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LA PROTESTA DEI TIR: segnale della CRISI IRREVERSIBILE DEL TRASPORTO MERCI SU GOMMA – LE OPPORTUNITÀ che si stanno aprendo, nelle difficoltà delle lobbyes politiche del petrolio e della mobilità “su strada”, PER UNA RICONVERSIONE ECOLOGICA concreta VERSO

Geograficamente - Gio, 26/01/2012 - 23:28

protesta dei camionisti dei TIR (foto Ops dal quotidiano “LA NAZIONE”)

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TRASPORTI. CLINI: ITALIA STRANGOLATA DAL TRASPORTO SU GOMMA – “Per ragioni ambientali ed economiche abbiamo bisogno di lavorare urgentemente sulle modalità alternative di trasporto delle merci. Il 5% del trasporto merci viaggia su ferro. È una cosa ridicola per economia avanzata. Siamo strangolati da un sistema di trasporto merci che viaggia per oltre l’80% su gomma”. Lo rileva il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, a margine del convegno del 24 gennaio scorsso a Milano sulle auto elettriche. “Siamo strangolati – osserva – perché questo ha effetti ambientali molto pesanti sulla qualità dell’aria in particolare sulle regioni della Pianura Padana. Basti pensare ai costi della congestione che ha effetti sulle nostre imprese che producono e devono muovere velocemente i loro prodotti nel mercato europeo e in quello internazionale”. “Il sistema ha effetti molto gravi perché sostanzialmente – conclude Clini – è un collo di bottiglia che si può stringere e può mettere a rischio l’economia italiana. Per ragioni ambientali ed economiche abbiamo bisogno di lavorare urgentemente – chiosa – sulle modalità alternative di trasporto delle merci”. (24/1/2012  da http://www.vita.it/ )

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   Sul trasporto delle merci già avevamo scritto un post un anno fa (che vi invitiamo, se interessa, a rivedere, in merito alla suddivisione del trasporto merci). Ora sembra attenuarsi la protesta dei TIR e il governo ha stanziato 170 milioni di sconti sui pedaggi autostradali per il solo 2012, poi 135 milioni per compensazioni sulle assicurazioni Rc auto, e altri 90 milioni per le assicurazioni d’infortunio Inail… in più esistevano già sconti e compensazioni sulle accise (tasse) del gasolio.

   Ma il problema dei “piccoli” trasportatori (ma anche di quelli medio-grandi) sembra più a monte, e a prescindere da interventi e aiuti temporanei. E’ una crisi generalizzata quella che da anni, nel nostro Paese, investe un trasporto merci su gomma fattosi sempre più duro per la concorrenza internazionale, e avversato dalla crisi economica generale. E si sente concretamente, lo si capisce, la necessità di trovare ad esso reali alternative (per i costi di inquinamento atmosferico, di incidenti che provoca, di traffico pesante di difficile soluzione…). Ed è pure giusto che si individuino possibilità nuove, di lavoro, per persone che su di esso hanno impiegato la loro vita (e quella delle loro famiglie).

   Pertanto la crisi dei cosiddetti “padroncini” (possessori del proprio camion, o al massimo un altro con dipendente…) sembra, questa crisi, sia sorta a prescindere dall’aumento dei costi del momento; e se è esplosa con i blocchi iniziati prima in Sicilia e di seguito in tutto il Paese, sembra un problema non contingente, ma “di sempre”. E, nella protesta, per farsi sentire dall’opinione pubblica, dal governo, dalla politica (e in particolare, da tutti i consumatori) ci vuole poco: basta bloccare la rete autostradale…. basta che si metta un camion per traverso davanti a un casello e la protesta esplode ben visibile e concreta…

dalla Sicilia a Trieste la protesta

   I camionisti sono una categoria in ebollizione dal 2007 (una grossa protesta è stata indetta nel dicembre di quell’anno: pertanto ancor prima dello scoppio della crisi finanziaria mondiale dal 2008). Ma è appunto dal 2008, con l’avvento della “Grande crisi”, che il mondo del trasporto su gomma è entrato in una fase di forte sofferenza. Il costo del gasolio da allora è salito all’incirca del 24% l’anno (e si tratta di una voce che incide quasi per un terzo del fatturato). Nel frattempo il lavoro è diminuito e le tariffe sono state livellate in basso per una concorrenza spietata e per l’aumento dei camionisti dell’Est.

   Ecco: i camionisti dell’est, un’altra con-causa dell’attuale aumento della criticità. Sono rumeni, bulgari, serbi, russi, e anche sloveni e turchi, avversari dei nostri padroncini, uomini che conducono una vita dura e in povertà, lontano dalle famiglie e dal loro Paese, sempre alla ricerca di un ingaggio (li descrive molto bene Dario Di Vico in un articolo del Corriere della Sera che qui di seguito riportiamo).

   E a questa concorrenza dall’est Europa si è aggiunto il fatto che si è sviluppato un proliferare di ditte di committenza (che non possiedono nemmeno un camion!!), che gestiscono un ingente mole di lavoro nel sistema del trasporto merci, arrivando a guadagnare fino al 60% del ricavato!  Allora se chiudono 10 mila piccole imprese di trasporto l’anno (sulle 110 mila aziende che possiedono camion e trasportano merci) ce ne sono altre 45-50 mila che, appunto, non hanno nemmeno un veicolo e che operano solo come broker. Pertanto l’autotrasporto è anche un business fatto da tanti (troppi) intermediari.

   La concorrenza dei camionisti dell’est (persone disposte a turni massacranti a prezzi così bassi da essere del tutto fuori mercato) in definitiva può piacere al consumatore di prodotti (ammesso e non concesso che il minor costo vada in parte a suo vantaggio), ma distorce il senso della distribuzione di merci a lunga distanza (alimentari e non). Se le regole fossero giuste ed eque (con compensi “giusti” agli autotrasportatori), il sistema su gomma potrebbe risultare ancora meno conveniente di quel che appare adesso (1 litro di gasolio ogni 4 chilometri, con il consumo del manto stradale di un camion 10.000 volte superiore a quello di un’automobile, rischio incidenti spaventosi, inquinamento atmosferico elevato…), e così più facile sarebbe optare per sistemi di trasporto alternativi (su ferrovia -senza la necessità dell’alta velocità-, su nave, battello etc.). Ovvio che si devono cercare opzioni e alternative valide (“compensazioni”, si usa dire in questo periodo…) per chi fa questo lavoro di trasportatore. Resta pure il fatto che il sistema distributivo in tutti i territori italiani non potrà mai fare a meno del trasporto su gomma su medio-piccole distanze (dai porti o dagli scali merci ferroviari verso le varie destinazioni delle città diffuse italiche…).

   Comunque in questa fase qualcosa si muove (a livello governativo): una chiave di volta potrebbe essere data (potrebbe…) dall’intero processo di liberalizzazione e riassetto dei trasporti italiani che il governo ha iniziato: in particolare interessante è da capire come funzionerà la nuova Autorità dei trasporti: una specie di vero e proprio governo del sistema sia dell’energia, che dei trasporti (vedi ad esempio l’attuazione delle liberalizzazioni decise, come quella dei taxi…); un’Autorità dotata inoltre del potere di controllare le concessioni autostradali (e decidere le tariffe) (peccato però che lo possa fare solo con le concessioni autostradali che verranno, non quelle che sono già in essere).

   Però può essere interessante il processo, il meccanismo di “riforme” che si sta mettendo in atto, in una situazione bloccata dalle lobby politiche, finanziarie ed economiche per tanti anni, e si cercano spazi nuovi di ragionamento. E questo forse può andare nelle direzioni sperate (sperate almeno da noi): una possibilità di dare maggiore efficienza ed economicità alla mobilità delle persone e delle merci nel nostro Paese. E una riconversione ecologica che privilegi modi ed usi del trasporto in direzione di alternative possibili: come l’incentivazione dei sistemi ferroviari delle reti locali per i pendolari e di tutti quelli che vogliono usare il treno a mo’ di metropolitana di superficie (ora le ferrovie locali sono state tolte, con il decreto sulle liberalizzazioni, al monopolio fallimentare di Trenitalia); poi c’è la necessità impellente dello sviluppo del trasporto merci per via ferroviaria e per via d’acqua… insomma modi compatibili, efficienti di creare alternative credibili e vere al trasporto stradale. Sarà poi la crisi petrolifera a dare l’incentivazione definitiva a forme nuove di spostarsi (e di far viaggiare le merci). (sm)

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Concorrenza- L’invasione degli autisti rumeni, bulgari, russi

QUEI 2.000 TIR DELL’EST CHE DIMEZZANO I PREZZI

di DARIO DI VICO, da “il Corriere della Sera” del 25/1/2012

- Pranzano nelle piazzuole, vestono alla Caritas – 300 euro: il costo di un carico da Milano a Udine con una ditta dell’Est; gli italiani chiedono 700 -

   Per la gran parte appartengono a quattro nazionalità (rumeni e bulgari, serbi e russi) ma anche i turchi cominciano ad essere un bel po’. Sono i camionisti dell’Est, avversari giurati dei nostri padroncini, uomini che conducono una vita agra e interamente  low cost, lontano dalle famiglie e dal loro Paese, sempre alla ricerca di un ingaggio per poter guadagnare cento euro in più.

