due regioni a Nordest può generare molto frutto, come il seme di grano evangelico. Sempre che siano rimossi limiti micragnosi e meschinerie partigiane. (Ulderico Bernardi)
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CITTÀ METROPOLITANA Lo scontro tra il sindaco Orsoni e la presidente della Provincia Zaccariotto
CONFINI E POTERI, A VENEZIA È GIÀ BARUFFA
- Gli industriali spingono per un’area più vasta della PaTreVe – Legge entro l’anno, la Regione convoca il tavolo delle autonomie - L’Assessore regionale Ciambetti: «C’è il problema del numero degli abitanti» -
di ALDA VANZAN, da “il Gazzettino” del 10/4/2012
Se ne parla dal 1990, quando con la legge 142 sulle autonomie locali vennero disciplinate, ed elencate, le città metropolitane. Nell’elenco c’era anche Venezia. Ventidue anni dopo – e dopo quattro referendum, falliti, per separare il centro storico lagunare dalla terraferma – se ne ritorna a parlare.
Con una novità, però: stavolta, complice la morte – pardon, svuotamento – delle Province, il progetto potrebbe andare in porto. Numero degli abitanti permettendo. Confini permettendo. E ruoli permettendo. Sì, perché sui ruoli si sta già litigando: chi farà il “sindaco metropolitano”? Il sindaco del Comune capoluogo, come dice il sindaco stesso Giorgio Orsoni? O il presidente della Provincia, come dice la presidente stessa Francesca Zaccariotto? Per non dire dei confini: quella di Venezia sarà una città metropolitana “provinciale” o si allargherà ad altre province?
A giorni, in Regione, si terrà un incontro per cominciare a gettare le basi della nuova geografia istituzionale. Dice l’assessore veneto Roberto Ciambetti: «Spetta alla Regione definire, entro l’anno, con una propria legge, le competenze e le modalità di voto delle nuove Province, così come delineate dal decreto salva-Italia».
Ossia: non più enti eletti direttamente dai cittadini, ma enti di secondo grado, formati da rappresentanti dei singoli comuni che poi, al loro interno, dovranno eleggere il presidente. Belluno (commissariata) e Vicenza (che in teoria doveva andare al voto questa primavera) attendono la normativa regionale.
Ma la Regione potrebbe “dover” dire la sua anche sul fronte della città metropolitana di Venezia nel caso in cui i confini si allarghino a territori di altre Province. E metti mai che l’allargamento sia necessario: «C’è un problema con l’aritmetica», dice Ciambetti. Il limite minimo per far nascere la città metropolitana è un milione di abitanti. Venezia, con l’intera provincia, non ci arriva, gliene mancano almeno 100mila.
Il pressing, tuttavia, è forte. E il clima, rispetto al passato, lascia ben sperare. Prima ancora che a Palazzo Chigi arrivasse il governo dei tecnici di Mario Monti, alla fine del 2010 era stato il deputato Andrea Martella a riproporre la città metropolitana nella sua proposta per una nuova legge speciale per Venezia. Poi, lo scorso autunno, si erano fatti sentire gli imprenditori, con il presidente di Confindustria Venezia, Luigi Brugnaro, a rilanciare il nuovo ente. La presentazione di un “manifesto” per Venezia città metropolitana era stato il passo successivo.
Ancora: il nuovo Statuto della Regione Veneto, che sarà promulgato il 17 aprile, conferma lo status di Venezia città metropolitana. La nomina, poi, di Giorgio Orsoni a coordinatore delle città metropolitane è la conferma che si vuole fare sul serio. Tanto più che, con il decreto salva-Italia, siamo allo svuotamento di funzioni delle Province e per Venezia è quasi un atto dovuto realizzare quel che era stato previsto nel 1990 con la legge 142 e rimarcato nel 2009 con la legge sul federalismo.
Ma a chi tocca muoversi? A sentire il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, non servirebbe neanche arrivare al referendum: basterebbe un decreto del Governo. Ma resta il quesito dei confini. Ora che le Province non hanno più futuro e, col divieto di farne di nuove, decadono tutte le velleità di una Provincia del Veneto orientale, resta da chiedersi che affinità ci siano tra Cavarzere e Portogruaro o se, invece, non siano più omogenee zone di province diverse, come Mestre e Mogliano o, volendo allargarsi, Padova e Treviso o, come suggeriscono gli industriali, anche parti di Vicenza e Belluno.
Solo che, vista la spaccatura sui ruoli e sui vertici del nuovo ente tra Comune e Provincia, a questo punto sarà fondamentale capire come si muoverà la Regione. (Alda Vanzan)
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CONTROTENDENZA
E IN LAGUNA CHIEDONO IL QUINTO REFERENDUM PER SEPARARSI
di ALDA VANZAN, da “il Gazzettino” del 10/4/2012
VENEZIA – Non sono bastati quattro referendum: nel 1979, nel 1989, nel 1994 e nel 2003 i veneziani furono chiamati alle urne per separare il centro storico dalla terraferma. Nessuna consultazione vide mai prevalere i sì. Anzi, nel 2003 non fu nemmeno raggiunto il quorum.
Eppure, in assoluta controtendenza, mentre altrove i comuni si uniscono e in Regione si normano le associazioni di funzioni degli enti più piccoli, a Venezia ci riprovano: il neonato Comitato per il Comune autonomo di Venezia si propone, sentita la Regione che ha competenza sulla modifica (scorporo e unificazione) dei comuni, di raccogliere da settembre le 7mila firme necessarie per l’indizione del quinto referendum.
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«A questo punto solo Attila può decidere i confini» – «Sarebbe l’occasione per rianimare i territori»
L’INTERVISTA
«FALLIRÀ SE SARÀ CALATA DALL’ALTO. SERVE UN CONFRONTO GENERALE»
- Il professor Bertolissi: «Necessaria una convergenza a tutti i livelli e senza indicazioni precostituite» -
di ALDA VANZAN, da “il Gazzettino” del 10/4/2012
«Ridendo e scherzando, ci vorrebbe Attila che viene giù con gli Unni e decide lui i confini della città metropolitana. Oppure Napoleone». Scherza il professor Mario Bertolissi, ordinario di diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza di Padova. Ma è il sorriso amaro di chi teme che sull’argomento si continuino ad accumulare parole. Solo parole.
Professor Bertolissi, c’è questa “novità” della città metropolitana.
«Già, una novità che è all’ordine del giorno da qualche decennio, diciamo da 30-40 anni».
Secondo lei, perché non è stata ancora fatta?
«Per certi aspetti c’è il dato che riguarda l’ingegneria istituzionale: c’è l’innamoramento per nuove formule che sulla carta, anche per le esperienze estere, lascerebbero ben sperare, in quanto ritenute funzionali alla soluzione di tanti problemi. Solo che, per realizzarle, è necessario che ci siano delle “condizioni di fatto”. Ad esempio la psicologia delle persone: bisognerebbe che i veneziani ragionassero in un altro modo e lo stesso vale per quanti abitano altrove».
È la questione dei confini: solo Venezia città e qualche altro comune? o la sola provincia veneziana? o la PaTreVe magari allargata a Vicenza e Belluno?
«Le cose pensate a tavolino e che sembrano essere perfette possono poi dimostrarsi inadeguate. Qui la dimensione giusta è quella che nei fatti si dimostrerà giusta».
Sembra un gioco di parole.
«Crede? Ricordo che quando si fecero le Regioni e si dibatteva sulle loro funzioni, uno studioso inglese disse: “prima le facciamo, poi le facciamo funzionare, e poi chiediamo a un italiano cosa abbiamo fatto».
Illuminante. Sui confini, però, da qualche parte bisognerà pur iniziare.
«Certo. E non dobbiamo nasconderci che la perimetrazione è sempre dipesa dalla geografia politica: Comune di Venezia centrosinistra, Provincia di Venezia centrodestra, se smuovi l’uno o l’altro cambia il peso politico. È chiaro che così ciascuno vuole il suo perimetro funzionale».
Quindi non se ne viene fuori?
«Solo se si inverte il meccanismo. Una decisione di questo genere ha bisogno di una convergenza a tutti i livelli. Il decreto, la legge, il referendum sarebbero solo un timbro. Il punto vero è: cosa mettiamo al centro della città metropolitana? gli interessi delle collettività o gli interessi “altri”?».
Professore, lei sembra alquanto pessimista: non vede “condizioni di fatto” per realizzare la città metropolitana?
«Non ne ho viste da nessuna parte, sin dalla legge 142 del ’90, per non dire dell’elenco delle città metropolitane che pareva fatto alla dio-ti-fulmini».
Ammetterà che adesso, con lo svuotamento delle Province, c’è uno stimolo diverso.
«Certo, l’occasione c’è. Ma dovrebbe esserci un bel dibattito, un confronto generale. Della città metropolitana non devono parlare il sindaco di Venezia o la presidente della Provincia di Venezia, perché rappresentano solo se stessi, dicono quel che secondo loro è la volontà dell’istituzione che rappresentano, ma non è detto che la collettività, le parti sociali, i lavoratori la pensino allo stesso modo».
Quindi lei auspica un dibattito?
«Sì, ma senza che qualcuno dica “io farei così”. Prima si fa l’istruttoria e poi si tirano le conclusioni. L’occasione c’è, sarebbe un peccato sprecarla. L’istituzione della città metropolitana dovrebbe essere una occasione per rianimare i territori, creare ricchezza, ridare speranza. Purché ci si creda sul serio. E non si perda tempo».
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VIVA LE CITTÀ METROPOLITANE: PISAPIA, DE MAGISTRIS, ZEDDA E…
- A oggi quelle previste sono quindici, dieci individuate dal Parlamento e cinque indicate dalle Regioni a statuto speciale -
di Nico Perrone, dall’«Agenzia Dire» (www.dire.it ) del 15/3/2012
Ridurre la spesa senza tagliare le prestazioni: in due parole, città metropolitane. Ovvero l’obiettivo naturale di quel processo di trasformazione iniziato forse utopicamente con il progetto di abolizione delle province e poi scaturito nel recente decreto salva Italia del governo Monti, che cancella le Giunte e trasforma gli enti in organismi di secondo livello.
Un’occasione rara e preziosa, questa, per arrivare a un traguardo inseguito fin dal 1990, quando la legge 142 si proponeva di riordinare gli enti locali. A dare un nuovo slancio è intervenuto poi l’articolo 114 della Costituzione, successivo alla riforma dell’ordinamento della Repubblica del 2001 con la modifica del titolo V della Carta. Ultima pronuncia del legislatore, quella della legge 42/2009, rimasta però senza seguito.
Ma cos’è esattamente una città metropolitana? Si tratta di un’area di cui fanno parte un grande comune e i ‘satelliti’ più piccoli che gravitano nell’hinterland e sono legati da ragioni economiche, sociali, culturali e di servizio.
A oggi le città metropolitane previste sono quindici, dieci individuate dal Parlamento e cinque indicate dalle Regioni a statuto speciale: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma, Venezia, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Trieste. La proposta di istituzione spetta al comune capoluogo e alla provincia, su iniziativa comune o separata, e successivamente si deve svolgere un referendum confermativo, previo parere della regione.
A questo punto l’iter prevede l’istituzione di ciascuna città metropolitana a opera dei decreti legislativi, da adottare entro il 21 maggio 2012. Un consiglio provvisorio sarà quindi composto dai sindaci dei comuni interessati. Gli ultimi passi a livello istituzionale sono stati mossi poche settimane fa. L’11 gennaio scorso si è infatti insediata la Commissione speciale mista, paritetica Governo-Regioni-Enti locali, con il compito di elaborare una proposta di riordino istituzionale.
In conclusione, con la nascita delle città metropolitane e di conseguenza il riordino dell’amministrazione periferica dello Stato, si possono eliminare tutte quelle spese derivanti dalla sovrapposizione di enti e organismi che svolgono le stesse funzioni. Il risultato è evidente: semplificazione degli assetti istituzionali locali, riduzione della spesa pubblica e investimento di queste risorse recuperate per rilanciare l’economia. senza tralasciare l’aspetto della semplificazione burocratica.
PISAPIA: ‘MILANO LA PRIMA D’ITALIA’
Sindaco Pisapia, sembra più vicino il traguardo di Milano Città metropolitana…
“Milano sarà la prima Città metropolitana d’Italia. Proprio domani (venerdì 16 marzo) presenteremo a Palazzo Marino il Comitato promotore della Città metropolitana milanese. Il traguardo, quindi, comincia a essere ben visibile. Su questo tema, infatti, c’è una grande sinergia anche con la Provincia di Milano. Entrambi, insieme anche ad altri soggetti, abbiamo lo stesso obiettivo nell’interesse dei cittadini. Milano è la città in Italia che più ha la vocazione a essere governata a livello metropolitano. Per Milano il cambiamento è già stato avviato con la delibera sul decentramento che prevede maggiori poteri e maggiore autonomia economica alle zone. Questo percorso, in parallelo con quello per la Città metropolitana porterà ad avere delle proprie e vere municipalità. Per lo stato cambierà l’interlocutore. Non ci sarà più il Sindaco di Milano, né il Presidente della Provincia, ma un solo Sindaco metropolitano”.
Con questa novità ci saranno risparmi, non solo in termini economici?
Sarà data maggiore concretezza alle esigenze dei cittadini, a cui saranno offerti servizi sempre migliori. Meno frammentazioni e una visione di area vasta che potrà finalmente dare soluzioni a tematiche prioritarie per il governo del territorio. Lo smog, i trasporti, il lavoro, la cultura devono essere governati da un’istituzione più vasta, non il singolo – piccolo o grande – comune.
Quali sarebbero invece i principali cambiamenti per i cittadini dei piccoli comuni inglobati? C’è il rischio che si trovino a fare i conti con le problematiche delle grandi città?
I cittadini dei piccoli comuni già si trovano a fare i conti con le problematiche delle grandi città. E’ proprio questo che recriminano: ovvero avere gli stessi problemi, ma non la stessa attenzione. Con la Città metropolitana non sarà più così, perché le tematiche e le problematiche saranno governate su vasta scala. Tra Milano e l’hinterland esistono, infatti, rapporti strettissimi, basti pensare al flusso di gente in entrambe le direzioni che si sviluppa ogni giorno per ragioni di lavoro. I problemi sono comuni e vanno affrontati con politiche comuni.
DE MAGISTRIS: ‘UNA GRANDE OPPORTUNITA”
Per il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, la Città metropolitana “è una grande opportunità che va colta. E fuori di dubbio che le grandi città hanno una estensione ampia che va oltre il loro confine e si allarga all’area provinciale. Percio’ non ha senso l’esistenza di comune e provincia, poiché crea appesantimenti e rallentamenti burocratici, oltre ad aggravare i costi. Città metropolitana permette che si realizzi una positiva concentrazione di competenze, senza ricadute in termini di rappresentatività: oltre al sindaco della grande città, infatti, sono coinvolti anche gli esponenti delle città minori e si crea una sinergia fra grande e piccole città su argomenti collegati”.
Insomma, ai cittadini conviene….
Una unica centrale istituzionale favorisce il governo soprattutto su temi come la mobilita’, la tutela del territorio o l’edilizia scolastica, solo per fare qualche esempio. Anche sul piano della fiscalità si pone una opportunità in termini di quell’ autonomia costituzionalmente prevista.
Certo ci sono anche degli oneri e dei rischi: penso al fatto che, comunque, il sindaco della città capoluogo si troverà a dover gestire un numero maggiore di abitanti rispetto a quello attuale, per esempio il governo di Napoli non riguarderà più un milione di abitanti bensì tre milioni di cittadini. Ma si tratta di una riforma giusta anche se con aspetti di criticità su cui si dovrà lavorare. Resta da vedere comunque che tipo di riforma, alla fine, verrà attuata: sono vent’anni, infatti, che si parla di introdurre la città metropolitana.
E ci saranno anche risparmi?
Si determinano sicuramente dei risparmi perché l’attuale divisione delle competenze produce un aggravio anche dei costi. Certamente si può ottenere, infatti, una maggiore efficacia, efficienza, razionalizzazione dell’attività amministrativa. Rispetto allo Stato, poi, si rafforzano le autonomie locali in una ottica di vero federalismo, inteso non in termini secessionisti come vuole la Lega, ma come un positivo ritorno ai municipi che rappresentano il radicamento delle comunità e rispondono ad una preziosa democrazia di prossimità. Si deve evitare -ed è questo il principale rischio da contrastare- di rendere la città metropolitana un ‘elefante burocratico’, perché al contrario essa rappresenta un’occasione soprattutto in termini di maggiore rapidità ed efficacia dell’azione amministrativa, concentrata ma allo stesso tempo rispettosa della rappresentatività territoriale incarnata dalle città più piccole.
Ma anche i piccoli comuni sono realtà importanti, non spariranno?
Si devono valorizzare i vantaggi dei piccoli comuni che non devono perdere le loro caratteristiche positive. Dunque va salvaguardata la loro rappresentatività e la loro autonomia su temi di carattere strettamente locale. Da una maggiore centralizzazione dell’attività amministrativa, fatto salvo ovviamente il rispetto delle autonomie locali delle realtà più piccole, si produce comunque un miglioramento dell’attività amministrativa stessa di cui beneficiano tutti i cittadini.
ZEDDA: PIU’ OBIETTIVI COMUNI, PIU’ ACCESSI AI SERVIZI
‘Non so se le città metropolitane saranno istituite con norma nei termini previsti. Di certo c’è che con i 16 Comuni dell’Area Vasta e con la Provincia di Cagliari abbiamo riavviato l’iter per il Piano Strategico Intercomunale’. Lo dice all’agenzia di stampa Dire il sindaco di Cagliari, una delle città destinate a diventare città metropolitana, con la particolarità di essere stata indicata da una regione a statuto speciale.
‘Le procedure- spiega il primo cittadino sardo- erano iniziate nel 2006 ma in cinque anni non erano state approvate neanche le linee guida. Subito dopo il mio insediamento ho riunito i primi cittadini dei comuni limitrofi e in ottobre abbiamo presentato il documento strategico. Ora lavoriamo ai progetti concreti per tutta l’area, gli unici che d’ora in poi potranno usufruire dei finanziamenti comunitari. La città metropolitana non sarà altro che la forma istituzionale di questo processo che abbiamo già avviato’. Per Zedda sono chiari i risparmi, non solo in termini economici, per il territorio.
‘Come assi portanti di quel documento abbiamo scelto quattro direttrici: mobilità e trasporto pubblico integrato, servizi e cultura, residenzialità e ambiente. Rappresentano le quattro linee strategiche per il rilancio delle nostre città. Ad esempio il trasporto pubblico: con la benzina che sfiora i 2 euro, un servizio efficiente da e per il capoluogo verso tutta l’Area Vasta consente alle migliaia di persone che ogni giorno arrivano a Cagliari di lasciare a casa l’auto privata. Oltre a essere un aiuto concreto per le famiglie è anche un modo per salvaguardare l’ambiente e, allo stesso tempo, vederlo come motore di sviluppo. Una via imprescindibile per la ripartenza delle nostre economie’.
Nessun rischio, invece, che le problematiche delle grandi città si possano ripercuotere sui piccoli comuni inglobati. ‘Se pensiamo che Cagliari ha poco meno di 157mila abitanti ma offre servizi per 500mila persone, mettere in comune gli obiettivi di tutta l’Area Vasta può solo facilitare l’accesso ai servizi stessi’, conclude Zedda.
FILIPPESCHI: NON SPRECARE OCCASIONE RIORDINO PROVINCE
’Sono ventidue anni che l’ordinamento prevede l’istituzione delle Città metropolitane, senza produrre alcun risultato. Qualcosa evidentemente non ha funzionato nel modello che, salvo diverse varianti, è sostanzialmente ancora quello della legge 142/90′. Lo dice all’agenzia di stampa Dire Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie.
‘Nell’attesa della costituzione della città metropolitana- aggiunge- andavano messi a punto nuovi strumenti per una pianificazione e una programmazione delle politiche e dei servizi di area vasta che poggiasse sua ‘larghe intese’ tra l’amministrazione capoluogo e i comuni contermini interessati da specifici problemi di sviluppo e di assetto territoriale’.
Anche per Filippeschi non bisogna sprecare l’occasione che si presenta con il riordino delle Province: ‘Bisogna superare i ritardi e rilanciare il progetto, cogliendo l’opportunità di un processo di riforma che non può limitarsi solo a un segmento delle istituzioni locali ma investire tutto il sistema dei poteri locali: dai piccoli comuni, che devono essere agevolati nel processo di associazionismo in ambiti sovra-comunali, fino alla Regione, che deve dismettere funzioni di amministrazione attiva e completare il decentramento a favore degli enti locali’.
Sul piano pratico, il direttore generale di Legautonomie, Loreto Del Cimmuto, fissa i termini di attuazione del progetto: ‘Prevedere che in sede di prima applicazione la città metropolitana coincida con l’attuale territorio provinciale potrebbe essere la soluzione più praticabile e di più immediata fattibilità. Sebbene non rappresenti indubbiamente la soluzione ottimale, rappresenta tuttavia un punto di partenza per dare una prospettiva di governo all’area metropolitana’.
Secondo Del Cimmuto, ‘la soluzione è praticabile: si tratta di ereditare, sotto il profilo amministrativo e dei confini territoriali, le attuali province, assumendo le funzioni del comune capoluogo, quelle di area vasta riservate alla Provincia e quelle che deriveranno dal decentramento regionale’.
C’è però uno scoglio da superare. ‘Tutto ciò ovviamente non basta e si dovrà intervenire sui meccanismi di governance idonei a garantire efficienza, efficacia e rappresentatività alle istituzioni di governo. Ma si tratta di partire da un punto fermo. Gli assetti dovranno essere completati sotto il profilo finanziario da un rafforzamento dell’autonomia fiscale e impositiva, come previsto per le città metropolitane dalla legge delega per il federalismo fiscale’. Infine, spiega Del Cimmuto, ‘potrà sempre essere consentito, in un secondo momento, ai Comuni ricadenti nell’area metropolitana di distaccarsene, con le procedure previste dalla Costituzione, purché sia salvaguardato il principio della continuità territoriale’. (Nico Perrone – 15 marzo 2012 – dall’«Agenzia Dire») (www.dire.it)
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RIFORMA DELLE PROVINCE, CITTÀ METROPOLITANE FANTASMA E REGIONI CANAGLIA: CHE FARE?
di Giovanni de Pascalis, da NOTIZIE RADICALI DEL 27/2/2012 (http://notizie.radicali.it/)
È da alcuni anni che si è riacceso in Italia il dibattito sull’abolizione delle Province, ovvero sulla riforma radicale delle Province, come molti preferirebbero (anche chi scrive). La questione è certo importantissima. Ma a mio avviso sarebbe ancora più importante riflettere sulla necessità, a 65 anni dall’approvazione della Costituzione nel 1947, di un ripensamento complessivo del sistema di governo del territorio nei suoi vari livelli istituzionali sottostanti quello statale.
Molti poi dimenticano che la questione delle Province si intreccia strettamente con la questione della mancata istituzione delle Città metropolitane, previste fin dal 1990 (legge sugli Enti locali) e poi, soprattutto, previste dalla Costituzione a partire dal 2001 (nuovo titolo V della parte seconda della Cost.) e da allora mai istituite, sicché ci troviamo di fronte a una gravissima, scandalosissima violazione della Costituzione, tra le più gravi della storia della Repubblica.
Province e Città metropolitane sono in fortissimo rapporto reciproco semplicemente perché le Città metropolitane sono sostanzialmente territori provinciali che si trasformano in “Città metropolitana”.
Per ciò che riguarda queste ultime, a mio parere finché si continuerà a pensare di affidare la perimetrazione del territorio di queste a una libera scelta da parte dei piccoli Comuni limitrofi alle grandi città, non si andrà da nessuna parte. E infatti da 20 anni che continua questa farsa. E’ ovvio che i piccoli Comuni tutto intorno alle grandi città non hanno alcuna voglia di farsi inglobare nella futura Città metropolitana. Questa, infatti, dovrebbe per forza di cose avere nelle sue competenze sia l’urbanistica che le infrastrutture di trasporto. Passi per le infrastrutture di trasporto, ma tutti sanno che la competenza urbanistica ed edificatoria è in larga parte d’Italia il nocciolo duro del sistema di potere dei sindaci e delle classi politiche locali…
Ed è lì, tra l’altro, che si annida la parte più consistente della corruzione. Il problema non investe solamente le future – e per ora solo virtuali – Città metropolitane, ma l’intero territorio. A mio parere, preso atto che la continua, inarrestabile cementificazione del territorio non può più evidentemente proseguire, sia perché la popolazione ormai non cresce più, sia perché negli ultimi decenni si è consumata una quota talmente enorme di territorio agricolo da aver ormai da tempo oltrepassato qualunque livello di guardia, si dovrebbe a questo punto decidere di affidare le politiche urbanistiche ad un livello istituzionale superiore a quello dell’insieme dei piccoli o medi Comuni.
E io credo che l’istituzione più adatta per questa responsabilità dovrebbe essere quella, appunto, delle Province e delle Città metropolitane. Ora, per istituire rapidamente le Città metropolitane l’unica strada percorribile realisticamente è quella di una legge del Parlamento che tagli il nodo gordiano una volta per tutte. Una legge che elenchi le Città metropolitane, una per una, e che indichi anche, in modo abbastanza preciso, il territorio che queste debbano avere e la data a partire dalla quale le dette Città metropolitane saranno istituite ad ogni effetto e si eleggeranno i sindaci e i consigli metropolitani. Per esempio:
- Torino, con l’attuale Provincia, ma escludendo le valli alpine e la zona di Ivrea, che diventerebbero piccole nuove Province.
- Genova, con l’attuale Provincia e la metà più orientale della Provincia di Savona, compresa la città di Savona.
- Milano, con l’attuale Provincia, più la Provincia di Monza/Brianza e la Provincia di Lodi, più il territorio compreso tra Milano e l’aeroporto di Malpensa (oggi parte della Provincia di Varese, per esempio Busto Arsizio), più quelle parti delle Province di Como e Lecco più vicine al territorio della città di Milano.
- Mestre/Padova/Treviso, con l’esclusione di Venezia, Cavallino e Chioggia, cioè, sostanzialmente, della Laguna di Venezia, che sarebbe bene si amministrasse da sé. – - — – Bologna, con le attuali Province di Bologna e di Modena.
