
Immagine della sera del 13 febbraio scorso, a Milano in Via Padova, dopo l’uccisione di Abdel Aziz El Sayed, ragazzo egiziano di 19 anni - POLVERIERA. Il capo della squadra mobile di Milano Alessandro Giuliano ha definito Via Padova in conferenza stampa "una polveriera". 101 dei 436 negozi che si affacciano sulla strada sono gestiti da immigrati, e nel 2009 il valore degli immobili dell'area è sceso di due punti percentuali. Dei 138.178 abitanti della cosiddetta zona 2, di cui via Padova fa parte, il 17,7% è straniero. Il 13% vive proprio nella lunga arteria che collega piazzale Loreto all'estrema periferia cittadina. (…) "Non possiamo uscire dopo le 8 di sera. Qui c'è un coprifuoco per reali ragioni di sicurezza. La 56 (l'unico bus che percorre la via) è un Bronx", dice Liliana, un'impiegata che vive in via Padova da 50 anni. Ma anche tra gli stranieri regolari c'è chi protesta, e non ci sta a passare per delinquente: "Provate a venire qui alle 6 del mattino e vedrete quante persone escono di casa per andare al lavoro: è un formicaio", spiega Hussein, tunisno, in Italia dagli anni 90. (da www.reuters.it del 14/2/2010)
Il pericolo “banlieu francese”, cioè fenomeni degenerativi di scontri che hanno interessato Parigi (ma non solo) in questi anni, è venuto in mente a molti (è stato risollevato) quando il 13 e il 14 febbraio scorso in Via Padova a Milano ci sono stati duri scontri tra immigrati dopo l’uccisione di un ragazzo egiziano per banali motivi.
A prescindere dai gravissimi e dolorosi fatti di Milano, per parlare qui di convivenza e di come evitare i ghetti e mettere in atto processi virtuosi di integrazione, per un volta ci permettiamo di prenderla un po’ “alla larga”. Facendo delle simulazioni. Due.
1 – Se abitate in un condominio, o in una situazione di vicinato con altre persone, può capitare che vi siano condizioni di tensione con i vostri vicini di casa o di appartamento. E la vostra reazione può anche essere proporzionata al grado di rapporto che avete con essi. Se la ragazzina del piano di sopra suona il pianoforte e vi sveglia irruentemente da un sonno pomeridiano, se la conoscete e appartiene ad amici di famiglia (la avete vista nascere, viene a trovarvi e vi racconta della scuola, etc.), ebbene il vostro atteggiamento sarà sicuramente benevolo, e vi preoccuperete che si eserciti bene al piano, e passi gli esami per l’ammissione al conservatorio. Se invece la ragazzina è di una famiglia con la quale siete in lite, che non vi salutate nemmeno, allora vi incazzerete fortemente di essere svegliati dal suono del pianoforte. Continuiamo nelle simulazioni con un altro esempio.
2 – Se il vicino di appartamento ogni tanto organizza delle feste e c’è un caos di rumore e di musica fino a notte fonda che vi impedisce di dormire, se è un italiano, un vostro conterraneo, andate a bussare, vi incazzate, gli dite (magari usando parole del più stretto dei dialetti…) di smettere. Se invece trattasi di una famiglia extracomunitaria, non c’è solo l’arrabbiatura totale e l’andare a protestare duramente, ma penserete che c’è incompatibità tra voi e “loro”, di “modi di vita” tra voi e “questi” che vengono da chissà dove: cioè nasce lo SCONTRO ETNICO per la stessa cosa (la sconveniente musica ad alto volume da voi subita per un loro festa tra amici).
La percezione del rapporto insediativo, di abitazione, di vita contermine tra stranieri e “indigeni”, e la reazione che si crea, è sempre elemento di maggiore difficoltà, anche nelle ipotesi date da armonia e volontà di superare ogni evenienza negativa. Da questo la necessità, per famiglie immigrate che non conoscono le regole “nostre”, di mediatori in grado di insegnare loro un’ “educazione all’abitare” che magari ben volentieri vogliono apprendere. Ma le tensioni possono sempre sorgere lo stesso.
I fatti di Milano di Via Padova del febbraio scorso hanno innescato una serie di positive proposte di soluzione del problema “ghetti”, cioè di quando la “presenza immigrata” in un quartiere è eccessiva e si crea uno squilibrio; e di come integrare il “nuovo mondo” di persone che si affacciano a noi in condizioni abitative tali da non creare, appunto, dei ghetti, dove loro si insediano.
La vera differenziazione che attualmente c’è (e noi tentiamo qui di seguito di metterla in rilievo) non è tanto tra destra, sinistra, Lega eccetera, ma su come affrontare il fenomeno della “clandestinità”. Cioè, se tutti sono d’accordo che dobbiamo agire, trovare strumenti, per evitare i ghetti che spontaneamente si stanno creando (un condominio dove si insedia una famiglia di cinesi, può accadere che a poco a poco diventi un condominio di soli cinesi… strano, pazzesco, ma inoppugnabile…), le posizioni si differenziano molto sul problema della clandestinità. Pertanto siamo tutti d’accordo che non deve accadere che gli immigrati si isolino; dobbiamo far sì che siano “sparsi” nella città, con diritti e doveri tali e quali ai nostri (poi c’è chi va loro incontro, magari organizzando feste di quartiere e possibilità di amicizia e scambio, e chi non ne vuole sapere, ma questo è un altro problema….); ma sulla clandestinità la cosa diventa più complessa.

Milano, RIVOLTA in via Padova…. disordini scoppiati il 13 febbraio scorso a Milano in seguito all'omicidio di un giovane egiziano… scontri che hanno messo a ferro e fuoco via Padova, una lunga arteria nella periferia nord- est del capoluogo lombardo, dove la presenza di immigrati è molto alta. A scatenare la rivolta, durante la quale sono state rovesciate automobili e spaccate vetrine, è stata la morte del giovane egiziano 19enne Hamed Mamoud El Fayed Adou, accoltellato intorno alle 18 da un gruppo di sudamericani dopo una lite scoppiata su un bus per futili motivi. In seguito all'omicidio, circa 300 nordafricani sono scesi in strada… La situazione è degenerata e un centinaio di immigrati hanno iniziato a compiere atti di vandalismo
Ai ”duri” che dicono che i clandestini vanno cacciati, gli altri fanno capire che finora non ha funzionato questo atteggiamento; e che a “scegliere” di far entrare clandestini molto spesso è il mercato del lavoro, in modo soft, spontaneo (pensiamo a tutta la questione “badanti”, persone irregolari ma assai richieste). E che la clandestinità si alimenta della necessità delle nuove forme di lavoro spesso di bassa qualità e sempre sottopagato, in concorrenza spietata (nell’edilizia, nei servizi…), dove appunto i cosiddetti clandestini sono “necessari”. Insomma sono questioni, a- il rifiuto dei ghetti e la convivenza in una società multietnica, e b- l’atteggiamento verso la clandestinità (decisa o rifiutata non dalla politica ma dal mercato del lavoro), sulle quali dobbiamo trovare strumenti più idonei di soluzione, rispetto a tentazioni emotive, buone o cattive che siano.
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“E ORA FACCIAMO I QUARTIERI MISTI”da “IL GIORNALE” del 17/2/2010, di Antonio Ruzzo – intervista a Roberto Formigoni, governatore della Lombardia - «Serve una distribuzione più equa degli immigrati nella città. Solo così si evitano ghetti abitati solo da stranieri e si aiuta la convivenza tra le diverse culture»
Milano «Solo in Via Padova poteva succedere quello che è successo». Roberto Formigoni non ha dubbi: quartieri come quello alla periferia nordest di Milano messo (il 13-14 febbraio scorso, ndr) a ferro e fuoco in una guerra tra bande di immigrati, sono polveriere pronte ad esplodere. Nel suo progetto di città multietnica gli stranieri che rispettano le leggi e vogliono integrarsi vanno integrati, ma bisogna dar loro una mano.
Servirebbe la bacchetta magica…
«Non è necessaria, mi creda. Serve un piano e una politica che porti a pensare ad una distribuzione più equa degli immigrati nelle città. Perché dove le concentrazioni di stranieri sono eccessive sono tutti a disagio: gli italiani e loro stessi».
Questo cosa significa. Mettere un tetto alle concentrazioni etniche o fissare quote per nazionalità agli affittuari?
«Chiariamo subito che i metodi coercitivi sono fandonie. Bisogna creare dei quartieri mix, dove possano convivere piccole comunità di nazionalità diverse e non ghetti abitati solo da nordafricani, sudamericani o cinesi. Chi arriva da noi deve capire che siamo pronti ad accoglierli in ogni zona di una città. E in questa direzione devono muoversi le istituzioni, le parrocchie, le associazioni per fare opera di convincimento. Se il numero degli stranieri viene distribuito in modo più equo è più semplice che diverse culture si sopportino e non si creano tensioni e zone franche».
Gli incentivi per convincere gli stranieri ad uscire dai quartieri ad alta densità multietnica potrebbero essere un idea?
«Sono un’ottima idea, una delle tante che potrebbero essere applicate. Ma ripeto, l’obbiettivo è quello di decongestionare certe zone ad alta intensità di immigrazione e tutto ciò che va in quella direzione si deve prendere in considerazione. Stiamo studiando, anche se va detto che questa non è una operazione che può essere fatta dall’oggi al domani».
Nel frattempo non ha paura che nelle periferie milanesi possa succedere quello che è successo nelle banlieu di Parigi?
«Assolutamente no. Via Padova è stato un caso isolato, non preventivabile. Per una lite da poco è stato ucciso un ragazzo e quel raptus ha scatenato una reazione imprevedibile. Certo, lì la situazione è difficile, la più difficile della città. Ma a Milano non ci sono altre via Padova come continuano a sostenere certi “corvacci”. Il modello francese e anglosassone ha fallito, da noi il numero di immigrati che hanno raggiunto un buon livello di integrazione continua a crescere. In Lombardia ci sono 1 milione e 100mila stranieri, un quarto del Paese, e sono fondamentali perle nostre imprese, il nostro tessuto sociale. Il 22 per cento è proprietario di casa, molti sono piccoli imprenditori e negli ultimi otto anni sono raddoppiate le degenze negli ospedali che è un altro segno di accoglienza».
Però invia Padova il numero di clandestini è altissimo. La Lega voleva andare a cercarli casa per casa, poi Bossi e il ministro Maroni hanno ordinato a Salvini il dietrofront.
«Per carità, non scherziamo. I clandestini sono un grandissimo problema che va affrontato senza esitazioni ma senza fare propaganda. Danneggiano tutti, vivono in condizioni disastrose e creano tensioni fortissime che poi esplodono come in via Padova…».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi sta mettendo a punto un «patto» pervenire incontro agli immigrati: chi rispetta le regole e la nostra identità va aiutato. Che ne pensa?
«Penso che sia la strada giusta, l’unica percorribile. Lo scatto in avanti si fa solo così, con un’assunzione di responsabilità da parte nostra e da parte di chi arriva nel nostro Paese con l’animo giusto. Bisogna diffondere educazione, cultura, formazione a chi sta ai patti. È già il modello lombardo». (…)
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IL GHETTO MULTIETNICO DI MILANO
COME SI DIFENDE UN QUARTIERE
di Angelo Panebianco, da “Il Corriere della Sera” del 16/2/2010
Lo scontro interetnico di via Padova a Milano ha portato nuove sofferenze a due categorie di persone, del tutto incolpevoli: i vecchi abitanti della zona e gli immigrati che vorrebbero lavorare in pace. Gli italiani di via Padova, esasperati, e impossibilitati ad andarsene (anche, probabilmente, in molti casi, a causa del deprezzamento subito dai loro alloggi), denunciano le condizioni di degrado e la mancanza di sicurezza.
Ma anche gli immigrati che lavorano hanno la loro pesante dose di disagi. Non sono, presumibilmente, leghisti quegli immigrati che a Gianni Santucci (sul Corriere di ieri) dicevano: «A distruggere le vetrine c’erano troppe facce che vedo in giro a non far niente tutto il giorno» oppure «Devono prenderli e mandarli a casa».
Ci sono in gioco due questioni, difficili da gestire. La prima riguarda la clandestinità, la sua frequente connessione con attività criminali, nonché il ruolo di primo piano che i clandestini svolgono sempre nelle rivolte urbane. La seconda riguarda la formazione di ghetti multietnici all’interno delle città. Come ha scritto Isabella Bossi Fedrigotti, sempre sul Corriere di ieri, ciò che è successo in via Padova può accadere in altri quartieri di Milano e in tante altre città.
Combattere l`immigrazione clandestina è difficilissimo. Ma lo è ancora di più se tanti operatori, religiosi e settori di opinione pubblica mostrano un’indulgenza che sfiora la complicità verso il fenomeno. Come è fin qui accaduto.
Che senso ha, in nome di una sciatta e del tutto ideologica «difesa degli ultimi», disinteressarsi delle gravissime conseguenze che la clandestinità porta con sè e che sono destinate a pesare sia sugli italiani che sugli immigrati regolari? Le probabilità di scontri etnici, quanto meno, diminuiscono se la clandestinità viene arginata e i facinorosi allontanati. E migliora, per tutti, la vivibilità dei quartieri.
La seconda questione riguarda la formazione di ghetti multietnici. E’ un problema ancora più difficile da risolvere di quello della clandestinità. A causa del fatto che i ghetti si formano quasi sempre in modo spontaneo, seguendo dinamiche che sono proprie del mercato (degli alloggi). Il ministro degli Interni Roberto Maroni, nella sua intervista al Corriere di ieri, ha detto cose responsabili e condivisibili. Ma ha forse sopravvalutato la possibilità di impedire per il futuro eccessi di concentrazioni etniche nelle aree urbane. l ghetti si formano perché l`afflusso di immigrati spinge le persone che temono un deprezzamento eccessivo della loro proprietà a vendere. E quando il deprezzamento è compiuto, il quartiere si riempie di immigrati poveri. E’ difficile bloccare questi processi.
In un bel film che circola in questi giorni nelle sale, “An education”, due allegri mascalzoni sbarcano il lunario prendendo in affitto appartamenti in quartieri di soli bianchi e poi subaffittandoli a famiglie di colore. Le vecchine del quartiere si spaventano, svendono di corsa case e mobilio. E i due mascalzoni arraffano tutto l’arraffabile.
Forse, consistenti sostegni economici alle persone che, a causa del flusso immigratorio, vedono deprezzate proprietà ed esercizi commerciali, servirebbero di più che non tentativi di pianificazione nella distribuzione urbana dei vari gruppi etnici. Alleviando il danno, ciò forse contribuirebbe anche a ridurre il rancore verso gli immigrati.
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Normative tra fare e disfare
L’ETERNO CANTIERE IMMIGRAZIONE
di Guido Bolaffi, da “Il Sole 24ore” del 16/12/2009
Sull’immigrazione la politica italiana continua a scherzare col fuoco. A fronte di un fenomeno complicato ed in veloce, sistematica evoluzione, le sue dispute interne sembrano condannarla al lavoro di Sisifo. Ricomincia sempre da capo. Come se tempo e memoria non fossero vincoli ma banali optional dai quali si può prescindere senza pagare pegno. Prendiamo, ad esempio, la questione relativa alla creazione di un ministero ad hoc dell’immigrazione e quella del diritto di voto agli stranieri.
Partiamo dal primo. L’onorevole Briguglio, parlamentare di maggioranza, ha sostenuto la necessità di un cambiamento grazie all’istituzione di un nuovo dicastero dell’immigrazione con l’attribuzione delle relative deleghe oggi in capo al ministero degli Interni. In sè niente di male. Salvo spacciarla come una novità. Sono passati vent’anni da quando, all’atto della conversione in legge del decreto Martelli del 1989, il problema fu posto per la prima volta senza da allora, essere mai stato risolto. Un tempo addirittura siderale se si considera che all’epoca gli immigrati in Italia erano poche centinaia di migliaia e non gli oltre 4 milioni di oggi. Ed Internet ancora non esisteva.
Con l’aggravante di obbligare l`amministrazione ad un ennesimo, costoso trasloco di uomini, mezzi e competenze a pochi mesi da quello fatto – ma nella direzione opposta – dalla compagine governativa di centrosinistra, che ha trasferito la responsabilità dell’immigrazione dal Welfare al Viminale.
Stesso discorso per quanto riguarda il diritto di voto. Che è tanto auspicabile quanto ineluttabile. Ma il problema non è questo. Il punto è che non riusciamo a darci ragione di un’amnesia che appare inspiegabile.
Come non ricordare, infatti, che nel 1998, all’atto del voto sulla legge Turco-Napolitano, l’opposizione aveva scambiato la sua rinuncia al filibustering parlamentare con lo stralcio, da parte del governo, dell’articolo relativo al diritto di voto amministrativo per gli immigrati. L’intesa era che se ne sarebbe discusso un minuto dopo il varo, poi avvenuto, della norma sul voto degli italiani all’estero.
Perché non tenere conto di quanto già fatto in Parlamento? Il tema delle partecipazione elettorale amministrativa degli stranieri era tra l’altro già contenuto nella “Convenzione di Strasburgo” del 1994 firmata dall’Italia, con l`eccezione di questo punto specifico. Basterebbe, come è già avvenuto per tutti gli altri capitoli di quella Convenzione, decidersi a recepire anche questo suo ultimo capitolo nel nostro ordinamento interno.
Sull’immigrazione l’Italia vive, e non da oggi, in una sorta di permanente stato febbrile che cerca di curare sfornando provvedimenti di legge come nessun altro al mondo. Basta leggere per credere: 1986, legge n.943;1989, legge Martelli; 1992, legge Boniver,1993, legge Conso; 1993, decreto legge sul lavoro stagionale; 1996, legge Dini;1998, legge Turco-Napolitano; 2001, legge Bossi-Fini Last but not least il provvedimento sull’ordine pubblico con l’introduzione del reato di clandestinità. Tutto si fa ad hores. La ragione? Che nessuno ha ancora trovato il coraggio e la lungimiranza di dire basta al suo uso improprio come arma per regolare i conti politici. Con i nemici e con gli amici.
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I SUPER DOVERI DEGLI IMMIGRATI
di Giovanna Zincone, da “La Stampa” del 8/2/2010
La cittadinanza dell`Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata. Vediamo perché.
L`Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio.
Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell`Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po` di anni. L`europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell`Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.
La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l`appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo “fare sul serio” variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio. L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino.
D`altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente.
Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l`asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po` più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l`educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi.
L`esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull`apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato. Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare.
È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve.
Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l`obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un`immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali.
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Sui fatti di Milano
CITTADINI OSTAGGIO DELLA BANLIEU
da “La Nuova Venezia” del 15/2/2010
MILANO. Ieri, a poco più di 24 ore dalla rivolta della comunità nordafricana di via Padova, a Milano, dove sabato è stato assassinato un giovane egiziano, la calma era ancora lontana dall’essere ristabilita. Finiti gli scontri, la tensione è rimasta alta, e ad essa si sono aggiunte le inevitabili polemiche politiche mentre decine di pattuglie blindavano il quartiere.
La polizia intanto cerca di individuare i responsabili del delitto, che dovrebbero essere cinque o sei giovani sudamericani, già noti come facenti parte di una gang chiamata «Chicago», nata da una costola dei più noti «Latin King», che si riunisce nel vicino Parco Trotter e in un palazzo nella stessa via dove abitava la vittima, Abdel Aziz El Sayed, imbianchino di 19 anni, regolare ma in attesa da quasi un anno del rinnovo del permesso di soggiorno.
Alla base della lite poi degenerata nel delitto, secondo testimonianze, ci sarebbero degli apprezzamenti fatti alla fidanzata dell’ucciso, una giovane italiana. Mentre l’egiziano scampato all’aggressione, il principale testimone, si troverebbe nel Cie di via Corelli per essere protetto. Intanto, polizia e carabinieri hanno comunicato di aver fermato i primi quattro presunti responsabili dei vandalismi di sabato. Nel corso dei tafferugli sono state ribaltate 9 auto, 17 quelle danneggiate e 5 negozi latino-americani hanno subito atti di vandalismo.
Gli stranieri accompagnati in Questura dopo che la situazione era tornata alla normalità sono stati 37, tutti egiziani tranne un ivoriano (uno degli aggrediti). Ventitré di essi sono risultati regolari e dei rimanenti irregolari, quattro sono stati fermati con l’accusa di «devastazione e saccheggio». Si tratta di quattro egiziani, due di 27 anni, uno di 19 e uno di 32. I fermi, che adesso dovranno essere convalidati, sono stati eseguiti da Digos e Nucleo informativo dei Carabinieri, mentre le indagini sull’omicidio sono condotte dalla Squadra Mobile.
Da più parti si è gridato al «quartiere polveriera multietnica» anche se gli investigatori non concordano. Il Nucleo informativo, ad esempio, valuta l’accaduto più come una reazione emotiva e sottolinea che dei 2-300 magrebini che sabato hanno animato la protesta, i più facinorosi erano solo una ventina. Ma la reazione delle forze dell’ordine schierate, a molti abitanti, è parsa tardiva. «Questi spaccavano tutto e loro rimanevano fermi», urla un negoziante straniero.
E le polemiche non sono tardate ad arrivare, con il sindaco Letizia Moratti che ha promesso più uomini e i sindacati di polizia che fanno notare che «queste promesse si succedono ogni volta che accade qualcosa ma le risorse sono state tagliate». «Hanno riempito di telecamere la città – dice un pasticcere – ma qui ce ne sono meno che in tutte le altre parti. Ma non era un quartiere a rischio? E i controlli nei negozi chi li deve fare?». «Ci hanno mandato i soldati – ha detto un anziano – che non sanno nemmeno cosa fare». «In pochi anni sono arrivati decine di migliaia di stranieri – ha replicato il vice sindaco – con 44 mila clandestini. Numeri difficili da gestire, anche se Milano è ben lontana dall’essere Parigi». Però sabato il clima è sembrato un po’ quello delle banlieu.
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CITTÀ MULTIETNICA
di Gad Lerner, da “La Repubblica” del 18/2/2010
Per secoli Costantinopoli, l’ odierna Istanbul, fu al tempo stesso la più grande città turca, greca, armena, curda, ebraica, romena del Mediterraneo. Era la New York del suo tempo, la capitale del mondo (ammesso che possiamo permetterci il lusso, allora come oggi, di escludere la Cina). Grazie a questa straordinaria peculiarità multietnica la metropoli plurale cresciuta sul Bosforo, al confine tra Europa e Asia, prosperava senza paragoni possibili con gli altri centri urbani europei: Parigi e Londra apparivano borghi trascurabili al suo cospetto.
Prima che sopraggiungesse l’ epoca dei nazionalismi, contrassegnata da genocidi, trapianti di popolazione e pulizie etniche, la città-mosaico aveva rappresentato il più potente fattore di sviluppo economico e culturale lungo tutta la sponda sud del Mediterraneo: furono multietniche fino a non molto tempo fa Salonicco, Smirne, Antiochia, Aleppo, Haifa, Alessandria d’ Egitto, Algeri, Orano, successivamente ridotte con la forza a innaturale omogeneità.
È banale constatare come la brutale cancellazione dell’ esperienza urbana levantina, nel giro di pochi decenni del secolo scorso, abbia contribuito decisivamente al declino delle regioni mediterranee interessate. La Istanbul monoetnica di oggi resta una grande città ma non è più una capitale. Un senso di vuoto, di mutilazione subita, infonde sentimenti di rimpianto e nostalgia nelle altre città che furono plurali e oggi sono ridotte al rango di province arretrate.
E prima ancora, l’ equazione multietnicità uguale progresso era stata confermata dalla nuova potenza mondiale: gli Stati Uniti d’ America, un nuovo impero generato dall’ incontro fra comunità migranti. Tuttora, per fare un solo esempio, New York ha una popolazione ebraica numericamente superiore alla somma di Tel Aviv e Gerusalemme. Mentre l’ estirpazione della presenza ebraica dall’ est Europa può essere annoverata tra le cause del suo impoverimento. Magari bastasse la consapevolezza storica per convincere i popoli.
Le recenti contrapposizioni ideologiche su un concetto astratto come il multiculturalismo segnalano dunque come sia difficile per le leadership politiche e culturali misurarsi con il fallimento di un’ illusione: far coincidere semplicemente, sulla carta geografica, gli Stati con le nazioni.
Quando un leader che è anche imprenditore globale come Berlusconi (con soci arabi e interessi sparsi oltreconfine) proclama di battersi “contro la società multietnica”, denota l’ urgenza opportunistica di assecondare una spinta difensiva anacronistica lontana dal suo linguaggio originario: il format televisivo commerciale, apolide per definizione.
Quando protesta contro il fatto che a passeggio nel centro di Milano s’ incontrano troppi africani, nega l’ abc della nuova metropoli europea di cui anche lui è figlio. Quasi mai la città multietnica è il prodotto di una politica abitativa consapevole, pianificata. Perché i flussi migratori possono essere regolati da governi responsabili, ma ben difficilmente pianificati. Accade così, con il senno di poi, che le diverse visioni culturali e soprattutto le convenienze politiche diano luogo a teorie dell’ integrazione o del rifiuto che solo a parole rivendicano la dignità di un progetto. I due “modelli” alternativi di integrazione spesso contrapposti sono oggi in Europa il “modello repubblicano francese” e il “modello comunitarista britannico”.
La Francia, erede di una concezione rivoluzionaria della cittadinanza fondata sui diritti, e quindi disgiunta dal vincolo di sangue della nazionalità, ha perseguito una pedagogia delle regole che trasformi gli immigrati in concittadini su base laica. Ciò non ha impedito la formazione di agglomerati urbani separati, di problematica integrazione.
Ma finora le rivolte delle banlieu, seppure violente, hanno visto prevalere la dimensione sociale e semmai criminale rispetto a quella religiosa integralista. Viceversa la storia coloniale dell’ impero britannico ha favorito nel Regno Unito la crescita di vere e proprie comunità immigrate a sé stanti, dotate di leadership separate anche nell’ elaborazione di codici morali e di cittadinanza, finendo per costituire entità in comunicanti.
Perfino corpi estranei, talvolta “nemici interni”. In diverse città italiane (Torino e Genova al nord, Palermo e Catania al sud) l’ occupazione di vaste porzioni di centro storico da parte delle comunità immigrate è stata parzialmente gestita nel tempo con un’ affannosa rincorsa di integrazione spontanea, affidata soprattutto alla scuola e al volontariato sociale, oltre che all’ azione preventiva e repressiva delle forze di polizia. Diverso è il caso di Milano, governata ormai da decenni da amministrazioni di destra che rifiutano ideologicamente la nuova dimensione multietnica.
Ciò naturalmente non ha frenato la vitalità dei nuovi cittadini milanesi immigrati, le cui imprese registrate presso la Camera di Commercio ormai detengono una quota di ricchezza irrinunciabile per l’ economia metropolitana; senza contare la quota dell’ economia illegale e della malavita. Il risultato è che la nuova forza economica degli immigrati, rifiutata a parole e boicottata con normative anacronistiche, spontaneamente cerca luoghi di residenza e d’ investimento che aggirino l’ ostacolo.
Fu così per la prima “casbah” di Porta Venezia, oggi non solo bonificata ma arricchita grazie alla sua nuova dimensione multietnica. È toccato poi alla non distante arteria commerciale di via Padova di divenire il ricettacolo di subaffitti senza regole e di vendite d’ appartamenti e negozi alla spicciolata, con prezzi in costante ribasso. Il laissez faire di chi rifiutava ogni pianificazione perché elettoralmente gli conveniva proclamare “no allo straniero”, di certo non era in grado di bloccare la metamorfosi in atto. Ma ha causato un’identificazione fra città multietnica e degrado che stride con la storia della civiltà. – GAD LERNER