   Via via che le ditte di Stato sono state privatizzate i Tir dell’Est hanno cominciato a battere le nostre strade. L’autotrasporto si è rivelato il business più facile in cui entrare per ex agricoltori, ex operai e persino ex poliziotti dei Paesi del vecchio Patto di Varsavia.

   All’inizio erano ditte piccole, un po’ come le nostre, e avevano tutt’al più un camion, poi sono arrivati i pesi medi che hanno cominciato a seguire il flusso delle merci. Ora saranno un migliaio le imprese che operano con continuità nel Belpaese. Nostre strade. Prima si andava da Ovest ad Est e le società di trasporto del Friuli Venezia Giulia la facevano da padrone. Poi le merci sono cominciate ad arrivare anche da Est verso l’Italia ed è cambiato tutto. Se un camionista arriva a Treviso o a Brescia con il suo carico non se ne ritorna vuoto il giorno dopo. Preferisce star qui anche venti giorni ad aspettare un altro carico. E nel frattempo che fa?

   I Serghei e gli Ivan dell’autotrasporto in dumping aspettano nelle zone vicino alle dogane. Si organizzano in gruppi che vanno dalle 20 alle 40 unità. A Pioltello nell’hinterland milanese, a Cernusco sul Naviglio ma anche vicino Livorno, Ravenna o Campogalliano nel Modenese.

   La prima volta che la stampa italiana ne ha parlato risale al 2009 quando il sindaco di un piccolo Paese della Romagna, Conselice, lanciò l’allarme perché si era formata da giorni una coda di venti Tir russi in attesa di caricare merci per non tornare vuoti in patria. L’amministrazione comunale allestì addirittura un bagno chimico e la multi utility Hera collocò un contenitore di rifiuti. «Vorremmo convogliarli verso aree più attrezzate ma i russi fanno orecchie da mercante e non spostano i loro Tir» dichiarò il sindaco.

   Le piazzuole vicino alle dogane sono il loro piccolo villaggio. Vivono lì, dormono sui Tir, a sera aprono le scatole di ferro che conservano sotto il camion vicino al serbatoio e tirano fuori il fornello a gas e i piatti.  Nei supermercati intorno comprano pane, yogurt, uova e un po’ di carne e questo è il loro pranzo e cena per venti giorni di seguito. Per i vestiti si rivolgono alla Caritas e lasciano qualche euro, qualcuno arriva persino a rivenderseli per guadagnarci su. Quando non ce la fanno più, psicologicamente o per il freddo, scatta l’ora della vodka a volontà e c’è il rischio di qualche bravata. Le notizie sulle risse nelle piazzuole circolano poco ma chi le frequenta saltuariamente parla di un clima di tensione perenne.

   È gente che lotta per la vita, i vecchi diffidano dei nuovi arrivati, la concorrenza è spietata anche se tutti comunque stanno attenti che non succedano incidenti per strada. Sarebbe la loro squalifica. Queste piccole comunità di russi e bulgari espatriati sono a loro volta oggetto di attenzioni da parte dei mercanti del sesso che recapitano in zona ragazze moldave e bielorusse.

   Quanti sono gli sventurati autisti dell’Est che lavorano in Italia? Diciamo che in un giorno normale come oggi ce ne saranno all’incirca 2 mila, se il calcolo lo facciamo su base annua, seppur a rotazione, si può dire che passino da noi dai 10 ai 13 mila conducenti di Tir provenienti dall’Europa dell’Est. Hanno un età che varia dai 35 ai 50 anni, i giovani non vengono a fare questa vita e quelli più vecchi non la possono più reggere.

   Gli italiani non li amano. Giosualdo Quaini, responsabile regionale del Friuli Venezia Giulia della Fita-Cna denuncia da tempo il fenomeno di quelli che chiama «cottimisti». Quaini sostiene che i nostri padroncini hanno la cultura del camion e magari la passione delle quattro ruote l’hanno mutuata dal padre, «i low cost invece fanno quel lavoro perché non ne saprebbero iniziare un altro». Per i camionisti stranieri non esistono diritti, «welfare è una parola che non hanno mai sentito nemmeno nominare» e se rompi un fanale rischi che il padrone la volta successiva ti lasci a casa. E amen.

   È chiaro che avere a disposizione una manodopera a bassissimo costo e disposta a quasi tutto, ha fatto ingolosire squali e squaletti dell’autotrasporto made in Italy. Un autista italiano che lavora 160 ore in un mese porta a casa un po’ più di 2 mila euro e ha anche diritto a tredicesima e quattordicesima. Un serbo prende, invece, uno stipendio fisso di 300 euro più il 10% del valore del viaggio. Mal contati altri 100 euro. Se un trasporto dall’Italia alla Serbia una ditta italiana lo fattura 2 mila euro, loro lo fanno pagare mille, grazie anche al gasolio che costa meno.

   Ma in questa infernale scala del lavoro debole e mal pagato c’è sempre qualcuno che sta peggio e dunque un bulgaro è pagato sul mercato meno di un serbo. Si sa che è più disperato. Per cui può succedere che ditte di Belgrado o Bucarest preferiscano ingaggiare autisti bulgari piuttosto che i connazionali. Bandiere in questo mondo non ne esistono. Qualcuno dei conducenti paga alla ditta per cui lavora persino il posto letto nel camion (dai 100 ai 200 euro). Con tutti questi vincoli i camionisti a cottimo sono dunque disposti ad accettare qualsiasi viaggio in dumping.

   Se un carico da Milano a Udine una ditta italiana lo fa pagare all’incirca 700 euro, serbi e rumeni si accontentano di 300 e i lavori li trovano grazie al passaparola. Del resto l’autotrasporto è un business fatto da mille intermediari: broker, spedizionieri, agenzie, chiunque è riuscito a trovare il modo per stare sul mercato e per ricavarsi la sua nicchia di guadagno. Per gente così che non guarda in faccia nessuno avere a disposizione autisti bulgari, serbi o rumeni che non fanno storie è quasi un modello di business.

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IL BLOCCO DEI TIR

LE SIGLE FORTI E LE AMBIZIONI DEI CAPI, QUEI PADRONCINI MORSI DALLA CRISI

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2012

- Ogni anno chiudono 10mila piccole imprese di trasporto, chi lavora con le pubbliche amministrazioni aspetta ancora che lo paghino -

   Il mondo dell’autotrasporto italiano è il set ideale di un grande film. Non della solita commediola vernacolare ma di una pellicola a tinte forti, come quelle del neorealismo di una volta. Nel mondo dei Tir e dei padroncini il business è sangue-e-merda, è una lotta quotidiana per sopravvivere, euro per euro.

   E anche il fermo di ieri (lunedì 23 gennaio, ndr) che ha bloccato dal Nord al Sud un Paese che, invece, avrebbe bisogno solo di ripartire è una storia dove confluiscono le vicende umane di una categoria che teme la decimazione e il protagonismo di chi fa rappresentanza sociale e capisce che in questo momento c’è un vuoto di potere.

   Un ruolo importante nella vicenda lo sta giocando Maurizio Longo, ex segretario della Fita-Cna uscito dall’organizzazione dopo il fermo del 2007, giudicato un successo dal punto vista mediatico ma un flop dal punto di vista sindacale. Longo oggi capeggia una piccola associazione, “Trasportounito”, che avrà un paio di migliaia di iscritti ma che grazie a un complesso gioco di alleanze conta molto di più. Ieri le sue dichiarazioni sembravano quelle di un generale vittorioso che si permette di mettere alla berlina gli inquilini di Palazzo Chigi: «Abbiamo raggiunto un risultato importantissimo sulle strade e la gente comune ha capito le nostre ragioni. Il governo invece è assolutamente lontano dai problemi veri degli italiani».

   In verità il decreto delle liberalizzazioni adottato venerdì scorso (20/1, ndr) dal governo Monti non peggiora la condizione dei padroncini, anzi. La reazione dunque non è avvenuta a botta calda, l’agitazione era stata proclamata già da dicembre e andava di fatto a rompere l’atteggiamento di tregua che ha caratterizzato il mondo dell’autotrasporto ai tempi del governo Berlusconi.

   Una rottura preparata e calcolata. Con il centro-destra al governo, infatti, le associazioni dei padroncini avevano instaurato un filo diretto con l’esecutivo grazie all’asse Uggè-Giachino. Il primo è una vecchia volpe di questo mondo, è stato sottosegretario in due governi Berlusconi e poi deputato, capeggia la Fai, una delle organizzazioni più rappresentative. Ha la fortuna di avere come vicepresidente addirittura Fabrizio Palenzona e già questo basta per capire la caratura del personaggio e la sua capacità di tessere la tela dei rapporti trasversali che gli hanno fatto ottenere persino una laurea honoris causa all’università Pro Deo di New York.

la protesta dei Tir

   Bartolomeo Giachino, deputato piemontese, è stato sottosegretario ai Trasporti ed è l’uomo che ha garantito la pace sociale per tre anni. È dal 2008 infatti che l’avvento della Grande crisi il mondo del trasporto su gomma è entrato in una fase di indicibile sofferenza. Un numero su tutti: il costo del gasolio da allora è salito all’incirca del 24% l’anno e si tratta di una voce che incide quasi per un terzo del fatturato.

