
l'introduzione del seminario
Analisi di allagamento con AutoCAD Map 3D
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Guido Bonin, relatore su AutoCAD Civil 3D
La Francia sta decidendo di proibire il burqa, il tradizionale indumento che nasconde il viso e ogni forma del corpo delle donne di alcuni paesi di religione islamica, principalmente l’Afghanistan (ma non solo: il burqa, capo di abbigliamento di recente introduzione –i primi del ‘900, un secolo fa- è diffuso in molti paesi arabi). Ma non è solo una questione francese, ma anche italiana (lo si vuole proibire per legge anche da noi) ed europea in generale.
Premettiamo comunque che non è un problema “di massa”, generalizzato, per le donne mussulmane: portate invece sempre più ad accogliere i principi (accattivanti) della moda occidentale, che a ripristinare alcune regole dei loro paesi di provenienza (non parliamo poi della ragazze mussulmane di terza generazione, cioè quelle nate in Europa…). Semmai ci sarebbe da chiedersi l’ “utilizzo” sempre più consumistico della “dignità e del corpo della donna” da “entrambe le parti” (integralismo maschilista religioso e integralismo consumistico), usando in tutti i modi (nella pubblicità, in ogni forma di vita quotidiana…) pezzi “esposti” del loro corpo; arrivando sempre più a un’assuefazione paranoica.
Vi offriamo qui un’ampia rassegna stampa di opinioni sul tema, premettendo che il primo articolo, di Massimo Fini apparso su “il Gazzettino”, corrisponde anche al nostro pensiero e alla nostra idea se è giusto proibire il burqa (sintetizziamo qui: no, non siamo d’accordo nel divieto assoluto; se non è costrizione di qualcuno sulla donna, ma vera libera scelta, non capiamo perché non si possa fare… semmai qualche problema può esserci sulla questione della sicurezza collettiva, cioè che sotto il burqa possa nascondersi qualche pericoloso terrorista…).
Ma qui, negli articoli a seguire, vorremmo estendere il tema: cioè della convivialità sociale con culture diverse, e dei tentativi che si possono fare per creare una società che rimanga sì italiana, veneta o lombarda o di qualsiasi altra cultura regionale, ma sia allo stesso tempo plurietnica e di convivenza pacifica (posto che le regole giuridiche, i diritti e i doveri, siano uguali per tutti, a prescindere) (a tal proposito bellissimo è lo striscione cartello manifesto sull’invito a “donare il sangue” che Vi offriamo nella parte alta di questa pagina).
E per questo abbiamo inserito tra gli articoli qui presenti un interessante reportage-diario di Paolo Rumiz sulla convivenza architettonica “campanili – minareti” in quelle città “di confine” religioso dove l’elemento plurietnico, in alcune loro fasi storiche di vita, ha dimostrato di saper convivere magnificamente (Sarajevo in primis, Gerusalemme, Istanbul…) (torneremo presto a parlare di Sarajevo in questo blog, perché è –o è stato- un modello geograficamente interessante di convivialità urbana). E facendo capire che la “pluri-religiosità e molteplicità di culture” è elemento di arricchimento delle persone. E che lo “scontro” è cercato (pianificato) da chi cerca la guerra per la guerra, spesso per disagio personale, o collettivo della propria comunità di provenienza, rifiutando di inventarsi e perseguire un progetto presente e futuro di vita compatibile con il proprio rinnovamento e le proprie origini.
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IL CONFORMISTA
NESSUNA DIFFERENZA TRA MUSULMANE IN BURQA E OCCIDENTALI IN TANGA
di Massimo Fini, da “il Gazzettino” del 29/1/2010
In Francia avanza un progetto di legge per vietare il burqa, il tradizionale indumento che copre interamente il viso in uso non solo in Afghanistan ma in vaste aree del mondo musulmano, nei luoghi pubblici. La «ratio» del divieto è che il burqa (e anche il niqab dei sauditi) sarebbe «contrario ai principi della Repubblica, alla dignità della donna, alla laicità dello Stato». In Italia si sono già dichiarati favorevoli all’ipotesi francese il ministro Mara Carfagna e, in genere, i leghisti.
In realtà il divieto di indossare il burqa è contrario a un principio cardine della liberaldemocrazia difficilmente scavalcabile: quello della libertà di espressione del proprio pensiero. Perché di questo si tratta, prima ancora che di libertà religiosa. In quanto alla laicità dello Stato, molto sentita in Francia meno in Italia, essa contraddice se stessa se vieta i simboli religiosi. Perché si trasforma a sua volta in una religione laica, assolutista, intollerante dell’altro da sè che è proprio il contrario del concetto di laicità rettamente inteso, di quel principio illuminista per cui «ognuno è libero di fare ciò che vuole nella misura in cui non nuocere agli altri». E se una donna indossa il burqa o il niqab non nuoce a nessuno, non offende nessuno se non gli intolleranti che non sopportano nulla che sia estraneo dalla propria cultura.
Dice: ma il burqa conculca la libertà della donna. Si parte dal presupposto che il burqa, nella tradizione e nella cultura musulmana, sia un’imposizione maschile. Ma questo è un punto di vista prettamente occidentale. Nulla ci dice che, soprattutto qui in Europa, una donna indossi il burqa perché così le va di fare. E se le Stato glielo impedisce per legge viola un principio di libertà della persona. Viola il diritto della persona di affermare la propria identità, religiosa o laica che sia. Per questo nei Paesi del Magreb molte delle giovani donne hanno ripreso a portare il niqab per difendere la propria identità insidiata dalla tambureggiante propaganda occidentale che le vorrebbe omologare ai costumi delle nostre donne. In quanto al fatto che il burqa o indumenti similari offenderebbero la «dignità della donna» ci sarebbe molto da discutere se non offenda di più questa dignità l’uso che facciamo noi del suo corpo, esponendo a pezzi e bocconi, come quarti di macelleria, nelle pubblicità, sui giornali, nei film, e l’uso estremamente disinvolto che ne fa la stessa donna occidentale. Gira e rigira si torna, almeno in occidente, al punto di partenza: ognuno è libero di fare ciò che vuole nella misura in cui non nuoce agli altri. Una donna musulmana di indossare il burqua, e una occidentale di sculare in tanga sulle nostre spiagge.
La sola ragione ragionevole per vietare il burqa attiene alla sicurezza, alla possibilità di identificare una persona attraverso il suo volto. Ma allora bisognerebbe proibire anche i caschi da motociclista. Qualcuno afferma che il divieto del burqa è uno strumento per favorire l’integrazione. Ma l’integrazione non si ottiene a botte di divieti, che anzi, di solito, sortiscono l’effetto contrario, di ribellione. E, anche qui, l’integrazione è una possibilità, non un obbligo. Sempre che rispetti le leggi del Paese di cui sono ospite io ho il diritto di preservare intatta la mia identità, le mie tradizioni, i miei costumi senza contaminarli con quelli altrui. Ha detto molto bene, sintetizzando, Antonio Di Pietro: «Il burqa come strumento di costrizione è una gabbia, come libera scelta è un diritto individuale». www.massimofini.it
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PARIGI PRONTA A VIETARE IL BURQA
da “la Stampa” del 26/1/2010
La commissione del Parlamento: «Il velo offende i valori francesi»
PARIGI – La Francia è ad un passo dal vietare il burqa negli uffici e nei trasporti pubblici. La commissione ad hoc istituita dal Parlamento per studiare il fenomeno ha consegnato oggi il suo atteso rapporto, raccomandando di vietare il velo islamico che copre interamente il volto delle donne, negli ospedali, nei trasporti, negli uffici statali e nei dintorni delle scuole. «La dignità della persona e l’uguaglianza assoluta tra l’uomo e la donna» sono valori essenziali della Francia, ha ricordato oggi il presidente Nicolas Sarkozy, da sempre favorevole al divieto. Ed invece il velo integrale, è scritto nel rapporto, «offende i valori della Repubblica», è una pratica «inaccettabile» che minaccia «la dignità della donna».
Per la commissione, che ha avanzato in tutto 18 proposte, bisognerebbe adottare una risoluzione (non giuridicamente vincolante) che «proclami che tutta la Francia dice no al velo integrale e chiede che questa pratica sia proibita sul territorio della Repubblica». Consiglia poi il varo di una «disposizione» che vieti di «dissimulare il viso nei luoghi pubblici». «Le persone – si legge – saranno non soltanto costrette a mostrare il volto all’ingresso degli uffici pubblici, ma anche durante la loro permanenza». Tra le proposte, anche una modifica alla legge sul diritto d’asilo degli stranieri che vieti il permesso di soggiorno a quanti manifestano pratiche religiose estremiste.
Il clima non era disteso oggi in Parlamento, dove la scelta dello strumento giuridico da usare non vede d’accordo la maggioranza e divide anche i socialisti. Alcuni deputati della destra hanno denunciato una «legge a metà». Ma un divieto totale potrebbe porre di fatto dei problemi giuridici: Parigi rischierebbe una censura del Consiglio costituzionale e una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il rapporto di 200 pagine comunque conclude sei mesi di lavori della commissione presieduta dal deputato comunista Andrè Gerin, ma non chiuderà gli accesi dibattiti e le polemiche su un tema caldo in Francia, dove vivono circa sei milioni di musulmani. La legge non andrà probabilmente in discussione prima delle elezioni regionali di marzo e riguarderebbe solo una minoranza di persone.
Sono meno di 2.000 le donne a portare il velo integrale, burqa o niqab, in tutto il paese. Ma i due terzi dei francesi vorrebbero vederlo abolire ovunque, anche nelle strade. Le tensioni poi restano tante. A dimostrarlo ancora oggi le minacce di cui è stato vittima l’imam della moschea di Drancy, Hassen Chalghoumi, personalità aperta al dialogo interreligioso e favorevole alla legge anti-burqa. Ieri sera un commando di un’ottantina di persone ha fatto irruzione nella sua moschea e gridato insulti e anatemi davanti a 200 fedeli.
I toni del rapporto di oggi restano prudenti. La commissione non si spinge fino a proporre una «legge generale e assoluta». Mancava, spiegano, il consenso «unanime» del gruppo. Certo il divieto gode dell’appoggio del presidente Nicolas Sarkozy che mesi fa lanciò una frase diventata celebre: «Qui il burqa non è benvenuto». Per ribadire la sua posizione, Sarkozy ha scelto di visitare la sezione musulmana del cimitero di guerra Notre-Dame de Lorette: «Non lascerò mai – ha detto – che i cittadini musulmani di Francia siano stigmatizzati».
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IO, CON IL BURQA NELLE VIE DI MILANO
di Zita Dazzi, da “la Repubblica” del 28/1/2010
Girare per Milano dentro a un burqa è come camminare sott’ acqua. Per un intero pomeriggio ho passeggiato per il centro della città con addosso il niqab prestato dalla moglie di un imam della moschea di via Quaranta. Nei giorni in cui la Francia si prepara a vietare il burqa, si scopre che anche da noi, vestiti in quel modo non si fa molta strada. Nemmeno in una grande città come Milano.
Non si può prendere un libro in prestito in biblioteca, non si può entrare all’ anagrafe comunale. E se ci si avvicina al palazzo di giustizia, scattano tutti i dispositivi di sicurezza. La passeggiata inizia alle 14.30. La prima tappa è la moschea alla periferia sud dove l’ imam Ali Sharif mi procura un abito nero lungo fino ai piedi, col copricapo che usano le donne in tanti paesi islamici. Tessuto sintetico, tre strati di nylon sovrapposti, taglia abbondante e un ricamo floreale marrone sul petto.
La cosa più difficile è capire come indossare il velo, con un cordino da legare dietro alla nuca e una stretta fessura che lascia appena una feritoia per gli occhi. Il tassista a cui chiedo di accompagnarmi in centro non fa una piega: «C’ è qualche collega che magari non l’ avrebbe caricata. Ma io mi fido, ogni tanto mi è capitato di portare donne del suo paese», mi spiega come se tutte le donne velate venissero dallo stesso posto.
Scendo in via Larga, dove si trova la sede centrale dell’ anagrafe. Allo sportello informazioni chiedo dove si rinnova la carta di identità. «Ma lei ce l’ha la residenza?», mi rispondono. Non ho tempo di replicare, perché un commesso mi avvicina con fare deciso: «Lei qui non ci può stare, così vestita». Chiedo spiegazioni. Mi risponde che «queste sono le disposizioni: negli uffici del Comune si entra a volto scoperto e per fare i documenti bisogna farsi identificare e fotografare senza velo». Incasso e mi dirigo verso piazza del Duomo.
Cinque minuti a piedi e sono davanti alla cattedrale. I due vigili che assieme a un militare presidiano l’ingresso di via Santa Radegonda mi squadrano un po’ sorpresi e mi chiedono di aprire la borsa. Poi le porte si aprono. Percorro tutta la navata laterale, incrociando centinaia di persone. Turisti, fedeli. Qualcuno scatta una foto, una signora in pelliccia si ferma davanti a me scuotendo la testa. Ma proseguo la visita indisturbata.
Esco e faccio un giro sul sagrato. Anche qui rimedio qualche foto dei passanti e qualche risata dei ragazzi che siedono sui gradini. Niente di più. Affronto la Galleria, faccio un giro sotto i portici verso corso Vittorio Emanuele. In una gioielleria guardo nelle vetrine orologi e orecchini a pendente. Ma le commesse sembrano non accorgersi della mia presenza, non mi chiedono nemmeno se ho bisogno di qualcosa. Esco e faccio ancora qualche passo.
La gente mi guarda incuriosita, a qualcuno sfugge un sorriso ironico, o di compatimento. Una mamma col passeggino si scosta al mio passaggio. Passo davanti alla biblioteca Sormani in corso di Porta Vittoria. All’ingresso c’ è un addetto molto gentile che si sforza di non sembrare scortese o stupito. Quando gli chiedo come si fa a prendere in prestito un volume, chiama il superiore al telefono. «Può entrare a studiare come e quando vuole. Ma se ha bisogno di consultare uno dei nostri testi o anche solo di andare su Internet dai nostri computer, deve mostrare un documento di identità e farsi identificare». Poi per essere più chiaro: «Voglio dire che deve mostrare il viso, togliere il velo. Se vuole chiamo una addetta donna, per sua riservatezza».
Sono ormai le 16 e spiego che tornerò un’altra volta, senz’altro. Proseguo per la mia strada e arrivo davanti alla grande mole del Tribunale. Mi chiedo quali saranno le disposizioni di sicurezza. Domando a una guardia giurata. Mi indica l’ingresso laterale di via Freguglia. Provare, anche se vedo gli sguardi preoccupati delle persone che incrocio sulle scale. Appena dentro, le guardie all’ingresso si allarmano. Con la massima gentilezza, mi spiegano tutto quel che devo fare. La borsa nella macchina dei raggi X, le tasche da svuotare, il passaggio sotto un altro metal detector. La fibbia della cintura fa suonare l’allarme e quindi vengo sottoposta a un’altra ispezione con lo scanner manuale. «Tutto a posto, signora. Sì, la cancelleria è aperta, ma deve attendere ancora un momento», mi dicono. Li sento comunicare al telefono con qualcuno a cui chiedono: «C’è qui una signora col burqa. Ha fuori solo gli occhi. Che devo fare?».
La donna integralmente velata, anche se parla bene l’italiano e se ha qualche capello biondo che sfugge da sotto il niqab, inquieta. Mi spiegano: «Ci scusi, dobbiamo farla aspettare. Deve parlare con chi ha emesso il “provvedimento”». Dopo circa un quarto d’ora arriva un comandante dei carabinieri, che con tono severo mi apostrofa: «Lei, esattamente, che cosa voleva fare?». Spiego che volevo avere copia di alcuni atti processuali che mi riguardano. Il comandante è lapidario: «Bene. Se vuole quegli atti deve venire un’ altra volta e farsi identificare. Comunque deve venire senza velo. Perché cosìè come se lei mi chiedesse di accedere agli uffici con un casco integrale in testa». Ringrazio e saluto.
Sulla strada del rientro, entro in una boutique in piazza San Babila a vedere i saldi. Le commesse sembrano non vedermi e giro indisturbata raccogliendo solo qualche sguardo divertito. Ma non ho tempo per gli acquisti. Scendo in metropolitana. Linea rossa fino a Cadorna. Nella ressa dell’ ora di punta, nessuno sembra far caso al mio abbigliamento. Anzi, trovo posto a sedere. Propongo di cedere il sedile a una signora anziana, ma lei ringrazia e si allontana.
Quando esco sono davanti alla stazione Nord: un giro lungo i binari. Chiedo dove si acquistano i biglietti del Malpensa Express. Qualcuno ha troppa fretta per fermarsi a rispondere, qualcun altro gentilmente mi indica l’ufficio. Entro ed esco dai negozi, tutti mi guardano e mi rispondono con gentilezza. Così anche sull’ autobus 94 con cui raggiungo Sant’ Ambrogio.
L’ ultima tappa è al supermercato di via Olona. Entro, giro fra i banconi. Chiedo ad altri clienti dove si trova il latte, dove sono le carote. Non incontro diffidenza. Quasi nemmeno sorpresa, anche se mi trovo in un quartiere storico, uno dei più eleganti di Milano. Quando vado per pagare, la cassiera mi sorride addirittura. Come se le facesse piacere, una volta tanto, vedere qualcosa di diverso. – ZITA DAZZI
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FRA LIBERTÀ E SICUREZZA
di Vincenzo Milanesi, da “il Mattino di Padova” del 4/2/2010
Non deve stupire che si sia tornati a parlare, in Francia come in Italia e in tutto il resto del nostro continente, del «burqa» islamico come problema. Due ordini di questioni si mescolano, e conviene tenerli distinti, per non fare pericolose confusioni che avrebbero conseguenze assai gravi. Tanto più in un periodo pre-elettorale, dove confusioni e discriminazioni potrebbero accavallarsi, in nome della ricerca di voti facili.
Un conto, infatti, è ribadire il divieto di portare indumenti che, come il casco integrale o il passamontagna, impediscono il riconoscimento di una persona: è una questione che riguarda la sicurezza di tutti i cittadini, ed è un dovere civico chiedere che non sia mai impedita tale riconoscibilità, per tutela dell’ordine pubblico. Qui si tratta di regolamenti di pubblica sicurezza, e in determinati contesti è difficile negare che la nostra società debba cautelarsi, proprio oggi, a maggior ragione, per cercare di contrastare un terrorismo così aggressivo da rendere giustificabili le procedure che tutti noi vediamo attuate ogni volta che prendiamo un aereo. Ma riteniamo, comprensibilmente, di doverci assoggettare a controlli di vario genere per evitare (o cercare di evitare) il peggio.
Altro discorso è quello che la Francia, ma anche più d’uno qui da noi, apre sul valore simbolico che ha l’usanza di portare un velo anche integrale da parte di donne fedeli alla religione islamica. Su questo piano di discorso, tutto si fa più complesso. E il terreno diventa assai più scivoloso. Certo è che quell’usanza sancisce l’accettazione di una logica di sottomissione della donna: non è una mutilazione fisica, come accade assecondando altre pratiche barbare in uso in culture da cui provengono donne immigrate qui da noi. Ma ripugna al nostro sistema di valori qualunque elemento offenda la dignità della persona umana, tanto più della donna, che anche nella nostra civiltà occidentale ha faticato secoli per ottenere il riconoscimento di una «parità» almeno formale con l’altro sesso.
Qui tocchiamo il punto più delicato del discorso. Siamo sicuri che convenga intervenire con un divieto sancito per legge, con un atteggiamento verrebbe da dire «proibizionistico», in una materia che tocca le coscienze nella loro sfera più intima?
Certo lo Stato deve essere «laico», ma – diciamolo ancora una volta – la laicità è cosa diversa dal laicismo. La tolleranza sul piano religioso si è imposta nella storia europea tra il XVI e XVII secolo come risposta pacificatrice di fronte a guerre sanguinose. E’ nato lo Stato moderno, da quelle guerre. Vogliamo anche oggi altre guerre, meno sanguinose, forse, ma non meno laceranti?
Un divieto rigido, posto con atto normativo, non rischia forse di favorire la crescita di reazioni che rafforzano movimenti fondamentalisti, proprio quelli che pretendono di far diventare dogma quello che tale non è per il credente (o la credente) dell’Islam? C’è invece un grandissimo lavoro da fare sul piano più propriamente culturale, un impegno forte da prendere sul piano del dialogo tra le fedi, per aiutare la religiosità musulmana ad evolvere nella direzione di una lettura del Corano che già ora trova teologi convinti della sua verità, nello spirito del messaggio autentico del Profeta.
Non si tratta dunque di abbassare la guardia per quanto riguarda la sicurezza e l’ordine pubblico, perché tutti i cittadini devono comunque essere tutelati anche con rafforzamenti straordinari di misure ritenute indispensabili. Ma di avere più cautela sul piano culturale prima di sancire condanne, di fronte a scelte della persona (cristiana o musulmana che sia) cui dobbiamo prima di tutto assicurarci, come società, di garantire libertà di coscienza e di scelta, anche rispetto alle loro comunità di riferimento. Senza negare valori davvero universali, nati e sviluppatisi in Occidente, ma non solo. Con una dose supplementare, forse, di umiltà.
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BURQA
da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Con la parola burqa (arabo: برقع, burqaʿ), alcune volte scritta burka) si indica un capo d’abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi di religione islamica, principalmente l’Afghanistan.
Il termine burqa individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato sulla testa, che copre l’intera testa permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all’altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti. L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu, che copre sia la testa sia il corpo. All’altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere senza scoprire gli occhi della donna.
Il Burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1900 durante il regno di Habibullah, che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da non indurre in tentazione gli uomini quando si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Divenne così un capo per le donne dei ceti superiori, in modo tale da essere protette dagli sguardi del popolo. Fino agli anni ‘50 era prerogativa dei più abbienti ma intanto si diffuse in tutto il paese. Successivamente gli stessi ceti elevati iniziarono a non farne più uso, ma nel frattempo era diventato un capo ambito anche dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l’uso alle dipendenti pubbliche. Durante la guerra civile venne instaurato un regime islamico quindi sempre più donne tornarono ad indossarlo fino al divieto assoluto di mostrare il volto a tutte le donne imposto dal successivo regime teocratico dei Talebani.
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LE DUE PARIGI
di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 30/12/2009
PARIGI. Da anni, ormai più di trenta, vivo in bilico tra “due France”. Una schiettamente europea, anche se venata da presenze magrebine e subsahariane, e un’ altra di netto stampo multietnico, dove sembra siano rappresentati tutti i colori dell’umanità.
A volte, in questa seconda realtà parigina, che ho quotidianamente sotto gli occhi, ho l’impressione di essere nel mondo di domani. È stimolante. La sua esuberanza provoca una vampata di adrenalina. Al punto che l’ altra, etnicamente (quasi) uniforme, rischia di apparirmi sbiadita. Molti, lo so, dissentono. Quel che penso li scandalizza.
La Francia (l’ Europa in generale) è traumatizzata dall’ irruzione di una modernità multiculturale e multietnica. Nessuno l’aveva avvertita, preparata a questo brusco cambiamento dei paesaggi urbani e soprattutto alla violenza (io dico esuberanza) che quel mutamento esercita sulle quotidiane abitudini degli indigeni europei. Tu, mi dicono, sei un indigeno europeo che trasferisce la tua professione di voyeur nella vita di tutti i giorni: osservi, sfiori la nuova realtà, l’ idealizzi, non ti ci immergi, non ne sei prigioniero, non la subisci. Sei un privilegiato perché non senti sulla tua pelle le ferite che essa infligge alle nostre società.
Incasso e resto sulle mie posizioni. So che le collettività dinamiche, quelle che contano, che creano, sono le più aperte e capaci di affrontare le difficili conseguenze. La Francia non si è formata come gli Stati Uniti d’America; è un’ antica nazione, forse seconda per età soltanto alla Cina; ma nel quadro di una forte tradizione nazionale ha assorbito, come gli Stati Uniti, continue immigrazioni. Sono tante le nonne o bisnonne polacche, spagnole, italiane, e adesso non sono poche le famiglie miste, franco-arabe e franco-africane.
Le discriminazioni ufficiali del passato hanno lasciato tracce, come scavano risentimenti le discriminazioni illegali ma reali del presente. Neppure gli immigrati europei sono stati risparmiati. Benché adesso venga ritenuta esemplare l’assimilazione degli italiani è stata lunga e dolorosa. Oggi l’ integrazione economica e sociale è spesso bloccata. E di riflesso quella culturale si complica, perché l’esclusione economica e sociale accentua la già forte coscienza musulmana in cui molti immigrati si trincerano.
Ma il meccanismo dell’integrazione, nonostante i guasti, malgrado la sua inefficienza, non può fermarsi perché la modernità multietnica e multiculturale è inarrestabile. Non c’è una linea di demarcazione tra le due immagini parigine, tra le “due France”, a me familiari.
Ma c’ è un muro invisibile, permeabile, che parte da Place Clichy e arriva a boulevard Barbès, percorrendo Pigalle e boulevard Rochechouart, e che avvolge il quartiere della Goutte-d’ Or. E la Goutte-d’ Or impone un momento di raccoglimento: là sono accampati da più di un secolo gli immigrati di turno. Prima i provinciali dell’ Alvernia, della Bretagna, della Savoia, venuti a lavorare nei cantieri della Parigi delle grandi speculazioni edilizie denunciate da Zola e all’ origine dell’ accumulazione capitalistica e della Francia industriale.
Con un secolo d’ anticipo su calabresi, pugliesi e siciliani nella nostra penisola, alverni (auvergnats), bretoni e savoiardi hanno alimentato l’ emigrazione interna francese. Poi sono arrivati belgi, tedeschi, spagnoli, italiani, polacchi. Più tardi sostituiti da cabili e altri magrebini (algerini, marocchini, tunisini), e da senegalesi, camerunesi, antillesi, che adesso abitano la Goutte-d’ Or.
Un’ edicolante di place Blanche dice che gli «algerini sono gli italiani d’ oggi». Più ti inoltri a Nord, oltre quel muro invisibile, e più hai l’impressione di trovarti a Algeri, a Tunisi, a Duala. Se scendi invece verso l’ Operà Garnier, in direzione della Senna, ti ritrovi nella Parigi di sempre.
Ed io abito su questo versante, a ridosso della frontiera immaginaria, nel Nono arrondissement, battezzato “Nuova Atene” nell’ epoca in cui era popolato di scrittori e pittori. Nel quartiere non mancano i “bobos”, i Bourgeois-bohème, come sono chiamati con ironia i borghesi, il cui ritratto social-politico è un mosaico di conformismo e di progressismo, di ecologia e di reminiscenze sessantottarde. I “bobos” votano di preferenza per Cohn-Bendit (Dany il rosso nel maggio ‘ 68) e per l’ ottimo sindaco socialista Delanoë. Anche grazie a loro l’ Hotel de Ville, il municipio della capitale, è di sinistra, mentre l’ Eliseo, il palazzo presidenziale, resta di destra. Di “bobos” se ne incontrano in rue des Abbesses e dintorni. Ossia a Nord del muro immaginario. Sono un’avanguardia non tanto sparuta.
Rue des Abbesses è una delle strade più vive di Parigi. La taglia rue Lepic che sale verso Montmarte. In quell’ area, che per me si estende sino a piazza Charles Dullin, dove c’ è il teatro de L’ Atelier, si realizza un’ integrazione ideale. Quello è un punto di incontro tra le “due France”: dove, in particolare nelle sere di fine settimane, le coppie e le comitive sono un’ espressione dei sacri e non sempre rispettati principi della République.
Assiepate attorno al banco della Mascotte, bar ristorante di rue des Abbesses, ci sono coppie che potrebbero essere algero-bordelesi, normanno-marocchine, ivoriano-bretoni, congoparigine, provenzal-senegalesi. E cosi via. Dai colori dei volti si ha l’ impressione che le comitive siano un riassunto della Terra intera. Non manca qualche cinese o vietnamita. Ma se uno vuole trovare la Cina, e immaginarsi a Shanghai, deve andare alla Porte d’ Italie, all’ altra estremità di Parigi. Lo spettacolo della Mascotte si ripete in tanti altri locali. Può apparire ingenuo, ma è difficile resistere alla tentazione di ricostruire una immagine ideale. Soggettiva ma non per questo irreale.
Circa sette abitanti su cento a Parigi sono stranieri. Ma sono in molti, con sembianze straniere, ad avere cuori e cervelli francesi. E naturalmente ad avere la nazionalità, innestata su un’origine magrebina, africana, asiatica. È spesso un retaggio dell’ epoca coloniale. Le statistiche sono approssimative, poiché è proibito indagare sulla religione e l’ etnia degli individui.
La République è giusta e ambiziosa quando si tratta di principi. Non può essere altrimenti. Per questo la si deve amare, anche quando, nella realtà, la pratica scavalca i suoi sacri principi. Un cisalpino è colto spesso dall’ invidia di fronte a una fermezza tanto razionale e sicura di sé da proseguire imperterrita anche quando è aggirata dalla realtà.
Come altre potenze imperiali, la Francia ha represso e discriminato proponendo al tempo stesso dei valori definiti, con ragione, universali. Ha insegnato ai sudditi coloniali la virtù della ribellione contro l’ ingiustizia e ha represso le loro ribellioni contro le ingiustizie coloniali.
Oggi la République, come il resto dell’ Occidente, stenta a garantire l’uguaglianza degli stranieri davanti alle sue leggi e procedure, e la decretata neutralità davanti alle loro origini al momento dell’ ingresso sul territorio nazionale. Nel rispetto della laicità, che impedisce di catalogare i cittadini secondo la loro religione, le giuste leggi repubblicane non consentono di conoscere l’ esatto numero dei musulmani in Francia.
Si calcola che siano tra i cinque e i sei milioni. Forse meno. Gli islamofobi gonfiano le cifre per spaventare l’ opinione pubblica. L’ Islam è infatti “il” problema. Non a caso la forte presenza di musulmani domina di fatto un dibattito “sull’ identità nazionale” voluto da Nicolas Sarkozy in persona, e accolto, stando ai sondaggi, da una Francia riluttante. Perplessa. L’ iniziativa accende polemiche che slittano spesso in insulti.