- Firenze, con le attuali province di Firenze, di Prato e di Pistoia.
- Roma, con l’attuale Provincia, più il Comune di Aprilia, il Comune di Monterosi e la parte adiacente il Tevere del Comune di Fara Sabina.
- Napoli, con l’attuale Provincia di Napoli, più la parte più meridionale della Provincia di Caserta, a Sud del Volturno (quindi i Comuni di Caserta, Capua, Aversa, ecc. ecc.)
- Bari, con l’attuale Provincia meno Gravina, Altamura e Santeramo in Colle, inoltre meno i Comuni di Fasano, Alberobello e Locorotondo (Murgia dei trulli) che a mio parere dovrebbero dar vita, insieme con Martina Franca, Cisternino, Ostuni e Ceglie alla nuova Provincia della
Murgia dei trulli.
- Palermo, con l’attuale Provincia di Palermo meno l’area di Cefalù, che potrebbe divenire una nuova piccola Provincia.
- Catania, con l’attuale Provincia di Catania, meno l’area di Caltagirone e Grammichele.
Come si vede, in questa ipotesi, le attuali, esistenti Province coinvolte nella trasformazione in Città metropolitana sarebbero 20, con una popolazione complessiva che verrebbe inclusa in una delle 11 ipotizzate Città metropolitane non inferiore a 19 milioni di abitanti…!!!
Purtroppo il problema, quando si affronta questa questione, è che oggi in Italia si ha un evidente gravissimo ritardo culturale, e politico-culturale, in tema di geografia e di geografia politica (geo-politica). Per cui non si sa più guardare, comprendendola, la carta geografica, l’identità dei vari territori, i rapporti esistenti tra le diverse città e i diversi territori, ecc. Né si hanno a disposizione carte tematiche che ci dicano quanta parte della popolazione delle attuali Province di Como e di Lecco, per fare un esempio, risieda nella parte di queste Province più vicina a Milano e quanta parte invece nei territori più a Nord, effettivamente sul Lago ed immersi e circondati dal paesaggio alpino.
In linea generale, io sono convinto che le Province siano più utili e più “riconoscibili” da parte dei cittadini rispetto alle Regioni, che si sono rivelate in larga parte un grande disastro, il vero buco nero della Repubblica italiana. Anche se questo è vero soprattutto per il Sud e il Centro- Sud, molto meno per il Nord.
Sono convinto che la Provincia, che io preferirei chiamare “Contea” all’inglese, o “Dipartimento” alla francese, potrebbe ben essere amministrata da un consiglio costituito da tutti i sindaci dei Comuni facenti parte della stessa, e da un Presidente eletto direttamente dai cittadini. In tal modo sia il Presidente sia i sindaci – quindi in pratica tutti gli attori della istituzione “Provincia” – sarebbero eletti in collegi uninominali. Essendo però i Comuni tutti diversi uno dall’altro per popolazione, i sindaci stessi dovrebbero votare nel Consiglio con voto ponderato, in base alla popolazione (in pratica lo stesso sistema che si ha nelle assemblee di condominio quando si calcolano i millesimi).
Le maggiori città, quelle per esempio con oltre 25 mila abitanti potrebbero inoltre avere 2 rappresentanti nel Consiglio, il sindaco e il vicesindaco, mentre le città con oltre 50 mila abitanti potrebbero avere 3 rappresentanti, oltre al sindaco e al vicesindaco anche il capo dell’opposizione. Si potrebbe poi stabilire che le decisioni del Consiglio – calcolate con la detta ponderazione – vadano approvate con maggioranza speciale, per esempio di sei decimi. Inoltre, con questo sistema, non si dovrebbero pagare stipendi ai consiglieri provinciali, poiché questi avrebbero già tutti il loro normale stipendio in quanto sindaci (o vicesindaci, ecc.)
Per ciò che riguarda le Regioni, sono a favore di una drastica, radicale semplificazione. In pratica, con drastiche aggregazioni, si potrebbero realizzare vere e proprie Macro- Regioni. D’altra parte, se la Germania ha 16 Lander, con oltre 80 milioni di abitanti, in proporzione l’Italia dovrebbe avere 12 Regioni. Io sarei per 10 Regioni in tutto, di cui 8 veramente importanti:
- Valle d’Aosta;
- Alto Adige/Sud Tirol;
- Nord-Ovest (Piemonte e Liguria, senza La Spezia, che verrebbe unita alla Provincia di Massa e Carrara);
- Lombardia;
- Nord-Est (Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia);
- Centro-Nord (Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Toscana, più La Spezia);
- Centro-Sud (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata);
- Calabria;
- Sardegna;
- Sicilia.
Le Regioni hanno oggi, in seguito alla riforma costituzionale del 2001, un immenso potere legislativo. E’ giusto allora che divengano istituzioni davvero importanti e RICONOSCIBILI nella logica dell’identità storico-culturale e della realtà economica, non solo sul piano politico, ma anche su quello GEO-POLITICO.
Ma perché questo avvenga le Regioni devono essere poche, significative, prestigiose. Si può dire che attualmente questo sia in essere per Regioni come la Liguria, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Campania, la Puglia, e, per certi versi, per il Lazio? In realtà le Regioni attuali che possono vantare una piena identità storica sono a mio avviso il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Toscana e, in parte, il friuli Venezia Giulia, oltre, naturalmente, alle due isole maggiori, la Sardegna e la Sicilia.
Nella mia proposta, oltre alla Valle d’Aosta e al Sud-Tirol (che io restituirei all’Austria), Regioni queste molto “sui generis”, avremmo otto Regioni: credo che non dovrebbero essere in numero maggiore. Infine, per quel che riguarda le competenze, com’è noto il servizio sanitario pubblico rappresenta oggi la principale competenza e responsabilità delle Regioni. Assorbe circa il 60-65% della spesa complessiva delle stesse.
Ora, non credo sia giusto che le Regioni debbano avere un potere immenso e totale sul settore della salute. Io conserverei alle Regioni il potere di decidere la dimensione complessiva delle risorse (il denaro) da destinare ai servizi sanitari, quindi il potere di bilancio, il potere di decidere i principali investimenti, ecc. inoltre l’organizzazione delle centrali uniche di acquisto per il settore, ma affiderei poi alle Province e alle Città metropolitane la concreta organizzazione dei singoli ospedali e delle singole aziende sanitarie locali.
Per quale motivo, infatti, deve essere la Regione e non la Provincia a decidere chi debba essere il direttore di un’azienda sanitaria o il primario di un reparto ospedaliero? Meglio affidare questa responsabilità ad un’istituzione più vicina ai cittadini, come sarebbe la Provincia (e la Città metropolitana) il cui Consiglio fosse costituito dai sindaci di tutti i Comuni della Provincia stessa. (Giovanni de Pascalis)
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TORINO VUOLE DIVENTARE CITTÀ METROPOLITANA
da ECO DI TORINO (http://www.ecoditorino.org/ ) del 20/3/2012
Il Consiglio comunale ha approvato con 22 voti favorevoli e due astensioni, una mozione presentata da Silvio Viale che impegna il Sindaco e la Giunta “ad attuare, nel più breve tempo possibile, tutti i passi formali possibili previsti dalla legislazione per giungere alla costituzione della Città Metropolitana di Torino, che rappresenta, a livello locale, uno degli strumenti più efficaci da attuare in termini di riorganizzazione e razionalizzazione della gestione e del Governo del territorio”.
A tal fine l’atto prevede un tavolo con Regione Piemonte, Provincia di Torino e tutti i Comuni confinanti con gli attuali limiti comunali della Città di Torino e di Comuni non confinanti, ma che “comunque sono evidentemente strettamente integrati all’area urbana torinese”.
Motivo dell’iniziativa è “riorganizzare tutti i servizi su area vasta, per incidere sulla spesa, ottimizzare l’efficienza e ridurre l’incidenza sul territorio delle società partecipate, delegate alla fornitura dei servizi suddetti, con accorpamenti che avrebbero l’effetto immediato di ridurre l’influenza deleteria del sottopotere politico e clientelare”.
Successivamente a tale proposta, spiega la mozione approvata: “si svolge un referendum confermativo indetto tra tutti i cittadini della Provincia interessata, previo parere della Regione. Dopo il referendum, l’istituzione della Città metropolitana è rimessa a decreti legislativi del Governo, che detteranno una disciplina di carattere provvisorio. I decreti istituiranno il Consiglio provvisorio della Città metropolitana, composto dai sindaci dei comuni e dal presidente della Provincia, e l’individuazione quali funzioni fondamentali della Città metropolitana, della pianificazione del territorio e delle rete infrastrutturali; del coordinamento della gestione dei servizi pubblici; della promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale…
Il Governo è delegato ad adottare entro 36 mesi dalla data di entrata in vigore della legge (entro il 21 maggio 2012) un decreto legislativo per l’istituzione delle città metropolitane”:
Sul ruolo attuale delle Province, la mozione afferma che “le Province attuali appaiono sempre più come un retaggio risorgimentale superato, le cui competenze, in assenza di un radicale riordino e accorpamento, possono essere pienamente assunte dalle Regioni, dai Consorzi di Comuni e dalle Città metropolitane”.
La Città metropolitana è stata per la prima volta individuata dalle legge n. 142 dell’8 giugno 1990 sul nuovo ordinamento degli Enti Locali, ma ad oggi non è mai stata istituita. (Fonte Comune di Torino)
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LE CITTA’ METROPOLITANE IN ITALIA. GLI ASPETTI PROCEDURALI, FUNZIONI E OBIETTIVI
di Antonio Maria Leone
da http://www.unideadicitta.it/
Il Federalismo fiscale è legge. La legge n.42 del 5 maggio 2009, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 6 maggio 2009, entrata in vigore il 21 maggio. Il disegno di legge collegato alla manovra finanziaria, recante delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione era stato approvato in via definitiva dal Senato nella seduta del 29 aprile 2009.
Il federalismo fiscale per diventare operativo necessita di una serie di provvedimenti che si snodano nell’arco di sette anni: due anni per l’attuazione e cinque di regime transitorio. La legge prevede innanzitutto l’istituzione di una commissione paritetica propedeutica per definire i contenuti dei decreti attuativi che dovranno essere predisposti entro due anni dall’entrata in vigore della legge.
Il finanziamento delle funzioni trasferite alle Regioni, attraverso l’attuazione del federalismo fiscale, comporterà ovviamente la cancellazione dei relativi stanziamenti di spesa, comprensivi dei costi del personale e di funzionamento, nel bilancio dello Stato. A favore delle regioni con minore capacità fiscale – così come prevede l’articolo 119 della Costituzione – interverrà un fondo perequativo, assegnato senza vincolo di destinazione.
Il federalismo fiscale introduce un sistema premiante nei confronti degli Enti che assicurano elevata qualità dei servizi e livello di pressione fiscale inferiore alla media degli altri enti del proprio livello di governo a parità di servizi offerti. Viceversa, nei confronti degli enti meno virtuosi è previsto un sistema sanzionatorio che consiste nel divieto di fare assunzioni e di procedere a spese per attività discrezionali.
Contestualmente, questi enti devono risanare il proprio bilancio anche attraverso l’alienazione di parte del patrimonio mobiliare ed immobiliare nonché l’attivazione nella misura massima dell’autonomia impositiva. Sono previsti anche meccanismi automatici sanzionatori degli organi di governo e amministrativi nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico-finanziari assegnati alla regione e agli enti locali, con individuazione dei casi di ineleggibilità nei confronti degli amministratori responsabili degli enti locali per i quali sia stato dichiarato lo stato di dissesto finanziario.
Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria diventano città metropolitane, contestualmente la provincia di riferimento cessa di esistere e sono soppressi tutti i relativi organi a decorrere dall’insediamento della città metropolitana.
Prima del recente inserimento di Reggio Calabria, delle 14 future Città Metropolitane sette (Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Catania, Palermo e Messina) avevano delimitato l’area metropolitana, mentre le altre sette (Torino, Milano, Trieste, Roma, Napoli, Bari e Cagliari) non hanno invece proceduto ad individuare formalmente l’area, anche se per alcune di queste sono stati comunque effettuati studi e proposte di perimetrazione.
Le aree metropolitane sono passate in questo ultimo periodo da 14 a 15, ricomprendendo così: tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli (individuate dalla L. 142/90 e confermate dal D.lgs. 267/2000); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali Friuli 10/1988, Sardegna 4/1997, Sicilia 9/1986); Reggio Calabria (individuata da Disegno di Legge in materia di federalismo fiscale approvato il 29.4.2009 dal Senato della Repubblica Italiana e ratificato con la legge n.42/2009).
I comuni, le province, la stessa idea di area metropolitana, devono essere intesi non più come ambiti nei quali ricercare un’ordinata gerarchia di soggetti e una dimensione conforme per il trattamento dei problemi, quanto come una rete istituzionale che deve essere disponibile a diverse ricomposizioni. Non è possibile pensare a un’autorità di governo che agisca sulla base del principio dell’inclusione di tutti i territori facenti parte della regione urbana, ma nello stesso tempo deve essere affrontato il problema della costruzione di un quadro di riferimento e di una serie di efficaci politiche settoriali per l’intera area.
AREA METROPOLITANA DELIMITAZIONE PROVVEDIMENTO Torino non delimitata / Milano non delimitata / Venezia Individuata un’area di cui fanno parte 5 comuni L.R. n.36 del 12.8.1993 Trieste non delimitata / Genova Individuata un’area di cui fanno parte 41 comuni L.R. n.12 del 22.7.1991 e L.R. n.7 del 24.2.1997 Bologna Individuata un’area coincidente con la Provincia L.R. n.12 del 22.7.1991 e L.R. n.7 del 24.2.1997 Firenze Individuata un’area coincidente con le Provincie di Firenze, Prato e Pistoia D.C.R. n.130 del 29.3.2000 Roma non delimitata / Napoli non delimitata / Bari non delimitata / Catania Individuata un’area di cui fanno parte 27 comuni L.R. n.9 del 1986 e Decreto Presidente Regione 10.8.1995 Messina Individuata un’area di cui fanno parte 51 comuni L.R. n.9 del 1986 e Decreto Presidente Regione 10.8.1995 Palermo Individuata un’area di cui fanno parte 27 comuni L.R. n.9 del 1986 e Decreto Presidente Regione 10.8.1995 Cagliari non delimitata /Tabella n.1 – Delimitazione delle Aree Metropolitane, 2007 (fonte: Arpa Lombardia)
Va ricordato inoltre che la normativa in materia (D. Lgs. 267/2000) non fornisce specifici criteri per la delimitazione delle aree metropolitane, ma si limita a definire quali realtà territoriali possono essere considerate tali, ovvero, quelle parti di territorio costituite da una città centrale e da una serie di centri minori ad essa uniti da contiguità territoriale e da rapporti di stretta integrazione in ordine all’attività economica, ai servizi essenziali alla vita sociale, ai caratteri ambientali, alle relazioni sociali e culturali.
In riferimento alla perimetrazione l’art.23 della legge n.42/2009 definisce la delimitazione delle città metropolitane secondo il principio della continuità territoriale, comprendendo almeno tutti i comuni proponenti. Il territorio metropolitano coincide con il territorio di una provincia o di una sua parte e comprende il comune capoluogo.
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CITTÀ METROPOLITANA
da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
« Le città metropolitane possono essere istituite, nell’ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La proposta… »
(legge 42/2009, art. 23 c. 2)
La città metropolitana è un ente amministrativo italiano, non ancora organicamente disciplinato. Previsto per la prima volta dalla legge n. 142 dell’8 giugno 1990 sul nuovo ordinamento degli Enti locali, ha trovato nuovo slancio nel nuovo art. 114 della Costituzione della Repubblica Italiana, dopo la riforma dell’ordinamento della Repubblica del 2001 con la modifica del titolo V della Carta.
Secondo l’articolo 23 c. 6 della legge 42 del 5 maggio 2009, il Governo è delegato ad adottare entro 36 mesi dalla data di entrata in vigore della legge (entro il 21 maggio 2012) un decreto legislativo per l’istituzione delle città metropolitane.
Una città metropolitana comprende quindi una grande città e i comuni che ad essa sono strettamente legati per questioni economiche, sociali e di servizio, nonché culturali e territoriali. Per l’ordinamento giuridico il territorio della città metropolitana coincide con il territorio di una provincia o di una sua parte e comprende il comune capoluogo. Una città metropolitana (nome giuridico) è quindi un’area metropolitana.
In ogni caso i confini di una città metropolitana così come definiti dalla legge non necessariamente rispecchiano le delimitazioni di studi specifici di settore al riguardo delle aree metropolitane.
Storia dell’ente
L’istituzione della Città metropolitana è stata prevista[3] inizialmente per 14 aree metropolitane[4] italiane; Reggio Calabria, la quindicesima, è stata aggiunta a quelle precedentemente individuate con la legge delega n. 42 del 5 maggio 2009].
Questo l’elenco:
Individuate dal Parlamento italiano:
Bari
Individuate dalle Regioni a statuto speciale:
All’ente sono attribuite le funzioni della Provincia e parte delle funzioni di interesse sovracomunale proprie dei singoli Comuni. Con l’istituzione della città metropolitana la provincia di riferimento cesserà di esistere.
In Italia non è ancora stata istituita nessuna città metropolitana, poiché nel 2008 lo scioglimento anticipato delle Camere ha rinviato il compito di istituire le città metropolitane al Parlamento della XVI Legislatura repubblicana.
Nel 2007 il Governo Prodi II aveva approvato un disegno di legge-delega (per la redazione della Carta delle autonomie locali), che avrebbe dovuto abrogare il d. lgs. n. 267/2000, recante il Testo unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, che a sua volta raccoglieva in un unico testo la fondamentale legge n. 142/1990, la prima che aveva previsto, tra le varie disposizioni, proprio l’istituzione delle città metropolitane[5].
Secondo il predetto d.d.l., ne potevano far parte le Circoscrizioni del Comune capoluogo, trasformate – ed eventualmente accorpate – in Municipi, nonché i Comuni contermini strettamente integrati al capoluogo. L’iniziativa della costituzione della città metropolitana spettava al comune capoluogo o al 30% dei comuni della provincia o delle province interessate, che rappresentassero il 60% della relativa popolazione, oppure ad una o più province insieme al 30% dei comuni della provincia/e proponenti. Sulla proposta la Regione doveva esprimere un parere e successivamente sarebbero stati chiamati ad esprimersi anche i cittadini con un referendum, che non avrebbe avuto un quorum se il parere della Regione fosse stato favorevole, o del 30% in caso contrario.
La materia nel maggio del 2009 è stata oggetto di delega al governo il quale dovrà emanare i relativi provvedimenti normativi[1]. L’art. 23 della legge 42/2009 (legge delega sul federalismo fiscale), approvata dalle Camere nella primavera 2009, ha introdotto una disciplina transitoria che consente, in via facoltativa, una prima istituzione delle città metropolitane situate nelle regioni a statuto ordinario. Le città metropolitane potranno essere istituite, nell’ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La proposta di istituzione spetta al comune capoluogo e alla provincia, congiuntamente tra loro o separatamente (in questo caso è assicurato il coinvolgimento dei comuni della provincia interessata). Successivamente si svolge un referendum confermativo, indetto tra tutti i cittadini della provincia interessata, previo parere della regione. Dopo il referendum, l’istituzione di ciascuna città metropolitana è rimessa a decreti legislativi del Governo, da adottare entro il 21 maggio 2012, che detteranno una disciplina di carattere provvisorio. I decreti prevederanno, tra l’altro, l’istituzione del consiglio provvisorio della città metropolitana, composto dai sindaci dei comuni e dal presidente della provincia, e l’individuazione, quali funzioni fondamentali della città metropolitana, della pianificazione del territorio e delle reti infrastrutturali; del coordinamento della gestione dei servizi pubblici; della promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale. Le province nel cui territorio sono situate le città metropolitane saranno soppresse solo dopo l’insediamento degli organi definitivi della città metropolitana. Questi saranno individuati da un’apposita legge ordinaria, alla quale è rinviata la definitiva istituzione delle città metropolitane e la relativa disciplina. (da Wikipedia)
Some years ago I was working for my company together with my colleagues Andrea and Fabio. That was one of the rare times we had some money to use to integrate our equipment. We work in GIS, mostly web-mapping and numeric cartography, and at that time we were lucky people with new graphic workstations, a small sized but new brand server farm and all we needed to do our job at the best. We had just completed a project related to some environmental issues and one of the problems we collided with was the lack of geodata at the scale we were looking for. At that time, public Italian geographic data, especially those referred to the region where we live and operate, were not so easily available nor frequently updated. This is a well known problem for people working with GI so Fabio told us “Why don’t we buy a small airship to collect our own information?”
Starting from this moment we spent about one month looking for the right aircraft.
At the beginning we had rough and confused ideas of what to do. Obvious constraints were: affordability, reliability and ease of use. But we were also looking for GPS control, flight planning and everything could be connected with mapping. With our surprise we easily found a number of carriers (not only airships but also planes, helicopters, paragliders, multi-copters and so on). Some solutions were of industrial type, other substantially homemade but we were looking also for a partner, someone who could help us to start and this item became part of our “requirements list”. We also found that our budget allowed to buy more than one aircraft so we decided to concentrate on two different kinds of vehicles: a paraglider to be used in photogrammetric surveys of large areas and a small quadricopter which we planned to employ on smaller areas. In those weeks we also found Daniele, a colleague and a friend that introduced us to aerial mapping with small, Remotely Piloted Aircrafts.
What sRPA areRPA means Remotely Piloted Aircraft. An “s” at the beginning stands for small.
Remote control implies that the pilot is not sitting on-board but generally remains on the ground surface, controlling the flight using a radio device.There are a number of equivalent ways to call this kind of aircrafts. Probably the most common are UAV (Unmanned Aerial Vehicles) and drone (even if this last term originally indicated military targets1). Other diffused English abbreviations are UAS (Unmanned Aerial Systems), RPV (Remotely Piloted Vehicles), ROA (Remotely Operated Aircrafts). In Italy, ENAC2 recently introduced the acronym APR (Aeromobile a Pilotaggio Remoto).
Since remote control is a base characteristic to define an RPA, there are a lot of crafts kinds falling in this category. Beside obvious differences (such as those between fixed and rotary wings) other important parameters to take in account are: size, weight, range, maximum altitude and endurance. These last parameters are those commonly used to classify unmanned aircrafts. The table below illustrates an old classification of the UAV Association that uses the above mentioned parameters to define classes and, even if not the most updated, can be used as guide.
Class Abbr. RangeSmall RPA are those falling within the micro and mini classes. If you look at the table, you easily understand why they are so attractive for professionals and SMEs working on mapping of small areas (up to tens of hectares). They are often so lightweight and small that you can carry them in the back of your car, but they can fly high and far enough to be employed to work. Furthermore they are enough safe. For instance: most of the small RPA are equipped with electric engines, which means that there is no fuel flying over your heads. Some RPA, such as multicopters, are VTOL (Vertical Take Off and Landing) aircrafts so they don’t need runways and can start to fly from very small surfaces.
On the other hand, it’s important to notice that these objects have specific limitations that you must never forget. You should never fly over people or lose the sight of your drone. Wind, obstacles (such as electric cables or poles), electromagnetic interferences are enemies. You should also remember that, even if most of these objects are smaller and lighter than models and ultralight crafts, when you use them to work they are considered in all respects aircrafts.
I’m not an engineer, so I cannot deepen into technical issues but there are few important tech notions that you must have in mind if you want to deal with small drones. The most relevant are those related to some subsystems that are barely common to every UAV: GPS, IMU, communication and guide systems.
GPS measures the drone position during the flight. Some small drones also use the GPS for safety issues. For example, if you lose the radio contact with him, the drone can use the GPS to maintain its position until communication is restored.
IMU stands for Inertial Measurement Unit. An IMU is an electronic system that, using accelerometers and gyroscopes, measures speed and attitude of the aircraft during the flight. All the information you receive about the yaw, pitch and roll angles of your UAV came from its IMU.

From left to right: Yaw, Pitch and Roll angles. These angles define the aircraft attitude and information about them is provided by IMU.
This information reaches you thanks to a communication system that continuously transmits flight data to the ground. Generally these data are received by a ground base station and displayed along with other telemetry data3 using a software application.
Since you need to pilot the aircraft, communication between you and your drone is always bidirectional. The drone talks with you through telemetry, you talk with him using a radio control. Some small drones are also able to fly autonomously since they are capable to automatically execute planned flights. This last characteristic is an essential requirement if you want use them for mapping purposes.
Application to civil purposesRPA technology has been originally developed for military purposes. This is the reason why the word “drone” often evokes war scenarios. When I did my first web survey to choose which drone to buy, I was impressed by the number of military sites related to drones.
Nevertheless, civil use of UAVs, especially the small ones, is growing. This is essentially due to the reliability achieved by these systems along with their cheapness and ease of use (if compared with conventional manned aircrafts).
Besides the applications in which they are used as point of view4, there are a lot of technical fields where the use of a sRPA is helpful. The table below lists some of them.
ScientificIn all these fields, your drone is not simply an eye in the sky but can be used to collect measures. If you use a camera as payload, you can collect the right number of images to realize a photogrammetric survey. If you change the camera with a multispectral device you can collect Remote Sensing data. You could also use active sensors, such as LIDAR, but due to the low load capacity of small UAVs (typically ranging between 0.2 and 5 kg) and high power requirements, is not so easy to find the right payload.
GeomaticsSpatial information is a pervasive content and geomatics entered in different ways in most of the aspects of our life. With reference to the technical use of small drones, geomatics is both a way and a scope.
As I said before, flight plans are important if you want to retrieve data for mapping (e.g. photogrammetric data) and spatial tools can be efficiently integrated in flight plan design process. This happens because flight plans are based on carrier (and target) position, so all the details of the flight plan (route, acquisition points, etc.) can be correctly set or calculated starting from a GIS environment. Better: the whole planning process could be confined within a dedicated geospatial platform. Even better: geospatial applications represent the right environment to display and analyze most of the data you have collected.