   Nel frattempo il lavoro è diminuito e le tariffe sono state livellate in basso in virtù di una concorrenza che definire spietata è addirittura eufemistico. E che ha visto entrare sul mercato italiano imprese di quasi tutti i Paesi dell’Est, dalla vicina Slovenia fino alla Turchia. Per avere un termine di paragone la paga di un camionista rumeno è del 40% più bassa di quella di un collega italiano.
Mentre il governo Prodi un blocco dei Tir se l’era preso sui denti (vigilia di Natale del 2007), Berlusconi no. Tutto in virtù di un lungo negoziato che aveva portato al varo di una misura decisiva per gli autotrasportatori «deboli» come quella sui costi minimi di sicurezza. Nei piani doveva servire a garantire il recupero degli extra-costi da crisi e a evitare quantomeno di viaggiare in sovraccarico, con tempi e riposi contingentati al minimo. O la legge non ha funzionato o si è rivelata un pannicello caldo a paragone con la profondità della crisi.

   Il risultato è stato che la categoria è rimasta comunque sempre in ebollizione. Delusa e scontenta. Del resto i motivi non mancano: chiudono 10 mila piccole imprese di trasporto l’anno, chi lavora con le pubbliche amministrazioni è ancora lì ad aspettare che lo paghino e su 110 mila aziende che possiedono camion e trasportano merci ce ne sono altre 45-50 mila che non hanno nemmeno un veicolo e che operano solo come broker.

   Il disagio, dunque, è forte, la paura delle liberalizzazioni costante e per così dire ideologica, ma con il passaggio dal governo Berlusconi a quello Monti è cambiata la governance del settore, il potere reale, l’asse Palazzo-strada. Giachino non è stato riconfermato, la partita è passata al viceministro Mario Ciaccia, la musica però non è più la stessa.
   È così che la rappresentanza sociale, Uggè in testa, ha pensato che non avendo più sponda politica conveniva tornare a fare sindacato duro, quello da film per l’appunto. Per almeno un mese il tam tam dei Tir ha diffuso parole d’ordine tese a scaldare gli animi, ha tenuto acceso il motore del conflitto.

   I rappresentanti più esperti hanno smesso di calmare i padroncini e di rassicurarli e sono tornati a correre la cavallina proclamando «il fermo dei servizi di autotrasporto dal 23 al 27 gennaio». Unatrans, l’alleanza tra le maggiori sigle sindacali, che alla fine controlla il 90% degli iscritti però si è spaccata. Da una parte la Fai di Uggè e Palenzona insieme alla Confartigianato, dall’altra la Fita-Cna, i primi decisamente contrari a Monti, i secondi più pragmatici e sospettosi verso lo stop and go dei loro colleghi.
   Si arriva così a lunedì mattina, 23 gennaio, a quella che è stata un’innegabile dimostrazione della forza dei sindacati dei Tir. Accanto a Trasportounito spuntano nuove sigle come «Dignità sociale» e insieme ai padroncini dei Tir si vedono cassaintegrati e agricoltori.

   Per carità per far casino in questo settore non è che bisogna vincere un referendum tra i lavoratori, ci vuole poco a bloccare la rete autostradale. Basta mettere un camion per traverso davanti a un casello e il gioco è fatto. Con un governo composto da tecnici abbaiare è più facile, non avendo l’esecutivo partiti alle spalle chi vuol agitare piazze e piazzuole ha il vantaggio in prima battuta di non trovare resistenza sul campo e in seconda di potersi proporre addirittura come mediatore. Il fuochista che si fa pompiere.

   Ed è questo in fondo il gioco che è andato in onda lunedì 23 che ha sullo sfondo un puzzle di interessi che inizia dai padroncini brutti, sporchi e cattivi ma incrocia tanto altro denaro come quello che arriva dal prezzo del gasolio, dagli interessi legati alle tariffe delle autostrade e persino alla lotta alla criminalità organizzata.

   Com’è che la ‘ndrangheta ha preso piede in Emilia e in Lombardia negli ultimi anni? I magistrati che se ne sono occupati raccontano che spesso avviene via camion, con il trasporto di ghiaia e di altre merci. Modena e Reggio Emilia sono al centro del ciclone, le imprese malavitose lavorano in dumping per mettere fuori gioco quelle sane e per poterle rilevare a pochi euro.
   Ma cosa succederà adesso sul fronte dei Tir? Oltre ai blocchi si è messo in moto molto altro. Anche a Roma. Le autorità di controllo hanno iniziato a minacciare sanzioni, la Confindustria ha continuato a premere per togliere i blocchi e, soprattutto, dai banchi del Pdl il capogruppo Gaetano Quagliariello ha commentato: «Il governo Monti ha il dovere di sentire le parti sociali al fine di garantire la coesione sociale come ha fatto per tre anni il governo precedente». E chi meglio di Uggè può aiutare nell’opera visto che ieri, nel bel mezzo del caos, pronosticava (controcorrente) che tutto si sarebbe risolto in 24 ore? «In fondo la protesta è di una sola associazione di categoria. Tutto quello che viene chiesto è stato approvato venerdì nel decreto legge». Ciak, si giri. (Dario Di Vico)

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Un esempio di protesta: dalla provincia di Treviso:

TROPPO ARRABBIATI PER ASPETTARE MONTI

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso” del 25/1/2012

   «Siamo gente pacifica, non vogliamo sabotare il lavoro dei colleghi. I camionisti che lavorano? Li fermiamo solo per qualche decina di minuti, così riposano; siamo un po’ tutti stressati. Non si approfitti, però, della nostra esasperazione». Mirco Zanchetta, 38 anni, di Vazzola (in provincia di Treviso, ndr), una compagna e due bambini, nel mondo dell’autotrasporto dal 1996, quindi dall’età di 22 anni, non ha nessun forcone nascosto nel greto del Piave, dove si sono accampati ieri pomeriggio quelli del “serbatoio rotto”.

«Siamo il popolo degli spazientiti, non quello dei forconi. Sì, abbiamo i serbatoi rotti: del governo, dei sindacati, di tutti coloro che ci stanno massacrando con costi impossibili».

Spazientiti perché? Chi vi ha rotto… i serbatoi?

«Non abbiamo la pazienza di attendere le decisioni del governo sulle accise sul carburante per altri 60 giorni, come suggeriscono i sindacati, che hanno rimandato la protesta, lo sciopero. Ci siamo rotti e abbiamo deciso di fare da soli».

Da soli rischiate di non andare da nessuna parte. Perché non ce la fate ad attendere altri due mesi?

«Ho due camion. Uno lo guido io, l’altro un autista che pago. Ogni mese spendo 10 mila € di gasolio. Tre anni fa costava 1,20 € al litro, oggi 1,70».

E l’autostrada?

«È aumentata del 5%. Ogni mese pago pedaggi per più di mille euro. E ogni anno anche 5 mila euro di assicurazioni; al camion, ben s’intende».

Se fora una gomma?

«Dai 300 ai 400 euro. Ciò significa che quel viaggio va in perdita».

Ma negli altri ci guadagna.

«Il 10%, se non ci sono problemi. Le pare tanto?».

Dorme in camion?

«Certo, non posso permettermi l’albergo. E la trattoria solo una volta al giorno».

Il suo movimento ha qualche collegamento con quello dei forconi?

«Nessuno. Anzi, non siamo collegati neppure con alcun sindacato. In Veneto non esiste alcun altro presidio di camionisti».

Vuol dire che gli altri non hanno i serbatoi rotti.

«Ce li hanno anche loro, ma pazientano. Spero che non si siano venduti a qualche sindacato, magari governativo».

Voi in quanti siete partiti?

«In due. Lunedì mattina, ascoltate le ultime novità, ci siamo detti: adesso basta».

E le mogli sono al vostro fianco.

«Sì, è stata quella del collega a telefonare per le autorizzazioni».

Spazientiti ma responsabili. Non bloccate la statale.

«Basta guardarci in faccia. Con gli agenti, anzi, abbiamo subito fraternizzato».

Di più con loro che con i camionisti di passaggio sul ponte del Piave?

«Li invitiamo, cortesemente, a svoltare e a fermarsi. Al massimo mezz’ora. Qualcuno protesta. Ma anche lui beneficerà della nostra protesta».

Lei quanto perde scioperando?

«Ho il camion carico di vino. Domenica dovevo partire. Ho telefonato al committente, avvertendolo che ero incaz… e che la consegna l’avrei fatta in settimana inoltrata».

La risposta non sarà stata confortante.

«Questo signore ha capito. Sa che noi facciamo una vita dura, grama. Prima ci sosteneva la passione, ora non più».

Voi stavate qui, sul greto del Piave, già nel 2007. Da allora non è cambiato niente?