Fioccano le accuse di razzismo. Si sostiene che il dibattito solleciti i sentimenti anti-islamici. Nelle riunioni organizzate dalle autorità spesso prevalgono, in effetti, gli sfoghi xenofobi. Il 12 novembre, a La Chapelleen-Vercors, luogo storico della resistenza anti-nazista, presentando il dibattito sull’ identità nazionale, Nicolas Sarkozy ha messo le mani avanti. Ha detto: «Si è francesi perché non ci si riconosce in una razza e ancor meno in una religione». Ma le sue parole non sono bastate e la polemica continua.
Il tema può apparire obsoleto in un’ Europa che dovrebbe darsi un’ identità europea. Ma quest’ultima lascia indifferenti o è impopolare. Nel migliore dei casi provocherebbe sbadigli. La nazione, fonte di tante tragedie, suscita invece -ancora- brividi, emozioni. Il tema dell’ identità nazionale ricorre spesso nella moderna storia di Francia. Alain Finkielkraut, filosofo “antimoderno”, non è stato il solo a evocare Ernest Renan: lo storico e filosofo che in una conferenza del 1882 respinse l’ idea di una nazione basata sulla razza, perché «la storia umana differisce essenzialmente dalla zoologia».
Renan ha definito la nazione come un principio spirituale, come un’ anima composta di due elementi: prima di tutto un ricco retaggio di ricordi, un’ eredità di gloria e di rimpianti da condividere, e poi il consenso nel presente, il desiderio di continuare la vita in comune.
La Francia di oggi, secondo Finkielkraut, sarebbe il teatro di due crisi: dell’ eredità e del consenso. Per quanto riguarda l’eredità dei ricordi e della gloria, un altro filosofo, il marxista Alain Badiou, ha precisato che lui l’ accoglie, l’ assume, quando si tratta della Rivoluzione francese, della Comune, dell’universalismo del ‘ 700, della Resistenza e del maggio ‘ 68. E non quando si tratta della Restaurazione, dei Versagliesi repressori della Comune, delle dottrine coloniali e razziste, di Pétain o di Sarkozy.
Difficile dunque stabilire un’ eredità comune. Ancora più difficile quando si tratta dei francesi musulmani. Lo storico Benjamin Stora, autore di libri essenziali sull’ Algeria, spiega come i giovani di famiglie di origine algerina, pur sentendosi francesi («in modo evidente, naturale e sicuro»), si pongono la questione delle loro radici. Cercano di ricostruire la storia familiare, collettiva, la genealogia personale. La ricerca incontra e si scontra con la storia coloniale, con la segregazione, con il razzismo subiti dai loro nonni e bisnonni e imposti dalla Francia. Incontra anche l’ Islam. Il quale è parte culturale di quel passato.
Il ricorso alla memoria comune di Renan per definire l’ identità nazionale è fragilizzato dal mosaico etnico e religioso creatosi nel frattempo nel paese. La frantumata storia dei cittadini francesi nel XXI secolo non è il solo intralcio al dibattito voluto dal presidente della Repubblica, e lanciato, diretto da Eric Besson.
Besson è alla testa di un nuovo ministero voluto da Sarkozy: il Ministero dell’ immigrazione, dell’integrazione, dell’identità nazionale e dello sviluppo della solidarietà. Il legame tra identità nazionale e immigrazione stabilito da Sarkozy non potrebbe essere più esplicito. Ufficiale.
Trasferito nel dibattito quel legame provoca reazioni molto severe. In un manifesto firmato da ex primi ministri socialisti (Mauroy, Fabius, Jospin), attori (Isabelle Adjani, Jane Birkin), storici (Le Goff), imprenditori (Pierre Bergé della fondazione Yves Saint Laurent) e tanti altri esponenti della società parigina, si definisce senza mezzi termini “razzista” l’ iniziativa Sarkozy-Besson.
La quale tenderebbe a mettere in discussione la legittimità della presenza sul suolo nazionale di intere categorie della popolazione. Il voto degli svizzeri contro la costruzione di minareti ha attizzato (secondo Jean Daniel, all’ inizio non del tutto contrario all’ iniziativa di Sarkozy) il populismo sciovinista in Francia. Perché ha ricordato che non tanto nascosto nel dibattito sull’ identità nazionale c’ è il problema dell’ Islam: «il fantasma che si aggira in Europa».
Di minareti in Francia ce ne sono una decina. E ci sono circa duemila moschee o sale di preghiera, spesso molto modeste. Quasi un francese su due (il 46 per cento) non vuole che si costruiscano altri minareti. Meno numerosi (40 per cento) sono quelli contrari a un aumento, in generale, dei luoghi di culto musulmani. Ma sono almeno la metà (50 per cento) a non approvare il modo in cui si sviluppa il dibattito sull’identità nazionale.
Anche nel partito del presidente (l’ Ump, Unione per un movimento popolare) c’ è inquietudine per la piega che sta prendendo l’ iniziativa di Sarkozy. Più che perplesso si è dichiarato l’ ex primo ministro Alain Juppé, oggi sindaco di Bordeaux, il quale ha definito «detestabile» tutto ciò che può dividere e contrapporre le comunità. Preoccupano i toni razzisti spesso dominanti nelle riunioni organizzate dai prefetti, mobilitati dal governo. Non sono in pochi a pensare che il dibattito abbia fini elettorali, in vista delle consultazioni regionali di primavera. Sarebbe un modo per sottrarre al partito xenofobo (il Front National) uno dei suoi argomenti preferiti. – BERNARDO VALLI
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CAMPANILI E MINARETI - LA MALEDIZIONE DELLE CAPITALI DELLA TOLLERANZA
di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 25/1/2009
Niente rintocco di campane, niente cupole o bronzei portali. In una strada acciottolata semideserta, sotto la collina di Fatih – il quartiere più islamico di Istanbul – negli angiporti del Corno d’ Oro, nulla tranne una piccola targa svela l’esistenza del patriarcato di Costantinopoli e della sua chiesa di San Giorgio del Fanar, schiacciata dalle moschee dominanti sul pendio. Uno spazio mimetico, quasi catacombale e blindato da mura; gli antipodi della potenza marmorea del Vaticano. è qui che abita Bartolomeo I, il Papa d’ Oriente. Fanar è un “Fort Apache” in legno scuro, una robusta villa nello stile del Mar Nero con balconi a veranda. Vi si parla a bassa voce, non per rispetto ma per timore.
Nella penombra punteggiata di candele la comunità si nasconde, celebra i suoi riti facendo meno rumore possibile. Pope, archimandriti e vescovi nerovestiti fanno indecifrabili inchini attorno al Santissimo e due cori maschili costruiscono infinite litanie su un’unica nota baritonale.
Un canto ripetitivo, martellante, quasi militare, ma sommesso; una pallida ombra del fulgore di Bisanzio, la “seconda Roma”, ma pur sempre antico e solenne più di qualsiasi canto cattolico. Bartolomeo l’ho incontrato così, una sera nel suo studio con vista sul Bosforo. M’aspettava seduto sotto un ritratto di Ataturk, con le prime luci di Uskudar che ammiccavano oltremare e i minareti puntati nel cielo viola. Bastò quel ritratto arcigno e quello sfondo a capire la sua solitudine. Il patriarca era il notaio di un’ estinzione. Nella comunità il libro dei morti si riempiva veloce di nomi, mentre quello dei battesimi era fermo da mesi sulle stesse pagine.
Erano stati mezzo milione i greci della “Polis”: ora si erano ridotti a poche migliaia. Mentre dalla vicina chiesa salmodiante salivano parole come “ouranòs”, “martyron”, “angelon”, “pneumatikos lògos”, il patriarca parlò di speranza e di una nuova epoca di libertà. Narrò commosso di una visita alle chiese di Efeso e Smirne ormai popolate di sole rondini. Raccontò della coabitazione con i turchi, del suo buon rapporto col Gran Muftì e della visita imminente del Papa. Splendeva di mitezza, il sole tramontava, i gabbiani facevano un turbine bianco sulla collina di Pera. Nulla diceva che di lì a pochi mesi un prete italiano sarebbe stato ucciso da un giovane fanatico a Trebisonda.
All’ improvviso, il silenzio fu interrotto da un tuono. Era il muezzin che sparava la sua nenia nella sera. Non era il vecchio richiamo polifonico di voci diverse che si disperdeva nei quartieri, ma un canto superumano trasmesso da mille moschee attraverso un unico comando elettronico. I decibel crescevano di mese in mese, in modo proporzionale all’ influenza islamica negli affari dello Stato. E così da Beyoglu, Eyup, Besiktas e Kadikoy l’ onda sonora invase Istanbul, fece scappare i gabbiani e ammutolì il drappello mormorante dei greci.
Mentre la campana taceva, gli altoparlanti di Allah volevano il cielo tutto per loro. Ai tempi del Sultano la convivenza tra chiese e moschee era basata su regole di ferro. Gli edifici di culto cristiani (come le sinagoghe) dovevano essere “discreti”, ben nascosti da mura e non essere visibili dalla strada; soprattutto non potevano avere campanili e cupole. La cupola – presa dal grande modello greco di Santa Sofia, poi trasformata in moschea – era infatti la massima ostentazione di un potere dominante, quello che gli Ottomani ritenevano di avere ereditato in linea diretta da Giustiniano e, prima di lui, da Costantino, Alessandro il Grande e Salomone. La sottomissione era chiara già allora.
Ma Istanbul rimase a suo modo una Gerusalemme e fino a un secolo fa il popolo cristiano poté mantenere nella capitale dell’ impero radici forti fatte di affari, arti, professioni, industria e preghiera. Oggi è tutto finito: subito oltre il Bosforo, comincia il grande silenzio delle campane. Le chiese sopravvissute alle distruzioni di inizio secolo hanno cominciato a chiudere per mancanza di fedeli. Appena restano vuote, arriva un tecnico del comune con l’incarico di piantarci attorno minareti e convertire il vecchio edificio al nuovo culto.
Sarajevo è un altro punto d’ incontro-scontro di fedi, terrasanta di minareti e campanili in competizione sotto un unico cielo. La conobbi una placida notte d’aprile del 1992. C’era la luna, le montagne erano ancora innevate e il fiume scrosciava nella gola piena di luci, ma proprio allora il conflitto che lacerava la Jugoslavia raggiunse il suo baricentro naturale e le prime raffiche partirono mentre la città si svelava ai miei piedi, favolosa costellazione, cesto di diamanti nell’ antro di Alì Babà. Per un attimo mi parve di volarci sopra, come nella storia del Maestro e Margherita di Bulgakov, e feci appena in tempo a capire la stupenda complessità contro cui stava per accanirsi quella guerra, scatenata da sedicenti cristiani contro un pericolo islamico ancora inesistente.
A Sarajevo era meglio di Gerusalemme e l’ equilibrio tra culture era durato più a lungo che in Turchia. Città ex ottomana anch’ essa, aveva accolto gli ebrei sefarditi in fuga dalle persecuzioni della cattolica Isabella di Spagna, ne aveva assorbito lo humor e la cultura, poi aveva costretto cattolici e ortodossi a convivere tra i minareti, sotto il segno imperiale della Grande Porta. La successiva dominazione austriaca l’ aveva spinta verso Occidente, ma senza intaccare la sua pluralità e la Jugoslavia – prima monarchica poi comunista – aveva ibernato in qualche modo i suoi conflitti latenti. L’ unità miracolosa del luogo si avvertiva da mille cose: la speciale rilassatezza nel conversare al caffè, il sovrapporsi delle campane al canto del muezzin, la modernità disinvolta delle donne dagli antichi nomi arabo-turchi, la presenza di un islam gaudente e tutt’ altro che astemio, simile a quello della vecchia Beirut. Oppure la speciale pignatta dove i cristiani evitavano di cucinare maiale per poter offrire la cena a ebrei o musulmani osservanti.
Non esisteva città europea dove campanili e minareti convivessero più naturalmente. E non esisteva luogo dove fosse più plasticamente visibile la menzogna dello scontro di civiltà, così come lo intendono certi truffatori, autonominatisi paladini delle nostre radici cristiane.
Oggi molto è cambiato in peggio. La ricostruzione non è ancora terminata, mezzo Paese non ha di che mangiare, la corruzione dilaga, ma i soldi abbondano per disseminare il territorio di chiese e moschee nuove senz’ anima. L’Erzegovina, in mano agli ultras di Zagabria, è una linea Maginot di campanili fiammanti pronti a lanciare il segnale di una nuova guerra santa. Intanto, attorno a Mostar e Sarajevo si moltiplicano i minareti “missilistici” di stile medio-orientale, acuminati, freddi come tombe ed estranei alla cultura europea. La guerra bastona la gente, ma premia i “chierici”: ed ecco che le montagne pullulano di santi energumeni, francescani armati, pope da combattimento o imam carichi di odio, pronti a sbranarsi in nome dell’ Altissimo.
Dopo la guerra di Bosnia che ha chiuso il secolo, ho viaggiato a lungo per trovare un luogo di coabitazione simile a Sarajevo, un posto non inghiottito dalla corsa alle fedi militanti. C’ era poco o nulla. In Kosovo la Chiesa di Roma approfittava della sconfitta del cristianesimo d’ Oriente (decine di luoghi santi serbo-ortodossi dati alle fiamme per rappresaglia dopo i massacri del ‘99) per soppiantarlo, convertire musulmani albanesi e costruire marmorei campanili estranei alla tradizione del luogo.
Sui monti Rodopi in Bulgaria gli sceicchi rispondevano finanziando moschee in ogni sperduto villaggio della minoranza turca, giocando sul “revival” della fede dopo la stagione dell’ateismo rosso. Solo ad Aleppo avevo trovato uno spiraglio. La città era percorsa da uno scampanio festoso; cortei di bambini attraversavano la strada per la prima comunione; donne velate e ragazze capelli al vento andavano insieme a braccetto all’ ora dello struscio.
Ma soprattutto navate strapiene, più affollate di qualsiasi chiesa italiana, proprio lì tra i minareti, nel cuore della repubblica islamica di Siria. Tra i colonnati tremolanti di fiammelle si levava una preghiera potente come un tuono, e nel rimbombo, nelle facce e nelle pietre c’era una manifestazione tenebrosa del sacro che apriva i chiavistelli di un mistero terribile e portava dritto alla radice abramitica comune. I cristiani si genuflettevano fronte a terra come i musulmani, rammentando agli europei che la prostrazione totale era stata cosa cristiana, atto primordiale più antico dell’ islam.
Se non hai dentro di te nostalgia della Gerusalemme celeste, vano è – specialmente oggi – cercare nella Gerusalemme di pietra una via di fuga dalla demenza dei monoteismi contrapposti. Arrivarci è una cocente delusione. Miagolio nasale di minareti, rintocchi stizzosi di campane, schiamazzo di ebrei alla fine del Sabato, brusio blasfemo di turisti nei luoghi santi, bip di metal-detector all’ingresso del Muro del pianto: la lite condominiale è prima di tutto acustica e genera una cagnara indecente. Il clima è così avvelenato che gli stessi preti cristiani si accapigliano tra loro, persino nel Santo Sepolcro, davanti alla tomba vuota del Dio figlio.
Armeni contro greci, o greci contro se stessi e il loro patriarca. Gerusalemme è una città di pazzi. Solo la notte ti riconcilia col luogo. La grande notte stellata quando tacciono campane e minareti e la collina sembra affacciarsi con le sue luci sul deserto. Allora le mille voci ascoltate nel tuo cammino di ricerca tornano nella memoria. Le litanie in aramaico dei pochi siriaci di Mardin, a picco sulla Mesopotamia. Il commovente salmodiare stonato dei dieci ebrei rimasti ad Antiochia. Il canto sublime di un derviscio cieco in una “tekke” di Istanbul. Il vento sul cimitero di Bistrik, pieno di tombe di guerra, con vista su Sarajevo. Il coro delle russe nella cripta di San Nicola di Bari, imbarco millenario di ogni viaggio in Terrasanta. Solo nel buio, quando dalla valle del Giordano sale profumo di fiori di senape, tutto questo sembra ricomporsi. Nel silenzio del cielo d’Oriente. – PAOLO RUMIZ
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Il Dalai Lama invitato alla Casa Bianca da Obama, nella visita in USA di metà febbraio del leader spirituale tibetano (e l'ira della Cina contro gli Stati Uniti)
Se la Guerra Fredda della seconda metà del secolo scorso vedeva opporsi Stati Uniti e Unione Sovietica, ora i nuovi scenari mondiali vedono quella che già si chiama una “cyber -guerra” (fredda?) tra Stati Uniti e Cina. Dove, appunto, la nuova straordinaria era dell’informazione (libera?) globale è un elemento strategico tanto quanto le aggressive e distruttive armi (come i pericoli, ma anche i possibili vantaggi, dei commerci globali). Gli USA sono, nonostante i momenti di crisi, la grande potenza tecnologica, dell’innovazione (pensiamo al nuovo grande business globale messo in atto in questi giorni con il lancio sul mercato mondiale dell’ultima innovazione tecnologica l’ “iPad” (una tavoletta – computer leggero, che in modo maneggevole usa la rete, la posta elettronica, serve a scrivere testi, è foglio di calcolo, gestisce musica, foto, video, etc.). L’altra potenza, la Cina, un colosso demografico e territoriale, economico e finanziario… in crescita esponenziale (nonostante tutte le contraddizioni, come l’antidemocrazia, l’inquinamento dei propri territori…). E le due superpotenze ora in questi giorni, settimane, mesi, si contrappongono e si affrontano su vari grandi temi: da quello della libertà di informazione negata in Cina (le limitazioni a Google); alle armi vendute dagli USA al “nemico di sempre” dei cinesi che è Taiwan; ai contrasti sui rapporti con l’Iran (la Cina sta adottando una politica di difesa internazionale di questo paese); e infine ad Obama che, in questo momento di contrapposizione tra le due superpotenze, afferma di voler ricevere il Dalai Lama, leader spirituale di quel Tibet integrato alla Cina e in lotta con essa per la sua autonomia politica, culturale, religiosa.
Riportiamo qui alcune analisi di questo contesto di contrapposizione nel G2, cioè tra i due paesi che ora sembrano in qualche modo governare il mondo (con altre potenze di contorno che si affacciano, come l’India, il Brasile, il Sudafrica). E di come questo conflitto viva l’ambiguità di due paesi che hanno entrambi bisogno dell’altro (gli USA usufruiscono della finanza, del credito cinese; la Cina non può fare a meno della tecnologia americana; entrambi, come purtroppo non è accaduto nel dicembre scorso a Copenaghen, devono -dovrebbero- farsi carico dei grandi problemi della pace mondiale e dell’ambiente, come il clima). Su tutto si sente la “sparizione” dell’Europa, di ogni suo peso geopolitico sul pianeta, e questo è un avvenimento storico del tutto nuovo: l’Europa era sempre stata (bene o male) al centro dell’attenzione mondiale. Anche quest’ultimo elemento (della crisi europea) è comunque un segnale che il processo di riforme radicali vere, concrete, nel “micro” e nel “macro”, a partire dai nostri territori fino ad interessare il contesto generale europeo, sono necessarie per un rilancio di un’idea di Europa che serva allo sviluppo della pace e del benessere del pianeta (ed è comunque disarmante che nella prossime elezioni regionali non si accenni minimamente a idee e progetti nuovi).
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Per l’annunciato incontro tra Obama e il Dalai Lama cresce la tensione tra Cina e Stati Uniti
da “L’Osservatore Romano” del 3/2/2010
Pechino, 3 febbraio. Cresce la tensione tra Washington e Pechino: la Cina ha lanciato un nuovo monito sull’incontro tra Barack Obama e il Dalai Lama, dopo che la Casa Bianca ha confermato che il presidente degli Stati Uniti vedrà il leader spirituale tibetano, forse già questo mese.
Il ministero degli Esteri di Pechino ha fatto sapere che il presidente cinese, Hu Jintao, ha chiesto personalmente a Obama di non incontrare il Dalai Lama e ha ribadito che il Governo cinese “è risolutamente contrario a qualsiasi contatto tra il presidente degli Stati Uniti e il Dalai Lama con qualsiasi pretesto e in qualsiasi forma”. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Ma Zhaoxu, ha riferito che nell’incontro con Obama del novembre scorso Hu aveva ribadito “la rigida posizione della Cina contraria a qualsiasi incontro di esponenti e funzionari del Governo” con il leader tibetano. Esortiamo gli Stati Uniti – ha sottolineato il portavoce cinese – “a comprendere in pieno l’alta sensibilità della questione tibetana e ad affrontare in modo prudente e appropriato ciò che ne consegue evitando di arrecare ulteriori danni alle relazioni cino-americane”.
Il riferimento è all’annunciata vendita di armamenti statunitensi a Taiwan e alla polemica su Google e la censura su Internet che ha già portato Washington e Pechino ai ferri corti.
Ma nonostante le pressioni della Cina che continua ad ammonire Barack Obama che un incontro con il Dalai Lama sarebbe dannoso per i rapporti tra le due Nazioni, la Casa Bianca ha risposto immediatamente annunciando che il presidente statunitense incontrerà il leader religioso tibetano in occasione del suo prossimo viaggio negli Stati Uniti.
Il portavoce della Casa Bianca, Bill Burton, ha inoltre sottolineato ieri sera che Obama aveva già espresso ai dirigenti cinesi, in occasione del suo viaggio di novembre in Cina, la sua intenzione di incontrare il Dalai Lama. Il leader spirituale tibetano aveva visitato gli Stati Uniti poco prima del viaggio di novembre di Barack Obama in Cina e il presidente americano aveva ritenuto opportuno, per non irritare i dirigenti cinesi, non incontrare all’epoca il Dalai Lama.
L’episodio si inserisce in una situazione di tensione tra i due Paesi per una serie di problemi: dalla censura a Google alla vendita di armi americane a Taiwan. Zhu Weiqun, responsabile del partito comunista cinese per le etnie e gli affari religiosi, aveva affermato, ieri, in una conferenza stampa, che il suo Governo si opporrà con forza a un eventuale incontro tra Obama e il Dalai Lama, che comincerà una visita negli Stati Uniti il 16 febbraio prossimo. Secondo il responsabile di Pechino “i rapporti tra il Governo centrale e il Dalai Lama sono una questione interna alla Cina. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di una forza straniera di interferire con le questioni interne cinesi usando come pretesto” il leader tibetano.
“Il Dalai Lama è un leader culturale e religioso rispettato in tutto il mondo e il presidente Obama si incontrerà con lui in questa veste – ha detto il portavoce della Casa Bianca -. Deve essere chiaro che noi consideriamo il Tibet parte della Cina. Abbiamo comunque preoccupazioni nel campo dei diritti umani sul trattamento riservato ai tibetani. Sollecitiamo il Governo cinese a proteggere le tradizioni religiose e culturali del Tibet. Riteniamo le nostre relazioni con la Cina mature abbastanza per cercare di lavorare insieme sulle questioni di interesse comune, come il clima, l’economia globale, la non-proliferazione, affrontando nello stesso tempo in modo franco i problemi dove non siamo d’accordo”.
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Nel duello di parole tra i Grandi l´America gioca la carta tibetana
Ma l´economia tiene legati i due rivali globali – Google, Taiwan, il protezionismo, lo yuan: ecco le tante spine di un rapporto difficile – La Fed conosce bene la quantità di cambiali che la Banca centrale cinese divora
di Vittorio Zucconi, da “La Repubblica” del 3/2/2010
Il «tango senza amore» fra Cina e Stati Uniti risveglia l´equivoco permanente fra libertà e prosperità, fra economia e democrazia e torna a scuotere, per la terza volta in due settimane, il rapporto di interdipendenza fra di loro. Dopo il caso Google – la libertà di comunicazione – e il caso Taiwan – l´indipendenza della piccola isola – affiora il caso Dalai Lama.
Affiora il caso del diritto di autodeterminazione del Tibet, che Pechino non riesce a reprimere e cancellare. La decisione di Obama, annunciata e ripetuta, di ricevere il leader spirituale e non violento del buddismo tibetano dopo avere detto, nell´autunno scorso, di non volerlo incontrare, ha sollevato la prevedibilissima, e forse voluta dalla Casa Bianca, escalation verbale fra Washington e Pechino perché «minaccia le fondamenta della relazioni fra i due Paesi» e «mette a rischio la fiducia e la cooperazione reciproche».
L´asprezza della reazione cinese a un incontro fra Obama e un personaggio che, come il Papa di Roma notoriamente deriso da Stalin, non possiede divisioni armate, si spiega non tanto con la eventuale visita, che già altri presidenti, compreso George Bush, avevano concesso senza terremoti. Pechino deve avere tratto l´impressione, in queste ultime settimane, che l´Amministrazione americana, in difficoltà, abbia deciso di “giocare la carta cinese” e di fare il viso duro a quella nuova potenza asiatica che resta il «lender of last resort», la banca di ultima istanza per finanziare il mostruoso deficit americano lasciato da Bush e portato da Obama a 12mila miliardi di dollari.
La Cina, con la sua prodigiosa ricchezza finanziaria creata accumulando tonnellate di cambiali americane e europee per sostenere le proprie esportazioni, comincia a sospettare – a giudicare dalle risposte sempre più minacciose dei suoi alti funzionari, ma non ancora dei massimi governanti – che Washington voglia esibire nei suoi confronti quella determinazione, quel polso che Obama non ha saputo mostrare in politica interna e nella estenuante battaglia quasi persa per la riforma sanitaria.
Ricevere il Dalai Lama, che da tempo è una sorta di pungolo che i governi occidentali usano per irritare, o per schivare, la collera dei cinesi e per agitare la loro lunga coda di paglia nei confronti del Tibet, non avrebbe provocato questo nuovo scossone nel cosiddetto “G2″, il condominio mondiale sino-americano, se non fosse venuto dopo la difesa di Google e la decisione di vendere armi difensive a Taiwan.
Giocare la “carta cinese” per distogliere l´attenzione interna dalla crisi dei democratici, per ricompattare un partito sull´orlo del collasso nervoso dopo la perdita di elezioni locali e parlamentari e per dare alla propria base elettorale di “colletti blu” senza lavoro l´impressione che finalmente la Casa Bianca si muova, è un bluff nel quale gli Stati Uniti rischiano molto, ma che potrebbe, come tutti i bluff, anche rendere molto. Irritare la Cina, e pungerla dove i suoi nervi sono più scoperti, può essere il classico caso del debitore che fa la voce grossa perché ha troppi debiti e sa che, se non dovesse pagare, sarebbe la banca, e non lui, a essere nei guai e rischiare il crack.
I colossi del G2 sono meno forti e invulnerabili di quanto la ritrovata verve di Obama e le bordate dei cinesi potrebbero far pensare. Nessuno dei due ha davvero interesse a scuotere quelle «fondamenta», come le ha chiamate ieri Pechino, sulle quali si basa il boom cinese la speranza di ripresa americana, segnalata dall´aumento sensazionale del 5,7 per cento del Pil nell’ultimo trimestre e dalla previsione di un’ottima crescita del 2,7 nel 2010. La chiusura del rubinetto del credito agli americani avrebbe un effetto devastante sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, che sono indispensabili a una Cina che ha, nella relativa modestia del proprio mercato interno rispetto all’immensa capacità industriale, il proprio tallone d´Achille.
Il mercato interno della Repubblica popolare non può sostituirsi, per ora, ai consumatori americani. Viceversa il Tesoro americano e la Fed sanno bene che nessun’altra nazione, neppure l’India, può digerire la quantità di «american paper», di cambiali che oggi la Banca centrale cinese divora. Mentre sullo sfondo, Washington fa capire che potrebbe ricorrere a una stretta protezionistica, se lo scandalo della valuta cinese manovrata al ribasso non dovesse mitigarsi.
Il G2, il tango fra Cina e Usa, non è una danza d’amore, è un ballo d´interessi nei quali entrambi giocano a staccarsi e a riavvicinarsi, a volte soltanto per prendere fiato. La Cina deve protestare in maniera veemente, per il nazional-comunismo che anima i suoi dirigenti e dà a loro, nell’epoca del post-comunismo globale, l’unica vera legittimazione politica popolare. L’America di Obama deve usare la “carta cinese” per dimostrare che il Presidente non ha perduto quello slancio ideologico e quella promessa di cambiare tono internazionale che fecero tanta parte del suo appeal.
Google, Taiwan, il protezionismo, lo yuan e Sua Santità senza cannoni, il quattordicesimo Dalai Lama in esilio, sono le mosse che i due giocatori compiono, consapevoli che nessuno dei due può davvero staccarsi dall´altro senza cadere.
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Cina, Usa, Taiwan e armi: nuovi sintomi di una malattia cronica
di Alessia Virdis (da LIMES, rivista italiana di geopolitica)
La nuova partita tra Pechino e Washington non si gioca nello stretto di Taiwan, bensì a Teheran. Il dettaglio del pacchetto da circa 6,4 miliardi di dollari di forniture militari americane a quella che la Cina considera una provincia ribelle. Ora gli Usa non possono apparire deboli nei confronti della Repubblica popolare.
A una prima analisi, nelle ultime tensioni tra Cina e Stati Uniti sull’affaire Taiwan, sembra riproporsi un copione già visto. Ma, leggendo gli eventi da una prospettiva più ampia, questa volta la partita tra Pechino e Washington non si gioca nello stretto di Taiwan, bensì a Teheran. E i toni si fanno più duri. Si minacciano ritorsioni.
Le forniture militari da parte degli Stati Uniti a Taiwan hanno sempre suscitato le ire di Pechino. L’isola è per la Repubblica Popolare una provincia ribelle, un «affare interno», una questione di «sovranità». Contribuire all’ammodernamento a scopi difensivi delle forze di Taiwan significa, nell’ottica di Pechino, sconfinare in un territorio molto delicato e non rispettare i “patti”.
Dopo la notizia della volontà della Casa Bianca di far arrivare sull’isola 6,4 miliardi di dollari di forniture militari, tra missili e elicotteri Black Hawk, Pechino non poteva non farsi sentire. E, questa volta, ha scelto di alzare i toni. Soprattutto perché solo pochi giorni prima dell’annuncio, Hillary Clinton aveva avvertito la Cina parlando di rischio di isolamento diplomatico se la Repubblica Popolare non si esprimerà a favore di nuove sanzioni contro Teheran per il suo programma nucleare. A Pechino, l’occasione per reagire a quel discorso è stata servita su un piatto d’argento, mentre il Consiglio di sicurezza pensa a una nuova risoluzione.
12 missili antinave Harpoon (37 milioni)
60 elicotteri Black Hawk UH-60M (3,1 miliardi)
equipaggiamenti per le comunicazioni militari (340 milioni)
2 cacciatorpediniere classe Osprey (105 milioni).