Since when you plan a flight is because you have some goal, this goal shapes planning activities. If I want to measure the concentrations of some chemical compounds, probably I just need to define flight route and altitude. If I want to realize a photogrammetric survey, my needs will extend to camera parameters or images overlap and sidelap.

When you define Overlap and Sidelap of a flight plan you are setting the front and side superposition of frames.
These examples are not randomly chosen, because both can lead to mapping:
It is important to know that not all the drones allow automatic flights and not all the drones allow the same degree of automation. For example, our quadricopter is a very sophisticated tool that permit to define all the flight details (takeoff and landing points, route, trigger points or trigger frequency, camera zoom, camera pitch and roll angles and so on). On the other hand, our paraglider just allows to define 12 waypoints and we are forced to manually trigger the camera (is up to you to decide which is my favourite …).
Geomatics & PhotogrammetryPhotogrammetry is probably the most diffuse technique used in combination with small drones.
In my experience, the photogrammetric approach is a swiss knife for a number of application fields. You can use variations of the same basic techniques to realize metric images and 3D models of the ground surface, models of buildings, bridges, quarry fronts.
If you want to use aerial photos for mapping purposes, one of the key issues is DSM generation. Digital Surface Models are three-dimensional representation analog to DTM. Differences between them are related to the inclusion (DSM) or exclusion (DTM) in the model of objects, such as buildings, located on the ground surface. Since to produce orthophotos you need to project your images on a model of the ground surface, if you want to employ your aerial pictures to generate orthophotos, you need to pass through a DSM (the good news are that, if you have collected your pictures following the right scheme, you have all the information needed to DSM generation). Once you have processed your images in order to obtain a DSM, there are other things you can do besides generating orthophotos. For instance, you can drape your images onto the model to obtain useful (and also beautiful) photorealistic 3D metric models.

Orthomosaic draped on a DSM. This image refers to an archaeological site in Western Sicily. From Borruso et al. (2011) Atti 15a Conf. Naz. ASITA, pp. 471-478
Models based on image processing can be integrated with those produced with other methods.
For instance, in some applications, coupling low altitude aerial photogrammetry with Laser Scanning, helps to complete high resolution and precision measurements of buildings with those parts (such as roofs) that are inaccessible from the ground.
In some workflows, you could need to integrate satellite data with data acquired with sUAV. This happens because of the higher resolution needed or since clouds mask some part of the satellite image or because you need to record a time series with frequencies not allowed by satellite return time.
Low Altitude Remote SensingAerial images can be considered a special case of use of sUAV in the more general Low Altitude Remote Sensing (LARS) scenario so, even if photogrammetry is probably the most diffuse technique connected with sUAV usage, there is a lot of space for other employments.
Infrared imagery (both near and thermal) are good examples in this direction.
Near Infrared (NIR) is the region of the electromagnetic spectrum falling between 0.75-1.4 µm. A number of objects reflects (i.e. plants chlorophyll) or adsorb (i.e. water) the incoming solar radiation in this region. NIR data can be acquired using dedicated sensors or modifying commercial cameras5 (including compact cameras). Thermal cameras record information in the Thermal Infrared (TIR), mostly between 7–14 µm. These cameras don’t use CCD or CMOS sensors, but a special kind of detector called microbolometer that is capable to identify differences in temperature and, if correctly calibrated, to measure temperature values.
If you combine NIR data with images collected within the visible (VIS) range6, you can use this multispectral dataset for various applications. Precision Farming, Preventive Archaeology, water pipeline monitoring or environmental studies are examples correctly scaled on the operational capabilities of sUAV.
TIR data can be used alone or in association to multispectral information to perform more complex analysis. For instance, you can use a thermal camera mounted on a UAV to measure energy performance of buildings or you can combine thermal and multispectral information to carry out surveys on illegal dumping.
Legal and tech issuesThe examples we did since now represent the most common cases of use of sUAV for technical and scientific purposes.
The most natural question that we can do now is: if they are so reliable, quick, flexible and cheap, why sUAV are still relatively uncommon?
There is more than one answer to this question and the most relevant are related to some legal and technical issues.
The first critical issue is the poor definition of a general regulatory frame focused on the UAV use, that disadvantages also the diffusion of small drones. As we said before, these carriers are often lighter and safer than aeromodels or ultralight aircrafts but, even if these crafts can fly in conventional aerial space without limitations, sUAV cannot. This prohibition is related to their use. Roughly: if you do fly something with purposes other than your pleasure, you are doing aerial work and you must be subjected to rules. Most small companies interpreted the lack of rules as an implicit permit and this worked until small drones were unknown objects. This not correspond to the present situation, where an increasing number of potential players has tested the utility of light drones in the generation of services and sUAV increasingly appear on newspapers and TV. Due to this interest national and international authorities are trying to define a frame and a set of rules which recognize the special nature of these crafts.
Circular 328 – Unmanned Aircraft Systems (UAS)7 published on March 2011 by the International Civil Aviation Organization(ICAO), is devoted to inform national authorities about the ICAO perspective on the integration of UAS into non-segregated airspace and to underline the basic differences between manned and unmanned aviation. The circular addresses a wide range of topics (such as collision avoidance, air traffic services, airworthiness and certification, personnel licensing and so on) and aims to provide guiding material for future developments of regulatory frames. The US Federal Aviation Administration (FAA) recognizes that small UAS could “experience the greatest near-term growth in civil and commercial operations because of their versatility and relatively low initial cost and operating expenses”8 but, until now, no rules about commercial use of small drone have been released9.
European countries generally do not allow commercial use of small UAS with the exception of the United Kingdom, where Civil Aviation Authority (CAA) grants some permisions10.
There are also a number of technical issues the first of which is the lack of dedicated sensors. Load capacity of small drones is a hard constraint that limits the employ of professional tools. Even if miniaturization of aeronautical devices is a constant process, most of the active sensors, such as LIDAR, are still too heavy to be mounted on a small drone. For this reason passive sensors, such as optical and thermal cameras, are the most diffused in daily practice. Other kind of tools, like electronic noses, even if already available are relatively rare.
Other topics belonging to this line are connected to future technical development that in a next future will improve the sUAV capabilities. Just to report a list of the most interesting:
If reading this article has somehow intrigued, perhaps may interest you to know that there are a number of discussion groups centered on sUAS. If you want an access point, I suggest to write one of the RPAsynonyms in the group search of Linkedin.
There also associations focused on UAV. Among the most relevant, is important to cite UVSInternational, a non-profit association which includes unmanned vehicle systems (so, in this case, not only UAV) manufacturers, service companies and researchers. In these months it is also being founded the Associazione Italiana UAS which, as UVS International, is open to the all the players of the UAV chain that operate in Italy.
If you want to find more information on the topics covered in this article there are some specialized web sites that you can refer to. One of my favourite is suasnews.com which provides a daily updated information on UAS world.
Because of the strong relation between drones and geomatics, UAV news appear on various websites focused on spatial topics (try to search for UAV in GeospatialWorld, which also published an interesting review on UAVs).
Relation between UAV and Geomatics have been also the key topic of an international conference which was taken in Zurich in September 2011. The conference title was UAV-g 2011 – Unmanned Aerial Vehicle in Geomatics and here you can access to the proceedings.
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L'articolo sRPA and Geomatics: why small drones are mapping tools è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.

I TUAREG sono una popolazione berbera africana che vive nomade nel Sahara (soprattutto Mali e Niger ma anche in Algeria, Libia, Burkina Faso e nel Ciad). Essi sono BERBERI e la loro lingua è un dialetto del berbero. In Libia i Tuareg erano (e lo sono stati fino alla fine) alleati a Gheddafi. E ora, nella nuova situazione politica di quel paese, i tuareg “gheddafiani” si sono spostati, “espansi”, specialmente in Mali (ma anche in Mauritania) e sognano UNA NAZIONE TUAREG che accorpi porzioni di ALGERIA, NIGER, MALI E CIAD
L’Africa centro-settentrionale (dal Sahel al Sahara, fin su nella parte nord mediterranea) è ora in un conflitto permanente (di uomini e poteri, ma anche di emergenza umanitaria). In Mali ad esempio, il 21 marzo scorso un golpe militare ha posto fine al presidente Amadou Toumani Touré, defenestrato da un gruppo di ufficiali, i quali si dichiarano mossi dal desiderio di gestire in maniera efficace la guerra contro i ribelli TUAREG nel nordest del Paese. Ad ora però la situazione sembra già cambiata: c’è un accordo tra gli autori del colpo di stato e i Paesi confinanti: fare in Mali un presidente ad interim ed indire le elezioni entro 40 giorni. Ma intanto i Tuareg hanno dichiarato l’indipendenza dell’AZAWAD (vasta regione nel Mali di nordest, verso l’Algeria) e, pare, si sono separati dagli islamisti integralisti (per fortuna…), che a loro volta controllano la famosa millenaria città di TIMBUKTU.

7/4/2012: Accordo tra gli autori del colpo di stato in MALI del 21 marzo e i Paesi confinanti: presidente ad interim ed elezioni entro 40 giorni. Ma intanto I tuareg, il popolo del deserto, ha dichiarato l'indipendenza dell'AZAWAD, spezzando il fronte con gli islamisti. Che controllano TIMBUKTU. Gli esperti: "Così il Mali rischia di diventare un nuovo Afghanistan". Continua l'emergenza umanitaria
Situazione da “nuovo Afghanistan” in questi luoghi dell’Africa centro-settentrionale. Aggravata da un’EMERGENZA UMANITARIA che interessa tutta la fascia del SAHEL (grande geo-regione africana, che separa ma in particolare unisce/univa il deserto del Sahara con a sud la zona umida equatoriale -Gabon, Congo, Kenia,Tanzania…). Il Mali poi è una delle nazioni col sottosuolo più ricco, terzo produttore di oro al mondo, con petrolio, gas e uranio. Pertanto appetibile a “molti”.

(CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - Il SAHEL occupa la zona di transizione fra deserto e zone umide dell`Africa - STRISCIA DI TERRA semideserta compresa tra Sahara e Africa tropicale, è tra le aree più depresse del pianeta. Adesso oltre dieci milioni di persone soffrono per un grave stato di insicurezza alimentare, e oltre UN MILIONE DI BAMBINI SONO A RISCHIO di malnutrizione acuta grave con seri pericoli di vita - LA CRISI. Otto i paesi coinvolti: MALI, MAURITANIA, BURKINA FASO, TOGO, NIGER, NIGERIA, CAMERUN, SENEGAL – ALLARME UNICEF: "STRAGE DI BAMBINI" - SENZA RISORSE. Raccolti magri, acqua potabile impossibile da trovare: «Serve un intervento immediato» - LE MALATTIE. Le infezioni intestinali fanno migliaia di vittime
Questa situazione in forte sommovimento (nell’area del Sahel) è anche dovuta all’’anarchia generata dalla fine del regime libico di Gheddafi: un liberarsi di forze (in particolare i TUAREG) e poteri verso un po’ tutti i paesi vicini alla Libia che si trovino in situazioni deboli. E la prima vittima dell’inarrestabile contagio è appunto il MALI. Tuareg gheddafiani, che ora si sono spostati, “espansi”, non solo in Mali ma anche in Mauritania e sognano – esattamente come i curdi a cavallo fra Turchia, Iraq e Iran – UNA NAZIONE TUAREG che accorpi porzioni di ALGERIA, NIGER, MALI E CIAD. Con il rischio “islamista”, cioè di imporre la Shari’a, la legge islamica (anche se ora pare meno certo questo accordo dei Tuareg con l’ala dura dell’Islam).
Ma, pensiamo noi, è “normale” che ciò accada. Per fare un esempio storico proprio africano, la fine del colonialismo europeo nel secondo dopoguerra ha portato a “liberazioni” dei vari paesi con l’ascesa al potere di dittatori e classi dirigenti ben peggiori di quelle europee che fino a quel momento avevano dominato. Dittatori che, prima di tutto, han pensato di farsi ricchi (super ricchi) e di affamare ancor di più il popolo “liberato”.
Pertanto alcuni effetti delle primavere arabe forse porteranno a rimescolamenti e pericoli ancor peggiori: ciò non vuol dire che tutto doveva rimanere fermo, ai dittatori tunisini, egiziani, libici… semmai è mancato (ma non ne avevamo dubbi…) l’azione internazionale (in primis europea) di sostegno alle forze più aperte, democratiche, pluraliste… ed è mancato, da noi, un progetto per rapportarsi positivamente (anche nell’economia, nella conoscenza) con queste aperture nordafricane e del Medio Oriente (pensiamo qui alla grave situazione in Siria) verso la richiesta di “libertà”, fatta in particolare dalla predominante presenza giovanile, che vuole legittimamente vivere i modi e i miti di tutti gli altri giovani del mondo “ricco”.
Ora, in molti di quei paesi interessati dal vento della primavera araba, è il tempo di elezioni e di redigere carte costituzionali (in primis in Egitto). Tutti mettono in guardia dall’islamismo integralista che pare prevalere (anche nelle elezioni…). Va qui detto che nei casi dove partiti islamici hanno già ampiamente vinto le elezioni (come in Tunisia), essi, vincitori, hanno ben ribadito che non c’è alcuna intenzione di un ritorno a un passato religioso “chiuso al mondo” (questo lo dicono in particolare rivolti ai “timori” occidentali). E pare piuttosto che possano e vogliano essere un punto di congiunzione e mediazione tra una società islamica integralista (assai pericolosa) e le nuove spinte mondialiste del pensiero delle “primavere” che restano obiettivi e valori imprescindibili.
Pertanto, tra il proteggere i diritti o imporre solo un ritorno alla Shari’a, è assai probabile che la base di queste nuove costituzioni (e nuovi governi) sarà sì islamica, ma in forma moderata e dialogante con le nuove esigenze. Così i “fratelli musulmani” in Egitto se non garantiranno i diritti dei partiti laici presto la tensione tornerà a salire. Quasi tutti gli studiosi ed osservatori di queste aree geopolitiche concordano che l’unica via d’uscita ai nuovi poteri sorti con il ribaltamento che hanno prodotto “le primavere” sono il largo consenso e la tutela dei diritti dei singoli, se no l’instabilità politica prenderà il sopravvento. E’ per questo che è da essere fiduciosi (Occidente, noi, Europa, permettendo… cioè che li si dia una concreta mano alle forze più aperte…).
Resta una constatazione, dall’evoluzione e trasformazione che la Libia ha procurato in tutta quest’area africana: il rischio del RITORNO, a breve, del FENOMENO MIGRATORIO massiccio e senza prospettive verso l’Europa (in crisi di economia). Infatti il popolo invisibile dei subsahariani, che nel Paese di Gheddafi trovavano fino a un anno fa la porta d`ingresso verso il mare, il barcone, il miraggio di Malta, di Pantelleria, di Lampedusa, oggi hanno ritrovato la strada verso l’Europa, da Timbuctu, da Ndjamena, da Dakar, dalla Nigeria. Una strada che troppo spesso si conclude tragicamente sul fondo del mare. Il flusso è ricominciato. (sm)
CAOS NEL SAHARA: LA SECESSIONE DEI TUAREG
L’ULTIMA EREDITA’ DI GHEDDAFI: UNO STATO PER GLI UOMINI BLU
di Gian Micalessin, da “IL GIORNALE” del 7/4/2012
- Proclamata l`indipendenza dell`AZAWAD, nel nord desertico del Mali. Dietro ci sono le armi libiche e gli emiri di Al Qaida –
II caos genera caos. Con il senno di poi l`Onu e la Nato, Parigi e Washington si guarderebbero bene, probabilmente, dal lanciarsi nell`avventura che portò alla caduta e alla morte di Muammar Gheddafi. Gli effetti dell`effetto domino avviato nel marzo di un anno fa con il voto della «no fly zone» sono sotto gli occhi di tutti.
L`anarchia generata dalla fine del Colonnello si sta rapidamente diffondendo dalla Libia ai Paesi vicini.
La prima vittima del virulento e inarrestabile contagio è il Mali. Lì le tribù tuareg rappresentate ufficialmente dal Movimento Nazionale di Liberazione dell`Azawad (Mina) hanno appena proclamato l`indipendenza delle regioni settentrionali.
La rivolta Tuareg nel nord del Mali dura dal 1958, ma dietro l`immagina romantica dello Stato di Azawad – patria degli «uomini blu» – si nasconde quella assai più minacciosa di Al Qaida nel Maghreb, l`organizzazione che gestisce i traffici di uomini, armi e droga nel Sahel e nel nord d`Africa.
Per comprendere i complessi retroscena di questa vicenda, preceduta il 21 marzo dalla caduta nel Mali del regime del presidente Amadou Toumani Touré, bisogna fare un salto indietro di tre mesi.
All`inizio di gennaio l`endemica rivolta delle tribù tuareg del Mali settentrionale si trasforma in insurrezione generalizzata. Il dilagare della sollevazione è strettamente collegato al rientro dalla Libia di qualche migliaio di miliziani famosi per aver combattuto al fianco di Gheddafi e per essere stati lautamente ripagati. I reduci tuareg non tornano a mani vuote. Nei cassoni del loro fuoristrada sono accatastate migliaia di armi nuove di zecca prelevate negli arsenali libici. Non solo kalashnikov, mortaio lanciagranate, ma anche missili antiaerei e sistemi anticarro di penultima generazione acquistati al mercato nero.
Il ritorno di quei veterani pieni di dollari, armati fino ai denti e temprati da un anno di combattimenti mette in crisi l`esercito governativo, che si scopre incapace di contrapporsi agli assalti dei rivoltosi.
In verità il movimento degli «uomini blu» è tutt`altro che unito e coeso. Mentre i capi militari legati al Mina combattevano al soldo del Colonnello, altri comandanti tuareg avevano ceduto alle lusinghe di Al Qaida Maghreb schierandosi al fianco degli emiri integralisti impegnati a monopolizzare i lucrosi traffici di droga, ostaggi e armi che s`intrecciano lungo le piste del Sahara.
Il capofila degli «uomini blu» più vicini al terrore fondamentalista è Iyad ag Ghaly, un comandante tuareg conosciuto come il leader di «Ansar Dine», una fazione ispirata all`estremismo salafita e strettamente connessa ad Al Qaida Maghreb. Un`alleanza confermata dallo stesso Iyad ag Ghaly che il 3 aprile annuncia di avere imposto la legge islamica a Timbuctu, la leggendaria capitale del deserto.
Malgrado le tribù legate al movimento di liberazione dell`Azawad si affrettino a smentire, la realtà appare tutt`altro che rassicurante. Da alcuni giorni la popolazione cristiana avrebbe abbandonato in massa Timbuctu dandosi alla fuga nel deserto. Nelle altre città del nord la situazione non sembra molto diversa. Il potere reale, a dar retta agli abitanti, è saldamente nelle mani dei miliziani barbuti che controllano le strade, sventolano la bandiera nera di Al Qaida e costringono le donne a indossare il velo e ad uscire solo se accompagnate da un familiare di sesso maschile.
Le armi e le capacità militari dei manipoli di miliziani ritornati dalla Libia hanno insomma fatto piazza pulita dell`esercito del Mali, ma non sono riuscite ad evitare che il controllo della rivolta cadesse nelle mani delle fazioni qaidiste.
Il caos del nord rischia ora di generare la completa dissoluzione di quel che resta del Paese. I capi militari, rivoltatisi contro un regime accusato di non metterli in condizione di difendere la nazione, sono già alle corde e incapaci di amministrare quel resta del Mali.
Grazie agli errori e all`improvvisazione dell`Onu e della Nato, la boria di un Gheddafi sempre pronto a presentarsi come l`unico argine all`infiltrazione di Al Qaida nel nord Africa rischia così di trasformarsi in tragica verità postuma. (Gian Micalessin)
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NEL CAMPO DI FELLAH INFERNO A CINQUE STELLE
di Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 4/4/2012
Khaleb è legato come un cane. Una corda lunga due metri gli serra la caviglia, a malapena può uscire dal prefabbricato e raggiungere la ringhiera, da dove osserva digrignando i denti il profilo color ocra di Tripoli all`orizzonte e più lontano – ma è un miraggio impossibile per lui – il mare piatto e azzurro. «È disturbato – dice Ahmed, che lo sorveglia da vicino – non può stare con gli altri; a volte li aggredisce, altre volte si fa del male da solo».
Benvenuti a Fellah, 20 chilometri dal centro di Tripoli, in quello che Walid Jalloud chiama appropriatamente “l`unico campo profughi a cinque stelle”. «Gli altri campi – dice – come Gheryan, Tarhouna o Al Wahat lei nemmeno se li immagina. Qui almeno hanno un tetto». Sono almeno duemila i rifugiati di Fellah, e hanno due cose in comune tra loro: vengono tutti da Tawergha e sono tutti di colore.
«Nel passato Tawergha – dice Walid – era una cittadina di schiavi, per questo sono quasi tutti neri.
Quando la Libia si è sollevata gli abitanti di Tawergha hanno preso le armi e invece di appoggiare la rivoluzione hanno marciato su Misurata.
Gheddafi gli aveva promesso il diritto di saccheggio e la proprietà della terra se avessero sconfitto la resistenza della città. Invece Misurata non ha ceduto, ma loro hanno commesso molte atrocità. E allora sono scappati, in trentamila. Ce ne sono almeno ventimila tra Fellah, Jansour, Trigmatar, Masna Jibes. Gli altri diecimila sono svaniti».
Walid la sa lunga. Lui è nipote di quel Jalloud che per decenni è stato il numero due di Gheddafi e che alla vigilia della capitolazione di Tripoli è fuggito a Roma, con le sue colpe (fu il principale finanziatore del terrorismo sponsorizzato dalla Jamahiryia), i suoi ricordi e i suoi tanti segreti.
Ma i profughi di Tawergha sono una goccia nel mare dell`indescrivibile mosaico libico. Tra profughi, sfollati, rifugiati e clandestini si arriva a centomila unità. Settantacinquemila li ha censiti l`Unhcr, ma ci sono i prigionieri politici (quelli direttamente compromessi con il passato regime, che i vari clan tengono chiusi in prigioni disumane in attesa che la Libia si doti di un sistema giudiziario in grado di esaminare il loro caso), i militari irriducibili (che non hanno saputo o voluto cambiare bandiera come invece hanno fatto in molti, oggi ai posti di comando e ora sono chiusi in caserme divenute penitenziari sorvegliati dalle milizie dei tuwar, i giovani guerrieri protagonisti della rivoluzione) e poi, piaga irrisolta della Libia, il popolo invisibile dei subsahariani, che nel Paese di Gheddafi trovavano fino a un anno fa la porta d`ingresso verso il mare, il barcone, il miraggio di Malta, di Pantelleria, di Lampedusa e che oggi in qualche modo hanno ritrovato la strada da Timbuctu, da Ndjamena, da Dakar, dalla Nigeria. Una strada che troppo spesso, come sappiamo, si conclude tragicamente sul fondo del mare.
Innegabilmente il flusso è ricominciato. «I prezzi ci aiutano a capire meglio di ogni statistica- dice Salem Nashnush, operatore turistico forzatamente a corto di clienti -: quando era Gheddafi a imbarcarli a forza per spingerli in Italia bastavano 200-300 dollari per un posto in barca. Ora ce ne vogliono di nuovo 2000. Segno che il mercato tira e che i trafficanti di clandestini hanno rialzato la cresta».
I punti d`imbarco sono sempre gli stessi: si può salpare da Tripoli o si può attendere un barcone e un mare favorevole a Zuwarah, cento chilometri a ovest della capitale e una sessantina dal confine tunisino.
Ed è ancora una volta la Tunisia a dover spalancare le porte a un altro flusso di profughi, questa volta libici e meglio attrezzati dei dannati subsahariani. Dai valici di Dehiba e di Ras Jedir almeno cinquemila persone hanno passato la frontiera negli ultimi due giorni, diretti a Djerba e a Tunisi.
Ma in questo puzzle impazzito che è la Libia c`è posto anche per una specie particolare di profughi in armi, gli irriducibili Tuareg gheddafiani, che ora si sono spostati in Mauritania e nel Mali e sognano – esattamente come i curdi a cavallo fra Turchia, Iraq e Iran – una nazione tuareg che accorpi porzioni di Algeria, Niger, Mali e Ciad. Il tutto sotto l`insegna di Al Qaeda, che nella regione fa proselitismo a velocità inimmaginabile. Orfani del Rais, che li vellicava e li pagava bene, i Tuareg ora combattono nel deserto e la loro guerra ha di fatto bloccato una delle vie carovaniere attraverso cui passava il flusso di clandestini diretti in Europa.
Chiedo a Mohammed, diciannove anni, orfano, profugo di Tawergha, che cosa sarà di lui. «La mia città- dice – non esiste più, l`hanno distrutta e saccheggiata casa per casa. Tornare noi non possiamo di certo. Le milizie vengono qui al campo con delle liste di nomi. Cercano dei colpevoli fra noi. Certamente ce ne sono, ma sono una piccolissima minoranza. Noi non siamo prigionieri in questo campo, ma uscire sarebbe una follia: abbiamo la pelle scura, ci riconoscerebbero subito. Alcuni l`hanno fatto e non sono mai più ritornati».
La pelle scura. Gheddafi reclutava la bassa forza del suo esercito fra i neri del Ciad, del Mali, della Mauritania. E per quanto il Cnt, i miliziani, i tuwar, chiunque nella Libia della rivoluzione neghi che ci sia del razzismo nei loro confronti, la caccia al nero è cominciata subito, non appena la Tripolitania ha cominciato a cedere.
Nel pomeriggio arriva un camion di aiuti alimentari e di medicinali. I guardiani di Fellah lo smisteranno tra i profughi degli altri campi, al momento non c`è emergenza sanitaria, ma quando arriverà il caldo per la vasta popolazione dei profughi cominceranno i problemi seri. La stessa Unhcr, la Croce Rossa, la
Mezzaluna Crescente ammettono che stanno ancora organizzandosi e che gestire aiuti e flussi migratori è ancora un problema lasciato per lo più alla volontà delle singole organizzazioni non governative e alla Chiesa cattolica.
Mohammed è rilluttante a dirlo, ma un anziano del “campo a 5 stelle” di Fellah ci racconta che ha una fidanzata, conosciuta durante la fuga da Tawergha. «Non la può incontrare – spiegano – uomini e donne stanno separati, ma vorrebbero fuggire insieme». Dove? «In Europa, con una barca – dice Mohammed -. Prima o poi troverò una barca per fuggire in Europa con lei».