«Sì, in peggio. Ci manca anche il supporto delle nostre organizzazioni sindacali. Ma da soli ce la faremo». (Francesco Dal Mas)

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 “I PADRONCINI DELLA MOBILITÀ”

di ILVO DIAMANTI da La Repubblica del 24 gennaio 2012

   È inquietante, ma anche significativa, la condizione di questo Paese, in questo momento. Paralizzato, letteralmente. Città e autostrade, inagibili. Bloccate dalla protesta dei tassisti e dei camionisti. È significativa del paradosso in cui viviamo. Noi, cittadini globali di un mondo globalizzato, dove le distanze spazio temporali sono vanificate, perché avvengono per via “immateriale”. Attraverso la Rete, la comunicazione internautica, satellitare, digitale.

   Mentre il movimento delle persone – da casa al lavoro, scuola, alla palestra, al cinema (e viceversa) – avviene su strade, autostrade, rotaie: vie assolutamente “materiali”. Che è facile bloccare, interrompere, ostruire. Con conseguenze devastanti in un Paese, l´Italia, divenuto ormai una grande unica conurbazione. Una grande azienda diffusa, sparsa in larghe aree del Centro e del Nord. Ma anche nel Sud.

   Un Paese difficile da attraversare, perché occupato, per larghi tratti, da catene montuose. E perché le politiche, almeno fino agli anni Settanta, hanno badato agli interessi dell´industria dell´auto e del trasporto privato assai più che a quelli pubblici. Per questo oggi è divenuta strategica la questione della “mobilità” (come ha osservato, già alcuni giorni fa, Gigi Riva sul “Piccolo” –ndr: l’articolo di Riva è ripreso alla fine di questo post-). O, forse dell´im-mobilità.

   Per questo è difficile capire e adattarsi, molto più di ieri. Perché, nel frattempo, ci siamo abituati a vivere e convivere con le tecnologie della comunicazione. Per primi i giovani e le persone più istruite. Ma, progressivamente e rapidamente, anche gli altri. Perché tutti ormai hanno e usano un cellulare, mentre gran parte della popolazione ha un computer e comunica in rete.

   E molti, moltissimi, vivono in simbiosi con l´iPhone e l´iPad. Stanno in contatto fra loro attraverso i Social Network, esternano il loro pensiero mediante Twitter. Le aziende operano in rete. Così gli enti pubblici, le scuole. Produttori e clienti, professori, studenti e famiglie. In rete. Tutti in movimento, pur restando fermi. E tutti in relazione, pur restando soli.

   Per questo la protesta dei tassisti e degli autotrasportatori ci ha colti impreparati. Perché, appunto, non ce
l´aspettavamo. Di essere vincolati in modo così stretto dalla nostra dimensione fisica. Materiale. Dalle autostrade piuttosto che dalle infostrade. Dalle vie urbane piuttosto che da quelle digitali. Dai tassisti invece che dagli hacker.

   Non ce l´aspettavamo di venir bloccati a casa o per strada e di scoprirci fermi. Noi che ci immaginiamo sempre in viaggio e sempre insieme agli altri. È, dunque, un problema di dissonanza cognitiva a rendere difficile comprendere e accettare quel che avviene in questi giorni. Prima ancora di affrontarlo. Al contrario di coloro che ci “bloccano”.

   Tassisti, camionisti, autotrasportatori. Ben consapevoli della nostra “dipendenza” dalle loro azioni e coazioni. Perché controllano il movimento “fisico” personale. E l´economia nazionale. Per loro, il numero non è un vincolo. Non sono “masse” ma le loro lotte hanno effetti di massa. Ventimila tassisti possono bloccare le città.

   Gli autotrasportatori sono molti di più, visto che in Italia operano circa 90.000 imprese (dati Eurostat), ciascuna con circa 5 veicoli. Facile per loro bloccare l´intero Paese. Non solo gli spostamenti delle persone.  Ma – anche e anzitutto – quelli delle merci, che essi stessi (auto) trasportano. Peraltro, si tratta di un modello di lotta sperimentato, adottato, in passato, da altre categorie, anch´esse addette – non a caso – alla “mobilità”.

   Il personale delle ferrovie e dei trasporti urbani. I controllori di volo. In grado di bloccare – in poche decine – l´intero traffico aereo non solo di un Paese. E, ancora, i benzinai. “Padroni” del carburante da cui dipende la nostra mobilità personale.

   Si tratta, in gran parte dei casi, di figure professionali che non temono di intraprendere forme di lotta aspre e impopolari. Abituati, come sono, a un lavoro duro e usurante. Loro sì, sempre in viaggio, sulla strada. “Da soli”. Sempre in viaggio, sempre in movimento, sempre in rete. Da sempre (i camionisti, prima e più degli altri, hanno costruito una costellazione di CB).

   Sempre in contatto tra loro. Per esigenze di lavoro, ma anche per combattere la solitudine. Difficile coltivare legami di solidarietà con gli altri in questa condizione nomade. Anche se è loro chiaro quanto gli altri, la comunità, i cittadini dipendano da loro. Dal loro lavoro, dai loro servizi. Essi, d´altronde, hanno sperimentato la loro capacità di pressione da molto tempo e in molti contesti. Per non allontanarci troppo: in Francia, in Spagna e in Grecia.

   In Italia, però, c´è la complicazione di una rappresentanza frammentata in nove associazioni, quando negli altri Paesi ce ne sono al massimo due. In queste condizioni, il senso di responsabilità sociale e civile, la gravità del momento economico e politico non costituiscono argomenti particolarmente sentiti. Al contrario, il disagio sociale diventa un elemento di pressione politica particolarmente incisivo. In grado di influenzare pesantemente il clima d´opinione e il consenso. E nell´era dell´opinione pubblica, le lotte più efficaci sono quelle che colpiscono non tanto gli imprenditori e i produttori, ma i cittadini e i consumatori. I quali diventano vittime e ostaggi di ogni protesta.
Le liberalizzazioni, peraltro, sono difficili da realizzare e da attuare, da noi più che altrove. Perché cozzano contro una società stratificata e frammentata in un collage di appartenenze professionali e di mestiere, albi, ordini, gruppi, associazioni di categoria.

   Le liberalizzazioni, cioè, pretendono di slegare i legami di una società legata insieme da mille interessi: i familismi, i localismi, i particolarismi, le eredità. Dove molte persone – oltre e prima che “cittadini” – si sentono tassisti, farmacisti, camionisti, giornalisti, avvocati, notai, benzinai, politici, artigiani, banchieri, dirigenti, commercianti, commercialisti, consulenti, cambisti… Titolari di interessi di entità molto diversa. Più o meno piccoli, più o meno grandi. A cui, però, non intendono rinunciare.
È difficile immaginare che un cambiamento tanto profondo possa avvenire senza “spargimento di sangue”. (Parlo, ovviamente, in modo figurato e metaforico.)  E a chi ritenga necessario “slegare” l´Italia – per rendere la società più equa e l´economia più aperta – la protesta dei Tir e dei tassisti è lì a rammentare che la lotta sarà lunga e dura. Prepariamoci. Ce n´est qu´un début… (Ilvo Diamanti)

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UN CANTIERE APERTO

di Andrea Boitani, da http://www.lavoce.info/ del 24.01.2012

   Le liberalizzazioni nel settore dei trasporti sono ancora un cantiere aperto: il governo vi si sta applicando con crescente intensità. Dopo l’articolo 37 del decreto salva-Italia, adesso è il turno dell’articolo 36 e di vari punti degli articoli 26 e 27 dedicati ai servizi pubblici locali. I servizi ferroviari regionali tornano tra quelli assegnati tramite procedure di gara. E si inverte una tendenza anti-concorrenziale più volte denunciata dall’Antitrust. Sempre più centrale appare il ruolo della nuova Autorità dei trasporti. A questo punto va istituita in fretta.

TAXI
La questione che più ha fatto rumore sulla stampa (e nelle piazze) è quella dei taxi. Il governo ha optato per affidare alla istituenda Autorità di regolazione dei trasporti il compito di “adeguare i livelli di offerta del servizio taxi, delle tariffe e della qualità delle prestazioni alle esigenze dei diversi contesti urbani”. La bollente patata dell’aumento del numero delle licenze viene sottratta alle mani dei sindaci, troppo sensibili alle energiche pressione dei tassisti, per essere rimessa alle decisioni tecniche dell’autorità.

   Si prevede comunque che, qualora decida incrementi (città per città) del numero delle licenze, l’Autorità l’accompagni con “adeguate compensazioni da corrispondere una tantum a favore di coloro che già sono titolari di licenza o utilizzando gli introiti derivanti dalla messa all’asta delle nuove licenze, oppure attribuendole a chi già le detiene, con facoltà di vendita o affitto, in un termine congruo oppure attraverso altre adeguate modalità”.

   Il governo ha quindi optato per una soluzione flessibile, affermando al contempo il principio di compensazione per le perdite di valore delle licenze in essere, da declinare in modo differente secondo le diverse esigenze locali.
FERROVIE REGIONALI E CONTRATTI
Finalmente i servizi ferroviari regionali tornano a essere tra quelli che devono essere assegnati tramite procedure di gara. Cade (articolo 26, comma 9) l’esclusione dal regime di gara prevista dalla legge 148 del 14 settembre 2011 e si inverte una tendenza anti-concorrenziale più volte denunciata dall’Antitrust.  Certo, gli affidamenti diretti a Trenitalia (e alle società ferroviarie regionali) rimarranno in vigore fino a scadenza dei contratti in essere, ma in alcune regioni (come l’Emilia Romagna) la scadenza contrattuale è ravvicinata e, quindi, le prime gare non sono poi troppo lontane nel tempo.