La Mongolia, terra di popolazioni nomadi che vivono in particolare con l’allevamento, è in questi mesi in una situazione grave. Da più di tre mesi il Paese è paralizzato dal gelo e sconvolto da nevicate continue. Oltre tre milioni di animali, tra yak, pecore, capre, cavalli e cammelli, sono morti per il freddo e per la fame. Intere regioni sono isolate. Migliaia di persone sono allo stremo, consumate dalla denutrizione. La Mongolia, abituata da sempre a condizioni estreme, è nella morsa di un cambiamento climatico devastante. L’inverno gelido e nevoso ha seguito un’estate torrida e arida. Il fenomeno, chiamato Dzud, si era finora ripetuto ogni otto-dieci anni, consentendo a uomini, animali e piante di rimettersi dai dissesti. Dal 1990 questo è invece il quinto Dzud che flagella i mongoli.
In questa situazione gravissima, alla catastrofe attuale (morte e distruzione di animali che fanno parte dell’allevamento, dell’economia e del benessere della maggior parte della popolazione, che è nomade) gli esperti meteorologhi dicono che se ne aggiungerà un’altra: all’arrivo della primavera, cioè la fine dei ghiacci, in maggio-giugno ci sarà un’alluvione disastrosa che interesserà gran parte del Paese, causando conseguenze ancor più gravi. Insomma un situazione di grande gravità. Gli aiuti internazionali sono pochi e insufficienti.
Parliamo qui delle condizioni della Mongolia, oltre per tentare di dare un piccolo contributo a tenere viva l’attenzione su quel Paese (quasi del tutto ignorato dai governi, dai mass-media, da noi tutti…) (…vi mettiamo pure in comunicazione con possibilità di aiuto ai Missionari della Consolata che in quel paese operano), oltre a questo, merita parlare di Mongolia perché è ancora una volta la dimostrazione che i cambiamenti climatici colpiscono in particolare territori e popolazioni che hanno un rapporto più diretto, dipendente, con i cicli della natura: se certi equilibri e ricorsi storici vengono a cessare, vengono a cadere, allora è la fine di queste popolazioni e del loro modo di vivere.
La crisi attuale della Mongolia significa probabilmente un duro colpo al nomadismo, a un sistema di vita molto duro ma vero, originale, assai diverso dal nostro. E l’alternativa che si aprirà per quelle popolazioni è probabile che saranno le banlieu nelle città maggiori, la vita povera in periferia, senza più alcuna dignità e storia vissuta.
E’ possibile aiutare e dare una vitalità e continuità economica al sistema del nomadismo? (che vede interessate ancora molte popolazioni (pensiamo ad esempio nell’Africa centrale sub-sahariana…)? Noi pensiamo di sì. Forme di “modernizzazione” del nomadismo, date ad esempio da condizioni e strumenti tecnologici messi a disposizione dei nomadi affinché possano proteggere sè stessi, le proprie famiglie e la fonte della loro economia (il bestiame) dalle intemperie; permettendo in ogni caso la continuazione degli spostamenti stagionali anche nelle aree dove il deserto si allunga o si ritira a seconda della stagionalità… ebbene tutto questo, l’intervento internazionale a sostegno del nomadismo (ad esempio con mezzi meccanici e di trasporto efficienti; stalle mobili di protezione dalle intemperie invernali per gli animali, sistemi moderni di conservazione, dell’acqua e degli alimenti, strumenti fotovoltaici di utilizzo dell’energia solare…) tutto questo potrebbe indurre popolazione a continuare in queste forme di vita e di economia, rifiutando il degrado e l’anonimato della bidonvilles.
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MONGOLIA. L’ INVERNO DELLA CATASTROFE: IL GELO STERMINA LE MANDRIE
di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 3/3/2010
(da Pechino). Un inverno tragico sconvolge la Mongolia. Da tre mesi il Paese, stretto tra la Russia siberiana e il nord della Cina, è paralizzato dal gelo e sconvolto da nevicate continue. Oltre tre milioni di animali, tra yak, pecore, capre, cavalli e cammelli, sono morti per il freddo e per la fame. Intere regioni sono isolate. Migliaia di persone sono allo stremo, consumate dalla denutrizione, dall’esaurimento delle fonti di riscaldamento e dall’impossibilità di essere curate.
Nell’ultima settimana una ventina di pastori nomadi sono morti per gli stenti. Tra loro undici bambini. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e rivolto un appello alla comunità internazionale. Oltre centomila nuclei familiari mancano all’appello da settimane. Il ministero per le Calamità naturali stima che prima del disgelo, atteso tra maggio e giugno, moriranno almeno altri tre milioni di capi di bestiame. Le perdite economiche degli allevatori superano i 70 milioni di dollari.
Con l’arrivo della primavera è attesa un’ altra catastrofe. Lo scioglimento di ghiaccio e neve causerà l’alluvione di metà del territorio, distruggendo i pascoli e le magre coltivazioni. Milioni di carcasse animali, abbandonate, inquineranno le sorgenti e diffonderanno epidemie. Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme, paragonando l’emergenza ad uno tsunami, o a un terremoto.
Il programma di sviluppo dell’ Onu, come intervento immediato, ha destinato un fondo di un milione di dollari per rimuovere e seppellire le carogne che assediano città e villaggi. L’Unicef ha avvertito che cibo e riscaldamento non sono più disponibili in centinaia di dormitori delle scuole. Alunni e studenti, che trascorrono l’ inverno lontano dalle famiglie sparse in montagna e nelle steppe, non possono salvarsi tornando a casa o nelle yurte (le tende dell’Asia centrale ndr) perché le piste sono interrotte, o cancellate. Il ministero della Sanità ha dichiarato di non essere in grado di fornire cure e farmaci.
«Solo un intervento immediato della comunità internazionale – ha detto Akbar Usmani, rappresentante Onu in Mongolia – può evitare uno sterminio». Il Paese, abituato da sempre a condizioni estreme, è nella morsa di un cambiamento climatico devastante. L’ inverno gelido e nevoso ha seguito un’ estate torrida e arida. Il fenomeno, chiamato Dzud, si era finora ripetuto ogni otto-dieci anni, consentendo a uomini, animali e piante di rimettersi dai dissesti. Dal 1990 questo è invece il quinto Dzud che flagella i mongoli.
Le temperature estive sono aumentate in media di 2,2 gradi, quelle invernali scese di 3,5 gradi. Ulan Bator è la capitale più fredda del pianeta. Quest’ anno però, a partire da fine novembre, raramente la temperatura ha superato i 40 gradi sotto zero. In molte zone la colonnina del mercurio è scesa sotto i meno 50. Tre quarti della superficie della nazione, vasta cinque volte l’ Italia, è sommersa da almeno un metro di neve ghiacciata. Le enormi mandrie, unico bene della popolazione, non hanno più avuto la possibilità di scavare fino a raggiungere licheni e arbusti. La strage del bestiame e il deperimento dei capi ancora in vita, hanno privato la gente di latte, grasso e carne, componenti essenziali dell’alimentazione.
E’ venuto a mancare anche lo sterco degli yak, combustibile primario fuori dalla capitale e nelle aree dove manca il legname offerto dalla vegetazione. La periferia di Ulan Bator si è trasformata in un’immensa tendopoli di disperati in fuga dai deserti. Secondo i medici delle Nazioni Unite le condizioni igieniche sono esplosive. Il ministero degli interni ha lanciato l’allarme a causa di saccheggi alimentari nei negozi e assalti nelle abitazioni dei residenti, alla ricerca di vestiti e carbone.
Batbold Dorjgurhem, direttore della cooperazione internazionale presso il ministero dello Sviluppo, ha dichiarato ieri che «il disastro in atto cambierà per sempre il volto della nazione». Nel 2001, dopo un inverno meno difficile di quello in corso, migliaia di famiglie nomadi hanno abbandonato la vita pastorale riducendosi all’emarginazione nei sobborghi delle città. Sette maschi adulti su dieci, secondo una ricerca del governo, lottano contro l’alcolismo indotto dalla disperazione.
Quest’ anno, secondo la ricercatrice Onu Rana Flowers, finirà molto peggio. Almeno il 10% del bestiame, pari a quasi 5 milioni di capi, è perduto. Dei 2,6 milioni di mongoli, oltre 1 milione restava dedito alla pastorizia migrante. Circa trecentomila famiglie hanno espresso la volontà di abbandonare la millenaria vita tradizionale e presentato domanda per un alloggio pubblico. Significa che la Mongolia uscirà dall’ inverno con un profilo stravolto.
Secondo gli ultimi dati del governo, fino a ieri il gelo ha falciato 1,8 milioni di capre, 1 milione di pecore, 200 mila mucche, 150 mila yak, 90 mila cavalli e 1700 cammelli. Su 21 province sepolte da una neve dura, 19 hanno subìto danni naturali permanenti. Le regioni del nord e dell’est, abitate dalla minoranza kazakha aggrappata alle grandi montagne, rischiano lo spopolamento definitivo. In queste ore le agenzie Onu stanno cercando di raggiungere 60mila famiglie in pericolo di vita. Uno stanziamento di 300mila dollari cerca di convincere i pastori, al prezzo di 4 dollari al giorno a testa, a bruciare le carcasse dei loro animali.
Il bilancio della nazione, già modesto, non è in grado di sostenere gli aiuti per una ripresa. «Il bestiame – dice Akbar Usmani – è la sorgente unica dei mongoli da prima di Gengis Khan. Senza animali non possono mangiare, vestirsi, riscaldarsi, costruire le yurte e spostarsi. Chi ha perso i propri capi non ha perduto solo reddito e lavoro. Sa di aver smarrito la possibilità di sopravvivenza della famiglia». All’inizio dell’inverno i nomadi sono scesi dalle praterie d’alta quota, chiudendo gli animali in ripari di sasso che distano molte ore dai loro rifugi invernali. Secondo il responsabile dell’ ufficio veterinario nazionale, l’assenza di fieno sotto la neve, il gelo di recinti in pietra e l’ interruzione delle piste, che hanno portato all’abbandono del bestiame per settimane, sono all’origine della catastrofe. Da Cina, Kazakhstan e Russia sono ora in marcia convogli umanitari con cibo, coperte, medicine e scarpe. Per le Nazioni Unite è però «una goccia nel mare, mentre neonati e bambini muoiono».
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Da: http://www.mongolia.it/news.htm :
Padre Ernesto Viscardi: “Milioni di animali morti, il gelo ha distrutto migliaia di famiglie, non solo allevatori” Ecco come aiutarle concretamente.
11 febbraio 2010. I missionari e le missionarie della Consolata hanno lanciato una raccolta fondi per far fronte all’emergenza gelo in Mongolia, dove migliaia di famiglie sono a rischio fame a causa delle temperature che hanno toccato punte di -50 gradi. “Quasi due milioni di capi di bestiame sono già morti”, scrive il Superiore dei missionari della Consolata in Mongolia padre Ernesto Viscardi. “Ora si teme per i prossimi mesi, nel corso dei quali il numero potrebbe raddoppiare, lasciando altre migliaia di persone senza cibo”. Il freddo non ha colpito solo gli allevatori, continua padre Viscardi, ma tutta la popolazione, che fatica a trovare legna e carbone per scaldarsi. Le Nazioni Unite e il governo mongolo hanno stimato che saranno necessari aiuti per sei milioni di dollari nel corso dei prossimi tre mesi per permettere alle popolazioni colpite di superare l’inverno. È possibile contribuire con una donazione visitando il sito web della Fondazione Missioni Consolata Onlus (www.missioniconsolataonlus.it/mco), dove sono disponibili anche informazioni in costante aggiornamento sull’emergenza.
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La Mongolia nella morsa del gelo
Aggiornamenti dai missionari della Consolata in Mongolia - Notizie da Arvaiheer – p. Ernesto Viscardi
12 febbraio 2010 – Questa mattina abbiamo realizzato una serie di incontri con le massime autorità locali per informarci sulla reale situazione della regione e capire le necessita’ piu’ urgenti. Il primo a riceverci e’ stato il governatore della Regione dell’Övörkhangai il sig. Togtoxsuren il quale ci ha fatto il quadro della situazione regionale.
Questi i dati che ci ha fornito. Nella regione dell’Övörkhangai si contano 3.620.000 capi di bestiame (pecore, capre da cashmere, cavalli, cammelli, mucche e yak). Di questi, 500.000 (pari al 10%) sono già morti a causa dello zud (poca erba, grande gelo e neve alta) e un gran numero potrebbe subire la stessa sorte nei prossimi mesi per la mancanza di riserve di mangime e fieno. Per una Regione che fonda la sua economia sull’allevamento di capi di bestiame questa è una perdita considerevole e certamente un disastro per le singole famiglie.
Fra i villaggi più colpiti il governatore indicava: Bayan Öndör, Sant, Bayangol, Tögrög, Zuun (con 300.000 capi di bestiame morti), Bayan Ulaan, Taragt. Ad eccezione degli ultimi due gran parte dei SUM (villaggi) si trovano nel deserto del Gobi. L’Amministrazione Regionale ha organizzato una commissione ad hoc per far fronte all’emergenza e lo stesso governatore, ringraziandoci per la nostra disponibilità ci invitava ad operare in stretta collaborazione con essa. Ci ha anche informati che, in caso volessimo visitare i villaggi menzionati, ci fornirebbe un suo salvacondotto.
Parlando poi dei bisogni il sig. Togtoxsuren indicava fra quelli piu’ urgenti: vestiti caldi, cibo, medicine e combustibile per le famiglie; fieno e mangime per gli animali.
Abbiamo anche incontrato il sindaco il sig. Gonchigdorj con lo scopo di renderci conto della situazione nei dintorni della cittadina di Arvaiheer, la capitale della regione. Il sindaco confermava che i Sum più colpiti erano quelli situati a sud nella zona del deserto del Gobi mentre una decina di famiglie residenti nella periferia del territorio cittadino hanno perso i loro animali. In cifre: dei 126.000 animali contati nel territorio della città di Arvaiheer ne sono morti finora 20.000.
In citta’ il problema si fa più acuto per la povertà di un certo numero di famiglie che con le temperature fredde di questi mesi hanno difficoltà a procurarsi il necessario per cibo e combustibile. (Per esempio, solo nel nostro quartiere ci sono 3700 abitanti; delle 1057 famiglie residenti 400 sono povere o molto povere).
Questi i primi dati che abbiamo potuto raccogliere dalle autorità di Arvaiheer. Nei prossimi giorni è prevista una visita nei villaggi più colpiti dal maltempo.
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Aggiornamenti dai missionari della Consolata in Mongolia
Lettera di P. Daniele Giolitti – 12 febbraio 2010 – Mongolia: Inizio dell’anno lunare al gelo
“Alzati presto al mattino. Guarda il cielo immenso. Darà spazio alla tua mente. Abbi un’idea alla sera. Guarda il cielo con le stelle. E il meraviglioso mondo ti amerà per sempre….. Chiunque tu incontri, guardalo con un sorriso di gentile amicizia. E così tu vivrai nella felicità e nella salute per un lungo tempo”.
(Danzan Rabjaa – Monaco buddista e poeta mongolo)
Qui in Mongolia anche quest’anno, malgrado il gelo e la neve, abbiamo celebrato da pochi giorni lo Tsagaan Sar. E’ la tradizionale festa che corrisponde all’inizio del nuovo anno lunare.
Per qualche giorno le notizie del telegiornale locale sui disastri causati dallo zud – l’emergenza di estremo freddo, con molta neve e con la conseguente morte di migliaia di capi di bestiame – hanno lasciato il posto a immagini di famiglie mongole in festa con simboli di prosperità per l’anno a venire.
Noi missionari di Ulambataar, approfittando di una settimana di vacanza dalla scuola, siamo partiti con il treno della famosa transmongolica in direzione sud verso il deserto del Gobi. Questa esplorazione ci ha permesso così di toccare con mano la dura realtà dei pastori in una zona così remota quanto affascinante quale il deserto.
Il treno in terza classe era strapieno, tutti con regali e vestiti con il del (abito tradizionale mongolo) pronti per riabbracciare i cari. Dopo 11 ore di viaggio arriviamo a Sainshand e grazie all’aiuto di due studenti universitari ci sistemiamo in un alberghetto. L’indomani siamo invitati a casa loro per condividere il banchetto fatto di buuz (tipici agnolotti mongoli). Poi troviamo provvidenzialmente un furgone per raggiungere la nostra meta: il monastero buddista Khamarin Khid, fondato dal famoso monaco poeta Danzan Rabjaa. Siamo in pieno deserto. Il luogo è magnifico. La famiglia che ci ha dato un passaggio ci presenta al capo dei monaci, il quale ci accoglie e ci offre una ger dove passeremo tre speciali giorni. Troveremo sabbia, cammelli, un freddo gelido, tende con stufa a carbone e grande accoglienza dei pastori. In questi giorni il monastero e il vicino centro di energia magnetica Shambala è meta di centinaia di mongoli, i quali si fermano in preghiera e offrono doni per i bisogni dell’anno nuovo.
Noi celebriamo la messa nella nostra tenda. Poi iniziamo i nostri sopralluoghi a piedi, e incontriamo diversi pastori al pozzo, i quali ci invitano nelle loro famiglie. Noi ci presentiamo sempre come ‘monaci di Gesù’ e, anche per il fatto che siamo stranieri, ciò crea molta curiosità. Scopriamo una realtà dura, quasi fuori dal mondo, dove anche le più piccole cose sono essenziali e vitali: acqua, fuoco, sterco per bruciare, legna, latrina. Qui l’ospitalità è la regola. Questo ci permette di dialogare un po’ con loro, entrare nei loro usi e costumi. Facendo loro domande, alcuni pastori ci dicono che l’emergenza gelo ha risparmiato in parte quella zona, ma ha mietuto vittime in regioni confinanti dello stesso deserto del Gobi. Dicono che in alcuni villaggi la situazione è molto critica, perché si prevede che la morsa di freddo continuerà ancora nei prossimi mesi.
Il giorno dopo, tutti ben coperti raggiungiamo alcune alte dune di sabbia. Il cielo è terso, di un azzurro infinito sopra la distesa pianeggiante. Il pensiero va al Creatore e si ferma a contemplare. Trascorrono le immagini di un popolo che in mezzo a condizioni di vita difficili, ha una grande fede e speranza. Per ore non c’è nessuno. Ma aspetta! Spunta in lontananza il pastore al galoppo sul cammello. Lo intravedo. Si avvicina. Ancora in lontananza lo saluto col braccio alzato. Lui anche mi saluta prontamente. E continua la sua corsa nella pianura deserta, forse con “un sorriso di gentile amicizia”. p. Daniele Giolitti
Da: www.missioniconsolataonlus.it/mco
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E i perdenti? Tutti in miniera!
24/02/2010 di marco restelli da: http://milleorienti.wordpress.com/
Chi sono i perdenti del mondo? Spesso si tratta di quei “popoli dimenticati” i cui diritti vengono calpestati per i motivi più diversi. Popoli al di fuori della globalizzazione e legati a tradizioni antichissime, come il nomadismo, o al contrario popoli aborigeni stanziali ma dediti al culto animistico della natura. I territori di questi popoli fanno gola alle multinazionali minerarie (e a i governi) che così preparano per loro un futuro letteralmente… “sottoterra”. Cioè in miniera. Voglio farvi due esempi recentissimi.
Un Dongria Kondh (dal sito di Survival)
Il primo esempio riguarda un caso di cui MilleOrienti si è gia occupato qui: è quello dei Dongria Kondh, una tribù aborigena di 8.000 persone che vive nello stato indiano dell’Orissa. Al riguardo, ecco cosa scrive l’associazione Survival International (che tutela i diritti dei popoli aborigeni) in un comunicato del 23 febbraio 2010:
Lo scorso weekend, i Dongria Kondh dell’India hanno celebrato il rito annuale di adorazione sulla cima della loro montagna sacra, che la compagnia Vedanta Resources è determinata a trasformare in una miniera di bauxite a cielo aperto. Centinaia di persone hanno danzato e cantato sulla vetta sacra di Niyamgiri, nello stato di Orissa. Solitamente, a questa celebrazione possono partecipare solo i fedeli ma quest’anno i Dongria Kondh hanno aperto le porte anche ai giornalisti e agli attivisti per dimostrare al mondo esterno l’importanza che la montagna ha per loro….Sono anni che la Vedanta cerca di aprire la miniera nella terra dei Dongria ma la resistenza locale, le sfide giudiziarie e il crescente sdegno internazionale lo hanno sin qui reso impossibile. La Vedanta ha bisogno della miniera per far lavorare la raffineria di alluminio che ha costruito ai piedi delle colline. Il complesso, recentemente condannato anche da Amnesty International, ha lasciato più di cento famiglie senza terra e, come ha riconosciuto anche dalla commissione statale sull’inquinamento, ha inquinato le falde acquifere. (Per leggere tutto il post di Survival, cliccate qui).
Da notare che l’8 febbraio Survival International aveva anche lanciato un appello a James Cameron, il regista del film Avatar, chiedendogli di aiutare la tribù dei Dongria Kondh e gli altri popoli aborigeni del pianeta, la cui storia è incredibilmente simile a quella dei Na’vi di Avatar.
Il secondo esempio di “popoli perdenti” condannati alle miniere lo traggo dal bel blog Scienza e Montagna di Jacopo Pasotti e riguarda i nomadi della Mongolia. In un post intitolato «Il futuro sotterraneo della Mongolia» Jacopo scrive fra l’altro: Fino ad oggi il governo mongolo aveva cercato di limitare lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese, prevalentemente riserve di oro ed uranio. Ma l’economia ristagna, molti mongoli si rifugiano nella capitale Ulan Bator….La soluzione per generare nuove opportunità di lavoro sarebbe, secondo il governo…aprire il paese alle compagnie minerarie. Le quali, l’esperienza insegna, il benessere lo portano a chi già ce l’ha (noi, e probabilmente l’elite mongola che detiene il potere) mentre la vita di chi vi deve lavorare spesso peggiora. Il nomade rimane una persona con uno stretto legame con il proprio territorio. Indipendente. Lo sfruttamento delle compagnie minerarie ha invece effetti devastanti sulle popolazioni locali. (Per leggere tutto il post di Jacopo, cliccate qui).
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TURISMO IRRESPONSABILE (pubblichiamo qui di seguito un articolo, dal Corriere della Sera, che delinea tracce di “turismo in Mongolia”; sicuramente piccola fonte di introiti finanziari per il poverissimo paese, e modo anche per capire, al di là delle tragedie e della vita agli estremi limiti della sopravvivenza, quali sono le bellezze del Paese: ma non è quel che vogliamo per la sopravvivenza della popolazione e della tradizione del nomadismo)VIVERE DA NOMADI
di Federico Pistone, da “il Corriere della Sera” del 13/2/2010
Esiste un posto nel mondo dove provare si può. Vivere da nomadi, tuffarsi nella natura selvaggia, cavalcare lungo praterie senza fine, dormire dentro tende di feltro con i lupi fuori dalla porta, nutrirsi del latte che hai appena munto, sentire il silenzio assoluto, quello del vento. E poi decidere cosa fare: tornare a gambe levate alle comodità di sempre oppure concludere che tutto sommato cambiare vita, senza compromessi, in fondo non è una cattiva idea.
Questa terra si chiama Mongolia, un Paese immenso — cinque volte l’Italia. Qui tutti sono nomadi, se togliete la capitale Ulaanbaatar, incrocio di carovane da tutta l’Asia fino agli anni Venti del Novecento e poi diventata più sovietica di Mosca, con palazzoni in puro stile Kiev e le ultime statue di Stalin a essere rimosse.
Un milione e mezzo di persone, metà di tutti i mongoli, vivono nella capitale più fredda (e sorprendente) del mondo; gli altri in continuo movimento nell’hodoo — la campagna — come vezzosamente chiamano tutto quello che è steppa, deserto, vallate, foreste per migliaia di chilometri intorno. Una presenza umana fondamentale quanto irrisoria (la densità è di nemmeno 2 abitanti per chilometro quadrato, un altro record mondiale). Non poteva che nascere e attecchire qui lo sciamanismo, la religione della natura, dell’estasi e della semplicità. Ancora oggi i mongoli, quasi tutti buddhisti, consultano regolarmente gli sciamani e rispettano le antiche tradizioni sacre.
L’Occidente ha fame di Mongolia, cioè di tutto quello che è puro, immacolato, semplice, assoluto. Un agriturismo immane dove ogni tenda, la leggendaria gher rimasta intatta come ai tempi di Gengis Khan, diventa un alloggio ecosostenibile, una masseria completa di parco (milioni di ettari senza nessuna recinzione), con vicini o padroni di casa sempre ospitali e sorridenti, e popolata non da cani o gatti malmostosi ma da cavalli, yak, cammelli, capre.
Quanto tempo avete per la grande prova? Due settimane? Si può fare: un fuoristrada, un driver esperto e possibilmente sobrio e via verso sud, la capitale resta alle spalle: davanti le sconfinate piane ocra del Gobi, dove Andrews Chapman, l’esploratore che ha ispirato Indiana Jones, ha dissotterato la maggior parte degli scheletri di dinoasauro del pianeta. Gli altri sono ancora lì, basta scavare.
Dopo aver attraversato le «dune che cantano» (Khongoryn els) , «le rupi fiammeggianti» (Bayanzag) e «la valle delle aquile» (Yolin am), si può risalire verso la verdissima Mongolia centrale fino a raggiungere Karakorum, l’antica capitale voluta da Gengis Khan con “leoni d’argento e serpenti d’oro da cui esce vino e latte di giumenta”, come ci assicurava nel Trecento il francescano Giovanni di Pian del Carpine. Di quel “centro del mondo”, distrutto per invidia dai manchu, resta poco, giusto un paio di tartarughe di pietra. Ma coi resti degli edifici nel XVI secolo i mongoli, che non buttano niente, hanno creato lo stupefacente monastero Erdene Zuu (cento tesori).
Dentro diecimila monaci felici, fino all’arrivo delle purghe sovietiche. Oggi resta il sontuoso perimetro fortificato di 108 stupa e molti templi dove ogni mattina i lama cantilenano antichi mantra tibetani. Un giorno di fuoristrada verso ovest per godersi una nuotata nel Terkhin tsagaan nuur, il lago lavico all’ombra del vulcano Khorgo (si può salire sull’orlo del cratere e scivolare fino in fondo al cono).
L’itinerario piega decisamente verso le zone siberiane del nord attraverso piste sofferte e meravigliose: eccoci al lago cristallino Khuvsgul, «il mare della Mongolia», collegato da un canale sotterraneo al Bajkal e circondato da fitte foreste di betulle e abeti. Per spezzare il lungo ritorno alla capitale, obbligatoria una sosta al monastero di Amarbayasgalant, uno dei più belli dell’Asia, che appare improvviso e fiabesco dietro una vallata. Qui è sepolto Zanabazar, il Leonardo della Vinci della steppa. Avete una settimana in più? Un avventuroso volo interno di qualche ora vi porterà all’estremo Ovest per immergersi nell’atmosfera immacolata dei monti Altai, eternamente innevati, territorio del rarissimo leopardo delle nevi e dei kazaki mongoli, ottantamila pastori musulmani che praticano ancora oggi l’antica caccia con le aquile. Spietata e leale. Come la Mongolia. (Federico Pistone)
MERIDIANI (febbraio 2010)
Finalmente la prestigiosa collana Meridiani dedica un numero monografico alla Mongolia: una pubblicazione straordinaria da un punto di vista estetico e anche molto completa e brillante nei contenuti. Un vero numero da collezione: le fotografie sono quanto di meglio sia stato pubblicato su questo Paese a livello internazionale e accompagnano d’un fiato il lettore per 162 pagine (6,20 euro) ricche di testi estremamente ricchi e aggiornati. Elisabetta Lampe ci racconta le gher (“La tenda racconta” con tutti i segreti delle “case” dei nomadi) e la capitale (“Eroe rosso”, Ulaanbaatar vista con il disincanto e il rigore di una cronista). Elena Bianchi e Giuseppe Ivan Lantos ci parlano del mito di Gengis Khan (“Nel nome del padre” e “Lupo della steppa”) con quello che il condottiero ha rappresentato per la storia dell’umanità e l’influenza che ancora oggi esercita sul popolo mongolo. La natura estrema e i suoi meravigliosi abitanti (leopardi delle nevi, orsi, antilopi, cammelli, aquile…) ce la racconta Tommaso Marzaroli nell’articolo “Lo zoo alla fine del mondo”. Renzo Bassi ci conduce nella storica impresa automobilistica organizzata da André Citroen in Mongolia negli anni Trenta (“Raid”). Si parla di miniere, d’oro e di rame, e delle opportunità (e i rischi) che si aprono per l’economia mongola nel servizio di Fabio Sebastiano Tana “La sfida di Ivanhoe”, riferita al nome dell’impresa che sta “bucando” il Gobi, un deserto tutto da scoprire, come ci rivela Valentina Murelli in “Jurassic Gobi”. Federico Pistone firma quattro reportage: “Orgoglio mongolo”, dedicato alla festa nazionale del Naadam, “Il ritorno dello sciamano”, “L’aquila kazaka”, sulla caccia tradizionale dei kazaki dell’Altai, e un itinerario lungo i sentieri degli Tsaatan, i misteriosi Uomini renna. Tana firma anche l’articolo sul sumo (“Non è un Paese per signorine”), mentre Jasmina Trifoni si dedica alle contorsioniste (“Donne senza ossa”) e alla spiritualità dei monasteri mongoli (“Ulaanbaatar, Tibet”). Non si poteva dimenticare il cashmere (“Il vello d’oro” di Nadia Bianchi). Ancora Elena Bianchi ci descrive l’acqua della Mongolia che spesso diventa un corridoio di ghiaccio per uomini, cavalli e automobili (a destra l’apertura del servizio). “I guerrieri del ghiaccio” di Nanni Ruschena si occupa dei ritrovamenti archeologici tra Gobi e Altai mongolo. Infine Ivo Franchi ci porta “Dagli Altai ai Pink Floyd”, escursione musicale senza confini. Non mancano poi tutte le informazioni e le curiosità per chi vuole avvicinarsi alla realtà mongola. Di seguito l’incipit dei servizi realizzati da Federico Pistone
L’AQUILA KAZAKA. Un inseguimento al galoppo, tra le valli innevate dell’Altai. Il cavaliere che insegue è una donna, il cavaliere che scappa è suo marito. Lei lo affianca a piena velocità, estrae una frusta e comincia a percuoterlo, con tutta la forza che ha. Oggi, solo oggi può. Anzi deve. E’ la festa delle aquile qui a ridosso del monte Tavanbogd, paesaggio fiabesco non lontano da Ulghii, capoluogo della remota regione di Bayan-Ulghii. (…)
ORGOGLIO MONGOLO. Oyuna alza lo sguardo verso l’orizzonte polveroso della periferia di Ulaanbaatar. Stanno arrivando. Quei sette cavalli hanno galoppato tre giorni e tre notti: vengono dalla regione del Khentii, Mongolia dell’est, dove Gengis Khan è nato, è stato incoronato imperatore ed è stato sepolto, in un luogo ancora sconosciuto, come aveva chiesto prima di morire, ottocento anni fa. Cinque di quei cavalli portano in groppa 12 persone: due donne, due uomini e otto bambini; gli altri due cavalli trasportano i pezzi delle gher, le bianche tende che saranno rimontate ai margini della capitale, dove ormai vive la metà dei tre milioni di abitanti della Mongolia. Tra poco quell’immenso prato, a ridosso delle ciminiere di carbone e delle prime baracche della città, sarà preso d’assalto da migliaia di nomadi, in una specie di invasione biblica. Così è ogni anno, l’11 e il 12 luglio, le date più importanti del calendario mongolo. Si vive il Naadam, la celebrazione delle gesta di Gengis Khan, attraverso gare di lotta, di tiro con l’arco e corsa di cavalli. (…)
IL RITORNO DELLO SCIAMANO. Bogdkhan uul, secondo i parametri dell’orografia, è una montagna a tutti gli effetti visto che oltrepassa i duemila di quota. Ma per chi la vede da Ulaanbaatar sembra una collina, perché parte dal “vantaggio” dei milletrecento metri di altitudine della capitale. Per i mongoli è una vetta sacra, come le altre che abbracciano la città, una per ogni punto cardinale: Chingheltei a nord, Bayanzuurkh a est, Khairkhaan a ovest e Bogdkhan, appunto, a sud, l’orientamento più importante. Ogni tenda nomade (la leggendaria gher) ha l’apertura rivolta a meridione perché, per tradizione sciamanica, quella è la direzione verso le terre buone, benedette dagli dei e dagli antenati ma soprattutto riscaldate dai venti del Gobi che mitigano l’aria glaciale della Siberia. Anche per questo, Bogdkhan uul, la vetta del sud, è la montagna degli sciamani. (…)
NELLA TERRA DEGLI TSAATAN. I lupi assediano l’accampamento. La loro fame è più forte della paura. Questa notte cercheranno di ghermire almeno una delle mille renne che popolano questa fetta di taiga, in una vallata dei monti Sayan, Mongolia siberiana. A difenderle dall’attacco ci sono duecentocinquanta uomini, l’intera etnia degli Tsaatan: tsaa come renna, tan come uomo, i mongoli li chiamano così, Uomini renna, in tono un po’ dispregiativo, umiliante, mezzi animali. Ma loro questo nome se lo tengono stretto: la simbiosi con le renne è totale, una storia d’amore lunga migliaia di anni che non si è ancora spenta. Sono costretti ad affrontarli a mani nude, i lupi, perché i fucili sono residuati bellici ormai consunti e le cartucce sempre troppo poche, da quando il Governo ha vietato il possesso di armi. (…)


da "il Gazzettino" - Si noti come la tendenza alla diffusione degli OGM era in netto calo nei paesi dell'Unione Europea che li avevano adottati. Il provvedimento della Commissione europea rilancia gli OGM
Con il via libera alla “patata Amflora” e alle tre varietà di “mais ogm”, diventano 34 gli organismi geneticamente modificati autorizzati in Europa: 19 di mais, 6 di cotone, 3 di colza, 3 di soia, uno di barbabietola, uno di patata, un microrganismo. E, per quel che riguarda l’Italia, vi è ora, con un deliberato della Commissione Europea, la possibilità dell’introduzione delle coltivazioni OGM (con la patata transgenica) in un territorio, il nostro, nel quale finora non era accaduto. Non era accaduto in particolare per la volontà politica dell’attuale ministro Zaia (ancora per poco ministro, visto che è probabile che da fine marzo sarà presidente della Regione Veneto) che si è sempre risolutamente opposto all’introduzione degli organismi geneticamente modificati nelle coltivazioni agricole, sostenuto dalle maggiori associazioni degli agricoltori. Che accadrà adesso con la ripresa di vigore della politica europea “pro-ogm”? L’Italia adotterà la clausola di “salvaguardia”, meccanismo politico-burocratico europeo per fermare decisioni non gradite? Forse lo farà ma, diciamocelo, non è il massimo per noi che sosteniamo politiche e decisioni uniche europee, più autorevoli di quelle dei singoli stati-nazione (noi che auspichiamo la creazione degli Stati Uniti d’Europa).
Battaglia comunque, quella contro la diffusione degli OGM, più che condivisibile: pensiamo tra l’altro ad un paese come il nostro che, geograficamente, può contare su condizioni climatiche e geomorfologiche così differenziate (il mare, la montagna, la bassa e alta pianura, la predominante area collinare…) da poter coltivare prodotti agricoli diversissimi e di grande qualità (se si vorrebbe). E che invece rischia di conformarsi a dover adottare piante non riproducibili (sterili) brevettate in laboratorio, con veri e propri coyright di industrie chimiche; l’impedimento del possesso per gli agricoltori di sementi da conservare ed usare per la successiva semina (a prescindere che qualcuno voglia o meno farlo, o comprarle sul mercato): le multinazionali chimiche la faranno definitivamente da padrone.