Legato alla sua catena, Khaleb guarda ringhioso il mare. Nemmeno i sogni di Mohammed gli sono permessi. (Giorgio Ferrari)
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SAHEL, ALLARME UNICEF “STRAGE DI BAMBINI”
di Francesco Semprini, da “LA STAMPA” del 4/4/2012
- SENZA RISORSE. Raccolti magri, acqua potabile impossibile da trovare: «Serve un intervento immediato» – LE MALATTIE. Le infezioni intestinali fanno migliaia di vittime. Mandati sul posto team medici mobili -
ALLE PORTE DEL SAHARA. Il Sahel occupa la zona di transizione fra deserto e zone umide dell`Africa – LA CRISI. Otto i paesi coinvolti: MALI, MAURITANIA, BURKINA FASO, TOGO, NIGER, NIGERIA CAMERUN, SENEGAL -
Ancora un`emergenza, ancora una volta in Africa, e come sempre accade a farne le spese sono soprattutto i bambini. Il segnale di sos arriva questa volta dal Sahel, striscia di terra semideserta compresa tra Sahara e Africa tropicale, tra le aree più depresse del pianeta.
In questo cuore di tenebra «oltre dieci milioni di persone soffrono per un grave stato di insicurezza alimentare, e oltre un milione di bambini sono a rischio di malnutrizione acuta grave con seri pericoli di vita», avverte Giacomo Guerrera, Presidente di Unicef Italia.
È per questo che ieri l`agenzia delle Nazioni Unite ha lanciato in contemporanea in tutto il mondo la campagna di sensibilizzazione e la raccolta fondi «Emergenza nel Sahel -1 milione di bambini a rischio -Dai l`allarme».
A mettere in ginocchio questa zona del pianeta sono le precipitazioni insufficienti e i raccolti scarsi, ma anche la difficoltà di accesso all`acqua potabile, le basse condizioni igieniche di base, e la carenza di strutture di sostegno, gli stessi fattori che causarono emergenze simili nel 2005 e 2010. Ma pure l`uomo fa la sua parte, visto che il recente colpo di Stato in Mali «aumenta l`instabilità nella regione e pone ulteriori rischi per le popolazioni sfollate nel Paese e quelle rifugiate negli Stati confinanti», spiega l`Unicef.
Otto le nazioni interessate: Ciad, Burkina Faso, Mauritania, Mali, Niger e le regioni settentrionali di Nigeria, Camerun e Senegal, per un totale di 15 milioni di persone bisognose di assistenza nel corso del 2012. Ma sono soprattutto i bambini i più esposti alla fame una piaga che contribuisce per il 35% a tutti i decessi infantili nella regione.
Ogni anno nel Sahel muoiono 645 mila bimbi, 226 mila per cause legate alla malnutrizione. Cifre drammatiche che hanno spinto l`Unicef a mobilitarsi in forze con una «strategia integrata» articolata in una prima fase di risposta all`emergenza «diretta a salvare il più alto numero di vite possibile», e una seconda fase «volta ad affrontare le cause strutturali ».
Un impegno a tutto campo che vede l`agenzia Onu mobilitare scorte di alimenti terapeutici pronti per l`uso e per la cura della malnutrizione grave. E con un impegno diretto sul territorio come dimostra la missione del direttore esecutivo Unicef, Anthony Lake, ora in Ciad, un Paese dove almeno 127 mila bimbi sotto i cinque anni rischiano di morire, e dove incombe la minaccia della poliomielite che già lo scorso anno ha fatto registrare 130 casi, il livello più elevato di tutto il continente.
Ma come spesso accade per nelle crisi si deve fare i conti con risorse limitate, con l`agenzia in grado di far fronte all`emergenza solo fino alla fine di giugno. Dei 120 milioni di dollari necessari a finanziare gli interventi necessari, ne sono stati raccolti solo 37,6 milioni. Ecco allora l`invito ad aderire alla campagna Unicef per centrare «con pochi centesimi al giorno – spiega Guerrera – l`obiettivo Vogliamo zero», ovvero azzerare le cifre della miseria «consentendo ogni volta che scoppia un`emergenza di aiutarci a rispondere sempre: Presente!». (Francesco Semprini)
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MALI, LA GIUNTA RINUNCIA AL POTERE. AL NORD SCONTRO TRA TUAREG E JIHADISTI
da http://www.repubblica.it/esteri/
del 7/4/2012
- Accordo tra gli autori del colpo di stato del 21 marzo e i Paesi confinanti: presidente ad interim ed elezioni entro 40 giorni. Ma intanto il popolo del deserto ha dichiarato l’indipendenza dell’Azawad, spezzando il fronte con gli islamisti. Che controllano Timbuktu. Gli esperti: “Così il Mali rischia di diventare un nuovo Afghanistan”. Continua l’emergenza umanitaria -
BAMAKO – La Giunta militare che ha preso il potere lo scorso 21 marzo in Mali restituirà il potere e darà vita a una transizione in vista di elezioni da convocare entro 40 giorni. Il presidente ad interim sarà l’attuale speaker della Camera, Diouncounda Traore. E’ questo il contenuto dell’accordo siglato dal capo della Giunta, il capitano Amadou Sanogo, e i mediatori della Cedeao, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale.
L’intesa prevede anche l’amnistia per gli autori del colpo di Stato e la fine delle sanzioni economiche decise nei giorni scorsi.
E’ questo dunque il primo passo per cercare di far tornare il Mali alla normalità, ma la strada che ha di fronte il poverissimo Paese africano è ancora lunga e molto tortuosa. Infatti se la questione del potere centrale nella capitale Bamako è in via di risoluzione, il Nord è ancora nel caos. Il movimento tuareg Mnla ha infatti dichiarato l’indipendenza dell’Azawad 1 (un’area che copre le province di Gao, Timbuktu e Kidal, considerata la culla naturale del popolo del deserto) dal Mali come conclusione della rivolta iniziata a gennaio, la quarta ribellione per l’indipendenza dal 1960 quando la Francia restituì la sovranità alla popolazione.
E mentre l’Azawad è sull’orlo di una catastrofe umanitaria 2 – con circa 200mila famiglie, tra cui 60mila bambini, in fuga verso gli stati confinanti – il fronte che ha combattuto in questi due mesi contro il potere centrale si è spaccato in due
Da una parte c’è l’Mnla, soddisfatto della dichiarazione d’indipendenza, che ha assicurato di voler “rispettare i confini con gli Stati limitrofi”. Dall’altra il fronte islamista, composto dai tuareg jihadisti del gruppo Ansar Dine, dalle milizie di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e da altri volontari qaedisti che stanno arrivando a frotte dalla Nigeria, dalla Libia e da altri paesi.
Ansar Dine, che controlla saldamente la città-crocevia di Timbuktu, ha immediatamente preso le distanze dall’Mlna: “Noi combattiamo in nome dell’islam e contro l’indipendenza. Quello che vogliamo non è l’Azawad, è l’islam”.
Situazione che rimane estremamente fluida e in cui l’Mlna non ha trovato alcuna sponda internazionale: la Cedeao è impegnata a ristabilire l’ordine a Bamako, la Francia ha subito reso noto di considerare “nulla” la dichiarazione “unilaterale” dell’Mlna. L’Ue e gli Usa hanno respinto la secessione assicurando di “voler rispettare l’integrità territoriale del Mali”. Anche dall’Unione africana è giunto il più “totale rifiuto”.
Ma la comunità internazionale difficilmente potrà rimanere a guardare. Il Nord del Mali infatti, denunciano gli esperti, rischia di diventare il nuovo centro di addestramento delle truppe jihadiste, esattamente come fu l’Afghanistan dopo la presa del potere dei talebani. Una possibilità che non può che preoccupare.
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EGITTO, I FRATELLI PRENDONO TUTTO
di Federica Zoja, da “AVVENIRE” del 3/4/2012
- La Costituente è ormai in mano agli islamisti. La Chiesa copta ritira i suoi delegati per protesta –
L’Assemblea costituente egiziana, che dovrà lavorare alla nuova Carta fondamentale del Paese, continua a perdere pezzi. Dopo il ritiro dei membri appartenenti al fronte politico liberale, del rappresentante della Corte costituzionale e di quelli della moschea universitaria di al-Azhar, ieri è stata la volta della Chiesa copta, che ha deciso di ritirare i suoi delegati per protesta contro un organismo considerato troppo sbilanciato in favore dei Fratelli musulmani.
Nel comunicato del sinodo si invoca «una rappresentanza più equilibrata delle forze in Egitto, evitando che un`unica forza domini la riscrittura della Costituzione», che dovrebbe essere basata sull`intesa nazionale e «non sulla maggioranza parlamentare».
L`Assemblea costituente, formata da 50 deputati delle due Camere del Parlamento e da 50 figure della società civile e delle istituzioni, è ora monocolore: riflette la maggioranza politica, formata dal partito Libertà e giustizia, che fa capo alla Fratellanza musulmana, e dai salafiti di al-Nur (La luce).
Ora c`è attesa per la sentenza di un tribunale del Cairo sulla validità giuridica della Costituente, prevista per il 10 aprile.
La scorsa settimana, l`Assemblea ha eletto come proprio presidente il numero uno della Camera bassa del Parlamento, Saad el-Katatny, esponente di spicco di Libertà e giustizia. Il voto è avvenuto nonostante l`assenza di circa un quarto dei componenti.
Ad accrescere la tensione politica l`annuncio della Fratellanza musulmana di aver scelto il proprio vice presidente, Khairat al-Shater, come candidato alle elezioni presidenziali, in programma il 23 e 24 maggio. Finora la confraternita, uscita dalla clandestinità dopo le dimissioni del presidente Hosni Mubarak (11 febbraio 2011), ha sempre negato di voler correre per la presidenza.
Ma da tempo la stampa liberale riferisce di un accordo fra giunta militare e islamisti per la spartizione del potere. Accettando la prestigiosa investitura, al-Shater si è dimesso dalla sua carica «per concentrarsi sulla campagna elettorale».
Ora la confraternita è impegnata a chiarire la posizione di al-Shater di fronte alla legge: in prigione sotto Mubarak (dal 2007 al 2011) per aver contribuito all`organizzazione di milizie paramilitari, adesso il candidato sostiene di aver recuperato diritti civili e politici.
Intanto, fra i candidati già usciti allo scoperto, l`ex segretario generale della Lega araba, Amr Mussa, risulta in testa nei sondaggi del centro al-Ahram di studi politici e strategici del Cairo. La previsione di voto per Mussa è del 31,5%. Al secondo posto i predicatore salafita e avvocato Salah Abu Ismayl, al 22,7%.
Al terzo posto l`ex premier Ahmed Shafiq, al quarto, con i 9,2%, Omar Suleiman, ex numero uno dei servizi segreti e braccio destro del raìs Hosni Mubarak. Seguono l`ex esponente dei Fratelli Musulmani, Abdel Muniam Abu al-Futuh, con l`8,3%, e al-Nasri Hamdin Sabahi (4,9%), ex deputato e presidente del partito al-Karama (La Dignità). Per il sondaggio, condotto tra il 25 e il 29 marzo scorso, sono state interpellate 1.200 persone di diverse aree egiziane prima della candidatura di al-Shater.
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«LA PRIMAVERA ARABA È BOLLENTE. E L’ESTATE DEMOCRATICA LONTANA»
di Matteo Sacchi, da “il Giornale” del 16/3/2012
Lui si chiama Eugene Rogan ed è direttore del «Middle East Centre» dell’Università di Oxford. È uno dei massimi esperti del mondo arabo contemporaneo ed è appena stato tradotto in italiano quello che è forse il suo lavoro più corposo e importante: GLI ARABI (Bompiani, pagg. 764, euro 26). Il saggio racconta l’evoluzione del Medioriente negli ultimi cinque secoli ma con un occhio di riguardo all’interpretazione dell’oggi, della difficile situazione che si è venuta a creare nella prima decade del nuovo millennio. Ecco perché oggi alle 11 sarà ospite all’università di Ca’ Foscari a Venezia per parlare di primavera araba, nel tentativo di fare un bilancio e di delineare le prospettive per il futuro. Il Giornale lo ha intervistato in anteprima.
Professor Rogan, il Nord Africa e il Medio Oriente sembrano essere soggetti a un’ondata rivoluzionaria senza precedenti. E inaspettata…
«La pressione nel mondo arabo stava salendo da svariati anni. C’era e c’è una profonda insoddisfazione. Quella che un intellettuale libanese, Samir Kassir, sintetizzava così: “Non è piacevole sentirsi arabi in questi tempi. Alcuni si sentono perseguitati altri si odiano…”. A questa insoddisfazione venata di impotenza si somma il fatto che la maggior parte dei governi della regione, democrazie o monarchie non importa, erano o sono autocratici, economicamente inefficienti e incapaci di promuovere il benessere della popolazione… Se a questo si aggiunge che i giovani sono circa il 50% della popolazione e sono più propensi a contestare, risulta chiaro che la miscela era destinata a deflagrare prima o poi…».
Meglio parlare di primavera araba o di “primavere arabe”?
«Se mi passa una battuta, siamo di fronte ad una “quattro stagioni” araba. Nel senso che i Paesi in cui si sta diffondendo la protesta sono molto diversi tra loro. Però è indubbio che ci sono tratti comuni. La Tunisia, nel contesto arabo, è sempre stata una nazione relativamente marginale ma quando le proteste popolari hanno fatto cadere Ben Ali tutti hanno iniziato a pensare: “Se può accadere là, può accadere anche qua”. Quando poi è accaduto in Egitto, nel mondo arabo si è diffusa l’idea che “accadrà dappertutto”. Quindi gli slogan sono uguali, il clima e le idee, aiutate dalla presenza di una lingua comune, anche. Gli esiti molto variabili».
Sotto certi regimi autoritari all’opposizione c’era di tutto. Dai filo occidentali agli islamisti conservatori intenzionati a tornare alla Shari’a. Ora chi la spunterà?
«Per ora il potere è chiaramente in mano ai partiti di stampo islamico. La questione chiave però è come evolveranno le nuove costituzioni… Proteggeranno i diritti o imporranno solo un ritorno alla Shari’a? Io credo che la base di queste costituzioni sarà islamica, ma comunque dovrà esserci una trattativa. Se i fratelli musulmani in Egitto non garantiranno i diritti dei partiti laici presto la tensione tornerà a salire. L’unica via d’uscita sono il largo consenso e la tutela dei diritti dei singoli, se no l’instabilità politica prenderà il sopravvento».
E i diritti delle donne?
«Bella domanda… In Tunisia il principale partito islamico ha metà dei candidati donne. E quindi ora il Parlamento è pieno di rappresentanti donne. In Egitto la rappresentanza femminile è bassissima, anche se nelle piazze durante la rivolta le donne hanno avuto un ruolo fondamentale. Ci sono retaggi patriarcali fortissimi… La battaglia, in generale, è ancora tutta da combattere».
L’Occidente come deve muoversi? Per ora ha preso posizioni diverse, caso per caso. Basti pensare alla Libia e alla Siria…
«Dobbiamo porci obiettivi modesti. La situazione cambia molto velocemente e in modo imprevisto. Dobbiamo anche scegliere tra i nostri valori e i nostri interessi immediati. A volte scegliere i valori – come privilegiare i diritti e la democrazia – significa scontentare degli alleati. Barack Obama ha subito pressioni pazzesche quando ha chiarito che non avrebbe aiutato Hosni Mubarak… Poi la questione siriana ci sta chiarendo che siamo costretti a trattare anche con Russia e Cina… Quindi obbiettivi piccoli e concreti».
Se da un lato c’è la tentazione democratica – ma la democrazia è un’idea tutta occidentale – dall’altro in queste Nazioni resta forte il mito dell’Ummna, l’unità islamica, e la tentazione revanscista…
«Altra questione complessa. Quando vado in questi Paesi e parlo di democratizzazione la cosa viene vissuta male. Scambiano il termine per “occidentalizzazione”, pensano a Bush e alla campagna per esportare la democrazia. Ma la gente in strada chiede diritti individuali e diritto di voto, usa spesso la parola dignità… Non la chiameranno democrazia ma di fatto potrebbe esserlo. La Umma resta al centro dei piani di fanatici alla Osama Bin Laden ma di fatto è una cosa impossibile, inesistente, cancellata dalla storia… A crederci è una minoranza. La questione è questa: non far più governare le minoranze estremiste o autocratiche».
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IL SUDAN NON FA PRIGIONIERI
di Antonella Napoli, da LIMES – rivista italiana di geopolitica, (6 aprile 2012)
- Mentre Khartoum continua a bombardare i campi petroliferi del Sud Sudan, in Sud Kordofan il governatore incita a uccidere tutti i ribelli. Gli scontri in Darfur coinvolgono anche i caschi blu dell’Onu -
Ormai è guerra aperta tra Khartoum (Sudan) e Juba (Sud Sudan). Le Forze armate sudanesi del nord continuano a bombardare le regioni del sud dove si produce petrolio, accusa il ministro dell’Informazione del Sud Sudan Barnaba Marial Benjamin.
L’obiettivo è scoraggiare gli investimenti nel settore del greggio, cruciale per il paese che a luglio dello scorso anno ha proclamato l’indipendenza diventando il 54° Stato africano. I vertici del Sudan people’s liberation movement, il partito al potere, denunciano che nell’ultimo mese “la Repubblica del Sudan ha bombardato la maggior parte del territorio dello stato di Unity, compresi villaggi inermi e campi petroliferi”.
I timori che gli ultimi scontri al confine possano sfociare in un nuovo conflitto civile tra il settentrione a maggioranza musulmana e il meridione, dove vivono soprattutto cristiani e animisti, sono crescenti. Soprattutto a fronte delle minacce di esponenti importanti del governo guidato da Omar Hassan al Bashir, documentate con video circolati nelle ultime ore.
Ha suscitato particolare preoccupazione un filmato mandato in onda da Aljazeera nel quale si vede il governatore del Sud Kordofan, Ahmed Harun – già incriminato dal Tribunale penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur – arringare le truppe impegnate contro i ribelli che si contrappongono al regime sudanese, ordinando ai soldati di non fare prigionieri. Insomma di uccidere anche chi si arrende.
L’escalation di violenza degli ultimi giorni ha allarmato il dipartimento di Stato Usa che ha sollecitato entrambe le parti a cessare il fuoco.
Il confine tra Sud e Nord Sudan non è l’unico fronte aperto a preoccupare le diplomazie internazionali. Anche in Darfur, nelle ultime settimane, sono stati registrati nuovi scontri. Questa volta i tumulti sono scoppiati nella cittadina di Kabkabiya, situata a circa 130 chilometri ad ovest di El Fasher, capitale del Nord Darfur, dove i residenti si sono scontrati con la polizia per opporsi allo spostamento del mercato locale disposto da un Commissario nominato da Khartoum. La polizia ha risposto con armi da fuoco, uccidendo sul posto dieci civili, tra cui due donne, e ferendone una ventina, come riportato da Radio Dabanga.
Gli scontri sono proseguiti per alcuni giorni e l’Esercito ha colpito, con una serie di bombardamenti, l’area di Sortony village causando ulteriori vittime. Fonti locali non governative parlano di una trentina di morti e un centinaio di feriti. L’ondata di violenza ha coinvolto anche il compound dell’Onu-Ua, la missione di pace ibrida in Darfur, conosciuta con l’acronimo Unamid: una folla di oltre 200 persone ha preso d’assalto la base, credendo che vi avesse trovato rifugio il referente del governo sudanese fuggito appena sono iniziati i tumulti.
La missione di peacekeeping in Sudan ha diffuso un bollettino informando che i manifestanti, molti armati di pietre, bastoni e machete, hanno cercato di forzare l’entrata nel campo, costringendo i militari a difendersi con le armi. Sette caschi blu sono rimasti feriti e un civile, colpito da un proiettile, è morto prima di arrivare in ospedale ad El Fasher. Questo ‘incidente’ che ha coinvolto i militari mandati in Darfur per proteggere la popolazione locale ha generato la reazione rabbiosa del principale gruppo di ribelli del Darfur, il Movimento giustizia e uguaglianza (Jem), che ha emesso un duro comunicato di condanna sia per le uccisioni ad opera della polizia sudanese sia per la vittima e i feriti causati dalle forze Unamid.
Il portavoce ufficiale del Jem, Jibril Adam Bilal, ha dichiarato che il movimento ritiene l’inviato speciale dell’Onu Ibrahim Gambari responsabile delle violenze. La tensione, dunque, ha raggiunto livelli incontrollabili soprattutto perché la gente del Darfur non si fida del comando Unamid e attraverso i rappresentanti dei campi profughi ha inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta di cambiare i vertici della missione ritenuti troppo vicini al presidente del Bashir.
……………L'articolo Tante novità con PostGIS 2.0! è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.

L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano dopo lo scoppio della bomba (alle 16.37 del 12 dicembre 1969) che provocò 17 morti
Per un volta questo blog geografico si allontana dal tema che è connaturato ad esso, cioè la GEOGRAFIA (nelle sue diverse rappresentazioni dei luoghi, dei territori, descrittive e propositive); per parlare di quello che sta diventando in queste settimane un AVVENIMENTO antropologico e mediatico assai significativo: ci riferiamo all’uscita, nelle sale cinematografiche del film del regista Marco Tullio Giordana “ROMANZO DI UNA STRAGE”.
Abbiamo detto “avvenimento antropologico” perché, improvvisamente, ha risvegliato il passato di una nazione, emotivamente, dolorosamente, ricordando un accadimento che ha segnato gli ultimi 40 e più anni della nostra epoca (dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso ad oggi).
Il film parla della strage avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura (17 morti e 84 feriti) con un attentato terroristico con un bomba lì messa da gruppi neofascisti veneti; e con l’istigazione e l’appoggio di parte degli apparati dello Stato (militari, dei servizi segreti…) cosiddetti “deviati” (questa interpretazione è data dalla ricostruzione documentale, storica e giudiziaria: i veri colpevoli di fatto non sono mai stati definitivamente condannati).
Tutta la tragica vicenda che ha portato a diciassette vittime innocenti a Piazza Fontana è comunque il risultato di moltissimi fatti ed elementi assai complessi, e per la sua “lettura” il più esaustiva possibile (ancora non lo è esaustiva per nessuno) vi rimandiamo agli articoli che abbiamo inserito in questo post, che appunto tentano di darne una traduzione di quel che è accaduto e le responsabilità.
Quel che qui dobbiamo aggiungere “di nostro” è come lo spunto ideologico, e poi operativo, nel commettere la strage, provenga dal Veneto. E molto di quella terribile epopea denominata “strategia della tensione” (che dal 1969 al 1980, dai neofascisti alle Brigate Rosse, portò a 12.690 attentati con 362 morti e 4.490 feriti) “debba molto” al Veneto. A partire da Piazza Fontana: ideologi ed esecutori della strage sono, dai riscontri dei fatti, considerati i neofascisti veneti.
Pertanto il tentativo di colpo di stato (con la strategia terroristica violenta) nasce nelle “tranquille” realtà sociali padovane, trevigiane, veneziane; per poi propagarsi nei veri centri del potere economico e politico di quel momento (appunto Milano in primis: da lì si iniziò con la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in quel pomeriggio del 12 dicembre 1969).
E’ pur vero che al Veneto “nero”, fascista, di quell’epoca, ad esso si è contrapposto chi, sempre veneto, ha denunciato con coraggio quelle trame eversive: la rivelazione della pista nera fascista sulle stragi è “merito” di un professore di scuole medie (GUIDO LORENZON) di Arcade (un paesino del trevigiano) che rivelerà a un giudice (GUIDO CALOGERO) e poi a un pubblico ministero (GIANCARLO STIZ) notizie avute sui veri autori neofascisti degli attentati (mettendo in quelli anni a rischio la propria vita e dei suoi famigliari).
La “strategia della tensione” partita in quelli anni ha impedito la modernizzazione del “paese Italia”, nel senso di una democrazia matura, capace di essere uno “Stato di tutti i cittadini” (e non di “più stati” e lobby interne che si contrappongono nella conquista del potere).

da una scena del film di Marco Tullio Giordana “ROMANZO DI UNA STRAGE”
Il film “Romanzo di una strage” riapre uno squarcio salutare sul vissuto italico di quelli anni così importanti. Pur con dei limiti (nel film, nella narrazione), che appaiono paradossali, quasi inspiegabili, per un regista della levatura di Marco Tullio Giordana. La cosa più contraddittoria appare verso la fine della proiezione: si deduce che non è stata una “sola” bomba a scoppiare alle 16.37 di quel pomeriggio del 12 dicembre nella sala della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Ma ben due bombe messe in due valigette affiancate sotto un tavolo: una portata dagli anarchici (ma di debole potenza e che sarebbe dovuta scoppiare due ore dopo quando in banca non c’era più nessuno) e l’altra “neofascista” di grande potenza, fatta di dinamite, che scoppierà subito (facendo ovviamente scoppiare anche l’altra). E, in forma ancor più paradossale ed improbabile, si dice che tutti gli attentati di quell’anno e in altri luoghi a Milano e a Roma, le bombe erano sempre due… attentati alcuni riusciti e altri senza scoppi, senza conseguenze (ma in quelli non “riusciti” ci si avrebbe dovuto accorgere della “doppia bomba”?!…o no?…). Questa tesi il regista la ha ripresa da un libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli (“Il segreto di Piazza Fontana”), ed è stata completamente “smontata” da un libro di 132 pagine di ADRIANO SOFRI dal titolo “43 anni” che è stato messo dall’autore gratuitamente online su http://www.43anni.it/ (che vi invitiamo a leggere, dato il suo rigore scientifico nel parlare della tragica vicenda).