   È cruciale che la nuova autorità svolga pienamente le competenze in merito, definite dall’articolo 36, comma 5 e vigili sulle modalità in cui le gare verranno svolte. Per la qualità dei risultati, queste modalità sono più decisive del semplice fare le gare. Importante è l’abolizione dell’obbligo di rispettare i contratti collettivi dei ferrovieri per qualsiasi operatore che decida di entrare a competere con Trenitalia.

   Il governo ha accettato l’argomento, reiterato dall’Antitrust, secondo cui il contratto collettivo vigente è stato scritto a immagine e somiglianza di Trenitalia e, quindi, la sua imposizione ai concorrenti ne ridurrebbe la capacità di competere, senza aver potuto contribuire alla definizione del contratto di lavoro. Il che, in un settore in cui quello del lavoro è una quota molto rilevante dei costi sarebbe un handicap davvero pesante.
SEPARAZIONE TRA RETE FERROVIARIA E SERVIZI
È la questione più delicata e discussa nell’ambito delle liberalizzazioni del settore trasporti. Le direttive europee fissano soltanto un minimo comune denominatore: separazione contabile tra gestione dei servizi (nel quale possono convivere diversi tipi di concorrenza) e gestione della rete (che si prevede rimanga monopolista).

   Altri paesi europei hanno compiuto scelte diverse: dalla completa separazione societaria e proprietaria inglese alla separazione societaria completa (Svezia), alla separazione, ma con permanenza di rete e servizi all’interno di una medesima holding (Italia, Germania). Il governo non ha deciso di muovere decisamente nella direzione svedese (o inglese) e ha affidato alla nuova Autorità il compito di analizzare “l’efficienza dei diversi gradi di separazione tra l’impresa che gestisce l’infrastruttura e l’impresa ferroviaria, anche in relazione alle esperienze degli altri Stati membri dell’Unione Europea. In esito all’analisi, l’Autorità predispone una relazione al governo e al Parlamento”. Sarà dunque la politica, come è giusto che sia, a compiere la scelta, sulla base dell’istruttoria dell’Autorità.
L’AUTORITÀ
Dal decreto di dicembre, il ruolo e le responsabilità della nuova Autorità sono molto cresciute e, di fatto, alcuni dei passi cruciali della liberalizzazione dipendono dalla sua costituzione e dalla sua operatività.

   Nell’impossibilità di istituire una nuova Autorità per decreto, il governo si impegna a presentare entro tre mesi un disegno di legge e fa due mosse: 1) affida temporaneamente (a partire dal 30 giugno 2012) le funzioni della nuova Autorità all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e 2) riscrive completamente i commi 1 e 2 dell’articolo 37 del “decreto salva-Italia”.

   Ora la nuova Autorità, oltre ad avere compiti estesi anche alla regolazione delle tariffe autostradali (purtroppo, limitatamente alle nuove concessioni), è caricata delle altre competenze dette prima; ma soprattutto non si prevede più di collocarla “presso” un’altra Autorità indipendente già esistente, ma di costituire una “vera” Autorità indipendente.

   Si tratta di un passo molto importante nella giusta direzione e dimostra come il governo abbia saputo accogliere le critiche mosse all’impostazione del precedente decreto. Ora è della massima importanza che questa autentica chiave di volta dell’intero processo di liberalizzazione e riassetto dei trasporti italiani venga messa al suo posto presto e bene e che i tre mesi che il governo si è dato siano, per una volta, rispettati e che poi il Parlamento collabori con una decisa accelerazione della discussione e dell’approvazione, grazie a una corsia preferenziale concordata tra i presidenti delle due Camere e i gruppi parlamentari. (Andrea Boitani, da http://www.lavoce.info/ del 24.1.2012)

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Documenti utili:

- “decreto salva Italia
- Decreto legge sulla concorrenza, liberalizzazioni, infrastrutture

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IL BLOCCO (MENTALE) DELL’AUTOTRASPORTO

di Alessandro Berti,

da http://johnmaynard.wordpress.com/ postato il 24/1/2012

   Curiosando sulla rete alla ricerca di cifre e di informazioni circa la suddivisione del trasporto merci fra gomma, rotaia etc..mi sono imbattuto solo in articoli datati, come questo, peraltro interessante e ben argomentato.

   E ho ricordato gli anni ’60 ed il nuovo modello di sviluppo di Ruffolo, quello che voleva togliere l’auto dal centro del mondo per favoleggiare di altro, in anni in cui a Torino si diceva che ciò che era bene per la Fiat era bene anche per l’Italia. Giorgio Ruffolo e gran parte della sinistra sindacale di quei tempi erano se non massimalisti, spesso solo velleitari, scollegati dalla realtà come solo il PdL di adesso sa fare, ma forse qualcosa di quello che dicevano si potrebbe recuperare. Provo a capirci qualcosa guardando i numeri e scopro che:

- i trasporti su rotaia non sono convenienti per le distanze entro 1000 km (ovvero mai in Italia);

- per rendere convenienti i trasporti su rotaia bisogna investire sulla medesima, come hanno fatto i francesi ed  i tedeschi (hai visto mai?);

- l’Italia NON ha investito sulla rotaia, come prova lo schifoso viaggio che ho fatto ieri mattina, dismettendo stazioni e tratte che non erano convenienti, in una logica molto privatistica, tranne che per le relazioni sindacali (consiglio a Stella e Rizzo di andare a curiosare nei dopolavoro ferroviari, per esempio);

- dunque i camionisti, o camionari, come dicono in Veneto, godono di una rendita di posizione, mi spiace dirlo, ma è così, insidiata solo dalla concorrenza dell’Est (benedetta UE, almeno a qualcosa serve); un camionista bulgaro costa un terzo di uno italiano, 15mila euro del primo contro 45mila del secondo;

- nonostante la rendita, gli sgravi fiscali e le molte altre agevolazioni, i camionisti non ce la fanno, o perlomeno, molti di loro; d’altra parte se basta un aumento del prezzo delle materie prime ad azzerare i margini, significa che già erano bassi.

   Fin qui le “scoperte” dell’acqua calda. Dalle scoperte alle conclusioni.

La prima: forse non è un business conveniente? Forse a certe dimensioni non lo è mai stato, se è vero che tanti bilanci visti personalmente di aziende di autotrasporto, in molti e molti anni, recavano l’utile solo grazie alle plusvalenze per la cessione degli autocarri riscattati in leasing, inquinando la redditività operativa con ricavi extracaratteristici.

   Il buon senso, prima ancora della logica economica, imporrebbero di essere coscienti che chi ha margini modesti non può giocare con la finanza (inevitabile pensare a quante aziende di autotrasporto hanno debiti che non pagheranno mai perché non dovevano farli, non potevano permetterseli), ovvero che queste aziende se faticano a pagare i dipendenti, tanto più non possono farlo a debito.

La seconda: gli investimenti in infrastrutture, compreso il Ponte sullo Stretto, potevano prefigurare, se fatti per tempo, un nuovo vero modello di sviluppo. Ma non si riesce a fare partire la TAV (a proposito, perché nessun blocco in Val di Susa?), figuriamoci qualsiasi altra iniziativa: in ogni caso, ne godranno i nostri nipoti. Ma sono necessari, meglio farli tardi che non farli mai.

Infine: tagliare le rendite, liberalizzare, privatizzare può servire, può dare risorse, può aiutare questo gigantesco processo di riconversione delle infrastrutture, senza farci precipitare nella sindrome cilena (ma Mario Monti in elmetto e mitra a Palazzo Chigi non ce lo vedo). Ma deve essere guidato, sorretto da idee e da un progetto. Si cercano idee forti per la politica, mentre questa ha abdicato a se stessa. Buon lavoro a tutti. (Alessandro Berti)

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Da http://scienzattiva2009.agorascienza.it/ :

Perchè in Italia le merci viaggiano quasi esclusivamente su gomma anche se è meno conveniente del trasporto su rotaia ? Secondo voi si potrebbe far pressione a livello politico perchè si cambi prospettiva soprattutto nella Pianura Padana?