Dopo 12 anni di “stop and go”, è arrivato il via libera della Commissione Ue alla coltura in Europa della patata transgenica Amflora, per uso industriale. La decisione sulla patata Amflora riguarda la sua coltura ai fini industriali e l'utilizzo dei prodotti derivati dall'amido Amflora negli alimenti per animali
E pensare poi ad incroci strani tra specie animale e vegetale (cosa mai accaduta e che non fa pensare a niente di buono) (ad esempio con l’inserimento in un pomodoro del gene di un pesce che lo protegge dal gelo). Ma è sulla straordinarietà delle possibilità di produzioni agricole, che i nostri territori possono darci, che sta il punto che non possiamo accettare sul fatto che si debbano usare sementi inventate in laboratorio; un processo di uniformità mondiale del sistema agricolo (e dei centri di potere e di controllo alimentare). E come l’area mediterranea (i suoi molteplici numerosissimi prodotti che si possono ottenere, nelle condizioni climatiche ottimali che ci sono) possa concentrarsi sulla qualità e sullo sviluppo di attività agricole di grande pregio, fortuna economica (ma in primis della possibilità di poter mangiare cose veramente buone, pulite e di qualità) che l’area mediterranea offre (ribadiamo, anche come possibilità di diffuso sviluppo economico). Nell’ambito però, da far comprendere ai vertice dell’Unione Europea, di un’unica politica agricola europea (e non di difesa nazionale come ora sta passando) voluta da un’Europa che sa valorizzare il “suo” Mediterraneo.
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“LEGAME MOLTO FORTE TRA CULTURA E CIBO”. INTERVISTA A JEREMY RIFKIN
“Non credo che si stia affrontando con la serietà necessaria questo momento di crisi globale”. L’economista e saggista statunitense di fama internazionale, sembra scoraggiato e pessimista mentre parla di crisi alimentare, Ogm, dieta mediterranea e priorità per l’agricoltura globale. – intervista ripresa dal portale del Mipaaf Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Quali sono i temi cui si dovrebbe dare priorità per lo sviluppo futuro dell’agricoltura mondiale?
L’agricoltura, insieme all’allevamento di bestiame e al consumo di carne hanno un impatto sull’effetto serra e il clima maggiore di quello di tutti i sistemi di trasporto messi insieme. L’allevamento del bestiame è all’origine del 90% dell’anidride carbonica, del 60% dell’ossido di azoto e del 37% del metano rilasciati in atmosfera. Pachauri, premio Nobel e presidente del Consiglio delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, alla domanda su quale dovesse essere la prima cosa che le persone possono fare per affrontare il problema del clima non ha risposto “Usate meno la macchina o spegnete le luci”, ma: “Mangiate meno carne”. È stato ignorato. Il primo passo quindi sarebbe cominciare a considerare questi problemi nella loro gravità.
Si intende tassare le emissioni di gas da edifici, industrie e auto. Perché non farlo anche per le emissioni di metano e di ossido di azoto, che derivano dagli animali e che sono più inquinanti? Lo scorso anno il Dipartimento statunitense dell’agricoltura ha emesso una circolare con la quale raccomandava di tassare le emissioni di metano. L’amministrazione Bush li ha messi a tacere. Recentemente la Danimarca ha varato una tassa su allevamenti e metano. Dovremmo seguire il suo esempio.
Risorse idriche, alimentazione ed energia. Tre emergenze che la crisi ripropone con forza. Come può l’agricoltura fare la sua parte nella risoluzione di questi problemi?
Il Foro intergovernativo sul mutamento climatico (Ipcc) ha pubblicato il quarto rapporto sullo stato della biosfera e sui cambiamenti climatici nel 2007.
2500 scienziati, 125 Paesi, 20 anni di lavoro sono serviti a dirci che avremo un aumento della temperatura di 3° C solo in questo secolo. Se ciò accadesse, la temperatura sarebbe la stessa di tre milioni di anni fa, quando il mondo era diverso. Abbiamo avuto cinque periodi di estinzione biologica e dopo ciascuno di essi ci sono voluti 10mila anni perché si ricostituisse la biodiversità andata perduta. Stiamo assistendo al tramonto della seconda rivoluzione industriale, e di un sistema energetico basato su carbone, gas, petrolio ed uranio, senza cogliere la gravità del momento. La crisi è reale e dobbiamo affrontarla. Esiste però una soluzione.
Quale?
La Dieta Mediterranea: frutta, verdura, poca carne. È una dieta salutare che permette una vita sana e duratura e, allo stesso tempo, protegge ambiente e clima. I Paesi del Mediterraneo devono farsi avanti e far sentire la loro voce. E’ un’ottima occasione per l’Italia, Paese arbitro della cultura mondiale, con una storia secolare, per guidare il dibattito sull’agricoltura. Esiste una correlazione molto forte tra cibo e cultura: se sai ciò che si mangia in un luogo, capisci la cultura di quel luogo. Il cibo è un’estensione dei valori culturali. Una società all’apice della catena alimentare, nella quale si consuma molta carne, non si preoccupa del pianeta, della biosfera, degli animali, dei poveri. Una società in basso nella catena alimentare, come quelle dove è nata la Dieta Mediterranea, pensa alla qualità della vita e ad un consumo equo delle risorse disponibili.
Lei sostiene che la “cultura della bistecca” abbia amplificato il problema della fame nel mondo. Che cosa proporrebbe per cambiare rotta?
Un milione e mezzo di mucche in giro per il mondo occupano il 26% della terra disponibile e sono responsabili di buona parte dei cambiamenti climatici. Un’agricoltura fondata sull’allevamento di bestiame è meno efficiente di un motore a combustione interna. Per produrre 453 grammi di carne ci vogliono 4 kg di mangime. Un ettaro coltivato a verdura produce 10 volte le proteine che si otterrebbero dalla carne dell’animale che mangia nello stesso campo. Il consumo di carne della famiglia media statunitense, composta da quattro persone, equivale a sei mesi di utilizzo di un’auto.
Molti dichiarano che dobbiamo cambiare il nostro sistema di trasporti, migliorare la nostra edilizia, ma nessuno, fra 175 Paesi e altrettanti governi, parla di questo problema.
Autarchia intelligente, cioè modelli produttivi fondati sull’identità e le produzioni nazionali, che non escludano l’applicazione di dazi. Sembra questa la nuova direzione della politica agricola americana, e non solo. Qual è la sua opinione?
Più che parlare di tariffe punitive è bene parlare di incentivi capaci di creare opportunità per tutti. Ogni Paese deve poter sostenere l’autosufficienza a livello locale, ma anche la condivisione a livello continentale. Questo è quello che dobbiamo fare. Le nostre politiche agricole non sono fondate su questo principio. Sono fondate su interessi personali, regionali, nazionali. Bisogna ridiscuterle, come si sta facendo per quelle economiche.
La povertà ha un costo sociale, oltre che economico, non più sostenibile. L’Europa ha predisposto un piano di sostegno degli indigenti, che vede l’Italia in prima fila. Quali strumenti hanno i paesi industrializzati per migliorare il futuro di queste persone?
Il 40% dei terreni coltivati serve a produrre mangimi per gli animali e non cibo per gli uomini. Siamo circa sei miliardi di persone e arriveremo ad essere nove miliardi. La produzione ed il consumo di carne potrebbero quindi raddoppiare, e costringerci ad usare l’80% dei campi per nutrire gli animali che devono nutrire i ricchi.
Questa è una delle grandi ingiustizie del mondo e il motivo per cui siamo impantanati nella crisi. 250 milioni di persone rischiano di morire di fame, 850 milioni sono sottonutrite. Eppure, il 40% della terra disponibile viene usato per nutrire gli animali, perché i ricchi dei paesi industrializzati possano mangiare carne e, come spesso accade, morire di malattie correlate al consumo di carne. Le politiche agricole adottate a livello globale sono talmente schizofreniche da risultare patologiche. Eppure continuiamo a garantire sussidi per la produzione di mangimi: sono sussidi elargiti all’ineguaglianza, sussidi dati ai ricchi a scapito dei poveri. Non possiamo più permettercelo.
Rita Levi Montalcini ha sostenuto che “chi teme gli Ogm è un superstizioso”. Lei non è d’accordo. Perché? E soprattutto ci sono alternative reali?
Gli OGM non sono un bene per l’umanità. Quando si prova a impiantare un gene nelle piante o negli animali da altre specie biologiche, si ignorano i sentieri scelti dall’evoluzione.
Quando in un pomodoro si inserisce il gene che protegge un pesce dal gelo, si fa qualcosa che nelle colture tradizionali non si può fare. E’ possibile creare incroci tra specie simili ma non tra specie animali e vegetali.
Gli OGM inoltre vanno di pari passo con i brevetti. Se la Monsanto e le altre multinazionali scoprono nuove informazioni sui geni, li brevettano ed essi diventano così loro proprietà intellettuale. Non avremmo mai permesso ai chimici di brevettare gli elementi della tavola periodica quando li hanno scoperti. E anche i geni sono scoperte della natura. Per migliaia di anni i contadini hanno usato i semi ottenuti da un raccolto per quello successivo. Ora invece un manipolo di multinazionali chiudono a chiave i codici genetici dei semi di tutto ciò che mangiamo.
Trovo invece interessanti le nuove ricerche della Monsanto, della Syngenta e della Bayer rivolte alla Marker Assisted Selection (MAS), che io approvo. La MAS consente di prendere una varietà di grano o di mais, tracciare la sua mappa genetica e capire la funzione di ciascun gene. Così é possibile utilizzare parte di quei geni per ottenere varietà utili, ad esempio resistenti al freddo, di quella stessa pianta.
Quale contributo può dare l’Italia al dibattito mondiale in corso sull’agricoltura?
In ogni Paese del Mondo, a parte gli USA, c’è un legame molto forte tra cultura e cibo. Le scelte alimentari, il modo in cui si coltiva, in cui si sostengono le proprie regioni agricole, come si presenta il cibo sono estensioni dirette della propria identità. Il cibo non è solamente una merce: è anche condivisione. E gli italiani possono insegnarci molto al riguardo. Il governo italiano può mostrarci la strada giusta da seguire, quella della Dieta Mediterranea. E spero che lo faccia. (da www.mipaaf.com, vedi anche http://it.greenplanet.net/ )(16/6/2009)
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OGM: SE L’UOMO SI FA DEL MALE
di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 3/3/2010
L´Europa fa gola ai produttori di Ogm. Era strategica nei loro piani di conquista del mondo, ma qualcosa è andato storto: moratorie, diffidenza o rifiuto da parte dei cittadini, principi di precauzione vincolanti. Tanto che nel corso dell´ultimo anno la superficie coltivata a OGM nel continente si è ridotta del 12% (secondo il rapporto 2009 dell´Isaaa, International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications).
Sono convinto che se le multinazionali produttrici di OGM, nei prossimi due anni, non entreranno nei mercati che ancora sono loro preclusi (recente il tentativo, bloccato a furor di popolo, di una melanzana in India) dovranno drasticamente rivedere i loro piani e iniziare a contare le ingenti perdite economiche: ecco il vero perché di quest´ennesima offensiva portata al buon senso e alla volontà dei cittadini europei, attraverso questo provvedimento sulla patata “Amflora”. Ma uscendo dal campo delle ipotesi, non si spiega invece perché riescano a trovare sempre dei politici compiacenti e pronti a prendere decisioni impopolari, come il neo commissario europeo alla salute, il maltese John Dalli, responsabile del via libera ad “Amflora”.
Una patata, ricca di amidi, che inizialmente ci dissero destinata non all´alimentazione, ma alla produzione di cellulosa. Una patata la cui pianta però ha delle foglie, oltre gli scarti di lavorazione, le quali resterebbero inutilizzate senza l´autorizzazione per l´alimentazione animale arrivata ieri. Gli animali poi li mangiano gli uomini e quindi, indirettamente, mangeremo le foglie di una patata modificata con un gene resistente agli antibiotici, cosa espressamente vietata dal 2001. “Amflora” fu bloccata nel 2007 da Staros Dimas per ragioni di cautela, ma oggi John Dalli ritiene che la presenza di un gene che induce resistenza agli antibiotici non sia un problema per la salute umana e a poche settimane dal suo insediamento nella nuova carica ha già le idee sufficientemente chiare per assicurare ad un intero continente che “non c´è nessun pericolo”.
E per buon peso, insieme alla patata “Amflora”, hanno autorizzato anche tre mais GM, destinati all´alimentazione animale e umana. È desolante vedere con quanta leggerezza e con quale dedizione alle cause delle multinazionali, il parlamento europeo che abbiamo eletto si occupi delle questioni più delicate che riguardano noi cittadini. Non resta che sperare nei singoli governi nazionali, ma bisogna sperare che abbiano coraggio, e tanto. Bisogna sperare che, ad iniziare dal nostro, dichiarino le loro nazioni chiuse ad ogni OGM o trovino la maniera per dichiarare il territorio nazionale OGM Free. Non è facile, e sia pure con la chiara volontà espressa dal ministro Zaia con cui questa volta mi trovo in accordo, la situazione resta problematica.
E allora? Verrebbe da dire, se li mangino loro: li sperimentino coloro che aspettano con tanta fiducia la loro diffusione nel mondo. Noi rifiutiamoci, rifiutiamo anche solo il minimo rischio: se questo significa disertare i supermercati a favore degli acquisti diretti, gli unici che oggi ci possano dare vere garanzie, facciamo uno sforzo in più. La causa lo vale: oggi la lotta si fa senza armi, ma con la pazienza e qualche volta il disagio di una spesa fatta con attenzione e cura. Perché non c´è solo il rischio salute. C´è il rischio di appoggiare, con una scelta scellerata o semplicemente frettolosa di acquisto, un sistema di produzione alimentare prepotente, aggressivo, dimentico di ogni identità e sapere, monopolizzato da pochi attori e pochi capitali che pensano di poter attingere ad un patrimonio di biodiversità costruito dagli agricoltori nei millenni per metterlo a disposizione solo dei loro fatturati.
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OGM, DAL MAIS ALLA SUPERPATATA: I RISCHI E I VANTAGGI DEL BIOTECH
Con l’apertura dell’Europa agli Ogm si riaccende il dibattito sugli organismi transgenici
Con il via libera alla patata Amflora e alle tre varietà di mais ogm diventano 35 gli organismi geneticamente modificati autorizzati in Europa: 19 di mais, 6 di cotone, 3 di colza, 3 di soia, uno di barbabietola, uno di patata, un microrganismo.
La decisione della Commissione europea ha prodotto reazioni di dissenso in tutto il vecchio Continente e ha dato nuovo impulso alle polemiche che da tempo accompagnano l’utilizzo di biotecnologie in ambito agroalimentare.
Gli Ogm sono una combinazione del patrimonio genetico di un organismo ospite, con un tratto di Dna di un organismo donatore. Il risultato può essere sia animale, sia vegetale, sia un ibrido appartenente a entrambi i regni.
Alcuni interventi medici sul Dna di una persona permettono di guarire altrimenti incurabili malattie genetiche (è l’unico tipo di intervento del genere che sia ammesso sull’uomo).
Sostituendo certi geni nel mais si possono ottenere varietà più resistenti a parassiti e malattie. Ad esempio, sono stati prodotti pomodori che non avvizziscono, frutti che respingono gli insetti, varietà di grano con la spiga che contiene più chicchi del normale, patate che non si degradano. O, come l’Amflora, la patata targata BASF, che verrà utilizzata in parte nell’alimentazione animale, in parte nell’industria per produrre alcool e amido per le cartiere.
La medaglia ha però diversi rovesci. Il primo è che le varietà commerciali di questi prodotti sono brevettabili. Questo significa che, per esempio, le sementi modificate sono monopolio delle grandi multinazionali che le hanno prodotte, come la famigerata Monsanto, e finiscono per soppiantare colture più tradizionali costringendo i coltivatori all’acquisto di nuovi semi dalle multinazionali, per ogni raccolto: una volta i contadini conservavano i semi per i futuri raccolti, ma le sementi Ogm producono piante “sterili”.
Inoltre, visto che non sono passati molti anni da quando questo prodotti sono in uso, non siamo ancora certi (gli studi al riguardo sono contraddittori) che il loro consumo non sia nocivo per l’organismo umano.
Last but not least, mancano ancora informazioni precise sull‘impatto ambientale di queste colture, che potrebbero contaminare quelle naturali: il Dna manipolato è in grado di ricombinarsi con Dna di altri organismi, contaminando anche le piante cresciute tradizionalmente. (…Ma il 2010 non era l’anno internazionale della biodiversità?)
(da http://notizie.virgilio.it/tecnologia/?refresh_cens )
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L’ EUROPA AUTORIZZA GLI OGM VIA LIBERA ALLA SUPER-PATATA
di Luigi Offeddu, da “Il Corriere della Sera” del 3/3/2010
Divisi i Paesi. I contrari: rischi per la catena alimentare dell`uomo
È durata 12 anni, la baruffa politica e scientifica. E alla fine, ecco qui, l`Europa concede il via libera: largo alla «super-patata», cioè alla patata geneticamente modificata «Amflora». E largo anche ad altri Ogm, cioè a 3 tipi di mais anch`essi transgenici.
La prima potrà essere coltivata «sotto rigidi controlli» per usi industriali: la produzione dell`amido, usato per fare la carta. Ma alcuni sottoprodotti di quell`amido potranno essere usati per i mangimi animali, i mangimi di tutti gli animali. E nella composizione degli stessi mangimi, e anche di alimenti destinati all`uomo, potranno entrare i 3 «nuovi» tipi di mais. Tutto questo, lo ha deciso la Commissione Europea.
Aprendo così agli Ogni (finora erano coltivati solo pochi ceppi di mais) le porte dell`industria, della stalla, del pollaio. E della cucina.
Un progresso troppo a lungo rinviato, per alcuni, un rischio minimo già analizzato da molti scienziati, come ieri ha detto il commissario Ue alla Salute John Dalli. Un incubo ecologico-sanitario, per altri: il primo gradino verso un possibile viaggio nella catena alimentare e nell`organismo umano. Anche perché sulla super-patata, prodotta dall`impresa tedesca Basf, vi sarebbero ancora forti dubbi: nel suo Dna sono stati individuati due geni, o meglio due marcatori genetici, che «regalano» al corpo umano la resistenza a due diverse classi di antibiotici, e dunque lo rendono potenzialmente più vulnerabile ad alcune malattie. Ma sono presenti anche in natura, spiegano gli esperti Ue, e certi allarmi sono ingiustificati.
Solo un terzo degli Stati Ue, a occhio e croce, concorderà da subito con la Commissione: gli altri, i contrari, potranno sempre ricorrere ai complessi meccanismi della «clausola di salvaguardia». Negli ultimi vertici in cui si è parlato del problema, ogni mossa comune si è arenata su questa spaccatura. Ciò che fa ora Bruxelles, è di riallargare le maglie, lasciar spazio ai singoli governi. Ma dovranno pronunciarsi poi un altro vertice o Consiglio Europeo, e l`Europarlamento, finora largamente contrario. La spaccatura attraversa tutti gli schieramenti, a destra e a sinistra. Il movimento Greenpeace parla di «rischi inaccettabili», il Codacons di «deliberazione sciagurata».
Da Bruxelles, un agronomo come Paolo De Castro Pd, presidente della Commissione Agricoltura dell`Europarlamento – invita tutti alla prudenza, contro le «strumentalizzazioni elettorali di giornata»: «Gli Ogm non sono il diavolo, fa bene la Commissione Europea a muoversi con gradualità e cautela attenendosi al principio di precauzione. Già oggi il 90 per cento della soia importata ed utilizzata in Europa è geneticamente modificata. E da essa dipende gran parte della produzione europea di latte e di carne animale. Tra l`altro, vale la pena sottolineare che lo stesso Barroso (il presidente della Commissione Europea, ndr) ha detto che l`ultima parola sugli Ogm spetterà comunque ai singoli Paesi europei, ed essi avranno facoltà di autorizzarne o meno la coltivazione sul proprio territorio». Anche due voci dal Pdl Mario Mauro, capodelegazione, e Roberta Angelilli, vicepresidente dell`Europarlamento – esprimono «perplessità» e preoccupazione per quanto deliberato dalla Commissione.
Ha avuto il via libera dall`Europa, la super-patata, ma per metà Europa è ancora un boccone indigesto. (Luigi Offeddu)
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IL MINISTRO ZAIA: “MA L’ ITALIA DIRA’ NO CON UN REFERENDUM”
da “Il Giornale” del 3/3/2010, intervista di Enza Cusmai
«Quelle patate non entreranno mai e poi mai nel nostro Paese, almeno fino a quando io sarò ministro. Sono pronto a tutto pur di difendere gli interessi e la salute degli italiani». Luca Zaia, ministro delle Politiche agricole, grida allo scandalo. L`apertura della Ue alla coltivazione di prodotti geneticamente modificati non l`ha mandata giù e annuncia battaglia su tutti i fronti.
Ministro Zaia, la Ue ha detto sì agli Ogni. E l`Italia che farà?
«Ci opporremo con ogni mezzo contro questa decisione. Siamo scesi in battaglia e siamo pronti a tutto».
Perché è così categorico?
«Quello che è successo a Bruxelles è un fatto grave e inaccettabile. Sono molto indignato e preoccupato. E’ stata violata la sovranità nazionale. L`Europa non può surrogare la sovranità degli Stati che è sacrosanta».
In cosa consiste questa violazione?
«La Ue, con un decreto, pretende che l`Italia faccia sperimentazioni e introduca modalità di coltura che non piacciono all`80% degli italiani. Insomma non può imporre agli stati membri la piantumazione di cibi transgenici e quindi di semi transgenici».
Ma esiste la clausola di salvaguardia che può impedire la coltivazione degli Ogm nei paesi della Ue contrari.
«Naturalmente noi la utilizzeremo in pieno, però se non bastasse questa barriera, arriverò a sottoporre questa scelta sugli Ogni a referendum, nazionale e internazionale. Così ci conteremo».
Lei dà per scontato che gli Ogni facciano male.
«Io mi attengo a quanto dicono gli esperti. La comunità scientifica è letteralmente spaccata in due e il 50 per cento degli scienziati dicono che sono dannosi. E, ovviamente, noi ci atteniamo alle regole di maggior prudenza per tutelare la salute degli italiani».
Però il professor Umberto Veronesi è favorevole agli Ogm.
«Se lo dice lui, se ne assuma la responsabilità, con tutto il rispetto che si deve al professor Veronesi».
L`ok della Ue è arrivata dopo 12 anni di tira e molla. Come si spiega questa concessione?
«Bisogna chiederlo alle multinazionali il motivo per cui gli Ogm entrano in Europa».
E’ un motivo di natura economico?
«Sono assolutamente convinto di sì. Ci sono interessi enormi dietro questa scelta».
Però il via libera l`ha dato la Ue.
«Ed è un`Europa che non ci piace perché è quella delle burocrazie che si stanno facendo largo in aree che appartengono esclusivamente alla sovranità nazionale».
Ma l`Italia è l`unico paese contrario agli Ogni?
«Con noi si è schierata la Francia. E se queste due nazioni dicono no agli Ogni, non se ne fa niente».
La Germania però aveva tentato di aprire un varco.
«Sì, ma è stata costretta a ritirare la sperimentazione dopo le feroci critiche della comunità scientifica».
E chi sono i sostenitori più accaniti degli Ogm?
«Tutti i paesi del Nord Europa che non possiedono una tradizione agricola nazionale. Tifano per gli Ogni che significa la standardizzazione dei modi di coltivare e la morte dei sapori».
Che tipo di ricadute ci saranno sulla nostra agricoltura?
«La potrebbero danneggiare gravemente, perché quella italiana è un`agricoltura identitaria. Inoltre abbiamo patate importanti anche “dop”. E purtroppo, dopo le patate, potrebbero arrivare altri prodotti. E non dobbiamo permetterlo».
Cosa ne pensano gli agricoltori?
«C`è una compattezza assoluta sul fronte del no. Le nostre coltivazioni sono fatte su appezzamenti di terreno non più grandi di sei ettari e mezzo. Per gli Ogni invece servono grandi spazi, come quelli americani. Ecco perché, da parte nostra, non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall`alto, comprometta la nostra agricoltura». (Enza Cusmai)
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GLOSSARIO
0gm – Un Ogm (Organismo geneticamente modificato) è un essere vivente munito di un patrimonio genetico modificato con tecniche di ingegneria che consentono l`aggiunta, l`eliminazione o la modifica di alcuni geni.
Transgenico – Gli Ogm vengono spesso indicati come organismi transgenici: i due termini, in realtà, non sono sinonimi in quanto il termine «transgenesi» si riferisce all`inserimento, nel genoma di un dato organismo, di geni provenienti da un organismo di specie diversa. Sono invece definiti Ogm anche quegli organismi che risultano da modificazioni che non prevedono l`inserimento di alcun gene (sono Ogm anche gli organismi dal cui genoma sono stati tolti dei geni).
Gene «marker» – È il gene che verifica l`avvenuto inserimento della modificazione genetica. Nelle piante geneticamente modificate il marcatore è resistente agli antibiotici. Questa resistenza solleva in una parte degli scienziati alcune preoccupazioni: in particolare l`eventuale trasferimento dal materiale vegetale ai microrganismi nella flora intestinale, inducendo un aumento dei livello di resistenza verso gli antibiotici.
Neomicina – Con la «kanamicina» è uno dei due antibiotici che, secondo il fronte anti-Ogm, potrebbe essere neutralizzato dal gene marker presente nella patata Ogm.
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da “La Stampa” del 3/3/2010, di Fabio Pozzo
ZAIA MINACCIA UN REFERENDUM
E l`Italia sulla libertà di scelta di coltivare prodotti geneticamente modificati si divide ancora.
«A mali estremi, estremi rimedi. Ci opporremo con tutte le nostre forze agli Ogni e non escludo l`ipotesi di un referendum popolare che su questo argomento sgombri il campo a proposito di ciò che in Italia si vuole davvero attorno al sistema agroalimentare nazionale», attacca il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, che preannuncia battaglia. «Non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall`alto, comprometta la nostra agricoltura – continua il ministro – Non permetteremo che questo metta in dubbio la sovranità degli Stati membri in tale materia. Per questo valuteremo la possibilità di promuovere un fronte comune di tutti i Paesi che vorranno unirsi a noi nella difesa della salute dei cittadini e delle agricolture identitarie europee».
Il fronte del no è ampio e bipartisan. «Questo Ogm pone rischi inaccettabili per la salute umana e animale, oltre che per l`ambiente», lancia l`allarme Greenpeace. «Una decisione sciagurata che sancisce la vittoria della lobby e delle multinazionali», rincara il presidente Codacons, Carlo Rienzi. Il presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese, parla di una interruzione gravissima «a una moratoria sacrosanta stabilita sulla base di una preoccupazione precisa riguardante la nostra salute», mentre Francesco Ferrante di Legambiente si chiede «quale genitore possa scegliere di dare ai propri figli un cibo che potrebbe renderli resistenti agli effetti degli antibiotici».
Il Pd si appella al governo, «perché faccia sentire forte il proprio no, con iniziative efficaci che tutelino la salute dei cittadini e ottimizzino la qualità del Made in Italy». E le associazioni di categoria? Coldiretti parla di «quadro normativo invertito, che darà finalmente possibilità all`Italia e alle 16 regioni che si sono già di- chiarate ogm-free di vietare la coltivazione nei loro territori». La Cia riafferma che «il biotech non serve all`agricoltura italiana» e comunque chiede un referendum popolare.
Va controcorrente, invece, Confagricoltura. «Finalmente si pone fine al paradosso secondo cui in Europa si devono consumare prodotti Ogni, ma non consentire agli agricoltori di utilizzare varietà geneticamente modificate nei loro campi». Per l`organizzazione la decisione della Commissione Ue «apre una finestra di possibilità nuove per l`agricoltura in Europa», che diversamente – la Cina ha aperto alla commercializzazione del riso transgenico; il 9% delle colture mondiali è Ogm – resterebbe fuori da una «partita essenziale».
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L’ ORIGINALE FORZA DELL’ AGRICOLTURA ITALIANA
di Luca Zaia, Ministro delle Politiche Agricole e Forestali
da “AVVENIRE” del 2/2/2010
Il patrimonio agroalimentare della nostra Penisola è una forza economica e culturale formidabile, che rischia di essere scambiata con qualcosa di molto meno prezioso. Un po` per l`interesse di alcuni, un po` per la disattenzione di molti, e un po` per una fede, tutta ideologica, nelle nuove tecnologie.
La verità è che non ci rendiamo conto di cosa abbiamo per le mani. La forza dell`agricoltura italiana è anche genetica, la si deve anche a quello che generalmente viene chiamato, con un termine un po` freddo, biodiversità.
Aprire in modo indiscriminato agli Ogm, perché di questo si tratterebbe senza i piani di coesistenza con le colture tradizionali, sarebbe un errore forse irreparabile. I prodotti dei nostri territori sono la cristallizzazione di culture e tradizioni a volte centenarie. Non possiamo cederle, magari per un vantaggio economico iniziale, perdendo con esse anche la nostra identità.
Al valore culturale bisogna aggiungere quello economico: mi chiedo chi cambierebbe oggi un mobile trovato in un vecchio casale risalente all`inizio del secolo scorso con uno più moderno, magari composto di lucente formica e truciolato? Nessuno. Eppure, negli anni Sessanta e Settanta, i nostri genitori lo hanno fatto, convinti di aprirsi al nuovo e alla modernità.
Sappiamo bene che in fondo era un`esigenza del mercato. Sappiamo anche che spesso i bisogni dei consumatori e del mercato possono essere indotti da chi ha interesse a farli emergere. Questo non ci deve scandalizzare, ma saperlo ci deve rendere consapevoli della partita che stiamo giocando.
Sono in gioco gli interessi di milioni di contadini, di milioni di consumatori e in ultima analisi la stessa identità dell`agricoltura italiana, che non possiamo spazzare via in nome di una presunta modernità che non ammette obiezioni. Non tutto quello che è possibile fare con nuove o vecchie tecnologie è un bene in ogni contesto e in ogni luogo. Credo che la funzione della politica sia proprio questo: riuscire a comprendere e a guidare i processi di modernizzazione.
Perché i nostri contadini dovrebbero pagare le royalty a multinazionali proprietarie delle sementi geneticamente modificate? Perché le nostre produzioni tradizionali devono essere messe a rischio dall`arrivo di queste nuove sementi? Siamo certi che gli organismi geneticamente modificati siano sicuri per la salute dei consumatori? Perché dovremmo alterare il normale ciclo delle stagioni?
Gli Ogm non possono essere la risposta ad un mercato dove i nostri cibi si confrontano con quelli venduti a prezzi irrisori perché prodotti da Paesi che pagano i loro braccianti due euro al giorno. La qualità e la diversità sono le principali caratteristiche che rendono competitivi i nostri prodotti; se accettiamo di rinunciarci per un vantaggio a breve termine è chiaro che alla fine ne usciremo sconfitti.
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LA POLITICA CANCELLA LA SCIENZA
di Giorgio Calabrese, da “la Stampa” del 3/3/2010
L’Unione europea, con un diktat politico e non scientifico, disattendendo il desiderio di approfondimento del presidente Barroso, ha liberalizzato una patata Ogm.
Dal tubero geneticamente modificato si ricava amilopectina pura, uno dei componenti dell’amido, che viene utilizzata per carta, calcestruzzo e adesivi. Questo stesso amido è utilizzato come mangime animale e il gruppo Basf che lo produce ha dichiarato che non è previsto alcun utilizzo alimentare. Inoltre, sono stati liberalizzati altri tre tipi di mais per l’alimentazione umana e animale.
Si tratta della prima autorizzazione Ue ai prodotti Ogm, dopo anni di dibattiti pieni di dubbi sulla natura di questo tipo di coltivazioni. La nuova Commissione, insediatasi qualche settimana fa, ha iniziato male il suo lavoro. In particolare, mi riferisco al commissario Ue all’Ambiente, il maltese John Dalli.
Considerando il lungo dibattito in corso sulle colture transgeniche, i lettori potrebbero pensare che le ricerche sugli Ogm siano sempre super partes e che i loro risultati derivino da un’approfondita ricerca sul campo e sul prodotto. Non è così. Quando gli scienziati del panel degli Ogm dell’Efsa (l’Autorità Europea della Sicurezza Alimentare che si trova a Parma) danno un giudizio, questo non deriva da uno studio incrociato, ma il panel valuta solamente la letteratura scientifica (quando c’è ed è sufficiente) e inoltre valuta i lavori presentati dalle singole aziende produttrici (in questo caso la Basf). Questo modo di procedere non porta quasi mai a un voto unanime, perché si basa più che sulla reale verità scientifica, esclusivamente su giudizi votati a maggioranza, dove pesano soprattutto scienziati anglo-sassoni.
Questa scelta impone soluzioni politiche a problemi scientifici e questo non è giusto. Mi sembra di essere tornato all’epoca della cura «Di Bella» quando il dibattito si ridusse a definire il cancro di sinistra o di destra, senza valutare la reale efficacia terapeutica di quei farmaci. Come abbiamo visto, nel campo degli Organismi geneticamente modificati (Ogm) la ricerca è assolutamente di parte, sia a favore (multinazionali) sia contraria (Verdi e Ambientalisti), per cui chi è a favore presenta lavori che li esaltano, omettendo i dati negativi che debbono necessariamente esserci come in tutti i veri papers pubblicati; chi è contro sottolinea solo i lati negativi, senza tener conto di qualche spunto positivo che potrebbe esserci.
Quale soluzione? Propongo che l’Unione europea finanzi con giusti fondi una ricerca super partes che entri nel merito degli effetti sulla salute umana, prima su cavia e poi sull’uomo, affidandola a centinaia di scienziati, pro e contro gli Ogm. Alla fine, un «board» molto qualificato, come alcuni Nobel della Scienza, valutino i lavori e diano un giudizio definitivo di eventuali danni o no alla salute umana. Sembra semplice e ovvio ma, proprio perché lo è, contrasta con il monopolio di cinque multinazionali che trovano nei Paesi anglosassoni dei fedeli difensori di prodotti che mortificano i nostri alimenti del Sud Europa, eccellenti per il loro gusto e che soprattutto garantiscono effetti salutisti al consumatore.
Spero che l’Europa non faccia questi passi avventati in avanti senza i giusti presupposti, perché nel tempo potrebbe pentirsene e trovarsi costretta a fare marcia indietro. Ciò non è mai politicamente e scientificamente corretto, perché nel frattempo qualcuno potrebbe essersi ammalato.
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Ogm/ Mipaaf: prende il via il dibattito online - Esperti e divulgatori scientifici daranno il loro contributo L’ AGRICOLTURA INQUINA PIU’ DELL’ INDUSTRIA
ogm: basf, patata amflora in produzione…
ogm/ agronomi: prudenti ma scienza non…
ue: fine moratoria coltivazione ogm
Parte oggi un dibattito sugli Ogm su Agricoltura italiana online, (sito internet www.agricolturaitalianaonline.gov.it), la rivista telematica del ministero delle Politiche agricole. Il tema sarà approfondito attraverso dichiarazioni e interviste ad esperti, ricercatori, professori universitari e divulgatori scientifici. Parteciperanno, fa sapere il Mipaaf, Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche, conduttore del programma di RaiTre Gaia, il professor Gianni Tamino, Marcello Buiatti del dipartimento di Biologia animale e genetica dell’Università di Firenze, Michele Trimarchi, psicologo, fondatore della neuro psicofisiologia e presidente Isn (International society of neuropsychophysyology). Sono solo alcune delle personalità coinvolte nel dibattito che, nei prossimi giorni, si arricchirà di “nuovi importanti contributi”. La Commissione europea, oggi a Bruxelles, con procedura scritta, ha autorizzato la coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf. “Questa decisione ci vede assolutamente contrari. Il fatto di rompere una consuetudine prudenziale che veniva rispettata dal 1998 è un atto che rischia di modificare profondamente il settore primario europeo”, ha detto il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia.
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da “il Mattino di Padova” del 13/10/2009
VENEZIA. Pesticidi, diserbanti, insetticidi. Sono queste le sostanze più nocive presenti nelle acque superficiali del Veneto. A dirlo sono i risultati del progetto I.S.Per.I.A. (Identificazione Sostanze Pericolose Immesse nell’Ambiente idrico) realizzato dall’Arpav. 160 mila analisi, 109 sostanze esaminate.
Le acque della nostra regione non presentano situazioni particolarmente pesanti. Ma preoccupa l’uso indiscriminato che gli agricoltori veneti fanno dei pesticidi. «Per massimizzare i profitti tanti operatori del settore primario adoperano sostanze nocive – sottolinea l’avvocato Andrea Drago, direttore generale dell’Arpav – se ne usassero meno sarebbe meglio per tutti, anche per loro».
Particolarmente delicato il problema dell’acquisto su internet. «Alcuni agricoltori comprano via web i prodotti – continua Drago -. Molte volte prendono pesticidi, diserbanti o insetticidi vietati per legge». Così, mentre le emissioni delle industrie sono super-controllate e creano problemi relativi, quelle derivanti dall’agricoltura risultano preoccupanti.
Questi i principali risultati per quanto riguarda le acque superficiali interne. Su 276 stazioni di monitoraggio sono stati rilevati superamenti singoli degli standard di qualità per almeno una sostanza in 176 stazioni. Su 1600 superamenti, 870 riguardano sostanze prioritarie come nichel, piombo, pesticidi (alaclor, atrazina, simazina), insetticidi (clorpirifos), composti organici volatili (benzene, dicloroetano, cloroformio). 40 superamenti, invece, si riferiscono a sostanze pericolose come cadmio e mercurio.
Fra le altre sostanze inquinanti le presenze più significative in termini di numerosità si registrano per il cromo totale e per l’arsenico. Va poi segnalata la presenza molto diffusa di altri diserbanti non compresi nell’elenco di priorità, in particolare terbutilazina. A livello provinciale, si rilevano 500 sforamenti dei limiti a Verona, 430 a Padova, 280 a Venezia, 160 a Rovigo e a Vicenza, 41 a Treviso, 12 a Belluno. (g.cod.)
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VELENI TRA LE VIGNA, SCATTANO I DIVIETIdi Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso” del 29/11/2009
VIDOR. Vietato passeggiare tra i vigneti di prosecco da aprile ad agosto. Il motivo? I trattamenti fito-sanitari. Lo prevedono il Comune e la Provincia, con tanto di avvisi istituzionali. Ma non dovunque, ma sull’itinerario storico e naturalistico «Dal sacro al pro…secco». Il divieto pubblico riguarda il percorso panoramico, da poter fare a piedi o in bici, nelle zone umide della foce del torrente Teva e lungo gli sterrati poderali fra i vigneti.
Attrezzato di tavole e di panche, l’itinerario è stato realizzato da volontari e dal Comune per far conoscere angoli particolarmente suggestivi di Vidor. Ma i cartelli e i volantini sono chiari: «Il transito nel percorso non è consentito da aprile ad agosto compresi di ogni anno, a causa dei trattamenti fito-sanitari alle coltivazioni». Il divieto si estende per due chilometri, mentre la lunghezza del tragitto arriva a circa 9 chilometri. Il sindaco di Vidor, Albino Cordiali, spiega che gli avvisi sono stati voluti dai proprietari dei terreni «per evitare conseguenze nel caso qualche escursionista manifesti problemi di salute dopo aver percorso il sentiero».
Non si tratta di una precauzione banale, tanto meno inutile, perché agli stessi proprietari dei terreni trattati e, in ogni caso, a quanti vi operano è consigliato, anzi negato di entrare nei vigneti prima che siano trascorse 48 ore dall’irrorazione del trattamento fitosanitario. Le ricadute a rischio dei trattamenti fito-sanitarie sono note da tempo. E non solo a Vidor. Neppure nella sola area di produzione del prosecco e del cartizze. Ma che fosse direttamente un’amministrazione comunale a certificare pubblicamente che il pericolo esiste e a fare divieto di passaggio nei territori sottoposti a trattamento, per quanto se ne sa è la prima volta che accade. I vigneti degli altri comuni, dunque, si troverebbero nelle stesse condizioni, quindi formalmente dovrebbero diventare off limits.
E’ pur vero – si osserva in municipio a Vidor – che non tutte le colline del prosecco sono attraversate da piste pedonali o per mountain bike come quella appena inaugurata in questo comune. A lanciare l’allarme è il settimanale della diocesi di Vittorio Veneto, “L’Azione”. «Cosa dovrebbero dire tutti coloro che risiedono a ridosso di vigneti? E coloro che si ritrovano sopra la testa l’elicottero «che pompa»? Fino ad oggi è prevalsa la strategia del «minimizzare» o peggio dell’«ignorare». Ora, per fortuna, si comincia a discutere pubblicamente di questi argomenti. Si chiedono agli enti pubblici dati scientifici e informazioni precise. Fornirli è più che doveroso. Ne va di mezzo la nostra salute». Non mancheranno reazioni e su questa cosa saranno sicuramente forti. – (Francesco Dal Mas)
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FITOFARMACI: LA SFIDA DEI SETTE SINDACI
di Glauco Zuan, da “la Tribuna di Treviso”
PIEVE DI SOLIGO. Un regolamento di polizia rurale intercomunale per andare «oltre la chimica» nelle colline del prosecco Docg di Conegliano e Valdobbiadene, mitigando l’uso dei fitofarmaci sui vigneti con le buone pratiche agricole. E’ la sfida dei sette sindaci della fascia pedemontana tra il Piave ed il Soligo lanciata ieri mattina a Villa Brandolini di Solighetto e ratificata poi in serata a San Pietro di Feletto dai rispettivi assessori all’ambiente.
«Vogliamo intraprendere un comune percorso di riflessione sull’uso dei prodotti fitosanitari e degli agrofarmaci in zona – spiega Fabio Sforza, sindaco di Pieve, a nome dei colleghi di Farra, Moriago, Refrontolo, San Pietro, Sernaglia e Vidor – Vogliamo fare chiarezza, in base ad evidenze scientifiche, sui possibili rischi per la salute dell’uomo, degli animali e, in generale, dell’ambiente in cui viviamo».
Un’iniziativa congiunta da estendere in futuro a tutti i quindici comuni del prosecco Docg per cercare di mettere dei limiti all’uso intensivo di sostanze chimiche in agricoltura e, più in particolare, in viticoltura. «Crediamo si tratti di una riflessione oltre modo necessaria – continua Sforza – sia per ottemperare alla nuova e più restrittiva normativa europea, sia per rispondere al bisogno di tutela e di salute della popolazione, sempre più insofferente verso gli abusi». Una riflessione che affianca la recente richiesta all’Unesco di riconoscimento delle colline di Conegliano e Valdobbiadene come patrimonio ambientale mondiale.
«Bisogna rendersi conto – chiude il primo cittadino pievigino – che la salvaguardia dell’economia locale passa attraverso la salvaguardia del territorio. Non ci può essere benessere economico se non c’è benessere ambientale». Tesi subito sposata da Battista Zardet, presidente del Consorzio Bim Piave di Treviso, sponsor unico del ciclo di tre incontri pubblici: «I prodotti agricoli si vendono bene se, sotto il profilo turistico, si riesce a vendere bene anche il territorio». Marino Fuson, sindaco uscente di Vidor, è lieto di concludere il proprio mandato sottoscrivendo questo protocollo d’intesa, rivendicandone pure la paternità. «Avevo lanciato io una prima proposta di regolamentazione intercomunale sette-otto anni fa. Per questo sono felice che si vada finalmente oltre le parole – dichiara Fuson – concretizzando gli intenti comuni. E’ bene chiarire, comunque, che la salute dei cittadini va salvaguardata a 360 gradi, non solo in agricoltura, ma anche nell’industria e persino tra le pareti di casa».
Loris Dalto, sindaco di San Pietro di Feletto, sottolinea in proposito come ora siano cambiati i tempi: «Oggi è il cittadino stesso che ci chiede di adottare un regolamento nuovo e condiviso da tutti i comuni del comprensorio, perché l’agricoltore che opera a Refrontolo e lo stesso agricoltore che opera anche a Farra». Alla riflessione che darà vita ad un regolamento di polizia rurale intercomunale collaboreranno anche i locali circoli di Legambiente.
«La cosa più importante è che gli amministratori non nascondano il problema fitofarmaci – afferma Nicola Tonin del circolo Legambiente Valle del Soligo – ma, finalmente, lo affrontino insieme ai cittadini ed alle associazioni. Capendo che il problema dell’abuso dei fitofarmaci in agricoltura non va ad infierire solo sulla bellezza del paesaggio, ma può minare anche la salute di operatori ed abitanti». – (Glauco Zuan)