Ed è forse più “comodo” far riemergere le divergenze tra Cina (dialogo e negoziati per risolvere la questione iraniana) e Stati Uniti (sanzioni) con il “pretesto” della vecchia questione delle forniture militari a Taiwan. Ed è forse più “comodo” per Pechino impuntarsi sul dossier nucleare di Teheran con il “pretesto” del caso Taiwan e continuare a tenere da parte i propri interessi reali.
Sdegno da una parte per la decisione “sbagliata” dell’Amministrazione di Barack Obama di seguire le orme del predecessore George W. Bush e rammarico dall’altra parte per le ritorsioni annunciate si sono susseguiti a distanza di poche ore. Parole, per ora.
Per decenni Taiwan è stata il grande ostacolo nelle relazioni tra la Repubblica Popolare e gli Stati Uniti. Sulla base del recente disgelo con la Repubblica di Cina, dopo l’elezione di Ma Ying-jiu, il presidente amico di Pechino, la Repubblica Popolare aveva costruito il riavvicinamento con Washington. Le forniture militari all’isola sono una malattia cronica per le relazioni sino-statunitensi, con il Pentagono che, da sempre, solleva dubbi sulla trasparenza delle spese militari cinesi e la Casa bianca sostenitrice della politica di un’unica Cina, ma allo stesso tempo intenzionata a rispettare il Taiwan relations act del 1979.
Dietro alla questione di Taiwan, vi sono dossier scottanti, oltre all’Iran, ad esempio, la Corea del nord. Pechino è consapevole di avere carte da giocare, alza la voce con Washington, che le ha appena ricordato che potrà essere sottoposta a «molte pressioni» (parola della stessa Clinton) se non «riconoscerà l’impatto destabilizzante» che il programma nucleare di Tehran potrebbe avere sulla regione del Golfo.
La notizia della volontà statunitense di fornire missili, Black Hawk e cacciamine all’isola arriva sulla scia di una serie di tensioni. Il braccio di ferro per il caso Google, le questioni per la libertà di espressione e i diritti umani, gli attriti per il valore dello yuan, i dazi e l’imminente incontro tra Obama e il Dalai Lama fanno parte del quadro e non sono solo lo sfondo.
I toni cinesi si sono fatti, non a caso, più duri. Dietro alle parole c’è una leadership che vuole affermarsi come guida di una grande potenza mondiale, ma che è anche ben consapevole delle sue debolezze, soprattutto sul fronte interno. Tibet e Xinjiang sono da sempre fonte di preoccupazione per la stabilità interna. Taiwan è una questione di legittimità interna e importanza strategica.
L’annuncio da parte di Pechino di ritorsioni, di “sanzioni” verso le aziende statunitensi che saranno coinvolte nelle nuove forniture alla Repubblica di Cina è un gioco al ricatto per ricordare il proprio peso, in un momento particolare. Quasi lo stesso copione, pur se con ripercussioni diverse, di quando la Repubblica popolare decise di annullare un vertice con l’Unione Europea dopo un incontro tra Nicolas Sarkozy e il Dalai Lama. Sul Tibet, come su Taiwan, Pechino ha sempre avuto una posizione coerente.
La protesta formale, la sospensione dei rapporti militari e delle consultazioni sulla sicurezza strategica con Washington servono anche a vedere cosa farà il Congresso, che ha 30 giorni di tempo per bloccare la commessa. Cosa farà tenendo conto, tra l’altro, che Pechino ha un ruolo di primo piano nel dossier iraniano.
Gli Stati Uniti considerano le forniture militari all’isola un contributo alla sicurezza e alla stabilità nello Stretto. L’ultimo round di consultazioni tra Pechino e Washington in materia di sicurezza risale allo scorso luglio, prima della visita di Obama nella Repubblica Popolare e dopo che gli incontri erano stati sospesi in seguito all’annuncio da parte dell’Amministrazione Bush di un pacchetto da 6,5 miliardi di dollari per Taiwan.
Nelle nuove forniture militari non rientrano caccia F-16 e sottomarini a propulsione diesel-elettrica che avrebbero potuto avere serie ripercussioni negative sui rapporti tra Pechino e Washington. Per Taiwan i costi non sono irrilevanti, soprattutto per i sottomarini. E alla Casa bianca non sfugge l’osmosi che la lega alla Cina, tra i principali creditori degli Stati Uniti.
I rapporti economici e la “cooperazione” nelle questioni regionali e globali sono più importanti, per entrambi, rispetto a una malattia cronica. Washington non deve apparire debole di fronte a Pechino. La Cina deve dimostrare la sua importanza a livello globale e mantenere fermo il punto sulle questioni che le stanno a cuore. L’Iran, per primo, sta nel mezzo..
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Il mondo al tempo del G2
Gli Interessi Divergenti dei due Giganti
L’ alleanza La potente alleanza scricchiola, ma l’ Europa non è in grado di approfittarne
di Franco Venturini, da “il Corriere della sera” del 31/1/2010
Ieri la Cina ha minacciato gli Stati Uniti di pesanti contromisure se Washington venderà altre armi a Taiwan. Ventiquattro ore prima, da Parigi, Hillary Clinton aveva avvertito che Pechino si isolerebbe opponendosi alle sanzioni anti-Iran. E se andiamo ancora un po’ a ritroso troviamo le roventi polemiche sulle limitazioni che i cinesi impongono a Google, i contrasti commerciali, il giro di vite contro i dissidenti cinesi che mette in grande imbarazzo Obama così come la prima fucilazione (per traffico di droga) di un occidentale in Cina.
Domanda: è questo il G2 che non fa dormire l’ Europa, che dovrebbe decidere le cose del mondo trasformando in comparse gli altri attori internazionali a cominciare dai più vecchi e collaudati amici dell’ America? Forse la realtà ci suggerisce un approccio più equilibrato, e anche più complesso, della nostra semplicistica nevrosi da G2.
Beninteso, l’enorme potenziale dell’ alleanza cino-americana non è una invenzione. La crisi economico-finanziaria ha accelerato l’ascesa della Cina, che continua a crescere al 10 per cento l’ anno e con la sua domanda interna è diventata un sostegno indispensabile per l’ Occidente in difficoltà. Se non si verificheranno incidenti di percorso (surriscaldamento?) l’ economia cinese sarà tra un ventennio la prima al mondo, ma già oggi, detenendo un grossa fetta del debito pubblico statunitense, Pechino può contare su una notevole capacità di influenza. O se vogliamo di ricatto.
È giusto aggiungere che un evidente vantaggio di peso specifico, gli uni nel mondo sviluppato e l’altra nel mondo emergente, fa sì che Usa e Cina siano in grado di sbaragliare qualsiasi resistenza quando i loro interessi, come è accaduto alla conferenza sul clima di Copenaghen, coincidono nell’essenziale. Ma l’interrogativo che la cronaca ci suggerisce è proprio questo: quanto, e quanto spesso, gli interessi americani e cinesi coincideranno?
Abbiamo citato soltanto alcuni esempi di un dissenso che può diventare strategico (lo è sull’Iran, e non va sottovalutato il contrasto sul mondo di Internet). Non basta. Nel fallimentare viaggio compiuto lo scorso anno a Pechino, Obama voleva strappare un maggior impegno cinese in Afghanistan. Risposta picche. E beninteso voleva convincere i suoi interlocutori a una meno rigida politica monetaria. Altra risposta picche, questa scontata.
Oggi siamo ben oltre: la Clinton avverte che le relazioni bilaterali «potrebbero soffrire», Pechino risponde che «la cooperazione sui temi più importanti» è passibile di revisione. E se la Cina si opporrà davvero alle sanzioni contro Teheran, o, peggio, fornirà agli iraniani quella benzina che l’Onu progetta di tagliare, i malumori tra Washington e Pechino potrebbero crescere ancora di tono e diventare scontro.
Cosa resta, allora, del G2? Molto, ma non tutto quello che era stato previsto e temuto. La dialettica animata e non sempre amichevole tra America e Cina lascia spazio ad altri (l’India, il Brasile, forse la Russia) e fa apparire sempre più ragionevole, nella corsa alla leadership della nuova governance mondiale, l’ assetto disegnato dall’ ex consigliere della Casa Bianca Brzezinski: un gruppo di 5-6 Stati con al suo interno una rete di rapporti bilaterali a cominciare da quello cino-americano. Il che è cosa ben diversa dall’ iniziale spauracchio di un G2 dominatore assoluto.
L’ Europa ha dunque motivo di consolarsi? Tutt’ altro. Per il semplice motivo che se il possente G2 scricchiola, bisognerebbe essere pronti ad approfittarne, a entrare almeno nel girone di quelli che contano e a diventare interlocutori unitari tanto degli Usa quanto della Cina. Speranza che, sino a oggi, si è rivelata altisonante quanto infondata. (Franco Venturini)
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L’unità di tutte le scienze è trovata nella geografia. Il significato della geografia è che essa presenta la terra come la sede duratura delle occupazioni dell’uomo. (John Dewey)
Alle elementari avevo un maestro che insegnava geografia e che tirava giù una carta geografica del mondo davanti alla lavagna. Avevo un compagno di classe al sesto anno che un giorno ha alzato la mano e ha indicato la costa orientale del Sudamerica; poi ha indicato la costa occidentale dell’Africa e ha chiesto: «Sono state mai unite?». E il maestro ha risposto: «Certo che no, è una cosa ridicola!». Lo studente cominciò a fare uso di droghe e sparì. L’insegnante è diventato consigliere scientifico dell’attuale amministrazione (ndr Bush). (dal film documentario statunitense del 2006 “Una scomoda verità”, diretto da Davis Guggenheim).
Nella mia geografia ancora sta scritto che tra Catanzaro e il mare si trovano i Giardini delle Esperidi. (George Robert Gissing, da Sulle rive dello Jonio).
L’arma del giornalista è la penna o la macchina da scrivere. L’arma del giornalista sotto vetro smerigliato è la bacchetta o la carta geografica. (Sergio Saviane).
Lungo la costa dell’Africa del Sud-Ovest, delimitato da montagne di origine vulcanica da una parte e dall’Atlantico dall’altra, si stende uno dei più antichi e selvaggi deserti della terra. I geografi chiamano questa zona la Costa degli Scheletri, perché le sue spiagge sono disseminate dei relitti delle navi che vi hanno fatto naufragi. (Ronald Schiller da “Nel mondo dei diamanti”).
A partire dal settembre 2010, secondo le intenzioni del Governo ed in assenza di ulteriori sviluppi, dovrebbe prendere il via la riforma della scuola superiore.
In tal senso il Ministero della Pubblica Istruzione ha predisposto degli appositi siti web per comunicare la riforma dei Licei, degli Istituti Tecnici e dei Professionali.
Nell’intento di fornire una informazione chiara, trasparente e per quanto possibile completa, segnaliamo i tre DPR sopra menzionati appositamente recuperati dal sito del Senato e pubblicati su Scribd.
Da informazioni che abbiamo raccolto su internet, sappiamo che i quadri orario allegati ai suddetti DPR sono stati ulteriormente aggiornati la settimana scorsa, purtroppo in senso peggiorativo. La Gilda degli Insegnanti di Venezia ha messo a disposizione tali versioni “ufficiose” dei quadri orario per i Licei – che al 95% pare costituiranno le versioni definitive – oltre a delle note che aiutano a comprendere le modifiche introdotte.
Di seguito riteniamo utile riportare sinteticamente le cifre riguardanti la riduzione della Geografia alle scuole superiori, confrontando le ore attualmente insegnate con quelle previste dalla riforma Gelmini. Innanzitutto è utile ricordare come questa riorganizzi i Licei, i Tecnici e i Professionali, tentando di razionalizzare la pletora di sperimentazioni che sono state attivate grazie all’autonomia della quale godono le singole scuole. Intento meritorio certamente, ma difficilmente potrà sfuggire il reale obiettivo del Governo, ovvero la riduzione della spesa nella scuola mediante la drastica riduzione del monte ore di circa il 5% sul totale. Riduzione che ovviamente va a colpire alcune materie, tra queste la Geografia e le Scienze.
Per quanto riguarda i Licei, la situazione sembra in verità ancora molto confusa. Sul sito del Ministero i quadri orario del Classico, delle Scienze Umane e del Linguistico mantengono ancora la Geografia con 2 ore a settimana nel biennio, mentre quella ufficiosa diffusa dalla Gilda la vede accorpata alla Storia. Per lo Scientifico e tutti gli altri indirizzi invece l’accorpamento è cosa certa.
Questa operazione ridimensionerebbe dunque la Geografia dalle attuali 2 ore settimanali nel biennio a una condivisione con la Storia, a discrezione dell’insegnante.
La situazione diventa drammatica invece per gli Istituti Tecnici, con una pressoché totale scomparsa della Geografia che non avrà il “paracadute” dell’accorpamento come accade nei Licei. Attualmente questa viene insegnata per 3 ore a settimana nel biennio degli Industriali e 6 e 4 ore rispettivamente nel biennio degli Aeronautici e Nautici, mentre sparirà totalmente nella riforma Gelmini.
Negli Istituti del settore Economico la Geografia viene attualmente insegnata per 6/8 ore nel triennio a seconda degli indirizzi dei Tecnici Commerciali e Turistici. La riforma Gelmini, invece, ne prevede 6 di ore nel biennio, più altrettante nel triennio dell’indirizzo Turismo. Apparentemente una situazione migliorativa, ma si tratta dei quadri orario ufficiali, non sappiamo cosa è previsto in quelli che sono stati modificati la settimana scorsa.
E’ in questo contesto che vogliamo segnalarvi l’appello in favore dell’insegnamento della geografia, che, se vorrete, potete sottoscrivere.
Non vogliamo convincere nessuno dell’importanza dell’insegnamento della geografia. Non è necessario.
Vogliamo parlare dello studio della geografia come disciplina che educa alla libertà.
Il cuore di questa materia non risiede nell’indicazione della superficie di uno Stato, nel tratto dei rilievi montuosi o nell’elencazione delle principali città.
Noi crediamo che il cuore dell’insegnamento della geografia risieda nelle danze dei Dervishi, nelle rotte letterarie tra Melville e Kerouak e nei viaggi dei grandi esploratori, nel comprendere come si evolva l’avanzata dei talebani nel nord del Pakistan ovvero di come sia cambiata nel tempo la dislocazione delle forze statunitensi in Iraq, nella musica ascoltata e suonata dai popoli, nelle immagini di luoghi remoti, ma anche quali siano i problemi del proprio quartiere.
Tutto questo vuol dire apprendere la geografia: una scienza che dalla morfologia terrestre giunge a disegnare i tratti dell’uomo che la abita.
Ed è per questo che l’importanza di questo appello non si risiede solo in un mero calcolo matematico delle ore da dedicare nelle scuole allo studio della geografia, ma anche nella qualità didattica dello studio di questa materia che apre gli orizzonti, è il caso di dire, degli studenti ed educa il loro cuore e la loro mente alla conoscenza del diverso, alla comprensione delle proprie origini e del proprio territorio, delle realtà sociali, economiche e politiche che ci circondano cui nessuno può dirsi estraneo se vuole vivere una esistenza libera e, perché no, anche avventurosa e coraggiosa, come ognuno di noi si augura essere la vita propria e dei propri figli.
Non siamo da soli, ma insieme a:L'articolo L’unità di tutte le scienze è trovata nella geografia è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.
L'unità di tutte le scienze è trovata nella geografia. Il significato della geografia è che essa presenta la terra come la sede duratura delle occupazioni dell'uomo. (John Dewey)
Alle elementari avevo un maestro che insegnava geografia e che tirava giù una carta geografica del mondo davanti alla lavagna. Avevo un compagno di classe al sesto anno che un giorno ha alzato la mano e ha indicato la costa orientale del Sudamerica; poi ha indicato la costa occidentale dell'Africa e ha chiesto: «Sono state mai unite?». E il maestro ha risposto: «Certo che no, è una cosa ridicola!». Lo studente cominciò a fare uso di droghe e sparì. L'insegnante è diventato consigliere scientifico dell'attuale amministrazione (ndr Bush). (dal film documentario statunitense del 2006 "Una scomoda verità", diretto da Davis Guggenheim).
Nella mia geografia ancora sta scritto che tra Catanzaro e il mare si trovano i Giardini delle Esperidi. (George Robert Gissing, da Sulle rive dello Jonio).
L'arma del giornalista è la penna o la macchina da scrivere. L'arma del giornalista sotto vetro smerigliato è la bacchetta o la carta geografica. (Sergio Saviane).
Lungo la costa dell'Africa del Sud-Ovest, delimitato da montagne di origine vulcanica da una parte e dall'Atlantico dall'altra, si stende uno dei più antichi e selvaggi deserti della terra. I geografi chiamano questa zona la Costa degli Scheletri, perché le sue spiagge sono disseminate dei relitti delle navi che vi hanno fatto naufragi. (Ronald Schiller da "Nel mondo dei diamanti").
La riforma della scuola accantona la geografia, relegandola ad un ruolo marginale e confondendo la cultura con le risposte e le facilitazioni che la tecnologia può dare.
Molti quotidiani si stanno occupando della cosa.
C'è fortunatamente chi ancora considera la formazione degli studenti un piacevole percorso fatto di nozioni e non di bottoni. E c'è fortunatamente chi difende la geografia con passione perchè è per passione che se ne occupa, facendone anche una professione.
L'AIIG, L'Associazione Italiana Insegnanti Geografia, è fra questi e sta raccogliendo firme contro questa iniziativa.
Convinti dell'importanza di fare massa critica invitiamo tutti a sottoscrivere la petizione.
Insieme a:

“Polveri sottili, o particolato, o PM10 è il nome generico che indica tutte le sostanze sospese in aria. Sono polveri sottili, ad esempio, il polline, le spore, il sale marino, la terra alzata dal vento. Ora, a questo insieme eterogeneo di sostanze, da qualche decennio a questa parte – esattamente da quando l’uomo ha rafforzato la propria presenza intrusiva nell’ecosistema terrestre – si è aggiunta tutta una serie di elementi inquinanti, detti antropici, frutto generalmente di combustioni chimiche, quali metalli, solfati, nitrati, ceneri, fibre di amianto, polveri di cemento e carbone. Qui sta il problema: mentre le prime sostanze, quelle naturali, non sono dannose per la salute, anzi in alcuni casi risultano persino benefiche – basti pensare all’aria ricca di iodio nei pressi del mare – le polveri antropiche sono responsabili di patologie acute e croniche all’apparato respiratorio (asma, enfisemi, tumori) e cardio-circolatorio” (dal sito “terranauta.it” e dal Rapporto “Mal’aria 2010” di Legambiente).

Milano
Vi proponiamo qui alcuni articoli che illustrano la situazione assai grave in questi giorni nelle nostre città (ma anche, e forse di più, nei centri medio-piccoli, e tutte le conurbazioni lungo le strade…luoghi questi di cui non si parla, non si fanno rilevazioni…) per ribadire la gravità di un inquinamento atmosferico che è prima di tutto un problema sanitario, di salute individuale delle persone. Secondo il rapporto annuale di Legambiente “Mal’aria 2010” sono più di ottomila le persone che nelle maggiori città italiane muoiono all’anno a causa dell’inquinamento (e nessuno ha criticato o messo in dubbio questo dato incredibile).
In questa nostra premessa (prima della rassegna di dati e il contesto della cronaca di questi giorni) ci preme qui sottolineare un elemento di cui nessuno parla, in merito a uno dei maggiori inquinanti di quest’epoca, appunto le polveri sottili. Cioè che queste polveri inquinanti si trovano anche in luoghi non densamente abitati e/o trafficati. Che particolari condizioni geomorfologiche, atmosferiche, dei venti, portano ad alte concentrazioni anche in zone di (relativa) campagna (come in certe zone dell’alta pianura veneta). E che nelle città, dove il contesto è più grave, originato dal forte traffico veicolare, oltre a misure più psicologiche che risolutive (la riduzione del traffico privato veicolare in alcune giornate “quando è possibile” –la domenica…-) e a intenti che poco si realizzano (anzi accade il contrario!) come l’incentivazione dei mezzi di trasporto pubblici…. in questa situazione “bloccata”, di “non cambiamento”, alcuni accorgimenti si potrebbero comunque fare. Infatti uno degli elementi di intensificazione delle polveri sottili non è solo l’emissione dai gas di scarico, ma anche il loro metterle in circolazione nell’atmosfera con l’intenso traffico sulle strade (cioè, per dirla banalmente, il sollevamento continuo, costante, della polvere).
In molte città europee il fenomeno delle polveri sottili, dell’inquinamento atmosferico, viene limitato con il lavaggio quotidiano delle strade (se andate a Parigi, e passeggiate alle sei del mattino, vi può capitare che vi arrivi, in strada e sul marciapiede, una piccola onda d’acqua fatta defluire dai tombini…). Le città italiane (anche e particolarmente quelle medio-piccole sono sporche e polverose; specie le strade, i marciapiedi (quando ci sono, quest’ultimi…). Un lavaggio costante, o una pulitura, un’aspirazione delle polveri (quest’ultimo caso quando l’acqua è difficile da usare, nei momenti di particolare freddo, a temperature sotto lo zero… ma il fenomeno delle Pm10 è oramai di tutte le stagioni a bassa piovosità…) organizzata costantemente sarebbe già un motivo di affrontare concretamente le emergenze (fermo restando che la riduzione degli inquinanti, dal traffico automobilistico alle emissioni pulite dei riscaldamenti domestici, è misura prioritaria).
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L’ITALIA DELLE POLVERI SOTTILI
(da “Terranauta.it) Le polveri sottili superano ormai costantemente i limiti imposti per legge in molte delle nostre città. Cerchiamo di capire cosa sono, come mai sono nocive e soprattutto perché nessuno fa niente per tutelare la nostra salute.
Il 2010 è iniziato all’insegna dell’inquinamento da polveri sottili. In molte città italiane, i limiti imposti per legge sono stati superati più volte già in questi primi giorni – a Milano 12 volte nei primi 20 – mentre il dossier di Legambiente “Mal’aria 2009” presenta dati non certo confortanti: nell’anno appena trascorso solo 31 città sulle 88 monitorate sono risultate in regola.
Si riaccende dunque un dibattito annoso, in cui gli interessi economici e politici giocano un ruolo fondamentale e tendono spesso a minimizzare il problema. Emblematico, in tal senso, è il caso di Pozzallo (Corriere di Ragusa, 14/01/2010), comune in provincia di Ragusa in cui è attivo un cementificio accusato da molti di immettere nell’aria polveri dannose. Indizi a suo carico sono l’incidenza di tumori molto elevata ed una strana patina che si deposita sulle auto parcheggiate proprio nei pressi dello stabilimento, assai difficile da lavare via. Un caso per cui sembrerebbe superfluo l’intervento di Sherlock Holmes. Ciononostante il sindaco, continua a difendere a spada tratta lo stabilimento accusando piuttosto chi diffonde “falsi allarmismi”.
Si capisce quindi che in un tema così “caldo” non è sempre facile vederci chiaro. Proviamoci, cercando innanzitutto di capire cosa sono le polveri sottili e perché alcune di esse sono dannose per la nostra salute.
Polveri sottili, o particolato, o PM10 è il nome generico che indica tutte le sostanze sospese in aria. Sono polveri sottili, ad esempio, il polline, le spore, il sale marino, la terra alzata dal vento. Ora, a questo insieme eterogeneo di sostanze, da qualche decennio a questa parte – esattamente da quando l’uomo ha rafforzato la propria presenza intrusiva nell’ecosistema terrestre – si è aggiunta tutta una serie di elementi inquinanti, detti antropici, frutto generalmente di combustioni chimiche, quali metalli, solfati, nitrati, ceneri, fibre di amianto, polveri di cemento e carbone.
Qui sta il problema: mentre le prime sostanze, quelle naturali, non sono dannose per la salute, anzi in alcuni casi risultano persino benefiche – basti pensare all’aria ricca di iodio nei pressi del mare – le polveri antropiche sono responsabili di patologie acute e croniche all’apparato respiratorio (asma, enfisemi, tumori) e cardio-circolatorio.
Inoltre tanto più queste polveri sono sottili, quanto più, inalate, penetrano in profondità nell’organismo. Ad esempio delle particelle dal diametro di 10 micron – misura a partire dalla quale si inizia a parlare di polveri sottili – non giungono oltre il setto nasale e la faringe, creando al massimo qualche infiammazione, ma già delle particelle di 2,5 micron (le cosiddette PM2,5) sono in grado di penetrare profondamente nei polmoni creando danni ben più gravi. Le nano polveri infine, con diametro dell’ordine di grandezza dei nanometri, arrivano addirittura a penetrare nelle cellule.
Quindi è accertato che più le polveri sono sottili più sono dannose per la nostra salute. Proprio qui sta il problema maggiore. Le nostre città infatti sono già sature di polveri sottili, emesse per la maggior parte da automobili, stabilimenti industriali e inceneritori. Ma nelle nostre città avvengono anche migliaia di combustioni al giorno, dalle più grandi alle più banali, come quelle delle comuni caldaie domestiche. Tali combustioni, filtrando l’aria, assottigliando sempre di più le polveri in essa presenti; risultato, le polveri diventano sempre più sottili.
L’unica soluzione per liberarci del problema, come spiegava eloquentemente Stefano Montanari in una intervista di circa un anno fa, è smettere di produrle. Ciò vuol dire ripensare il nostro stile di vita, perché le polveri sottili non sono la conseguenza di un fenomeno singolo ed isolabile, ma di processi complessi e intrecciati che stanno alla base della nostra società. Sono la coscienza sporca della società, depositata come fuliggine in ogni suo strato, volatile ed invisibile, ma tangibile nei suoi effetti disastrosi.
Dai mezzi di trasporto ai metodi di gestione dei rifiuti, passando per la produzione di energia, tutto si deve cambiare. Le soluzioni non mancano e sono note a tutti: esistono decine di metodi efficienti per produrre energia pulita, mentre la politica dei rifiuti zero si è dimostrata applicabile anche alle grandi metropoli come Los Angeles. Ciò che manca, a detta della classe politica, sono i soldi per metterle i pratica. Ma i soldi non mancano quando si tratta di realizzare progetti inutili o inefficienti come l’ormai cabarettistico ponte sullo stretto o i treni ad alta velocità.
Allora cos’è che impedisce di attuare misure tese a tutelare gli interessi di tutti? Cosa ci vieta di agire sulla causa piuttosto che sull’effetto, dunque adottare uno stile di vita più sano piuttosto che produrre medicine sempre più efficaci per curare i nostri mali? Il dubbio sale, atroce e spontaneo: che anche la malattia, come ormai quasi tutto, sia diventata un business?
(da http://www.terranauta.it/ )
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SMOG, POLVERI E RUMORE ASSEDIANO I CENTRI URBANI
Con il dossier Mal’Aria di città e l’iniziativa delle vetrine antismog parte Mal’aria 2010. Legambiente: “Emergenza nazionale. Servono urgenti provvedimenti strutturali”.Inquinamento alle stelle in tutta Italia. Napoli, Torino e Ancona guidano la classifica dei superamenti dei limiti di legge per le concentrazioni di Pm10, rispettivamente con 156, 151 e 129 giorni. Situazione grave anche a Milano (108), Roma (67) e Venezia (60). Lombardia e Emilia Romagna le regioni in cui si registrano valori critici per tutte le città monitorate, seguite da Piemonte (sette su otto) e Veneto (sei su sette). Nulla di buono nemmeno sul fronte ozono che nei mesi estivi ha fatto registrare livelli record.
Dal 1 gennaio 2010 è entrato in vigore il limite per la protezione della salute umana di 120 microgrammi/metro cubo da non superare per più di 25 giorni in un anno, ma oltre la metà delle città monitorate nel 2009 non rispettavano questo limite (32 su 50). La Pianura Padana si conferma come area critica anche in questo caso con 8 città tra le prime dieci per superamenti del valore di legge. Al primo posto troviamo Novara con 83 superamenti, seguita da Alessandria (73), Lecco (70) e Mantova (68). Anche le grandi città non sono riuscite a rientrare nei limiti, come dimostrano i dati relativi a Milano (51), Genova (46), Bologna (42), Torino (40) e Roma (34). A livello regionale la maglia nera va di nuovo alla Lombardia, dove su 10 città che monitorano l’ozono, nove hanno superato di molto il limite di legge.
Questi in sintesi i dati di Mal’Aria di città, il dossier di Legambiente in collaborazione con il sito www.lamiaaria.it, che apre la campagna annuale sull’inquinamento atmosferico che per oltre due mesi attiverà manifestazioni e iniziative in tutta Italia, per sensibilizzare e informare i cittadini sul problema, con denunce mirate e proposte concrete per i diversi territori.
Intanto a Palermo, Potenza, Bologna, Milano, Roma, Genova, Torino, Taranto, Firenze e Civitanova oggi le vetrine di alcune boutique “attrezzeranno” i manichini in vetrina con mascherine antismog e slogan contro l’inquinamento da traffico.
“Il traguardo di un livello accettabile della qualità dell’aria è purtroppo ancora lontano – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – e molte sono ancora le azioni da intraprendere da parte delle amministrazioni locali e dal governo centrale per contribuire a migliorare la qualità dell’aria che respiriamo. Ma se la salute è la nostra priorità, non dobbiamo dimenticare che il non rispetto delle norme sui livelli di inquinamento entro il 2011 esporrà il nostro Paese all’ennesima sanzione annunciata da parte dell’Unione europea”.
Sono molte le fonti di emissione che quotidianamente riversano nell’aria grandi quantità di sostanze inquinanti. Se negli ultimi anni le concentrazioni di inquinanti come anidride solforosa (SO2), monossido di carbonio (CO) e benzene, sono state ridotte con interventi mirati, molto ancora si deve fare per le polveri sottili, l’ozono e biossido di azoto.
Le principali fonti di inquinamento atmosferico a livello nazionale sono rappresentate dal settore industriale (responsabili del 26% delle emissioni di Pm10, del 23% di biossido di azoto (NO2), 79% di ossidi di zolfo (SOx) e 34% di idrocarburi policiclici aromatici) e dai trasporti, con il contributo maggiore attribuibile a quello su strada con il 22% alle emissioni totali di Pm10, il 50% di NO2, il 45% di CO e il 55% del benzene. Diversa è la situazione se analizziamo le fonti di emissione all’interno delle aree urbane dove a farla da padrone è il traffico veicolare, ad eccezione di alcune città che convivono con grandi complessi industriali. A Roma e Milano il traffico veicolare emette circa il 60% delle polveri sottili e degli ossidi di azoto; a Napoli contribuisce per il 50% del PM10 e a Torino per oltre il 50% circa di NOx.