Domanda posta da AndreiNedelcu del gruppo IV B – IIS “J.C.Maxwell” – Nichelino

Risposta di:

MargheritaVenturi Dal 1 marzo 2005 è professore ordinario della Facoltà di Scienze M.F.N. dell’Università di Bologna. Dal novembre 2004 è rappresentante per la Chimica nel Consiglio Direttivo della Societ…Continua…

ClaudioCassardo Dal 2000 è Professore Associato presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Torino. È stato ricercatore presso l’Università del Piemonte Orientale dal 1993 al 2000. Insegna i…Continua…

Caro Andrei,
bella domanda! In effetti, me lo chiedo anche io. Anche perché, a livello europeo, si tende proprio ad investire sul trasporto su rotaia. Per risponderti a tono occorrerebbe essere esperti del settore ed analisti politici nello stesso tempo. Tento quindi di darti una risposta ragionevole sulla base di quanto ne so. Altri esperti potranno poi intervenire per aggiungere concetti o rettificare le mie affermazioni.
Come puoi vedere anche da questo articolo (http://www.b2b24.ilsole24ore.com/articoli/0,1254,24_ART_105720,00.html)

apparso sul Sole 24 ore, l’Unione Europea ha deciso sin dal 1994 di potenziare il sistema di trasporto ferroviario e marittimo per migliorare l’interconnessione tra gli stati membri. In particolare, gli assi ferroviari merci che interessano l’Italia sono catalogati col numero dei progetti: asse 6 (Lione-Ucraina), asse 24 (Genova-Rotterdam) ed asse 1 (Berlino-Palermo). I primi due coinvolgono anche Torino. In Italia, tuttavia, al momento soltanto il 9% circa dei prodotti è caricato sui treni: si tratta di una delle percentuali più basse di tutta Europa (in Germania, è del 21%, e la media europea è del 17%). Tali cifre sono anche reperibili su questo editoriale

(http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/ambiente/treni-merci/treni-merc…)

di Repubblica.                 Secondo uno studio di un docente del Politecnico di Torino, riportato qui (http://www.trasporti-italia.com/autotrasporto/traffico-merci-la-gomma-co…),

che si poneva l’obiettivo di individuare la modalità di trasporto più conveniente per il trasporto delle merci attraverso i valichi dell’Italia Settentrionale, il grosso problema del trasporto su rotaia su tragitti brevi (<1000 km) è la non competitività rispetto al trasporto su gomma. Tale non competitività deriva dal fatto che, essendo nullo l’aiuto governativo, tutti i costi verrebbero a ricadere sulle imprese. Per distanze superiori a 1000 km, invece, il treno sarebbe l’opzione più conveniente.
La politica italiana in relazione al trasporto su rotaia è di totale disinteresse, anzi di smobilitazione: come evidenziato qui

http://www.pianeta.it/trasporti/treno/treni-merci-in-italia-stanno-scomp…

c’è una mancanza di volontà politica nel sostegno al trasporto su rotaia. Difatti, la gestione del servizio merci è stata demandata completamente alle Ferrovie dello Stato, che però non investe sul servizio merci perché non è redditizio. Questo è il solito problema correlato alla privatizzazione: un ente privato privilegia soltanto ciò che è redditizio a discapito di quanto ha costi alti, per cui, a meno di non porre dei paletti rigidi su quali servizi debbano essere assicurati dai privati in ogni caso, si assisterà sempre alla dismissione dei servizi meno convenienti, in qualunque settore.
Del resto, che le ferrovie non intendano investire sul trasporto merci su rotaia, è noto da tempo: come riportato anche qui

http://www.economiasicilia.com/2010/01/12/le-fs-tagliano-il-trasporto-me…,

pur se in relazione alla realtà siciliana, la volontà aziendale di Trenitalia pare quella di rinunciare a fare trasporto merci su rotaia a tutto vantaggio del gommato, specialmente nel sud Italia. Anche la notizia relativa ai test per TIR lunghissimi

(http://www.autoblog.it/post/22615/trasporto-su-gomma-si-sperimentano-i-t…)

si inquadra benissimo in questa volontà.
Da questo panorama si distacca un po’ la questione TAV (Treno ad Alta Velocità) sull’asse Lione-Trieste, che tante polemiche ha sollevato, progetto sostenuto dalle ferrovie ed osteggiato dalle comunità locali. Tale progetto, in corso di progettazione ha cambiato denominazione ed obbiettivo diventando TAC (Treno ad Alta Capacità), ossia indirizzato verso il traffico merci. Non voglio qui entrare nel merito TAV/noTAV, anche perché non basterebbero un centinaio di pagine, ma mi limito a far rilevare che al momento esiste un altro tunnel, il Frejus, che collega Italia e Francia e che il traffico merci su tale direttrice è sì attivo, ma che il trasporto su rotaia utilizza un’esigua percentuale della sua potenzialità, pari al 37% (e quindi non si capisce la necessità di un’altra linea tra gli stessi Paesi in assenza di volontà politiche ad incentivare il trasporto su rotaia). Per approfondimenti, si veda il sito di ASPO Italia in generale (http://aspoitalia.blogspot.com/2009/11/utilitav.html)

e Lega Ambiente Valsusa

(http://209.85.135.132/search?q=cache:ydF-w3500B4J:www.valdellatorre.it/a…).
Infine, un ulteriore aspetto di cui tener conto è anche il numero di operatori del settore del trasporto su strada, enormemente alto in Italia, che ovviamente si oppone energicamente a progetti di riduzioni. Il peso di questo settore è diventato evidente in occasione delle proteste di qualche tempo fa collegate alla richiesta di sgravi sul prezzo del gasolio da autotrazione (http://archiviostorico.corriere.it/2000/ottobre/04/padroncini_bloccano_E…).

Si può quindi intuire come l’adozione di politiche per l’incentivazione del trasporto su rotaia non incontrerebbe il favore del soprammenzionato settore.
In conclusione, personalmente sono dell’idea che sarebbe ottimo esercitare una pressione politica affinché lo stato promuova il trasporto su rotaia disincentivando quello su gomma, anche se non so quanto tali pressioni potrebbero sortire effetto. Cordiali saluti. Claudio Cassardo

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Caro Andrej,
penso che non ci sia nulla da aggiungere alla risposta che ha già dato il collega Cassardo. Personalmente credo che politicamente non ci sia la volontà di privilegiare il trasporto su rotaia; quello che si sta facendo lo dimostra: creare trasporti veloci per passeggeri (ricchi!) e non tenere in nessun conto le necessità dei pendolari (poveri!) che usano il treno quotidianamente. Scusa lo sfogo, ma sono una pendolare.
Cari saluti, Margherita Venturi

(da http://scienzattiva2009.agorascienza.it/ )

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MERCI TRASPORTATE SU STRADA (da http://noi-italia.istat.it/)

- Bassa densità di traffico di merci su strada in rapporto alla popolazione -

UNO SGUARDO D’INSIEME

   Il trasporto di merci su strada continua a essere preferito rispetto ad altre modalità di trasporto (ferroviario e navale), con conseguente congestionamento delle strade. La costruzione di nuove strade non è però l’unica soluzione possibile e occorre trovare alternative valide ed efficienti, come il ricorso al trasporto combinato gomma-ferrovia.

   Anche a livello europeo si punta all’obiettivo di contribuire al trasferimento del trasporto di merci dalla strada al trasporto marittimo e ferroviario. In Italia, nel 2009, il trasporto di merci su strada con origine nazionale ha sviluppato un traffico di circa 156 miliardi di tonnellate-km (-5,5 per cento rispetto all’anno precedente).

   Nel 2010 la Germania si conferma il primo paese dell’Unione europea per trasporto merci su strada con oltre 313 miliardi di Tkm, seguito a distanza da Polonia e Spagna (oltre 210 miliardi di Tkm), Francia (oltre 180 miliardi di Tkm), Italia (168 miliardi di Tkm) e Regno Unito (140 miliardi di Tkm). La Polonia risulta anche essere il paese che ha sperimentato la crescita maggiore nel periodo 2007-2010, vicina al 40,0 per cento, contribuendo a spostare, insieme a Bulgaria, Slovenia e Repubblica Ceca, il baricentro del trasporto europeo verso oriente.

   Una rilevante eccezione è rappresentata dalla Romania che nello stesso periodo vede ridursi il traffico merci di oltre il 55 per cento. Nei principali paesi europei il trasporto di merci su strada è prevalentemente nazionale (pari o superiore al 70 per cento del traffico totale). In rapporto alla popolazione il volume di traffico merci più consistente, oltre che in Lussemburgo (171,5 milioni di Tkm per diecimila abitanti), si rileva in Slovenia, Lituania, Polonia, Finlandia e Slovacchia, tutti con valori superiori a 50 milioni di Tkm per diecimila abitanti.

   Nel nostro Paese, nel 2009, il traffico di merci su strada in rapporto alla popolazione risulta pari a 27,8 milioni di Tkm per diecimila abitanti, prossimo a quello registrato nel 2010 in Francia (28,1), inferiore a quelli di Spagna (45,6) e Germania (38,3) e superiore a quello del Regno Unito (22,6). Gli incrementi più rilevanti dell’indicatore relativo alla popolazione nel periodo 2007-2010 si riscontrano negli stessi paesi a più forte crescita di traffico merci in termini assoluti: Polonia, Bulgaria Slovenia, e Repubblica Ceca.

   Nel nostro Paese l’ammontare complessivo del trasportato con origine nazionale nel 2009 è stimato in circa 156 miliardi di Tkm, per quattro quinti con origine nelle regioni del Centro-Nord e un quinto nel Mezzogiorno. Inoltre, l’origine di più della metà (oltre il 52 per cento) del trasportato di origine nazionale si concentra in quattro regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Rispetto all’anno precedente il calo per il trasporto merci di origine interna si attesta al 5,5 per cento.