La pagina Web della regione Lombardia sul SIT integrato 






GIScover è molto popolare tra gli appassionati di outdoor e GPS come il sottoscritto. Nato come mashup di Google Maps per condividere i propri itinerari, attraverso lo scambio di tracce GPS, si è gradualmente evoluto in una realtà più complessa ed in direzioni complementari.
In particolare ho trovato interessante l’utilizzo dell’User-Generated Content o UGC per proporre un servizio commerciale e personalizzato alle autorità turistiche locali.
Per capire meglio la realtà imprenditoriale che c’è dietro ho preferito quindi la forma dell’intervista, scritta e video, chiedendo direttamente al fondatore, Massimo Nicolodi, qualcosa di più sulla sua creatura.
Lorenzo Perone – Cos’è GIScover?
Massimo Nicolodi - GIScover è un punto d’incontro per appassionati di viaggi itineranti e di attività outdoor. L’obiettivo principale è quello di fornire una banca dati di tour e tracce GPS accessibile gratuitamente da chiunque e da ovunque.
Per gestire la grande quantità di dati è stato creato un motore di ricerca potente, ma facile ed intuitivo nell’uso, capace di reperire velocemente i tour ricercati.
Tutti gli utenti del sito possono registrarsi e scaricare i tour gratuitamente.
Ad oggi abbiamo 6640 tour per una distanza di 367538 Km ed un dislivello in salita di 11032 km.
LP – Quando è nato GIScover?
MN – Nel 2004.
LP – Perché è nato GIScover?
MN – ll team di GIScover è formato da grandi viaggiatori ed amanti di sport estremi. Negli ultimi anni le tecniche e gli equipaggiamenti sportivi sono cambiati e si sono evoluti, ma due cose sono rimaste costanti: pianificare un nuovo viaggio è ancora una cosa difficile che richiede tempo e dedizione e, nonostante questo, l’eventualità di perdersi nei posti che andiamo a visitare è un’eventualità da non escludere.
Quando cominciai ad utilizzare i primi ricevitori GPS nelle mie avventure mi resi subito conto di come questo piccolo apparecchio tecnologico poteva cambiare la mia vita. Portarlo sempre con me nelle escursioni sulle alte vie delle Dolomiti, significava avere una garanzia di soccorso in caso di necessità ed inoltre era la garanzia di non perdere più la rotta. Il GPS aveva un’interfaccia semplice e poteva comunicare con il PC. In questo modo potevo salvare ed archiviare i percorsi effettuati e potevo caricare le nuove tracce da percorrere recuperate attraverso amici e conoscenti.
Da qui il passo a capire che anche altri appassionati delle Dolomiti come me potevano essere interessati a questi scambi è stato breve.
In poco tempo l’idea ha preso forma: perché non costruire, in collegamento con le autorità turistiche locali, un servizio di informazioni complesso capace di promuovere le zone meno conosciute turisticamente e di fornire un nuovo valore all’esperienza di chi si reca in questi posti? E perché non utilizzare un portale Web, con un motore di ricerca avanzato, per rendere accessibile a chiunque le informazioni in modo semplice, veloce ed economico?
LP – Quante persone hanno collaborato alla nascita di GIScover?
MN – Eravamo in 10.
LP – Chi erano i protagonisti delle escursioni? Voi? Dei vostri amici? Un’associazione sportiva alla quale vi eravate affiliati?
MN – Appassionati di outdoor, io e mia moglie, amici. Abbiamo iniziato a mappare le principali ciclabili del trentino, le altevie delle dolomiti e percorsi di MTB tra cui le Transalp da Mittenwald al Garda (ne ho concluse 5).
LP – Che tecnologie utilizza Giscover?
MN – PHP, MySQL, Google Maps, Drupal. Nella nuova versione integreremo anche Open Street Map con scambio di tracce.
LP – Quanti utenti ha oggi GIScover?
MN – Circa 16.00.
LP – Come ha fatto GIScover a catalizzare la massa critica di percorsi che gli ha permesso di diventare così popolare?
MN – Siamo stati i primi a scambiare le tracce gratuitamente e abbiamo iniziato con bellissimi tour di sci alpinismo e mountain bike.
LP – Cosa sono gli ecopunti?
MN – Sono dei punti attribuiti agli utenti in base ai chilometri di percorsi caricati e che traduciamo in buoni sconto per acquisto di GPS e software dal nostro sito.
LP – Il compenso in ecopunti per i percorsi inseriti è stato efficace?
MN – E’ stato particolarmente stimolante per alcuni rilevatori che hanno svolto un lavoro incredibile.
LP – C’è qualche utente che ha raggiunto livelli di retribuzione tali da fare acquisti importanti?
MN – Qualcuno ha ricevuto dispositivi GPS pagati con il sudore e gli ecopunti.
LP – Quante sono le persone attualmente impiegate in GIScover? Che profili hanno?
MN – Ci sono attualmente 5 sviluppatori, collaborano inoltre fotografi e web designer.
LP – GIScover mostra attualmente una trasversalità di servizi (shop, corsi, servizi di geolocalizzazione, servizi di web-gis di supporto al marketing territoriale) quali sono quelli trainanti da un punto di vista economico?
MN – I principali settori di riferimento sono il turismo, la pubblica amministrazione e l’educazione.
Sviluppiamo soluzioni geoweb, Content Management System (CMS – Drupal), Customer Relationship Management (CRM – http://www.giscover.info/prodotti_servizi).
Abbiamo richieste da diverse località turistiche di aggiungere ai loro siti web delle funzionalità geoweb per promuovere i principali punti di interesse ed itinerari sul loro territorio. A questo proposito stiamo introducendo il concetto del GPS Guided Tour.
La presenza di GPS sui telefoni di nuova generazione sta accellerando la diffusione e la richiesta di queste tecnologie, di conseguenza noi stiamo investendo in ricerca e sviluppo sul settore mobile (Nokia, iPhone e Andorid).
Abbiamo iniziato un’attività di collaborazione con editori, in particolare segnalo la collaborazione con Ediciclo, editore specializzato nella pubblicazione di guide escursionistiche e per il cicloturismo. Stiamo accompagnando le ultime pubblicazioni con tracce GPS per agevolare i lettori nell’individuazione dei percorsi.
LP – C’è un sito/progetto italiano a cui ti sei ispirato o che ti piace particolarmente?
MN – I miei riferimenti sono wikipedia, flickr, google maps e youtube.
La nuova versione di GIScover che stiamo sviluppando ne permetterà una facile integrazione con funzioni simili.
LP – Quali sono i temi su cui state investendo e che pensate possano diventare economicamente rilevanti per la vostra azienda?
MN – Turismo, annunci classificati, pubblica amministrazione, educazione, mobilità e trasporto pubblico, sicurezza in montagna, applicazioni per mobile (Symbian, iPhone, BalckBerry e Android), canali tematici per i geocontenuti.
LP – Ci sono delle attività, diverse da GIScover, in cui siete coinvolti in questo momento e di cui vuoi parlarci?
MN – Un progetto al quale tengo particolarmente è “Scuola Web 2.0 – Esplora e Racconta” che è stato approvato e finanziato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Trento. E’ un progetto rivolto al mondo dell’educazione con scuole medie e secondarie del trentino ed alcune facoltà universitarie. E’ prevista inoltre la partecipazione di enti per beni culturali, turismo ed innovazione tecnologica.
http://tinyurl.com/y9gx8yw - http://tinyurl.com/yc8mlle - http://tinyurl.com/y8dmvyn
LP – Ci puoi segnalare alcuni case history degli ultimi progetti realizzati o in via di sviluppo?
MN – BusFinder, sistema integrato per la mobilità
http://tinyurl.com/ybtyvh9 – http://tinyurl.com/y9mbymy
MN – Ed alcuni siti di cui abbiamo realizzato la parte di geoweb.
Percorsi Outdoor – www.giscover.com
La via del Brenta – http://laviadelbrenta.it/
Progetto turistico Sardegna – tancasabertas.net
Prototipo Route Planner ATAF Firenze – http://ataf.giscover.com/map
MN – Ti segnalo anche dei link ad applicazioni e tecnologie che ci sembrano molto interessanti.
Boston MBTA Planner - esempio di routeplanner al quale ci stiamo ispirando.
Google Maps per Mobile – qui è possibile richiedere fermate e linee da punto a punto anche per trasporto pubblico, provatelo su Firenze!
Digital Signage e automation – azienda con cui collaboriamo per sistemi di digital signage e broadcasting localizzato. Sono tra i maggiori produttori al mondo di display per outdoor e sistemi bancomat. Possono produrre anche distributori di biglietti e schede magnetiche.
Google Transit – elenco delle città che offrono informazioni e orari per trasporto pubblico. Speriamo di poter aggiungere anche la regione Abruzzo.
Terravision – sito interessante per organizzare vacanze “fly and ski” e turismo estivo e attivo (bici escursionismo ecc…).
Val Venosta – Itinerari turistici in bici + treno.
Val Pusteria – Itinerari in bici.
L'articolo Intervista a Massimo Nicolodi creatore di giscover.com è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.

Nell’immagine l’Isola Robinson Crusoe, l’unica abitata dell’Arcipelago Juan Fernadez al largo delle coste del Cile - MARTINA CHE NON VOLEVA DORMIRE (di Massimo Gramellini, da “la Stampa” del 2/3/2010). Martina Maturana ha dodici anni, vive sull’isola di Robinson Crusoe, al largo della costa del Cile, e non dorme. Ha appena sentito tremare il materasso sotto la schiena. Una vibrazione l’ha svegliata, ma neanche troppo. Potrebbe tranquillamente girarsi dall’altra parte e ricominciare a dormire, come stanno facendo tutti gli altri seicento abitanti dell’isola di Juan Fernandez. Martina invece scende dal letto. Vuole capire. Scuote il padre poliziotto, rintanato sotto le coperte. «Cosa è stato, papà?», «Cosa è stato cosa? Niente, torna a letto». Lei ci va, ma non riesce a prendere sonno. Allora, in punta di piedi, raggiunge la finestra, guarda in basso e vede. Vede ondeggiare le barche nella baia, al chiaro di luna. E capisce. «Lo tsunami!». Si precipita in piazza e suona il gong. Adesso sono tutti svegli e corrono all’impazzata verso la cima dell’altura che domina l’isola. Appena in tempo: nel volgere di qualche minuto un’onda gigantesca sommerge la baia, inonda la piazza, distrugge il municipio e le case circostanti. La bambina che non voleva dormire ha salvato la vita di tutti coloro che non volevano svegliarsi…. Ricordiamoci di lei, ogni volta che ci rassegniamo alle spiegazioni rassicuranti e rimuoviamo la realtà per non essere costretti ad affrontarla. Martina incarna lo spirito di ogni essere umano, com’era al momento della nascita e come dovrebbe essere sempre e invece non è quasi mai: presente a se stesso, capace di meravigliarsi. In una parola: vivo
Vien da dire, alla domanda se ora avvengono più terremoti di una volta, che non è vero: è solo la situazione “dei luoghi” che è cambiata. Ora c’è più popolazione, e tra l’altro sempre più concentrata in città. Pertanto nel nostro presente i terremoti non possono che essere più letali di una volta. E a uccidere non è la terra che trema, ma l’ “edificio” (fatto spesso con cemento povero, rigido..) che cade sulle persone.
E lo sviluppo della scienza non aiuta molto a prevedere la catastrofe: gli stessi esperti affermano che il dato scientifico più importante per prevedere i terremoti è quello statistico, probabilistico (qualcuno afferma che non è proprio così: leggete nostri precedenti articoli, dell’aprile scorso, riferiti al sisma in Abruzzo: http://geograficamente.wordpress.com/2009/04/14/%e2%80%9ci-profeti-del-terremoto%e2%80%9d-ma-davvero-gli-eventi-sismici-non-si-possono-prevedere-ma-almeno-facciamo-una-prevenzione-seria/
Comunque è vero che ogni anno scosse più o meno violente avvengono a milioni (da sempre): un pianeta vivo il nostro, nella sua dinamica geologica in continua evoluzione. Ma, ribadiamo, i terremoti non sono ineluttabili e da loro ci si può difendere. Non a caso gli altrettanto terribili terremoti in Giappone (il 26 febbraio, a Okinawa un sisma, pur meno violento di quello cileno, ma della stessa magnitudo di Haiti, si è risolto senza una sola vittima…) dimostrano che forme costruttive adatte a luoghi così interessati da fenomeni sismici, possono creare condizioni di relativa tranquillità nel viverci.
Il terribile terremoto cileno, con più di 800 vittime (finora rilevate, ma è sicuro che saranno molte di più…), porta alla “consolazione” (si fa per dire) che perlomeno lì sembra esserci un paese più preparato ad “accogliere l’evento”, e con una legislazione antisismica rigorosa: ma tutto questo non basta a evitare morti, sofferenze, danni, distruzioni totali.
Per questo riteniamo che nelle “prove di un Governo mondiale” quello della prevenzione e del soccorso alle catastrofi naturali che si verificano in tante parti del mondo, potrebbe essere una cosa che non vedrebbe governi e stati-nazione opporsi, e ci si potrebbe impegnare a livello planetario. Cosa che invece, sulla politica del CLIMA mondiale, i governi e gli stati-nazione si sono dimostrati timorosi che venisse intaccato il loro potere e i parametri del loro futuro (spesso inquinante) sviluppo economico (o del mantenimento di “rendite di posizione” inquinanti per i paesi già ricchi).
Vi diamo qui conto di alcuni articoli e analisi interessanti sia da un punto di vista scientifico (sono di più ora i terremoti rispetto a una volta?) che della reazione al cataclisma in Cile (affascinante paese di grande tradizione e cultura colpito così duramente).
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IL TERREMOTO IN CILE – 27 febbraio 2010 ore 6.34 UTC| Magnitudo Mw 8.8 –
di Giuliana Rubbia – dal sito dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia http://portale.ingv.it/

Attività sismica del Sud-America dal 1990 ad oggi. La stella gialla è l’epicentro del terremoto di Magnitudo 8.8 avvenuto il 27 febbraio 2010. I cerchi sono gli epicentri dei terremoti precedenti, che si approfondiscono da ovest verso est, al di sotto del continente sudamericano, con un colore che indica la profondità ipocentrale (secondo la scala a destra). (fonte: U.S. Geological Survey)
Il terremoto del Cile, avvenuto il 27/2/2010 alle 06:34 UTC, si è verificato lungo il margine tra la placca di Nazca (Oceano Pacifico) e quella sud-americana che si avvicinano relativamente l’una all’altra ad una velocità di circa 6-8 cm/anno. In questa regione si verifica un processo di “subduzione”, ossia la placca oceanica, più pesante, si inflette e scorre al di sotto della placca continentale del Sud-America. Questo processo si realizza lentamente, con accumulo di energia lungo la zona “bloccata” della faglia, al contatto tra le due placche. Episodicamente, con ricorrenza di 100-200 anni circa, l’energia accumulata viene rilasciata con forti terremoti durante i quali, in poche decine di secondi, avviene il riequilibrio tra le due placche, con spostamento repentino di alcuni metri tra esse. Il margine tra queste due grandi placche, esteso in senso nord-sud per oltre 5000 km, è segmentato in diversi settori, lunghi tra i 100 e i 1000 chilometri circa, corrispondenti a terremoti di magnitudo tra 7.5 e 9.5.
La magnitudo-momento di questo terremoto (Mw=8.8) lo pone secondo solo a quello di Sumatra del 26/12/2004 se si considerano gli eventi di questo inizio secolo ed è comunque uno tra i maggiori terremoti registrati negli ultimi 100 anni.
L’attività sismica del margine occidentale del Sud-America delinea molto bene questo processo, con ipocentri che si approfondiscono da ovest a est, dalla costa fin sotto le Ande. La Figura a fianco mostra la sismicità degli ultimi 20 anni in questa che può senz’altro considerarsi una delle aree più attive del pianeta.
…………..
L’INCHIESTA
TERREMOTI, CATASTROFI E TSUNAMI. PERCHE’ LA NATURA PARE IMPAZZITA
- La Terra trema ancora, da Haiti al Giappone fino al Cile. Che cosa sta succedendo sotto i nostri piedi? Le placche su cui poggia il mondo si scontrano di continuo. Con conseguenze disastrose. Ecco come interpretare i segnali che la natura ci invia -
di ELENA DUSI, da “la Repubblica” del 2/3/2010
LA TERRA trema, e non è la sola. A far paura è la sequenza in crescendo dei terremoti da Haiti (12 gennaio) al Cile (27 febbraio) passando per il Giappone (26 febbraio). L’impotenza di chi cerca di fare previsioni è ancora totale nonostante secoli di studi, tentativi e illusori momenti di successo. E le statistiche confermano: i terremoti oggi sono più letali che in passato. Nel 2009 l’attività sismica nel mondo ha ucciso 1.700 persone (trecento delle quali vivevano in Abruzzo) L’anno prima era andata molto peggio, con 88mila vittime quasi tutte concentrate nella regione cinese del Sichuan (scossa di magnitudo 7,9). Quest’anno invece, tra Haiti (magnitudo 7) e Cile (8,8), le vittime hanno già abbondantemente superato le 200mila.
Il terremoto in Cile è una sequenza esemplare di ciò che avviene quando un cataclisma si innesca sotto ai nostri piedi. Erano le 3,34 del 27 febbraio quando a Concepcion in pochi secondi si è liberata l’energia accumulata nella Terra nel corso di quasi due secoli. La potenza del terremoto cileno – superata solo altre quattro volte dall’inizio del Novecento – è stata paragonata all’esplosione simultanea di migliaia di bombe nucleari. Le onde sismiche hanno iniziato a viaggiare lungo la crosta a 5 chilometri al secondo. Tutti i 4mila sismografi piazzati sul pianeta hanno vibrato all’unisono. Il fondo marino si è alzato di un metro sollevando tonnellate di acqua. Le onde dello tsunami hanno iniziato a propagarsi lungo il Pacifico alla velocità di un jet: quasi novecento chilometri all’ora.
Per fortuna – e i motivi sono tutt’altro che chiari – i muri d’acqua non hanno raggiunto altezze elevate (due metri al massimo) e le coste sono state risparmiate da distruzioni. L’altra buona notizia (e non è stato così ad Haiti) è che il Cile è un paese tutt’altro che impreparato e ha una legislazione rigorosa per l’ingegneria antisismica. 
La colpa dell’aumento delle vittime dei sismi non è necessariamente della Terra, che continua a tremare quanto e come ha sempre fatto nella sua storia. Sono l’aumento degli uomini sul pianeta e la loro concentrazione in megalopoli che hanno alzato la posta in gioco. A uccidere infatti non sono mai i terremoti, neanche i più violenti. Sono gli edifici, soprattutto i palazzi costruiti con cemento di bassa qualità e accatastati uno sull’altro nelle aree del mondo in via di sviluppo.
Il giorno precedente alla scossa cilena, il 26 febbraio, a Okinawa un sisma della stessa magnitudo dell’isola caraibica si era risolto senza una sola vittima, a dimostrazione che di fronte a una scossa violenta a fare la differenza fra vita e morte è la robustezza del cemento con cui la casa è costruita. Il terremoto giapponese si è risolto con un po’ di vertigini per gli abitanti delle grandi città. Lo stesso non si può dire per quel che è avvenuto in Cile. Le due placche di Nazca e del Sudamerica hanno in corpo una tale potenza da aver contribuito al sollevamento delle Ande in passato. Da millenni si scontrano come due montoni caparbi, avanzando al ritmo lento ma incessante di 80 millimetri all’anno, con il “muso” di Nazca costretto a immergersi verso il basso scavando nel magma caldo e sollevando la zolla sudamericana. I geologi chiamano questo processo “subduzione” e il suo aspetto inquietante è che tanto più procede silenziosamente, sottotraccia – senza i piccoli tremori periodici che quotidianamente vengono registrati lungo le linee di faglia – tanto più rischia di accumulare rabbia, scatenando tutta la sua energia in un’unica grande scossa.
Il 27 febbraio, alle 3,34 – nessuno determinerà perché quel giorno e quell’ora – le placche hanno ceduto alla tensione. Era dal 1835 che Concepcion viveva al riparo dai sismi violenti. Nell’area, poco dopo il terremoto di allora, arrivò Charles Darwin che navigava a bordo del Beagle per mettere a punto la sua teoria dell’evoluzione. Descrisse la città di Concepcion come un cumulo di mattoni e tronchi spezzati e annotò particolari importanti sulla deformazione che la linea della costa aveva subito a causa del sisma.
L’anno scorso un geologo francese e uno cileno ripresero i dati del naturalista britannico e pubblicarono uno studio in cui si prevedeva (in termini probabilistici e senza dare una data precisa) che un altro grande terremoto, di magnitudo superiore all’ottava, sarebbe avvenuto in tempi brevi lungo le coste del Cile. Il loro articolo fu pubblicato a giugno dell’anno scorso sulla rivista Physics of the earth and planetary interiors. Non ambiva a fare previsioni esatte, ma si limitava a un’osservazione statistica basata sulla legge dei grandi numeri: “L’area di Concepcion-Constitucion è molto matura dal punto di vista sismico, visto che nessun grande terremoto si è verificato dal 1835″.
Le due placche di Nazca e del Sudamerica, incastrate all’altezza di Concepcion come due pugili abbracciati, hanno perso dai tempi di Darwin a oggi oltre 10 metri di cammino rispetto al resto delle loro zolle. Sabato mattina 27 febbraio i sismografi hanno iniziato a registrare una serie di piccole scosse, segno che lo stallo stava per cessare, prima di quella devastante di magnitudo 8,8. I terremoti causati dal movimento di subduzione sono spesso i più violenti in assoluto, e non è un caso che sempre alle due faglie di Nazca e del Sudamerica (ma in una regione diversa del Cile) è attribuita la responsabilità per il sisma più violento mai registrato sulla Terra. I sismografi ubriachi toccarono nel 1960 il grado 9,5.
L’escalation della violenza dei sismi che notiamo negli ultimi mesi è però solo un effetto ottico. Allontanando il nostro sguardo sia nello spazio che nel tempo, osserviamo che i terremoti sono uno dei fenomeni più regolari del nostro pianeta. Si stima che ogni anno le scosse più o meno violente siano diverse milioni. I sismografi costruiti dagli uomini sono in grado di registrarne tra i 12 e i 14mila (il dato non è in aumento), di cui meno di venti superiori alla magnitudo 7 e una sessantina in grado di causare danni e vittime fra la popolazione.
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Dopo terremoto – Assalti a negozi, case e pompe di benzina. Un ragazzo ucciso dalla polizia
CILE: SACCHEGGI, VIOLENZE E ARRESTI. IN ARRIVO I PRIMI AIUTI INTERNAZIONALI
da “Il Corriere.it” del 2/3/2010, di Rocco Cotroneo
Accuse al governo per il mancato allarme per l’ondata seguita al sisma – Assalti a negozi, case e pompe di benzina. Un ragazzo ucciso dalla polizia
TALCA (Cile)—Con un tondino di ferro trovato nelle macerie, Juan stava tentando di agganciare uno zainetto scolastico, dietro la vetrina distrutta di Urmax, già elegante negozio della zona pedonale di Talca. Sono arrivati due vigili e l’hanno portato via, avvolgendogli attorno ai polsi del fildiferro, anch’esso raccattato lì per terra. A Talcahuano, sulle colline di Concepción, tra sciacalli e carabineros c’è stato uno scontro quasi ad armi pari: una decina di banditi armati su un camion avevano appena finito di saccheggiare le case della zona, comprese alcune integre e tranquillamente abitate. La prima notte di coprifuoco nella regione di Bío Bío finisce con 57 arresti e un morto: un altro ragazzo giovanissimo, scoperto mentre tentava di entrare in una casa e freddato da un poliziotto.
Persino un deposito di gas è stato preso d’assalto, per accaparrarsi le bombole che mancano in tutta la regione. Incendi, poi, a un supermercato e a un centro commerciale a Concepción. Il Cile evoluto, fiero dei suoi tassi di criminalità tra i più bassi dell’America latina, vive in queste ore uno choc in più: la tragedia ha scatenato un’onda di violenza più inattesa di quelle sismiche, più complessa da gestire, vergognosa per il governo. Ci sono saccheggi nei negozi distrutti, assalti a quelli chiusi e nelle case poco protette.
Un altro paradosso—in un Paese dove politica e Forze armate sono state tristemente la stessa cosa per anni—è la mancanza di coordinamento, sia per rispondere all’emergenza sia per contenere la violenza. Ci sono pochissimi soldati in giro (anche se ieri è stato annunciato l’arrivo di rinforzi che porterà i militari a 7 mila), nessuno qui a Talca, la città più devastata. Le emergenze sono state risolte finora con il volontariato, gente che chiama la radio locale e avverte che dai suoi rubinetti esce acqua, «chi vuole venga con una tanica», o i passaparola su dove ha aperto una farmacia o si trova del latte. Imbarazzante la spiegazione ufficiale sulla mancata allerta per lo tsunami.
Nelle zone colpite non funzionavano i cellulari, erano cadute le torri, non si è riusciti ad avvertire i paesini sulla costa. Però una base della Marina venne subito evacuata nella notte, e si trovava a due passi dalla costa di Constitución, dalle spiagge di Iloca o Pelluhue, dove decine di persone sono state spazzate via dalle onde, nei campeggi o nei locali notturni dove festeggiavano la fine delle vacanze. Un fax delle Forze armate è stato spedito alla Protezione civile appena mezz’ora dopo la prima scossa, parla di «possibilità di tsunami ».
Troppo debole, dicono gli esperti, e il governo di conseguenza ha sonnecchiato: l’onda distruttiva è arrivata ben due ore dopo, molte vite potevano essere salvate. Le forze armate in Cile sono ancora potenti, gli anni di Pinochet hanno lasciato ai militari un ricco budget e l’equipaggiamento più evoluto. Quello che è avvenuto negli ultimi giorni non ha giustificazioni. Ieri il bilancio ufficiale delle vittime è stato aggiornato a 723 morti, circa 500 feriti e ancora 19 dispersi. Quest’ultimo numero è considerato assurdamente basso, rispetto alle richieste che via etere o twitter per sapere notizie di parenti o amici. Il governo ha finalmente chiesto aiuti umanitari e un primo simbolico invio arriverà dagli Usa, insieme a Hillary Clinton che si trova in Uruguay: apparecchi per telecomunicazioni.
Altri aiuti da Brasile e Argentina. Resta questo—come dicevamo nei giorni scorsi — un terremoto anomalo, dove si è avuto un numero di vittime relativamente basso rispetto alla forza delle scosse, ma un’enorme distruzione di infrastrutture. Come l’aeroporto di Santiago (che però oggi dovrebbe essere parzialmente riaperto).
Ed è questo un dopo-sisma dove non si scava tra le macerie (tranne il caso del palazzo a Concepción, dove ancora si spera di trovare qualcuno in vita), ma manca tutto. A tre giorni dalla prima scossa, una città moderna e ordinata come Talca è senza luce ed esce pochissima acqua dai rubinetti. Il blackout prolungato provoca la mancanza di cibi freschi e code chilometriche per attività normalmente banali, come ritirare soldi nei bancomat.
Attorno ai generatori elettrici si creano gruppetti di persone che vogliono caricare cellulari e computer: si trovano nei benzinai, nelle postazioni mobili delle tv o in alcuni indirizzi conosciuti da pochi. Ma se alla mancanza di energia elettrica è difficile abituarsi— e la modernità offre pochissime alternative — con la forza della natura si riesce persino a convivere. Dieci, quindici scosse al giorno, e si impara a distinguerle. Da quella che inizia forte e poi si attenua, quella che va crescendo, o appena dondola, o sobbalza. Sempre sperando che finisca alla svelta. (Rocco Cotroneo)
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EFFETTO HAITI, RALLENTA LA CORSA DEGLI AIUTI
Parte la Croce Rossa ma molte Ong sono al collasso
da “la Stampa” del 1/3/2010, di Paolo Manzo
SAN PAOLO. Due catastrofi nel giro di neanche due mesi. Prima Haiti con oltre 150 mila morti e una situazione socio-sanitaria da brivido. Poi il Cile, dove le case hanno sì retto più che ad Haiti ma, soprattutto in prossimità dell’epicentro, sono comunque crollate. Ma ciò che conta è che questo drammatico calendario, imposto dal destino con date così ravvicinate, sta creando problemi seri, specialmente per i soccorsi che dovrebbero arrivare dall’estero.
Prima le dichiarazioni della Presidente cilena Michelle Bachelet, che dopo una azzardata dichiarazione «no, non abbiamo bisogno degli aiuti della comunità internazionale», ha subito corretto il tiro aprendo le braccia a chiunque sia disposto a dare una mano. Poi la comunità internazionale che come da copione si è detta disponibile ad intervenire pur tra qualche difficoltà.
La Croce Rossa è già partita. «Non ci spaventa la quasi concomitanza con Haiti. Organizzazioni come la nostra – ha tenuto a precisare il portavoce Eric Porterfield – sono abituate a passare da un’emergenza all’altra. È già successo nel 2008 quando eravamo impegnati su più fronti, il ciclone in Thailandia e il terremoto di Sichuan in Cina». Se per Haiti l’organizzazione con sede a Ginevra ha già stanziato 322 milioni di dollari anche per il Cile è previsto un fondo ad hoc. Stesso discorso vale anche per Medici senza Frontiere che ha già inviato un team di primo soccorso nel paese della cordigliera.
Il problema però sussiste adesso per la miriade di piccole associazioni, fondamentali in genere nell’opera successiva di ripristino della normalità e di ricostruzione, che dopo l’impegno prodigato ad Haiti in cui sono ancora presenti, rischiano ora il collasso. La denuncia arriva dagli Stati Uniti. Proprio a febbraio, prima del sisma in Cile, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale USA aveva allertato molte ong impegnate ad Haiti che i costi sostenuti sull’isola erano stati così alti da richiedere un taglio ai fondi per altre missioni. «Diventa difficile adesso essere presenti in Cile come siamo stati ad Haiti», spiega Farshad Rastegar a capo di Relief International il cui quartier generale è in California. «Faremo del nostro meglio ma siamo al collasso».
Quanto all’Italia l’Unità di crisi della Farnesina si è detta pronta a far partire i soccorsi ma solo quando «vi sarà un coordinamento europeo che, ancora una volta, sarà fondamentale per non creare confusione», come dichiarato dal ministro degli Esteri Franco Frattini.
Polemiche a non finire invece sul fronte interno cileno. Sotto accusa finisce la protezione civile, l’Onemi, l’Oficina Nacional de Emergencias. Le ammissioni della sua responsabile Carmen Fernández hanno creato un pandemonio. «Sono stati commessi errori nel valutare il rischio tsunami – ha dichiarato – mentre l’isola di Robinson Crusoe veniva colpito da onde alte metri, la protezione civile mal informata dall’esercito non allertava sul rischio tsunami. Tutta colpa di un’avaria agli strumenti».
Per non parlare poi delle denunce della televisione e stampa cilena che raccontano dei continui saccheggi in molti supermercati e negozi di Concepción e di altre città particolarmente colpite dal sisma. Cominciano a scarseggiare, infatti, i beni di prima necessità, cibo, acqua, medicine, il cui rifornimento ancora non è arrivato. Il che vuol dire che manca cibo anche per i soccorritori che già combattono contro la fatica e la stanchezza e l’assenza di strumenti essenziali per il loro lavoro, come per esempio i cani, arrivati con grandissimo ritardo.
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IL DOVERE DELLA SOLIDARIETÀ E DELLA RESPONSABILITÀ
I CILENI E NOI, SFIDATI A VIVERE IN «CONDIZIONE TELLURICA»
di Marco Tarquino, da “Avvenire” del 2/3/2010
Trema anche il mio cuore con il Cile che il terremoto sconvolge fin nel profondo ma che tiene alto lo sguardo e stringe i denti di pianto e resistenza. Trema a ogni terribile scossa: e sono ormai più di duecento i morsi e gli scuotimenti del mostro che ha addentato con ferocia la Regione del Maule e ha stritolato Concepción e metà Paese, maciullando vite e case e cose, mortificando grandi opere costruite con fatica e ingegno. Trema di dolore, di umanissima paura e di orgoglio, vedendo che il sisma immane digrigna ancora e invano davanti a una selva di edifici alzati, negli anni, per reggerne l’urto.
Trema come il cuore dei cileni che nascono e crescono nella consapevolezza di essere uomini e donne in «condizione tellurica», tenaci cittadini di quel «malfermo, sottile balcone di pietra e roccia» appeso tra le Ande e il Pacifico che Roberto Ampuero ha tratteggiato da par suo su ‘Repubblica’ di domenica scorsa.
Conosco bene il Cile. Conosco la sua gente amabile, la sua natura splendida e i suoi spigolosi sussulti di terra. Lo conosco come conosco mia moglie che anche del Cile è figlia. E lo amo di un amore vero, il più simile a quello che ho per il mio Paese. Quest’Italia che sta appesa tra le Alpi e il Mediterraneo, ponte malfermo e sottile, gemmato di noncurante bellezza, tra l’Europa e l’Africa. E so, come dovremmo sapere tutti, che anche noi viviamo in «condizione tellurica», che anche noi siamo affacciati a un parapetto affascinante e rischioso.
Non c’è, come all’altro capo del mondo, la Placca di Nacza a incalzare noi italiani, ma c’è la Placca Africana. Non c’è una straordinaria e ruggente catena di vulcani andini, ma ci sono la ciclica ira dell’Etna e dello Stromboli, il sonno nervoso di Vulcano e il silenzio ogni giorno più minaccioso del Vesuvio. E se non c’è neanche la certezza dei cileni di dover sperimentare «almeno due volte» nella propria vita terremoti devastanti, ci sono o ci dovrebbero essere la memoria e le cicatrici di scrolloni forse meno rabbiosi ma comunque distruttivi e assassini. Nella mia vita di italiano, ancora colpito dalla tragedia d’Abruzzo, mi sono toccati sinora anche i terremoti del Belice, del Friuli, dell’Irpinia e dell’Umbria (ben tre volte e le ho ‘vissute’ tutte, visto che è la mia regione d’origine).
Non pensate a un parallelismo impossibile. O un po’ sentimentale. Non è così. Tutto è diverso e niente lo è del tutto sulla faccia della terra. E ciò che scuote i continenti e i giorni della famiglia umana, anche se avviene lontano, deve svegliarci. Deve tornare a scolpirci nella mente una semplice verità: per vivere e costruire qualcosa che duri e abitare nei luoghi che amiamo, dobbiamo conoscerli davvero e rispettarli e interpretarli con lucidità e saggezza.
Noi italiani, dopo il sisma del 1980, abbiamo imparato a rimediare con efficienza ai grandi guasti: ci siamo decisi a fare protezione civile, sul serio. Fino a diventare bravi, generosamente ed esemplarmente bravi nel gestire le emergenze (e nessuno scandalo vero o presunto, può sminuire o addirittura negare questa realtà).
I cileni, inseguiti come i giapponesi e i californiani dai mostri implacabili che sconvolgono il loro immenso mare comune e Pacifico solo di nome, hanno invece imparato a costruire bene. E hanno dimostrato, persino nell’attuale terrificante prova, che quest’arte è il cuore possibile di una vera politica di prevenzione dei disastri. Tanto da far sembrare pochi, a fronte della potenza dell’evento tellurico, centinaia e centinaia di morti e due milioni di sfollati. Pochi non sono, e il dolore e l’angoscia e il danno sono enormi, ma avrebbero potuto essere decine di migliaia le vittime, avrebbero potuto essere tre volte di più i senzatetto. E questo vale immensamente. Questo dice, ci dice, qualcosa che va capito e davvero fatto. L’altra metà della lezione che apprendemmo definitivamente nel 1980: costruire bene.
I cileni ricominceranno a farlo, dolenti e tenaci. Si rimboccheranno le maniche e il mondo – e l’Italia col mondo – dovrà saper essere al loro fianco. Le case e le strade dell’uomo riprenderanno forma, ancora e meglio. A sfidare il mostro, che certo tornerà. E sempre di più dovrà digrignare invano.
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IL RACCONTO
IL MIO CILE, CHIUSO FINO A NUOVO AVVISO
di Antonio Skarmeta, da “la Repubblica” del 2/3/2010
Anche se il terremoto è una consuetudine per il Cile, devo ammettere che quest`ultimo, all`alba di sabato, è stato il più impressionante che abbia vissuto. Scrivo nel mio studio di Santiago, dopo aver aperto un varco al mio computer tra le centinaia di libri della mia biblioteca crollati dagli scaffali. Scrivere mi solleva per un po` dall`ostinata monotonia delle informazioni televisive che accumulano tragedie senza tregua. Centinaia di compatrioti morti o scomparsi e la cifra sale impietosamente.
Il vigoroso Cile, che rifulgeva in America Latina per modernità e progresso, appare gravemente ferito. Non so quanti anni ci vorranno per la ricostruzione. Questo non solo è un paese dalla stravagante forma allungata, ma è anche un territorio estremamente vulnerabile. I quattromila chilometri che separano il punto più alto nel nord da quello più estremo nel sud sono tutti un`ottima preda dei movimenti tellurici.
E stato e continuerà a essere così perché la natura ha dei capricci che noi uomini non possiamo dominare. Dopo ogni catastrofe, in modo più volontaristico che logico, pensiamo che forse sia stata l`ultima. Di fatto, un sisma di questa violenza non si scatenava da cinquant`anni. Ci eravamo illusi che la tregua di Madre Terra fosse infinita, ma ora scriviamo tra le macerie provocate dalla sua furia.
La violenza è esplosa in piena notte, verso le quattro del mattino di sabato. In Cile è estate in febbraio, e centinaia di migliaia di persone sono in vacanza al mare o ai bei laghi del sud. Le notti, con la brezza soave e il cielo stellato, sono propizi e per grandi festival di teatro o della canzone popolare, come quello di Vina del Mar, la nostra più famosa città balneare, che proprio questa settimana celebrava la sua festa più importante, il Festival della canzone. Quest`anno la partecipazione internazionale ha avuto delle modalità diverse per il fatto che il Cile celebra il bicentenario dell`indipendenza, nel 1810, dal Regno di Spagna. La giuria doveva determinare quale fosse la più bella canzone del mondo degli ultimi cinquant`anni.
Alcune sincopate, altre romantiche, altre perfino concettuali. Così, l`Argentina ha partecipato con “El dia que me quieras”, de Gardel e Le Pera, gli Stati Uniti con “Rock around the clock”, di Bill Haley e dei suoi Comets, l`Inghilterra con “I can`t get no satisfaction” e la dolce Italia con il superbo proiettile verso il cielo di Modugno: “Volare”. La Spagna aveva inviato una canzone dei Mocedades: “Eres tú”, che nella versione attuale suonava come una litania religiosa.
Non so chi abbia vinto perché il seguitissimo festival ha chiuso i battenti senza una finale. La catastrofe ha annullato tutto: concerti, film, partite di calcio. «II paese è chiuso fino a nuovo avviso». Chiuso anche l`aeroporto internazionale di Santiago. Le immagini che appaiono in televisione sono calamitose.
Il Ministro dei Lavori Pubblici assicura, però, che i danni sono più che altro «cosmetici». Cosmetici o meno, il fatto è che la tragedia polverizza almeno tre grandi eventi che dovevano aver sede in Cile. Quello principale, che prometteva lustro a cottimo, era il Quinto congresso della lingua spagnola a Valparaíso. Sarebbe stato inaugurato dal re e dalla regina di Spagna insieme alla presidente Michelle Bachelet. Occasione eccellente per celebrare la vitalità della lingua comune tra spagnoli e americani, avrebbe rappresentato una chiusura in grande stile per la bionda presidente che tra due settimane cederà il governo, dopo 20 anni di coalizione di centrosinistra, al leader di destra Sebastían Pinera, chiaro vincitore del ballottaggio svoltosi a gennaio.
Peccato! I pochi partecipanti al congresso arrivati a Santiago sono scappati terrorizzati in pigiama dalla loro stanze d`albergo, altri che arrivavano in volo sono atterrati a Buenos Aires e forse la maggior parte hanno saputo in tempo del terremoto nei rispettivi paesi e non si sono mossi. Tristezza incommensurabile, perché la Real Academia Espanola, l`Instituto Cervantes, le case editrici e mezzo mondo avevano una gran voglia di celebrare questo evento e ci avevano scommesso con entusiasmo. Ho fatto anche in tempo a ricevere la splendida “Nueva Gramàtica de la Lengua Espanola” in duevolumiche sidàdafare sullamia scrivania per non soccombere alle frequenti nuove scosse di terremoto.
Vittima del sisma è stato anche un bellissimo primo Congresso della letteratura per l`infanzia e i giovani, che ha attirato centinaia di specialisti di Spagna, Brasile e dei paesi ispano-americani al Palacio de Bellas Artes di Santiago. Sull`antico edificio oggi appare uno spoglio cartello scritto a mano: «Chiuso». I suoi cornicioni sono caduti, precipitando con fragore sulle scalinate.
Peccato due volte, tanto per la presidente uscente come per il nuovo capo del governo di destra. Per la prima, perché si meritava un finale festoso della sua gestione: secondo i sondaggi, lascia l`incarico con più dell`80 per cento di approvazione popolare. E per Sebastiàn Pinera, che voleva partire governando con un`energia travolgente e dovrà ora dedicarsi in primo luogo a riparare il campo dove sperava di stupire con mosse sensazionali.
(Traduzione di Luis E. Moriones)
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Era da un po’ che avevo in mente di dedicare un articolo a jQuery, finalmente – complici l’influenza che mi ha tenuto a riposo forzato e l’ispirazione tratta da Linfiniti – sono riuscito nell’intento.
Per chi non lo sapesse, jQuery è un framework Javascript open source molto potente, caratterizzato da una sintassi snella e di facile comprensione.
Il framework è rilasciato con doppia licenza: MIT e GPL.
I motivi per usare jQuery nei propri progetti non mancano di certo: comunità attiva, disponibilità di molti temi e ottimi plugin, compatibilità e leggerezza sono i primi che mi vengono in mente.
In questo articolo vedremo come costruire una mappa online sfruttando jQuery UI e OpenLayers.
Il risultato della “fusione” è un client dotato di funzionalità di base come zoom, pan, misurazione delle distanze e vari layer di sfondo intercambiabili.
Si tratta, in pratica, di un template da cui partire per sviluppare applicazioni di web-mapping vere e proprie.