Nonostante i limiti interpretativi e narrativi del film, questo doloroso excursus storico di quella strage e quelli anni, rappresentato cinematograficamente, risulta di considerevole pregio e interesse (pertanto consigliamo di andare a vedere questo film). Una possibilità storica irripetibile (l’evento del film) per curare delle ferite nascoste della comunità italica nate in quelli anni, e che sono nel DNA comune di chi ha vissuto (seppur magari ancora bambino) quell’epoca. Ma forse ancor di più è utile e proficua, la narrazione di quegli avvenimenti, a chi è nato dopo il 1969: per conoscere e far proprio quel “peccato d’origine” nazionale irrisolto, e poter “liberare” ciascuno, specie appunto i giovani, delle energie e creatività necessarie a un futuro europeo e mondialista. (sm)
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IL FILM SU PIAZZA FONTANA. E UNA TESTIMONIANZA IN DIRETTA: LA MIA
di Mario Scialoja, da “L’Espresso.blog” del 2/4/2012 (http://scialoja.blogautore.espresso.it )
Ho visto in ritardo il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di Piazza Fontana. Le riflessioni, le critiche, le valutazioni contrapposte si moltiplicano. Come è giusto che sia.
Non sono un critico cinematografico, non mi atteggio a storico – ricercatore, una categoria inflazionata e spesso poveramente rappresentata. Ma sento il bisogno di parlare di quelle vicende che mi riguardano direttamente, mi hanno coinvolto emotivamente (come dirò) e professionalmente.
Non solo perché per anni ho lavorato all’Espresso a cronache e inchieste su Valpreda, Merlino, Delle Chiaie, piste nere, Freda e Ventura, istruttorie di Stiz e D’Ambrosio, omicidio del portiere Muraro, servizi manipolatori e manipolati, La Bruna, Giannettini, Maletti…
E su, su, fino all’ammiraglio Eugenio Henke (capo del Sid dal 66 al 70, poi Capo di Stato Maggiore della Difesa), oggi stranamente dimenticato, ma che fu il vero dominus della strategia della tensione: uomo di raccordo tra i gruppi e i servizi della destra Usa e i servizi italiani che hanno supportato e manovrato i bombaroli neofascisti. Insomma il mondo che ha ruotato attorno a Piazza Fontana e la sua lunga coda.
Dicevo che sono coinvolto non solo per gli anni dedicati a tutto questo, ma perché io c’ero. Voglio dire che c’ero nel salone della Banca dell’Agricoltura meno di cinque minuti dopo lo scoppio della bomba.
E adesso, con le immagini del film di Giordana, mi preme far tornare a galla i ricordi di quell’evento che, casualmente, mi ha coinvolto così da vicino. E darne testimonianza.
Quel 12 dicembre ero a Milano con amici romani, in vacanza. Lavoravo da un paio d’anni all’Espresso e avevo dato l’esame da professionista l’anno prima.
Verso le 16 e 10 esco da solo dalla Rinascente (sul lato di Piazza Duomo dove c’è la Galleria) per andare a fare una passeggiata turistica. All’epoca conoscevo poco Milano. Dopo un po’, quando mi trovo davanti alla facciata della chiesa, sento un boato forte, ma come un po’ soffocato. Istintivamente guardo l’ora e il mio orologio, che andava indietro, faceva le 16,35.
Mi dirigo velocemente dalla parte in cui ho sentito il botto e subito vedo persone che corrono giù lungo la strada che fiancheggia il lato destro della piazza. “E’ scoppiata la banca”, gridano alcuni.
Per pura curiosità comincio a correre in senso opposto alla gente che scappa. Tra il lato destro di Piazza Duomo e Piazza Fontana ci sono meno di 300 metri (a occhio, non ho mai controllato). Quando arrivo davanti alla pesante facciata della banca devono essere passati meno di cinque minuti dallo scoppio.
Dal portone spalancato e dalle finestrone frantumate esce ancora polvere. Non fumo.
Per terra uno strato di vetri rotti e calcinacci. Davanti all’ingresso non più di 4 o 5 persone ferme, in silenzio. Vicino a me un ragazzo con un grande grembiule bianco, forse cameriere in un bar. Ci guardiamo un attimo e, come d’intesa, entriamo nel breve ingresso che porta al salone della banca. Difficile camminare sullo strato di vetri e detriti.
La prima cosa che vedo, sul lato sinistro, per terra, è un uomo appoggiato al muro con le gambe tese. Vedendolo di lato, da destra, sembra solo accasciato. Quando mi avvicino e gli vado davanti mi accorgo che tutta la parte sinistra della faccia non c’è più, un teschio nero, carbonizzato. Un orrore che mi colpisce la pancia, ma lascia il cervello vuoto, come anestetizzato.
Faccio qualche passo dentro il salone e mi accorgo che ci sono tre o quattro persone, entrate prima di me, che si muovono lentamente guardando per terra.
Inutile descrivere la scena, è quella ben nota delle foto e anche del film arrivato adesso. Tutto frantumato, il grande buco nero al centro, fogli sparsi dappertutto. E polvere, molta polvere che copre ogni cosa.
Però io vedo anche qualcos’altro. Una gamba su un pezzo di tavolo rotto e, sotto una sedia, una mano con mezzo braccio. E’ la mano, soprattutto la mano, che mi fa capire che per me basta così. Decido di uscire. Non ricordo niente del mio tragitto verso l’esterno e neanche dove fosse finito il ragazzo col grembiule bianco.
Quando sono sulla soglia vedo arrivare la prima volante, polizia o carabinieri, non so. E, pochi secondi dopo, la prima ambulanza. Mi fermo fuori. In pochi minuti cambia tutto. Arrivano altre volanti, altre ambulanze, le macchine dei pompieri… Il piccolo gruppo di persone che si è radunato davanti alla banca viene fatto arretrare. Vengono messe le transenne.
Rimango anche io lì fuori. Ho visto, vorrei sapere cosa è stato. Passano dei minuti, non pochi, e da alcuni pompieri arrivano le prime voci. “E’ scoppiata la caldaia”. La caldaia ? “Si, la grande caldaia che stava sotto…”.
Allora giro l’angolo e vado in un bar a telefonare al giornale. Parlo col direttore, Gianni Corbi. Guarda che qui in una banca è scoppiata una caldaia, ci sono molti morti, una cosa tremenda… Sicuro che è la caldaia? chiede lui. Così dicono i pompieri. Allora stai lì, segui e fammi sapere.
Torno davanti alla banca. Quanto tempo passa prima dell’arrivo del primo mormorio riguardo alla bomba, non sono in grado di dirlo. Poi però, rapidamente, il mormorio diventa notizia. ”E’ stata una bomba”.
Ritelefono a Corbi. Della bomba ha appena dato notizia l’Ansa. Mi dice di aspettare l’arrivo di Camilla Cederna sul posto.
La Cederna arriva, gentile, un po’ concitata. Comincio a raccontare. Si accorge che sono parecchio sconvolto e mi consiglia di andare a dormire. Ci vediamo con calma domani mattina a casa mia, dice. Avremo le idee più chiare.
La mattina dopo gli faccio il rendiconto completo. Mi spiega che il direttore aveva deciso che fosse lei a scrivere il pezzo e che doveva citare il mio racconto come testimonianza.
Così è stato. Al momento mi seccai del fatto che il direttore avesse deciso di mettere tutto in mano a Camilla. Poi, capii che aveva avuto ragione, ero ancora giornalista considerato di primo pelo e, soprattutto, troppo coinvolto emotivamente. Comunque, negli anni successivi, ho avuto ampiamente modo di dedicarmi alla materia.
Adesso due parole sul film. Nel complesso non mi è dispiaciuto e trovo la drastica stroncatura fatta da Goffredo Fofi decisamente eccessiva. Giordana e gli sceneggiatori Rulli e Petraglia hanno fatto uno sforzo per sintetizzare vicende ampie, complesse, intricate, diramate in cento rivoli. Non era facile e, a volte, hanno risolto i problemi muovendosi in superficie e lasciando nell’ambiguità alcuni risvolti.
Ma i veri difetti del film a mio avviso sono due.
Il primo è di aver idealizzato eccessivamente la figura del commissario Calabresi. Presentandolo come un poliziotto gentiluomo che soccorre i giornalisti pestati dai celerini. Non era esattamente così. Si può capire la voglia di riabilitare la figura del commissario e di umanizzare il personaggio protagonista, ma qualche eccesso poteva essere evitato.
Ma il difetto più serio è che tra tutti i libri e le inchieste sulle bombe del 12 dicembre e dintorni che Giordana poteva trovare come filo conduttore (”liberamente ispirato da…”) sia andato a scegliere proprio il peggiore. Quello di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, pieno di inesattezze, forzature, scenari immaginari spacciati per verità accertate.
Come la fantasiosa versione della doppia bomba (”buona” quella anarchica e “cattiva” quella fascista), della doppia borsa, del doppio taxi… Un’amenità che Adriano Sofri, nel suo istant book “43 anni” già pubblicato on line, si fa carico di distruggere meticolosamente.
La sceneggiatura del film ha tentato di attenuare un po’ questa versione fantastica, presentandola come scenario possibile e verosimile. Sta di fatto che, purtroppo, chi vede il film senza essere un esperto di piste nere e stragi di stato (cioè il 99 per cento delle persone) si fa l’idea che quella fantasia sia l’esatta versione dei fatti.
E questo non è certo un buon risultato, soprattutto per i giovani che, nelle intenzioni del regista, dovrebbero uscire dalla sala almeno un poco informati su uno dei più drammatici periodi della nostra storia.
Aggiungo, per chi ha visto il film e può capire, che quando sono stato nel salone della Banca dell’Agricoltura pochi minuti dopo lo scoppio non ho sentito nessun odore di mandorle amare. Solo odore, e sapore, di polvere e calcinacci. (Mario Scialoja)
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LA REPUBBLICA DELLE TENEBRE. SE IL CINEMA CERCA LA VERITÀ
di GIANFRANCO BETTIN, da “il Mattino di Padova” del 28/3/2012
Si svolge a Padova una delle prime scene di Romanzo di una strage il film di Marco Tullio Giordana sull’attentato alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, che fece diciassette morti e ottantaquattro feriti.
Vi si vede l’acquisto, da parte dei neofascisti padovani guidati da Franco Freda, dei timer per le bombe usate negli attentati che nel 1969 scuoteranno il paese in un crescendo impressionante, dalla bomba contro lo studio del rettore padovano Opocher a quelle su otto treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto fino, appunto, a piazza Fontana.
Altri luoghi della nostra regione trovano posto nel film e in questa nera, feroce storia di potere cinico e di delirio ideologico. Mestre e Venezia, in primo luogo, dove in quegli anni ha sede il gruppo che resta più a lungo segreto, Ordine Nuovo di Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, tuttora sotto processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974 e già imputati e assolti, dopo alterne vicende, per piazza Fontana, e poi Treviso e Castelfranco, con il gruppo di Giovanni Ventura.
A questo gruppo veneto, la sentenza definitiva della Cassazione riconosce la responsabilità operativa della trama culminata con la strage del 12 dicembre, anche se, assolti in precedenti processi, Freda e Ventura non possono più essere giudicati mentre per gli altri protagonisti non è stato possibile dimostrare in tribunale la specifica responsabilità.
Ma è quello il contesto locale della strage. Come lo è di coloro che per primi hanno intuito qual era la pista giusta e l’hanno seguita, tra mille ostacoli, depistaggi e persecuzioni. Sono il commissario Pasquale Juliano della questura di Padova, che segue da subito la pista di Freda, e verrà prima sospeso dal servizio con accuse false e quindi allontanato da Padova fino a lasciare la polizia, e il portinaio ed ex carabiniere padovano Alberto Muraro, fatto precipitare nel vano scala del condominio in cui prestava servizio e dove aveva visto qualcosa che non doveva vedere e che aveva accettato di testimoniare.
Sono i magistrati Pietro Calogero e Giancarlo Stiz della procura di Treviso (e il fedele collaboratore, il maresciallo dei carabinieri Alvise Munari) che, con pochi mezzi e tra diffidenze e boicottaggi, indagano tenacemente sulla pista nera, e il trevigiano Guido Lorenzon, amico di Ventura che da una sua spavalda confidenza capisce che è implicato nella strage di Milano e si reca in Procura a raccontarlo e finirà a sua volta minacciato, dileggiato, ma terrà fede alla verità.
Se li avessero ascoltati e aiutati la nostra storia sarebbe stata diversa. Sono, costoro, l’altra faccia della società civile e delle istituzioni, che consentirà di resistere all’assalto più pericoloso sferrato contro la democrazia e infine, sia pure a prezzo di ferite e compromessi, di prevalere.
C’è una scena cruciale, nel film di Giordana, al quale va anche il merito di aver illuminato questo aspetto finora rimasto in ombra: è il drammatico colloquio al Quirinale, subito dopo la strage, tra il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il ministro degli esteri e leader della Dc Aldo Moro.
Moro ha capito tutto della strage e della trama nera, come Saragat, ma ha reazioni diametralmente opposte a quelle del capo dello Stato, che intende cavalcare la paura del disordine, alimentando la tesi della pista rossa o anarchica che, sulla scia delle grandi mobilitazioni operaie e studentesche dell’”autunno caldo”, può dare la spinta finale alla richiesta d’ordine che sale da settori importanti della società italiana e incontra l’adesione di parte dell’amministrazione degli Usa (e degli apparati Nato e Cia, soprattutto quelli presenti in Italia e in diretta relazione con i nostri servizi segreti e con gli altri apparati di sicurezza, in particolare con l’Ufficio affari riservati del Ministero degli Interni, guidato da Federico Umberto d’Amato, personaggio chiave e descritto benissimo nel film).
Lo scontro tra Moro e Saragat è una delle scene chiave e più inquietanti del film e della nostra storia contemporanea. Romanzo di una strage ha il merito di illuminarlo nitidamente e quanto più lo illumina tanto più ci appare chiaro che la nostra repubblica ha un cuore di tenebra, fin dalle origini.
Pulsando oscuramente ha ordito intrighi, delitti, stragi, ha impedito una piena democrazia. La strage di piazza Fontana e l’opera sistematica di depistaggio che, tra Veneto, Milano e Roma, ne ha coperto i mandanti e gli autori, sono il punto di incrocio tra diverse dimensioni palesi e occulte della politica e delle istituzioni nel contesto della “guerra fredda” della seconda metà del XX secolo.
Con la fine del “socialismo reale” e con l’avvento di altri conflitti, questo lato oscuro dello stato ha lavorato per cancellare le tracce del lavoro sporco e sanguinoso dei decenni precedenti, quelli appunto della “guerra fredda”, e per assicurare l’impunità ai responsabili (nel frattempo, nuove complicità si andavano intessendo con antichi o recenti alleati del potere, come le mafie vecchie e nuove, e con nuovi spregiudicati circoli affaristici e criminali).
Come raccontare una tale storia, soprattutto ai più giovani, ma come raccontarla a noi stessi, cittadini di questa repubblica comunque irrinunciabile, che l’eroismo civile, la politica più nobile e il migliore giornalismo hanno difeso dal peggio del Novecento?
Non ci sono sentenze che la certifichino tutta, che dicano i nomi dei colpevoli, anche se quelle emanate, definitive, fissano almeno il perimetro di quella “zona oscura”. Da quelle sentenze, dalle indagini che le hanno rese possibili, e da certe inchieste giornalistiche come da certi studi storici, si può incominciare a ricostruire una verità plausibile. Il suo disvelamento, oggi, può forse assumere con efficacia anche la forma della narrazione. E’ questa la sfida che il film di Giordana si propone. (Gianfranco Bettin)
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CALOGERO E LA PISTA NERA DI VENTURA
di Enzo Favero, da “la Tribuna di Treviso” del 16/3/2012
NERVESA DELLA BATTAGLIA – «Era il giorno di Santo Stefano del 1969 e al cimitero di Gaiarine, dove mi ero recato per assistere alla mia prima autopsia, ho avuto il primo incontro con Guido Lorenzon che mi ha raccontato delle confidenze che gli aveva fatto Giovanni Ventura e che gli avevano fatto pensare che fosse implicato nella strage di piazza Fontana».
Così ha avuto inizio l’inchiesta trevigiana sulla pista nera: quella di Freda e Ventura. Lo ha raccontato il procuratore Pietro Calogero l’altra sera in una gremitissima sala parrocchiale. Sono state tre ore di ricostruzione storica, di analisi sulle trame eversive e sulla strategia della tensione, sull’attività degli apparati deviati dello Stato.
«Tutto era nato pochi giorni prima, quando al sostituto di turno al tribunale di Treviso si era presentato l’avvocato coneglianese Alberto Steccanella a dire che un suo cliente aveva delle cose da raccontare sulla strage alla Banca dell’Agricoltura. Ma voleva un incontro privato, non in tribunale».
Erano i giorni in cui a Milano e a Roma battevano la pista degli anarchici. Ci fu il primo incontro al cimitero di Gaiarine, il secondo in un pianobar a Spresiano il 31 dicembre, il terzo invece in tribunale anche se Guido Lorenzon era titubante. E tuttavia aveva poi messo a verbale quanto aveva appreso da Giovanni Ventura, del «libretto rosso» che sembrava ricalcare quello maoista ma propagandava una ideologia di destra. Poi la voglia di ritrattare perchè non era sicuro e non voleva mettere nei guai un amico senza avere la certezza che avesse a che fare con quella strage, nonostante Calogero gli avesse detto che in quel caso sarebbe stato indiziato per calunnia. Infine la decisione di confermare.
«Ha prevalso e non poteva essere altrimenti – ha spiegato Guido Lorenzon – il senso della giustizia e della legalità. Ero titubante a mettere a verbale perché nella mia mentalità di veneto, una volta date le indicazioni, dovevano essere giudici e poliziotti a trovare conferme e verità».
Rievocato anche un episodio chiave che ha fatto capire come ci fosse la regia di apparati deviati dello Stato: la scoperta di una cassetta di sicurezza intestata alla madre di Giovanni Ventura al cui interno erano stati trovati documenti del Sisde in cui si parlava «di una strategia, appoggiata anche da stati esteri, per arrivare a sostituire i governi di centro-sinistra con governi centristi». (e.f.)
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LORENZON IN SALA: «QUESTO FILM NON È LA VERITÀ»
- Romanzo di una strage, il testimone: «La bomba è nata in Veneto ma non lo si dice. Caratteri distorti e forzature» -
di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 31/3/2012
L’appuntamento è a Treviso, al cinema Corso. A pochi passi da dove tutto è cominciato. Nello spazio di cento metri c’erano la Galleria del libraio, il magazzino dov’erano custoditi armi e documenti, la trattoria dove andavano a mangiare insieme, il parcheggio dove parcheggiavano la Bmw e la Mini Minor.
Luoghi dove Giovanni Ventura discuteva con lui di Evola e bombe sui treni, di Pound e timer per esplosivi, di Celine e pistole e fucili.
Guido Lorenzon, «il testimone», è teso e rigido, come ogni volta che piazza Fontana ritorna dal fiume carsico dei processi, delle sentenze, dei libri, dei protagonisti che scompaiono con i loro frammenti di verità. Quando morì Ventura, ad esempio, lui si chiuse in silenzio. Questa volta accetta, non senza molte resistenze, di vedere Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana insieme a noi. E saranno due ore di emozioni e rabbia, inseguendo ancora una volta la scia di un incubo che dal 1969 non lo ha mai abbandonato.
«Mi sono chiesto un milione di volte se lo rifarei, ma la risposta è sempre stata la stessa: sì». Con un po’ di malizia in più, avrebbe trasformato la sua vita di testimone in carriera politica o letteraria. Lui ha continuato a fare l’insegnante di scuola media e l’addetto stampa nel mondo economico. Nella città dove, grazie alla testimonianza di questo insegnante di francese, è partita la pista che ha portato a ricostruire la verità sulla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, al cinema siamo in nove.
Nella prima sequenza c’è Prato della Valle, unica concessione vera allo sfondo veneto di questa vicenda. Franco Freda che ordina cinquanta timer usati per la bomba. Giovanni Ventura, interpretato da Denis Fasolo, è la prima delusione: un capellone impulsivo e spavaldo, che parla veneto come appena uscito da una balera. «Ventura non era così – sussurra Lorenzon – parlava lentamente e in italiano. Era calmo e glaciale».
Anche Lorenzon, interpretato da Andrea Pietro Anselmi, è dipinto dentro a un discutibile cliché del veneto pavido e ignorante. L’impatto, insomma, non è positivo. L’umore peggiora quando il regista mostra Ventura che blandisce Lorenzon sulla propria tesi di laurea. E più tardi quando Freda lo piglia per il collo rimproverandolo per essersi rivolto alle «guardie».
«Due scene che semplicemente non corrispondono assolutamente alla verità: non sono mai avvenute» sibila dritto sulla poltroncina. L’impressione migliora quando il regista indugia su alcuni aspetti: la strategia della tensione, le infiltrazioni dei servizi, l’atteggiamento degli apparati dello Stato.
Più che su piazza Fontana, è un film sulla figura del commissario Luigi Calabresi e sul suo rapporto con Giuseppe Pinelli (la moglie Licia è una grande Michela Cescon). Guido Lorenzon si commuove, impreca sotto voce, si lascia sfuggire qualche commento. Davanti alla scena dei funerali di Stato per le vittime esclama: «Quest’immagine di piazza Duomo gremita da migliaia di persone ha salvato l’Italia. La vidi alla media di Arcade, dove insegnavo, perché un bidello portò una televisione e sistemò un’antenna di fortuna. La sera andai a trovare l’avvocato Steccanella».
Il volo dalla finestra di Pinelli e le rabberciate ricostruzioni dei questurini fanno sorridere, tanto sono improbabili: «L’Italia era spaccata, ma certamente era difficile credere a una versione del genere».
E aggiunge, davanti alla scena della madre di Pinelli che cerca il figlio all’ospedale in un ventaglio di medici che scompaiono: «Bella questa, perché rende l’idea, in fondo, dell’isolamento di chi cerca la verità».
Il film esalta la figura di Giancarlo Stiz, giudice istruttore a Treviso, che non si arrende all’archiviazione del fascicolo e, per primo, fa arrestare Giovanni Ventura e Franco Freda dando il via, appunto, alla «pista di Treviso». «Sa, le registrazioni sono state trascritte da un carabiniere di Alcamo, come faceva a capire il dialetto della Marca trevigiana?» fa dire il regista a Stiz che va a casa di Lorenzon.
Ma alla fine la delusione c’è tutta: «Più inutile o dannoso?» insiste il cronista. «Dannoso. Perchè non ricostruisce la verità ma insiste sulla pista anarchica, sulla presenza di due bombe nella banca: una che doveva scoppiare a banca chiusa e l’altra messa dai servizi segreti. Perché, pur avendo tutti i riscontri giudiziari, non dice che la bomba è nata nel Veneto e portata dal Veneto a Milano».
«C’è una fetta delle vicenda che conosco molto bene – conclude Guido Lorenzon –:è la sorgente trevigiana della strategia della tensione e le indagini dei magistrati Calogero e Stiz. Voglio confermare che questo film non racconta la realtà dei fatti. La verità, per quanto incompleta, sta scritta negli atti giudiziari ed è quella che va raccontata alle giovani generazioni. Freda e Ventura sono stati protetti dai depistaggi ma alla fine la Cassazione ha chiuso dicendo che sono i responsabili della strage». E Lorenzon li ha denunciati. (Daniele Ferrazza)
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UN FILM SECCO E PUDICO CHE METTE MANO (E CUORE) SU UNA DELLE PAGINE PIÙ TRAGICHE DELLA NOSTRA STORIA RECENTE
di Marzia Gandolfi, da http://www.mymovies.it/
Milano, dicembre 1969. Giuseppe Pinelli è un ferroviere milanese. Marito, padre e anarchico anima e ispira il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa. Luigi Calabresi è vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano. Marito, padre e commissario segue e sorveglia le opinioni politiche della sinistra extraparlamentare. Impegnati con intelligenza e rigore su fronti opposti, si incontrano e scontrano tra un corteo e una convocazione.
L’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, in cui muoiono diciassette persone e ne restano ferite ottantotto, provoca un collasso alla nazione e una tensione in quella ‘corrispondenza cordiale’. Convocato la sera dell’attentato e interrogato per tre giorni, Pinelli muore in circostanze misteriose, precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi. Assente al momento del tragico evento, il commissario finisce per diventarne responsabile e vittima.
Perseguitato con implacabile risolutezza dagli esponenti di Lotta Continua, ‘implicato’ dalla Questura e abbandonato dai ‘dirigenti’, continuerà a indagare sulla strage, scoprendo il coinvolgimento della destra neofascista veneta e la responsabilità di apparati dello Stato. Una promozione e un trasferimento rifiutati confermeranno la sua integrità, determinandone il destino.
È un film secco e pudico quello di Marco Tullio Giordana che mette mano (e cuore) su una delle pagine più tragiche della nostra storia recente. Come e insieme a “Pasolini. Un delitto italiano”, Romanzo di una strage è un film sulla morte, sulla morte al lavoro. Il regista milanese affronta una delle stragi più devastanti e destabilizzanti della nazione e vi cerca dentro il ‘senso’ della vita di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, assieme ai segni e alle tracce della nostra prematura morte civile.
Perché in Piazza Fontana, sull’asfalto della questura di Milano e in Largo Cherubini non sono morti solo loro. In quella terra di nessuno della coscienza e della memoria sono caduti anche i sogni e le speranze degli anni Settanta.
Nella notte di Giordana, come in quella di Bellocchio, si muove la generazione che ha ucciso due padri e non è riuscita ad assumere e a fare propria la loro storia. Potenzialmente popolare, il cinema di Giordana prova ancora una volta a superare le rigidità ideologiche e a recuperare l’umanità del gesto, ricostruendo l’Italia di allora con scrupolo filologico (e giuridico) di grande rigore.
Asciutto come un giallo ed essenziale come un courtroom drama, Romanzo di una strage dimostra con l’eloquenza dei fatti che non c’è stata giustizia e che la Legge dei tribunali si risolve troppo spesso in un’opera di rimozione.
Pronto a reinventare per il grande schermo paure e passioni, Giordana ribadisce la sua assoluta predilezione per il melodramma (lirico), di cui elude l’emotività iperbolica ma assume i ‘movimenti’ musicali. L’opera, che accompagna la narrazione ‘in atti’ e viene dichiarata ‘in scena’ da un burocrate, è l’ “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti.
Come la regina inglese, consorte ripudiata e ‘spinta’ alla morte da Enrico VIII, Pinelli e Calabresi sono figure autenticamente tragiche, profondamente maltrattate, profondamente dolenti eppure sempre dignitose e nobili. Abile a scardinare l’omertà e a rompere pesanti silenzi, il regista ‘esplora’ la materia drammatica di una nazione, guidando lo spettatore con assoluta empatia nella sofferenza di due uomini ostinati e contrari.
Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi hanno rispettivamente il volto di Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea, sorprendenti nel sottrarsi al rischio corso da un attore chiamato a interpretare un personaggio reale. Nessuna mimesi o impudica spavalderia nelle loro performance, piuttosto frammenti, intuizioni, visioni parziali di quei corpi nel teatro di un delitto senza castigo.
‘Romanzato’ da Rulli e Petraglia e agito in pomeriggi declinanti e in interni da cui si esce in qualcosa che non sembra il mondo ma solo un altro interno, Romanzo di una strage semplifica, ‘interpreta’ e agevola (la comprensione di) una strage impunita.
Nell’assurda e crudele immodificabilità delle cose, a due mogli-madri (Licia Pinelli e Gemma Calabresi nell’interpretazione misurata e composta di Michela Cescon e Laura Chiatti) appartiene altrimenti lo smottamento di tenerezza, restituito con una sciarpa calda e una cravatta bianca. (Marzia Gandolfi, da http://www.mymovies.it/)
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PIAZZA FONTANA, D’AMBROSIO: “SU QUELLA STRAGE C’È UNA VERITÀ STORICA”
da Il Fatto quotidiano dell’1 aprile 2012
Il giudice istruttore che indagò a Milano sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli dà ragione alla versione che Adriano Sofri racconta nel suo libro “43 anni” e che invece confuta le teorie espresse nel volume da Paolo Cucchiarelli.
Tesi a cui si è ispirato “liberamente” anche l’ultimo film di Marco Tullio Giordana. “La pellicola – come ha detto il figlio del commissario Calabresi – lascia i fatti in una nebulosa come se non ci fosse nessun fatto certo”
Gerardo D’Ambrosio, il giudice istruttore che indagò a Milano sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e sulla “pista nera” per la strage di piazza Fontana, ha letto tutto d’un fiato il nuovo libro di Adriano Sofri.
“Questa volta Sofri ha proprio ragione”, dice. Il libro, 132 pagine, s’intitola “43 anni”, è disponibile online in rete (scarica il volume) ed è una dura confutazione delle tesi espresse da Paolo Cucchiarelli nel suo volume “Il segreto di piazza Fontana”, da cui è “liberamente ispirato” il film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana.
“Ha ragione Sofri”, spiega D’Ambrosio, “perché il libro di Cucchiarelli è pieno di balle enormi, ripropone e cuce insieme elementi e ipotesi che noi avevamo già escluso dopo le nostre indagini: le responsabilità nella strage dell’anarchico Pietro Valpreda, ma anche di Pino Pinelli”. Tesi centrale del libro di Cucchiarelli, la doppia bomba: “Una intenzionata a fare il botto”, sintetizza Sofri, “l’altra a fare morti”.
La prima, dimostrativa, messa il 12 dicembre 1969 nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura da Valpreda, la seconda dai fascisti con la copertura dei servizi segreti. “Il film”, continua Sofri, “avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe innocue, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che raddoppiano bombe fasciste”.
“Ipotesi aberranti”, conferma D’Ambrosio. “Quella di Cucchiarelli è la riproposizione quarant’anni dopo della teoria degli opposti estremismi. Che noi magistrati di Milano non volemmo seguire: e allora ci scipparono l’inchiesta, mandandola più lontano possibile, a Catanzaro”. “No, non c’era anche una miccia, nella bomba di piazza Fontana. Ma ve lo vedete, l’anarchico con i capelli lunghi che entra in banca e accende la miccia (che fa luce, fumo e puzza) e poi esce tranquillo? C’era un timer, questo sì, uno di quelli che noi scoprimmo comprati personalmente a Bologna dal neonazista Franco Freda.
È una falsità assoluta anche la storia dei due taxi. Il secondo di cui parla Cucchiarelli era quello, preso in via Cappuccio, non da un sosia di Valpreda (Claudio Orsi, dice, ma il suo alibi fu verificato!), bensì da una fotomodella ventitreenne, Gunhild Svenning che, come scrive Sofri, andò in banca a cambiare un assegno di 35 mila lire avuto in compenso del suo lavoro.
Al tassista Cornelio Rolandi, che aveva trasportato una persona elegante con il cappotto, fu poi fatto riconoscere Valpreda in un confronto all’americana molto discutibile. Il tassista fece pochi metri, da piazza Beccaria a via Santa Tecla. Lì (e non davanti alla banca) aspettò il cliente, che dunque non vide neppure entrare nell’edificio, che era dietro l’angolo. Il tragitto era così breve che certo il trasportato non ebbe il tempo di preparare la bomba: aprire la borsa, estrarre la cassetta metallica, caricare il timer, poi richiudere tutto…”.
D’Ambrosio continua: “Ma se tutte le bombe erano doppie, avrebbero dovuto esserlo anche le due trovate non esplose nell’agosto 1969 sui treni: per quelle (come per le altre decine scoppiate nei mesi prima di piazza Fontana) sono stati condannati i neri Franco Freda e Giovanni Ventura”. Anche Pinelli sapeva delle bombe, scrive Cucchiarelli, e ha passato il pomeriggio del 12 dicembre in modi “indicibili”. (“Il film di Giordana se ne guarda”, commenta Sofri, “risparmiandosi così la calunnia postuma”).
“Ma è una balla enorme”, insorge D’Ambrosio, che ha processualmente liberato il commissario Luigi Calabresi da ogni responsabilità per la morte dell’anarchico. “Pinelli in questura ha raccontato che cosa ha fatto quel giorno e ha detto la verità. Se ha taciuto di aver incontrato Nino Sottosanti”, spiega D’Ambrosio, “è solo per non indebolire la testimonianza che questi aveva appena fatto in favore di un anarchico. Alla fine, condivido il giudizio di Mario Calabresi, direttore della Stampa”.
Il figlio del commissario ha dichiarato che il film lascia i fatti “in una nebulosa oscura. Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia. Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiano che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’Ufficio affari riservati”.
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Luigi Calabresi, marco tullio giordana, piazza fontana,
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LUCARELLI SU PIAZZA FONTANA: «MA QUALE DOPPIA BOMBA»
Lo scrittore smentisce la tesi del film di Giordana (VIDEO): «Nessuna prova, si rischia di oscurare la verità»
di Oreste Pivetta, da “L’Unità” del 1/4/2012
«Il 12 dicembre 1969, alle 16,15 in piazza Fontana non arrivò soltanto Nino Sottosanti. I taxi che arrivarono furono due, i tassisti furono due, i viaggi furono due, i passeggeri furono due, e per uno strano caso tutti e due i passeggeri vennero ricordati, tutti e due i tassisti si presentarono, ma Cornelio Rolandi fu dei due quello che si presentò per primo e rese inutile la testimonianza del secondo tassista».
Sono poche righe tratte dal libro di Paolo Cucchiarelli, un libro pubblicato nel 2009, da Ponte alle Grazie, Il segreto di Piazza Fontana. Il segreto è proprio lì: nel doppio. Doppia bomba, doppio attentatore, doppio taxi, doppio autista. Una sola testimonianza, quella di Cornelio Rolandi. Una rivelazione, nel solco di una storia che comincia con la bomba, che continua con la morte di Pino Pinelli, con l’uccisione del commissario Calabresi, con la fine di Aldo Moro, nel solco dei «doppi estremismi».
Il trailer del film: VIDEO
Credibile? Lo chiediamo a Carlo Lucarelli, scrittore, autore soprattutto di una storia di Piazza Fontana, un docu-film (insieme con Giuliana Catamo). A Lucarelli toccò d’essere tra i primi a leggere il libro di Cucchiarelli (che presentò pubblicamente, con «dichiarato contrasto con l’autore», ricorda oggi).
Credibile o no, dunque?
«Già molti hanno smentito la fondatezza di una simile versione. In generale, è accaduto che a proposito di una vicenda come quella di piazza Fontana si siano costruite negli anni, e sono quarant’anni, una verità storica e una verità giudiziaria. Può succedere che qualcuno si provi a smentirle, magari sulla base di una voce anonima o di chissà quale imprevedibile documento riemerso da chissà quale cassetto».
Come è capitato di recente per misteriosi e futuri attentati vaticani…
«Cucchiarelli, nel caso di Piazza Fontana, non è stato l’unico. Peccato che la sua tesi sia sostenuta dal nulla o quasi di una voce anonima, smentita dalla mancanza di altri documenti e persino da quella logica e da quel buon senso che dovrebbe guidare le azioni e la loro interpretazione: perché mai servizi segreti internazionali avrebbero dovuto ricorrere ad una simile tattica per compiere quella strage, perché mai inventarsi le due bombe. Cucchiarelli sostiene che questa ipotesi darebbe spiegazione ai buchi, alle incertezze che lui rileva nelle indagini, ai depistaggi, agli inquinamenti possibili. Ma questo è un “a posteriori” inaccettabile: prima la teoria della doppia bomba, poi la giustificazione tra le pagine dell’inchiesta».
In realtà circolò a un certo punto la voce di Valpreda fattorino inconsapevole di una bomba di morte, mentre pensava ad un attentato dimostrativo e basta… Voce, peraltro, con scarsissimo seguito.
«Sono pienamente convinto dell’innocenza di Valpreda e siamo da capo: quali documenti a sostegno?».
Viene da chiedersi perché un film che nasce con l’ambizione di rappresentare la storia, ricostruita peraltro con cura in molte parti, accetti alla fine di sostenere una così mal fondata «verità»?
«Lo vorrei chiedere al regista, autore di ottimi film, e agli altri sceneggiatori, Rulli e Petraglia, di lunga esperienza. Vorrei incontrare Giordana per chiederglielo. Perché si è assunto una responsabilità così grande nel raccontare non un episodio qualsiasi, ma un momento fondamentale, di svolta, nella nostra storia del secondo novecento. Che si sia persa o meno l’innocenza, allora. Perché moltiplicare ambiguità, quando di quella strage, e di alcune delle sue conseguenze, si sa moltissimo, molto di più di quanto si sappia per qualsiasi altra strage, documenti, testimonianze, sentenze passate in giudicato, immagini».
Sì, ci sono anche le immagini, quelle vere, di fortissima comunicazione, come quelle che hai usato per la tua ricostruzione. Come quelle dei telegiornali dell’epoca con Vespa in primo piano.
«Immagini che parlano moltissimo, anche attraverso particolari che paiono irrilevanti: Vespa, ad esempio, che annuncia la colpevolezza di Valpreda, il “mostro”, mentre si leggono insofferenza e perplessità sul volto di un funzionario di polizia sullo sfondo, oppure ministri e generali intimiditi che testimoniano in un’aula di tribunale a Catanzaro, a colpi di “non so”, “non ricordo”. Tuttavia, chi immagina una fiction ha l’ambizione di ricostruire le scene e ne ha tutto il diritto. Però nel caso della storia, e di una storia così dentro ancora la nostra coscienza, la responsabilità è enorme. La narrazione, anche quella cinematografica, diventa a sua volta documento nelle mani di chi non c’era o di chi non ha capito e vuol capire».
Una domanda circolava appunto dopo la visione del film: che cosa potrà capire un ragazzo d’oggi?
«C’è il rischio di oscurare verità storiche che sono state accertate: che la bomba fosse fascista, che corpi dello stato avessero tramato. Per questo di storie così ci si dovrebbe occupare con estrema delicatezza». (Oreste Pivetta)
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dal “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974
COS’È QUESTO GOLPE? IO SO
di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. (Pier Paolo Pasolini)

L’arcivescovo di Padova ANTONIO MATTIAZZO tratteggia in tono preoccupato la realtà che lo circonda: «Colgo smarrimento, pessimismo, paura del domani. Il benessere che nega e irride i valori sta generando infelicità. Si privilegiano l’edonismo e il materialismo, così la vita diventa senza senso. Ieri una donna mi ha inviato una mail che inizia con due parole: “Sono disperata”. Cos’è questa corsa ai maghi, al fitness, alle lotterie? Non ci si sposa per timore delle responsabilità, non si crede nell’amore, si tiene una porta aperta per scappare...»(Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 27/1/2012)
IKEA (che tutti conoscono) è un’azienda multinazionale fondata in Svezia e avente sede nei Paesi Bassi, specializzata appunto nella vendita di mobili, complementi d’arredo e altra oggettistica per la casa. Sta pure diventando (lo è sempre stata) un “luogo per andarci” (anche a mangiare: cucina etnica nordeuropea, ma non solo). Ha attualmente 258 centri di vendita in 37 paesi, gran parte dei quali in Europa, ma anche negli USA, in Canada, in Asia e in Australia. In Italia i centri Ikea sono 19, ma presto ce ne saranno molti altri.
Indubitabile che Ikea rappresenti un modo innovativo di vendere/comprare mobili per la casa: di buona qualità, belli, moderni, che si possono scegliere o non scegliere con calma, e a prezzi non elevati. Inoltre Ikea si serve spesso per la loro produzione del “conto lavorazione” di mobilifici e fabbriche locali (pertanto un marketing commerciale cui niente è da dirsi, almeno da quel che si sa).
E’ interessante il “fenomeno Ikea”, come fenomeno commerciale. Nel suo propagarsi nei territori interessati (quasi sempre vicino a un casello autostradale, cioè in luoghi raggiungibili abbastanza velocemente anche da lontano, cercando di non creare problemi aggiuntivi al traffico locale). Non interessa qui il “fenomeno” dei consumatori che fanno la fila, che invadono questi centri del mobile (perché non dovrebbero farlo? vista la convenienza…). Parliamo dei sindaci, dei comuni interessati alla “proposta Ikea” di fare un nuovo centro nel loro comune (naturalmente, lo ribadiamo, sempre vicino a uno svincolo autostradale di grande comunicazione, e con la promessa del Comune di autorizzare rotatorie e quant’altro serva alla funzionalità del “luogo Ikea”).
Vi facciamo l’esempio della proposta di “parco commerciale” dell’Ikea a Casale sul Sile (un piccolo comune di 27 Kmq. con circa 11.000 abitanti che si trova nella cintura urbana della città di Treviso): un’area “Ikea” di 420 mila metri quadrati all’entrata del casello di Preganziol del Passante di Mestre, 200 milioni di investimento e 1300 posti di lavoro garantiti. La decisione finale sull’apertura del punto vendita, che ha suscitato in questi mesi un vivace dibattito politico, spetta agli enti pubblici, Regione in primis (e la Provincia di Treviso di fatto è d’accordo per l’apertura). I contrari sono i commercianti (il loro slogan dice: “ogni posto di lavoro della grande distribuzione ne porta via tre al piccolo commercio) e chi, come gli ambientalisti, fa notare che altri 40 ettari di terreno (più tutto il sistema della nuova viabilità) è un duro colpo a un’area con spazi verdi sempre più residui. Sta di fatto che il “sistema Ikea” è vincente e funziona, perché viene “certificato” dai consumatori che lo apprezzano, cioè “ci vanno in quei centri commerciali” (appunto perché piacciono come luoghi, e forse per qualità e convenienza dei suoi prodotti) (e dovunque Ikea chiederà, nel Nordest e in Italia, altri centri si faranno di sicuro).
Quel che qui ci interessa è la debole presenza, nella decisione se concedere o meno l’autorizzazione, di autorevoli interlocutori pubblici locali: i COMUNI (che vogliono restare piccoli) non possono che vedere come “un miracolo” l’arrivo di qualcuno che porterà a loro qualche soldo in più nel magro bilancio. E il possibile arrivo dell’Ikea a Casale sul Sile, per l’esempio che abbiamo fatto, è la cosa più importante di tutte nel dibattito tra candidati sindaci di quel piccolo comune trevigiano alle elezioni del 6-7 maggio prossimo (ovvio che sia così). E poi interessa capire il perché il SISTEMA ECONOMICO VENETO, così capace di pensare alla sua sopravvivenza e sviluppo (andando all’estero, all’inizio in Romania, poi in Cina e adesso in altri posti del mondo come NordAfrica, Serbia…), non ha potuto inventarsi lui, per i suoi mobilifici, per i suoi prodotti, un “sistema Ikea”, per il Nordest, ma anche per esportarlo dovunque (cioè gli svedesi son stati ben più bravi…).

PADOVA EST e il CENTRO IKEA - “IL NORDEST NON C’È PIÙ, HA RESISTITO TRENT’ANNI E POI SI È DISSOLTO,(…) aveva trovato la propria strada allo sviluppo e al benessere senza l’economia di Stato, i grandi capitali, le metropoli, le multinazionali; anzi DECENTRANDO IL LAVORO IN UNA FILIERA DI PICCOLE IMPRESE che dividevano rischi e proventi conservando una straordinaria flessibilità, piuttosto condividendo l’esperienza manifatturiera nella organizzazione territoriale dei “DISTRETTI”: ogni paese si specializzava in un prodotto (…) Qui si lavorava diversamente: non si erano ingrossate le città e neppure si era trasferita la gente. LE FABBRICHE NASCEVANO DI FIANCO, ATTORNO AI PAESI, QUASI MESCOLANDOSI AGLI ORTI E ALLE CASE, ALLE STALLE E AI CAMPI, in un intreccio senza soluzione di continuità. (…) POI IL MONDO È CAMBIATO: per un verso LA GLOBALIZZAZIONE ha aperto nuovi mercati e offerto opportunità di delocalizzazione, (…) ha progressivamente VANIFICATO LA FORZA DEI DISTRETTI e reso indispensabili l’aggregazione in soggetti più grandi e più forti (la medio-impresa) rendendo necessari servizi finanziari e competenze di progettazione e di marketing finora non percepite (…)”(CESARE DE MICHELIS – Il Corriere del Veneto del 29/3/2012)
Qui vogliamo allargare il discorso: le grandi opere, i grandi interventi che “arrivano” su un territorio catalizzano l’attenzione, e realtà politico-amministrative assai deboli (come i comuni, ora più che mai deboli…) non possono certo avere alcuna autorevolezza nel decidere in un modo o nell’altro su scelte strategiche del loro futuro, con cognizione di causa: accettano qualsiasi cosa venga loro proposta, pur che porti soldi. Per questo noi geografi insistiamo per una revisione istituzionale dei comuni, individuandoli in aree omogenee più grandi, e con una popolazione di almeno 60.000 abitanti.
Ma è di tutto il NORDEST e della sua attuale crisi che qui, in questo post, vogliamo tracciare un discorso (con alcuni articoli interessanti ripresi qua e là). Il NORDEST che geograficamente non è più lo stesso: né rurale né manifatturiero: pertanto non ci sono più i “metalmezzadri”, e non c’è più il policentrismo di città-comprensori a guida di un’area…. spariti o quasi i distretti industriali (del calzaturiero nella Riviera del Brenta e Montebellunese, dell’abbigliamento nella Pedemontana vicentina e trevigiana, del mobile, dei piccoli elettrodomestici…. forse resta importante solo l’agroalimentare, come il prosecco trevigiano, il “San Daniele” friulano, l’orticoltura della bassa pianura…).
L’aforisma “nordest” e la sua identificazione geografica non sempre è la stessa: a volte si intende solo il Veneto, altre volte l’area geografica effettiva di indicazione del termine “nordest italiano”: cioè le regioni Friuli e Venezia Giulia, Trentino e Alto Adige/SudTirolo, e il Veneto. E non è un problema da poco per stabilire progetti, relazioni, un futuro chiaro e possibile.
Terra (il nordest, forse il Veneto di più…) dove le infrastrutture di rete (mobilità locale, strade e quasi inesistenti ferrovie) sono in forte difficoltà: peggiorate in questi decenni da un’urbanizzazione fatta di comuni assai brutti da vedere, nati lungo le strade.
Quello che vogliamo dire nel parlare di questa nuova fase di sviluppo di grandi centri commerciali (nel territorio che resta), è che se dagli anni 70 del secolo scorso si è voluto praticare una deregulation costruttiva di cui ora ci accorgiamo i danni (in Veneto capannoni dappertutto, case e casette in ogni luogo, anche grazie a false attività agricole approvate da una legge regionale –la n. 35 del 1985- che permetteva di costruire quella che poi è stata chiamata la “villettopoli veneta”), ora ci stiamo preparando (anzi siamo già in fase concreta) a nuove colate di cemento. Vien da dire che almeno prima un benessere, una ricchezza diffusa, il territorio la ha avuta. Adesso non ne siamo per niente sicuri che ci sarà un “ritorno” per la comunità. (sm)
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“PERCHÉ L’IKEA ORA È IL NOSTRO SPECCHIO”
di DARIO DI VICO dal “Corriere della Sera” del 28 marzo 2012
- Se per raccontare l’Italia abbiamo bisogno di Ikea. Le raccomandazioni respinte, le file, i no del Nord –
Con una battuta potremmo dire che l’Ikea si avvia a diventare la nuova autobiografia di una nazione (l’Italia). A leggere le cronache che arrivano dalle città di provincia sembra quasi che la multinazionale svedese stia catalizzando su di sé tutti gli epifenomeni della nostra vita associata. Al Sud ci si mette in coda per esser assunti ma allo stesso tempo a Treviso il centrodestra si è a lungo spaccato nel tentativo di impedire l’apertura di un nuovo punto vendita. Anche nel Torinese e nel Pisano è successo qualcosa di simile, protagoniste in entrambi i casi le amministrazioni di centrosinistra.
L’ultima nuova viene dall’Abruzzo, da San Giovanni Teatino e narra di un politico locale di centrodestra che ha premuto sull’Ikea per pilotare le assunzioni e si è trovato in mano una formale lettera di protesta dell’azienda. La verità è che l’Ikea in Italia ormai è quasi dappertutto, nonostante la recessione continua a macinare ricavi e profitti, è una delle poche multinazionali che assumono ed è riuscita a far soldi persino con il food. Grazie ai ristoranti che ha aperto dentro i suoi punti vendita e che servono mirtilli, polpettine svedesi con la marmellata e salmone in tutte le salse.
La nostra politica locale si è accorta dell’onnipresenza Ikea e ha capito che le decisioni che riguardano gli svedesi sono elettoralmente sensibili, vengono analizzate al microscopio dalle varie constituency e possono decidere della sorte di un sindaco.
Prendiamo i commercianti. Sicuramente non amano l’Ikea e tendono a premere sugli enti locali per dire no. A Casale sul Sile, in provincia di Treviso, i negozianti — tendenzialmente elettori di centrodestra — si sono trovati a fianco di ambientalisti, vendoliani e grillini in un’alleanza inedita pur di premere sul sindaco contro un insediamento Ikea da 1.300 nuovi posti di lavoro. Il responsabile della Confcommercio, Guido Pomini, ha tuonato contro «gli incalcolabili danni all’ambiente e alla viabilità» e ha messo in guardia «dalla nuova cementificazione». L’offensiva dei commercianti ha creato molti mal di pancia in casa leghista e solo lunedì 24 marzo il consiglio provinciale di Treviso ha dato il via libera per la prima pietra di un nuovo centro commerciale dopo mesi di impasse.
I produttori di mobili del Nord est in una prima fase erano rimasti anche loro tremebondi davanti all’avanzata svedese, ora invece fanno a gara per essere fornitori della multinazionale. Così tra il centro commerciale di Villesse sulla A4 e il nuovo di Treviso si sta formando una specie di distretto Ikea, aziende italiane che fanno la stragrande maggioranza del fatturato vendendo agli scandinavi e ne vanno fiere.
I margini di profitto sono bassissimi perché l’Ikea avrà pure un’immagine sobria ed elegante ma quando si tratta di contratti non regala un euro a nessuno e così capita che in qualche riunione di artigiani la cosa venga fuori. Del resto quando si nominano gli svedesi davanti a una platea di industriali e artigiani del mobile brianzoli seguono sempre sorrisini imbarazzati.
Perché lo straordinario successo della multinazionale gialloblù rappresenta per il made in Italy un clamoroso autogoal. Se c’era un sistema Paese che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro.
Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui.
I piani dell’Ikea per l’Italia sono ambiziosi: investimenti per 700 milioni e una dozzina di nuove aperture in una congiuntura in cui i posti di lavoro valgono oro. Già più di un anno fa a Catania davanti a un bando di 240 assunzioni si erano registrate 24 mila domande in sole 72 ore. Calcolarono che avendo Catania e dintorni una popolazione di 600 mila persone almeno il 13% degli etnei coltivava il sogno di diventare commesso, magazziniere, telefonista, contabile, cameriere dell’Ikea. A Bari e Salerno le cose negli anni precedenti non erano andate diversamente, nel primo caso i candidati erano stati 30 mila per 262 posti e nel secondo 21 mila per 210 assunzioni.
Con questo potenziale «bellico» è evidente che i manager dell’Ikea hanno un potere di condizionamento fortissimo sugli enti locali. I concorrenti italiani raccontano di favoritismi ottenuti qua e là lungo la penisola addirittura per ridisegnare le strade di accesso ai magazzini gialloblù. La cosiddetta variante Ikea sarebbe la prima richiesta che un sindaco si trova davanti e alla quale — sostengono sempre i rivali — non riesce mai a dir di no. In Abruzzo nei giorni scorsi i posti in palio erano 200 e sul sito Ikea sono stati 30.446 abruzzesi a candidarsi. L’idea che è venuta agli amministratori di San Giovanni Teatino è stata quella di inaugurare un nuovo tipo di scambio italo-svedese. Ma evidentemente i politici abruzzesi devono aver sottovalutato i rapporti di forza e così sono stati messi alla berlina.
Se i designer di grido raccontano come gli scandinavi siano dei gran copioni, bravi solo a sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare, la multinazionale dell’arredamento aggiorna continuamente la sua immagine di responsabilità sociale e modernità. Di recente ha addirittura sponsorizzato la prima indagine realizzata in Italia sull’inclusione di gay, lesbiche, bisex e transessuali (acronimo: Gblt) nel mondo del lavoro.
A presentarla a Milano c’era Ivan Scalfarotto, è venuto fuori che tra i 500 lavoratori Ikea che avevano risposto al questionario il 14% si dichiarava Gblt e i manager Ikea hanno potuto concludere che «si può partire dal luogo di lavoro per costruire quell’idea di comunità e reciproca attenzione che negli ultimi anni in Italia è stata picconata».