Un’emergenza, quella dell’inquinamento nelle nostre città che è sanitaria prima ancora che ambientale, come dimostrano i numerosi e autorevoli studi pubblicati sull’argomento anche di recente. Nel 2006 l’OMS ha dimostrato, con uno studio sulle principali città italiane, che riportando i valori medi annui di polveri sottili al di sotto della soglia stabilita dalla legge (40 microgrammi/metro cubo) si potrebbero evitare oltre 2000 morti all’anno.
Ma anche l’esposizione al rumore provoca notevoli effetti negativi sulla salute e la qualità della vita, eppure, secondo il rapporto ISTAT – Indicatori Ambientali Urbani 2008, su 110 capoluoghi di provincia, a fine 2008 sono solamente 68 i comuni che hanno approvato un piano di zonizzazione acustica (5 in più rispetto al 2007), solo 15 hanno approvato una relazione biennale sullo stato acustico, 21 hanno un piano di risanamento e solo 11 hanno centraline fisse per il rilevamento del rumore.
Se i limiti di legge vengono regolarmente superati e le cifre sugli impatti sanitari dovrebbero chiarire una volta per tutte l’urgenza di interventi per il risanamento della qualità dell’aria all’interno delle nostre città, quasi nessuna amministrazione prova a prendere provvedimenti concreti e risolutivi.
Milano aveva lanciato un importante segnale con l’Ecopass, ma in mancanza della auspicata estensione, i suoi risultati benefici sono terminati. A Roma, una delle città con tasso di motorizzazione tra i più alti al mondo – 76 auto ogni 100 abitanti, cioè oltre il triplo di New York (20) e il doppio di quelle di Londra (36), più di quante a San Francisco (64) e Los Angeles (5)7 – i provvedimenti decisi dal Comune durante l’ultimo anno e mezzo non hanno fatto altro che lasciare sempre più spazio al trasporto privato, alimentando ulteriormente la nota congestione del traffico capitolino. Ultima proposta davvero discutibile egrave; l’idea di inaugurare il nuovo circuito per il Gran Premio di Formula Uno in un’area quotidianamente intasata dal traffico in entrata e uscita dalla capitale.
Ma in tutta Italia il traffico è sempre più congestionato da un parco macchine che non ha pari in Europa; il trasporto pubblico è scarsamente attrattivo e gli spazi dedicati ai pedoni o ad altre tipologie di trasporto sono sempre di meno.
Anche i Governi nazionali che si sono succeduti dal 2001 ad oggi hanno finanziato per il 67% delle risorse della Legge obiettivo le infrastrutture stradali, non prevedendo nessun serio intervento economico a sostegno della mobilità sostenibile nelle città, dove vivono, lavorano e respirano la gran parte degli italiani. Ad oggi, l’unica politica messa in campo dal Governo è la rottamazione delle vecchie auto, che scarica sui contribuenti-consumatori i costi di un assai parziale abbattimento delle emissioni inquinanti.
“Il primo intervento, veloce e economicamente non impegnativo – ha spiegato Cogliati Dezza – consisterebbe nell’assicurare al trasporto pubblico di superficie una maggiore fluidità estendendo il più possibile la rete di corsie preferenziali, con due risultati immediati quasi a costo zero: la sottrazione di spazio alle automobili e una reale concorrenzialità del bus rispetto alle vetture private. Anche l’adozione di un pedaggio urbano per le aree più congestionate potrebbe, se applicato su aree significative, ridimensionare gli ingorghi, regolare il traffico, migliorare l’efficienza del trasporto pubblico, riducendo le emissioni inquinanti. Si tratta di superare le obiezioni politiche (elettoralistiche in realtà) e di trovare un prezzo di mercato equo per un bene assai scarso, lo spazio urbano, che fino ad oggi è stato “offerto” gratuitamente agli automobilisti”.
18 Gennaio 2010 - da http://www.terranauta.it/a1728/legambiente/smog
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IL MAL D’ARIA DELL’ITALIA: FUORILEGGE DUE CITTA’ SU TRE
di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 29/1/2010
Due città su tre sono fuorilegge: l’ aria che si respira è troppo inquinata. E non si può dire che i campanelli d’allarme non siano squillati. Dopo anni di denunce da parte degli ambientalisti e degli istituti scientifici, nel gennaio 2009 è stata avviata una procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea nei confronti dell’ Italia, accusata di non difendere la salute dei suoi cittadini: mentre gli abitanti delle città sono costretti a respirare una quantità eccessiva di polveri sottili, né le autorità locali né il ministero dell’ Ambiente hanno preparato un piano di risanamento dell’ aria. Il recente avviso di garanzia al governatore della Lombardia, al presidente della Provincia e al sindaco di Milano ha rappresentato l’ultimo pro memoria.
I dati di allarme sono evidenti, gli interventi invisibili. Nel rapporto Mal’Aria 2010, curato dalla Legambiente, si sintetizza la situazione al 31 dicembre 2009: 57 città su 88 hanno superato i limiti di legge per le PM 10, le polveri finissime, con un diametro inferiore ai 10 millesimi di millimetro che riescono a penetrare fino agli alveoli polmonari producendo danni consistenti (8.200 morti all’ anno nelle 13 principali città italiane secondo uno studio dell’ Organizzazione mondiale di sanità). In cima alla classifica c’ è Napoli con 156 superamenti del limite medio giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo. Poi troviamo Torino (151), Ancona (129), Ravenna e Mantova (126). Milano sta a 108, Roma a 67. Cifre che si comprendono meglio prendendo come riferimento il numero dei superamenti oltre il quale i danni vengono considerati inaccettabili. Questo numero è 35.
La legge dice che i valori limite per le polveri sottili non possono essere superati per più di 35 giorni all’ anno: Napoli sta cinque volte sopra i limiti, Milano tre volte, Roma due. «Di fronte a questa situazione lascia sorpresi l’ appello del ministro dell’ Ambiente a scaldare meno le case», commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Il maggior responsabile dell’ inquinamento urbano è il traffico e il problema non si risolve senza mettere in campo sistemi avanzati di mobilità. Il caso Milano, una città in cui oltre la metà delle auto ha uno standard euro 3 o superiori, dimostra che ciò che manca è la capacità di costruire un servizio pubblico di qualità». – (a. cian.)
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Il presidio – I «genitori antinquinamento» in piazza dopo cinque anni
da “il Corriere della Sera” del 31/1/2010
«La danza della pioggia non funziona». Il campionario dei simboli è vario: mascherine bianche rotonde; mascherine verdi da chirurgo; mascheroni antigas (un po’ inquietanti) modello militare. Cartelloni colorati dai tratti infantili: «Respirare è un diritto».
E manifesti apocalittici. Con la foto di una bambina che cerca respiro sulle nuvole, mentre sotto ciminiere industriali inondano la terra di fumi neri. «In nome del popolo inquinato», scendono in piazza i «Genitori antismog». Successe già nel 2005. Non è mai accaduto altrove. La società civile milanese è in grado di portare un migliaio scarso di persone davanti all’ ingresso del Comune. A manifestare per il più immateriale dei beni: l’ aria.
Termometro e centraline danno i numeri della giornata, ieri mattina due gradi di temperatura e 140 microgrammi di polveri sottili. Freddo in linea con i giorni «della Merla», ma inquinamento triplo rispetto ai limiti di legge. Il vecchio logo delle mamme antismog era un passeggino vuoto. Messaggio: «I nostri bambini non possono uscire altrimenti si ammalano». Oggi l’ associazione è dei genitori (non solo madri) e il nuovo simbolo è una nuvoletta nera con una croce rossa sopra. La porta dipinta su una guancia la mamma Tania Pozzi, che è arrivata in piazza della Scala con testa e corpo coperti di veli scuri. Le mamme più giovani hanno creato su Facebook il gruppo «Ora (d’ )aria» e lasciando la piazza dicono soddisfatte: «Non potranno più ignorarci». Passano Dario Fo e Franca Rame. Legambiente srotola uno striscione: «Ne abbiamo pieni i polmoni».
L’ apice della protesta è un colpo di tosse insistito e corale. Nel pomeriggio il vicesindaco, Riccardo De Corato, liquida il raduno ricordando che le manifestanti erano «solo lo 0,2 per cento delle mamme di Milano». La battaglia avanza però a testa bassa. È cordiale e tenace. Poche o tante che fossero, ieri le mamme hanno ottenuto l’ impegno di un consiglio comunale straordinario sullo smog: il presidente Manfredi Palmeri è sicuro che «l’ Aula potrà e dovrà occuparsene». In assemblea cittadina, Anna Gerometta dei «Genitori antismog» chiede che vengano discussi «i rapporti del centro di ricerca Ispra, i dossier della Fondazione Lombardia per l’ Ambiente, lo studio della Fondazione Veronesi».
Ragionare sui documenti. Per infondere coraggio al Comune. Chiedono più piste ciclabili; un Ecopass più largo e più severo; più mezzi pubblici; più misure d’ emergenza. Nel corso della mattinata succedono un po’ di cose inaspettate. Un gruppo di madri e padri, neanche così ristretto, dichiara di aver votato il sindaco Moratti. E poi almeno quattro consiglieri comunali del Pdl si mescolano alla folla, secondo il principio che la battaglia per l’ aria pulita «è giusta a prescindere dalla propaganda». Non manifestano, ovviamente. Ma ascoltano. Intorno alle undici e mezza qualcuno spunta dal balcone del Comune e issa il vessillo dei «Genitori antismog» sul pennone centrale, legato a un palloncino. Un minuto dopo, un commesso apre di nuovo la finestra armato di forbici e rimuove l’ affronto. Poco prima da sotto hanno tossito. Ora si tolgono le mascherine e fischiano.
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CIELI OSCURATI DALLE POLVERI E CIELI SEMPRE PIU’ BLU
I cieli del mondo si stanno offuscando. Causa di tale riduzione di trasparenza è l’inquinamento atmosferico, che ostacola l’attraversamento dell’atmosfera da parte della luce solare. Unica eccezione l’Europa, i cui cieli sono diventati, al contrario, più brillanti di quanto non fossero negli anni Ottanta.
L’inquinamento atmosferico, incrementato quasi ovunque negli ultimi 30 anni, ha determinato l’aumento di particolato in sospensione nell’aria, come fuliggine, polveri sottili ed anidride solforosa; esso agisce da filtro per le radiazioni solari, che vengono così diffuse e non riescono a penetrare l’atmosfera. La conseguenza è che la visibilità risulta notevolmente ridotta e il cielo appare più cupo.
Si tratta del risultato di uno studio presentato di recente sulla rivista americana Science. A condurlo è stato un gruppo di geografi e climatologi guidati da Kaicun Wang, professore presso l’Università del Maryland (USA).
I ricercatori hanno attinto ai dati provenienti da 3250 stazioni meteorologiche, distribuite su tutto il pianeta e in orbita attorno ad esso, e raccolti dal National Climatic Data Center (NCDC). Le misurazioni sono relative tanto alla trasparenza del cielo quanto alla concentrazione e natura dell’aerosol presente nell’atmosfera.
Un aerosol è un colloide in cui micro-particelle di un liquido o di un solido sono disperse in un gas. Esistono numerosi tipi di aerosol. Alcuni sono del tutto naturali, come quello marino, nebbia che si forma spesso su mari e oceani, o quello desertico, in cui le sabbie si muovono attraverso i paesi restando sospese nell’aria. Altri hanno invece origine “artificiale” e possono essere causati dall’inquinamento atmosferico (particolato antropico presente soprattutto nelle zone urbane e industrializzate) come anche dalla combustione di biomasse.
Gli aerosol sono fortemente coinvolti nei processi di scattering (diffusione) della radiazione solare, la quale passando attraverso l’atmosfera può essere assorbita, riflessa o trasmessa (ossia lasciata passare). I gas serra, come noto, tendono a trattenere la radiazione, determinando un riscaldamento del pianeta. I raggi che colpiscono i particolati presenti nell’aria, invece, vengono deviati in direzione differente da quella di incidenza. Si ha quindi una diffusione che determina una redistribuzione dell’energia radiativa di natura solare.
E’ noto che gli aerosol influiscono sullo stato climatico; ne segue che cambiamenti della loro diffusione, composizione e densità non possano che avere un impatto significativo sul clima. I fenomeni che intervengono sono vari, per cui le interazioni non sono ancora del tutto note e sono oggetto di studio. In tal senso i risultati riportati dai sopra citati ricercatori dell’Università del Maryland rappresentano un apripista per futuri studi, sempre più approfonditi, in questo ambito.
Il fenomeno della riduzione della visibilità era in realtà già noto, come del resto il fatto che gli aerosol influissero sul clima, ma non si disponeva di una tale quantità e completezza di dati, quali quelli a cui il gruppo di Kaicun Wang ha attinto, né si era ancora realizzata un’accurata analisi basata sul confronto degli andamenti reali con i modelli simulati.
“La creazione di questo grande database” afferma Wang riferendosi a quello del NDCD, “è un importante passo avanti in direzione della ricerca sui cambiamenti di lungo termine nell’inquinamento dell’aria e della messa in correlazione di questi ultimi con l’evoluzione del clima mondiale.” I dati in questione coprono una fascia temporale piuttosto ampia, che va dal 1973 al 2007.
Se in generale, dunque, i cieli del mondo hanno visto ridurre la loro trasparenza nell’arco degli ultimi trent’anni, al contrario quelli europei sono diventati più brillanti di quanto non fossero negli anni Ottanta. Ciò perché, mentre nel complesso l’inquinamento atmosferico è aumentato, una maggiore attenzione verso l’ecologia ha fatto sì che in Europa si abbia ora una minore incidenza del fenomeno. Secondo Wang il rischiaramento dei nostri cieli è dovuto ad “una combinazione tra la comparsa di leggi per il controllo dell’inquinamento sempre più stringenti e la chiusura di molte fabbriche russe”.
Il fatto che gli aerosol filtrino la radiazione solare, impedendogli in parte il raggiungimento della crosta terrestre, ha fatto pensare alla possibilità di realizzare per la Terra uno schermo solare fatto di particolato. Alcuni ricercatori dell’ente americano NOAA, Amministrazione Nazionale Oceanica e Atmosferica, mettono in guardia sui possibili effetti collaterali di tale schermo, ossia ad esempio – a parte l’offuscamento del cielo – il fatto che molte centrali e sistemi elettrici che producono energia dal sole ridurrebbero di molto la loro efficienza, in quanto riceverebbero molta meno radiazione diretta (essendo essa diffusa prima di attraversare l’atmosfera).
Ad ogni modo, sarà opportuno condurre ulteriori e approfonditi studi sul comportamento degli aerosol e sulla loro influenza sul clima. Occorre infatti tenere presente che, come detto, sinora non esisteva una raccolta di dati di alta qualità estesi su tutto il territorio mondiale e su un periodo di tempo abbastanza lungo. Inoltre i parametri da prendere in considerazione sono tanti (come la composizione precisa dell’aerosol, nonché la sua distribuzione a livello spaziale) e i modelli con cui i ricercatori si trovano a lavorare sono complessi e variegati.
Anche in Italia si conducono ricerche in questo campo, incentrate soprattutto sull’analisi della situazione nel bacino del Mediterraneo, che per la sua struttura è palcoscenico di vari effetti incrociati, i quali richiedono una modellazione opportuna.
In attesa degli sviluppi della ricerca, possiamo goderci un cielo blu dipinto di blu più di quanto non fosse 30 anni fa e considerarlo una testimonianza dell’efficienza delle politiche anti-inquinamento attuate. Ovviamente sarebbe però stupido sedersi sugli allori, in quanto gli obiettivi di riduzione dell’impronta ecologica sul pianeta sono ancora ben lontani. (da http://www.terranauta.it/ )
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Da “Panorama” del 26/1/2010:
Puntuale come le tasse e l’influenza stagionale è arrivata anche quest’anno la pagella di Legambiente sull’inquinamento nelle città. Il rapporto (qui il file Pdf) si intitola Mal’Aria il che già dice tutto.
In realtà il suo contenuto è anche peggio di quel che ti aspetteresti. Su 88 città monitorate, ben 57 superano i limiti di legge per le polveri sottili, le insidiosissime PM10, che penetrano in profondità nell’apparato respiratorio.
Il limite precauzionale per la salvaguardia della salute è costituito da una concentrazione di 50 microgrammi al metro cubo da non superare più di 35 volte in un anno. Un limite tenuto, secondo Legambiente, in ben poca considerazione dal momento che l’hanno sforato, e abbondantemente, in molte città medie e grandi.
Ecco la triste top ten dell’inquinamento per il 2009:
Napoli (156 superamenti), Torino (151 superamenti), Ancona (129), Mantova (126), Ravenna (126), Frosinone (122), Milano (108), Alessandria (102), Pavia (100), Brescia (99). Ancora sopra la soglia di attenzione ci sono poi le altre grandi città come Roma (67), Venezia (60), Bari (56), Bologna (50), Palermo (48) e Genova (45).
Anche per l’ozono, inquinante secondario, marca male, soprattutto nella pianura padana. Dal 1 gennaio di quest’anno viene recepita una direttiva europea del 2002 (con la solita calma) che fissa il limite a 120 microgrammi al metro cubo, su una media di 8 ore, da non superare più di 25 volte l’anno. Novara, con 88 superamenti, guida la classifica dell’inquinamento da ozono, seguita da Alessandria (73), Lecco (70) e Mantova (68).
Infine per il biossido di azoto (NO2) i dati a disposizione si riferiscono al 2008 e ci dicono che erano almeno 20 i comuni in cui almeno una centralina ha registrato valori medi annui superiori alla tolleranza massima di 46 microgrammi al metro cubo, valida per quell’anno (il valore obiettivo per il 2010 è di 40 microgrammi al metro cubo). Le peggiori sono Messina (70 microgrammi al metro cubo), Napoli (62) e poi Brescia, Torino e Milano, tutte sopra i 61.
Quali sono le conseguenze di questi continui e corposi sforamenti sulla salute dei cittadini? Legambiente cita il rapporto stilato nel 2006 dall’Organizzazione mondiale della Sanità e dall’Apat (oggi Ispra) dal quale emergeva un dato agghiacciante: in 13 città italiane (Torino, Genova, Milano, Trieste, Padova, Venezia-Mestre, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Catania, Palermo) negli anni 2002-2004 si sarebbero potuti evitare 8200 decessi l’anno portando la concentrazione di polveri sottili al di sotto dei 20 microgrammi al metro cubo. C’è da farci un pensierino prima di grugnire all’idea della prossima domenica a piedi.
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alcune parti del Dossier “Mal’aria 2010″ di Legambiente:
MAL’ARIA DI CITTÀ 2010 – L’inquinamento atmosferico e acustico nelle città italiane
Le polveri sottili insidiano gravemente la salute dei cittadini. 57 città su 88 monitorate superano il limite previsto dalla legge. Ma il problema esiste soprattutto a Napoli (156 superamenti del limite medio giornaliero di 50 microgrami/metro cubo), Torino (151), Ancona (129) e Ravenna (126). Tra le altre grandi città svettano Milano (108), Roma (67) e Venezia (60). Valori molto elevati se pensiamo che per legge sono consentiti al massimo 35 giorni di superamento all’anno. Le Regioni del nord quelle in cui si registrano i valori più critici con tutti i capoluoghi della Lombardia e dell’Emilia Romagna monitorati fuori dal limite di legge, 7 su 8 in Piemonte e 6 su 7 in Veneto.
Nulla di buono nemmeno sul fronte ozono che nei mesi estivi ha fatto registrare livelli record: (dal 1 gennaio 2010 è entrato in vigore il limite per la protezione della salute umana di 120 microgrammi/metro cubo da non superare per più di 25 giorni in un anno). Oltre la metà delle città monitorate nel 2009 non rispettavano questo limite (32 città su 50 monitorate). La Pianura Padana si conferma come area critica anche in questo caso con 8 città tra le prime dieci per superamenti del valore di legge. Al primo posto troviamo Novara con 83 superamenti, seguita da Alessandria (73), Lecco (70) e Mantova (68). Anche le grandi città non sono riuscite comunque a rientrare nei limiti stabiliti come dimostrano i dati relativi a Milano (51), Genova (46), Bologna (42), Torino (40) e Roma (34). A livello regionale la maglia nera se l’aggiudica di nuovo la Lombardia, dove su 10 città che misurano l’ozono, nove hanno superato ben oltre le 25 volte il limite di legge.
Il traguardo di un livello accettabile della qualità dell’aria in città è purtroppo ancora lontano dall’essere raggiunto e molte sono ancora le azioni da intraprendere da parte delle amministrazioni locali e dal governo centrale per garantire ai cittadini italiani che l’aria che respirano non provochi loro danni alla salute. Una denuncia questa che non arriva soltanto dai dati pubblicati in questo dossier.
Nel gennaio 2009 è stata avviata una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea nei confronti dell’Italia per l’elevato livello di polveri sottili e per l’insufficienza dei piani di risanamento dell’aria delle Regioni e la mancanza del piano di risanamento nazionale del ministero dell’Ambiente. Il nostro Paese dovrà rientrare nei limiti di qualità entro il 2011, o tutti quanti saremo costretti a pagare l’ennesima multa annunciata. Dopo aver presentato per la seconda volta una richiesta di moratoria (la prima è già stata bocciata da parte dell’Europa), si aspettano i prossimi mesi per il responso finale.
Ma questo non è l’unico atto ufficiale che riguarda il problema smog in città. Infatti è solo di poche settimane fa la notizia di un avviso di garanzia recapitato al governatore della Regione Lombardia Formigoni, al sindaco del capoluogo lombardo Letizia Moratti e al presidente della Provincia Guido Podestà. Comunque vada l’inchiesta, sono atti di garanzia che devono far riflettere sul fatto che il superamento dei livelli di guardia del PM10 è, nel nostro Paese, un male diffuso e ricorrente.
Amministrazioni locali e Governo centrale continuano a ignorare la necessità di attuare misure e politiche di contrasto serie, nonostante il problema dello smog sia ormai da molto tempo cronico per tante delle nostre città.
Sono molte le fonti di emissione che quotidianamente riversano nell’aria grandi quantità di sostanze inquinanti. Se negli ultimi anni le concentrazioni di molti inquinanti pericolosi sono state ridotte, in particolare inquinanti primari come SO2, CO, piombo e benzene, con interventi volti a ridurne le emissioni, molto ancora si deve fare per quegli inquinanti che oggi sono i principali responsabili della scarsa qualità dell’aria delle nostre città, ovvero polveri sottili, ozono e biossido di azoto.
Le principali fonti di inquinamento atmosferico a livello nazionale sono rappresentate dal settore industriale e della produzione di energia (responsabili del 26% delle emissioni di Pm10, del 23% di NO2, 79% di SOx e 34% di idrocarburi policiclici aromatici rispetto al totale nazionale) e dai trasporti, dove il contributo maggiore è attribuibile a quello su strada che contribuisce per il 22% alle emissioni totali di Pm10, 50% di NO2 e il 45% di CO e il 55% del benzene rispetto al totale nazionale.
Diversa è la situazione se analizziamo le fonti di emissione all’interno delle aree urbane dove a farla da padrone è sempre e comunque il traffico veicolare, ad eccezione di alcune città che convivono con grandi complessi industriali. È questo il caso di Taranto dove, stando all’ultimo rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano pubblicato dall’Ispra, l’industria è responsabile del 92% delle polveri sottili e di oltre l’80% degli ossidi di azoto emessi su scala comunale. Nelle altre grandi città la principale fonte di inquinamento rimane invece il trasporto stradale: a Roma e Milano emette circa il 60% delle polveri sottili e degli ossidi di azoto; a Napoli contribuisce per il 50% del PM10 e a Torino per oltre il 50% circa di NOx.
Ma i disagi dei cittadini non derivano solo dalla qualità dell’aria, anche l’esposizione al rumore provoca notevoli effetti negativi che vanno ben al di là del semplice fastidio. Che l’inquinamento acustico in città sia percepito come un problema grave è confermato anche dalle famiglie italiane, che secondo un’indagine dell’ISTAT dichiarano per il 36,8% gravi problemi relativi al rumore nella zona in cui abitano.
Ma nonostante questo ad oggi l’adozione di strumenti risolutivi è ancora incompleta sul territorio nazionale, seppure si possono notare alcuni lenti miglioramenti. Secondo il rapporto ISTAT – Indicatori Ambientali Urbani 2008, su 110 capoluoghi di provincia a fine 2008 sono 68 i comuni che hanno approvato un piano di zonizzazione acustica (5 in più rispetto al 2007), solo 15 hanno approvata una relazione biennale sullo stato acustico, 21 hanno un piano di risanamento acustico, e solo 11 hanno centraline fisse per il rilevamento del rumore.
Un’emergenza, quella dell’inquinamento nelle nostre città che è sanitaria prima ancora che ambientale, come dimostrano i numerosi e autorevoli studi pubblicati sull’argomento anche di recente. Nel 2006 l’OMS ha dimostrato, con uno studio sulle principali città italiane, che riportando i valori medi annui di polveri sottili al di sotto della soglia stabilita dalla legge (40 microgrammi/metro cubo) si potrebbero evitare oltre 2000 morti all’anno.
Il progetto “EpiAir-Inquinamento e salute: sorveglianza epidemiologica e interventi di prevenzione”, promosso dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) ha messo invece in relazione la presenza di questi inquinanti in atmosfera e gli effetti negativi a breve termine sulla salute in Italia dimostrando come le conseguenze immediate dell’esposizione ad elevati livelli di inquinamento atmosferico siano molto gravi, soprattutto nei soggetti più sensibili come dimostra il forte incremento (pari a circa il 9%), in relazione all’aumento di NO2 e in seguito all’esposizione a questo inquinante dei soggetti considerati, dei ricoveri di asma per i bambini.
Ma intervenire sulle modalità di trasporto è necessario anche per vincere un’altra grande sfida, quella dei cambiamenti climatici….
Le polveri sottiliPrimo imputato della scarsa qualità dell’aria nelle nostre città sono le famigerate polveri sottili, in particolare le polveri sottili (PM10), che sono molto dannose alla salute umana per la loro capacità di penetrare in profondità nell’apparato respiratorio. Nelle città italiane sembra però che il problema, seppur oramai diventato cronico, continui ad essere sottovalutato e non affrontato in modo deciso ed efficace.
La normativa prevede un limite giornaliero per la protezione della salute umana di 50 µg/m3 da non superare più di 35 volte in un anno, obiettivo che non è stato raggiunto nel 2009 da 57 su 88 capoluoghi di provincia, il 65% delle città monitorate, e in molti casi con risultati decisamente preoccupanti.
Per stilare la classifica delle città più inquinate dalle polveri sottili è stato preso come dato di riferimento quello della centralina peggiore per l’anno 2009. La città più colpita dalle polveri sottili risulta essere Napoli, con ben 156 superamenti (Ente Ferrovie), seguita da Torino (151 superamenti), Ancona (129), Mantova (126), Ravenna (126 superamenti), Frosinone (122), Milano (108), Alessandria (102), Pavia (100), Brescia (99). Un po’ più in basso nella classifica troviamo i 67 superamenti di Roma (Corso Francia), i 60 di Venezia, i 56 di Bari, i 50 di Bologna, i 48 di Palermo e i 45 di Genova. Guardando la classifica dal basso invece, a Matera è stato registrato un solo superamento, seguono poi Reggio Calabria con 4, poi Siena, Potenza e Viterbo con soli 5 superamenti.
Tra le peggiori dieci città ce ne sono quattro lombarde e sei complessivamente della Pianura Padana. Tutti i 12 capoluoghi lombardi monitorati hanno almeno una centralina che ha superato il valore limite ben oltre quanto consentito, sebbene in misura diversa. Stesso discorso per i 9 capoluoghi dell’Emilia-Romagna. Per quanto riguarda le altre regioni della pianura padana, area notoriamente critica per l’inquinamento atmosferico, 6 città del Veneto su 7 hanno sforato e anche di molto la soglia dei 35 superamenti l’anno, 6 su 8 in Piemonte.
L’ozonoL’ozono troposferico è un inquinante secondario che si produce per effetto della radiazione solare in presenza di inquinanti primari (tra cui gli ossidi di azoto che rappresentano uno dei principali precursori dell’ozono). È quindi un componente importante dello smog fotochimico e si forma principalmente d’estate. Dal 1 gennaio 2010 le Amministrazioni locali devono rispettare i nuovi limiti, indicati dalla direttiva europea 2002/3/CE che fissa in 120 µg/m3 (calcolato come media su otto ore) il valore di pericolosità da non superare per più di 25 volte in un anno. Per questo motivo molte amministrazioni hanno avviato un monitoraggio continuo dell’ozono, ma ancora c’è molto da fare in termini di numero di centraline e copertura dei dati, per ora concentrati principalmente nel Nord Italia.
Per il 2009 sono stati considerati 50 capoluoghi di provincia, per i quali almeno una centralina ha avuto almeno un superamento del limite di ozono per la salute. Anche in questo caso per ogni città è stata presa in considerazione la centralina con il maggior numero di superamenti del limite di legge, e la classifica è stata stilata in base ai dati a disposizione e comunicati tramite i siti internet delle Agenzie Regionali Protezione Ambiente. Il bilancio non è di certo positivo con 32 città su 50 oltre i limiti di legge.
La Pianura Padana conferma il suo essere area critica per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico anche per i valori di ozono, con 8 città tra le prime dieci per superamenti del limite di legge fissato a 120 µg/m3 come media su otto ore. Novara ha riscontrato 83 superamenti, seguita da Alessandria con 73, Lecco con 70, Mantova con 68 e Ferrara con 66.
Il biossido di azoto
La concentrazione nell’aria di biossido di azoto (NO2) costituisce, insieme al particolato sottile e all’ozono, uno tra i maggiori problemi con cui le amministrazioni devono continuamente confrontarsi. Le emissioni di ossidi di azoto derivanti dai processi di combustione e, specialmente nei centri urbani, dal traffico automobilistico e dal riscaldamento domestico, nel corso degli ultimi anni, non hanno subito la riduzione che ha invece caratterizzato altre emissioni inquinanti. Sono stati presi in considerazione i valori delle concentrazioni medie di NO2 relativi al 2008, che interessano complessivamente 89 città che presentano centraline con un funzionamento di giorni superiore al 70%.