Per creare il client dell’esempio abbiamo bisogno di:
Ho già raccolto il tutto in questo archivio .zip. Qui dentro, oltre alle librerie, si trova la totalità dei file che compongono il client. Vi basta quindi cliccare sul link per avere il template sul vostro computer, pronto all’uso e/o ad essere trasformato come volete.
Vi invito però a dare lo stesso un’occhiata alla pagina di download di jQuery UI: noterete che è possibile modificare radicalmente il pacchetto prima di scaricarlo. Potete includere le sole componenti utili ai vostri scopi e scegliere tra vari temi già pronti o uno composto da voi con ThemeRoller.
Io ho fatto solo qualche semplice modifica al tema UI-Darkness (in questo periodo non mi piacciono i bordi arrotondati…) ma, come dicevo, si può fare molto di più. Provare per credere.
Ora un po’ di anatomia.
Scompattato l’esempio, è bene posare lo sguardo su alcune delle directory e dei file compresi al suo interno.
E’ la directory contenente tutte le librerie elencate in precedenza, necessarie al funzionamento del template.
index.htmlNella sezione header sono referenziate le librerie utilizzate, i fogli di stile e i file javascript.
Nel body è possibile notare che l’attributo class di molti degli elementi della pagina (div, button, span, ecc.) è parecchio popolato. Questo è il metodo con cui jQuery UI e jQueryUI.Layout si “ancorano” alla pagina web.
Per comprendere meglio vi rimando alla pagina degli esempi di jQuery UI.Layout e a questo articolo che spiega in maniera egregia la composizione della toolbar e dei suoi pulsanti.
Contiene la mappa realizzata con OpenLayers.
Nella funzione di inizializzazione (initMap) richiamata al caricamento della pagina, ci sono, tra le altre cose, i controlli collegati ai bottoni della toolbar.
In questo script, con poco più di 40 righe di codice, jQuery UI e i suoi plugin definiscono Il layout dell’applicazione, il tema, il comportamento e l’aspetto di bottoni e tooltip.
Css/style.cssA parte qualche piccola “frivolezza” come queste (a mio giudizio) bellissime icone, in questo foglio di stile sono descritte le regole fondamentali per la corretta presentazione del layout e della toolbar creati tramite jQuery UI.
Ecco, questo è grossomodo ciò che bisogna da sapere per iniziare a studiare i mille modi di mescolare le potenzialità di jQuery a quelle di OpenLayers.
Fondamentale, come sempre, è il ricorso alla documentazione ufficiale dei vari progetti e al supporto offerto dalla comunità.
Per chiudere segnalo anche due guide in italiano, estremamente ben fatte ed utilissime per avvicinarsi a jQuery e jQuery UI. Entrambe sono firmate HTML.it:
Guida a jQuery
Guida a jQuery UI
L'articolo jQuery e OpenLayers: agitare prima dell’uso… è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.

Lambro, il giorno della protesta (27/2/2010) - Una catena umana cui hanno partecipato 300 persone, per iniziativa della Legambiente, per protestare contro l'inquinamento del Lambro. L'ennesimo del fiume che attraversa Milano. E’ il più grave degli ultimi anni che ha portato una gigantesca macchia di petrolio fino al Po
Nel passato, fino agli anni ‘70 del secolo scorso, quando è stata introdotta la prima legislazione ambientale sull’ “acqua” (la legge Merli), era consuetudine scaricare direttamente nei fiumi più prossimi (e in altri corpi idrici minori) le acque nere ed i reflui industriali (in realtà a tutt’oggi la grande città di Milano continua a versare direttamente su affluenti del Po le acque della propria rete fognaria). E già da prima (negli anni ’60), con l’introduzione della chimica e l’espansione e sviluppo degli idrocarburi, la situazione dei fiumi e della acque è diventata quella di vere e proprie fognature, che dovevano (e tuttora devono) essere in grado, da sole (spesso, come a volte accade adesso, senza depuratori) farsi carico di “tentare” di mantenere un minimo di ecosistema vitale nella fauna (i pesci, gli uccelli, i microrganismi) e nella flora (le piante, i fiori…).
Lo sversamento avvenuto la notte tra il 22 e il 23 febbraio scorso nel Lambro di circa 600 (seicento!) tonnellate di gasolio da parte della “Lombardia Petroli” (un ex raffineria ora usata come centro di stoccaggio, a Monza… si ipotizza per “aiutare” una riconversione speculativa edilizia di quell’area), questo sversamento è stato palesemente del tutto sottovaluto (nessuna importante mobilitazione nelle prime 48 ore della Regione Lombardia, della Protezione civile…). E in definitiva, con la filosofia che il tutto “è sotto controllo” continua tranquillamente ad esserlo (sottovalutato il problema). E con l’attuale utilizzo per fermare la mass oleosa non solo delle barriere mobili assorbenti e di quelle fisse, come la centrale elettrica di Isola Serafini nel piacentino, ma anche di apparati fognari, impianti di depurazione, appunto per fermare la massa inquinante (impianti sacrificati alla necessità di cercare di limitare il disastro), si è finora riusciti a bloccare (prelevare) 300 tonnellate del gasolio sversato, e le Autorità competenti affermano che “il resto sarà diluito nel fiume Po” (“diluire” è il verbo più usato in questo momento da chi minimizza lo scempio…); non considerando altresì che si è messo, per necessità, fuori uso fognature e impianti di depurazione e che, pertanto, gli scarichi fognari da qui a chissà quando non funzioneranno più, e il Po dovrà accollarsi pure i reflui quotidiani urbani e industriali rimasti privi di depurazione… Ebbene, tutto questo fa capire che l’ambiente, al di là delle parole e delle enunciazioni, è l’ultimo dei problemi su cui discutere in questo momento.
Emblematico poi che, in questo contesto di fiumi (il Lambro e il Po) inquinati, qualcuno pensi bene di “approfittarne”: quattro giorni dopo lo sversamento del gasolio, il 27 di febbraio, nuove sostanze tossiche inquinanti sono state versate nel fiume Lambro (è stata avvistata una grande macchia all’altezza di Carate Brianza, il sospetto è che si tratti di materiale di scarico da tintoria versato da un’azienda tessile della zona).
E in una fase di diffusa depenalizzazione dei reati ambientali (ne parliamo nel proseguo dell’argomento in questo blog) si capisce che la situazione dell’ecosistema “ambiente” oramai è fuori controllo. Responsabilità forse di tutti, non solo della “politica”, come si usa spesso attribuire tutti i torti. Ma anche degli Enti che devono controllare, della Autorità preposte alla gestione, dell’indifferenza diffusa delle categorie economiche, professionali, mediatiche… e un po’ tutti (compresi noi) diamo al problema un’attenzione marginale, di circostanza. Anziché considerare una priorità la conservazione e la qualità dell’ambiente e il suo ripristino, là dove il sistema ecocompatibile è compromesso e in degrado. Insomma del Po e dei fiumi inquinati ce ne frega assai poco… E invece dovremo uscire da quest’apatia e parlarne di più e sempre; metterli al centro dell’attenzione, e praticare iniziative, conoscenze e normative efficaci alla loro vita.
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La chiazza di gasolio verso l’Adriatico
IL LAMBRO, IL PO E LA NOSTRA STUPIDITA’
di Ermanno Olmi, da “Il Corriere della Sera” del 25/2/2010
Io le ho viste le papere che volavano a pelo d’acqua sul Lambro. Due anni fa. Facevo delle riprese nell’area industriale dismessa della Falck a Sesto San Giovanni, dove tutt’intorno ai capannoni si estende una vastissima zona lasciata libera alla spontaneità della vegetazione. Tanto che, in pochi anni, lungo le sponde del Lambro si è formata una barriera di alberi così fitta e intricata, con cespugli e rovi impenetrabili che proteggono la quiete del piccolo fiume. Addirittura, in qualche slargo erboso, piccoli acquitrini riparati da canne (che si chiamano col nome buffo di Mazzasorda) sono rifugio sicuro di aironi e fenicotteri che vengono a sostare e qualcuno addirittura nidifica.
Un territorio, questo, dove solo alcuni anni fa i mastodonti dell’Industria, con la baldanza di portatori della modernità, prendevano possesso delle terre agricole e per diritto in nome del progresso assoggettavano la Natura al loro primato. Non è passato neanche un secolo e i colossali altiforni di fuoco e ferro giacciono spenti nel mortificante abbandono dell’inutilità.
Ed è stata proprio questa decadenza che ha generato un nuovo evento, questa volta non più programmato dall’uomo ma dal suolo medesimo che senza più oppressioni, abbandonato a se stesso, ha silenziosamente ricomposto le sue ferite e trovato l’armonia delle sua condizione primigenia.
La frequentazione della troupe per le riprese del documentario aveva una certa regolarità, e così ogni volta andavo a spiare la famigliola di papere che abitavano le rive del Lambro. Notai che frequentavano soltanto un breve tratto del corso d’acqua, esclusivamente in un punto dove il fiume compie un’ansa piuttosto stretta, tanto che in soli pochi metri impedisce la vista da una parte all’altra. Pensai che questa dislocazione fosse una intuitiva strategia di difesa. Infatti, bastava un fruscio di passi sul sentiero che le papere, con pochi colpi d’ala erano già in volo e si mettevano al coperto nascondendosi alla vista degli importuni. Tuttavia, col tempo mi resi conto che la continuità delle nostre visite avevano modificato il loro comportamento. Un po’ alla volta, da una visita all’altra, ritardavano di poco poco la loro fuga.
Esitavano sempre più incerte tra l’istinto, ma per una sorta di legame ancestrale con la Natura che ci ha generato in ogni forma di vita e che lascia sottintendere in tutte le creature il principio del «sentimento».
Ma per noi che pretendiamo il benessere a tutti i costi, sarebbe tempo che ci domandassimo quali sono i sentimenti che pratichiamo per dare significato alle nostre esistenze. Se fossimo davvero onesti con noi stessi, dovremmo fare un elenco di cui vergognarci. A cominciare da qualche innocua paperella che si godeva nella quiete del fiume il suo minuto spazio di sopravvivenza. Vederla nelle immagini della tv profanata dal liquido ributtante e mortifero del petrolio mi ha fatto sentire ancora una volta in colpa. Ormai è un’immagine emblematica ricorrente. Ho parlato soltanto di un piccolo frammento di questa tragica realtà. Ma che insieme a tante altre sparse nel mondo ci fanno intendere le dimensioni di una visione che potrebbe diventare apocalittica. Esagero? «La regione Lombardia chiede lo stato di calamità» Ma è ora di dichiarare lo stato della nostra stupidità.
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Ancora un balletto di cifre: non si sa quanti e quali inquinantidi Simonetta Lombardo, da TERRA del 26/2/2010
ANALISI. Da 400 a 600 tonnellate di idrocarburi: il sottosegretario Menia parla alla Camera di quantità variabili, mentre non si conosce con esattezza la composizione della macchia. Un’unica certezza: si è trattato di un’azione di sabotaggio.
«E’ una vera catastrofe e non solo ambientale quella che si sta prospettando per il Po». Le cifre dello sversamento si rincorrono ancora nella serata di ieri, ma il giudizio di Attilio Rinaldi, responsabile del progetto oceanografico Daphne che monitora la situazione dell’Adriatico, è netto. «Che ancora le cifre ballino sembra strano», dice Rinaldi ancora prima che il sottosegretario Roberto Menia parli nel pomeriggio alla Camera di una enorme quantità di idrocarburi rilasciati per un atto doloso (su questo il governo non ha oggi dubbi): da 400 a 600 tonnellate.
«Su quello che succederà in mare ancora non abbiamo nessuna certezza: lunedì saremo alle bocche del Po per vedere quello che arriva. Ho comunque la sensazione che il fiume si sacrificherà per l’Adriatico. Una buona parte del materiale rimarrà nelle acque dolci, sulle sponde, nelle sabbie di fondo, nei canneti, i quell’intrico di canali che è la foce. È senz’altro l’evento più devastante per il Po a partire dalla Seconda guerra mondiale”. A preoccupare Rinaldi è anche il particolare momento in cui è avvenuto l’incidente del Lambro. «Stiamo andando verso la primavera, il periodo in cui è maggiore l’attività riproduttiva. Inquinamenti di questo genere impattano enormemente sugli stadi giovanili degli organismi, sulle uova, sulle larve di pesci, molluschi e crostacei. Gli adulti – spiega l’esperto- hanno la capacità di spostarsi, gli stadi giovanili di molti organismi non hanno le stesse capacità di difesa».
Certo, è paradossale che dopo giorni dall’incidente ancora non si conoscano le dimensioni della macchia e neanche i componenti specifici. «Ci hanno detto che dentro ci sono greggio, gasolio, idrocarburi. Ma certamente c’è differenza: il gasolio tende a diluirsi nell’acqua e viene quindi assorbito dagli organismi filtratori. L’impatto del greggio è visivamente maggiore ma a livello di ecosistemi e di funzionalità del fiume è meno dannoso».
Perché il Po non è solo il più grande ecosistema acquatico italiano, ma anche un fornitore di servizi. «Ferrara beve acqua del fiume. E ora non si irrigano i campi, ma se fossimo più avanti nella stagione questo avrebbe significato anche una catastrofe per l’agricoltura della Pianura Padana». «Sull’approvvigionamento dell’acquedotto di Ferrara per ora non ci sono particolari problemi» spiega Paolo Pastorello, direttore cittadino dell’Hera, la multiutility che si occupa di gran parte del servizio idrico in Emilia Romagna.
«Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) abbiamo una riunione in prefettura per capire le dimensioni del fenomeno. Se sarà necessario (e per ora non pare) chiuderemo l’approvvigionamento: abbiamo comunque la riserva per due o tre giorni, per aspettare che passi la marea nera». Ma Leonardo Fiorentini, candidato alle regionali per i Verdi, ricorda che la società ha chiuso il laboratorio di analisi di Pontelagoscuro, per spostarlo a Sasso Marconi: «Così ci vuole più tempo per farle, le analisi. Il consiglio comunale ha chiesto che il laboratorio rimanesse dov’era. Sarebbe stato meglio».
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Lambro. Depenalizzati gli scarichi inquinanti appena 20 giorni fa….
febbraio 27th, 2010 – Lo denuncia il giornale Terra, non lo riporta ovviamente quasi nessuno.
Il governo nel giorno 2 Febbraio (poco più di 20 giorni fa, quindi) ha approvato una norma che prevede appena una multa per chi sversa sostanze inquinanti nei fiumi.
Il 2 febbraio scorso, infatti, è stata licenziata una modifica al codice ambientale (la legge delega voluta dal precedente governo Berlusconi, la 152 del 2006) che indebolisce le sanzioni. (…) La norma prevede infatti che può essere perseguito penalmente solo chi scarica inquinanti ad altissima tossicità, come mercurio, cadmio e gli stessi idrocarburi “oltre i valori limite” consentiti dalla legge. Gli altri – quelli sotto i valori limite dei veleni- se la cavano con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro, così come quelli che scaricano sostanze meno tossiche anche se inquinanti.
Mentre tutta la Rete suggerisce metodi di punizione esemplare per i misteriosi inquinatori di Lambro, Po e Adriatico (mezza Italia, in pratica), tipo legargli una pietra alla caviglia e costringerli a ripulire centinaia di chilometri di fiumi, i suddetti criminali dormono invece sonni tranquilli. Non solo probabilmente non verranno beccati mai, ma anche qualora fosse se la caveranno con qualche migliaio di euro di multa. A voler essere un po’ maliziosi, c’è da pensare che abbiano approfittato della depenalizzazione; a voler essere di molto maliziosi, che la depenalizzazione sia stata implementata proprio per dare una mano a chi doveva risolvere certi noiosi problemucci.Intanto la ministra Prestigiacomo smentisce indignata, ma non si vede come si possa smentire l’esistenza di una norma. Semmai si può discuterne le sfumature, ed è quello che fa GreenReport, per gli appassionati di codicilli.(Debora Billi) Da: http://semidiceviprima.com/?p=2747
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IL GOVERNO DEPENALIZZA GLI SCARICHI
I Verdi denunciano l’ecovergogna
di Simonetta Lombardo, da TERRA del 25/2/2010
IL CASO. Il 2 febbraio il Parlamento ha approvato una norma che prevede semplicemente una multa per chi sversa molte sostanze inquinanti nei fiumi. Bonelli: «In questo paese gli inquinatori come i criminali la fanno sempre franca».
Chi ha inquinato il Lambro pagherà? Forse, ma con maggiore difficoltà, a partire dall’inizio di febbraio. La magistratura indaga sulle colpe e sui colpevoli dello sversamento di idrocarburi che ha ucciso il fiume e messo a rischio l’agricoltura, gli ecosistemi e la stessa fornitura di acqua potabile di una parte della Lombardia e che tra poco arriverà in Adriatico. Con tutta probabilità, in quella vicenda si troveranno profili penali, soprattutto se c’è stato – come ora sembra – un sabotaggio per far chiudere la fabbrica e permettere una lottizzazione.
Ma pochi giorni fa la maggioranza ha approvato una legge che depenalizza ulteriormente i reati di contaminazione delle acque, rendendo più facile la vita all’industria inquinante e più difficile la vita a chi deve contrastarla. Il 2 febbraio scorso, infatti, è stata licenziata una modifica al codice ambientale (la legge delega voluta dal precedente governo Berlusconi, la 152 del 2006) che indebolisce le sanzioni: «La legge dell’ecovergogna» la definisce il presidente dei Verdi Angelo Bonelli che ha denunciato la depenalizzazione messa in atto dal Governo: «In questo paese gli inquinatori come i criminali la fanno sempre franca».
La norma prevede infatti che può essere perseguito penalmente solo chi scarica inquinanti ad altissima tossicità, come mercurio, cadmio e gli stessi idrocarburi “oltre i valori limite” consentiti dalla legge. Gli altri – quelli sotto i valori limite dei veleni- se la cavano con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro, così come quelli che scaricano sostanze meno tossiche anche se inquinanti. «Il problema è nel manico», afferma Maurizio Santoloci, uno dei magistrati che hanno fatto la giurisprudenza ambientale italiana.
«In realtà nessuno può provare, secondo la costruzione delle nostre leggi, che quell’industria ha inquinato: anche se in quel tratto di fiume si trova arsenico e la fabbrica che lo produce come scarto è a 20 metri di distanza, devi dimostrarlo trovando nel pozzetto di scarico dell’impianto una quantità di inquinanti superiore a quella consentita. Naturalmente avvisando prima dell’ispezione».
Secondo Santoloci «le modifiche alle sanzioni allo scarico delle acque reflue industriali sono un regalo agli inquinatori» ma di fatto intervengono in una situazione in cui «c’è una legislazione contro l’inquinamento che è di forma ma non di sostanza». Se quindi nel Lambro ci fosse stato un inquinamento accidentale, per far scattare il reato penale occorrerebbe che qualcuno avesse colto in flagrante chi stava immettendo idrocarburi “oltre i valori limite”.
«La magistratura sta lavorando e troverà le risposte. Ma a livello politico non ci sono dubbi. C’è in atto una depenalizzazione di tutto quello che può essere depenalizzato», taglia corto Gianfranco Amendola, il primo di quei “pretori d’assalto” che hanno fatto fare il salto alla politica ambientale. «Il governo non va certo nella direzione di inasprire le sanzioni per chi inquina. E la legge per la creazione dei crimini ambientali non è mai decollata: ci sono delitti contro la vita, la proprietà ma non contro l’ambiente che poi significa la salute di tutti».
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LAMBRO – PO, COLATA DI PETROLIO “DEVASTANTE” PER L’ HABITAT MARINO
26 febbraio 2010, da: ILSECOLOXIX.it
Una pastiglia di carbone attivo da somministrare subito agli animali per far loro smaltire la tossicità degli idrocarburi, una confezione di olio di vasellina per pulire le zone glabre come zampe, becco, occhi e orecchie, garze e un paio di guanti di lattice. È il contenuto del kit di pulizia e di primo soccorso dei volatili che la Lipu di Reggio Emilia sta distribuendo da ieri sera ai centri di coordinamento degli operatori che sono a lavoro per fronteggiare l’emergenza inquinamento del Po, dopo l’arrivo dell’onda nera proveniente dal Lambro.
«Ieri abbiamo distribuito già 10 kit e oggi ne smisteremo un’altra decina alle volontarie dell’Enpa» spiega all’adnkronos la delegata Lipu per la provincia di Reggio Emilia Mercedes Lombardo, sottolineando che l’intero lavoro di soccorso degli uccelli a rischio imbrattamento «è svolto in stretta collaborazione con la guardie ecologiche volontarie del Ggev». Intanto, al centro Lipu di Reggio, almeno una ventina di volontari sta facendo i turni anche di notte, per garantire l’accoglienza degli animali 24 ore su 24.
L’inquinamento da idrocarburi è quello più devastante per gli habitat acquatici e marini, così come per i settori produttivi, a partire dalla pesca. Lo afferma la Lega Pesca, fortemente preoccupata, tanto da parlare di vero «incubo», per le devastanti ripercussioni che il disastro ambientale del Lambro si prepara ad avere su tutto l’ecosistema acquatico del delta del Po e dei litorali costieri alto-adriatici, con danni per il settore ittico.
L’associazione confida in una pronta gestione dell’emergenza che consenta di contenere costi altrimenti incalcolabili. Non preoccupano solo le prospettive a breve termine, spiega Lega Pesca, ma sopratutto le ripercussioni a lungo termine sullo stato di salute delle acque e sulla qualità dell’ambiente marino, perché l’inquinamento da idrocarburi produce squilibri persistenti sugli ecosistemi marini, a partire dalla distruzione del fitoplancton e dello zooplancton su cui poggiano gli equilibri della catena alimentare marina, come reso noto da disastri ambientali epocali, come quello della Haven o della petroliera Erika.
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Da http://quotidianonet.ilsole24ore.com/ :
Bologna, 27 febbraio 2010 – La Regione Emilia Romagna potrebbe costituirsi parte civile per chiedere i danni provocati dal disastro ambientale a seguito degli sversamenti nel Lambro dell’ex raffineria di Villasanta, in provincia di Monza, che hanno raggiunto il Po. Che la possibilità sia al momento in fase di valutazione lo annunciato il presidente Vasco Errani, oggi a Faenza con il segretario del Pd Pier Luigi Bersani per incontrare i dipendenti di Omsa, che protestano per l’annunciata chiusura del sito produttivo.
Oltretutto, «sta emergendo che siamo di fronte a un atto doloso» ha ricordato Errani, in riferimento al fatto che sulla vicenda la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per sabotaggio. Assicurando poi che si «sta lavorando bene», il presidente dell’Emilia Romagna ha chiarito che fondamentali ora sono «le operazioni di bonifica» che riguarderanno anche le sponde del Po, onde scongiurare danni collaterali. Si tratta, certamente, ha precisato «di uno sforzo finanziario rilevante rispetto a cui Governo e ministro dell’Ambiente si sono impegnati».
LA SITUAZIONE DALLE NOSTRE ZONEForte preoccupazione a Rovigo, dove oggi è andato in visita il capo della protezione civile Guido Bertolaso. Buone notizie da Ferrara: l’acqua potabile è ok. A Reggio Emilia, dopo aver frenato l’onda nera, bisognerà pulire la sponda destra del fiume, imbrattata da residui.
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Inquinamento Lambro e Po, per CNR ” inevitabile” il danno in Adriatico. Bertolaso non è d’accordo: “Tutto nella norma”
27/2/2010, da http://news.youreporter.it/
«Se è difficile, in questo momento in cui l’emergenza è ancora in atto identificare tutte le differenti e possibili conseguenze ambientali, vi è comunque un aspetto che richiede attenzione: l’impatto inevitabile sul mare Adriatico, l’ecosistema recettore finale».
Lo osserva l’Istituto di Ricerca Sulle Acque (Irsa) del Cnr a proposto dell’inquinamento da idrocarburi del Lambro e del Po. «L’interruzione per alcune settimane della operatività dell’impianto Alsi di San Rocco determinerà, infatti – prosegue Irsa-Cnr – lo sversamento non depurato dei reflui urbani di circa settecentomila abitanti, con la formazione di un carico in eccesso di nutrienti che giungeranno alla foce del Fiume Po in un momento, l’inizio della primavera, durante il quale si hanno le prime fioriture algali, generalmente diatomee, che danno inizio ai naturali cicli stagionali». «Esiste quindi una certa possibilità – conclude Irsa-Cnr – che si possano verificare situazioni di fioriture al di fuori della norma, con conseguenze anche sull’ecosistema marino prospiciente la foce del Po».
Nonostante tutto però per Bertolaso l’ottimismo è quasi assoluto: le analisi dell’acqua del Po, fatte dalle agenzie di protezione ambientale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, sono «tutte nella norma per la presenza di idrocarburi». Lo assicura il capo della Protezione civile che in Prefettura a Rovigo ha incontrato gli amministratori locali. «La situazione – ha detto – è sotto controllo, le analisi delle acque sono state fatte in superficie, ad un metro e a due metri, e sono tutte nella norma per la presenza di idrocarburi. Non abbiamo ragioni per temere che nei prossimi giorni queste analisi siano destinate a peggiorare».
Intanto la Regione Emilia-Romagna «sta valutando la possibilità di costituirsi parte civile per i danni, anche a seguito del fatto che, in modo sempre più concreto, sta emergendo che siamo di fronte a un atto doloso». «La cosa fondamentale per noi adesso – ha spiegato – è che, attraverso la dichiarazione di emergenza nazionale, parta immediatamente la bonifica. Perchè, oltre al problema di raccogliere il gasolio e gli olii pesanti finiti nel Lambro e nel Po, ora ci sono da bonificare le sponde per evitare danni ambientali collaterali. Questo richiederà uno sforzo finanziario rilevante e il Governo, anche il ministro dell’Ambiente, si è impegnato e deve essere proprio così».
Errani ha ricordato che oggi alle 13 a Ferrara ci sarà un nuovo incontro con Bertolaso sui problemi nevralgici del Ferrarese, come l’acquedotto del capoluogo che utilizza l’acqua del Po e l’equilibro ambientale dell’area del Delta, molto importante anche sul piano economico per il turismo e per gli allevamenti. «Si sta facendo un buon lavoro nella barriera fondamentale di Isola Serafini, che ci sta consentendo di togliere la gran parte del materiale versato nel Lambro – ha detto Errani – noi siamo fiduciosi che ci siano tutte le condizioni per non trovarsi di fronte a problemi come quello dell’acquedotto di Ferrara e del Delta del Po. Stiamo lavorando con grande impegno e credo che lo stiamo facendo bene», ha concluso.
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MAREA NERA, SI RIDUCONO I RISCHI
Bertolaso: «Allarmismo ingiustificato» – “Tiene” la barriera a Polasella, a monte del delta del Po. Il capo della Protezione civile: nessuna emergenza mare
Da “il Corriere della Sera.it” del 27/2(2010
MILANO -Si riducono i rischi di inquinamento del delta del Po e quindi del mare Adriatico, dopo lo sversamento di idrocarburi nel fiume Lambro e successivamente nel Po. La grande massa di inquinanti è stata trattenuta dall’invaso della centrale elettrica di Isola Serafini. Quella percentuale molto ridotta che è riuscita a “passare” e a scorrere lungo l’asta del Po è stata via via “trattenuta” dalle barriere mobili assorbenti dislocate lungo il corso del fiume e poi aspirata. L’ultima barriera in ordine di tempo è stata collocata a Polesella, a monte del delta, e sta funzionando bene. È ancorata ai piloni del ponte e dunque resiste anche alla corrente. Se sarà necessario, ne saranno collocate altre a monte dei rami laterali del delta per evitare al massimo i rischi per la foce e dunque per il mare.
La vigilanza degli enti preposti alla sicurezza delle acque è massima. Sembra comunque che il grosso dell’allarme sia rientrato, grazie anche al fatto che in questo periodo i campi non hanno bisogno di acqua dal Po e dunque i pericoli sono molto relativi. «Nelle prossime ore occorre mantenere costante il livello di attenzione, ma tutto sta andando bene ed è ingiustificato ogni allarmismo». Così il numero uno della Protezione civile, Guido Bertolaso, si è espresso al termine della riunione svoltasi sabato pomeriggio in prefettura a Ferrara sull’emergenza Po-Lambro dopo lo sversamento di idrocarburi nel fiume. «Il problema principale è stato avere le informazioni in tempo reale sulle analisi chimiche delle acque per l’insieme delle tre regioni interessate – ha precisato Bertolaso, che in mattinata era stato a Rovigo -. Ora si tratta di eliminare del tutto la pellicola in superficie, operazione, tra l’altro, facilitata dall’evaporazione conseguente alle buone condizioni meteo. Nessun problema, invece, in profondità».
«NESSUNA EMERGENZA PO» – Per Bertolaso non c’è nessuna emergenza Po, né emergenza mare, «e non ci sono ragioni per provvedimenti restrittivi da adottare per la zona del delta». Il capo della Protezione civile ha quindi confermato la necessità di provvedere da subito all’attività di bonifica.
SCONTRO PD-REGIONE LOMBARDIA – Intanto è polemica tra il Pd e la Regione Lombardia sugli interventi messi in campo per la salvaguardia del fiume Lambro nell’immediatezza dell’emergenza inquinamento. A sollevare le critiche è stato il candidato del centrosinistra alle regionali Filippo Penati che ha parlato di «ritardi e inadeguatezza» come «cause dell’estensione del disastro ambientale». «Se il piano d’emergenza per contenere la macchia oleosa di petrolio che è stata versata nel Lambro non fosse scattato con 48 ore di ritardo – sostiene – oggi non saremmo di fronte al disastro ecologico delle dimensioni che conosciamo che ha investito anche il fiume Po e numerosi territori». Immediata la replica della Regione in una nota: «Le azioni per fronteggiare lo sversamento del petrolio nel fiume Lambro sono state tempestive e hanno utilizzato tutte le modalità più adeguate a disposizione. Nulla può essere rimproverato né ai vigili del fuoco né alla protezione civile né a nessun ente territoriale, come hanno riconosciuto lo stesso Ministro Prestigiacomo e il sottosegretario Bertolaso».
L’INIZIATIVA – In mattinata una lunga catena umana ha stretto in un abbraccio simbolico il fiume Lambro: l’iniziativa simbolica è stata messa in atto da Legambiente alle 11.30, al Parco Lambro di Milano, in segno di protesta contro la catastrofe ecologica che ha investito il corso d’acqua e che ora sta drammaticamente colpendo il Po. L’onda nera di idrocarburi, partita martedì dalla ex raffineria di Villasanta, in provincia di Monza, ha già percorso centinaia di chilometri, lasciandosi alle spalle una terribile devastazione ecologica.
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Le indagini: solo tre o quattro persone esperte possono aver aperto le saracinesche
SCARICATI ALTRI VELENI NEL LAMBRO Nuova grande macchia inquinante sul fiume: materiale di scarico da tintoria. «Pericolo emulazione»da “il Corriere della Sera.it” del 28/2/2010, di Rita Querzé
MILANO — Sul corpo ferito del Lambro si avventano gli sciacalli. Dopo lo sfregio del gasolio uscito lunedì notte dalla Lombarda Petroli, un’ex raffineria nei pressi di Monza, ieri nuove sostanze inquinanti sono state versate nel fiume. Nel tardo pomeriggio è stata avvistata una grande macchia all’altezza di Carate Brianza. Subito sono intervenuti i tecnici della Protezione civile. L’allarme è partito dalle guardie ecologiche del Parco. «Abbiamo immediatamente avvertito la polizia provinciale», racconta il presidente del Parco Valle Lambro, Emiliano Ronzoni. Ipotesi? «Il sospetto è che si tratti di materiale di scarico da tintoria versato da un’azienda tessile della zona», allarga le braccia Ronzoni. Le guardie ecologiche del Parco hanno prelevato subito campioni per analizzare la sostanza. I tecnici della Protezione civile e i Vigili del fuoco stanno lavorando per bloccare il flusso trasportato dalla corrente.
A questo punto si teme che il disastro di lunedì scorso porti con sè gesti di emulazione. O incoraggi i siti produttivi a scaricare a fiume nella convinzione di poter confondere i propri rifiuti in acque già sporche. Intanto sul fronte delle indagini tutte le piste restano aperte. La soluzione del rebus è dentro la Lombarda Petroli, l’ex raffineria trasformata in centro di stoccaggio da cui nella notte tra lunedì e martedì sono uscite oltre 3.000 tonnellate di materiale, di cui 1.662 di gasolio e il resto di olio combustibile. Dipendenti ed ex dipendenti sono stati sentiti in procura, a Monza.
Protesta estrema e scellerata di lavoratori disperati per la perdita del posto? «Lo escluderei — valuta Maurizio Paltan, segretario generale della Filtcem Cgil della Brianza, sindacalista che dal 2007 ha seguito le vicende della Lombarda Petroli —. Nel 2007 lo stabilimento aveva sedici dipendenti. Firmammo un accordo che prevedeva la cessazione dell’attività: a fine 2008 l’azienda avrebbe chiuso. Poi venne chiesta una proroga fino alla fine del 2009. Pochi mesi fa c’è stato l’ennesimo rinvio— questa volta davvero l’ultimo visto che la legge non ne permette altri — fino a metà del 2010».
Oggi sono rimasti sei dipendenti. «Dei dieci che se ne sono andati quattro sono ormai in pensione e sei hanno lasciato dopo aver trovato un altro lavoro — racconta Paltan —. Tre di quelli ancora in servizio a giugno avrebbero potuto contare sulla mobilità e poi sulla pensione. Per gli altri l’intenzione era di chiedere la cassa in deroga. Insomma, non ho percepito tensione o rabbia nei confronti del datore di lavoro. Tanto più che Tagliabue aveva più volte chiesto di restare sull’area con un’altra attività nel campo dell’energia. Se avesse avuto il via libera qualcuno avrebbe potuto essere ricollocato». Resta il fatto che solo tre o quattro persone esperte— secondo l’Arpa della Lombardia — possono aver avviato il quadro elettrico, attivato le pompe e aperto le saracinesche delle cisterne. «Non toccano a me le indagini— conclude Paltan —. Certo è che negli ultimi mesi in quell’azienda era un gran viavai di gente. Addetti alla bonifica, clienti, fornitori. Difficile dare qualcosa per scontato». (Rita Querzé) ………….
Parti del Delta del Po a rischio – Nell’immagine la Pialassa Baiona, una laguna salmastra a nord di Ravenna che copre un'area di circa 1100 ettari. La Pialassa fa parte del Parco del Delta del Po ed è considerata area protetta dalla Convenzione di Ramsar. La parte meridionale risulta particolarmente compromessa a livello di inquinamento del comparto sedimentario (da pagina web http://www.scienzagiovane.unibo.it/ )