   In controtendenza rispetto alla contrazione nazionale vi sono alcune regioni del Mezzogiorno, Sardegna (+60,3 per cento), Molise (+31,2 per cento), Calabria (25,0 per cento) e Basilicata (+16,2 per cento), del Centro, Lazio (+8,5 per cento) e Marche (+6,6 per cento), del Nord-ovest, Liguria (+2,0 per cento), e la provincia autonoma di Trento (+12,5 per cento) nel Nord-est. In rapporto alla popolazione il volume di traffico merci più consistente nel 2009, oltre che nelle regioni del Nord-est (41,6), si rileva in Umbria, Molise e Piemonte, che presentano valori superiori a 34 milioni di Tkm per diecimila abitanti.

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ITALIA INDIETRO SULLA MOBILITÀ SOSTENIBILE, LO CONFERMA IL RAPPORTO EUROMOBILITY 2011

- Il rapporto sulla mobilità sostenibile del 2011 stilato da Euromobility evidenzia, soprattutto in rapporto ad altri paesi europei, le gravi problematiche che affliggono il sistema e più in generale la cultura dei trasporti in Italia -

di Francesco Bevilacqua – 2 Gennaio 2012 dal sito http://www.ilcambiamento.it/

   Euromobility è un’associazione nata con lo scopo di promuovere “la cultura diffusa della mobilità sostenibile, intesa anche come razionalizzazione del trasporto privato individuale; l’applicazione delle norme relative al mobility management; il ruolo e la funzione dei mobility manager”.

   Ogni anno questo ente stila, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, un rapporto che prende in esame le maggiori cinquanta città italiane, analizzandone la situazione dal punto di vista della mobilità sostenibile.

   Il rapporto 2011 analizza tutta una serie di indicatori tesi a determinare il posizionamento dell’Italia nell’ambito del miglioramento della qualità dei trasporti urbani e interurbani, soprattutto in termini di servizi per la mobilità sostenibile, di impatto ambientale, di congestionamento delle città e delle infrastrutture stradali e, più in generale, di ‘cultura dello spostamento’ dei cittadini italiani.

   Il quadro che emerge purtroppo non è dei migliori. Per quanto riguarda uno degli indicatori principali, l’indice di motorizzazione – ovvero la percentuale di autoveicoli per abitante –, su scala nazionale il valore è in leggero calo, dal 61,13% del 2009 al 60,67% del 2010, anche se in 17 città italiane (L’Aquila, Catania e Potenza guidano la classifica) è in aumento.

   Molto minore lo stesso dato relativo ai motocicli: 13,25%. Catania è al secondo posto, dopo Napoli, anche per quanto riguarda un’altra importante voce, quella degli standard emissivi dei veicoli circolanti: circa il 55% di essi appartiene alla classe euro 2 o inferiori, mentre nel capoluogo campano i mezzi inquinanti sono addirittura il 60%. La più ‘ecocompatibile’ da questo punto di vista è Aosta, che vanta un parco mezzi composto all’80% da veicoli euro 4 o euro 5 – attenzione però, perché lo stesso comune ha anche il più alto tasso di motorizzazione del Paese, ben il 201,64%, che pure è in diminuzione.

   Per quanto riguarda i carburanti meno inquinanti, seppur in netto aumento (15% in più rispetto all’anno precedente), il loro utilizzo è ancora molto basso: solo il 7,04% dei veicoli circolanti è infatti alimentato a metano o a GPL. La crisi purtroppo influisce negativamente anche su questo aspetto, in particolare per quanto riguarda i contributi statali: dopo il picco del 2009, gli incentivi sono calati quasi dell’80% negli ultimi due anni.

   Confortanti sono i dati sugli sforamenti delle PM10, le polveri sottili, rispetto ai limiti imposti dalla legge (40 microgrammi per metro cubo). Sono solo dieci i comuni, fra quelli presi in considerazione, in cui gli sforamenti sono stati superiori a questo livello (Napoli, Ancona e Torino le peggiori), mentre i restanti quaranta rientrano nei parametri, con L’Aquila che addirittura fa segnare un valore pari alla metà di quello consentito dalla normativa. Il diossido di azoto invece, la cui emissione è imputabile ai motori diesel e il cui effetto sulle vie polmonari è grave e molto marcato, ha una concentrazione superiore ai limiti di legge in ben quarantuno città, soprattutto quelle più grandi (Firenze, Palermo, Roma, Torino, Milano).

   A proposito della cultura della mobilità, è davvero interessante il dato relativo agli spostamenti che gli italiani sono costretti a effettuare quotidianamente. Quasi un terzo degli intervistati dichiara che nella sua giornata si trova addirittura a dover cambiare comune spostandosi; viene così evidenziata la cattiva abitudine dei nostri concittadini a muoversi troppo, oltre che in maniera irrazionale; quasi il 70% dichiara infatti che per i suoi spostamenti utilizza il mezzo privato. Un’analisi comparata permette inoltre di notare che per quanto riguarda i tragitti extraurbani, la tendenza a muoversi in auto piuttosto che con i trasporti pubblici è in aumento.

   Oggetto di una sonora bocciatura è il sistema italiano di car e bike sharing, soprattutto se confrontato con quelli del resto d’Europa. Basti pensare che fra Roma, Milano e Torino sono poco più di trecento le auto disponibili per questo servizio, con un rapporto utente/mezzo che nella capitale raggiunge addirittura lo 0,38, con il risultato che solo lo 0,06% degli abitanti ricorre alla condivisione dell’automobile. I dati riguardanti il bike sharing sono poco migliori; non c’è da stupirsi quindi che quasi l’80% della popolazione non sappia neanche in cosa consiste questo servizio.

   Il dato è davvero deprimente se confrontato con quello di altre città europee: a Bruxelles sono disponibili 2500 bici in bike sharing con 80 stazioni, a Parigi 20000 con 1800 stazioni, a Londra 6000 con 400 stazioni. In Italia, per avvicinarsi alla disponibilità della capitale belga, che conta poco più di un milione di abitanti, bisogna sommare la disponibilità di Milano, Torino, Roma, Brescia e Bergamo. Per quanto riguarda il car sharing, a Monaco il servizio può contare su 345 mezzi, mentre a Torino, che ha più o meno lo stesso numero di abitanti ed è la città con la flotta di auto in condivisione più nutrita d’Italia, ce ne sono a disposizione solo 113.

   Il dato finale, su base territoriale, premia Torino come la città dotata della mobilità più sostenibile d’Italia, seguita da Venezia, mentre fanalini di coda sono Campobasso – la peggiore –, Foggia e L’Aquila. Non si tratta però di una semplice gara fra comuni per eleggere il più virtuoso in questo ambito. Il rapporto Euromobility evidenzia le gravissime carenze da cui è ancora oggi caratterizzata l’Italia in termini di sostenibilità della mobilità, carenze non solo politico-amministrative ma anche culturali, che hanno pesanti ricadute sulla qualità dell’aria, sulla fruibilità e sulla vivibilità delle nostre città. (Francesco Bevilacqua – 2/1/2012, dal sito http://www.ilcambiamento.it/ )

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tassisti e “padroni” delle mobilità

COME SI TIENE IN SCACCO UNA NAZIONE

di Gigi Riva, da “il Piccolo” (di Trieste) del 20/1/2012

   Al Circo Massimo di Roma va in onda la più spettacolare inversione di senso iconografico della storia recente. I taxisti camminano in formazione, l’aria truce e arrabbiata, portano cartelli con slogan, alzano il bavero del giubbotto e si calano berretti sulla testa. Non fosse per le macchine bianche parcheggiate a mucchi li appresso, sembrerebbe classe operaia così come ce la rimanda una documentazione di epoche recenti.

   Sono l’avanguardia dura ed estrema di una categoria che conta in totale 20.000 (ventimila) persone in Italia. Eppure pesano sulle decisioni dei governi assai più della classe operaia vera, quella fatta di milioni di persone (quasi la metà degli italiani si riconosce nella definizione, stando a un sondaggio Demos) che hanno invece scarsa o nulla udienza nelle stanze del potere.

   Ad aprire il mercato delle auto pubbliche ci provò Bersani durante l’ultimo governo Prodi con scarsi risultati, non ci provò nemmeno il centrodestra in teoria liberista di Berlusconi per la contiguità di alcuni suoi leader con la categoria (Gasparri, Alemanno), ci riprova Monti tra mille titubanze e un’ampia trattativa concessa quando ad altre categorie è negata. E così mentre gli italiani accettano la perdita capillare di qualche privilegio, subiscono le mani in tasca messe dall’esecutivo «perché il momento è drammatico», i taxisti fanno i gradassi e il loro leader Loreno Bittarelli, che passa ora per moderato, promette di «scatenare l’inferno».

   Chiama alla «madre di tutte le battaglie» e, se ormai è chiaro che una riforma del settore la dovrà subire, le barricate gli servono ad alzare il prezzo e abbassare i danni (i vantaggi per la collettività tutta) fino ad annullarli. Sarà pur vero che non si risolvono i problemi della crisi del debito sovrano coi taxisti: è l’argomento più usato e anche il solito esercizio patrio di “benaltrismo”. Se il problema è “ben altro”, è un ottimo alibi per non cominciare mai le riforme.