Per chiudere il cerchio manca solo che a qualcuno, nella crisi delle ideologie, venga in mente di lanciare il Partito Ikea. Giustizia e comodità. (Dario Di Vico)
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I limiti di un modello, il bisogno di un progetto innovativo
LA FINE DEL NORDEST POLVERIZZATO E LA SFIDA DI UN FUTURO METROPOLITANO
di CESARE DE MICHELIS, da “il Corriere del Veneto” del 29/3/2012
E’ finita! Il Nordest non c’è più, ha resistito trent’anni e poi si è dissolto, esattamente come all’inizio si era manifestato nella sua inequivocabile concretezza. Per accorgersi che il mondo nelle Venezia era cambiato non c’era voluto molto tempo e neppure un acume eccezionale; più difficile era stato capirlo e spiegarlo. Che fosse il Nordest era chiaro: a nord di Roma capitale, a est del triangolo industriale di Torino e Milano.
Qui si lavorava diversamente: non si erano ingrossate le città e neppure si era trasferita la gente. Le fabbriche nascevano di fianco, attorno ai paesi, quasi mescolandosi agli orti e alle case, alle stalle e ai campi, in un intreccio senza soluzione di continuità.
Prese a tenaglia tra il potere politico e quello economico le Venezie avevano trovato la propria strada allo sviluppo e al benessere senza l’economia di Stato, i grandi capitali, le metropoli, le multinazionali; anzi decentrando il lavoro in una filiera di piccole imprese che dividevano rischi e proventi conservando una straordinaria flessibilità, piuttosto condividendo l’esperienza manifatturiera nella organizzazione territoriale dei “distretti”: ogni paese si specializzava in un prodotto, se non lo sapeva già da tempo, dopo un po’ imparava a farlo meglio con competenza e innovazione e con maggiore rapidità e a minor costo che altrove.
A questo “miracolo” aveva giovato una struttura famigliare solida e solidale, un’economia che si convertiva all’industria senza rinunciare all’agricoltura, una disponibilità di territorio che sembrò a lungo infinita, una politica e un’amministrazione al tempo stesso generose e liberali.
Nacquero così centinaia di zone industriali, una rete di infrastrutture – le circonvallazioni – modeste ma funzionali, una propensione al risparmio che rendeva meno influente il ruolo della finanza, un’abilità spregiudicata a eludere il fisco anche a costo di rinunciare al diretto sostegno pubblico.
Poi il mondo è cambiato: per un verso la globalizzazione ha aperto nuovi mercati e offerto opportunità di delocalizzazione, spostando anche il centro degli interessi economici da quell’ovest di cui eravamo l’est e quello dei poteri politici da quel sud di cui eravamo il nord, per l’altro ha progressivamente vanificato la forza dei distretti e reso indispensabili l’aggregazione in soggetti più grandi e più forti (la medio-impresa) rendendo necessari servizi finanziari e competenze di progettazione e di marketing finora non percepite.
Infine il sistema infrastrutturale delle Venezie ha richiesto un rapido adeguamento alla nuova scala delle esigenze commerciali e produttive che ha faticato e fatica a realizzarsi in concreto. Certo ci sono state trasformazioni importanti del sistema portuale e aereoportuale, è stato realizzato il “passante”, ma la circonvallazione su ferro e anche su gomma non è all’altezza di un sistema industriale sviluppato com’è ormai quello delle Venezie.
Il Nordest, come ci ha paradossalmente spiegato Ilvo Diamanti, potrebbe più facilmente riconoscersi come Sudovest: a sud di Francoforte e a est dei nuovi mercati centroeuropei; ma la questione non è banalmente nominalista, è più concretamente economica e organizzativa.
Una regione a intenso sviluppo manifatturiero ha bisogno di una diversa configurazione territoriale, di una più adeguata distribuzione delle funzioni, di maggiori competenze tecnologiche, scientifiche e culturali e di un più efficace sistema formativo; ha bisogno di nuove infrastrutture che consentano al sistema di proiettarsi verso ambiziosi traguardi.
Persino lo storico policentrismo delle nostre province, dove ai capoluoghi – tredici – si affiancano ovunque altre città per dimensione e importanza niente affatto minori, si è progressivamente rivelato causa di una polverizzazione di competenze e opportunità che rallenta la crescita: se ne accorse a suo tempo Eugenio Turri che descrisse la tendenza a uscire dai centri urbani che diventavano barriere quasi insormontabili per la mobilità per cercare spazio e libertà di movimento nelle valli interstiziali.
La questione metropolitana, che, quando, anni fa, si impose, trovava la principale ragion d’essere nell’integrazione di Venezia – due volte speciale: per il centro storico insulare e per porto Marghera con i grandi insediamenti industriali di base – con il territorio di terraferma, oggi ha una valenza e una scala affatto differente, perché riguarda l’intero sistema manifatturiero delle Venezie. (Cesare De Michelis)
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NORDEST INFELICE, UNA SOCIETÀ RICCA POVERA DI IDEALI
- Fondazione Nord Est fa un ritratto sociologico: sarà la base dell’analisi del mondo cattolico verso l’assemblea ad aprile di Aquileia 2 –
di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 27/1/2012
PADOVA – Lavoro, autonomia, intraprendenza, coesione. I valori fondanti di una metamorfosi che ha trasformato il Nordest da periferia depressa a locomotiva di sviluppo. Ora i fattori di crescita si sono erosi e lo scenario sta cambiando radicalmente.
Così la Chiesa alza lo sguardo, si pone in ascolto, scruta il nuovo orizzonte e si prepara a interpretarlo. Lo fa con l’aiuto della Fondazione Nord Est e del suo direttore scientifico Daniele Marini, il curatore de La grande trasformazione: 1991-2011, l’indagine a più voci che costituirà una sorta di bussola antropologica per Aquileia2, il convegno che la Conferenza episcopale del Triveneto ha convocato in aprile, a vent’anni di distanza dal precedente.
Lo studio – anticipato per sommi capi da Marini – (NDR: vedi 20_anni_di_NE_-_Sintesi(2) approfondisce la dinamica dei principali indicatori. La popolazione, che cresce (da 6,5 a quasi 7,2 milioni) al pari dell’indice di vecchiaia, con segnali di ripresa del tasso di fecondità favorito dall’immigrazione, la cui incidenza in Veneto (10,2%) sopravanza la media nazionale (7,5%). La nuzialità in caduta libera: 3,4 matrimoni ogni mille abitanti (minimo storico) mentre i divorzi salgono allo 0,9 per mille, i bimbi nati fuori dal matrimonio rappresentano il 26,4% del totale e le unioni civili (51%) superano ormai quelle religiose. La formazione, con l’aumento sensibile di diplomati (dal 16,2 al 26,8%) e di laureati (dal 4 al 10,2%); e il lavoro, che fino al 2008 ha registrato una crescita costante di occupati, toccando un tasso di attività del 69%, salvo calare nell’anno successivo e scontare la recessione in atto. La struttura produttiva: fino al 2005 le attività extra agricole sono lievitate al ritmo di 10 mila unità all’anno, in seguito la crescita è rallentata. Il reddito, infine, con il Pil procapite stimato in 29.746 euro, + 17,9% in più rispetto alla media nazionale.
Ma l’intento del magistero cattolico va oltre la sociologia. E l’arcivescovo di Padova Antonio Mattiazzo, primo fautore di Aquileia2, tratteggia in tono preoccupato la realtà che lo circonda: «Colgo smarrimento, pessimismo, paura del domani. Il benessere che nega e irride i valori sta generando infelicità. Si privilegiano l’edonismo e il materialismo, così la vita diventa senza senso. Ieri una donna mi ha inviato una mail che inizia con due parole: “Sono disperata”. Cos’è questa corsa ai maghi, al fitness, alle lotterie? Non ci si sposa per timore delle responsabilità, non si crede nell’amore, si tiene una porta aperta per scappare… Noi partecipiamo alle gioie e al dolore della nostra gente e vogliamo aiutarla camminando ogni giorno al suo fianco».
Nella sua Padova, la multicultura ecclesiale è già realtà: «Abbiamo una parrocchia francofona con suore e preti, una comunità religiosa nigeriana, un sacerdote cinese e uno dello Sri Lanka che seguono i connazionali. E pratichiamo l’ecumenismo con convinzione, mettendo a disposizione luoghi di culto ai fratelli ortodossi. E poi i laici: cosa farebbero i più deboli senza il terzo settore?».
Il Nordest cresce anche grazie agli immigrati, è giusto allora garantire il diritto di cittadinanza ai loro figli nati in Italia? «Io non sono un politico e su questo tema si è espresso già, autorevolmente, il presidente della Repubblica. Tuttavia, se una famiglia vive stabilmente qui e partecipa allo sviluppo della società, credo sia equo riconoscerle i diritti civici. Da cristiano, adotto la categoria di equità perché include la libertà e la giustizia e non sacrifica mai l’una in nome dell’altra, com’è avvenuto nel socialismo reale e come accade spesso nel mondo capitalista».
Al suo fianco, il segretario del comitato preparatorio Aquileia2, don Renato Marangoni, annuisce: «Non abbiamo più prontuari con tutte le risposte ma cerchiamo la verità: partiamo dal vissuto, ci interroghiamo». (Filippo Tosatto)
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«COSÌ SI SACCHEGGIA IL TERRITORIO»
di DANIELE FERRAZZA, da “la Tribuna di Treviso” del 22/3/2012
- Marco Tamaro (Fondazione Benetton): con Ikea e Barcon, è «uno sterminio di campi» -
«L’Ikea a Casale e il polo industriale di Barcon sono due casi emblematici di consumo sbagliato del territorio, con il ricatto dell’occupazione». Marco Tamaro è direttore della Fondazione Benetton studi e ricerche, che recentemente ha ospitato, su questi temi, Salvatore Settis e Gian Antonio Stella.
«Dove stiamo andando? Quale territorio stiamo lasciando ai nostri figli? Sono domande che sento echeggiare da un’opinione pubblica sempre più sensibile. La politica, purtroppo, appare sorda e cieca». Tamaro difende invece il progetto di Pierre Cardin di Palais Lumiere a Porto Marghera: «Almeno in questo caso si tratta di ri-uso del territorio, perché siamo dentro a un contesto post industriale. Forse manca una visione generale di cosa si vuol fare dopo Porto Marghera».
Preoccupa, invece, il grimaldello normativo usato per velocizzare l’approvazione di questi progetti, destinati come sempre ad accendere polemiche e a partorire comitati popolari. E’ l’articolo 32 della legge regionale 35 del 29.11.2001, che deroga a tutte le procedure urbanistiche purché il progetto sia dichiarato «di interesse regionale».
E’ la procedura usata per la torre del «trevigiano» di Sant’Andrea di Barbarana (dove è nato nel 1922) Pierre Cardin: 244 metri di altezza circondata da 115 mila metri quadrati di aree commerciali, 35 mila metri di residenze, 25 mila di alberghi a Porto Marghera. Costo: 1,5 miliardi di euro. Promessi settemila posti di lavoro.
E’ la stessa usata per Veneto Green City, tra i Comuni di Pianiga e Dolo, di cui un terzo proprietà del trevigiano Gruppo Basso: 1,8 milioni di metri cubi su più di un milione di metri quadrati per un polo terziario di innovazione. Costo previsto: 2 miliardi di euro. Altri settemila posti di lavoro.
Identica procedura attesa per il polo industriale di Barcon:un milione di metri quadrati di nuova area industriale per realizzare il macello più grande d’Europa e la cartiera più importante d’Italia, capaci di lavorare 232 tonnellate di carne al giorno e 450 tonnellate di carta igienica al giorno. Promessi 300 milioni di investimenti e 600 posti di lavoro. E, infine, stessa procedura per il parco commerciale dell’Ikea a Casale: un’area di 420 mila metri quadrati all’entrata di Preganziol del Passante di Mestre, 200 milioni di investimento e 1300 posti di lavoro garantiti.
«Vedo una politica debole di fronte agli interessi privati – aggiunge Tamaro –. E questo spalanca le porte alla speculazione. Sull’Ikea e Barcon siamo addirittura all’insipienza, con la Provincia che si impegna a cambiare il Piano territoriale di coordinamento per far spazio a queste due discutibili operazioni. Io credo che il limite sia stato raggiunto: siamo allo sterminio dei campi, per dirla con Andrea Zanzotto». (Daniele Ferrazza)
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IL NORDEST NON E’ AMICO DEI GIOVANI
di Vittorio Filippi (sociologo), da “il Corriere Veneto” del 19/2/2012
No, non siamo proprio un paese per giovani. Il giudizio vale per l’Italia, ma vale (purtroppo) in modo particolare per la nostra regione. Non tanto perché, demograficamente, il Veneto sia una regione tra le più longeve del paese, tanto è vero che la persona più vecchia d’Italia – 113 anni! – risiede proprio in Veneto. Anzi, questa longevità di massa è decisamente un fatto socialmente positivo (e chi potrebbe sostenere il contrario?).
No, il discorso è diverso e viene quantificato da una breve ricerca presentata dal Sole 24 Ore di qualche giorno fa. Ricerca che ha voluto misurare quali sono le regioni più “amichevoli” e positive nei confronti dei giovani e quali, invece, meno attrattive e favorevoli agli under 30.
Per realizzare tale misurazione sono stati impiegati cinque parametri: il mercato del lavoro (le assunzioni di giovani, la disoccupazione e l’inattività giovanile), l’imprenditorialità giovanile (nonché l’indice di sopravvivenza delle imprese avviate dai giovani), l’istruzione (e quindi i laureati tardivi tra i 30 e i 34 anni, la dispersione scolastica, la frequenza formativa), la demografia (l’indice di vecchiaia, i giovani morti in incidenti stradali, il reddito dei giovani, l’età al matrimonio, il numero dei giovani amministratori pubblici e l’incidenza dei giovani sulla popolazione) e la dinamica della crisi nel periodo 2008-2010: che significa, in concreto, quanto e come la crisi ha penalizzato i giovani.
Da questo insieme di indicatori statistici ne è uscita una sorta di geografia delle regioni più o meno “amiche” dei giovani. Per curiosità del lettore va subito detto che aprono le Marche e la Valle d’Aosta con il miglior risultato e chiudono (malamente) Sardegna e Campania. Ma quello che sostanzialmente interessa è che le tre locomotive dello sviluppo italiano, e cioè Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna ne escono in modo piuttosto inglorioso se non preoccupante.
Il Veneto, in particolare, si posiziona sulla quattordicesima posizione tra le venti regioni. Seguito a ruota dalla Basilicata. E restando sotto la media del paese.
Soprattutto nella nostra regione la crisi ha falciato proprio trai più giovani: è stato calcolato che dal 2008 gli occupati under 30 sono calati del 14 per cento, in pratica 51 mila giovani che annaspano nell’avarizia crescente del mercato del lavoro.
Da notare che, nello stesso periodo, gli occupati non giovani tra i 30 e i 64 anni sono invece cresciuti dell’1,6 per cento. Ma grossi segnali di sofferenza sono venuti anche dall’imprenditorialità giovanile, esigua da un lato e fragile – quanto a possibilità di durata nel tempo – dall’altro. Morale della favola, che purtroppo favola non è. In Veneto, complice una crisi lunga e imbastardita, si sprecano i giovani.
E se la radice della parola iuven viene da iuvare, essere utile, contribuire al bene comune, allora lo spreco appare in tutta la sua iniquità ed ampiezza. E’ uno spreco sociale che pesa e peserà sulla competitività economica della regione. Oltre ad avvelenare i rapporti tra le generazioni. (Vittorio Filippi)
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VENETO SOMMERSO DALLA CEMENTO SPA
di Roberta De Rossi, da “il Mattino di Padova” del 30/3/2012
VENEZIA – Si tratti di infiltrazioni mafiose di organizzazioni criminali in cerca d’investimenti per dare verginità legale ai loro capitali illeciti, di tangenti per agevolare pratiche, di abusi edilizi bell’e buoni, di cemento taroccato per speculare alla faccia della sicurezza, ma anche di costruzioni legali, sì, ma così massicce a coprire il territorio, la pregiata ditta “Cemento Spa” è settore ad alto rischio nel Veneto dei capannoni, delle villette e delle torri avveniristiche sul litorali, dei passanti autostradali e delle cave.
Lo denuncia Legambiente, nel dettagliato rapporto su “Il caso Veneto” – redatto da Gianni Belloni – che sarà presentato alla commissione Antimafia, a Venezia il 19 e 20 aprile. «Il Veneto è al terzo posto per illeciti nel ciclo del cemento», commenta Gigi Lazzaro, presidente regionale di Legambiente, «corruzione, mafie, illegalità e abnorme consumo del suolo sono sintomi di un sistema malato che sta stringendo al collo l’ambiente e l’economia in Veneto. Quanto a cementificazione legale, l’11 % del suolo è urbanizzato contro una media nazionale del 7,6%».
Qui la corruzione è cresciuta del 32,6% nel 2011, come raccontano gli arresti per tangenti negli uffici dell’Edilizia privata di Comune e Provincia di Venezia e quello dell’amministratore dell’Autostrada Venezia-Padova: «C’è uno scadimento del senso della giustizia, non si vede il disvalore di comportamenti quasi tollerati ed accettati», aveva rilevato il presidente della Corte d’appello Vittorio Rossi.
«Cemento Spa nel Nord Italia, e nel Veneto è fatta di infiltrazioni mafiose con investimenti di capitali illeciti nell’economia sana», commenta il vicepresidente nazionale Legambiente, Stefano Ciafani, «ma anche di cementificazione massiccia legale con fenomeni di corruzione e malaffare. C’è anche chi specula sul cemento depotenziato mettendo a rischio vite, come nel caso dell’elementare Anna Frank di Povegliano Veronese o di due lotti dell’autostrada Valdastico Sud sequestrati dalla direzione antimafia di Caltanissetta».
Le storie raccontate da Legambiente sono tante. La relazione della Dia su un’azienda attiva a Treviso intestata a un uomo già arrestato come prestanome di Provenzano, un imprenditore calabrese arrestato per associazione mafiosa e residente a Padova, beni per 3 milioni sequestrati dalla dia di Padova a un pregiudicato.
«Dalle inchieste emerse sinora nel Veneto», commenta Lazzaro, «nel ciclo del cemento operano sia camorra che ’ndrangheta, ma in maniera sempre più silenziosa, dietro un’immobiliare o un fondo finanziario sul mercato internazionale».
Poi l’abusivismo sotto sequestro: 413 appartamenti di un village resort a Peschiera, 7 palazzine a Belluno, un complesso di appartamenti, negozi, uffici a Campolongo Maggiore (Venezia). Ci sono le intimidazioni (auto sfondate, vigne tagliate) contro gli ambientalisti veronesi in lotta contro gli scavi selvaggi. C’è la cementificazione regolare che fa del Veneto la seconda regione più edificata d’Italia dopo la Lombardia: a fronte di 400 mila abitanti in più, si è costruito per un milione. E il rapporto della Corte dei conti sul Passante – i cui costi sono levitati da 864 milioni a 1,3 miliardi – contro il ricorso alle procedure d’urgenza per le grandi opere per «la sistematica e allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».
Come se ne esce? Per Legambiente, con protocolli di legalità presidiati dalla Prefetture, sanzioni pesanti per la corruzione, inserendo nel codice i reati ambientali oggi non contemplati, nonostante l’Europa. (Roberta De Rossi)
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«COMUNI ALLA CANNA DEL GAS URBANIZZANO PER FARE CASSA»
da “la Nuova Venezia” del 30/3/2012
VENEZIA – Comuni e Province stritolate dal Patto di Stabilità, possibili vittime-complici dell’urbanizzazione selvaggia. Lo denuncia l’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia, Gianfranco Bettin.
«Esiste anche un problema di legalità del disastro», sottolinea Bettin, «con le amministrazioni, come lo stesso Comune di Venezia, sottoposte a due meccanismi infernali. Da una parte la necessità di vendere, o svendere, beni pubblici con trasformazione del cambio d’uso degli immobili (spesso in attività ricettive) per fare cassa e rispettare il rigore insensato del Patto di stabilità. Dall’altra la pratica degli oneri di urbanizzazione, con i quali comuni alla canna del gas cercano risorse per assicurare ai cittadini i servizi. Così si consentono urbanizzazioni in cambio di opere: un cambio d’uso in cambio di un asilo, con alcuni vantaggi, ma molti rischi. Così il governo del territorio viene extradeterminato».
Venezia non sfugge a questo ricatto, con vicende che hanno fatto il giro d’Italia: la trasformazione del Fontego dei Tedeschi in mega centro commerciale Benetton, la vendita della storica Ca’ Corner della Regina per farne casa Prada, la mega lottizzazione a polo sportivo-divertimento sulle aree vergini di Tessera City.
«Serve il coraggio politico di spezzare questo circolo vizioso e modificare il Patto di stabilità», conclude Bettin, «perché non si possono dare servizi “costi quel che costi”. Per il momento si tratta di vigilare per ridurre quanto più possibile l’impatto: l’abbiamo fatto per Tessera City e il Consiglio comunale potrebbe andare oltre».
Intanto il Comune ha attivato con Legambiente l’Osservatorio sulle Ecomafie puntato sul territorio lagunare, «per unire la tutela ambientale con la necessità di tenere sotto controllo le possibili infiltrazioni mafiose». (r.d.r.)
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VENETO CITY MADRE DI TUTTI I CANTIERI
di Francesco Furlan, da “La Tribuna di Treviso” del 30/3/2012
- Riviera del Brenta, piano su oltre 70 ettari. Poi tocca a Tessera, Casale (Ikea) e Barcon di Vedelago –
VENEZIA – Cantieri aperti a inizio 2014. Sorgerà tra Dolo e Pianiga, ma il nome ne svela l’ambizione: è Veneto City, diventato nel tempo Veneto Green City, per lo stesso motivo per cui oggi case e palazzi sono venduti con nomi come La Palma, il Roseto, Magnolia. E’ il più grande intervento programmato in Veneto.
Per chi partecipa all’impresa immobiliare (Stefanel, Endrizzi, Biasuzzi, Andrighetti e da ultima la Mantovani di Baita) e per le dimensioni. La prima parte dell’intervento sorgerà su un’area di 715 mila metri quadrati, con negozi (70.000 metri quadrati), uffici (300.000) alberghi (50.000) e servizi (150.000).
In questi giorni la società sta lavorando per realizzare i piani urbanistici attuativi (Pua) che dopo il via libera di Zaia all’accordo di programma tra la società e i comuni di Dolo e Pianiga, ricoperti d’oro con un contributo di costruzione di 50 milioni di euro, permetteranno di aprire i cantieri a inizio 2014.
Rinaldo Panzarini, ad di Veneto City spa, non si sbilancia: «Stiamo contattando investitori e clienti, siamo sulla buona strada». Pochi giorni fa è volato a Bruxelles, per prendere ispirazione dal trade mart della città belga. Veneto City vuole diventare il grande show room delle piccole imprese venete, in uno spazio facilmente raggiungibile, tra il Passante, la ferrovia Venezia-Padova, lì dove arriverà anche la Romea commerciale.
Intanto sono già sette i ricorsi presentati contro il mega-insediamento, da chi ritiene che sarà una grande speculazione immobiliare e che ucciderà i piccoli negozi della Riviera del Brenta (commercianti e comitati) e da chi come il gruppo Basso, di Treviso, proprietario di alcuni terreni nell’area, si trova suo malgrado coinvolto nel progetto.
E se la Riviera del Brenta non è più da tempo quella dei «piccoli villaggi tra ville e giardini» descritta da Goethe nel suo Viaggio in Italia anche il resto del Veneto continua a cambiare connotati. Con progetti come Tessera City vicino all’aeroporto Marco Polo, l’operazione Ikea a Casale sul Sile, l’area agro-industriale di Barcon di Vedelago. (Francesco Furlan)
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VIAGGIO NEL CAPOLUOGO VENETO
VENEZIA, I TORMENTI DI UNA CITTÀ-VETRINA
Sospesa tra fioritura artistica , spopolamento e casse vuote
di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 26/3/2012
Sostiene Massimo Cacciari che le sciagure di Venezia sono due: le contesse che smaniano per salvarla; e il carattere dei suoi abitanti. «Venezia sta morendo!» è il lamento delle contesse e dei veneziani. In realtà, Venezia è già morta, come città. Ed è risorta, come vetrina.
Di giorno Venezia non è affatto tetra, e neppure malinconica. Anzi, non è mai stata così bella, così vivace. Mai arrivati così tanti soldi dal Nord-Est, che qui amano chiamare le Tre Venezie, e da Milano, dall’Europa, dall’America. Soldi privati, però. Di mercanti, non di mecenati. Una fioritura di restauri e fondazioni.
Il caso più eclatante è quello di Pinault, che si è preso un pezzo di Venezia – la meravigliosa Punta della Dogana – per esporre gli artisti della sua collezione che poi venderà nella sua casa d’aste. Ora la polemica infuria sul Fontego dei Tedeschi, comprato dai Benetton, su cui l’archistar olandese Rem Koolhaas ha disegnato una contestata terrazza con vista sul Ponte di Rialto.
È anche vero però che dentro Punta della Dogana nessuno metteva piede da decenni. Mentre al Fontego, un tempo affrescato da Giorgione e da Tiziano giovane, rifatto negli Anni 30 e trasformato nelle Poste, si andava al più a pagare le bollette.
E con le mega-affissioni sul Ponte dei Sospiri e in San Marco, anche quelle contestate e per giunta orribili, il Comune ci paga il recupero e la manutenzione della basilica, del campanile, di Palazzo Ducale, del Correr…
Di notte, Venezia torna se stessa. Cioè una città spopolata, come altri centri storici; e Venezia è ormai il centro storico di Mestre. Ma qui, circondati dalla bellezza, è più triste lo spettacolo degli infissi chiusi, delle luci spente, del silenzio, mentre il flusso dei pendolari e dei turisti poveri si sposta verso la terraferma. Restano vivi gli angoli dove si ritrovano gli studenti: Campo santa Margherita, San Giacomo dell’Orio, il mercato di Rialto. I residenti si sono lamentati, e il Comune ha imposto il coprifuoco a mezzanotte. Del resto, se un ragazzo suona i bonghi in Campo de’ Fiori a Roma o al Ticinese a Milano, tutto si perde in mezzo al frastuono. Nel silenzio e nel vuoto di Venezia, pare stia cominciando un attacco di guerrieri zulù. In compenso, per mancanza di vie di fuga, non ci sono rapinatori, da quando hanno preso «Kocis», che scappava col barchino.