Nel 2008 la situazione dell’inquinamento da NO2 pur rimanendo critica, sembra presentare alcuni segnali di miglioramento: aumentano le città che rispettano i limiti e 54 città sono in linea con l’obiettivo di qualità di 40 μg/mc. Sono ancora molti i casi in cui le concentrazioni continuano a superare le soglie considerate pericolose per la salute umana stabilite dalla legge. In particolare, in 35 città si rileva la presenza di aree critiche in cui almeno una centralina ha registrato valori medi annui superiori al valore obiettivo di 40 μg/mc previsto per il 2010. Sono inoltre 20 i comuni in cui almeno una centralina ha registrato valori medi annui superiori alla tolleranza massima di 46 μg/mc, prevista al 2008. le cinque città peggiori sono Milano, torino e Brescia rispettivamente al quinto, quarto e terzultimo posto, Napoli al secondo e Messina al primo con 70 microgrammi/metro cubo, quasi il doppio della soglia stabilita dalla legge.
L’industria è uno dei settori maggiormente incidenti sull’inquinamento atmosferico, nonostante inizino ad attuarsi politiche di ammodernamento degli impianti obsoleti e adeguamento a standard più alti per quelli di nuova generazione. Rimangono infatti ancora critici alcuni tipi di produzioni (si pensi alla siderurgia o alla petrolchimica) intrinsecamente “impattanti”, tanto più se collocati nei pressi di aree ad alta densità abitativa dove, a tali emissioni, vanno addizionate quelle generate dalle attività collettive nei centri urbani. Considerevoli sono le emissioni di polveri sottili (25,7% del totale), di idrocarburi policiclici aromatici e di ossidi di zolfo, questi ultimi prodotti quasi nella loro totalità dal settore industriale (78,8%).
Il ruolo principe per l’inquinamento metropolitano, comunque, continua a giocarlo il traffico veicolare. Rispetto ai dati relativi all’anno precedente si nota una lieve diminuzione dell’emissioni di PM10 registrata rispetto sia ai trasporti su strada che alle altre forme di trasporto (totale 2006: 41%, totale 2007: 32,4%). Leggeri miglioramenti si riscontrano anche sulla quantità di monossido di carbonio (CO) emesso (inferiore di quasi 7 punti percentuali rispetto ai dati 2006). Per quanto riguarda gli SOx si conferma il trend degli anni precedenti che li vede in notevole diminuzione almeno sul fronte dei trasporti. Non altrettanto incoraggiante è la situazione relativa agli ossidi di azoto (NOx) e al benzene. Il solo traffico veicolare, infatti, ne produce rispettivamente il 50 (6% in più) e 55%, quote che arrivano al 68 e 71% se ad esse si sommano i contributi dovuti alle altre forme di trasporto.
Nella tabella seguente viene messo in evidenza in modo dettagliato da quali mezzi di trasporto proviene l’inquinamento. Il contributo principale viene dalle automobili con 11.245 t di Pm10, 240mila t circa di NOx, 775.880 t di CO e oltre 74milioni di tonnellate di CO2 emesse nel 2007. Importante anche il contributo dei veicoli commerciali pesanti al primo posto per le emissioni di ossidi di azoto con quasi 250mila tonnellate di CO2. Infine non sono trascurabili le emissioni dei veicoli a due ruote, seconda tra i mezzi di trasporto per quanto riguarda il CO e il benzene.
Un’attenzione particolare meritano infine le emissioni generate dal riscaldamento residenziale, anch’essi gravanti sull’ambiente urbano, anche se in modo minore rispetto al traffico. Considerati i valori forniti dall’inventario dell’emissioni dell’Ispra, va sottolineato l’apporto di tali impianti nella produzione di polveri sottili (15,4%), monossido di carbonio (16,7%), anidride carbonica (10,4%), e soprattutto per gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) che pesano nel computo delle emissioni totali per il 38,7% (si pensi che la percentuale relativa agli impianti industriali è il 33,6%).
Se a livello nazionale le principali fonti di emissione sono le attività industriali e il trasporto su strada, analizzando la situazione relativa alle nostre città, nella gran parte dei capoluoghi è il traffico la principale fonte di inquinamento, come risulta dall’ultimo rapporto dell’Ispra sulla qualità dell’ambiente urbano. Discorso a parte va fatto invece per quelle città che sorgono a ridosso di grandi complessi industriali, come Taranto, dove, stando ai dati dell’Ispra, il 92% delle polveri sottili e oltre l’80% degli ossidi di azoto sono attribuibili all’industria.
Nelle altre grandi città è dunque il trasporto a farla da padrone. Volendo stilare una classifica delle città con il maggiore impatto della mobilità su strada (autoveicoli, furgoni, camion e quant’altro) Roma si posiziona senza dubbio al primo posto. Considerando infatti le sostanze derivanti da tale settore la principale fonte di inquinamento rimane invece il trasporto stradale: a Roma e Milano emette circa il 60% delle polveri sottili e degli ossidi di azoto; a Napoli contribuisce per il 50% del PM10 e a Torino per oltre il 50% circa di NOx.
3 – EFFETTI SULLA SALUTE DELL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO
Il non rispetto dei limiti di legge per l’inquinamento atmosferico ci costa molto in termini di salute: malattie cardiovascolari, polmonari, ricoveri e decessi aumentano sempre al peggioramento della qualità dell’aria e in modo diretto rispetto alla concentrazione dei principali inquinanti. Non vengono colpiti solo i soggetti che si trovano già in condizioni di salute gravi, ma l’esposizione agli inquinanti atmosferici, soprattutto se prolungata, determina un generale peggioramento delle condizioni di salute anche nei soggetti sani.
Vari studi epidemiologici hanno confermato che le emissioni inquinanti aumentano il rischio di morte per malattie cardiovascolari come infarto del miocardio e ictus, per malattie polmonari, determinano un aumento della mortalità infantile, e possono anche avere impatti sull’apparato riproduttivo. Senza poi contare effetti “collaterali” quali l’aumento di ricoveri per malattie respiratorie, polmonari e cardiovascolari, e l’impatto economico che questo causa in termini di spese mediche e perdita di giornate lavorative. A rischio in particolare sono gli anziani e i bambini, questi ultimi particolarmente soggetti all’asma.
Già i risultati dello studio condotto dall’OMS insieme all’allora APAT (oggi Ispra), pubblicati nel giugno 2006, avevano colpito nel dichiarare che in 13 città italiane (Torino, Genova, Milano, Trieste, Padova, Venezia-Mestre, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Catania, Palermo) negli anni 2002-2004 si sarebbero potute evitare circa 2300 decessi se si fosse rispettato il limite annuale di 40 µg/m3 previsto per legge di concentrazione di PM10. Portando la concentrazione di polveri sottili a livelli ancora più bassi, al di sotto dei 20 µg/m3, le morti evitate salirebbero addirittura a 8220, cifre che dovrebbero chiarire una volta per tutte l’urgenza di interventi per il risanamento della qualità dell’aria all’interno delle nostre città.
La tossicità delle polveri sottili dipende dal fatto che date le piccole dimensioni riescono a penetrare in profondità nell’apparato respiratorio, e in particolare le frazioni più piccole (PM2,5 e PM0,1) rappresentano la parte più pericolosa, riuscendo a penetrare fino agli alveoli. Inoltre a causa della presenza di metalli e altre sostanze adsorbite sulla loro superficie, sono in grado di causare radicali liberi che causano infiammazioni e malattie polmonari e possono determinare danni allo sviluppo polmonare. Sebbene le polveri sottili possano essere anche di origine naturale, studi hanno dimostrato che quelle di origine veicolare hanno capacità più alta di produrre radicali liberi e quindi pericolosità maggiore. L’O3 è un irritante delle mucose, può provare tosse, mal di testa e edema polmonare, e può provocare infiammazioni e avere conseguenze cardiovascolari. Per quanto riguarda gli inquinanti principali, la pericolosità del NO2 deriva dal suo essere sostanza irritante per le vie respiratorie e per gli occhi, può raggiungere gli alveoli e provocare edema polmonare. ( malariaUltimo[1] )
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la bambina Greta Zuccheri Montanari e Alba Rohrwacher, tra le interpreti del film di Giorgio Diritti "L'uomo che verrà"
Giorgio Diritti è al suo secondo film, o, potremmo forse meglio dire “docu-film”. Il primo, “Il vento fa il suo giro” era (è) già opera assai ragguardevole, secondo noi un piccolo capolavoro, di significativo successo (una piccola comunità montana che prima accoglie e poi ripudia duramente degli “stranieri”). Questo secondo film di Diritti, “L’uomo che verrà” ha la stessa elevatissima valenza artistica (di saper bene raccontare e attrarre l’attenzione) ma anche storica; significativa delle sofferenze e atrocità del periodo della guerra mondiale del 1939-1945. Rappresenta (con gli occhi di una bambina di otto anni: straordinaria interpretazione di Greta Zuccheri Montanari) la vicenda della strage nazista (delle stragi è da dire, più d’una, perché avvenute in più giornate) nelle colline di Monte Sole a pochi chilometri da Bologna (in particolare il maggiore dei comuni colpiti è Marzabotto, e quest’eccidio è conosciuto con questo nome…) tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel quadro di un’operazione dei nazisti di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro una formazione partigiana.
Imperdibile questo secondo film (ora nelle sale cinematografiche) di Giorgio Diritti (imperdibile come è stato il “il vento fa il suo giro”). E de “L’uomo che verrà” qui di seguito ve ne diamo conto con alcune osservazioni di critici cinematografici, tutte rivolte a mettere comunque in rilievo il grande spessore di quest’opera filmica. E cerchiamo di farvi memoria (storica) del tema, dello scenario in cui si svolgono le vicende raccontate, e cioè della cosiddetta “strage di Marzabotto” (oltre 800 persone uccise…): uno dei tanti orribili episodi avvenuti in quella terribile prima metà degli anni ’40 del secolo scorso.
Ma vorremmo qui anche tentare di fare un collegamento, “utilizzando” il film di Diritti, per dire come potrebbe essere l’approccio nuovo, diverso di “fare geografia a scuola” (ma anche “fare storia”) in un momento assai critico per la materia “geografia” che la Ministra Gelmini intende (con la riforma scolastica in itinere) eliminare quasi del tutto dalle scuole italiane (riportiamo, dopo la documentazione sul film di Diritti, alcuni articoli apparsi su quotidiani sulla possibile “scomparsa della geografia” (e vi invitiamo anche a firmare l’appello che trovate nel sito www.luogoespazio.info).
“Diciamoci la verità”: difendiamo sì la necessità che a scuola ci sia più che mai la materia “geografia”; però riteniamo che il modo come spesso viene ora proposta è un po’ obsoleto, e forse va adeguato ai tempi (e anche “superarli” questi tempi…). Cioè bisogna trovare altri modi e strumenti per “rendere più produttiva” per i giovani (che si vuol formare alla vita) la disciplina geografica in tutte le sue formulazioni: dalla cartografia alla conoscenza del territorio, alla geopolitica…; dall’analisi delle trasformazioni dei luoghi (luoghi dati da “natura, artificio umano e accadimenti”) alle proposte possibili di come organizzare i territori in modo nuovo e coerente, compatibile con le persone e l’ambiente e l’economia (sarebbe importante che le nuove generazioni si confrontassero già a scuola con proposte di cambiamento virtuoso, dove ai più tecnici e scientifici strumenti urbanistici, informatici etc. si connettesse un’acquisizione ragionata, di “senso”, di cosa si vuol ottenere nel riorganizzare un determinato territorio).
Ad esempio la “lettura del paesaggio e degli accadimenti storici” (spesso discipline come geografia e storia, e antropologia, sono assai connesse) porta a trovare strumenti nuovi di “interpretazione geografica”, attiva, dinamica, innovativa, degli studenti. La possibilità di vedere e, magari ancor di più, costruire docu-film, cioè documentari dove all’aspetto reale, scientifico, delle testimonianze dirette, si possano volutamente ed esplicitamente aggiungere elementi di “finzione filmica” per rendere più interessante la ricerca e la proposta geografica, nella compenetrazione di altre arti e scienze (come la psicologia e le vicende quotidiane che coinvolgono tutti gli “umani”); ebbene tutto questo renderebbe l’esperienza scolastica dell’acquisizione geografica dello studente, come qualcosa di assai coinvolgente, con protagonista lo studente stesso che esercita un’opera di “autoformazione”.
Oltre ai “docu-film”, e all’opera incessante di “proposta di nuovi modi di gestire il territorio” che dovrebbe caratterizzare l’insegnamento geografico, noi di “Geograficamente” abbiamo potuto sperimentare l’importanza ed il successo (per gli scolari, gli studenti) di operazioni di “cartografia attiva”, cioè luoghi delle propria vita che sono i ragazzi a mappare. Ci riferiamo alla proposta (che stiamo facendo alle scuole) di corsi geografici di mappatura di luoghi di vita degli studenti stessi, chiedendosi (loro) quali sono gli elementi significativi per il loro ambiente e la vita delle persone della loro comunità nella quotidianità. Pertanto, facendo tre operazioni conseguenti: 1- individuando prima cosa è importante inserire nella cartografia che si vuol auto-costruire (strade, monumenti, chiese, l’ufficio postale, il parco giochi, la piazza, la fermata dell’autobus, la scuola, la sala di quartiere, il bar, il presidio sanitario, gli alberi significativi da tutelare etc…) per poi 2- andarli scientificamente a “mappare” con l’uso di strumenti di ricognizione satellitare come i GPS (le più moderne tecnologie), e infine 3- con appositi programmi informatici inserire i dati al computer, con la creazione “propria e vissuta” della cartografia del luogo (da stampare, da rendere disponibile a tutti in internet…). Ebbene, docu-film, mappature del territorio, letture e analisi geo-politiche critiche, le proposte geografiche da fare… sono tutte necessità di un nuovo approccio scolastico alla geografia, come materia di proposta ad un cambiamento virtuoso e innovativo del mondo sia in “micro” che in “macro”.
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L’UOMO CHE VERRÀ – L’eccidio nazista di Marzabotto nell’ascetico ma duro film di Diritti
L’ORRORE DELLA STORIA NEGLI OCCHI DI UNA BAMBINA
da “il Gazzettino” del 29/1/2010, di Roberto Pugliese
Se ricordare è un dovere, a volte raccontare può aiutare a compierlo meglio. E per raccontare ancora una volta l’abominio nazista, Giorgio Diritti sceglie di “inventare” una storia fortemente simbolica intorno a fatti spaventosamente concreti, concentrandosi – come già nel suo stupefacente esordio “Il vento fa il suo giro” – su una piccola comunità rurale, chiusa e illusa di poter sfuggire alle folate sanguinarie dell’occupazione e della lotta di Liberazione.
E così nove mesi prima dell’eccidio di Marzabotto, fra i boschi dell’Appennino emiliano una bambina, Martina (segnarsi il nome e il volto dell’incredibilmente intensa Greta Zuccheri Montanari), muta da quando le è morto un fratellino fra le braccia, assiste alla nuova gravidanza della mamma e, senza comprenderlo, al lento ma inesorabile precipitare della situazione: con i partigiani che colpiscono e si nascondono, gli uomini in fuga e i tedeschi, descritti nella loro stolida banalità assassina, che sterminano donne vecchi e bambini.
Diritti, che è un cineasta olmiano, mutua dal maestro bergamasco la visione incantatoria e ascetica del paesaggio, il senso qui concreto e vivo del dialetto strettissimo e sottotitolato, la predilezione per silenzi, ellissi e fuori campo che acquisiscono potenza drammaturgica e rifiutano ogni naturalismo soprattutto nei tremendi momenti finali dell’eccidio.
È proprio lo stile, durissimo e sobrio insieme, a fare la differenza; e anche se non tutto è perfetto (in mezzo a tanti volti comuni stonano Maya Sansa e Alba Rohrwacher) e c’è qualche scivolata (la sanguinosa vendetta e la brutta fine della stessa Rohrwacher), lo sguardo puro ma consapevole, determinato e “materno” di Martina sull’orrore vale più di troppe parole di circostanza.
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LA TRAMA
Inverno, 1943. Martina, unica figlia di una povera famiglia di contadini, ha 8 anni e vive alle pendici di Monte Sole. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. La mamma rimane nuovamente incinta e Martina vive nell’attesa del bambino che nascerà, mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile, stretti fra le brigate partigiane del comandante Lupo e l’avanzare dei nazisti. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il bambino viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.
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STRAGE DI MARZABOTTODa Wikipedia, l’enciclopedia libera.
L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro la formazione partigiana Stella Rossa.
La strage di Marzabotto è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.
Gli avvenimenti
Dopo il Massacro di Sant’Anna di Stazzema commesso il 12 agosto 1944, gli eccidi nazifascisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa, e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che la appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.
Capo dell’operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16° battaglione corazzato ricognitori della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss.
La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wermacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.
Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini.
Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.
Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso: oltre 800 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; furono minimizzate anche presso il Duce che chiedeva conferme (e che protestò per l’inaudita crudeltà tedesca); solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.
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L’eccidio di Monte Sole visto attraverso una collettività di sguardi e una prospettiva di speranza (di Edoardo Becattini, da www.mymovies )
Alle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell’attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona.
L’eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull’identità culturale.
Rispetto al lungometraggio d’esordio, L’uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage.
Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell’esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi-soggettive a lunga e media distanza dall’evento.
La “visione con” di queste inquadrature diviene “con-divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c’è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l’idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo.
La distanza che fin dall’inizio pone l’antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c’è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti.
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L’uomo che verrà
Inverno, 1943. Martina ha otto anni ed è l’unica figlia d’una famiglia contadina che vive alle pendici del monte Sole, non distante da Bologna. Anni addietro, ella ha perso un fratellino di pochi giorni e da quel momento non è più riuscita a parlare. La mamma Lena è, ora, rimasta nuovamente incinta e Martina attende con ovvia ansia il fratellino. Frattanto, dopo l’armistizio firmato dal re e dal generale Badoglio con l’esercito alleato, la vita è sempre più difficile per la popolazione locale, stretta fra le brigate partigiane del comandante Lupo e l’avanzare delle truppe naziste. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944, mentre la creatura viene infine alla luce, gli eventi della Storia assumono toni drammatici: è quasi in contemporanea, infatti, che le SS mettono in atto nella zona un rastrellamento senza precedenti, che prelude ad un’orrenda strage… Al secondo lungometraggio dopo “Il vento fa il suo giro”, divenuto due anni fa un piccolo caso cinematografico (restò nelle sale di diverse città per alcuni mesi, quasi soltanto per merito del passaparola), Giorgio Diritti – bolognese, classe 1959, già assistente alla regia di Pupi Avati – conferma il suo talento non comune, firmando ancora una pellicola che ha al proprio centro il tema della memoria storica. Attenzione, però: il film, che pure esprime senza infingimenti il proprio sdegno per la strage di Marzabotto (in realtà, si trattò di vari massacri perpetrati dai nazisti tra il 29 settembre ed il 5 ottobre 1944, in provincia di Bologna, nel corso dei quali furono trucidate circa 780 persone), sceglie tuttavia di soffermarsi sull’esistenza quotidiana della povera gente del luogo. Parlato nel dialetto emiliano dell’epoca (preferito a quello bolognese, cui in un primo momento s’era pensato di fare ricorso), “L’uomo che verrà” – il titolo allude al bambino che sta per nascere – è una sommessa elegia per le vittime civili della guerra. Con uno sguardo più vicino a quello di Olmi che non dei capofila dell’ impegno nostrano, Diritti racconta con vigore e pudore, senza cedere a tentazioni revisioniste. Assai convincente è la scelta degli interpreti, professionisti e non felicemente frammisti (ma Alba Rohrwacher, a suo agio in ogni ruolo, merita particolare plauso); i contributi tecnici, a partir dalla suggestiva fotografia di Roberto Cimatti, sono tutti all’altezza del compito.
Francesco Troiano (Rai News)
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L’ALTRO FILM (IL PRIMO) DI GIORGIO DIRITTI (“IL VENTO FA IL SUO GIRO”)
Il vento fa il suo giro è un film del 2005, diretto dal regista Giorgio Diritti. Si tratta di un film in lingua italiana, occitana (il titolo in occitano è E l’aura fai son vir) e francese; queste ultime sono sottotitolate in italiano. La vicenda è ambientata nella Valle Maira, una delle valli occitane della Provincia di Cuneo, e precisamente nel piccolo paese di Ussolo, sito nel Comune di Prazzo. Nel film non viene citato il nome reale del paese; si fa invece riferimento a Chersogno, nome di fantasia, probabilmente ispirato dal vicino Monte Chersogno. Gli attori (eccetto Thierry Toscan e Alessandra Agosti) sono tutti non professionisti, abitanti del luogo che hanno accettato di partecipare al film.
Dopo essere stato presentato con successo in molti festival internazionali, a partire dall’anteprima al London Film Festival fino alla Festa del Cinema di Roma 2006, ha infine avuto una distribuzione limitata nelle sale italiane nel maggio 2007.
Philippe, ex professore dedicatosi alla pastorizia sui Pirenei francesi, è alla ricerca di una nuova sistemazione per la sua famiglia, dato che nel luogo in cui vive è in costruzione una centrale nucleare. Dopo aver inutilmente cercato casa in Svizzera, nel fare ritorno in Francia si ritrova nella Valle Maira, nel paesino di Chersogno, ormai spopolato e abitato quasi unicamente da anziani, visto che il resto degli abitanti raggiunge il piccolo borgo montano soltanto per trascorrevi le vacanze nei mesi estivi. Si tratta di una comunità molto chiusa, ultimo retaggio della lingua e cultura occitana in Italia. Dopo qualche dubbio iniziale, l’amministrazione comunale si adopera per trovare a Philippe una casa in affitto e gli abitanti si mettono al lavoro per restaurarla. Inizialmente il paese sembra lieto di accogliere la giovane famiglia, composta, oltreché da Philippe, dalla moglie e tre figli. Ben presto però nascono le prime incomprensioni, causate dalle abitudini dei nuovi arrivati, non sempre rispettose delle tradizioni locali e dei diritti di proprietà ed in particolare dalla gelosia di un’allevatrice di mucche che non esiterà a mentire per porre in difficoltà i nuovi arrivati. In particolare, le capre di Philippe si avventurano spesso nei terreni ormai abbandonati dai vecchi contadini, suscitando la rabbia dei proprietari. Così, col passare del tempo, la nuova famiglia diviene sgradita alla maggioranza degli abitanti, i quali dall’iniziale gentilezza passano alla manifesta insofferenza, che si esplicita in veri e propri atti di boicottaggio verso l’attività del pastore.
Il vento fa il suo giro (E l’aura fai son vir in occitano), trae origine dal detto popolare che vede il vento come origine di tutte le cose, come movimento circolare in cui ogni cosa ha inizio e fine. Questa immagine è rappresentata nel film anche attraverso la figura dello scemo del villaggio, che corre per i prati con le braccia allargate simulando il gesto del volo.
Al film ha collaborato il gruppo folk rock dei Lou Dalfin; una scena del film è ambientata durante un loro concerto.
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IL VENTO FA IL SUO GIRO: Un film genuino e privo di retorica che possiede la forza di un trattato antropologico
Quando si incontrano sul proprio cammino pellicole simili, vien da gridare che il cinema italiano non solo non è morto, ma si ha voglia di abbassare la testa e volgere lo sguardo altrove, vergognandosi persino di averlo pensato. Girato interamente nelle valli occitane del Piemonte, un ex professore decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia – una moglie e tre figli – in un paesino di poche anime, sulle montagne, per poter vivere secondo natura. Nella diffidenza generale, Philippe e sua moglie vivono di pastorizia, cercando di raggiungere quel difficile equilibrio con le cose del mondo e con gli anziani abitanti del posto.
Il film di Giorgio Diritti vale almeno quattro stelle. Una per il coraggio, due per le difficoltà della distribuzione (il film fa la spola fra una sala e l’altra di Italia, dove il mercato non sembra accorgersene, mentre all’estero ha fatto incetta di premi e riconoscimenti), la terza per la prova corale di tutti gli attori, bravissimi e non professionisti (eccezion fatta per Thierry Toscan e Alessandra Agosti), la quarta per risarcirlo moralmente di tutto ciò che ha subito e per tutto ciò che subirà, nella cecità dei nostri critici e dei nostri speculatori culturali. “E l’aura fai son vir” – questo il titolo occitano del film – si riferisce al detto popolare che vuole il vento una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna, come rappresentato nel film dalla figura di uno scemo del villaggio che corre nei prati simulando il gesto del volo. Questa pellicola, senza scomodare miti e profeti, ha la forza di un trattato antropologico, ma senza perdersi nella retorica dei buoni sentimenti, sottolineando piuttosto come la vita si componga di sensazioni contrastanti e sgradevoli, in un cinismo che contagia, ma rende liberi da pregiudizi e ipocrisie. Tre aggettivi per descriverlo? Genuino, inaspettato, meraviglioso. Come le anime salve che descrive, uomini in cerca di un senso che l’esistenza stessa allontana ogni giorno di più.
(di Pierpaolo Simone, da http://www.mymovies.it/ )
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IN MERITO ALLA SCOMPARSA DELLA GEOGRAFIA DALLE SCUOLE (NELLA PROPOSTA DI RIFORMA SCOLASTICA DELLA MINISTRA GELMINI) RIPORTIAMO QUI ALCUNI ARTICOLI (E UNA “LETTERA APERTA” AL MINISTRO) APPARSI SUI GIORNALI IN QUESTI GIORNI:
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LETTERA APERTA di Calogero Muscarà (insigne geografo, professore universitario e studioso dei contesti geografici; ha scritto numerosi libri e altre pubblicazioni su argomenti geografici)
CARO MINISTRO, SALVI LA GEOGRAFIA
da “il Gazzettino” del 27 Gennaio 2010
Gentile Ministro Gelmini,
sono un professore di geografia che ha insegnato nelle Università di Ca’Foscari a Venezia, di Padova, di Bergamo e alla Sapienza di Roma a partire dall’ormai lontano 1961.
Come scrivono i giornali, il Consiglio dei Ministri dovrebbe approvare tra breve la riforma della Scuola media superiore a partire da un progetto che cancella la geografia da tutti gli ordini di scuole, licei, istituti tecnici e istituti professionali. Stop. La geografia non esiste più come disciplina da insegnare dopo la Scuola media inferiore. Noi geografi non manchiamo certo di responsabilità perché, impegnati negli ultimi anni in altre direzioni di studio, abbiamo riservato poca importanza alla funzione, essenziale a questo proposito, di contribuire alla definizione della identità della società italiana e delle identità delle parti (non solo le Regioni) in cui essa si articola.
Altri, su altri giornali, hanno messo in luce perché avvenga questo paradosso in una stagione in cui il territorio è all’ordine del giorno della vita politica quotidianamente: confini varcati più o meno clandestinamente dall’immigrazione; regionalismo e federalismo; Europa e Stati Uniti, Irak ed Iran, Pakistan e Afganistan, Cina e India e Giappone nel linguaggio giornaliero dei media oltre che della politica estera, dell’economia, degli imprenditori.
A un ministro intelligente e sensibile come si è dimostrato lei nei confronti della malridotta università italiana tutto questo non può essere sfuggito.
Perché dunque scriverle?
Ma perché un paio almeno di considerazioni non mi risulta siano emerse nel dibattito. Già nella Scuola media superiore attuale il posto della geografia, salvo che negli Istituti Tecnici Commerciali, è del tutto marginale: l’ultimo anno. E soprattutto affidato agli insegnamenti di scienze naturali che, per stare ai libri di testo prevalenti, propongono qualche considerazione della cosiddetta geografia matematica (astronomia), di geomorfologia, di climatologia. Nessuna geografia umana, dell’uomo con i suoi ardimenti e le sue malefatte che opera sul territorio, sull’ambiente e sul paesaggio trova spazio nei programmi delle nostre Scuole medie secondarie. Affidato poi ad insegnanti che, preparatissime nei loro campi, non hanno alcun obbligo di aver sostenuto un esame di geografia nei loro corsi universitari, e spesso sono zoologi, botanici, farmacisti, perfino medici o architetti. Forse è propria questa la maggiore debolezza della nostra disciplina: che tutti credono di conoscerla perché se ne parla tutti i giorni, come nel caso della psicologia da bar. Non lasciamo che questa falsa convinzione continui ad operare nella malandata scuola italiana.
Calogero Muscarà
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SE DALLA SCUOLA (PER LEGGE) SCOMPARE LA GEOGRAFIAdi Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 21/1/2010
ll Consiglio dei Ministri dovrebbe presto approvare la riforma della scuola superiore. Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali, in via di definizione, la geografia scompare del tutto - o quasi. Non si sono sentite proteste, al proposito.
Ad eccezione di quelle sollevate, comprensibilmente, dalle “associazioni di categoria” (in testa l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e la Società Geografica Italiana), che hanno lanciato un appello accorato (su www.aiig.it e www.luogoespazio.info).
Ma c’è da dubitare che troveranno grande ascolto. I problemi che contano e appassionano sono ben altri. Anche se il territorio continua ad essere evocato, per ragioni politiche e polemiche. I confini: vengono chiamati in causa quando c’è da respingere i clandestini. Frontiere invisibili divengono muri visibili per marcare la distanza dagli “stranieri”. Per alimentare domanda di sicurezza, per richiamare la comunità perduta. Il nostro piccolo mondo che scompare, schiacciato dal grande mondo che incombe. Così si invocano le ronde, senza poi formarle. E i “confini” della città sono marcati da cartelli segnaletici che, accanto al nome di città “straniere” gemellate, avvertono: non vogliamo “stranieri”, guai ai “clandestini”. (Quasi che i clandestini si dichiarassero come tali, apertamente, all’ingresso della città).
Siamo orfani dei confini che, tuttavia, non riconosciamo. E non conosciamo più. Come il territorio. Rimozione singolare, visto che mai come in quest’epoca le identità ruotano intorno ai riferimenti geografici. L’Oriente e l’Occidente. Che, dopo la caduta del muro di Berlino, non sappiamo più come e dove delimitare. In Italia, il Nord e il Sud. La Lega Nord e il Partito del Sud.