Il ponte sul Bosforo. Istanbul è l'unica città al mondo che collega due continenti. La parte antica è situata in Asia, mentre la parte moderna in Europa. Queste due sezioni sono separate dal Bosforo. Il Ponte sul Bosforo è uno dei due ponti che attraversano lo stretto. Il ponte fu costruito tra il 1970-73 e la sua lunghezza è di 1560 metri
“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva, l’Asia. Poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive” (Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006). Partiamo da questa bellissima esposizione, e considerazione, di Orhan Pamuk, per dare un significato geopolitico all’episodio (che qui cerchiamo di commentare e descrivere attraverso alcune analisi e articoli apparsi sui quotidiani) dell’arresto in Turchia di alti ufficiali dell’esercito perché accusati di aver tentato un colpo di stato. Ebbene quest’episodio accentua la difficoltà di questo grande paese (di 70 milioni di persone) di darsi un’unica anima al suo interno, diviso tra una classe politica al potere molto vicina all’integralismo islamico, e invece un apparato militare più laico, nel senso occidentale, anche se forse più legato alla tradizione asiatica che a quella europea. Di solito accade il contrario: cioè che l’esercito rappresenta le parti più retrive ed integraliste di un Paese. Ma la Turchia, anche su questo è speciale.
E dispiace che l’Europa non recepisca l’importanza di “avere con sè” la Turchia, riuscendo così lei (Europa) a fare quella sintesi delle due anime turche che non accade possa essere fatta all’interno di quel Paese. Ma facendo anche un servizio a sè stessa, al progetto europeo, alla sua politica di integrazione e di sviluppo.

Sono 49 i militari turchi arrestati lunedì 22 febbraio scorso dalla polizia perché ritenuti coinvolti in un tentato colpo di stato che doveva essere realizzato tra il 2002-2003 contro il partito di radici islamiche “Giustizia e Sviluppo” del premier Erdogan, allora da poco al potere. I 49 militari, secondo la stampa turca, comprendono 17 generali in pensione, 4 ammiragli in servizio e 28 ufficiali
Ci permettiamo, per esporre il concetto, di riprendere una frase evangelica: “chi si perderà si salverà; chi pensa solo a salvarsi si perderà”. Ed è questo il problema della crisi profonda del progetto europeo: l’incapacità di diventare un unico grande Stato Federale, cioè sì fatto di tante nazioni che si ritrovano in culture, tradizioni e lingue specifiche, ma che gli “Stati Uniti d’Europa” esprimano un’unica politica estera internazionale e modi e regole economiche e sociali che rilancino il suo ruolo nel mondo, appunto in funzione della pace e dello sviluppo globale.
Per questo “il rischio turco”, che a nostro avviso rischio non è (cioè di condividere con la Turchia il grande progetto europeo) va accettato come un’opportunità: la creazione di un grande ponte di ascolto e scambio pacifico nei confronti di culture “altre”, che noi, come europei, non abbiamo ragione di temere.
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DUE TURCHIE E UN PONTE INDISPENSABILE
di Giorgio Ferrari, da “Avvenire” del 24/2/2010
Ci sono due Turchie che convivono all’interno della penisola anatolica: una che guarda all’Europa e reclama da oltre un decennio di farne parte integrante e una che ambisce al ruolo di potenza regionale contendendo all’Iran il prestigio e l’onere di arbitro di quel quadrante strategico che va dal Mar Caspio all’Iraq; una che si affaccia alla modernità e se ne fa interprete attraverso la libera stampa, l’accresciuto benessere, la crescita industriale e l’evoluzione tecnologica e l’altra che guarda dentro sè stessa e invoca una tradizione che per lo più significa arretratezza culturale e sociale; e soprattutto c’è una Turchia laica, erede del ‘kemalismo’ – ovvero della modernizzazione forzata imposta dal padre della patria Atatürk all’indomani del crollo dell’impero ottomano – e una Turchia che dal 2002 si è riconosciuta nell’Akp, il partito di chiara ascendenza islamica – se pure moderato – del premier Erdogan e del presidente Gül.
Kemalisti sono essenzialmente i militari, fortemente nazionalisti, gelosi del proprio passato al punto da considerare un reato discettare sul genocidio armeno e che si ritengono custodi dell’ortodossia nazionale al punto da essersi pronunciati ben quattro volte nel dopoguerra, nel 1960, nel 1971, nel 1980 e nel 1997 facendo sfilare i carri armati per ‘raccomandare’ l’osservanza della costituzione e sventare ogni deriva islamica o separatista.
Queste due Turchie tendono periodicamente a scontrarsi, come fanno le terrazze continentali, provocando attriti anche pericolosi. È il caso della vicenda che vede coinvolti una cinquantina fra alti ufficiali dell’esercito, magistrati e personalità della classe dirigente, arrestati in questi giorni nell’ambito di un’inchiesta su un presunto tentativo di colpo di Stato progettato da Ergenekon, una sorta di Gladio turca che avrebbe trescato per far cadere Erdogan.
È probabile che il rumore di sciabole che si indovina dietro la misteriosa cortina di Ergenekon non sia frutto esclusivo della propaganda del governo, timoroso che l’opinione pubblica finisca per parteggiare con il kemalismo. Così come è altrettanto improbabile che si preparasse davvero un colpo di Stato per rovesciare la fragile democrazia turca. È vero piuttosto che le due anime della Turchia contemporanea stanno giungendo alla resa dei conti: di qua uno Stato che si proclama islamico e che così facendo si allontana sensibilmente dall’Europa incontrando il veto non solo francese, ma anche di una nutrita pattuglia di nuovi arrivati; di là un laicismo nazionalista che pur puntando proprio all’integrazione europea finisce per adottare il peggior criterio possibile, quello della forza e dell’intimidazione armata.
Entrambe le vie sono destinate ad attizzare le perplessità internazionali attorno alla Turchia, che pure gode di solidi alleati nel processo di avvicinamento all’Unione Europea, fra i quali l’Italia. Ma forse meglio di ogni altro è stato il premio Nobel Orhan Pamuk ad aver ben compreso e raccontato il contrasto e l’intreccio fra le due anime e le due culture della Turchia di oggi, fra il richiamo della modernità e i vincoli della tradizione quando dice: “Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva, l’Asia. Poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive”. Quel ponte esile e forte che è indispensabile che la Turchia dalle due anime che devono e possono diventare una s’impegni a tenere aperto e a fare sgombro, metafora di sè e di un futuro di condivisione.
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Lo ha annunciato il primo ministro Erdogan
Turchia: 40 arresti per complotto militare contro il governo islamista
In manette 14 alti ufficiali legati a un piano riconducibile alla rete Ergenekon per screditare l’esecutivo
ANKARA, 21 febbraio 2010 - Alta tensione in Turchia per un presunto complotto militare per rovesciare il governo islamista dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), che ha portato all’arresto di una quarantina di persone, tra le quali alti ufficiali delle Forze armate, da sempre baluardo della laicità kemalista dello Stato turco. «Oltre 40 persone sono state fermate», ha annunciato lo stesso primo ministro Recep Tayyp Erdogan.
COMPLOTTO - All’alba sono scattate le manette per 14 alti ufficiali, accusati di fare parte dell`operazione Balyoz («Martello» in turco), tra questi l’ex comandante dell’Aviazione, Ibrahim Firtina, il generale Engin Alan e altri dieci ufficiali più due militari in pensione: i generali Cetin Dogan e Suha Tanyrli. Oltre ai militari, fra gli arrestati c`è anche Ozden Ornek, ex capo della Marina militare e autore di alcuni diari controversi nel 2004 che parlavano di un golpe in preparazione da parte di quattro alti gradi dell`esercito.
ERGENEKON - Stando alla stampa locale, il complotto sarebbe ricollegabile a Ergenekon, l`organizzazione segreta che avrebbe come obiettivo la destabilizzazione del Paese e del governo: almeno 300 persone sono attualmente sotto processo accusate di far parte di Ergenekon. Secondo l’accusa, il gruppo ha eseguito alcuni omicidi politici e ne pianificava altri, tra cui quello del premier. Gli oppositori di Erdogan ritengono invece che il presunto piano golpista sia in realtà stato ideato da ambienti filogovernativi per creare consenso nei confronti del governo.
PIANO - Il primo a rendere noto il piano Balyoz fu il quotidiano Taraf, secondo il quale il piano aveva lo scopo di creare il caos nel Paese con atti di violenza e terrorismo. La strategia era far esplodere bombe nelle moschee, attaccare con ordigni incendiari i musei e far precipitare un aereo di linea turco per far sembrare che fosse stato abbattuto da un caccia militare greco. Scopo finale del piano, sempre secondo Taraf, era quello di fare pressione sull’Akp e screditarlo dimostrando che non era in grado di proteggere la popolazione. (dalla Redazione online del “Corriere della Sera” 22 febbraio 2010 – ultima modifica: 23 febbraio 2010)
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IL DILEMMA DI ANKARA, SOGNANDO L’ EUROPA
di Enzo Bettiza, da “La Stampa” del 23/2/2010

il primo ministro Tayyip Erdogan
Non a caso il premier turco Recep Tayyip Erdogan, scaltro manovriero e leader del filoislamico partito di governo Akp (targato «Giustizia e Sviluppo»), ha voluto denunciare l’arresto di oltre 40 esponenti militari, tra cui 14 di altissimo rango, proprio nel corso della sua visita ufficiale a Madrid.
Tra i diversi tavoli sui quali abilmente Erdogan punta le sue carte, quello europeo ha un posto preminente ed è la Spagna che da gennaio esercita la presidenza semestrale dell’Unione Europea. Egli finora, negoziando la lunga e difficile trattativa per l’ingresso pieno della Turchia nell’Ue, ha concesso agli europei diversi punti sulla questione dei diritti civili: abolizione della pena di morte, sospensione del reato d’adulterio per le donne, mano ammorbidita nei confronti della ribelle minoranza curda, mano tesa agli armeni con qualche promettente attenuazione del drastico negazionismo a proposito delle ondate genocide con cui i turchi, a cavallo tra Ottocento e Novecento, stroncarono il risveglio risorgimentale e culturale degli armeni cristiani.
Però la cosa che oggi maggiormente interessa Erdogan è di mettere, nel pacchetto delle concessioni democratiche all’Europa, la più centrale e spinosa fra le questioni di potere in Turchia. Il ruolo non solo politico, ma storico, dell’esercito. Furono difatti gli Stati maggiori sin dal 1923, dall’inizio della dittatura modernista di Kemal Atatürk, i garanti e custodi del lascito laico con cui il dittatore proveniente dalle caserme volle laicizzare ed europeizzare uno Stato nuovo sulle macerie dell’Impero ottomano.
Nel corso del tempo, scomparso Atatürk e attenutasi la dittatura, i generali e i colonnelli, assistiti dal nerbo della magistratura secolarizzata, continuarono tuttavia a prodigarsi nella funzione di vigilissimi eredi del kemalismo. Erano soldati di mestiere e giudici costituzionali i controllori, ora flessibili ora intransigenti, dei governi civili e delle rispettive maggioranze partitiche che s’avvicendavano alla gestione dell’esecutivo. In più occasioni, 1960, 1971, 1980, interruppero con colpi di Stato la dinamica parlamentare istituendo governi militari di breve durata, volti a restaurare i princìpi kemalisti in un Paese nevralgico percorso da nazionalismi etnici e da insorgenti tentazioni islamiste; un Paese di oltre 70 milioni di abitanti eurasiatici, pilastro della Nato dal 1952, con un esercito convenzionale ritenuto secondo soltanto a quello degli Stati Uniti.
Tale complesso militare-giudiziario ha visto profilarsi con orrore e tremore un pericolo nell’espansione crescente del partito Akp, che pur si dice moderato e sa temperare l’islamismo strisciante con forti iniezioni di liberismo economico. Il fatto che il musulmano Erdogan con moglie velata sia diventato capo del governo, e che il suo sodale Abdullah Gül con consorte altrettanto velata sia pervenuto alla presidenza della Repubblica, ha scatenato da tempo scandalo e rigetto fra i guardiani in uniforme di uno Stato a laicità ridotta. Ciò li ha spinti a minacciare una riscrittura della Costituzione e, più velatamente, a carezzare qualche ipotesi di una quarta o quinta prova di forza contro un governo deviato dai precetti di Atatürk.
Ma Erdogan ha saputo agitare e vendere sottilmente a Bruxelles fino a ieri, a Madrid oggi, lo spauracchio di un nuovo golpe castrense, antidemocratico, anticostituzionale, mirato a reprimere non solo le moderate istituzioni islamiche turche ma anche l’attività dei sindacati e dei partiti. Egli ha posto non più con le parole, ma con i fatti, gli europei custodi delle libertà civili davanti all’arresto di illustri ex capi della marina e dell’aviazione, accusati di aver ordito fin dal 2003 un piano pregresso di golpe, chiamato in cifra Bayloz («martello»), ai danni del governo legittimamente eletto dal popolo.
Denunciando i più sacri sopravvissuti della tradizione kemalista, screditati dalla stampa amica come membri dell’organizzazione terrorista Ergenekon, una specie di Gladio turca, Erdogan ha di fatto lanciato all’Europa la sfida o meglio l’enigma di un concetto ossimorico: se voi, europei, volete europeizzare davvero la Turchia, dovere condannare l’europeismo militarizzato ed eversivo degli stati maggiori e solidarizzare con l’europeismo evoluzionista e progressivo degli islamici moderati e non violenti.
A questo punto, tutto è in alto mare e tutto ancora da filtrare e convalidare con prove provate. Non era ancora accaduto tra Ankara e Istanbul un repulisti di simili proporzioni. La Turchia appare come mai spezzata nelle sue due anime.
L’Europa, già oscillante e perplessa, con milioni di immigrati anatolici non integrati nelle banlieues di Berlino, di Parigi, di Stoccolma, si trova di fronte un’autentica spaccatura della storia moderna della Turchia, una dissoluzione e denigrazione a base di manette e di carcere degli epigoni, non sappiamo fino a che punto colpevoli, dell’élite turca che da tre quarti di secolo aveva puntato quantomeno sull’europeizzazione tecnica, se non sull’occidentalizzazione civica, del grande e tumultuoso Paese ondivago tra noi e l’Asia. Sapremo meglio, fra qualche tempo forse meno breve del previsto, se i turchi, superando o sfasciandosi sotto al gravissimo scontro istituzionale, saranno in grado di varcare lo Stretto dei Dardanelli o se invece resteranno definitivamente di là, attaccati alla loro dolce matrigna asiatica. (Enzo Bettiza)
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IL GOLPE SVENTATO E L’ ARROGANZA DEL POTERE TURCO
- il «Golpe» e la Resa dei Conti tra le Due Anime della Turchia
- di Antonio Ferrari, da “il Corriere della sera” del 23/2/2010
Golpe militare e carri armati per le strade, come nell’ 80? No. Lo scenario è improponibile. Però quanto è accaduto in Turchia dimostra che lo scontro tra laici e islamici moderati è giunto a una svolta pericolosa.
Come ha confermato lo stesso premier Recep Tayyip Erdogan, che si trova in Spagna, la polizia ha arrestato 40 persone, tra cui 14 alti ufficiali delle forze armate, compresi gli ex comandanti dell’aviazione e della marina, con l’ accusa di aver tramato per realizzare un colpo di Stato e scalzare il governo. Un tempo nessuno avrebbe dubitato sulla serietà della retata. Oggi non è così, perché il Paese è spaccato in due: da una parte l’ esecutivo dell’ arrogante e decisionista Erdogan, convinto che troppi complottino per farlo cadere, e incline a fastidiosi abusi di potere; dall’altra le forze armate, custodi dell’ eredità secolare di Kemal Ataturk, la magistratura e una buona parte dell’opinione pubblica, che teme le derive autoritarie del primo ministro.
La cosiddetta operazione Balyoz (che vuol dire «martello»), che sarebbe stata ordita dai vertici militari, non è altro che l’ ultima creatura della più ampia cospirazione eversiva raccolta sotto la sigla Ergenekon, un confuso complotto con trecento imputati raggiunti da accuse che si creano e si sciolgono, come il processo sta dimostrando.
Ecco perché non tutti, anzi pochi credono alle accuse che i giornali vicini al premier e al ministro dell’Interno rivolgono ai presunti golpisti. Ora, pensare che i generali, rappresentanti di quello Stato profondo, spesso evocato come l’origine dell’anomalia turca, siano pronti oggi a rovesciare la democrazia e le sue istituzioni, è risibile. Se accadesse, svanirebbero i sogni di Ankara di poter entrare un giorno nell’Unione europea.
Il problema è un altro, ma è altrettanto grave. Siamo alla resa dei conti tra le due anime del Paese. Erdogan era stato accolto come l’uomo della provvidenza, il leader capace di regalare una solida stabilità alla Turchia. Stabilità che passava attraverso la concordia tra gli islamici moderati (i musulmani rappresentano il 97 per cento della popolazione) e i laici. La stabilità è arrivata, ma l’ arroganza di un potere pigliatutto la sta sfaldando. (Antonio Ferrari)
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TURCHIA, L’OPPOSIZIONE CON I GOLPISTI “SUBITO IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO”
Di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 25/2/2010
Il presidente Gul convoca un summit con Erdogan e i vertici militari. Tensione nel Paese
Uniti sulle strade, sventolando la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella, sotto l`effigie di Mustafa Kemal fondatore della Repubblica. La Turchia laica e nazionalista si prepara a scendere in piazza per difendere i generali accusati di golpe, e contrastare così l`azione della magistratura e del governo di ispirazione islamica.
Non sembra acquietarsi la tensione ad Ankara, dopo la retata di 49 altissimi ufficiali, annunciata lunedì dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il partito al potere e le masse anatoliche riformiste, che dietro il consenso ricevuto alle elezioni si stanno progressivamente sostituendo alla vecchia classe politica vicina alle Forze armate, non avranno subito partita vinta. Le compagini all`opposizione, dalle formazioni di destra al partito socialdemocratico (ma di forte impronta nazionalista) stanno pensando di organizzare presto manifestazioni di protesta contro il governo.
Uno scenario già visto nel 2007, quando grandi dimostrazioni colorate portarono per le strade di Istanbul, Ankara e Smirne milioni di persone. Una tattica vincente sul piano dell`immagine, che però non riuscì a impedire alle urne il trionfo di Erdogan. Anche oggi il partito socialdemocratico CHP e quello nazionalista MHP (che include i Lupi grigi) puntano a un voto anticipato, di fronte all`erosione di consensi del governativo AKP (Giustizia e sviluppo). Mentre il presidente Abdullah Gul ha convocato per oggi un vertice con Erdogan e con il capo di Stato maggiore Interforze, Ilker Basbug.Il Paese ha gli occhi puntati sugli interrogatori dei 49 militari accusati di aver progettato un colpo di Stato nel 2003 contro l`esecutivo moderato islamico. Ieri il tribunale ha convalidato l`arresto di dodici ufficiali, incriminandoli formalmente per affiliazione a gruppo terroristico e tentativo di rovesciare l’autorità costituita.
Secondo le accuse, l`operazione golpista, chiamata Balyoz, cioè “Martello”, prevedeva attentati nelle due moschee di Fatih e Beyazit, a Istanbul, durante la preghiera del venerdì e l`abbattimento in volo di un caccia turco facendo ricadere la responsabilità sulla Grecia. Obiettivo: il discredito del governo, dimostrando che non era in grado di garantire la sicurezza pubblica, costringendolo a cedere il posto ai militari. Alcuni osservatori danno però una versione diversa: un`alta fonte diplomatica occidentale di Ankara dice a Repubblica che il progetto avrebbe potuto anche essere solo un`ipotesi di studio, da presentare in un seminario militare.
I 49 militari fermati sono tutti in pensione. Tra loro, tuttavia, ci sono figure di spicco, pochi anni fa potentissime, come l`ex comandante in capo dell`Aeronautica, Ibrahim Firtina, l`ex comandante della Marina militare, ammiraglio Ozden Ornek, e l`ex generale dell`Esercito, Cetin Dogan. I partiti laici e nazionalisti insistono che l`improvvisa retata sarebbe un espediente dell`AKP per indebolire il campo avversario. Il principale leader dell`opposizione, Deniz Baykal, capo del CHP, si chiede come mai sia scattato un attacco a generali «che guardavano la tv in pigiama e pantofole», spiegandolo solo come un`operazione con «fini politici».
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LA UE RESTA SCETTICA ALL’ ADESIONE
di Marco Zatterin, da “La Stampa” del 23/2/2010
I ministri degli Esteri a Bruxelles: solidarietà ma nessun commento
“Non ne abbiamo parlato”, ammette Franco Frattini. Vero. La notizia del tentato colpo di Stato turco è rimasta fuori dalle discussioni ufficiali dei ministri degli Esteri Ue che ieri si sono visti a Bruxelles per il loro incontro mensile. Solo la Commissione Ue si è detta «preoccupata» per la situazione tesissima fra il governo di Ankara e i militari di Erenekoh.
«Il premier Erdogan sta realizzando delle riforme importanti e ha bisogno di tutto il sostegno possiblle», ha ammesso poi il capo della diplomazia italiana, sottolineando anche che l’accelerazione dei negoziati per l’adesione sarebbe una mossa importante. “Noi siamo favorevoll – ha ricordato – Però anche l’apertura di un singolo capitolo richiede l’unanimità…”.
Si scorgono spesso facce imbarazzate per i corridoi del palazzo “Justus Lipsius” quando si pongono domande sulla Turchia. In un’intervista a «EI Pais» ll premier Erdogan ha cercato di smascherare il gioco, se l’è presa con ll «comportamento scorretto» di Francia e Germania, quelli «cercano di cambiare le regole del gioco a metà percorso e stanno imponendo condizioni che non si trovano nella normativa europea perché ci sia impedito di entrare nell’Ue».
Le accuse del leader anatollco trovano riscontro nella realtà e spiegano perché a Bruxelles si preferisca evitare commenti, per non creare ulteriori attriti e non mostrare troppo apertamente che il fronte è diviso. Il silenzio turco della baronessa Ashton, alto rappresentante Ue per la politica estera, è stato sinora piuttosto rumoroso.
«Si parla di tentativi di destabilizzazione da parte del personale militare che ci inquietano notevolmente», ha confessato il commissario Ue per l’Allargamento, Stefan Fule, intervenendo ieri alla riunione della commissione parlamentare Ue-Turchia. «Un Paese amico», ha assicurato a Madrid il premier spagnolo Zapatero, guida di turno dell’Unione che proprio ieri ospitava Erdogan. «Siamo fortemente a favore del vostro accesso all’Ue – gli ha detto – e nel nostro semestre prevediamo un accelerazione del negoziato». «Noi vogliamo entrare a pieno diritto – gli ha risposto il leader di Ankara – non accetteremo un altro tipo di soluzione».
Vallo a dire all’Eliseo. I turchi aspettano da ventitré anni fuori della porta del Club di Bruxelles, la loro domanda risale all’aprile 1987. Il negoziato s’è aperto nel 2005 con le riserve di Austria e Cipro, quest’ultima legata all’annosa disputa sulla divisione dell’isola. L’elezione di Sarkozy due anni fa ha portato la Francia sul fronte di chi sostiene la via della partnership privilegiata in luogo dell’adesione. Berlino e Vienna sono per giocare la stessa carta, al contrario di Roma che da sempre si dichiara favorevole ad aprire la porta «senza riserve».
Il negoziato fra Ankara e Bruxelles è basato su 35 protocolli, soltanto 10 dei quali sono stati spacchettati. Ufficialmente il dialogo è fermo per la lentezza delle riforme e sul rispetto insufficiente dei diritti elementari. In realtà la Francia ha fatto sapere che non sbloccherà la trattativa perché s’oppone all’adesione. Vuol dire che è un no politico a tutto tondo, altro che riserve giuridiche. Neanche il rischio di un colpo di Stato sembra intenerire il fronte dei contrari, le esigenze di politica interna prevalgono. Col rischio, facevano notare fonti diplomatiche spagnole, che alla fine si finisca di perdere la possibilità di aiutare i turchi «a diventare europei quanto loro desiderano e noi abbiamo bisogno».
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Turchia, generali alla sbarra. I militari: “Situazione grave”
La Ue “molto preoccupata” chiede trasparenza. Due giorni fa il premier aveva annunciato l´arresto di 49 alti ufficiali. Al centro dello scontro c´è il passaggio di poteri al governo civile.
di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 24/2/2010
I militari in Turchia non parlano mai. Ma, quando lo fanno, l´intero Paese resta in silenzio ad ascoltarli. Sarà per questo che ieri, ad Ankara, il grado di inquietudine si è alzato non poco nel momento in cui, dal quartier generale dello Stato maggiore delle Forze armate, è uscito un comunicato che diceva: «La situazione è grave».
Parole che alle orecchie allenate dei turchi sono suonate come una frustata. L´arresto annunciato lunedì dal premier Recep Tayyip Erdogan di 49 alti ufficiali, fra cui 17 generali, accusati di un progetto golpista nel 2003 sta scuotendo il Paese. E la reazione dei militari non si è fatta attendere. La nota è secca: «Una riunione alla quale hanno partecipato i generali e gli ammiragli delle Forze armate turche è stata organizzata oggi, nel quartier generale allo Stato maggiore, per valutare la situazione grave sopraggiunta con un´inchiesta condotta dal procuratore della Repubblica di Istanbul». Fine.
Ma l´apparente asetticità del documento non ha tratto in inganno nessuno. Un identico comunicato, non firmato, dal tono impenetrabile, pubblicato a mezzanotte su Internet sulla pagina web delle Forze armate turche, bloccò nel 2007 l´ascesa dell´islamico moderato Erdogan a capo dello Stato. Seguirono elezioni anticipate, la sconfitta dei partiti laici in cui i generali si riconoscono, e il compromesso di nominare alla presidenza della Repubblica il più tranquillo Abdullah Gul. Ma il Paese, per lunghi mesi, rimase con il fiato sospeso.
La prima reazione delle Forze armate è dunque arrivata. Potrebbe essere però solo la fase iniziale. Confida a Repubblica una fonte diplomatica turca con ottimi contatti fra i militari: «La sensazione è che il governo stia provocando i comandanti per portarli a un´azione esasperata, mettendoli così definitivamente fuori gioco dopo l´inevitabile condanna dell´opinione pubblica internazionale». Ma la trappola di un´induzione al colpo di Stato, benché il golpe sia nel Dna dei generali turchi, potrebbe innescare effetti rischiosissimi dagli scenari imprevedibili.
A Istanbul ieri sono cominciati gli interrogatori degli arrestati. Tutti militari in pensione. Ma figure niente affatto secondarie, come gli ex capi di Esercito, Marina, Aeronautica, e l´ex vice capo di Stato maggiore. Non pochi osservatori concordano comunque sul fatto che Erdogan (ieri contestato a Madrid da un oppositore curdo che al grido «Kurdistan» gli ha lanciato una scarpa) abbia dato l´annuncio della retata di generali all´estero, per rafforzare l´impatto delle sue parole e arrivare deliberatamente a uno scontro.
Al centro della battaglia, il passaggio dei poteri fra la classe militare e quella anatolica rappresentata dal partito al governo. Per vincerla, il premier ha però una strada obbligata: quella delle riforme costituzionali. La Turchia si regge infatti su una Costituzione del 1982, nata dopo il golpe del 1980 e di chiara ispirazione militare. La riforma punta a fare del Paese una democrazia piena, con parametri europei, limitando i poteri delle Forze armate.
I numeri per soddisfare questo piano tuttavia non ci sono in Parlamento, dove l´opposizione nazionalista si oppone duramente, sventolando l´ipotesi di una Turchia filoislamica. Nel paese il clima è di grande nervosismo. Ma anche l´Europa osserva il caso turco con attenzione: ieri la Commissione Ue si è detta «molto preoccupata», chiedendo ad Ankara un´indagine «esemplare» sui sospetti di tentato golpe.
Le elezioni sono in programma l´anno prossimo, ma visto il calo dei consensi del partito di governo, l´opposizione spera in un voto anticipato. Erdogan ha però un asso nella manica: il referendum sulla nuova Costituzione, e promette di usarlo. Potrebbe farlo, già nei prossimi mesi.
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da “La Stampa” del 11/10/2009:
TURCHIA – ARMENIA, FIRMATO L’ ACCORDO
Sottoscritto il documento di normalizzazione che dà il via alle relazioni diplomatiche fra i due paesi
DOPO UN SECOLO DI OSTILITA’: ECCO TUTTE LE TAPPE DEL CONTENZIOSO
ZURIGO. Al via le relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia. I due Paesi hanno firmato a Zurigo uno storico accordo che dovrebbe mettere fine a quasi un secolo di recriminazioni per il genocidio degli armeni sotto l’impero ottomano. Il governo di Berna ha svolto il ruolo di mediatore per un riavvicinamento tra Ankara e l’ex repubblica sovietica. I ministri degli Esteri turco e armeno hanno firmato il protocollo che porterà alla normalizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali e alla riapertura delle frontiere.
La Commissione europea accoglie con favore la firma da parte dei ministri degli Esteri dell’Armenia e della Turchia dei protocolli che stabiliscono relazioni diplomatiche e di sviluppo bilaterale, inclusa l’apertura del confine comune. L’esecutivo Ue, si sottolinea in un comunicato, considera la firma un «passo coraggioso» verso la pace e la stabilità nella regione del Caucaso meridionale e «una decisione davvero storica che mostra la disponibilità al compromesso su entrambi i fronti». L’accordo Armenia-Turchia, prosegue la nota, porterà benefici a tutti i paesi della regione.
«La firma dei protocolli – ha sottolineato la commissaria Ue alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner – conferma il desiderio sia della Turchia che dell’Armenia di voltare pagina e di costruire un nuovo futuro. Questo apre nuove prospettive per la soluzione dei conflitti, specialmente nel Nagorno Karabakh». La Commissione guarda ora oltre alla ratifica e alla gestione dei due protocolli, secondo le scadenze concordate e senza alcuna pre-condizione addizionale. L’esecutivo invita infine entrambi i governi «a impegnarsi pienamente in questo processo senza ritardi» e per quanto concerne l’apertura del confine si dice pronto ad assistere entrambe le parti nella «piena realizzazione» delle potenzialità economiche che l’apertura rappresenta.
LE TAPPE DEL CONTENZIOSO
Questa una cronologia delle principali tappe dall’ostilità al riavvicinamento:
1915-1917: Massacri e deportazioni di armeni ai tempi dell’Impero Ottomano.
Dicembre 1991: La Turchia riconosce l’indipendenza dell’Armenia, ex repubblica sovietica, proclamata tre mesi prima, ma non stabilisce relazioni diplomatiche. Circa i massacri d’inizio
secolo, Ierevan parla di oltre un milione di morti e di genocidio. Per Ankara le vittime sono state fra le 300 mila e le 500 mila.
1993: Ankara chiude la frontiera con l’Armenia cristiana in segno di solidarietà con il turcofono e islamico Azerbaigian in conflitto con Ierevan per il controllo dell’enclave del Nagorno-Karabakh a maggioranza armena.
1994: L’Armenia assume il controllo dell’enclave al termine di un conflitto cominciato sei anni prima, nel 1988.
17-21 gennaio 2000: Apertura della frontiera per il transito in Armenia di una delegazione di uomini d’affari turchi che firmano accordi economici.
29 aprile 2005: Ankara annuncia la possibilità di stabilire relazioni politiche con l’Armenia e propone l’istituzione di una commissione congiunta di storici per indagare sui massacri. Ierevan chiede che prima vengano stabilite relazioni normali.
31 maggio 2006: Ankara annuncia incontri a livello diplomatico alla ricerca di una normalizzazione.
26 novembre 2006: Ierevan, in segno di distensione, afferma che il riconoscimento del genocidio da parte di Ankara non è condizione ’sine qua non’ per rapporti di buon vicinato.
13 gennaio 2007: Uomini d’affari turchi e armeni chiedono la riapertura della frontiera comune.
6 settembre 2008: Storica visita a Ierevan del presidente Abdullah Gul, primo capo di Stato turco a recarsi in Armenia dal 1991, che assiste ad una partita di calcio fra nazionali insieme
con il collega armeno Serge Sarkissian.
6 aprile 2009: Il presidente Usa Barack Obama incontra ad Istanbul i ministri degli Esteri di Turchia ed Armenia e li esorta a trovare rapidamente un accordo per la normalizzazione.
10 aprile 2009: Ankara esclude una normalizzazione senza una previa soluzione del conflitto fra Azerbaigian ed Armenia.
22 aprile 2009: Ankara e Ierevan, mediatore la Svizzera, raggiungono un accordo su una road map verso la normalizzazione.
31 agosto 2009: Ankara e Ierevan concordano su due protocolli per allacciare relazioni diplomatiche e riaprire la frontiera che dovranno essere approvati dai rispettivi Parlamenti.
27 settembre 2009: Ankara annuncia la firma, il 10 ottobre a Zurigo, dei due documenti.
10 ottobre 2009: all’università di Zurigo, in Svizzera, viene firmato lo storico accordo sulla normalizzazione delle relazioni bilaterali, anche se con 4 ore di ritardo sul previsto.
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da “la Repubblica” del 12/12/2009, di Marco Ansaldo
FUORILEGGE IL PARTITO DEI CURDI
La presidenza Ue: preoccupati per la decisione di Ankara
Il partito legale al bando, i deputati fuori dal Parlamento, tutti i beni confiscati. Proprio quando sembrava tirare un´aria nuova in Turchia, e mentre le prime riforme del premier Erdogan entrano finalmente in vigore (permesso di parlare la lingua locale, via libera ai nomi antichi di strade e piazze), da ieri i curdi sono tornati a rifugiarsi sulle montagne. E solo il futuro potrà dirci quando le dimostrazioni di piazza, se non la lotta armata vera e propria, ricominceranno a farsi sentire nel sud est dell´Anatolia.
Con una decisione gravida di conseguenze, la Corte costituzionale di Ankara ha infatti deciso di chiudere il Partito della Società democratica (Dtp), l´unica formazione politica curda, e fino a ieri legale, presente nel Parlamento turco con 21 deputati. L´accusa: avere legami con il gruppo terroristico Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan), aver violato la Costituzione e cercato di minare l´unità dello Stato. Come ha spiegato il presidente dell´Alta Corte, Hasim Kilic, «nessun partito può usare il terrore e la violenza come metodo». Una sentenza «preoccupante» per la presidenza svedese dell´Unione europea, che «condanna con forza violenza e terrorismo» ma ricorda che «lo scioglimento dei partiti politici è una misura eccezionale che dovrebbe essere usata con la più assoluta moderazione».
Gli undici giudici della Corte Costituzionale hanno preso la loro decisione all´unanimità. Due membri del partito, il leader Ahmet Turk e la deputata Aysel Tugluk, sono stati spogliati con effetto immediato dei loro seggi parlamentari e banditi dalla vita politica per cinque anni insieme a 37 membri della formazione.
La Turchia è ora sconvolta da un verdetto che rischia di alzare la tensione in tutto il Paese e di portarlo a elezioni anticipate. La sentenza della Corte getta infatti un´ombra sul processo di apertura ai curdi su cui il governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan aveva scommesso per assicurare all´Unione Europea più democrazia. E la proibizione al Dtp di continuare a svolgere attività politica è arrivata nonostante nei giorni scorsi la Ue avesse detto che la chiusura del partito sarebbe stata una violazione dei diritti della minoranza curda.
Adesso il voto rischia di essere una minaccia reale. Oltre ai 2 deputati cacciati dal parlamento, gli altri loro 19 colleghi hanno dichiarato che abbandoneranno per solidarietà il loro seggio all´Assemblea nazionale. Se a farlo saranno in tutto 28 parlamentari, fra cui alcuni indipendenti, ciò significherà la mancanza del numero legale e la fine della legislatura. E secondo sondaggi degli ultimi mesi, il partito del premier avrebbe un calo dal 47 al 31 per cento circa, rimanendo in testa ma con molta meno forza.
Il Dtp è, in ordine di tempo, il quarto partito filo curdo chiuso dalla magistratura turca a partire dal 1990. Ma è anche la venticinquesima volta nella storia del Paese che la Corte costituzionale mette al bando un partito regolarmente eletto dal popolo. E che alle ultime consultazioni amministrative, lo scorso marzo, aveva visto aumentare i suoi consensi.
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per saperne di più:

Comunque, quando siete su google maps, se la zona su cui state zommando è già coperta da questo servizio, vedrete diventare arancione l'icona dell'omino di street view:.Stamattina a Roma è stato presentato il progetto Roma Antica in 3D, grazie al quale possiamo ora visitare la Roma Imperiale: sono stati infatti ricostruiti fedelmente in 3D bel 6.700 edifici dell'epoca dell' Imperatore Costantino.
Semplicemente fantastico, lo stato dell'arte di quello che si può fare oggi con Google Earth.
Per quei pochi che ancora non avessero Google Earth, ricordo che è gratuito e si può scaricare da qui.
Una preview di quello che vi aspetta la potete avere con questo video di YouTube:
Per la descrizione in dettaglio, vi lascio alle parole
di Gianni Alemanno, Sindaco di Roma
"Ciò che mi ha affascinato di più di questo progetto è la fedeltà e la precisione nella ricostruzione tridimensionale della Roma Imperiale. Grazie a Roma Antica in 3D di Google sarà possibile per chiunque, a Roma come a Calcutta attraverso internet, fare un viaggio nel tempo alla scoperta dell’Urbe così come appariva 1.688 anni fa, al tempo dell’imperatore Costantino.
al Ludus Magnus, dal Foro di Cesare all’Arco di Settimio Severo, dalla tribuna Rostra alla Basilica Julia. 
Fonti
Roman history comes to life in Google Earth
An invitation from the mayor of Rome: Come see Ancient Rome in 3D
Venite a scoprire Roma Antica in 3D

Dopo la volta celeste e il simulatore di volo, anche l'ultimo aggiornamento dei contenuti di Google Earth riguarda in qualche modo il cielo:Un appassionato di Google Earth ha creato un modello 3D che mostra una simulazione del palco per l'Inaugurazione e aggiunge delle bandiere a Capitol Hill, il parlamento Usa.
Non solo, ma zoomando si vede Obama nell'atto di giurare.
Per poter visualizzare anche tu in 3D questa simulazione, clicca qui
(7 Mbytes) per scaricare il modellino in Google Earth.
Inoltre, spuntando il livello "3D Buildings" si vedono anche tutti gli altri edifici 3D di Washington DC già inclusi in Google Earth di default.
Questo è uno screenshot da Google Earth:

Piano di Assetto Idrogeologico della regione Marche in AutoCAD Map 3D
Dati - Connetti a dati apre le porte a molte interessanti possibilità
Finestra Connetti dati: notare le numerose possibilità
La finestra Nome utente e password: per i servizi pubblici può essere lasciata vuota
I servizi disponibili del server WMS della regione Marche
Una proiezione del progetto elaborato dal comitato promotore delle Olimpiadi di "Venezia 2020": il QUADRANTE OLIMPICO con impianti sportivi sorgerebbe vicino all’aeroporto “Marco Polo” - Coinvolte molte città del Triveneto – “Il quadrante olimpico è il focus del progetto di Venezia 2020. È previsto a ridosso dell'aeroporto Marco Polo e alle porte del centro storico di Venezia. Ospiterà le strutture sportive e il villaggio olimpico, con gli alloggi degli atleti, l'olympic cube (due arene indoor, strutture non permanenti) per gli eventi, il centro stampa, il centro acquatico e lo stadio olimpico. Nel quadrante olimpico saranno ospitati 171 eventi di 10 sport che coinvolgeranno 5.200 atleti, la metà dell'intero numero di protagonisti. Lo stadio olimpico sarà costituito in parte da strutture mobili e ciò permetterà dopo i Giochi di ridurne la capienza da 80 mila a 25 mila. Il centro acquatico diventerà un impianto pubblico federale con i requisiti per ospitare in futuro i Mondiali di nuoto. Il villaggio olimpico e il centro stampa saranno riconvertiti in area residenziale per studenti universitari, direzionale, commerciale e espositiva. Le altre città olimpiche di Venezia 2010 previste nel progetto saranno Verona, Udine, Vicenza e Trieste (calcio); Padova (equitazione, rugby, tennis, tiro); Treviso (ciclismo, canottaggio, canoa, calcio, rugby). Oltre il quadrante olimpico, Venezia prevede di ospitare eventi sportivi anche a Venezia Parco San Giuliano, Vega Park, Jesolo e Lido” da “la Gazzetta dello Sport” del 20/2/2010
Volenti o no tutti dovremo fare i conti con le “Olimpiadi 2020” nei prossimi mesi e, a prescindere dalla decisione finale, lo stesso nei prossimi anni. Perché l’idea di fare le Olimpiadi in Veneto sta rilanciando in modo forte (non solo come idea, ma già anche negli apparati economici) il nuovo sviluppo urbanistico del Veneto, partendo proprio dall’area dove si trova il terzo aeroporto d’Italia (Tessera) e che appare il traino, assieme alle Olimpiadi, per quel megaprogetto di nuova città commerciale che lì vicino sorgerà che sarà (è) il cosiddetto “Quadrante di Tessera”. Ed è da prevedere che questo nuovo, nuovissimo, polo urbanistico-edilizio dovrà fare i conti (cioè subirà la concorrenza) con la realizzazione del progetto (per niente abbandonato) di “Veneto City” da lì poco distante (a mezza strada tra Venezia e Padova, tra Mira e Dolo), e non sarà da meno la riorganizzazione, commerciale e postindustriale, del vicinissimo polo di Marghera).
Nuove città che nascono (futuribili o “non luoghi” che spariranno tra cento anni?) e città di sempre, grandi e piccole (Venezia, Padova, Treviso, e tutte quelle medio-piccole del policentrismo veneto…), quest’ultime che mostrano difficoltà e crisi di vitalità, tra traffico e smog, superate appunto nell’immaginario (politico, ma anche collettivo) dalle nuove anonime “città del consumo perenne” (ma dove si troveranno i soldi per comprare tutta quella merce?). Non parliamo poi dei piccoli centri (i piccoli comuni), periferie tristi, con amministrazioni comunali senza risorse; e per la popolazione che lì vive spostarsi (con scarsi mezzi pubblici) per studiare, lavorare, il tempo libero, sarà una necessità quotidiana.
E il Veneto (chiamato abbastanza spesso, impropriamente, “Nordest”… non facendo sufficientemente i conti con il ricco Trentino e l’altrettanto ricco e strategico Friuli, porte della Mitteleuropa e dell’Est…), il Veneto rischia di ridursi alla cosiddetta Area Metropolitana “PATREVE” (il triangolo “Padova-Treviso-Venezia”), dimenticando e usando come “periferie” l’area pedemontana vicentina e trevigiana (spesso sede di cave di ghiaia e argilla), la montagna bellunese (per un turismo mezzo edilizio e mezzo “mordi e fuggi”), il Polesine (area di servitù “per l’energia”, con centrali a carbone, rigassificatori, estrazioni di metano e tra poco forse anche possibile sito di una centrale nucleare). Verona e la sua funzione di raccordo economico trasportistico con il Nord Europa è di fatto più lombarda che veneta (estranea comunque al dibattito sul futuro urbanistico ed economico del Veneto, tutto appunto incentrato nell’area “patreve”).
Pertanto, lungi noi geografi dal voler schierarci su PRO O CONTRO OLIMPIADI IN VENETO, constatiamo che il trend che si è creato non cambia i termini della questione, per adesso e per i prossimi mesi e anni: cioè “città di sempre” in crisi di smog, di sviluppo commerciale e di vivibilità urbana; e invece voglia di “nuove città” (e il centri commerciali che finora abbiamo conosciuto non erano che una prova labile di quel che potrà accadere…). Su questo c’è la necessità di stabilire quali sono “i paletti” da rispettare per i nuovi sviluppi, e quali invece quelli che possiamo oltrepassare per risolvere il degrado urbano di questi anni. Per capire come valorizzare di più (e non solo conservare e difendere, spesso con scarsi risultati) il territorio veneto, con le sue bellezze artistiche e ambientali (che, nonostante tutto, ancora in parte sopravvivono).
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VENETO AL BIVIO, CHI SE NE CURA?
di Sandro Mangiaterra, da “il Mattino di Padova” del 16/1/2010
Possibile che nell’interminabile campagna elettorale per il Veneto non si riesca a sentire un’analisi, un abbozzo di progetto per il rilancio della regione? Macché, solo e soltanto politica politichese, trattative sugli uomini, sulle coalizioni, sulle poltrone. A destra, per mesi, si è assistito allo scontro di potere tra Pdl e Lega, terminato con la decisione di candidare Luca Zaia, mentre Giancarlo Galan, alla fine, sarebbe stato costretto ad «accontentarsi» di un posto nel governo. A sinistra, oggi, è di tutta evidenza l’incertezza sulle scelte strategiche, con infine la designazione dell’outsider Giuseppe Bortolussi.
Non è un bello spettacolo, da qualunque parte lo si guardi. Intanto i problemi restano lì. Anziché mettere in scena questo stucchevole balletto sui nomi o di pensare a chissà quali laboratori nazionali, le segreterie dei partiti e i candidati farebbero bene a misurarsi sulle reali necessità del territorio. Per esempio, dovrebbero dare un’occhiata al Primo rapporto dell’Osservatorio nazionale sui distretti italiani, presentato il 14 gennaio scorso a Roma. Frutto di un monitoraggio che ha coinvolto Confindustria, Unioncamere, Banca d’Italia, Istat, Censis, Intesa Sanpaolo, Symbola, Fondazione Edison (e scusate se è poco), il Rapporto offre uno spaccato lucidissimo sulla situazione economica del Paese, sulla crisi, sulle prospettive di ripresa.
E per il Veneto, che di distretti industriali ne ha 20 (su 92 censiti in Italia; tanto per fare un confronto, la Lombardia ne conta 11, il Piemonte 7), non può che rappresentare un punto di partenza imprescindibile per qualunque politica economica e di sviluppo.
L’analisi è impietosa. Ovunque crollano fatturati e margini di profitto. Forte battuta d’arresto anche per l’export: meno 21 per cento (primo semestre 2009) nei distretti del Nordest, meglio del meno 23 per cento che ha toccato quelli del Nordovest ma peggio del Centro (meno 19,6) e Sud Italia (meno 12,6).
La vera emergenza, poi, è l’occupazione: il 42 per cento delle imprese ha ridotto gli organici nel 2009 e per i primi mesi di quest’anno il 68 per cento delle aziende distrettuali prevede un’ulteriore diminuzione dei posti di lavoro. Venendo allo specifico del Veneto, il Rapporto entra nel merito delle difficoltà dello Sportsystem di Montebelluna. «La cultura d’impresa – si legge – è molto limitata e le aziende che hanno una visione internazionale sono pochissime, anche perché manca un adeguato ricambio generazionale. La governance del distretto non sembra aiutare a superare questi limiti, in quanto sembra funzionale soprattutto a convogliare risorse dalla Regione. La forma distrettuale di Montebelluna appare non più adeguata alle evoluzioni organizzative delle imprese: se si vogliono sviluppare progetti innovativi, è necessario coinvolgere università e centri di ricerca di qualsiasi parte del mondo».
Spostandosi verso l’occhialeria del Bellunese, la musica non cambia: «La delocalizzazione produttiva ha inciso pesantemente sulla composizione del distretto: le aziende che realizzavano conto terzi hanno dovuto velocemente rivedere le loro politiche commerciali e purtroppo molte non sono riuscite a trovare uno spazio nel nuovo mercato globalizzato. Gli imprenditori chiedono al distretto di provvedere a una semplificazione per gestire il lavoro quotidiano, snellire la burocrazia, facilitare il movimento delle merci. Inoltre, occorre stimolare e rendere operativo il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle piccole imprese».
L’analisi dei bilanci, comunque, mostra segnali di estrema difficoltà in tutti i comparti, dal marmo di Verona alle concerie di Vicenza, dal mobile d’arte di Bassano al legno-arredo confinante con il Friuli-Venezia Giulia. Sembra proprio la fine di un’epoca. Per chi non l’avesse capito, il mitico modello Nordest ha esaurito il suo ciclo.
Di fronte alla Grande Crisi, le aziende si sono difese come hanno potuto: l’83 per cento ha avviato nuove strategie commerciali, il 75 per cento ha aumentato la presenza estera, il 70,6 ha investito sulle tecnologie, il 63,2 è entrata in nuovi settori di business. Ma è chiaro che adesso si deve aprire una fase completamente diversa. E che il processo di cambiamento e di rilancio dell’economia regionale va guidato. Da dove ricominciare? I distretti hanno davvero fatto il loro tempo? Certamente no. Il 59 per cento degli imprenditori continua a considerarli come la soluzione organizzativa migliore per affrontare la competizione globale. Il 32 per cento, tuttavia, li ritiene in fase di declino e il 9 per cento addirittura obsoleti.
Dal territorio, dove esiste una straordinaria ricchezza di competenze, bisogna partire, mettendo in campo politiche che favoriscano l’attività d’impresa: infrastrutture, efficienza energetica, logistica, formazione. Ma dal territorio è necessario uscire, intessendo rapporti a livello nazionale e internazionale, coinvolgendo le università, offrendo persino al piccolo artigiano la possibilità di operare sullo scacchiere planetario. Un Veneto aperto al mondo: è questa la vera sfida della regione. E non si riassume in una manciata di voti. (Sandro Mangiaterra)
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LE QUATTRO QUESTIONI VITALI PER VENEZIAdi Francesco Giavazzi, da “il Corriere della sera” del 18/1/2010
L’elezione del sindaco di Venezia non è solo una questione locale. Per la straordinaria bellezza di questa città, per la sua storia, il sindaco di Venezia ha grandi responsabilità e verrà giudicato non solo da chi a Venezia vive, ma anche dai molti che nel mondo amano questa città. E dovranno spiegare, i candidati, come pensano di affrontare quattro questioni vitali per il futuro di Venezia.
1. MARGHERA O TESSERA? Il porto di Marghera è un’area industriale in dismissione, molto inquinata e che blocca la trasformazione di Mestre in una città aperta sul mare. Mi ricorda il waterfront di Boston, prima che la città abbattesse le barriere che la separavano dal mare e trasformasse quell’area un tempo degradata in uno dei quartieri più belli ed eclettici di tutti gli Stati Uniti. Sul waterfront di Mestre, aperto su Venezia, si potrebbe trasferire, come è avvenuto a Boston, il porto turistico: sia per imbarcazioni da diporto che per grandi navi da crociera. Il nuovo porto darebbe un futuro a migliaia di lavoratori oggi occupati in cantieri e raffinerie senza alcuna prospettiva. In questo modo si libererebbe Santa Marta, un’altra area che soffoca Venezia— senza parlare della follia di transatlantici di oltre 100 mila tonnellate che passano a poche decine di metri dalla Punta della Dogana. Ci sarebbe spazio anche per il nuovo casinò che tanto sta a cuore all’amministrazione della città. La giunta Cacciari ha scelto invece un progetto diverso: la costruzione di un nuovo insediamento vicino all’aeroporto di Tessera, in aree oggi ancora agricole. Questa scelta ha certamente favorito chi, anticipandola, ha acquistato terreni a Tessera: ma ha senso cementificare la campagna e lasciare Marghera nel degrado? Poiché, se si investe a Tessera, non ci saranno i soldi per riqualificare Marghera, né per spostare il porto. Che ne pensano i candidati?
2. IL DECRETO LEGGE SUL FEDERALISMO DEMANIALE, approvato il mese scorso dal governo, consente il trasferimento alla città del «patrimonio culturale» oggi di proprietà dello Stato, una definizione che a Venezia è alquanto vaga perché comprende tutto. Che progetti hanno i candidati? Per l’Arsenale, l’isola di Poveglia, Sant’Andrea e tanti altri luoghi? Intendono insistere perché siano inclusi nell’elenco dei beni trasferiti? Con quali denari li riqualificherebbero? E per l’Arsenale, intendono accettare la privatizzazione di fatto di quest’area (che rappresenta circa un settimo dell’intera superficie cittadina) consentendo che sia assegnata all’impresa che vincerà la gara europea per le opere di manutenzione del Mose?
3. PER EVITARE DI DIVENTARE DISNEYLAND, Venezia potrebbe puntare sull’università e i suoi studenti. Cà Foscari ha dato un segnale, voltando pagina ed eleggendo un rettore giovane e intelligente. Ciò che manca sono studenti che risiedano a Venezia e facciano vivere la città. Non ci sono perché i palazzi vuoti si contano a decine, ma non c’è una Casa dello studente degna di questo nome. Quali sono i progetti dei tre candidati?
4. PER ACCELERARE LA COSTRUZIONE DI UN SECONDO PALAZZO DEL CINEMA al Lido (costerà la bellezza di oltre 70 milioni), il governo ha nominato un commissario. Bene, ma le competenze del commissario si sono via via estese e oggi egli ha di fatto pieni poteri sull’intera isola. Anche qui vi sono interessi potenti: una società immobiliare ha acquistato entrambi gli alberghi storici (Excelsior e Des Bains), uno dei quali verrà trasformato in appartamenti. E dopo gli alberghi sarà la volta dell’ospedale al mare. Da queste scelte il sindaco è stato di fatto estromesso: al Lido potrà sempre andare, da turista. Sono d’accordo con tutto ciò i tre candidati? (Francesco Giavazzi)
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Il libro sul “Nordest e il suo futuro”
NORDEST VUOL DIRE ADRIATICOdi Francesco Jori, da “la Tribuna di Treviso” del 27/1/2010
Uno è stato, assieme a Toni Bisaglia, l’ultimo vero grande leader nazionale del Nordest nella prima Repubblica. L’altro, all’epoca suo delfino nel Psi e oggi nel Pdl, nella seconda è diventato uno dei (rarissimi) politici nordestini di punta davvero ascoltati a Roma. Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi continuano comunque a rappresentare due intelligenze di livello decisamente superiore alla media, dotate della non comune capacità di pensare lungo; e lo confermano scambiandosi una raffica di idee in un agile ma denso volumetto in pubblicazione da Marsilio, «Dialogo a Nordest – Sul futuro dell’Italia tra Europa e Mediterraneo». Che oltre a leggere con grande lucidità il futuro prossimo e remoto, ha un pregio giustamente sottolineato nella sua introduzione da Luca Romano: declinare un’idea di Nordest «che a certe condizioni può diventare, anzi ridiventare, il ponte geografico, economico e culturale tra l’Italia e il mondo».
Per riuscirci, deve partire da una rivisitazione della mappa planetaria di un mondo ormai irreversibilmente multipolare, in cui a dettare le regole non saranno più le grandi potenze, ma una governance plurale che, segnala De Michelis, si troverà ad affrontare cinque grandi dossier già pressanti oggi: nuovo ordine monetario, clima, commercio globale, non proliferazione nucleare, lotta al terrorismo.
In questo contesto, I’Italia ma anche l’intera Europa si trovano a un bivio tra declino e nuova espansione; e qui entrambi i protagonisti del dialogo concordano sul fatto che il Nordest può esercitare un ruolo-chiave per l’intero Paese; ma deve farlo in fretta, perché le accelerazioni della storia sono diventate brucianti, e mai come oggi chi sta fermo è perduto.
L’idea-chiave del libro è che l’area più turbolenta ma anche dinamica del Paese possa farcela puntando ad assumere un ruolo-chiave in un’economia emergente nell’unica parte del mondo ancora non occupata dai grandi players internazionali: quella che va dal Mediterraneo al Golfo, passando attraverso il Medio Oriente, destinata a diventare la cerniera dei grandi traffici planetari; in questo disegno, l’Adriatico può rappresentare uno snodo baricentrico, più canale che mare, a condizione che venga inserito in un disegno strategico, in cui i porti assumono un ruolo-chiave.
E già qui lo spettro dei ritardi aleggia sulla scena, con una Cina che sta mettendo mano in prima persona ad attracchi mediterranei di primo piano, da Port Said a Tobruk ad Algesiras: o si coglie tempestivamente l’opportunità, o si rischia di fare il bis del corridoio 5. Idea geniale a suo tempo, ma inquinata dai colpevoli ritardi italici (e nordestini, anzi veneti): De Michelis, che fu il primo a lanciarla, la ritiene oggi parzialmente superata, e suggerisce di riattualizzarla mantenendo la proiezione Venezia-Kiev, ma aggiungendo un ramo sud-occidentale che via Orte e Civitavecchia raggiunga il Tirreno, in modo da diventare un perno delle autostrade del mare su cui l’Unione Europea punta con decisione.
Occorrerà comunque intervenire sulla portualità dell’Alto Adriatico e sulle attività logistiche dei retro-porti (apertura dei container e prima trasformazione dei prodotti, anziché loro semplice smistamento). E da subito, entro il 2010; altrimenti il corridoio 5 diventerà fatalmente subalterno al 10, quello che corre tra Atene e Dresda passando per Sofia, Budapest, Vienna e Praga.
E’ attrezzato questo Nordest per farcela? De Michelis ne propone un’estensione all’Emilia e alla Lombardia orientale (Brescia e Bergamo), una sorta di Serenissima del terzo millennio, potenziata peraltro dalla presenza di una metropoli vera, con una popolazione attorno ai 2 milioni di abitanti: è il rilancio di un’area forte costituita dal grosso delle province di Venezia, Padova e Treviso, forse anche di Vicenza, senza la quale viene meno uno dei fattori strategici del mondo di oggi e di domani, quello urbano. E Sacconi sottolinea che a Nordest esistono già oggi tre grandi dimensioni competitive: il turismo, la posizione geografica, il capitale umano; tutti in grado di attirare capitali e investimenti consistenti.
Un luogo, in definitiva, che ha tutti i numeri e le qualità per riattualizzare uno dei miti più suggestivi (e decisivi) della Serenissima, quello di Marco Polo, impegnandosi «a tessere le nuove vie della seta», per utilizzare una felice immagine di De Michelis. Snodo dei traffici di merci, ma anche e soprattutto di uomini e di idee, lavorando per integrare anziché per dividere. (Francesco Jori)
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VENETO, UNA PROVINCIA D’ EUROPAdi Alessandra Carini, da “La Nuova Venezia” del 23/7/2008
VENEZIA. Il Veneto si avvicina a passi veloci all’Europa. Più di quanto non faccia l’Italia. Certo, nonostante i progressi, ha ancora le sue debolezze nel basso tasso di occupazione, nella mobilità delle persone, nella demografia ancora troppo bassa, nonostante l’apporto degli extracomunitari, e nella sua bestia nera di sempre: un consumo del territorio che ha, anche esso, fatto passi da gigante negli ultimi anni e che l’Istat ha rilevato, nei primi dati costruiti per il censimento del 2011, come uno dei pericoli ai quali va incontro questo territorio.
La quasi totalità dei 581 comuni del Veneto è stata modificata negli ultimi anni dalla nascita di nuove località e da quasi 3000 espansioni edilizie che hanno cambiato faccia a molte zone, inghiottendo verde e superfici libere: «E’ una caratteristica che si riscontra soprattutto a Nordest» dice il direttore centrale dell’Istat Giovanni Alfredo Barbieri.
Ma, quanto a dati economici, a risultati raggiunti in questi anni e anche alle prospettive che si aprono, il Veneto non ha nulla da invidiare alle Regioni più evolute del Continente. «Lasciateci correre, conviene anche a voi, non appiattiteci con norme uguali per tutti, da Enna a Vicenza. Dovete premiare la meritocrazia, non abbattere lo spirito di reagire di fronte alle difficoltà che è tipico di noi veneti e che ha vinto sfide come quella del dollaro», dice, in un ennesimo appello all’Italia e a Roma a differenziare la situazione delle Regioni in una ricetta federalista, il presidente della Regione Giancarlo Galan con una chiara polemica verso le puntate leghiste.
«Per gli obbiettivi raggiunti nei livelli di istruzione, che sono tra i migliori in Italia, dobbiamo anche ringraziare i tanti insegnanti meridionali che lavorano qui e che hanno insegnato ai nostri figli a non essere più stupidi dei ragazzi di Berlino o di Parigi», dice. Si discute, in una sala affollata di persone, ma vuota di consiglieri regionali («sono venuti solo in due su sessanta a conoscere il Veneto. Peccato» dice Galan) il Rapporto statistico della Regione Veneto, una summa di dati e cifre costruita con fatica e maestria, dagli uffici statistici della Regione («che hanno lavorato senza consulenze e con una produttività quattro volte quella di un dipendente napoletano», afferma ancora Galan) e che analizza, sotto ogni aspetto, il Veneto dei successi economici e sociali di questi anni.
I primi sono testimoniati dall’avvicinarsi degli obbiettivi imposti all’Europa dall’accordo di Lisbona, anche se quanto a tasso di occupazione femminile e delle persone tra i 55 e i 64 anni, per effetto di un sistema pensionistico e assistenziale distorto, la distanza è ancora ampia. I secondi da una società che, seppur ricca, è meno ineguale (quanto a disparità nei livelli di reddito), più capace di integrare gli immigrati.
Tutti i dati sono comunque testimonianza di un mondo che, ugualmente ad altre Regioni del Nord, ha performances assai diverse da quelle italiane e non solo per livelli di reddito raggiunti che sono nettamente superiori. Sono risultati che stanno nella reale qualità della vita, nella qualità dell’abitare, nella spesa delle famiglie e nell’organizzazione civile che, ad esempio, con una raccolta differenziata che sfiora il 50%, fa quasi il doppio dei livelli medi che si raggiungono in Italia.
In mezzo a questa messe di cifre ci sono anche dati che testimoniano livelli di “sofferenza”. Nella mobilità, affollata di auto più che nel resto d’Italia, sia perché ci sono molti mezzi che circolano, sia perché le strade sono meno, e da abitanti che usano relativamente poco i mezzi pubblici. Nei livelli di ricerca e nell’ancora basso tasso di occupazione in generale e femminile in particolare, dove solo l’Emilia ha raggiunto e addirittura superato Lisbona.
Ma quanto a reazione del sistema industriale e alla sua capacità di cambiare di fronte al mutamento dei mercati, il risultato è alla pari con quelli di tutto il resto del Nord come mostrano i dati dell’export e della crescita delle vendite in Paesi come la Russia. Tanto che Urs Muller, direttore del centro studi economici di Basilea, che ha commentato i dati del Rapporto con il rettore di Ca’ Foscari, Pierfrancesco Ghetti e allo stesso direttore dell’Istat, Barbieri, nella tavola rotonda moderata da Paolo Possamai, direttore della Nuova di Venezia e Mestre, pur chiedendosi «qual’è l’eccellenza del Veneto?» risponde alla domanda di quale potrebbe essere il suo prossimo futuro, con una previsione tranquillizzante. «La crisi – dice – ha due facce. Una finanziaria, che tocca soprattutto gli Stati Uniti e in misura minore l’Europa e che è comunque in via di risoluzione. Un’altra che sta nell’aumento dei prezzi delle materie prime che, finchè continuerà, provocherà una diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori». Ma, aggiunge Muller, «il Veneto non ha un forte settore finanzario e in questo caso è un vantaggio, e comunque ha un export indirizzato verso Paesi produttori di petrolio che hanno avuto un aumento del reddito». Insomma un quadro che, seppure difficile, ha tutte le risorse e i presupposti per non trasformarsi una crisi disastrosa. – Alessandra Carini
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GLI IMMIGRATI SALVERANNO LA “PATREVE”di Nicola Pellicani, da “La Nuova Venezia” del 17/1/2010
VENEZIA. La parola chiave del rapporto Ocse è city-region Venezia, che equivale a ciò che comunemente chiamiamo PaTreVe, l’area metropolitana che comprende le province di Venezia, Padova e Treviso. Una realtà fortemente integrata che rappresenta una delle realtà più dinamiche e produttive d’Europa. La city-region vista dall’Ocse non è altro che quell’enorme città di circa 2 milioni di abitanti che viviamo quotidianamente, con una fitta rete di spostamenti interni.
Città-regione vuol dire quello spazio metropolitano dove è sempre più frequente incontrare chi, ad esempio, vive a Mestre, ma lavora o studia a Padova e magari ha la fidanzata che vive in provincia di Treviso. Una città-regione che tradotta in cifre significa un Pil pro-capite di 32.941 dollari paragonabile a quello di Toronto o Barcellona. L’Ocse ha scattato la fotografia della city-region di Venezia, presentando un progetto al quale ha aderito la Fondazione di Venezia che, sotto la supervisione del Comune, ha fornito tutti i supporti necessari per la realizzazione del lavoro.
I risultati preliminari dello studio sono stati presentati (il 18gennaio, ndr) nella sede della Fondazione. Solo in primavera sarà disponibile il quadro completo dell’analisi, ma i dati a disposizione confermano le grandi potenzialità dell’area, ma anche molti punti deboli.
Vediamone alcuni. La PaTreVe non si è fatta trovare pronta con le trasformazioni determinate dall’introduzione dell’euro, che ha comportato un modello competitivo basato sull’innovazione. E’ stata poi presa in contropiede dalla competizione asiatica, che ha colpito in particolare il settore dell’abbigliamento e il calzaturiero. Ma non è tutto. La city-region non si è dimostrata in grado di fornire una quantità sufficiente di lavoratori qualificati per sostenere la trasformazione del modello economico in atto, orientata verso i servizi. Solo un abitante su tre possiede un titolo di studio superiore. Tra le regioni metropolitane Ocse, solo Istanbul e Izmir, in Turchia presentano un dato inferiore.
Il capitolo formazione rappresenta una delle tante fragilità del sistema. Tant’è che il capitale umano poco qualificato, potrebbe diventare un ostacolo al salto nel futuro dell’area metropolitana. Ma il vero punto critico è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione. Gli effetti sono particolarmente evidenti a Venezia dove l’abitante medio ha 42,7 anni. L’immigrazione, secondo l’Ocse, potrebbe salvarci allontanando gli effetti negativi dell’invecchiamento. La city-region non ha però ancora richiamato un numero sufficiente d’immigrati con titoli di studio superiori, né ha istituito programmi su larga scala per accrescere le loro competenze. Il punto è che l’economia del Nordest fa rotta sui servizi ed ha necessità di una manodopera qualificata e in questa partita giocheranno un ruolo fondamentale gli immigrati altamente specializzati.
L’Ocse riserva poi una bacchettata alla Regione per investire troppo poco su ricerca e sviluppo. Le criticità evidenziate dal rapporto vanno inquadrate all’interno di uno sviluppo disordinato del territorio. L’organizzazione poco efficiente e antieconomica dell’area rende complicato lo sviluppo delle infrastrutture e molte difficoltà logistiche che sono gli ingorghi che viviamo quotidianamente in molte parti della città-regione.
La mobilità costituisce infatti un alto nodo da sciogliere. L’Ocse ci sollecita a migliorare il sistema dei collegamenti, ma invita anche ad un maggior rispetto dell’ambiente. «Nel lungo periodo», scrive, «non sarà sostenibile un modello di sviluppo che non tenga conto dell’ambiente». C’è infine lo storico tema della governance metropolitana, di cui se ne parla da decenni. Ma il governo unitario della PaTreVe è sempre di là da venire. Insomma resta molto da fare, ma i dati emersi dalla ricerca confermano come la city-region sia uno dei cuori pulsanti dell’Italia.
Il tasso di crescita può essere paragonato a quello di Londra, Stoccolma e Houston, collocando la città-regione di Venezia nel top ten delle migliori performance con un tasso annuale di crescita pari al 3 per cento, più alto del 50 per cento rispetto alla media delle altre «metropoli» targate Ocse. Per capirci il tasso di crescita della PaTreVe nel decennio dei «miracoli» (1995-2005) è stato tre volte superiore a quello di Randstad in Olanda e di città high-tech come Seattle. E ancora: i livelli di produttività del lavoro sono paragonabili a quelli di Francoforte, Londra, Monaco e Tokyo. Sempre nello stesso decennio la crescita è stata tripla rispetto a New York. – (Nicola Pellicani)
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ECCO TESSERA CITY, STADIO E CASINO’di Alberto Vitucci, da “il Mattino di Padova” del 16/1/2010