L’EX SINDACO FILOSOFO
Racconta Cacciari: «Non si ha idea di cosa ho trovato dentro Punta della Dogana! Topi che scorrazzavano. Impiegati chiusi nei loro ufficetti. Nella torretta che guarda San Marco, forse il posto più bello del mondo, c’era un appartamento abusivo: sì, uno che abitava lì, all’insaputa di tutti. Il giorno in cui devono cominciare i lavori, spunta nei magazzini un deposito di legni vecchi. Dico: toglieteli. Mi rispondono che non si può, è roba della sovrintendenza. Chiamo la sovrintendenza: venite a prenderli. Mi rispondono che non si può, sono i resti di un vecchio solaio. A quel punto ho cominciato a urlare. Una scena isterica. Ho dato di pazzo».
Lo stesso accadde a piazzale Roma, dove sorgerà la nuova cittadella della giustizia, a prezzi triplicati rispetto al preventivo. «E ci credo – dice Cacciari -. Terreni inquinati. Lavori ritardati. Altri fatterelli, tra cui questo. Stanno per partire i lavori, quando viene annunciata una scoperta sensazionale: casse piene di ossa di animali. Dico che la cosa è nota: fino all’800 lì c’erano i macelli. Mi rispondono che la cosa è clamorosa, si può ricostruire tutta la catena alimentare di Venezia nel XVIII secolo. Vado, e mi mostrano un osso di capra, di vitello, di bue… Ho cominciato di nuovo a urlare. Un’altra scena isterica. Ho dato un’altra volta di pazzo: “Se non partono subito i lavori, prendo una mazza e distruggo le ossa una a una!”».
Racconta Cacciari di non sopportare più «il piagnisteo stucchevole» su Venezia, il lamento che sale «dagli sciagurati salotti» e da un popolo avvezzo a mugugnare. Ricorda quanto è stato fatto in questi vent’anni: il nuovo Arsenale, con il centro di ricerca Thetis; la ricostruzione della Fenice, per quanto tormentata; il restauro di Ca’ Giustinian, sede della Biennale, su cui avevano messo gli occhi i Benetton che già possiedono l’isolato a fianco; il recupero della Certosa, l’isola dove si esercitavano i lagunari e dove adesso ci sono un parco, un centro per riparare le barche, un porto turistico. E poi gli investimenti delle banche e dei privati, il rilancio della Fondazione Cini, lo sbarco di Prada a Ca’ Corner della Regina, la Querini Stampalia, la Bevilacqua La Masa, i musei civici affidati a Gabriella Belli, il raddoppio dell’Accademia; oltre ovviamente a Pinault, che ora si è impegnato a recuperare il teatro di Palazzo Grassi (ad oggi però deserto di mostre).
Il problema è che il Comune non ha più un euro. Si sono inaridite le due fonti storiche, entrambe affidate all’alea, alla sorte: la legge speciale, e il casinò. Venezia da sempre è un’enclave in un Nord-Est distante e ostile: è di sinistra in un mare destrorso; in Confindustria ha Eni, Enel, Telecom, Finmeccanica, giganti lontani e distratti, non piccoli imprenditori legati al territorio; è assistita e succhia(va) soldi da Roma, anziché versarne.
Ora lo Stato paga meno, e finisce tutto al Mose: la più grande opera d’ingegneria idraulica al mondo; già inghiottiti 5 miliardi di euro, e mancano ancora due anni di lavori. Poi ci sarà da pagare la manutenzione delle gigantesche dighe mobili che custodiranno le tre bocche di porto, da cui entrano in laguna le barche e le maree.
La città è scettica. Arrigo Cipriani, per esempio: ottant’anni ad aprile, due ristoranti a Londra, sette a Manhattan; il simbolo dell’ospitalità veneziana. Nel vecchio magazzino di cordame divenuto l’Harry’s Bar, una sera ha avuto a cena quattro re a quattro tavoli diversi. Però condivide il giudizio di Cacciari sugli aristocratici ansiosi di salvare Venezia.
Dice Cipriani che tutto cominciò dall’alluvione del 1966: «La città rimase sommersa per meno di 24 ore, il giorno dopo l’Harry’s Bar era aperto, i danni li fecero soprattutto i motoscafi che sfrecciavano per divertimento. Venezia convive con l’acqua fin dalla nascita: è come un corpo umano, con la circolazione arteriosa e quella venosa; l’acqua entra, pulisce, fuoriesce. Il Mose ferma le maree di un metro e 20; ma piazza San Marco è a 90 centimetri sul livello del mare, sarebbe sommersa lo stesso. E poi quest’anno l’acqua alta non si è ancora vista…».
L’altra cassaforte del Comune è il casinò, che un tempo ospitava gli smoking bianchi dei giocatori di chemin de fer al Lido, e oggi vive di cinesi che giocano alle slot machine in terraferma, a Ca’ Noghera. Tra la crisi e la concorrenza dello Stato con le slot on line, l’incasso è sceso da 200 milioni l’anno a 145. Siccome cento se ne vanno per i costi fissi, i proventi del Comune sono crollati. Il nuovo sindaco vorrebbe privatizzare la gestione, ma i croupier non ne vogliono sapere di lavorare sotto padrone e hanno fatto sei giorni di sciopero (per non essere da meno, i gondolieri hanno ottenuto dalla giunta lo status di lavoro usurante, come i minatori, i palombari, gli operai delle cave e dell’amianto).
IL SINDACO OROLOGIAIO
Il nuovo sindaco – Giorgio Orsoni, 66 anni – è un personaggio interessante. Certo, non ha il carisma del predecessore. («Cossa xé ‘sto carisma?» chiedeva l’altro giorno in vaporetto un pensionato a un amico, parlando di Cacciari. Risposta: «Vol dir che no ti pol dirghe niente». «Vorria averlo anca mi». E l’altro, con aria di mistero: «Xé dificilisimo!»).
Venezia nel ’900 è vissuta su coppie di carismatici: al tempo del fascismo, Cini e Volpi; nel dopoguerra, Feliciano Benvenuti e Bruno Visentini; fino a poco fa, Cacciari e il patriarca Angelo Scola. La città ha il gusto per le cariche dal suono arcaico: patriarca, procuratore di San Marco, magistrato alle acque, ammiraglio dell’Arsenale, che per beffa del destino è un genovese. Genovese è pure l’erede di Scola, Francesco Moraglia, che si è insediato ieri.
Il primo procuratore di San Marco è anche sindaco. Eletto dalla sinistra anche se votava liberale. Più che un amministratore, Orsoni è un amministrativista. Più che un politico, ricorda un orologiaio: ha il gusto minuzioso di smontare i problemi, analizzarli in ogni ingranaggio e cercare di aggiustarli. L’hanno definito “il doge di Benettown”, ma il primo progetto della terrazza sul Fontego è stato bocciato e ora un’occhiuta commissione sta esaminando il secondo.
Però i problemi non finiscono mai. Al Lido scavando le fondamenta del nuovo Palazzo del Cinema hanno trovato l’amianto, e si sono fermati. Il ponte di Calatrava pare maledetto: la Corte dei conti chiede i soldi indietro all’architetto e ai tecnici del Comune, l’arco è troppo ribassato per cui si sta già allargando alle basi, là dove sono in agguato gli zingari che si offrono ruvidamente di portare la valigia ai turisti insospettiti. Poi ci sono le navi da crociera, che dappertutto si sono allontanate dalla riva, tranne qui. Dice il sindaco che il bacino di San Marco è un passaggio obbligato, però dovrebbe diventare Ztl: almeno il Comune ne guadagnerebbe qualcosa. Ma le vere questioni epocali sono due. Lo spopolamento della Venezia storica. E il destino della più grande area industriale d’Europa, Marghera.
IL SINDACO DI MESTRE
Il display della farmacia Morelli di campo San Bartolomeo, vedetta della grande fuga, indica che sono rimasti 58.855 residenti. Orsoni dice che se si aggiungono 20 mila studenti, 20 mila pendolari, altri 20 mila che vivono a Venezia pur non avendo la residenza, gli abitanti delle isole e la quota giornaliera dei 22 milioni di turisti che ogni anno passano in città, si arriva a 200 mila: la popolazione che da sempre la laguna può contenere.
Sarà. Anche il sindaco però deve riconoscere che il silenzio notturno, le finestre sbarrate, i palazzi fatiscenti accanto a quelli recuperati dai miliardari danno un’immagine di città morta che contrasta con la vivacità diurna. Il giovedì sera, poi, giorno di chiusura del “Giorgione”, non c’è neppure un cinema (ora dovrebbero aprirne un altro vicino al teatro Goldoni).
Il punto è che i veneziani non vogliono più vivere a Venezia, e non solo perché le case ai piani alti sono carissime e quelle umide a livello dell’acqua o surriscaldate sotto i tetti non le prende nessuno. I veneziani vogliono – proprio come tutti noi – la macchina sotto casa.
Il Comune ha seimila appartamenti, molti affittati ai popolani, come la mitica Lucia Massarotto: sfrattata dalla Riva dei sette martiri dove sventolava il tricolore in faccia ai leghisti, ha trovato casa a Santa Croce. È la classe media a mancare, sono i borghesi che abitavano i piani tra quello nobile e le mansarde, come racconta il conte Ranieri Da Mosto, discendente di Alvise – navigatore, scopritore delle isole di Capo Verde – e superstite della Venezia aristocratica, rintanato nel palazzo settecentesco vicino alla chiesa di San Pantalon.
Il campanile di San Pantalon è tra quelli che perdono pietre e sono sorvegliati dalla Sovrintendenza: San Marco, Torcello, Burano, Frari, Santo Stefano. Il parroco, don Marco Scarpa, ha un’altra chiesa in restauro, i Tolentini, e lancia un appello: «Cerco sponsor. Sono disposto a mettere affissioni». Certo è triste vedere il marchio dell’Hard Rock Café proiettato sul campanile di San Marco la notte di Carnevale, o trovare la Scuola Grande di San Rocco chiusa per un “evento” di una carta di credito. Però la manutenzione del complesso cui Tintoretto lavorò per oltre vent’anni, ritraendosi tra i soldati romani mentre osserva angosciato la Crocefissione, costa.
Tele, marmi, legni, e il tesoro: il pollice di San Pietro, l’indice di sant’Andrea, una vertebra di san Rocco, un frammento della corona di spine. Forse il posto più bello del mondo. Con appena 120 mila visitatori l’anno. Su 200 turisti che sbarcano a Venezia, 199 non vanno a vedere la spirale di angeli che entra nella capanna di Maria con un vortice che ricorda la velocità astratta di Balla, e poi l’Annunciazione di Tiziano, il Cristo portacroce di Giorgione… Forse non ha torto Cipriani, quando dice che la gran parte non sono turisti, ma curiosi.
Figurarsi Mestre. La città più brutta d’Italia, almeno sino a poco fa. Ora hanno pedonalizzato piazza Ferretto, piantato boschi in periferia, trasformato la discarica di San Giuliano in parco, fatto arrivare la banda larga, progettato l’M9, il museo del futuro. Certo, neppure il gran lavoro di Gianfranco Bettin, lo scrittore che prima come prosindaco ora come assessore se ne occupa da vent’anni, potrà mai fare di Mestre un bel posto.
Può evitare il peggio, come Bettin ha fatto con i centri sociali, a cominciare dal Rivolta di Luca Casarini, dove sono nate le Tute Bianche e ora si insegna l’italiano agli extracomunitari. All’ingresso sventola il leone di San Marco, però incappucciato tipo subcomandante Marcos.
Bettin dice le stesse cose di Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto: Marghera deve restare un insediamento industriale. Le infrastrutture ora ci sono: il benedetto Passante, la crescita dell’aeroporto e del porto fanno di Mestre il centro del Nord-Est. Se le sorti del petrolchimico sono segnate, si punta sul rilancio del Vega, il centro di ricerca delle nanotecnologie, dove si progettano idee; ora servirebbero tutte attorno le industrie che le realizzino.
Pierre Cardin, che in realtà si chiama Pietro Cardin ed è nato a Sant’Andrea di Barbarana (Treviso), prima di morire vorrebbe erigere qui a Marghera la “Tour Lumière“, un palazzo da un miliardo e mezzo di euro e 254 piani, per ospitare l’università della moda. Il sindaco non dice no. Il presidente della Regione è entusiasta. Forse perché pure Luca Zaia viene dalla Marca Trevigiana, e ha per Venezia lo stesso sentimento di estraneità e di meraviglia che avevano i suoi genitori, venuti qui per la prima e ultima volta in viaggio di nozze nel 1966, e tornati al paese con la convinzione che il posto più bello del mondo fosse la basilica di San Marco.
Per concordare basta scoprire la formella della fiancata Nord, studiata dalla grecista Monica Centanni, che raffigura il volo di Alessandro Magno: i bizantini pensavano che, conquistato il mondo, Alessandro fosse sceso negli abissi con un sommergibile trasparente, poi avesse aggiogato al suo carro due ippogrifi e impugnando due lepri come esche fosse asceso al cielo; sino a quando un angelo non gli sbarrò il cammino.
Oppure basta ammirare la cupola della Creazione, appena restaurata dalla Venice Foundation, la Genesi degli analfabeti, dove Dio mette la mano di Adamo sulla testa del leone a indicare la primazia dell’uomo sugli animali; lo stesso leone che nel mosaico accanto esce dall’arca di Noè e dopo mesi di inerzia si stira le zampe prima di allungarsi nella corsa.
Dovrebbe accadere lo stesso a Venezia: riprendere a correre, nonostante il peso di un compito così gravoso, custodire tanta bellezza e farle rinascere attorno una città. (ALDO CAZZULLO)
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Altroargomento -
GRANDI OPERE E RETI DIFFUSE DI COMUNICAZIONE CHE MANCANO (O SPARISCONO):
NON C’È SOLO LA TAV
di MARCO PONTI, 30.03.2012, da “LA VOCE.INFO” http://www.lavoce.info/
Non c’è solo la Torino-Lione. Il governo è in procinto di decidere su un certo numero di grandi opere. L’attenzione mediatica è concentrata sul tunnel della Val di Susa, ma c’è il forte rischio che anche questi altri interventi possano rivelarsi, nel complesso, un cattivo affare per il paese e per gli equilibri di finanza pubblica del prossimo ventennio (1). È urgente un ripensamento che porti a scegliere progetti meno costosi, più rapidamente realizzabili e perciò più utili alla crescita.
IL CATALOGO (BREVE) È QUESTO
Alcune opere sono già state finanziate in parte, altre hanno passato la cruciale soglia dell’approvazione del Cipe. (2) Vale la pena riflettere sulle maggiori.
Si tratta del tunnel ferroviario del Brennero, della linea ferroviaria Milano-Genova (nota come “terzo valico”, essendocene già due, e sottoutilizzati), la linea alta velocità Milano-Verona, le nuove linee ferroviarie Napoli-Bari e Palermo-Catania, tecnicamente non ad alta velocità, ma con costi unitari del tutto paragonabili, e il miglioramento in asse della linea Salerno-Reggio Calabria (forse la più sensata). Il costo totale preventivato supera i 27 miliardi di euro. Va segnalato che i preventivi non hanno avuto una verifica “terza”, come sarebbe auspicabile, dato l’ovvio e storicamente verificato incentivo per i promotori dei grandi progetti a sottostimarne abbondantemente i costi.
Vi è anche una forte intesa politica “bipartisan” per la nuova linea Venezia-Trieste, mentre non è chiaro al momento il destino del ponte sullo stretto di Messina.
SOMIGLIANZE
Quali caratteristiche hanno in comune questi progetti? Sommariamente si può dire così: non sono stati resi pubblici i piani finanziari: cioè non è noto quanto sarà a carico dei contribuenti e quanto a carico degli utenti. La cosa non sembra irrilevante in un periodo di grande scarsità delle risorse pubbliche. Non sono in generale note analisi costi-benefici comparative delle opere, finalizzate a determinare una scala trasparente di priorità.
I finanziamenti non sono “blindati” fino a garantire il termine dell’opera. La normativa recente che consente di realizzarle “per lotti costruttivi”, invece che “per lotti funzionali” (vedi “Grandi opere, un pezzo per volta“, e “A volte ritornano, i lotti non funzionali), rende possibili cantieri di durata infinita, come già spesso è accaduto per opere analoghe.
Si tratta di opere ferroviarie, ed è noto che la “disponibilità a pagare” degli utenti per la ferrovia è molto bassa, tanto che in generale se si impongono tariffe che prevedano un recupero anche parziale dell’investimento, la domanda, già spesso debole, tende a scomparire integralmente. Questo aspetto, su cui qui non è possibile dilungarsi, rende problematica la scelta, in presenza di risorse scarse.
I benefici ambientali del modo ferroviario non sono discutibili. Ma non è così in caso di linee nuove: le emissioni climalteranti “da cantiere” rendono il saldo ambientale molto problematico. (3)
Il contenuto occupazionale e anticiclico di tali opere appare modestissimo: si tratta di tecnologie “capital-intensive” (solo il 25 per cento dei costi diretti sono di lavoro), e comunque l’impatto occupazionale è lontano nel tempo, data la durata media di realizzazione. (4)
PROGETTO PER PROGETTO
Vediamo ora alcuni aspetti, per quanto frammentari, specifici di alcune di queste opere. La debolezza del quadro informativo di cui si dispone è un problema politico in sé: investimenti pubblici di tale portata dovrebbero essere documentati e comparati in modo trasparente ed esaustivo.
Sul “terzo valico” Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, si è espresso più volte mettendone fortemente in dubbio la priorità, tanto da dover essere duramente ripreso con una lettera al Sole-24Ore dall’ex-ministro Pietro Lunardi. lavoce.info ha dimostrato l’inconsistenza dell’analisi costi-benefici della linea av Milano-Venezia (vedi “E sulla Milano-Venezia i conti non tornano“), presentata con notevolissimo eco mediatico e unanime approvazione politica due anni fa, senza che mai questa dimostrazione sia stata confutata dagli autori dell’analisi.
Per il tunnel del Brennero, gli austriaci da tempo esprimono perplessità sulle proprie disponibilità finanziarie. (5) Certo se l’Italia costruisse la propria metà, vi sarebbero rilevanti problemi funzionali per l’opera, in assenza della parte austriaca. Una dimostrazione di inconsistenza è stata proposta da lavoce.info anche per l’analisi costi-benefici presentata da Fs per la linea Napoli-Bari (vedi “E sulla linea Napoli-Bari corre la perdita“). Anche in questo caso, nessuna smentita è pervenuta.
Quali conclusioni trarne? Forse vale la pena di sfatare una posizione più volte emersa nei dibattiti pubblici, cioè che le infrastrutture generino nel tempo la domanda che le giustifica: il maggior flop infrastrutturale di questi anni, la linea di alta velocità Milano-Torino, costata 8 miliardi e con una capacità di 330 treni/giorno, ne porta, dopo tre anni dall’entrata in servizio, appena venti. Né si può argomentare che l’avvento del collegamento Torino-Lione ne genererebbe molti di più: le stime ufficiali (ma quelle del progetto completo, non di quello attuale, molto più modesto) parlano di meno di venti treni aggiuntivi.
UN MONDO MIGLIORE
Purtroppo, la debolezza della domanda ferroviaria (non dell’offerta, si badi) non è forse il problema maggiore. Che sta nei cantieri infiniti, consentiti dall’attuale normativa. Per ragioni di consenso si rischia di avere moltissime opere non finite in tempi ragionevoli, con costi economici stratosferici. Si pensi all’esempio del progetto alta velocità, trascinatosi in media per dieci anni invece dei cinque fisiologici: su un costo complessivo di 32 miliardi, il costo-opportunità perduto delle risorse pubbliche (usando il valore standard europeo del saggio sociale di sconto del 3,5 per cento) è stato di 3,2 miliardi (questo, ignorando gli altri extra-costi, che hanno reso l’opera non confrontabile con altre simili europee). E l’extra-costo finanziario è ovviamente assai più elevato.
Non sembra proprio il momento di andare avanti con queste logiche, evidentemente proprie di un diversa fase politica ed economica, quando è così urgente rilanciare la crescita del paese.
Ecco, la crescita. In molti invocano le grandi opere proprio per rilanciare la crescita. Ammesso che veramente ci sia un nesso forte tra opere pubbliche e crescita, appare difficile contestare che alla crescita servano di più opere socialmente utili e dal costo ragionevole che opere di utilità sociale molto dubbia ed estremamente costose. (6) Altrimenti, tanto varrebbe scavare buche e riempirle: così, almeno, si eviterebbero i probabili effetti pro-ciclici di spese ingenti inevitabilmente prolungate nel tempo.
Anche lasciando da parte i paradossi di Keynes, sarebbe raccomandabile un ripensamento serio finalizzato non necessariamente a spendere meno (anche se non sarebbe disprezzabile, visto che di soldi ce ne son pochi), ma a spendere meglio (maggior utilità sociale di ogni euro speso) e con il traguardo di risultati più vicini nel tempo, per risolvere inefficienze localizzate che sul serio limitano la crescita (si pensi ai collegamenti tra i maggiori porti e interporti e la rete ferroviaria, ai grandi nodi metropolitani ferroviari e stradali).
Ma chi avrà il coraggio di dire di no a tanti “sogni nel cassetto” di politici, banche e costruttori locali, soprattutto in vicinanza di elezioni? La risposta che affiora subito alla mente è: il governo tecnico. Speriamo bene. (Marco Ponti)
(1) L’articolo è stato scritto con la collaborazione di Raffaele Grimaldi.
(2) Si vedano le Gazzette ufficiali del 26.4.2011, 10.6.2011, 9.6.2011, 31.12.2011.
(3) Westin J. e Kågeson P. (2012), “Can high speed rail offset its embedded emissions?”, Transportation Research Part D, 17, 1–7
(4) Vedi de Rus, G. e Inglada, V. (1997), “Cost-benefit analysis of the high-speed train in Spain”, The Annals of Regional Science, 31, 175–188.
(5) Si veda Il Sole-24Ore del 20.3.2012
(6) Vedi Di Giacinto V., Micucci G., Montanaro P. (2011), “L’impatto macroeconomico delle infrastrutture: una rassegna della letteratura e un’analisi empirica per l’Italia”, in Banca d’Italia: Le infrastrutture in Italia: dotazione, programmazione, realizzazione, 21-56.
Su TANTO abbiamo scritto in varie occasioni di jQuery e abbiamo visto vari esempi delle sue potenzialità nella creazione di interfacce efficaci ed esteticamente valide per le applicazioni web.
Esistono tantissime estensioni per questo popolare framework ed una delle mie preferite è sicuramente jqGrid, utilissima per chi sviluppa applicazioni web in ambito geospaziale.
La sua utilità nel nostro campo è presto detta: un’applicazione GIS, che sia desktop o web, non consiste solo della mappa, ma deve dare anche la possibilità a chi la usa di esplorare le informazioni associate agli elementi visualizzati, cioè gli attributi. jqGrid assolve benissimo il compito.
Gli esempi sul sito ufficiale offrono una buona carrellata delle possibilità del plugin e, insieme al dettagliato wiki, permettono di produrre le prime griglie in tempi brevi.
I formati di dati che jqGrid è in grado di importare e rappresentare sono molti e, tra questi, quello che ci interessa in particolar modo oggi è JSONP (JavaScript Object Notation with Padding).
In breve, si tratta di una tecnica che supera le restrizioni della same origin policy e permette di effettuare chiamate tra domini differenti. E’ bene sapere, comunque, che questa è una regola di sicurezza che, impedendo di eseguire script provenienti da siti esterni e “non fidati”, protegge l’utente da attacchi informatici detti XSS (Cross Site Scripting).
Ricorrere a JSONP è una delle strategie disponibili per aggirare questa politica, che risulta parecchio limitante per le applicazioni web che, come i Mash-up spaziali spesso citati su TANTO, fanno uso di dati provenienti da più fonti.
Il trucco si basa sulla capacità del tag html script di caricare file javascript, anche esterni e, all’occorrenza, eseguire del codice. Non mi dilungo oltre sull’argomento e rimando a wikipedia e a questo articolo su HTML.it per eventuali approfondimenti.
Vediamo subito un esempio. Come fonte di dati prendiamo il risultato di un query task lanciato verso un MapService ReST di ArcGIS Server. Il codice per ottenere la griglia di attributi è molto semplice e il risultato di sicuro effetto.
$('#grid').jqGrid({ url: 'http://sampleserver1.arcgisonline.com/ArcGIS/rest/services/Demographics/ESRI_Census_USA/MapServer/4/query', datatype: 'jsonp', postData: $.param({ where: "1=1", returnGeometry: false, outFields: "ObjectID,NAME,STATE_NAME,CNTY_FIPS", f: "json" }), colModel: [ {name: 'ObjectID', label: 'ID', width: 60, jsonmap: 'attributes.ObjectID',sorttype:'number'}, {name: 'NAME', label: 'Name', width: 170, jsonmap: 'attributes.NAME'}, {name: 'STATE_NAME', label: 'State', width: 150, jsonmap: 'attributes.STATE_NAME'}, {name: 'CNTY_FIPS', label: 'FIPS', width: 60, jsonmap: 'attributes.CNTY_FIPS'} ], caption:"ArcGIS Server 10 query", toppager: false, pager:"#pager", rowList: [50, 100, 250, 1000], rowNum: 50, jsonReader: { root: 'features', repeatitems: false, }, loadonce: true, ignoreCase: true, viewrecords: true, height: '300', width:'500' }).jqGrid('navGrid', '#pager', {search:false, add: false, edit: false, del: false}); });Il codice è volutamente semplice e ovviamente si può sostituire il valore della clausola where, qui passata come parametro e valorizzata con 1=1, con qualcosa di più utile (o dinamico).
Qui sotto potete vedere l’output della query in una tabella dinamica che offre la possibilità di consultare in modo ricco ed interattivo la nostra sorgente di dati spaziali d’esempio
L'articolo jqGrid, ArcGIS Server e JSONP è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.