Si rimuove la geografia mentre la geografia si muove. Insieme ai confini. Centinaia di comuni vorrebbero cambiare provincia. Oppure regione. E molte province si spezzano; mentre, parallelamente, ne nascono altre di nuove.
E se guardiamo oltre i nostri confini abbiamo bisogno di aggiornare le mappe. Un anno dopo l’altro. Per de-finire i paesi (ri)sorti in seguito al crollo degli imperi geopolitici. Per “nominare” contesti senza nome oppure ignoti, un attimo prima, il cui nome è rivendicato da popoli che ambiscono all’indipendenza. Da minoranze che vorrebbero venire riconosciute e da maggioranze che ne reprimono le pulsioni. Così, scopriamo, all’improvviso, dell’esistenza di Cecenia, Abkhazia, Ossezia, Timor Est. Mentre Cekia e Slovacchia sono, da tempo, felicemente divise. Ma molti non lo sanno e continuano a “nominare” la Cecoslovacchia.
In questo paese - ma non solo in questo – il “popolo” più detestato è quello Rom. Gli zingari. Accusati di molte colpe - talora a ragione. La principale fra tutte: non avere una patria. Una residenza. Rifiutarla. Troppo, per una società che ha dimenticato il territorio – sepolto sotto una plaga immobiliare immensa e disordinata. Ma continua a evocare le “radici”. E non sopporta chi è nomade. Sempre altrove.
Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento, intima. “Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri”. Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: “Andare dritto!!”. E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: “Ora fare inversione a U”. Anche se hai imboccato una strada a senso unico.
La società del Gps è popolata di persone etero-dirette, che si muovono senza un disegno, né un progetto. Non sanno dove andare e neppure dove sono. Questa società - questa scuola – non ha bisogno di geografia, né di geografi. Ma neppure della storia: visto che la geografia spiega la storia e viceversa. Questa società - questa scuola - questo paese: dove il tempo si è fermato e il territorio è scomparso. Dove le persone stanno ferme. Nello stesso punto e nello stesso istante. In attesa che il Gps parli. E ci indichi la strada. (Ilvo Diamanti)
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Geografia: non è solo nozionismo
(da “il Corriere della Sera” del 28/1/2010)
Cari Italians,
in riferimento alla lettera pubblicata il 23 gennaio “Geografia addio?” (M. Henry), vorrei dire la mia. Sono dottorando di Geografia Economica e il mio percorso di studi è stato pienamente improntato sulle discipline geografiche.
Apprezzo molto la volontà del lettore di esporre tale problema e di appassionarsi alla vicenda ma, fin quando continueremo a vedere la geografia come la disciplina che indichi dove si trovi il Belize, quali siano i confini dell’Austria e quale sia la strada giusta senza l’aiuto del GPS, allora c’è un problema di fondo: il fatto che noi geografi – o comunque vicini alle discipline geografiche – manchiamo di capacità comunicativa verso i cittadini di spiegare cosa siamo e perché facciamo geografia. Il lettore dà una visione nozionistica della disciplina, che è quella che va per la maggiore e che porta gli insegnanti di qualsiasi livello scolastico a trattarla come tale.
La geografia parte certo da nozioni di base: insomma, se uno non sa dove si trovi l’Egitto meglio che non si dedichi alla disciplina. Giunge poi, però, a un tentativo molto più alto: “comprendere” (non semplicemente “descrivere”) le relazioni tra gli uomini e tra gli uomini e il territorio, in ottica multiscalare valicando tranquillamente i confini statali; ancora, cerca di capire perché un fenomeno umano avviene e perché avviene in un territorio invece che in un altro.
Essa aiuta a diventare cittadini del mondo, a porsi criticamente di fronte alla dinamiche che ne sottendono l’esistenza e, quindi, a porsi criticamente e curiosamente nei confronti del pianeta Terra. Il problema non è il GPS, ma l’uso sbagliato – anche per pigrizia – del GPS, che non ci invita a essere curiosi quando si percorre una strada, si vede una città o si incontrano persone.
E’ questo che vorrebbe fare la geografia ed è questo sforzo comunicativo che noi geografi non compiamo. Credo sia giusto informarvi su “cosa” siamo, anche per giustificare la nostra esistenza in ambito accademico e scientifico.
Giuseppe Forino, g.forino@gmail.com


Il Municipio di Cessalto, paese di 4000 abitanti ai confini tra la provincia di Treviso e di Venezia
“L’eroe per caso si chiama Giovanni Artico. Da otto anni fa il sindaco a Cessalto, un paese di tremila e settecento abitanti (tra la provincia di Treviso e quella di Venezia), paesino che finora aveva fatto parlare di sè per l’autostrada “Venezia-Trieste” che di lì passa (per gli incidenti in autostrada) e per la raccolta rifiuti migliore d’Italia. Cessalto è diventato punto di riferimento nazionale delle politiche fiscali per il piccolo commercio: l’argine contro l’agonia dei centri storici, il baluardo contro i centri commerciali, il forte Apache della resistenza al fisco centralista. Tutto senza un minuto di scioperi, senza striscioni né clamorose proteste. Semplicemente con una delibera di giunta che ha per titolo «Atto di indirizzo per l’applicazione dei rimborsi di tasse comunali alle attività del piccolo commercio». Semplice quanto geniale il sistema. Con questa delibera di giunta il sindaco ha deciso che le trenta attività commerciali del piccolo comune avranno diritto al rimborso totale delle tasse comunali: Ici, Tosap, Tarsu e Imposta pubblicità. I requisiti per accedere al rimborso? Essere titolari di attività di commercio al dettaglio, con superficie di vendita non superiore a 150 metri quadri, possedere insegne pubblicitarie inferiori a una certa dimensione (dieci metri quadri). Insomma, requisiti che fanno star dentro le botteghe di paese ed escludono le grandi superfici” (da “La Tibuna di Treviso” del 21 gennaio, di Daniele Ferrazza).
Per rivitalizzare i piccoli centri storici è sì una questione di ripristino urbanistico (eliminare ad esempio le brutture edilizie di questi ultimi decenni; togliere il “grigio” che caratterizza piazze, strade, periferie continue… ), ma è anche “ritornare ai piccoli negozi, alle botteghe”. Ogni serranda che chiude definitivamente è un pezzo di vita comunitaria di un luogo che finisce. Dobbiamo però essere chiari. Pensare che i piccoli negozi possano “resistere” alla concorrenza (dei prezzi, ma a volte anche della qualità) dei centri commerciali, dei cosiddetti “outlet”, è cosa assai ardua, forse vana. Sì, possono esserci dei modi per resistere alla concorrenza (ad esempio associando negozi e attività in strutture simil-cooperativistiche in grado di avere livelli di produzione e consumo pari al commercio di grandi dimensioni).
Ma non è questo il punto che ci interessa qui. Ci chiediamo piuttosto: è possibile pensare e prevedere il mantenimento nei piccoli centri, nella piazze e strade di paese, di attività residuali? … La piccola bottega di generi alimentari, il negozio del calzolaio, il bar dove con un caffè o un bicchiere di vino uno può star lì seduto a un tavolo e parlare, o giocare a carte o leggere il giornale per una o due ore o mezza giornata…. attività, è da chiarire, che consideriamo “residuali” per il redditi (inferiori alla media), “antieconomiche” per il gestore, il piccolo imprenditore che le esercita…? E’ possibile immaginare persone, “operatori” del commercio o del piccolo artigianato che “decidono” di guadagnare meno, di accontentarsi di meno, ma di poter svolgere un’attività che non ha l’angoscia costante, quotidiana, della competitività e, quel che è più importanti, che debbono avere (queste attività “residuali”) costi di gestione bassi, molto bassi, che così permettono sì di guadagnare magari poco, ma avere poche spese fisse, così da poter lo stesso avere un reddito? Costi bassi significa affitti abbordabili (la vera piaga di chi vuol intraprendere un’attività commerciale adesso…) e niente tasse, un’esenzione totale a chi decide di voler guadagnare poco e, di fatto, permette di mantenere vitale un luogo con la sua presenza, con la sua attività.
Su questo le istituzioni pubbliche, dai Comuni alle Regioni, al Governo possono fare molto, e tutto il sistema ne avrebbe un vantaggio: la detassazione degli affitti introducendo una ritenuta alla fonte (15%?) e così il proprietario non ha nessun altro obbligo fiscale…. l’esonero totale dalle tasse per redditi lavorativi (commerciali o artigianali) sotto un certo “palese, evidente” livello (…l’attuale politica fiscale degli “studi di settore”, dove si misura il reddito con i metri quadri di utilizzo di un’attività, con le persone impiegate, l’energia elettrica consumata eccetera, è risultata del tutto “incongrua e incoerente”; dannosa e fallimentare proprio perché ha colpito in primis le attività marginali…).
E il recupero dei luoghi (che siano storici o meno, architettonicamente belli o come sono spesso, cioè assai brutti…) passa anche per una fattiva “presenza” del cittadino che lì magari ora ci va solo a dormire, e poi macina chilometri per andare nel luogo degli acquisti….): passeggiare e instaurare relazioni proficue nel luogo di dimora; passeggiare e conoscere, vivere la propria realtà non a misura di automobile ma dei propri passi, del proprio camminare partendo dall’uscio di casa… Questo non esclude la necessità di “interloquire” con un’ “area metropolitana” propria, vasta, confacente a bisogni globali che ciascuno oramai ha (cui deve fare i conti): del lavoro, dello studio, di conoscenze e scambi (e qui una mobilità efficiente si fa sentire come necessità primaria). Ma non si può dimenticare il proprio luogo a pochi metri da casa, e lo sviluppo (il ritorno) di attività commerciali e artigianali che impropriamente chiamiamo “residuali” (ma che sono fondamentali per “fare comunità”).
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NIENTE TASSE AI PICCOLI NEGOZI
di Chiara Pavan, da “il Gazzettino” del 19/1/2010
Il comune di Cessalto “cancella” Tosap, Tarsu e Ici alle botteghe del paese. È il primo del Veneto«I piccoli negozi stanno alla città come i parchi stanno ai bambini». L’equazione, sigillata tempo fa dal presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dev’essere piaciuta molto al sindaco di Cessalto (Tv), che l’ha rilanciata con una postilla: i negozi sostengono il tessuto cittadino, lo alimentano, lo vivacizzano, tanto più di fronte all’avanzare compatto di mega centri commerciali costruiti alle porte delle città. Indi, se non vogliamo perdere i nostri centri, è tempo di investire maggiormente sul commercio, mai come ora penalizzato dalla crisi e dalla concorrenza dei big. Dopo tutto, e qui si cita ancora Sangalli, «quando in città si spegne un’insegna, è un pezzo della città che muore».
Per evitarlo, Giovanni Artico, primo cittadini di questo paesino di 4000 abitanti ai confini tra la provincia di Treviso e di Venezia, ha deciso di “cancellare” le tasse ai commercianti. Che non sono moltissimi, sia chiaro, «circa una trentina», ma sono «fondamentali per un paese di piccole dimensioni come il nostro che vuol restare vivo e attivo», spiega Artico, al suo secondo mandato con una lista civica di centro destra. L’iniziativa “zero tasse al commercio”, la prima del genere in Veneto, rappresenta una sorta di «intervento socio-economico» che aiuterà non soltanto quelle attività già avviate nel comune, ma anche coloro che decideranno di aprirne una entro il 2010. Per loro niente Tosap, niente Ici o Tarsu, ma una «boccata di ossigeno che potrà ripetersi il prossimo anno: questa operazione – dice Artico – è rinnovabile nel 2011. In fondo, con 20mila euro, si riesce ad incidere nelle sorti di molti esercizi commerciali». E i conti, giura il sindaco, non sono neanche così complicati: «Grazie al cambio di gestore per la pubblica illuminazione siamo riusciti a risparmiare circa ottomila euro. Anche i pannelli fotovoltaici collocati su una scuola e sul palazzetto dello sport ci fanno risparmiare altri diecimila euro. Ci siamo fatti due conti e ci siamo resi conto che potevamo farcela. Nel prossimo consiglio comunale approveremo il regolamento attuativo di questa iniziativa». Che prevede, dal 1 gennaio 2011, il rimborso totale delle tasse sostenute dai commercianti durante il 2010. E Cessalto, premiato nel 2009 da Legambiente come miglior comune Riciclone d’Italia, è il primo comune veneto «che si impegna concretamente per i piccoli negozi. Ce ne fossero altri! – sospira il presidente di Confcommercio Veneto Fernando Morando – l’abbiamo chiesto a tutti i sindaci della regione ma la maggior parte fa orecchie da mercante. E spesso concede con facilità e miopia licenze a destra e manca ai maga outlet e alla grande distribuzione, decretando poi la fine dei negozi sotto casa e quella, conseguente, di molti centri storici. Le nostre città stanno morendo – chiude Morando – che almeno si cerchi di sostenere con la detassazione quelle attività che rappresentano un insostituibile servizio sociale».
I dati del rapporto Confcommercio-Legambiente sul disagio abitativo lo confermano: molti comuni, non solo i piccoli ma anche quelli con meno di 10mila abitanti, nel prossimo decennio sono a rischio estinzione. Si trasformeranno in «ghost town» abbandonate da tutti. L’allarme è lanciato.
Nel 2008 la vitalità del sistema imprenditoriale locale si è ridotta, come emerge dai dati Confcommercio sulla nati/mortalità delle imprese. L’andamento del commercio, sia all’ingrosso che al dettaglio, ne ha molto risentito: in Italia si è registrata una prevalenza di cancellazioni di imprese rispetto alle iscrizioni, pari a un saldo negativo di 38.860 (iscritte: 82.350, cancellate: 121.210). In Veneto, ricorda il presidente Morando, siamo arrivati ad un -20%. «L’iniziativa del sindaco di Cessalto rappresenta un punto di partenza. Spero che molti sindaci facciano lo stesso».
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L’invasione dei decibelMA EVITIAMO L’OSSESSIONE DEL SILENZIO TOTALE
di Franco La Cecla, da “la Repubblica” del 7/1/2010
Goethe racconta nel suo viaggio in Italia di non aver sopportato il baccano che per tutta la notte facevano i veneziani. Venezia allora aveva trecentomila abitanti ed era ancora effettivamente il centro della “movida” del diciannovesimo secolo. Chissà cosa ne avrebbe pensato Cacciari che in qualità di sindaco ha privilegiato l’ aspetto silente, decadente, morto della città lagunare. E cosa ne avrebbe pensato Cofferati che ha chiuso la stagione di Bologna città dei giovani e della notte inoltrata. Ma oramai una buona parte delle città d’Europa si stanno adeguando all’andazzo austero.
Perfino Parigi si sta trasformando in una città in cui ogni tipo di assembramento serale e notturno sembra molestare i sonni dei sempre più spaventati parigini. Insomma sembra che l’ Europa debba diventare un luogo in cui alla vitalità e all’energia delle notti bianche debba sostituirsi l’ideologia di una middle class dai sonni difficili e preoccupatissima di svegliarsi l’indomani per un’ altra giornata di lavoro.
In più i nuovi regolamenti sul fumo hanno creato una nuova classe di molestatori, i fumatori che obbligatoriamente devono stare fuori dai locali e questo disturba, perché non si limitano a fumare, ma per giunta socializzano. Nella civilissima Svizzera i regolamenti condominiali prescrivono che non ci si debba fare la doccia o non si debba tirare lo sciacquone oltre le nove di sera: pena l’ arrivo della polizia urbana, salatissime multe e anche conseguenze penali. Milano ovviamente non può essere da meno e l’ accenno di movida degli anni Novanta deve lasciare il passo a un’ idea di urbanità che sembra tutta estratta da una visione della vita da pensionati e fragili di nervi.
Le città hanno riscoperto il diritto degli abitanti al sonno, molto meno il diritto a spazi pubblici, a una vita meno inquinata. Insomma siamo in piena ideologia della riproduzione della forza lavoro, i cui sonni devono essere tranquilli, perché almeno la notte appartenga loro. In un bellissimo libro di Jean Luc Nancy, “Cadere dal sonno”, ci viene spiegato il magnifico mistero di questo abbandonarsi che è il sonno che non è solo assenza di rumore, ma ingresso in un’ altra soglia del suono.
Ma quale deve essere in realtà il “suono” di una città, cosa deve consentire e cosa no? Se si guarda alla storia delle città europee il rumore, il chiasso, è stata una delle caratteristiche principali della vita urbana. Clausus in latino è sia una piazza, sia il rumore, da cui per esempio deriva la parola clacson – e in Sicilia molte piazzette si chiamano ancora chiassi. Il brusio, il far cortile, il parlare, il cantare, il far la serenata. Oggi Romeo verrebbe subito arrestato e non dalla famiglia veronese avversaria, ma da un pedante pizzardone.
Ma anche le città più tarde e oltreoceano, New York per prima, erano luoghi di rumori misti, di una frenesia ed elettricità in cui il suono sordo prodotto dalle auto si mescolava al vociare dei passanti, alle grida dei banditori, al gospel e al suonatore di strada. In tutta l’Andalusia mediterranea fino in Turchia le grida dei venditori sono molto più importanti delle vetrine.
L’ossessione un po’ fascista – che sia il senso dell’ ordine della vecchia sinistra o quello della nuova destra – per l’assenza di rumore rappresenta una novità anti-democratica. Come antidemocratica è l’ idea della separazione delle funzioni.
La città è viva fin quando traffico, passeggio, venditori ambulanti e suonatori improvvisati possono mescolarsi. Muore quando vince un’idea del suono come molestia, un’idea balzana visto che da cento anni sopportiamo il rumore di fondo dei motori e dei clacson e degli scappamenti. Per strada oggi non si sentono più le voci dei bambini, non si ascolta il latrare dei cani e non si sente il suono magnifico delle stoviglie e del preparare il pranzo e la cena.
Nell’ inno alle città che è il libro di Vittorini “Le città del mondo” ai pastori viene invidia di una città quando da lontano cominciano a sentirne i rumori, campane, donne, latrati, ragli, bambini. Sarebbe interessante se un sindaco facesse una politica non di limitazione del rumore, ma di sua trasformazione, se privilegiasse alcuni rumori rispetto ad altri. Ho un amico artista del suono, Lorenzo Brusci, che da Berlino sta insegnando a più città europee e anche a Firenze che i rumori possono essere schermati, trasformati, miscelati e che la musica è un’ ottima barriera sonora molto meglio del silenzio. Gli abitanti di Hong Kong si sono lamentati quando hanno chiuso l’aeroporto che era al centro della città, dicendo che gli mancava il rumore e che per il silenzio c’è tutto il tempo quando si sarà morti. Forse le nostre città si stanno trasformando in magnifici giardini di cemento a cui mancano solo le croci e i cipressi per non essere confuse con dei cimiteri. – FRANCO LA CECLA
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PASSEGGIATE – STANCHI, SOLI, PIGRI: NON C’E' PIU’ TEMPO PER GIROVAGARE
di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 13/1/2010
LONDRA «Vado a fare due passi». Oppure: «Andiamo a fare una passeggiata». Prima di pranzo, dopo pranzo, dopo la messa, durante una pausa di lavoro, la sera o nel fine settimana, insomma in qualunque situazione o momento: quelle due espressioni, così tipiche della nostra vita quotidiana, stanno scomparendo.
Camminiamo sempre di meno, dove il plurale sta in generale per noi popolazione del mondo occidentale industrializzato e in particolare per noi italiani, che a quanto pare abbiamo smesso questa abitudine più degli altri popoli. Rinunciando così all’ esercizio fisico più semplice, collaudato e per certi versi migliore, al fine di bruciare calorie, fare movimento e mantenere un buon stato di salute, con serie conseguenze per il nostro corpo, specie se, come avviene nella maggior parte dei casi, la fine della passeggiata è rimpiazzata, individualmente e socialmente, da attività assai più sedentarie, come guardare la televisione e, soprattutto, stare seduti davanti a un computer.
A rendere noto il fenomeno è una ricerca su scala internazionale, condotta da studiosi della School of Sport, Exercise, health and Science della Loughborough University e pubblicata ieri dal Daily Telegraph di Londra. Risulta che, a livello globale, il 52 per cento della popolazione mondiale cammina considerevolmente meno di dieci anni or sono; e tra quelli che abbandonano più di tutti il piacere della passeggiata ci sono gli italiani.
Una graduatoria dei principali paesi consultati dal sondaggio, infatti, indica che, alla domanda “oggi camminate meno di dieci anni or sono?”, rispondono di sì il 62 per cento dei portoghesi, il 60 per cento degli italiani, il 54 per cento degli spagnoli, il 53 per cento degli austriaci, il 50 per cento degli americani, il 45 per cento dei britannici, e così via.
Tra le ragioni citate per il calo della voglia o possibilità di camminare ci sono problemi di tempo, stanchezza, non sapere dove potere andare a passeggio e mancanza di entusiasmo da parte di altri membri della famiglia. Il rapporto indica infatti che molti sarebbero più inclini a passeggiare, se non fossero costretti a farlo da soli: preferendo farlo in compagnia di familiari o amici.
«Nonostante il fatto che camminare sia universalmente descritto come una forma ideale di esercizio fisico, è preoccupante notare che individui e famiglie in numerosi paesi del mondo non usano questa attività elementare, non costosa e altamente efficace di promuovere la propria salute», commenta il dottor Stacy Clemes, autore della ricerca. «Oltretutto andare a passeggio è un’ attività inclusiva, che permette alle famiglie di avere un interesse in comune e di passare insieme del tempo all’aria aperta».
Un istruttore di ginnastica, Matt Roberts, interpellato dal Telegraph, osserva che camminare abitualmente è più importante dell’ occasionale visita a una palestra: «Purtroppo molti genitori odierni preferiscono guardare la tivù, lasciando i figli davanti alla Playstation. Le nevicate dei giorni scorsi hanno portato le famiglie all’aperto, insieme, con slitte e passeggiate, ma è l’ eccezione che conferma la regola». La crescita dell’obesità, particolarmente evidente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ma in aumento in molti paesi occidentali, è giudicata dagli esperti una conseguenza diretta di una minore attività fisica, oltre che di una cattiva alimentazione. Basterebbe dire tutti i giorni: “Andiamo a fare due passi”. Ma lo diciamo sempre meno. (PER SAPERNE DI PIÙ www.telegraph.co.uk , www.lboro.ac.uk - ENRICO FRANCESCHINI)
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Una citazione del genere appare certamente velleitaria in un Paese come il nostro, dove la Geografia viene talmente sottovalutata e ridicolizzata da dover sparire dalle nostre scuole, relegata a materia di serie B, indegna di essere insegnata in maniera decorosa.
Eppure questa è la citazione che riassume al meglio la presentazione tenuta a “TED Talks” da Bill Davenhall, coordinatore della sezione health and human services della ESRI.
Davenhall racconta di come l’esperienza di aver subito un infarto lo abbia condotto ad avere una sorta di illuminazione: è possibile che i luoghi nei quali ho vissuto nella mia vita siano in relazione con questo? Ma certo, ho detto tra me e me, pensando immediatamente all’elevata percentuale di casi di cancro e al tasso di mortalità proprio della città di Taranto, nella mia Puglia, una delle zone più inquinate d’Italia. Geography matters… even in medicine.
Il sagace Davenhall infatti ci mostra come i luoghi nei quali ha passato la maggior parte della sua vita, siano guarda caso quelli nei quali ci sono i più elevati tassi di infarto, grandi città nelle quali i livelli di particolato, monossido di carbonio, ozono sono piuttosto elevati.
Ma cos’ha di così illuminante questo discorso? In effetti, sembra davvero banale affermare che le grandi città siano “pericolose” per la salute. In realtà Davenhall sottolinea come nessun medico, tra le tante domande volte a fare l’anamnesi di una malattia, chieda “ma lei, dove ha vissuto negli ultimi anni?”. Insomma la geografia delle nostre vite può dire davvero molto riguardo la nostra salute.
Concetti questi che sono alla base dell’epidemiologia geografica. Gli epidemiologi da molto tempo in effetti hanno compreso che studiare spazialmente la diffusione di malattie e di fenomeni ad esse collegati è di fondamentale importanza. Ho cercato in giro, e la solita Regione Emilia Romagna ha realizzato un Atlante di epidemiologia geografica, un gran bel lavoro che farebbe divertire parecchio quelli che, come noi, vedono mappe ovunque e hanno un irrefrenabile impulso a “mettere in mappa” qualunque tabella con nomi geografici.
Insomma, dopo l’eresia dell’eugenetica, prima o poi ci troveremo a parlare sempre più di geomedicina? Ovvero sempre di una medicina su misura, ma che tenga conto dei luoghi della nostra vita? Peccato che un’ora di geografia in questo Paese che fu di santi, poeti e navigatori, non valga quanto un’ora di religione. O pure due di educazione fisica…
Ma anche di questo parleremo presto…
L'articolo La Geografia è il destino della Medicina è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.


Port Au Prince. Rifornirsi di acqua potabile è una delle prime e più gravi urgenze per la popolazione (foto ripresa da “il Gazzettino”)
Vi sono problematiche difficili da scegliere e decidere, che in questi giorni si intrecciano, fortemente geografiche (geo-umanitarie, geopolitiche…). Haiti e la sofferenza dei bambini; i figli degli immigrati in Italia. Dove i protagonisti, anello che appare fragile, sono i bambini, i ragazzi preadolescenti e adolescenti (diciamo comunque quelli/quelle che hanno meno di 18 anni).
I bambini di Haiti (molti) punto di sofferenza più visibile nella tragedia del post terremoto. E dall’altra la situazione da noi con i tanti giovani immigrati (più di 800.000 bambini e ragazzi) presenti nel nostro Paese, considerati stranieri per la loro origine. E su di loro si sta dibattendo e decidendo (nella politica, nella società) come e in che modo integrarli nel contesto istituzionale di cittadinanza. Il diritto o meno a essere loro (bambini) considerati cittadini italiani, e con l’inserimento scolastico (ma non solo: anche il tema, di fatto loro esclusivo, della riduzione da 16 a 15 anni della riduzione dell’obbligo scolastico, con l’”apprendistato lavorativo” che si vuole regolamentare ed anticipare appunto di un anno).
- Adozione dei bambini di Haiti. Noi siamo per un’adozione internazionale prudente di bambini, anche in condizioni di emergenza. L’abbandono di ogni rapporto con il proprio luogo (anche se luogo di molte sofferenze…) potrebbe apparire una scorciatoia anche per ogni capacità di risollevarsi e sviluppo di un’area geografica in difficoltà, in degrado. Ci chiediamo se possano esistere (per i bambini) forme di “benessere” garantito (anche con presenza e aiuto internazionale) dentro il proprio ambiente (che si vuole diventi più vivibile)… Ciò non toglie che possano esistere casi (così disperati come è Haiti in questo momento) che richiedono una pronta adozione internazionale. Pertanto siamo più che favorevoli ora ad adozioni urgenti per i bambini di Haiti. Un “male minore”: è in ogni caso uno strumento pericoloso quello di separare in modo definitivo i bambini dal loro territorio (le loro famiglie), dove per quanto poco sono vissuti in (bene o male) simbiosi.
- La circolare Gelmini sul limite del 30% ai bambini immigrati in classe. Dal prossimo anno scolastico verrà introdotto il tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria e secondaria. Lo prevede una circolare del ministero dell’Istruzione inviata a tutte le scuole in cui si disegna il percorso, graduale, di introduzione del tetto. Questo, si specifica bene, non come provvedimento razzista (ci mancherebbe…) ma come miglior equilibrio didattico in classi “in difficoltà” con bambini stranieri che, ad esempio, non conoscono bene nemmeno la lingua… (la Ministra Gelmini ha chiarito poi che il tetto del 30% non si applica ai bambini “stranieri” nati in Italia, che pertanto è chiaro conoscono come gli altri la lingua nazionale). Vengono qui in mente due parole importanti, due slogan “organizzativi” della scuola come la pensava (e applicava) Don Lorenzo Milani nei primi anni ’60 del secolo scorso (ma non solo lui): e cioè “il doposcuola” e “il tempo pieno”. Sopperire ad eventuali difficoltà linguistiche e conoscitive delle varie materia, ma in primis integrare le giovani generazioni (a prescindere dalla derivazione etnica) tra di loro, per un progetto sì locale, di conoscenza e valorizzazione del proprio luogo di vita, ma anche nazionale (italiano) europeo, mondiale… (non sarebbe stato meglio, una positiva rivoluzione culturale per tutti, insegnanti e alunni, ripristinare in tutte le sue forme il “doposcuola” e il “tempo pieno”?) (vi riportiamo tra gli articoli di seguito il pensiero di Don Milani).
- La cittadinanza ai bambini “stranieri” nati in Italia. Il nuovo disegno di legge sulla cittadinanza (in discussione al Parlamento a metà del dicembre scorso, e ora sospeso fino alle prossime elezioni regionali di fine marzo) non prende in considerazione gli oltre 800.000 bambini immigrati presenti nel territorio nazionale, tra cui oltre 500.000 nati in Italia. Per i figli degli immigrati, anche se nati e cresciuti in Italia, il ddl prevede infatti che possano chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni, come avviene già oggi. E in più, rispetto alla legge attuale, è aggiunta la condizione che abbiano frequentato con profitto tutta la scuola dell’obbligo. Questo provvedimento, se passerà, farà regredire ogni processo di integrazione: di fatto un bambino nato e cresciuto in Italia è né più né meno “italiano” (nella lingua, nelle aspirazioni, nei modi e nei pensieri) come un bambino di genitori italiani. Prevale pertanto ancora lo ius sanguinis sullo ius soli (cioè che la cittadinanza sia acquisita per il fatto di essere nati sul territorio dello stato) e questo è, a nostro avviso, un “passo indietro”. Una chiusura data da paure ancestrali ma, in primis, data dalla difficoltà di esprimere un “progetto nazionale, europeo” (cioè come e perché essere italiani, europei), una condivisione di vita, culturale, che superi la provenienza etnica di ciascun bambino
Su tutto questo (l’inserimento virtuoso dei bambini “stranieri” nel contesto italiano, europeo) vediamo invece con interesse la proposta (dell’onorevole Cazzola e del ministro Sacconi), di questi giorni, di creazione di un apprendistato lavorativo a 15 anni, cioè di consentire l’accesso al mondo del lavoro ai giovani dal compimento dei quindici anni; garantendo così l’integrazione dell’apprendistato nel percorso di svolgimento dell’obbligo scolastico. E’ chiaro che questa proposta legislativa, se passerà, in primis riguarderà i ragazzi immigrati. Nelle attuali scuole professionali, nei due anni di formazione, vi è scarsa utilità per una maturazione professionale e culturale (spesso in ambienti conflittuali). L’introduzione nel mondo del lavoro (in modo protetto, regolamentato: appunto si parla di regole di “apprendistato”) può essere un’opportunità di acquisizione vera di capacità lavorative specializzate, che i primi a beneficiarne sarebbero proprio i giovani immigrati.