il Quadrante di Tessera, come disegnato nel Ptrc
VENEZIA. Via libera al Quadrante di Tessera. Una nuova città da un milione e 200 mila metri cubi sorgerà in gronda lagunare, dove adesso ci sono campi coltivati. Nuovo stadio e nuovo casinò, ma anche un grande albergo, uffici, un centro commerciale e un centro sportivo, il nuovo terminal.
La delibera è stata approvata all’una e un quarto di notte, dopo giorni di polemiche e infuocati dibattiti. Alla fine i voti favorevoli sono stati 28 su 47. Quasi al completo i gruppi del Pd e del Pdl, Fabio Toffanin del Psdi. Oltre, naturalmente, al sindaco Cacciari. Hanno votato contro Sebastiano Boncio (Rifondazione), Beppe Caccia (Verdi), Alberto Mazzonetto (Lega), Jacopo Molina, Paola Petrovich e Franco Conte (Pd). Altri hanno preferito forme «più morbide» di dissenso come l’astensione o la non partecipazione al voto, dopo l’approvazione di cinque ordini del giorno che chiedono garanzie sui contraccolpi del grande progetto avrà sulla viabilità, le strutture, le famiglie e le aziende della zona interessata all’intervento. Valerio Lastrucci (Italia dei Valori) si è astenuto, il presidente del Consiglio comunale Renato Boraso (Pdl) e Alfonso Saetta (Gruppo misto) non hanno votato la delibera. Assenti Felice Casson, Fabio Muscardin e Vittorio Pepe (Pd), Cesare Campa (Pdl), Bruno Filippini e Giacomo Guzzo (Idv), Giovanni Salviato e Paolino D’Anna (Gruppo Misto), Ezio Oliboni (Psdi), Diego Turchetto (Lista Salvadori).
Seduta fiume, durata quasi otto ore, per esaminare i 61 emendamenti presentati dagli oppositori. Sono stati respinti tutti, ad eccezione di quello firmato da Boraso e Bonzio che pone un limite allo stadio di 30 mila posti. Il giorno prima erano state respinte anche le 60 osservazioni alla delibera, molte delle quali sulla legittimità del provvedimento. Erano stati in particolare il leghista Alberto Mazzonetto, le associazioni Ecoistituto e 40XVenezia, Luciano Mazzolin, Stefano Boato e lo stesso presidente Boraso a presentare una corposa documentazione in cui chiedevano il ritiro del provvedimento.
Procedura illegittima, secondo loro, perché le proposte di modifica della Save e della Marco Polo srl, società del Casinò, erano arrivate con quattro anni di ritardo. «Noi siamo in regola, le contestazioni vanno rivolte alla Regione», hanno risposto i tecnici. Il provvedimento ora sarà inviato alla Regione per l’approvazione definitiva dello strumento urbanistico che dà il via libera al grande progetto di «Tessera City». Ma la battaglia non è finita. «Una scelta sbagliata e miope, che penalizza il futuro di Marghera», protesta Gianfranco Bettin. «Una colata di cemento che insieme a Veneto city ci deturpa il territorio», dice Boraso. La Lega pensa a un ricorso al Tar, mentre il sindaco Cacciari canta vittoria: «Un provvedimento utile alla collettività. Così avremo senza spendere nulla stadio, casinò e 100 ettari di bosco». – Alberto Vitucci
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PORTO MARGHERA IN CRISI: QUALE FUTURO?
«E’ finita la chimica del cloro ma c’è un futuro fenomenale per l’area di Porto Marghera»
di Gianni Favarato, da “la Nuova Venezia” del 12/12/2009
VENEZIA. «Se la chimica del cloro a Porto Marghera chiude la colpa non è dell’Eni e il sindaco Massimo Cacciari lo sa bene. Il sindaco e i sindacalisti lo sanno perché hanno firmato anche loro gli accordi di programma che prevedevano la cessione delle produzioni a Ineos, che poi si è defilata, lasciando il posto alla Vinyls che ora è commissariata».
Lo ha detto Paolo Scaroni – vicentino di nascita, già numero uno di Pilkington, poi dell’Enel e ora amministratore delegato dell’Eni – nell’intervista rilasciata ieri alla Nuova, prima della cerimonia per i 40 anni di partnership Eni-Gazprom, organizzata a Palazzo Ducale, alla presenza del governatore del Veneto Galan e dei dirigenti russi della Gazprom.
Venezia e l’economia del Nordest ce la faranno a superare la profonda crisi economica che nell’ultimo anno sta mettendo fuori gioco un gran numero di aziende, soprattutto manifatturiere?
«Ho avuto modo, come presidente di Unindustria Venezia, di conoscere bene la fenomenale capacità di adattamento delle imprese del Nordest, anche quando la concorrenza era più forte. Per questo sono convinto che usciranno da questa crisi, ci vorrà del tempo, ma poi saranno più forti di prima, anche a Porto Marghera».
La candidatura di Venezia per le Olimpiadi 2020 può essere anche un’occasione per un nuovo sviluppo di Porto Marghera?
«Mi sembra un’operazione molto complicata, in ogni caso non c’è bisogno delle Olimpiadi per risollevarsi. Ho sempre pensato che un’area attrezzata come questa abbia un futuro fenomenale, compresa l’industria, ma le Istituzioni debbono parlare chiaro e dire quello che vogliono fare a Porto Marghera. Altrimenti, giustamente, le aziende non investono al buio sul loro futuro in una determinata area, senza punti di riferimento».
Il sindaco Cacciari ripete che solo l’Eni, che tanto ha avuto da Venezia, può salvare la chimica. Non solo, accusa l’Eni di non favorire il salvataggio di Vinyls?
«Da molti anni Eni ha deciso di uscire dalla chimica del cloro perché non è più conveniente e lavora solo in perdita. Il sindaco Cacciari non può stupirsi per quel che sta accadendo, anche lui ha firmato nel 1998 e poi nel 2006 gli accordi di programma per Porto Marghera in cui è prevista la cessione dell’intero ciclo del cloro prima ad Evc e poi ad Ineos, mettendo sul tavolo anche un investimento al 50 per cento per il nuovo impianto del clorosoda. Che c’entriamo noi se Ineos, e poi Vinyls hanno fermato gli impianti e portato i libri contabili in tribunale?»
Anche i sindacati dei chimici accusano Eni di aver condannato a morte la chimica di Porto Marghera?
«I sindacati non possono dire questo. Eni e le sue società non hanno mai licenziato nessuno, nemmeno quando sono state chiuse produzioni non più convenienti. Anzi Eni si è fatta carico anche degli esuberi di altre aziende. Nei confronti di Vinyls, società in amministrazione straordinaria, il nostro è un atteggiamento molto responsabile visto che vantiamo un credito di 100 milioni per forniture fatte a Vinyls e prima e Ineos, che non ci sono mai state pagate. Malgrado ciò, abbiamo continuato a rifornirla di utilities e abbiamo siglato un verbale al ministero che prevede nuove forniture di materie prime, a fronte però di garanzie effettive di pagamento. Che dovremmo fare di più? Chi ci critica dovrebbe chiedersi perché le multinazionali presenti a Porto Marghera e con impianti in tutto il mondo, decidono di chiudere tutte quante proprio i loro stabilimenti di Porto Marghera?».
L’alto costo dell’energia forse è una delle cause dell’abbandono di Porto Marghera da parte delle grandi industrie? «L’energia in Italia costa molto, è vero, ma è il frutto delle scelte di politica energetica fatte negli ultimi 30 anni. L’Italia, unica nazione al mondo, dopo il referendum sul nucleare ha chiuso le centrali che aveva già costruito e messo al bando quelle nuove. Se non l’avessimo fatto ora anche noi, come i francesi o i tedeschi, avremmo un’energia a costi accettabili».
Ci vuole una centrale nucleare anche in Veneto?
«Che l’Italia si debba dotare di una certa quota di nucleare è un fatto condivisibile. Dove localizzarlo non tocca a noi deciderlo».
Voi resterete a Venezia?
«Eni non ha deciso di andarsene, a Marghera abbiamo il cracking di Polimeri e la Raffineria, due attività che manteniamo e sulle quali continuiamo a investire malgrado siano in perdita».
A proposito della Raffineria, il sindaco Cacciari ha minacciati di non rinnovare la concessione se Eni non farà di più per la chimica del cloro. Lei che risponde al sindaco?
«Per la Raffineria abbiamo un piano di investimenti per il reforming, ancora in attesa di tutte le autorizzazioni previste. Ma se Venezia non vuole più una raffineria di petrolio dentro la laguna che lo dica e noi non faremo altro che spostare i nostri investimenti da un’altra parte». – Gianni Favarato
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ECCO IL PIANO PER LE OLIMPIADI, A VENEZIA PREVISTI 230 EVENTI
da “La nuova Venezia” del 30/12/2009
Ventisei impianti previsti, tredici dei quali già esistenti. Venezia come fulcro di tutto il progetto olimpico, tanto che nella sua area metropolitana saranno presenti oltre il 60% delle strutture deputate a ospitare le gare, a partire dal Quadrante Olimpico di Tessera. A Venezia si svolgeranno manifestazioni di 24 sport olimpici, per un totale di 230 eventi – Intervista a Federico Fantini
VENEZIA. «Visto? Qui ci sono le risposte alle criticità che sono state avanzate sulla nostra candidatura». Federico Fantini, direttore generale del Comitato olimpico Venezia 2020, fa parlare i numeri. «Il masterplan prevede 26 impianti sportivi, 13 di questi sono già esistenti. Inoltre, nell’area metropolitana di Venezia sono localizzate oltre il 60% delle strutture. Tradotto in cifre significa che a Venezia si svolgeranno manifestazioni di 24 sport olimpici (10 nel solo Quadrante di Tessera, ndr) per un totale di 230 eventi che si stima coinvolgeranno quasi 7.900 atleti». Venezia 2020 alza, in anteprima, il sipario sul masterplan veneto a cinque cerchi.
Fantini, chi ha espresso dubbi sulla dotazione impiantistica di Venezia 2020 e su una candidatura che si ritiene avanzata da una Regione e non da una città, è sistemato…
«Non disporre di tutti gli impianti sportivi a 11 anni dall’evento non è certo una criticità. L’impiantistica, come dice lo stesso Cio, va pensata anche in funzione dello sviluppo tecnologico delle infrastrutture stesse. La rete degli impianti esistenti considerata nel nostro piano non è la migliore del mondo, ma è interessante. Penso al Palanet di Padova o alle Padovanelle o, ancora, al Palaturismo di Jesolo. Sei dei nuovi impianti previsti, inoltre, sono già pianificati a prescindere dalla candidatura olimpica. Il Velopark di Treviso, ad esempio, è già inserito nella Finanziaria 2008. Solo sette impianti, quindi, dovranno essere costruiti ex novo».
Quali sono gli altri aspetti qualificanti del vostro masterplan?
«La compattezza dell’evento, garantita anche da un piano di mobilità eccezionale. Nel Quadrante Olimpico, previsto nell’area di Tessera, saranno ospitati 171 eventi di 10 diverse discipline: a Londra 2012, per fare un confronto, saranno sette gli sport ospitati nell’Olympic Park. La mobilità e l’integrazione della stessa con le sedi degli impianti è stata pensata per dare l’o pportunità di poter seguire più di un evento nell’arco di una giornata. Pensiamo, ad esempio, alle potenzialità del Servizio ferroviario metropolitano regionale (Sfmr). Proprio sulla mobilità, contiamo di avere maggiori chance rispetto a una grande capitale, dove il rischio di congestionamento del traffico è maggiore».
A proposito di infrastrutture, Sfmr e Alta velocità sono dei cardini del vostro progetto. Alle spalle, però, hanno una storia di lunghe discussioni e pochi, almeno fin qui, cantieri aperti. Per non parlare dei quattrini stanziati.
«Sui grandi progetti pesa, ovviamente, la ciclicità economica. Va tenuto conto, però, che gli investimenti sulla mobilità, che non spettano al Comitato, sono sottoposti a procedura commissariale. Questo semplifica il quadro. In Veneto, poi, c’è una maggiore cultura del fare rispetto ad altre aree».
Qual è la portata economica del progetto?
«L’obiettivo della sostenibilità abbraccia l’ambiente ma anche il piano finanziario. L’impatto sarà decisamente leggero rispetto agli standard. Anche questa è innovazione. L’o rganizzazione dell’evento ruota attorno a costi per 2 miliardi. Per quanto riguarda le spese per le strutture sportive, i costi extra rispetto a quanto già preventivato saranno bilanciati dalle entrate. Si parla, tra i ricavi, di diritti televisivi, merchandising e biglietti».
Che bacino di spettatori considerate?
«Pensiamo a 6-7 milioni di biglietti. Presto per azzardare a dei ricavi, ma una stima verosimile può essere basata su circa 50 euro a biglietto».
Nel masterplan non c’è traccia di una integrazione con il progetto Veneto City. L’avete considerato?
«Conosciamo l’area, ci sono stati anche degli incontri con i rappresentanti di quel progetto. In questa fase non fa parte del dossier, ma non escludiamo che possa rientrarvi in un secondo momento. Magari con un coinvolgimento legato, ad esempio, alla produzione televisiva».
Sul fronte della ricettività alberghiera i numeri ci sono, ma dal punto di vista della qualità?
«Il Cio richiede la disponibilità di 29mila stanze in hotel a 3-5 stelle nell’area olimpica. Venezia 2020 arriva a 44.170. Sul fronte della qualità è sostenibile già oggi».
Ecologico, divertente e comodo. È il sogno olimpico di Venezia 2020
di Daniele Dallera, da “il Corriere della Sera” del 30/12/2009
«Grande rispetto per Roma, ma il fascino dei Giochi qui è irripetibile»
MILANO – Venezia non ci sta, giustamente, a partire seconda nella prestigiosa corsa italiana che porta all’ Olimpiade 2020. Anche perché significa indossare la maglia nera, visto che le candidate a ospitare i Giochi saranno due, Roma e Venezia (scritte, sia chiaro, in rigoroso ordine alfabetico).
Inaccettabile per Venezia il sospetto che Roma possa trovarsi in pole position. Intollerabile il pensiero che il suo progetto non venga analizzato con la dovuta attenzione. Sospetti e pensieri nati l’ 11 dicembre, quando la delegazione veneziana guidata dal sindaco Cacciari ha incontrato a Roma il presidente del Coni Gianni Petrucci e il prezioso (e onnipotente) segretario generale Lello Pagnozzi. Alla lettura dei giornali che davano un veritiero resoconto del vertice romano, non si era indispettito solo il sindaco Cacciari, ma anche Federico Fantini, il direttore generale del Comitato Venezia 2020, l’ uomo che ha creato la candidatura e ne sta curando (e limando) ogni aspetto. In quei giorni si scriveva di perplessità e di osservazioni critiche da parte di Petrucci e Pagnozzi, i primi a vedere e scoprire il piano olimpico veneziano.
Ora anche il Corriere della Sera può visionare il progetto che sostiene la candidatura di Venezia. Rispetto alla bozza presentata al Coni, molto è stato corretto, raccogliendo ovviamente anche le sensate indicazioni di gente esperta come Petrucci&Pagnozzi che avevano raccomandato una connotazione veneziana, cittadina, e non certo veneta, regionale o addirittura extraregionale. Petrucci e il Consiglio nazionale del Coni dovranno scegliere tra Roma e Venezia (per evitare equivoci ancora scritte in rigoroso ordine alfabetico).
Il direttore generale del Comitato Venezia 2020 ci aiuta a comprendere la filosofia del progetto svelandoci qualche carta segreta: «La nostra proposta – spiega Federico Fantini – non solo è davvero innovativa, ma è anche una grande opportunità per lo sport italiano, olimpico e internazionale». D’ accordo, parole confortanti, ma dove sta la forza della candidatura di Venezia? «Non facciamo i Giochi per dotarci delle infrastrutture. Ma vogliamo offrire al movimento olimpico l’ opportunità di celebrare i Giochi non solo in uno scenario unico ma anche in un contesto di investimenti infrastrutturali già programmati indipendentemente dall’ esito della candidatura. Tutto questo quindi senza oneri aggiuntivi e ormai intollerabili sui contribuenti».
Per investimenti infrastrutturali cosa si intende? Palazzetti, impianti, collegamenti, hotel? «Ecco, qui veniamo a un altro nostro punto di forza: sarà un’ Olimpiade comoda, compatta, concentrata, con collegamenti brevi ed efficienti, renderemo facile la vita agli atleti, confortevole alle migliaia di addetti ai lavori e divertente ai milioni di spettatori e di appassionati che vorranno godere di un evento storico come l’ Olimpiade».
Un progetto all’ avanguardia. Fantini illustra questo modernismo veneziano: «Il Cio chiede che i Giochi non risultino un corpo estraneo alla città che li ospita e al mondo olimpico. Abbiamo rispettato in pieno questa volontà. Oltre a presentare strutture innovative, questi impianti alla fine dell’ evento potranno essere riconsegnati allo sport olimpico che li potrà sfruttare là dove veramente serviranno. Avremo arene indoor che saranno smontate, smantellate e utilizzabili altrove in concertazione con il Coni e il Cio. Faccio un esempio pratico: lo spirito olimpico di Venezia potrà vivere, che so, a Scampia se ci sarà bisogno, oppure in qualche altra parte d’ Italia o d’ Europa, secondo la volontà degli organismi sportivi nazionali ed internazionali».
Veniamo ai dubbi emersi dopo l’ incontro con i leader del Coni, Petrucci e Pagnozzi. Per esempio la dispersione interregionale dell’ evento olimpico spalmato su un’ area, la cosiddetta Pa-Tre-Ve che non è altro che l’ asse Padova-Treviso-Venezia con sconfinamenti su lago di Garda, arrivando persino a Trieste. A Venezia c’ è sempre stata la convinzione della totale coerenza del progetto con il dettato della carta olimpica, le ultime pennellate in senso veneziano hanno rafforzato questa certezza.
Qualche sassolino però il responsabile della candidatura olimpica se lo toglie: «Su perplessità colte, suggerimenti, consigli che ci sono pervenuti, abbiamo ragionato e lavorato, ma è evidente che qualche dubbio è nato anche in base alla scarsa conoscenza della situazione giuridica, geografica e amministrativa di Venezia. Se parliamo di quadrante olimpico a Tessera, è bene che si sappia che Tessera è di fatto un quartiere di Venezia. E così pure se si fa cenno all’ arena indoor a ridosso del Parco Tecnologico Vega. Così come per il Parco San Giuliano. Non vedo emergere le stesse perplessità se Roma coinvolgesse Tor Vergata, Saxa Rubra o l’ Eur. Non solo, a Venezia le distanze saranno molto più ridotte».
Roma, innegabile, ha un vantaggio: molti impianti già ci sono. «Se la perplessità può apparire a prima vista legittima, a una analisi più attenta questa si trasforma in un’ opportunità: quella di dotare il territorio di una impiantistica sportiva moderna, funzionale ed efficiente. Il sistema politico economico e organizzativo del Nord Est è credibile: siamo abituati a fare le cose che diciamo. I terreni e le locazioni sulle quali far crescere impianti e strutture sono già state individuate, la promozione di Venezia 2020 sarebbe un’occasione unica di crescita, non solo di questa zona, ma di tutto il Paese. Poi, quando leggo che Rio, per l’ Olimpiade 2016, avrà disposizione oltre 200 milioni di euro per ammodernare e aggiustare il mitico Maracanã, posso dire a Petrucci che noi con quei 200 milioni di euro faremmo magari 3, e sottolineo 3, moderni impianti sportivi già a norma, molto più funzionali e soprattutto utili alla comunità».
Petrucci ha detto, abbandonando ogni diplomazia: «Intendo andare al Cio con una candidatura forte, perché stavolta possiamo vincere». Fantini incalza: «Ha ragione il presidente del Coni: allora si fidi di Venezia e del suo progetto. Sicuramente alternativo a quello scontato di Roma. Grande rispetto per il lavoro dei nostri colleghi romani, ma non c’ è dubbio che i Giochi a Venezia oltre ad avere un fascino irripetibile saranno moderni, ecologici, divertenti, comodi, al centro dell’ Europa che guarda al futuro. Sicuri e convinti di giocare ad armi pari con Roma, senza alcun complesso di inferiorità, sarà lo stesso Consiglio nazionale del Coni a comprendere l’ alto valore del progetto olimpico di Venezia». Roma e Venezia, Venezia e Roma, stavolta dell’ ordine alfabetico ne facciamo a meno, sarà una gran bella gara. A Petrucci l’ ardua sentenza. (Daniele Dallera)
QUADRANTE OLIMPICO
di Claudio Tessarolo, da “il Giornale di Vicenza” del 30/12/2009
Venezia è la città candidata a ospitare i Giochi e, quindi, il fulcro di tutto il progetto olimpico. Nella sua area metropolitana saranno presenti oltre il 60% delle strutture deputate a ospitare le gare, a partire dal Quadrante olimpico di Tessera. Tradotto in cifre, questo significa che a Venezia si svolgeranno manifestazioni di 24 sport olimpici (10 nel solo Quadrante), per un totale di 230 eventi che si stima coinvolgeranno quasi 7.900 atleti.
Il progetto ideato dal comitato si allarga, poi, a un’area olimpica “estesa” che includendo le province di Treviso e Padova poggia su un bacino demografico di oltre un milione di persone: la cosiddetta area metropolitana veneta. A Padova, ad esempio, sono previste 27 manifestazioni ospitate in 4 impianti, per un totale di più di 800 atleti. 4 impianti anche a Treviso, per un totale di 44 eventi organizzati nella provincia che vedranno impegnati 1200 atleti. Il torneo di calcio, come detto, estende i Giochi a un’area ancora più estesa, coinvolgendo così Vicenza.
GLI IMPIANTI. Un dato assolutamente rilevante è che 13 dei 26 impianti previsti dal Master Plan (quindi il 50% esatto) è già esistente – in parte naturalmente da adattare alle esigenze dell’evento che si terrà tra 10 anni – e altri 6 impianti (il 23% del totale) sono già pianificati, come il Velopark di Treviso, già per altro inserito in Finanziaria nel 2008. Soltanto 7 impianti, quindi, devono essere costruiti ex novo. Altro elemento importante è la tipologia degli impianti: su 26, 17 sono permanenti e 9 sono temporanei. Si tratta, cioè, di strutture mobili concepite secondo i più moderni standard di sicurezza, che potranno essere smantellate e rimosse al termine delle manifestazioni.
TESSERA. Fulcro del Master Plan sarà il cosiddetto “Quadrante Olimpico”, previsto nell’area di Tessera, alle porte della città di Venezia e sullo snodo di tutte le infrastrutture viarie (di terra, aria e mare) più importanti. Sono collocati tra l’altro il Villaggio Olimpico e lo stadio. Saranno ospitati 171 eventi di 10 diversi Sport Olimpici (a Londra 2012 saranno 7 gli Sport ospitati nell’Olympic Park) che vedranno coinvolti 5.200 atleti, circa la metà dell’intero numero dei protagonisti. È un progetto straordinario che prevede sia strutture non permanenti che permanenti. Per le strutture permanenti è già previsto un utilizzo post olimpico. Lo Stadio Olimpico, ad esempio, sarà costituito in parte da strutture mobili, tanto che da 80 mila posti verrà ridotto a 25 mila al termine dei Giochi. L’Aquacenter, concepito e costruito secondo i più moderni standard, sarà destinato a diventare un impianto pubblico-federale in grado, potenzialmente, di ospitare i Campionati Mondiali di Nuoto nel 2019, 2021 o 2023. Il Villaggio Olimpico e i due centri destinati a tv e media potranno eventualmente diventare spazi a destinazione direzionale, commerciale o espositiva.
INFRASTRUTTURE. Il Veneto è il cuore della “nuova Europa”, cioè l’attuale Unione Europea composta da 27 membri: all’incrocio tra il Corridoio 5 (Lisbona-Kiev), che taglia l’Europa da est a ovest, e il Corridoio 1 (Berlino-Palermo), che congiunge Nord e Sud del continente. Venezia è raggiungibile in giornata (andata e ritorno) da un bacino di oltre 25 milioni di persone. In aereo è raggiungibile da tutte le principali città europee in meno di due ore, e il sistema aeroportuale di Venezia (coinvolgendo oltre al Marco Polo di Tessera anche gli altri aeroporti veneti) ha una capacità di oltre 15 milioni di passeggeri/anno, quasi il doppio, ad esempio, di quella di Rio de Janeiro, scelta per ospitare i Giochi del 2016. Da oggi al 2020, l’area di Venezia sarà interessata dalla costruzione di importanti infrastrutture viarie – pianificate indipendentemente dall’organizzazione dei Giochi – che renderanno il raggiungimento dell’Area Olimpica e lo spostamento all’interno della stessa molto più agevole. Il “Passante di Mestre” già c’è, ed entro il 2020 sono previste ulteriori, importanti migliorie quali: nuova stazione Tav (Alta velocità) interconnessa con il gate aeroportuale, ammodernamento di diversi tratti autostradali, rafforzamento della rete trasportistica via mare.
RICETTIVITÀ. Per poter ospitare i Giochi, il Cio richiede la disponibilità di 29 mila stanze in hotel 3-5 stelle in un raggio di 50 chilometri dal “Game Center” e altre 11 mila devono costituire una “riserva precauzionale”. Venezia, cuore della prima Regione turistica d’Italia, supera ampiamente questo requisito. Nell’Area Olimpica sono infatti presenti 44.170 stanze. Di queste, oltre 41 mila sono in Provincia di Venezia e 2500 a Padova città. Oltre 720mila sono, inifine, i posti letto oggi disponibili sul territorio di tutto il Veneto. Una cosa è certa: le Olimpiadi in Veneto rappresentano una scommessa da giocare fino in fondo. E, possibilmente, da vincere. (Claudio Tessarolo)
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L’ intervista – Jeremy Rifkin - L’ economista americano, ospite al Made Expo di Milano, teorizza nel suo nuovo libro una civiltà «in rete»
«La metropoli sarà come il corpo umano»
Rifkin: «Dagli uomini alle tecnologie, ogni parte dovrà pensare anche alle altre. Penso a una città femmina capace di capire di ognuno bisogni e capacità. Io il Nobel per la Pace lo darei alle donne, non a Internet»
di Roberta Scorranese, da “il Corriere della sera” del 31/1/2010
In principio c’ è un raggio di sole. Convogliato in una casa, si trasforma in energia. Questa, a sua volta trasmigra in un’ auto elettrica che la immagazzina e ne fa luce, in un’ altra casa, in un’ altra vita. La città ideale pensata da Jeremy Rifkin assomiglia a un gigantesco corpo umano, dove ogni parte vive della vita dell’ altra. «Non più solo “a misura d’ uomo” – dice l’ economista americano, ospite al convegno di Made Expo 2010 – ma “a misura dell’ uomo per l’ uomo”. È l’ ultima rivoluzione. E i tempi stringono».
Perché oggi essere «assolutamente moderni» significa essere «assolutamente empatici». Interconnessi, comunicanti. «E le città devono crescere così – commenta Rifkin, che ha appena pubblicato “The Empathic Civilization”, l’ ultimo libro sui rapporti tra uomo e ambiente -: seguendo le logiche della comunicazione dominante. Pensiamo ai Sumeri: quando inventarono un sistema idraulico per produrre energia, inventarono anche la scrittura. Oggi viviamo in rete: così come le informazioni, anche l’ energia va autoprodotta, distribuita, conservata».
La città diventa un organismo. E si entra in un quadro di Escher, dove ogni corpo è impercettibilmente connesso a un altro e non si fa più distinzione tra umano e inumano (come su Internet, del resto): «Ogni casa produrrà la sua energia e la metterà in comune – spiega – attraverso una rete intelligente di distribuzione. Nelle case penso a dei sistemi in grado di distribuire equamente l’ energia in eccedenza. Dalla lavatrice al frigo, per capirci. E anche i vecchi edifici si devono attrezzare con i pannelli solari. Penso alla splendida Milano: se ogni corpo dialogherà con l’ altro, diventerà ancora più bella».
Perché non possiamo più permetterci, secondo il professore, di pensare solo per noi stessi. «Io il Nobel per la pace, più che a Internet lo darei alle donne – provoca – o, meglio, ai movimenti che si battono per i diritti delle donne o dei bambini». Perché c’ è bisogno di interagire con gli altri, captandone i bisogni e aiutandoli. E si può dire che la città pensata da Rifkin è molto «femmina»: fertile, riproduttiva. Una città madre in grado di distribuire a ciascuno secondo i bisogni e di ciascuno capire le possibilità. «Una città flessibile – dice Rifkin – in cui la comunicazione agevola le scelte e gli adattamenti. Gli architetti hanno un ruolo molto importante in questa fase: ci deve essere una rete globale, un sistema in grado di “captare” bisogni e consumi e appianare le differenze e gli squilibri».
Una città che è un film corale, alla Altman, e, proprio per questo, in continua evoluzione (come Internet, del resto): sovraccarichi di energia che si possono ridistribuire; prezzo dell’ elettricità «dinamico», modificabile; automobili che diventano sorgenti di energia, poiché possono accumularla nei periodi di stasi e poi restituirla; strade che si trasformano in distributori di corrente, con garage attrezzati. Perché più comunichi, più sai. E più sai e più cambi facilmente. «L’ Europa ha già fatto molti passi avanti – conclude il professore – perché ha scelto di puntare sulle energie rinnovabili e su un programma che prevede anche l’ uso dell’ idrogeno. Sono i pilastri per la terza rivoluzione industriale, quella che spazzerà via l’ era del petrolio. Si deve però arrivare alla cosiddetta “generazione distribuita”, in cui le risorse siano in mano a tutti».
E in cui tutti abbiano gli strumenti per gestirle, ma a questo, secondo Rifkin, pensa già adesso la condivisione delle informazioni sul web. È allora una città leggera, quella che (forse) verrà, in cui si va oltre «la metropoli dei bits» (in cui le cose pensano) teorizzata negli anni Novanta da William Mitchell. Qui gli abitanti si parlano, mettono in comune cose. Dai rifiuti fino all’ ultimo raggio di sole. (Roberta Scorranese)
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