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HAITI - Il dramma dei più piccoli
L’ ISOLA DEI BAMBINI ORFANI. A MIGLIAIA VAGANO NELLE STRADE
di Paolo Foschini, da “il Corriere della sera” del 16/1/2010
I piccoli fantasmi soli per strada – Tra i bambini di Haiti senza cibo né famiglia – Dopo la scossa ne sono già nati duecento
In teoria dovrebbe essere una buona notizia: non è vero che a Port-au-Prince si muore e basta. Negli ultimi tre giorni, nella capitale dei centomila uccisi dalla terra, sono anche nati almeno duecento nuovi bambini. «Naturalmente è una stima per difetto – dice la dottoressa -. Perché quanti siano davvero non lo sa nessuno». E del resto anche la buona notizia è già finita, perché «la maggior parte di quei duecento sono quasi certamente già morti a loro volta».
È una cosa che non emoziona neanche più tanto, da queste parti. In fondo oggi ne nasceranno altri cento, forse più: e uno su tre morirà comunque, è così da anni. «Ma la statistica era aggiornata a prima del terremoto», dice la dottoressa. Un uomo improvvisamente grida e crolla in ginocchio vicino a un mucchio di qualcosa che forse era casa sua. Indica qualcosa che si intravede là sotto, un paio di metri dentro le macerie. Sembra un ramo bianco, però con delle piccole dita. L’ uomo non piange neanche. Deve cercare un altro figlio.
I figli di Haiti sono adesso «la prima cosa che noti» in mezzo a quel che resta di una città in briciole, nella pur tremenda infinità – a dire il vero – di tutte le altre prime cose che noti. Già normalmente, e rispetto al disastro di adesso non è più neanche un eufemismo, faceva parte della quotidianità vedere i bambini degli slums come Warf Jeremy o Cité Soleil andarsene in giro da soli anche di notte, in questo sterminio di baracche che sino a due anni fa facevano paura anche ai caschi blu.
Non bambini di sei anni: di tre. Ma il terremoto ha dimostrato che esiste sempre la possibilità di un peggio: non sono più solo gli slums a essere pieni di orfani. Dalla vecchia Petionville sino al centro, anche dove la città era fatta di mattoni e non lamiere, ci sono bambini che vagano con occhi di fantasma. A centinaia, migliaia. Mescolati a questo caos di gente che ha peraltro, in buona parte, il loro stesso problema: sono sopravvissuti, ma non sanno dove andare. Cosa mangiare. Cosa fare.
Jean Fritz Sevère e sua moglie Bonnette, visto che i drammi basta aver visto la tv per immaginarli e sono solo un po’ peggio dell’ antologia straziante che si immagina, sono una storia «quasi» a lieto fine pescata nel disastro: ora sono qui seduti per terra nel cortile dell’ ospedale Saint Damien e lì di fianco, con uno straccio come riparo dal sole, ci sono i loro due gemelli Sneider e Smith.
Hanno sei giorni di vita, tre più del terremoto. Smith ha una microscopica flebo infilata addosso, fa impressione vederlo così immobile. Mani adulte scacciano da lui, all’ infinito, mosche che un secondo dopo gli tornano sopra. Ce la farà, dicono i dottori. «La casa dove sono nati – racconta un po’ in francese un po’ in creolo il padre Jean Fritz, meccanico per autodichiarazione, disoccupato di fatto come tutti – adesso non c’ è più». Crollata come tutto il resto di Petionville. «Quando è arrivato il disastro eravamo usciti da cinque minuti tutti quanti, compresi gli altri nostri tre figli, per andare con i gemellini da mio fratello. Dovevamo fare una piccola festa. In un secondo ci siamo ritrovati sotto il muro di una casa dall’ altra parte della strada. Ma i piccolini sono rimasti protetti dai corpi di noi più grandi. Siamo usciti da sotto i mattoni piano piano. Poi ci siamo incamminati verso questo ospedale».
Da Petionville sono pochi chilometri. «A piedi ci abbiamo messo un giorno e mezzo». E gli altri tre figli? «Tutto bene, li hanno visti, sono vivi anche loro». Jean nota lo sguardo interrogativo: «No – dice – in realtà non sappiamo dove». Haiti cioè sarebbe buon un antidoto per tutti i preoccupati circa l’ invecchiamento della popolazione mondiale. Un Paese «giovane», se le tragedie non trasformassero l’ ironia in rabbia: ogni bambino che nasce oggi ha un’ «aspettativa di vita media» intorno ai 50 anni, il che significa un’ «età media reale» di diciotto. Un risultato non facile, al ritmo di tremila nascite al mese: la morte deve impegnarsi molto. Ma qui la si combatte anche, la morte.
L’ ospedale pediatrico Saint Damien, costruito nel quartiere Tabarre dalla fondazione americana Nph, è uno di quelli le cui strutture hanno sostanzialmente resistito: certo per due giorni non c’ è stata corrente, acqua razionata, scorte all’osso. Il suo direttore sanitario, Roberto Dall’ Amico, è uno dei medici volontari partiti dall’Italia all’indomani del sisma. I duecento bambini che normalmente ospita sono diventati quattrocento in un giorno, e l’ unica cosa certa è che continueranno ad aumentare, insieme con i tanti adulti che in questa emergenza finiscono qui a loro volta.
Adesso sono le due del pomeriggio. Adesso, tra adulti e bambini, stanno operando i più gravi. Quelli dove «c’è da amputare». Accampati fuori, nei cortili, la folla dei genitori che sono riusciti ad arrivare. Con gli altri loro figli. L’ interno dell’ ospedale va usato ancora con prudenza, come tutto: ci mancherebbe solo una nuova scossa che azzerasse il lavoro fatto. Sul prato c’ è una lunga fila di culle in plastica, sotto un’ ombra inventata con mezzi di fortuna: pali, teli, quel che c’ era. E c’ è un’ altra cosa, tra quelle che in principio non si notano ma che dopo, invece, ti entrano dentro peggio di un grido. Che di grida non ce n’ è. Pochissime. Giusto quando una ferita è proprio molto molto dolorosa da medicare. E quasi sempre è un adulto.
I bambini non piangono. O molto, molto raramente. Guardano il dottore che li disinfetta, cuce, fascia. Poi guardano il muro, o il soffitto, o quello che hanno davanti. Se gli dai un dito però te lo afferrano e stringono. Come i bambini. Da domani avranno una mano italiana in più, che non aiuterà solo loro: la Protezione Civile ha infatti scelto l’ ospedale Saint Damien come base operativa per i venti medici del Medical Advanced Post che ora raggiungeranno l’ avanguardia arrivata qui già il secondo giorno col primo Falcon partito da Roma sotto il coordinamento di Giovanni De Sierno, insieme col chirurgo Alessandro Rubino e gli uomini del capitano della Finanza Marco Molle. Da domani l’ ospedale avrà altre sale operatorie da campo, tende, strutture, medicinali in più.
Ma quello dei dottori è solo una pezzo della battaglia. Il resto, sul fronte dei piccoli, lo stanno combattendo le squadre di volontari che – per Nph come per altre associazioni venute da tutto il mondo – da quando fa giorno sinché vien buio percorrono la città nei suoi quattro sensi: proprio alla ricerca dei bambini senza più nessuno. Un compito non facile, anche perché l’ indipendenza è un concetto che a Port-au-Prince matura presto: un bambino di sei anni lo puoi anche vedere in giro da solo ma di qui a farlo venire via con te, a meno che non sia proprio ferito, a volte ce ne corre.
E del resto, anche quando hanno una famiglia, non è sempre così scontato trasmettere l’ idea occidentale semplice di una «cura». Le quattro «cliniche di strada» che il medico missionario padre Rick ha aperto un po’ alla volta negli slums sono una sua invenzione degli ultimi due-tre anni. «E la cosa più difficile – dice – è appunto spiegare alle madri e ai padri che quando il loro bambino scotta bisogna portarlo da un dottore. E non semplicemente rassegnarsi alla possibilità che muoia. Perché è questo, la rassegnazione, il cancro peggiore insito nella miseria».
Sono le tre del pomeriggio. E dal cortile posteriore dell’ ospedale arriva una buona notizia vera: il grande forno che Marco Randon, un volontario di Mantova, aveva costruito qui l’ anno scorso e che il terremoto aveva danneggiato è stato aggiustato. La farina c’è. «Il tempo di impastare e lievitare», dice. Stasera per i bambini dell’ ospedale c’è il pane. (Paolo Foschini)
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Haiti, il governo italiano semplifica le procedure per le adozioni dei bambini senza famiglia
da “il Corriere della Sera” del 22/1/2010
Il Consiglio dei ministri ha deciso di accelerare le procedure di autorizzazione alle adozioni internazionali
Svolta del governo nella politica verso l’adozione dei bambini orfani di Haiti. «Nella dolorosa e drammatica vicenda del sisma di Haiti, il Consiglio dei ministri ha discusso e concordato circa l’opportunità di semplificare ed accelerare le procedure di autorizzazione alle adozioni internazionali ed ha dato mandato in tal senso al ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, ed al sottosegretario di Stato delegato alle politiche per la famiglia, Carlo Giovanardi». È quanto si legge nel comunicato finale del Consiglio dei ministri.
CORSIA PREFERENZIALE – «Il Consiglio dei ministri ha dato, dunque, mandato al sottosegretario Giovanardi di verificare la possibilità di individuare una corsia preferenziale per le eventuali richieste di adozione dei bambini haitiani una volta accertato dalle istituzioni haitiane il loro stato di adottabilità» si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi «a parziale rettifica e chiarimento del comunicato stampa relativo al Consiglio dei ministri odierno». La nota precisa anche che «nella riunione, il sottosegretario Giovanardi ha illustrato le misure adottate dalla Commissione adozioni internazionali, da lui presieduta, a favore dei bambini haitiani colpiti dal recente tragico terremoto. In tale occasione ha rappresentato che l’Italia è il paese leader nel mondo per le adozioni internazionali, per la serietà e l’affidabilità delle norme e delle procedure con le quali le coppie italiane adottano, ogni anno, circa 4.000 bambini provenienti da oltre 62 paesi stranieri».
CARFAGNA - «L’Italia ha deciso di non assistere impassibile al dramma dei bambini di Haiti, il governo ha deciso di fare il massimo per fornire accoglienza temporanea, nel rispetto della normativa esistente che già prevede procedure accelerate in caso di catastrofi naturali ed eventi eccezionali, alle migliaia di minori che si trovano in una situazione di drammatica difficoltà. Le famiglie italiane, che già in passato si erano distinte per la loro generosità, ci hanno chiesto di fare loro da ponte, noi ce la stiamo mettendo tutta. Sono ottimista sul fatto che riusciremo ad accogliere in pochissimo tempo i primi orfani di Haiti, assicurare loro una casa e l’amore di cui hanno bisogno» ha dichiarato in una nota la Carfagna.
FRANCIA – L’Italia segue così le orme di altri Paesi europei. Oggi 33 piccoli orfani haitiani, adottati da famiglie francesi, hanno lasciato il paese caraibico alla volta di Parigi, per cominciare la vita con i loro nuovi genitori. I bambini – alcuni orfani, altri abbandonati – tutti molto piccoli (tra i sei e l’anno di vita), vivevano in un orfanotrofio rimasto gravemente danneggiato dal sisma, ma nessuno di loro era rimasto ferito. La Francia è un Paese che tradizionalmente accoglie un gran numero di bambini haitiani da adottare; e nei giorni scorsi c’erano state numerose proteste di famiglie che avevano ultimato le procedure di adozione prima del sisma e reclamavano l’arrivo dei piccoli.
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CIRCOLARE GELMINI SUL TETTO DI STRANIERI NELLE CLASSI
Il Ministro Gelmini in TV dice che i bimbi nati in Italia sono esclusi dal tetto del 30 per cento. Se così fosse, non ci sarebbe un grande cambiamento rispetto alla situazione attuale (forse solo qualche istituto professionale ne sarebbe coinvolto). Peccato però che nella circolare ufficiale questa eccezione non venga contemplata. Aspettiamo un aggiustamento.
Infatti, secondo le stime dello stesso Ministero dell’Istruzione, ben il 70 per cento dei bimbi stranieri che frequentano gli istituti dell’infanzia e quasi il 50 per cento di quelli delle scuole elementari, è nato in Italia.
Fiorella Farinelli, già direttore generale al ministero dell’Istruzione, nota come il messaggio che il ministro sembra lanciare è che “la presenza di ragazzi stranieri nelle nostre scuole è un flagello, come l’inquinamento dell’aria. Produce difficoltà agli altri e bisogna contenerlo”.
La scuola non può sottrarsi al rischio dell’educazione ed è per tutti e questo deve rimanere il principio su cui si fonda tutto il processo educativo nel nostro paese. Se ci sono dei problemi, questi vanno affrontati non allontanando i bambini, ma dando alle scuole le risorse economiche e umane per farvi fronte.
Elio Gilberto Bettinelli, ex dirigente scolastico di Milano, è preoccupato per quanto poco si spenda per l’insegnamento dell’italiano come lingua due: “É mai possibile che in provincia di Milano negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento esponenziale di alunni stranieri, ma gli insegnanti “facilitatori” sono passati da 700 a novanta?”. Queste sono le risorse da non lesinare, se davvero si vuol fare integrazione.
Siamo convinti, inoltre, che l’identità si definisce e si rinforza solo nella relazione e nell’incontro. Guardandomi negli occhi dell’altro, capisco chi sono. Nel dare e nel ricevere si attua uno scambio che ci permette di crescere, senza peraltro perdersi.
Dati Caritas: le nostra scuole sono frequentate da oltre 600.000 alunni figli di genitori stranieri; almeno quattro su dieci sono nati in Italia, sette su dieci frequentano le scuole dell´infanzia. Moltissimi sono perfetti bilingue.
La normativa sull´immigrazione attualmente in vigore (art. 36 legge 40/1998 Turco- Napolitano – art.45 DPR 394/99 – art. 38. TU
legge 189/2002 Bossi-Fini) afferma che i minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno “..DIRITTO all´istruzione …indipendentemente dalla loro posizione di soggiorno“, che sono “..soggetti all´OBBLIGO scolastico“; tutto ciò ” nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani“, applicando “tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all´istruzione” accogliendo “le differenze…(la) tutela della cultura e della lingua d´origine“. (da http://www.scuolaacolori.it )
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Il Ministro Gelmini precisa le misure: «Nessun tetto a scuola per i nati in Italia»
da “il Corriere della Sera” del 11/1/2010, di Giulio Benedetti
Per gli studenti stranieri nati in Italia non vale il tetto del 30 per cento. Chi è venuto al mondo nel nostro Paese ed ha appreso nelle nostre scuole a leggere, scrivere e far di conto è, sotto il profilo didattico, uguale ai figli dei cittadini italiani. Per il ministro dell’ Istruzione Mariastella Gelmini intervenuto a «Mezz’ ora su Rai3», nella percentuale che ha sollevato tante polemiche non vi è un intento ideologico ma solo buon senso.
La precisazione ha piacevolmente sorpreso l’ opposizione. «Accolgo con vero piacere la conversione allo ius soli del ministro Gelmini – è il commento di Andrea Sarubbi, primo firmatario della proposta di legge bipartisan sulla riforma della cittadinanza -. Escludere dal tetto del 30 per cento gli studenti stranieri nati in Italia significa riconoscere di fatto che chi è nato da noi e frequenta le nostre scuole deve essere considerato italiano al pari dei propri compagni di classe, a prescindere dal colore della pelle o del suono esotico del proprio cognome». «Queste posizioni – continua Sarubbi – non potranno, per coerenza, non riflettersi nel dibattito sulla riforma della cittadinanza che avrà luogo alla riapertura dei lavori parlamentari».
«Nei fatti è la conferma che quello che dice Fini (possibilità per i nati in Italia di ottenere la cittadinanza dopo le elementari, ndr) è una cosa giusta – dichiara Giuseppe Valditara, senatore vicino al presidente della Camera -. E’ una presa di distanza da qualsiasi posizione razzista, una misura che solo una persona priva di buon senso non appoggerebbe».
L’ opposizione ipotizza una Gelmini che apre agli immigrati, che fa dietrofront rispetto alla linea ufficiale del Pdl con la conclusione che i figli degli immigrati nati in Italia potranno chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e aver frequentato la scuola dell’ obbligo. Pure illazioni, spiega il ministro: «Si tratta di misure di buon senso volte all’ integrazione e alla convivenza civile». Sulle quali arriva il consenso della Cei. «Fino ad oggi – scrive il quotidiano dei vescovi Avvenire – non era previsto un limite e nelle classi c’ è una piccola babele che non giova a nessuno e danneggia tutti». «La soluzione non è certo quella, a volte ancora sbandierata – continua Avvenire – di classi ghetto simili a riserve indiane per soli immigrati in cui tutto avviene tranne l’ integrazione».
Le scuole a rischio ghetto, con più del 30 per cento di studenti stranieri sono, secondo il ministero, 490 (4,7 per cento), concentrate al Nord. Con una presenza di stranieri compresa tra il 20 e il 30 per cento ce ne sono 1.103. Se scendiamo al 20 per cento se ne contano 1.593 (15%). (Giulio Benedetti)
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LA FOTOGRAFIA
Tra i banchi quasi 600mila, ma il 35% è nato in Italia, alle elementari sono l’8,3%
(da Il Gazzettino del 9/1/2010)
Tra i banchi delle scuole italiane siedono circa 600.000 alunni stranieri. Secondo gli ultimi dati ufficiali relativi all’anno scolastico 2007-2008 gli alunni stranieri sono 575.000, il 6,4% della popolazione. Il 35% di loro è nato in Italia.
La presenza più critica, secondo uno studio promosso dal Cnel, è quella dei bambini di recente immigrazione (46.000 unità) perché necessitano di un supporto per un’integrazione rapida ed efficace. La percentuale più alta è concentrata nelle regioni del centro-nord, compresi i comuni di piccole dimensioni.
Ma il numero di studenti non italiani è in continua crescita. Il dossier Caritas 2008-2009 nel evidenziare la diminuzione del numero di studenti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, sottolinea che a calare sono gli alunni italiani: circa 10mila in meno rispetto al 2007-08 quando erano 8,95 milioni. Gli italiani in meno sarebbero 66mila mentre quelli stranieri (630 mila) sarebbero appunto aumentati (+56 mila).
Attualmente in alcune scuole di grandi città come Milano o Roma ad alta concentrazione di alunni stranieri il limite del 30% di alunni stranieri è ampiamente superato.
L’incidenza più elevata, evidenzia il dossier della Caritas, si registra comunque nelle scuole elementari (8,3%) e, a livello regionale, in Emilia Romagna e Umbria dove viene superato il 12% mentre si scende al 2% al Sud e nelle isole. Di questi studenti uno ogni sei è romeno, uno ogni sette albanese, uno ogni otto marocchino.
Secondo la rivista specializzata Tuttoscuola, almeno 200mila alunni con cittadinanza non italiana risultavano nati in Italia fino al 2008, e ogni anno nascono tra i 55 mila e i 60 mila bimbi stranieri, circa il 10% di tutti i nati. Nel 2007-2008 gli stranieri nati in Italia, secondo la stessa rivista, erano il 71,2% dei bambini stranieri iscritti a scuola. (da “il Gazzettino” del 9/1/2010)
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…Dal prossimo anno scolastico verrà introdotto il tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria e secondaria. Lo prevede una circolare del ministero dell’Istruzione inviata a tutte le scuole in cui si disegna il percorso, graduale, di introduzione del tetto. «Stabilirlo – spiega il ministro Mariastella Gelmini – è un modo utile per favorire l’integrazione ed evitare la formazione di classi-ghetto con soli alunni stranieri. La loro concentrazione – ha aggiunto – non è certo un problema di razzismo, ma soprattutto un problema didattico. Come sanno le mamme che vedono spesso la classe dei loro figli procedere a due velocità». Il tetto non sarà un limite invalicabile. Nel senso che gli uffici scolastici regionali potranno comunque definire in autonomia, ma d’intesa con gli enti locali, quanti bambini stranieri per classe sono opportuni e quindi il limite potrà essere alzato o abbassato ad esempio a seconda del livello di padronanza della lingua italiana o di particolari situazioni.
La nota ministeriale dice anche che il ministero assegnerà ulteriori fondi alle scuole per l’inserimento dei bambini stranieri, risorse aumentate nelle zone dove è alta la presenza di stranieri. In questi territori sarà anche necessario realizzare accordi di rete tra gli istituti e gli enti locali. Nelle “raccomandazioni” della Gelmini si precisa che i minori stranieri sono soggetti all’obbligo dell’istruzione e che le modalità di iscrizione restano le stesse previste per gli italiani. Oltre al tetto, secondo il ministro, è fondamentale pensare a «classi di inserimento», di durata temporanea per insegnare la lingua italiana a chi è appena arrivato. «Questi momenti – ha spiegato – si svolgeranno sia la mattina sia il pomeriggio mentre nella scuola media una parte di ore della seconda lingua potrà essere usata per lo studio dell’italiano».
Opposte le reazioni. La Lega, sostenitrice del tetto, applaude la Gelmini e chiede di più. La deputata padovana Paola Goisis fa notare che la quota del 30% «diventa stretta» se i bambini sono appena arrivati nel nostro paese. L’opposizione invece esprime non poche perplessità. «Il tetto – ha spiegato l’ex ministro Livia Turco (Pd) – non risolve il problema. Bisogna che le scuole italiane e gli insegnanti siano sostenuti concretamente con finanziamenti straordinari per corsi di lingua e cultura italiana così come nel rapporto con le famiglie immigrate». L’europarlamentare Debora Serracchiani parla di «semplice appropriazione demagogica di un’idea leghista. Far passare questa decisione come lo strumento per favorire l’integrazione è senza senso. Vien da chiedersi se anche l’uso del dialetto a scuola sia un modo per integrare e se sia anche quello uno strumento didattico». Mentre Antonio Di Pietro osserva che «se gli americani avessero adottato il metodo Gelmini oggi gli Stati Uniti non sarebbero quella società aperta e multiculturale che è stata in grado di eleggere un presidente di colore. È una proposta pericolosa».
Molto cauti i vescovi italiani: «Si tratta – ha osservato mons. Bruno Schettino, responsabile per le Migrazioni della Conferenza episcopale – di situazioni ambivalenti: da una parte si cerca di aiutare dall’altra si creano discriminazioni. Ci vuole equilibrio».
Posizioni diverse tra i sindacati: la Flc-Cgil ritiene il tetto «una misura sbagliata che determinerà una maggiore esclusione e ghettizzazione», mentre per la Cisl «è plausibile e sensato» purché la procedura «sia realmente una misura di integrazione». La Uil-scuola invita invece a evitare una «gestione burocratica con la calcolatrice alla mano». (il Gazzettino del 9/1/2010)
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SECONDA GENERAZIONE TRA DIFFICOLTA’ E OPPORTUNITA’
Il Dossier statistico sull’immigrazione 2008 fa emergere con la forza dei numeri un dato che deve essere ancora compreso nella sua complessità: i minori figli di cittadini stranieri sono in Italia 760.000 e di questi ben 450.000 sono nati in Italia e 630.000 erano gli iscritti nello scorso anno scolastico. Non comprende la portata di questo dato il governo quando propone che gli alunni stranieri in una classe non deve superare il 30%, senza ragionare sulle “gradazioni” del loro essere “stranieri”.
Le seconde generazioni, rispetto alle prime, sono più “ingombranti”, fanno fatica a comprendere la disuguaglianza istituzionale con i coetanei, anche perché essi hanno sviluppato esperienze di vita, legami sociali e orientamenti culturali qui in Italia e poi, a differenza dei genitori… non hanno un Paese cui fare ritorno. La posta in gioco è dunque per loro e per noi la qualità della convivenza futura: la settorializzazione della società su base etnica può portare a sacche di marginalizzazione con effetti dirompenti. “Giorno dopo giorno stanno piantando nei nostri cuori, sentimenti immondi come il sospetto, l’odio, il rancore” scrive la scrittrice Igiaba Scego.
I ragazzi di seconda generazione si portano dietro più appartenenze. Sono frontalieri attraversati da linee di frattura che possono certo rompersi, ma possono anche avere il privilegio di tessere legami, dissipare malintesi, diventare mediatori e ponti tra due rive.
Il numero dei bambini stranieri in Italia è raddoppiato negli ultimi anni. Oggi rappresentano il 10% del totale complessivo della popolazione infantile. Lo rivela il rapporto “Innocenti Insight” dell’Unicef, che presenta lo studio sulla situazione dei bambini in famiglie di immigrati in otto Paesi ricchi. Rispetto agli altri, il nostro Paese rimane ancora il fanalino di coda: nel Regno Unito i bimbi stranieri rappresentano il 16%, in Francia il 17%, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti d’America il 22%, in Germania il 26%, in Australia il 33% e in Svizzera il 39%. (da http://www.scuolaacolori.it )
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Quando don Milani parlava del tempo pieno:
«La parola pieno tempo vi fa paura. Vi par già difficile reggere i ragazzi al mattino. Ma è che non avete provato. Finora avete fatto scuola con l’ ossessione della campanella, con l’ incubo del programma da finire prima di giugno. Non avete potuto allargare la visuale, rispondere alle curiosità dei ragazzi, portare i discorsi fino in fondo. Così è finito che avete fatto tutto male e siete rimasti scontenti voi e i ragazzi. È la scontentezza che vi ha stancato, non le ore. Offrite il vostro doposcuola alle elementari e anche la domenica e nelle vacanze di Natale, Pasqua e estive (…) Non dica però di aver offerto il doposcuola quel preside che ha mandato ai genitori una circolare mezza stinta. Il doposcuola va lanciato come si lancia un buon prodotto. Prima di farlo bisogna crederci (…) Chi farà la scuola a pieno tempo? Coll’ orario che fate la scuola è guerra ai poveri. E i poveri ci sono. Finora si diceva che la scuola statale è un progresso rispetto alla privata. Ora bisognerà ripensarci e rimettere la scuola in mano ad altri. Di gente che abbia un motivo per farla e farla a noi. Teniamo i piedi per terra. La mattina e d’ inverno, la scuola la farà lo Stato. E seguirà a farla “interclassista”. Nel pomeriggio e d’ estate, bisogna che la faccia qualcun altro e che la faccia anticlassista…». Da «Lettera a una professoressa», don Milani, 1967.
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CITTADINANZA AI BAMBINI “STRANIERI” CHE NASCONO IN ITALIA?
IMMIGRAZIONE: IL DISEGNO DI LEGGE SULLA CITTADINANZA E’ FONTE DI PREOCCUPAZIONI
Il nuovo disegno di legge sulla cittadinanza “non prende minimamente in considerazione gli oltre 800.000 bambini immigrati presenti nel paese, tra cui oltre 500.000 nati in Italia”: lo ha detto Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, esprimendo “preoccupazione” per il ddl sul quale ieri si è aperta la discussione generale in parlamento. “Perché continuare a trattare i minori da ‘stranieri’ – sottolinea il responsabile della Comunità – complicando di fatto il loro percorso di inclusione in un paese che già considerano il loro?”.
Preparato dai deputati della maggioranza, il testo inasprisce le regole per diventare italiani prevedendo almeno 10 anni di residenza continuativa nel nostro paese, durante i quali rispettare un preciso “percorso di cittadinanza” che attesti il grado di inserimento sociale e il mantenimento dei requisiti di legge. Obbligatoria, se il ddl dovesse passare, anche la frequentazione di corsi di storia italiana ed europea, di educazione civica e lo studio della Costituzione. Nessuna novità è prevista per i figli degli immigrati, anche se nati e cresciuti in Italia: il ddl prevede infatti che possano chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni, come avviene già oggi. In più, rispetto alla legge attuale, è aggiunta la condizione che abbiano frequentato con profitto tutta la scuola dell’obbligo, escludendo chi pur non essendo nato in Italia ci è arrivato fin da piccolo.
Se il progetto della nuova normativa è stato definito “un passo indietro” dall’opposizione, inviti “al buonsenso” sono giunti anche da elementi che fanno politicamente riferimento alla maggioranza, come il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha espresso sostegno a una riforma “che riconosca a tutti i figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia gli stessi diritti di tutti i bambini italiani. È una questione di civiltà di cui il parlamento italiano deve saper tenere conto con grande senso di responsabilità”. Intervenendo nel dibattito, il deputato dell’opposizione Andrea Sarubbi ha sottolineato che “negare la cittadinanza ai bambini è una follia”, che rivela l’incapacità “di ascoltare la voce di quegli 862.000 ragazzi nati in Italia, o arrivati in tenera età, che reclamano il diritto di essere italiani, non solo sentirsi tali”.
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CITTADINANZA: Ius sanguinis e ius soli
da http://www.programmaintegra.it/modules/smartsection/item.php?itemid=508
Disciplinato dalla Legge 91/1992 artt. 1 comma 1 lett. a) e b) e comma 2, art 2 comma 2, art. 4 c.2.
La cittadinanza italiana è trasmessa secondo il principio dello ius sanguinis da genitore a figlio. Il principio dello ius soli invece prevede che la cittadinanza sia acquisita per il fatto di essere nati sul territorio dello stato e non è prevista dall’ordinamento italiano eccetto in rari casi (figlio di ignoti, apolidi o impossibilità di trasmissione della cittadinanza dei genitori).
Sono italiani i figli di almeno un genitore italiano, i figli di ignoti o apolidi nati nel territorio della Repubblica, i discendenti di italiani che riescano a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano. La discendenza dovrà essere dimostrata tramite gli atti di stato civile (nascita, matrimonio e morte). La domanda, corredata dalla documentazione, può essere presentata o alla rappresentaza diplomatica italiana nel paese di origine o, se già in Italia, all’ufficio anagrafe del comune dove si risiede. Ai fini dell’iscrizione anagrafica del cittadino straniero discendente da cittadino italiano entrato per un soggiorno di breve periodo (ad es. turismo/affari), per il quale non è più previsto il rilascio di un permesso di soggiorno, è sufficiente la dichiarazione di presenza.
I cittadini stranieri nati in Italia seguono dunque la nazionalità dei propri genitori a meno che non possano seguire la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato di appartenenza. I figli di cittadini stranieri che nascono in Italia e vi risiedono ininterrottamente fino al compimento della maggiore età possono, entro un anno dal compimento dei 18 anni, dichiarare di voler acquisire la cittadinanza. La domanda va presentata presso l’ufficio anagrafe del comune dove si ha la residenza con la documentazione comprovante la residenza ininterrotta in Italia dalla nascita.Chi viene riconosciuto per via giudiziale figlio di cittadino italiano, se è minorenne acquista la cittadinanza automaticamente e se è maggiorenne entro un anno dalla sentenza deve dichiarare di voler eleggere la cittadinanza italiana.
Le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza sono soggette al pagamento di un contributo di 200 euro.
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APPRENDISTATO A 15 ANNI?
La norma che consentirà di accedere all’apprendistato già a 15 anni
Assegno formativo per bloccare la fuga dai banchi
di Maurizio Ferrera, da “il Corriere della Sera” del 22/1/2010
L’esperienza inglese e la possibilità di introdurla in Italia
La norma che consentirà di accedere all’apprendistato già a 15 anni sta suscitando un’ondata di polemiche. Più che sulle grandi questioni di principio, sarebbe bene riflettere sul dato di partenza che ha motivato l’azione del governo: il numero altissimo di quindicenni e sedicenni che non studia più e non lavora ancora. Un esercito di 126 mila adolescenti che crescono senza bussola e sprecano anni preziosissimi per lo sviluppo di capacità e competenze. In Europa solo Romania e Bulgaria sono messe peggio dell’Italia.
Negli altri Paesi la dispersione formativa non è solo più contenuta, ma riguarda soprattutto i figli di immigrati. Da noi invece si «disperdono» moltissimi giovani italiani, nati e vissuti in un contesto culturale e istituzionale in cui andare a scuola fino a sedici anni (come prevede la legge) dovrebbe essere un fatto normale, senza possibili alternative. La dispersione è più alta al Sud, ma anche nel ricco e avanzato Nord-Ovest un buon cinque percento dei giovani fra i quattordici e i diciassette anni sono già fuori dal sistema formativo. L’apprendistato per i quindicenni può essere la soluzione del problema? Difficile crederlo. Anche a prescindere dalle argomentazioni pedagogiche, ciò che rende scettici è la scarsissima diffusione e l’alta disorganizzazione di questo istituto nel nostro Paese. Secondo l’ultimo Rapporto Isfol gli «apprendisti in formazione» minorenni sono poco più di seimila, tutti nel Centro-Nord.
Anche a investire sul serio in questa direzione ci vorranno anni, ad essere ottimisti, prima che lo strumento possa funzionare in tutto il Paese. Come insegna l’esperienza internazionale, per conseguire rapidi successi contro la dispersione occorre intervenire con incentivi tangibili per i giovani e le loro famiglie. Negli Usa molte amministrazioni locali subordinano l’accesso alle prestazioni assistenziali all’assolvimento dell’obbligo scolastico da parte dei minori: i dati segnalano infatti (anche per l’Italia) che gli abbandoni interessano soprattutto i figli delle famiglie disagiate. Un eccesso di paternalismo? No, se pensiamo che andare a scuola è, appunto, obbligatorio e chi non manda i figli a scuola viola la legge. In Italia il 40% circa dei minori (60% al Sud) vive in famiglie a basso reddito che fruiscono di agevolazioni o esenzioni «sociali » (tariffe, ticket, sussidi vari).
Se fosse richiesta qualche forma di certificazione educativa fra i documenti da allegare alla cosiddetta dichiarazione Ise (quella che serve per accedere ai benefici) le famiglie avrebbero un bell’incentivo a mandare i figli a scuola (compresi, perché no, i percorsi di scuola e lavoro, diffusi anche in altri Paesi). L’Inghilterra ha inaugurato un secondo tipo di intervento: gli assegni formativi. I giovani fra i sedici e i diciotto anni che provengono da famiglie disagiate possono ottenere una educational allowance per iscriversi a corsi di istruzione o formazione accreditati. L’assegno può raggiungere i 150 euro al mese per la durata del corso, purché la frequenza sia regolare e i voti siano sufficienti.
Quando questo programma fu istituito,molti giovani non si fidavano e chiedevano ai funzionari: dove sta l’imbroglio? Ora sul sito del governo (http://ema.direct.gov.uk) c’è scritto esplicitamente: non c’è imbroglio, vogliamo solo aiutarvi a non sprecare il vostro capitale umano; se studiate oggi potrete guadagnare molto di più in futuro. Introdurre lo schema inglese in Italia costerebbe alcune centinaia di milioni. Ma si potrebbe iniziare gradualmente e selettivamente (peraltro facendo tesoro di esperienze pilota già introdotte in alcune regioni). Sarebbe un passo concreto verso quel «welfare delle opportunità» di cui tanto si discute nei libri e nei convegni, ma che nessun governo ha ancora messo veramente al centro delle sue priorità in campo sociale. (Maurizio Ferrera)
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nuovi cartelli stradali a Padova, per scegliere strade meno trafficate
Parlare di “automobili e città” diventa un tema assai problematico: l’invasione automobilista delle città spesso ha del tutto snaturato quartieri e luoghi significativi dell’ ”abitare in città”: con traffico caotico, rumori assordanti, inquinamento diffuso da smog e polveri sottili. Che fare? E’ ovvio che l’incentivazione dei mezzi pubblici, e il loro efficace funzionamento, è regola primaria. Ma non sempre è così semplice: la situazione spesso è complessa. Per questo guardiamo con interesse e favore a quell’insieme di iniziative, tentativi, messe in atto da urbanisti e amministratori pubblici che “tentano” appunto di fare qualcosa che ridìa dignità e valore alle città e al vivere in esse: dalla chiusura dei centri storici, alla riqualificazione della mobilità nelle periferie (spesso le più oppresse dal traffico…); alla creazione di incentivi all’uso dei mezzi pubblici.
Su tutto questo vi diamo qui una piccola esperienza messa in atto da poco tempo dal comune di Padova, riguardante la cartellonistica stradale: dove con messaggi originali (percorso rock o percorso lento?) si cerca di “vivacizzare il pensiero” dell’automobilista nel convincerlo a scegliere percorsi alternativi verso la propria meta, in modo da intasare meno la città con il traffico, e da non essere lui stesso prigioniero del traffico. Tentativi di organizzazione della mobilità dichiaratamente leggeri, non drastici; ma che cercano comunque di pian piano avviarsi verso un’alternativa concreta all’uso quotidiano dell’automobile per la maggior parte delle persone.

nell'indicazione per l'autostrada non c'è Venezia ma...
Nella logica di una città che cambia, di un territorio (ad esempio, per Padova, quello del Veneto) che sempre più è una conurbazione urbana (da Venezia a Treviso all’area pedemontana fin su in montagna, e pure in tutto l’asso est-ovest della pianura veneta, dal Po al Friuli…). Una metropoli (una nuova Los Angeles si dice per il Veneto, la città diffusa… e confusa…) (ma anche altre aree regionali italiane hanno più o meno gli stessi problemi, se non peggio: pensiamo all’area della conurbazione di Milano….)… una metropoli nella quale l’esigenza dello spostamento in auto è problematico, a prescindere dallo sviluppo di nuove reti viarie.
Spesso anche nuove strade (costruite da poco) vengono, di anno in anno, pian piano, “assorbite” all’intasamento da traffico (l’aumento delle strade porta anche all’aumento del traffico…. qualcuno dice: “chi semina strade raccoglie traffico”…). L’iniziativa di contenimento del traffico automobilistico che si è avuta negli ultimi tre decenni in tante città del mondo (da Singapore a Londra, a New York, Stoccolma… fino anche, seppur timidamente, in alcune nostre città come Genova…) del cosiddetto “Road Pricing” (strade che per percorrerle si paga a seconda dell’orario –più onerose nei momenti di punta-, a seconda dell’auto più o meno “pulita” nelle emissioni, a seconda della cilindrata…) mostra tentativi (spesso sperimentali, ma va bene così, cioè provare e riprovare…) di un nuovo modo di spostarsi, garantendo meglio “diritto alla mobilità” con città meno rumorose e inquinate da smog e polveri (e su questo in questi ultimi tempi c’è l’aiuto dei nuovi mezzi satelittari e delle nuove possibilità telematiche di pagamento: dalle schede prepagate, alla lettura automatica della targa con invio a casa della fattura, all’addebito nel telefonino…). Riuscire ad arrivare ad un “traffico sostenibile” è la scommessa di adesso nell’organizzazione urbana.

... il "piedone" che spiega come Abano e Selvazzano siano da Padova a "un passo"...
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ROCK O LENTO? I SEGNALI CREATIVI DI PADOVAIL CASO La città si riempie di cartelli fantasiosi. L’assessore: «Obbligano chi guida a pensare» Ma molti non li capiscono – di Daniela Boresi, da “il Gazzettino” del 12/1/2010
Chiamiamola pure “cartellonistica creativa”. Sinceramente altri nomi in mente non ne vengono per indicare le fantasione variazioni sul tema delle indicazioni stradali, offerte all’automobilista padovano da Ivo Rossi, vicesindaco del Comune di Padova e con una lista chilometrica di deleghe: alla mobilità, ai trasporti, alla città metropolitana, al verde, acque fluviali, arredo urbano e comunicazioni ai cittadini.
“Percorso rock” e “percorso lento”, altro che frecce e banali nomi di circonvallazioni o tangenziali, oggi il traffico si governa a ritmo di musica. Di certo non si può dire che l’automobilista non sia chiamato a spremere le meningi prima di imboccare questa o quella strada. «Ma è proprio questo lo scopo che volevo raggiungere: obbligare chi guida a pensare – sottolinea l’assessore – In un ambiente in cui tutto si somiglia si devono usare temi diversi per rompere gli schemi». Ed eccola lì la rottura: una sequela (circa 30) di cartelloni snocciolati lungo le tangenziali, nei quali vengono offerte due scelte di marcia: percorso rock o percorso lento. Ricordate cinque anni fa Celentano e il suo tormentone? O si era rock, quindi dinamici, “in” e al passo con i tempi o si era “lenti”, e in questo caso la chiave di lettura è più immediata.
Alcuni cartelli sono un po’ più “esplicativi”: ti muovi in auto?, poi due frecce su “percorso rock” e “percorso lento” e la scritta: “scegli il rock arrivi prima”.
Inevitabile non pensare che al fantasioso assessore non siano arrivate telefonate di protesta. «Certo, qualcuno mi ha scritto per chiedermi cosa volesse dire, altri si sono domandati a chi sia venuta una simile idea – ammette con candore – Ma alla fine sono molti di più quelli che hanno trovato l’iniziativa originale».
Ma la cartellonistica innovativa non si esaurisce qui: nel bel mezzo di Corso Australia, a qualche centinaia di metri dallo svincolo autostradale per Padova Est, c’è un cartello che indica: dritto Castelfranco e a destra Berlino, Londra, Barcellona, Pechino, Trapani, con tanto di chilometraggio e latitudine e longitudine della città del Santo. Di Venezia, che pure è da quella parte, neppure l’ombra.
«L’ho pensato per comunicare la centralità della nostra città – spiega Rossi – Balza agli occhi ad esempio come Berlino sia più vicino a noi che non Trapani che è in Italia. Siamo nel cuore dell’Europa».
Ma ancora non è finita. La vena artistica di Rossi ha partorito anche un “piedone” di una decina di metri, posizionato in una zona strategica della tangenziale (la temibilissima curva Boston nota per le innumerevoli vittime rimaste sull’asfalto) per dimostrare quanto Abano Terme e Montegrotto siano ad un “passo” dalla città. Come svettò per qualche tempo una altrettanto colossale immagine di un ghepardo intento a saltare in prossimità del nuovo cavalcavia in zona “Camerini” con la scritta «il cuore del Veneto ha ripreso a correre».
Campionario esaurito? Ivo Rossi assicura di no. Tanto più che la sua cartellonistica creativa alla fine gli è costata qualche centinaia di euro e gli ha procurato a suo dire non poche soddisfazioni: «Prima del posizionamento dei cartelli il percorso più veloce era scelto da tremila auto al giorno, dopo da 12mila. Diciamo che sono diventati quasi una attrazione». Vorrà dire che dopo il Santo e Giotto, Padova sfodererà tra i suoi assi per acchiappare i turisti anche la cartellonistica fuori ordinanza. E agli scettici (che non sono pochi), convinti non di seguire la strada più veloce, ma l’indicazione per un concerto, l’assessore risponde che la segnaletica stradale normale è tutta regolarmente posizionata a norma di legge. Basta leggerla.
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PARLA IL SOCIOLOGO Scannagatta: «L’idea è buona e provocatoria, ma si può migliorare»
«Cos’è, la strada per un concerto?»
«Percorso rock? Ma non è la strada per il concerto?». Ci casca anche il professore, sicuramente più portato ad analisi sociologiche che non ai tormentoni del “molleggiato”.
«Sinceramente, non avevo capito – sottolinea Silvio Scanagatta, ordinario di Sociologia all’Università di Padova – L’intenzione però mi pare buona, anche se non so che effetto abbia sulle nuove generazioni che vivono il rock come una musica agitata. Non vorrei che il messaggio alla fine risultasse un po’ equivoco. Comunque, meglio una cosa così che nulla».
D’accordo anche lei con l’assessore che sia necessario far pensare la gente?
«Quando si guida la voglia di pensare viene messa da parte, ma dobbiamo pur mettere in atto qualche tentativo, usando colori e frasi diverse, anche la provocazione. Direi che questo è solo un inizio, forse un po’ rudimentale, ma si può migliorare».
Sempre in tema di cartellonistica?
«Far nascere un po’ di idee in questo ambito non sarebbe male, la cartellonistica è vecchiotta e un po’ confusa».
É vero anche per lei che la gente subisce la città?
«Con la complessità della città, sentire proprio quello che accade non è facile. Tutti diventano arroganti, dal pedone al ciclista, e non riescono a comprendere che ci sono bisogni che sono di tutti. Costringerli a capire cosa sia il percoso rock non è facile, ma è un modo per rompere il ghiaccio e poi semmai modificare il messaggio. Del resto se la città non te la riprendi, diventa ostile». (Daniela Boresi – Il Gazzetino del 12/1/2010)
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COS’E’ IL ROAD PRICING
Per contrastare lo smog e la congestione del traffico urbano si parla sempre più frequentemente di “Road Pricing” ossia di ingresso a pagamento nei centri cittadini mediante l’istituzione delle targhe digitali. L’idea prende spunto dai provvedimenti già varati con successo all’estero, in particolar modo nelle città di Londra e Stoccolma. Il sistema Road Pricing riduce il traffico nelle zone centrali più congestionate delle città europee applicando un prezzo di ingresso sulla base d’una scala differenziata per tipologia dell’automobile, fascia oraria di circolazione e impatto inquinante del veicolo. In questo modo, oltre a ottenere una voce d’entrata da destinare al miglioramento delle strade urbane, si fornisce ai policy maker un’importante leva per incentivare la mobilità sostenibile. Lo scopo del pedaggio urbano sarebbe pertanto duplice, da un lato disincentivare l’uso dell’auto privata e dall’altro ottenere risorse da destinare agli investimenti nelle infrastrutture e nel trasporto pubblico.
Targhe elettroniche e satellite. Dal punto di vista tecnologico si npuò far riferimento al sistema Galileo in grado di applicare la tecnologia satellitare di info-mobility alla logistica, ai varchi urbani e al controllo della mobilità veicolare tramite targhe elettroniche.
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…ANCORA SUL ROAD PRICING… Il Road Pricing viene definito, nella letteratura dell’Economia dei Trasporti, come “la tariffazione sull’uso
dell’infrastruttura finalizzata a ridurre la congestione e ad internalizzare le esternalità”.
L’utilizzo del Road Pricing, oggi applicabile con tecnologie di tipo Telepass, presenta diversi vantaggi:
- consente di regolare il flusso veicolare con la massima elasticità: si può, ad esempio, far pagare di più nelle ore di punta o nelle situazioni di maggiore congestione;
- seleziona gli spostamenti secondo l’utilità economica, riportando le decisioni decentrate in materia di mobilità nel contesto di valori e di scelte proprio dell’economia di mercato;
- spinge ad ottimizzare l’uso dei veicoli, presentando specifiche sinergie con il Car Pooling (cioè l’auto collettiva);
- incrementa le entrate della pubblica amministrazione consentendo di autofinanziare interventi sul sistema dei trasporti;
- può essere utilizzato anche con finalità ambientali, di riduzione degli effetti inquinanti (per esempio, prevedendo esenzioni o riduzioni in funzione dell’energia utilizzata, oppure commisurando la tariffa al livello di inquinamento rilevato in quel momento).
A Singapore, un sistema di pagamento per l’ingresso delle automobili nel centro cittadino è attivo da ben 25 anni ed è il più avanzato esistente al mondo. Date le ridotte dimensioni della repubblica asiatica, una misura del genere si è resa necessaria per impedire il soffocamento del centro direzionale a causa del traffico. Il pedaggio varia da 1 Euro e 50 centesimi a 2 Euro e si applica tra le h 8.00 e le h 9.00, quando il numero di pendolari che si trova in centro è più alto; mezz’ora prima e mezz’ora dopo questa fascia oraria si applica una tariffa dimezzata. Il pedaggio viene scalato da tessere magnetiche prepagate; mini bus e camion hanno un tariffa differenziata e il sistema è sufficientemente avanzato per riconoscere la tipologia del veicolo in transito.
Nel primo anno di introduzione del Road Pricing a Singapore, il volume del traffico è diminuito del 15%; la velocità media dei veicoli nella fascia a pagamento è cresciuta da 30 a 60 Km/h e il numero di auto con un solo occupante è andato via via diminuendo.
I norvegesi sono i pionieri d’Europa sul fronte della politica dei trasporti: a Oslo, dal febbraio del 1990, le auto pagano il ticket per entrare in centro. Il Road Pricing ha assunto in Norvegia i connotati di una grande operazione economica, in quanto gli introiti del ticket sono andati a coprire i costi per la costruzione di strade, ponti e gallerie.
La A/S Fjellinjen, la compagnia che gestisce il Toll ring system di Oslo, ha predisposto 19 stazioni che coprono più della metà del territorio urbano, a distanze comprese tra 3 e 7 km dal centro cittadino, di cui 8 sono collocate su strade principali e 11 su strade minori. Il pedaggio si versa sempre, 7 giorni su 7 e 24 ore su 24, con l’esclusione dei motociclisti. La tariffa è di 2 Euro a passaggio e raddoppia per i mezzi pesanti. Per quanto riguarda gli abbonamenti, un tagliando annuale costa 4.100 Corone, l’equivalente di 560 Euro.
Il numero di sottoscrittori al sistema di Toll Ring di Oslo è costantemente in aumento, dai 100.000 iniziali a 215.000 in 7 anni. La riduzione del traffico attraverso i varchi d’accesso è modesta, dal 2% al 5%, ma non trascurabile se riferita alla crescita generale del traffico automobilistico.
Per quanto riguarda l’utilizzo del trasporto pubblico, si è verificato un incremento iniziale durante i primi mesi seguenti l’introduzione del sistema, mentre dopo qualche anno i livelli si sono stabilizzati: ciò dovrebbe essere visto come un effetto positivo, considerando la caduta significativa che aveva subito il trasporto pubblico prima dell’introduzione del sistema. I vantaggi ambientali includono anche la sostanziale riduzione dei tempi di viaggio sia per i sistemi di trasporto privato sia per quelli di trasporto pubblico attraverso Oslo, dovuta al miglioramento infrastrutturale delle strade principali ed alla riduzione della congestione. Altri importanti benefici ambientali riguardano la realizzazione di sottopassaggi che hanno consentito l’implementazione di progetti per il miglioramento della qualità nel centro cittadino, la riduzione dell’inquinamento e degli incidenti stradali, la diminuzione dei disturbi visivi e uditivi.
A Trondheim, sempre in Norvegia, perla dello sci nordico, dal 1991 si paga un pedaggio per entrare in città, variabile a seconda della fascia oraria: ogni veicolo che entra in città paga circa 1 Euro e 50 centesimi tra le h 6.00 e le h 10.00 e la metà tra le h 10.00 e le h 18.00. I veicoli più grandi pagano una cifra maggiore. L’introduzione di questa misura ha portato ad una diminuzione dei flussi di traffico in città e, soprattutto, ha superato col tempo la diffidenza dei cittadini: un sondaggio sul gradimento del pedaggio, effettuato poco prima della sua introduzione, aveva riscontrato il 72% di contrari; la percentuale è passata al 48% due mesi dopo l’attivazione fino ad arrivare all’attuale 36% di persone che disapprovano.
Il successo dell’iniziativa di Car – Pooling a Trondheim è dovuto anche alla massiccia campagna informativa che ha spiegato ai cittadini la logica dell’iniziativa.
Altri due esempi di Road Pricing si trovano in Australia e negli Stati Uniti.
In Australia, la città di Melbourne è attraversata da una rete di autostrade private, all’ingresso delle quali sono posti dei sensori elettronici: questi rilevano la presenza di un telepass sui veicoli (obbligatorio) e addebitano al conducente la cifra del pedaggio che è di 6 Euro al giorno.
Negli Stati Uniti, la California Private Transportation ha costruito una tratta di autostrada lunga 10 chilometri nel mezzo di una delle strade più trafficate dello Stato, la Highway 91 a sud di Los Angeles, in cui esiste una sorta di corsia preferenziale che taglia gli ingorghi, a cui si accede pagando una tariffa che varia dai 25 centesimi di Dollaro per la notte ai 2 Dollari e 50 centesimi per l’ora di punta. Il pedaggio è addebitato tramite un telepass che può essere richiesto anche per posta e per cui è previsto un deposito di 40 Dollari. Le fatture vengono emesse ogni volta che si accumulano almeno 30 Dollari di pedaggi.
IL ROAD PRICING A LONDRA
A Londra, a partire dal 17 febbraio 2003, è stato introdotto il Road Pricing Congestion charging, un modo per assicurare che le strade maggiormente utilizzate e congestionate della capitale forniscano una contribuzione finanziaria. Il sistema incoraggia l’uso di altri modi di trasporto ed è anche inteso per garantire che, per coloro che devono percorrere le strade, i tempi di percorrenza siano più veloci e più affidabili.
Il sistema londinese richiede agli automobilisti di pagare 5 Sterline al giorno (circa 7,8 Euro), se essi vogliono continuare a transitare per il centro di Londra durante le ore in cui è in vigore l’operazione. Si può pagare la Congestion Charge sia in anticipo sia il giorno stesso dello spostamento, sia prima sia dopo o durante il viaggio, anche tramite Internet. Il prezzo di 5 Sterline vale se si paga entro le 22.00 del giorno del viaggio; altrimenti è prevista una sovrattassa di 5 Sterline. Ciò per incoraggiare il pagamento anticipato. Inoltre i trasgressori pagheranno una multa di 120 Sterline (circa 188 Euro).
Le motivazioni che hanno portato all’introduzione del Road Pricing a Londra sono le seguenti:
- Londra soffre della peggiore congestione di traffico del Regno Unito e tra le peggiori in Europa;
- Gli automobilisti nel centro di Londra trascorrono la metà del loro tempo in coda;
- Ogni mattina dei giorni infrasettimanali, l’equivalente di 25 autostrade trafficate tenta di entrare nel centro di Londra;
- E’ stato stimato che Londra perde tra due e quattro milioni di Sterline ogni settimana in termini di tempo a causa degli ingorghi.
Non sorprende perciò che i londinesi affermino che il traffico è uno dei maggiori problemi della capitale e che ricerche dimostrino che essi non vogliono più assistere ad intasamenti che bloccano le strade, minacciando gli affari e danneggiando l’immagine di Londra nel mondo come città fiorente.
Per legge, tutto il denaro ottenuto dal Road Pricing sarà sommato a quanto è già speso per le infrastrutture di trasporto, così che ciò sia di beneficio per tutti.
Tuttavia, non tutti gli automobilisti che accedono al centro di Londra pagano la Congestion Charge: vi sono categorie di esenzioni e sconti usufruibili per alcune categorie di guidatori, veicoli ed individui: disabili, residenti nella zona di Congestion Charge (per cui è previsto uno sconto del 90% circa), veicoli ad energia alternativa, veicoli a nove o più posti e guidatori di veicoli posteggiati ai bordi delle strade.
Una recente ricerca dimostra che dall’introduzione del Road Pricing per il centro di Londra il servizio dei bus è diventato più rapido ed apprezzato e che, dopo l’introduzione della Congestion Charge, è stata raggiunta la cifra record di 5 milioni di utenti in un giorno.
Una ricerca compiuta da London Busses dimostra che solo nella prima settimana dall’inizio della Congestion Charge, l’incremento delle persone che hanno usato il bus è cresciuto del 9,5%.
Alcuni dati significativi che supportano questo dato sono: una diminuzione nei tempi d’attesa alla fermata del 23% rispetto agli orari previsti già dopo le prime due settimane nella zona interessata dal provvedimento. Inoltre rispetto all’autunno 20002 è stato rilevato un incremento del 14% dei passeggeri che si dirigono al mattino verso il centro di Londra ed anche li numero degli autobus che circolano in quella zona nello stesso periodo di riferimento è aumentato del 19%.
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A Genova, per sei mesi a partire dal primo marzo 2003, è stato sperimentato il Road Pricing, per tentare di ridurre il flusso del traffico nella zona più congestionata del centro (Nunziata, Corvetto, Brignole).
La fase sperimentale è stata realizzata in collaborazione con 159 automobilisti volontari che recandosi con la propria auto nel centro città, sono stati registrati da varchi controllati da telecamere intelligenti. Di essi, 125 si recano nell’area soggetta a road pricing almeno quattro volte alla settimana. Ciascun volontario ha firmato un contratto con Il Comune di Genova, che l’ha dotato di un credito virtuale di di 200 Euro e l’ha invogliato con una serie di agevolazioni (tessera gratuita per i bus nella zona del centro, ingresso annuale ai musei cittadini, sconti presso numerosi negozi).
L’unico impegno per i volontari è consistito nell’annotare su un foglio già predisposto gli orari di ingresso e di uscita, ogni giorno. Il progetto pilota del road pricing si è realizzato in due fasi, di tre mesi ciascuna (da marzo a maggio 2003 e da giugno ad agosto 2003), con lo scopo di valutare l’impatto del livello di prezzo sul comportamento dei cittadini.
L’ingresso a pagamento in centro per le auto, dal lunedì al venerdì, dalle h 7.00 alle h 20.00, escludeva alcune categorie quali residenti e motociclisti. Ogni passaggio è costato 2 Euro per i primi tre mesi (da marzo a maggio 2003), 1 Euro per i successivi tre (da giugno ad agosto 2003).
Il road pricing a Genova è stato sperimentato nella zona centrale della città (1 chilometro quadrato), che include il vecchio centro storico, il cuore delle attività commerciali e le principali strade pedonali. Quest’area è soggetta a circa 54.500 ingressi quotidiani, il 56% dei quali sono effettuati da automobili. Le sei telecamere, installate nei punti maggiormente sensibili al traffico (via Ippolito d’Aste, via Innocenzo Frugoni, via Fieschi, via Ugo Foscolo, via Lomellini e via Vernazza), leggono il numero di targa, scalando la tariffa di pedaggio da un borsellino virtuale. Il riconoscimento automatico da parte delle telecamere è assicurato al 95%, grazie ad un sistema di algoritmi che ricostruisce punto per punto lettere e numeri della targa.
Alla fine della fase pilota, l’82,7% degli sperimentatori del Road Pricing a Genova ha cambiato strada più d’una volta per eludere le telecamere che facevano scattare il pedaggio; il 50% ha optato per un mezzo di trasporto alternativo: l’autobus (gratuito con la tessera concessa nell’ambito della sperimentazione), il taxi, la moto o l’alternativa parcheggio e tratta a piedi. Ciò ha contribuito a ridurre del 38% gli ingressi in auto nel centro. L’alternativa del parcheggio dell’auto privata fuori dal centro, però, ha fatto sì che, in media, gli sperimentatori impiegassero 12 minuti in più per raggiungere il centro (+30% di tempo impiegato) e ciò ha fatto aumentare del 17% il traffico sulle strade attorno all’area della città controllata dalle telecamere.
Durante la fase sperimentale, il 57% dei volontari ha diminuito i propri ingressi in città, in una fascia di riduzione compresa tra il 30%-100%. Il 17% ha aumentato i passaggi, il 5% non ha variato le proprie abitudini, il 14% ha ridotto i propri ingressi nel centro del 2-30% ed il 7% degli automobilisti testati non ha effettuato alcun passaggio ai varchi controllati dalle telecamere.
Una valutazione statistica è stata elaborata per approfondire l’impatto del road pricing sulla città e più specificatamente sull’area circostante l’area del road pricing. Una tassa di 1,50 Euro ridurrebbe del 385 il traffico automobilistico nell’area considerata.
Per quanto riguarda i giudizi della porzione di cittadinanza coinvolta nella sperimentazione, il 43% di essi esprime un parere positivo sull’applicabilità del Road Pricing; il 41% lo ritiene difficilmente traducibile in realtà, mentre il 15% esprime un giudizio fortemente negativo. La maggioranza, indipendentemente dall’opinione espressa, insiste comunque sull’importanza della realizzazione di altri interventi contestuali, come il potenziamento del servizio di trasporto pubblico locale…. (da http://www.trail.liguria.it/Mobil_passeggeri/Road_Pricing.htm#Londra )
Posted in Pianificazione e partecipazione, Trasporti sostenibili
Google Street View è presente da diverso tempo in Italia, ma oggi ho scoperto che la copertura è decisamente aumentata, specie per due aspetti:
Il secondo punto è quello che mi sembra più nuove, in quanto sarà possibile vedere luoghi meravigliosi lungo strade abbandonate da Dio e dagli uomini. Io ho provato ad andare a spiare il Tempio di Segesta, ma lo scatto non è un granché.
Qui sotto, in azzurro, la copertura ad oggi. Vado a farmi una passeggiata in campagna
L'articolo Google Street View sbarca con forza in Italia è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.