   Ma non si vuole, qui, analizzare i pro e i contro di un passo tanto ovvio per tutti meno che per gli interessati e i loro Santi Patroni nella politica. Si tratta di capire come abbia potuto diventare ipertrofico, addirittura abnorme il potere di influenza di una professione dai numeri così piccoli. Viene in soccorso l’intuizione del professor Aris Accornero che da tempo parla di “terzializzazione” della protesta.

   Un tempo lo scontro era lavoratore-padrone, magari lavoratore-governo. Ora sono le pesanti ricadute sui cittadini (gli elementi terzi appunto) a determinare l’efficacia di uno sciopero. Se si bloccano Roma e Milano, le grandi città dove oltretutto è concentrato il circuito mediatico, l’effetto cassa di risonanza sarà assicurato, così come i disagi dei cittadini. E mostra, questa facile equazione, anche il valore cruciale (fatale?) che ha assunto la mobilità nella società postmoderna.

   Così, siano taxisti o controllori di volo, un esiguo numero mette a repentaglio l’ordinario e ininterrotto flusso migrante delle persone e delle cose: inaccettabile. Non a caso nei trasporti si è tentata una regolamentazione e i taxisti godono di questa tremenda forza d’urto.

   Contemporaneamente, sono scomparsi gli operai. Dai radar dei media come dagli interessi dei partiti. Subiscono una evidente restrizione dei diritti (come alla Fiat), ma l’eco del loro disagio difficilmente varca il mondo della fabbrica, anche quando scendono in piazza. Le loro di manifestazioni sono viste, queste sì, come un retaggio del passato da liquidare in fretta. Magari accompagnate da qualche sterile pistolotto retorico.

   Dal 2008, quando esplose la crisi finanziaria tuttora un atto, la predica più ascoltata e quella sulla necessità di tornare all’economia reale. Tornare cioè a dare un valore alla produzione di beni. Si tratterebbe di ridare centralità agli operai e agli stabilimenti dai cui cancelli escono gli oggetti necessari alla vita. Ce ne siamo dimenticati in fretta. Sventurato quel Paese dove ventimila taxisti possono più di milioni di lavoratori. (Gigi Riva)

 


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La LIBERALIZZAZIONE DEI TAXI: per una MOBILITÀ “a domanda”, flessibile, a basso costo, meno inquinante: il TAXI INDIVIDUALE o COLLETTIVO come risposta concreta di MOBILITÀ SOSTENIBILE

Geograficamente - Sab, 21/01/2012 - 20:17

Città diffuse e traffico: il TAXI può aiutare?

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   Entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto legge (approvato dal Consiglio dei Ministri il 21/1/2012) il governo dovrà provvedere alla separazione di Snam Rete Gas da Eni. L’Autorità per l’Energia (ndr: qui è spiegato cos’è l’Autorità per l’energia: http://www.autorita.energia.it/it/che_cosa/ ) diventa ”l’Autorità per le reti” e si occuperà anche del settore dei trasporti e quindi anche del capitolo taxi. La nuova Autorità determinerà per i taxi l’incremento del numero delle licenze, la possibilità per i titolari di averne più d’una, nuove licenze part-time, orari più flessibili, extraterritorialità e tariffe più flessibili, trasparenza. (c’è la proposta, non ancora formalizzata, di regalare a ogni taxista una seconda licenza, per compensarlo della perdita di valore della prima licenza, con perlomeno il raddoppio dei taxi)

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   Nel programma delle liberalizzazioni che l’attuale governo sta mettendo in atto, sul fronte dell’ampliamento delle licenze dei taxi pare che qualcosa possa muoversi. Forse. il rischio è che col passare delle settimane ci si dimentichi o si cambi tutto. Perché, sui taxi, ogni cosa viene rinviata ai prossimi sei mesi. Spetterà infatti alla neonata Autorità per le Reti (che si occuperà sia di energia che di trasporti, pertanto anche dei taxi) l`analisi del fabbisogno di taxi nei vari territori, dopo aver svolto un`attenta istruttoria città per città, sentiti i sindaci, e deciderà se ridurre (anche ridurre!!) o aumentare le licenze. Pertanto il sistema delle licenze rimane. E se per necessità servirà un aumento del numero dei taxi, arriverà con delle compensazioni tangibili per i tassisti che hanno già una licenza. Di fatto è vero che i tassisti che hanno comperato le licenze si vedrebbero danneggiati da un aumento delle licenze, pertanto sarà da capire come “compensarli”.

   Il sistema dei mezzi privati ad uso pubblico su gomma, rappresentati dai taxi (auto, ma anche minibus, a seconda delle esigenze e di quante persone si intenda servire di volta in volta…), ebbene questo sistema pare strategico ed “unico” per evitare il persistere (e il proliferare) dell’uso della sola auto privata, dell’inquinamento da smog e dell’intasamento da traffico che ci interessa tutti.

   In alcune aree del Paese, come nel Nordest, a concentrazione urbana diffusa, è assai difficile l’esistenza di un sistema di autobus a fermata che sia economicamente almeno in pareggio (cioè che l’introito dei biglietti dei passeggeri copra il costo del servizio). E inoltre le corriere di linea delle aziende di trasporto o di privati autorizzati, e gli autobus, non possono soddisfare adeguatamente una domanda di mobilità pubblica in aree appunto a urbanizzazione diffusa: dove per andare da casa al lavoro nella media dei 15 chilometri attuali, nel reticolo di strade bisognerebbe cambiare linea d’autobus almeno tre o quattro volte.

la protesta delle mogli dei tassisti

   Per non parlare della scarsa adattabilità degli autobus, delle corriere, ai vari momenti di domanda di utilizzo: strapieni magari all’inverosimile al mattino quando ci sono gli studenti che devono andare a scuola; completamente vuoti nei momenti di “morbida”, cioè di non necessità di utilizzo da parte delle categorie più interessate (chi va al lavoro, a scuola etc.): capita la domenica di vedere circolare corriere e autobus completamente, o quasi, vuoti, e di chiedersi che senso ha far viaggiare mezzi da 60 persone con nessuno o poche persone a bordo (e chiedersi se l’utilizzo di minibus non sarebbe più razionale…).

   Il sistema di taxi a trasporto collettivo questo problema lo risolverebbe: se ci fosse una domanda del servizio, un’offerta flessibile in grado di soddisfare a costi contenuti la richiesta di mobilità pubblica efficiente senza l’uso del mezzo proprio. In un sistema metropolitano diffuso la cosa non è facile (e poi è chiaro che se una persona ha un’auto, che usa per la gita domenicale, per le vacanze, o per viaggi in orari atipici, alla fine quell’auto si è portati ad usarla anche nel corso degli spostamenti della giornata nei quali pur ci potrebbero essere mezzi alternativi.

   Pertanto l’esigenza e la possibilità di sviluppo del “taxi collettivo” (ve ne diamo qui di seguito descrizioni di come funzionerebbe o di come già funziona in alcune realtà geografiche) a nostro avviso si potrà estendere quando ci sarà un blocco imprescindibile del traffico con mezzi privati: per livelli di inquinamento non più tollerabili; per la fine del petrolio (o a prezzi proibitivi) da impedire l’utilizzo della propria automobile per mancanza del reddito necessario. Condizioni quest’ultime (pensiamo) tutt’altro che irrealistiche nella nostra situazione attuale. Forse già avvenute. Pertanto prepariamoci all’uso del taxi collettivo.

   Va detto, negli esempi che vi proponiamo di seguito in questo post, che tutti gli studi innovativi che sembrano esserci sono però “tarati” sull’espansione del “sistema taxi” in particolare in ambiti urbani concentrati. Mentre quel che proviamo qui a dire (sull’importanza della diffusione del taxi, flessibile e a basso costo, in sostituzione dei mezzi privati) vorrebbe riguardare di più quelle aree urbane diffuse urbanisticamente, cioè in territori poco concentrati dal punto di vista abitativo, ma espanse nelle residenze.

traffico nella città diffusa

   Qui, in questi luoghi (il Nordest ne è un esempio in Italia; ma è un po’ dappertutto così, almeno nel Centro-Nord…) la liberalizzazione diventa ancor più necessaria e strategica: una nuova figura di “tassista” con standard di servizio ben individuati dalla legge potrebbe essere dato da persone, autisti, che anche lo fanno part-time, a chiamata, e che nella loro flessibilità “di intervento” (ad esempio che uno si impegna a portare a scuola, e a “riconsegnare”, quattro o cinque bambini di un borgo; o che fanno il servizio ogniqualvolta persone, anziane e non, richiedono il loro servizio), nella loro flessibilità di intervento diventerebbero “soggetti attivi” di un territorio, di controllo spontaneo di esso (come dicevamo nel post precedente a questo, sulla liberalizzazione degli orari del commercio, può essere il negoziante di un quartiere). “Spontanei operatori di strada” che, nella loro attività rivolta a una certa comunità (di frazione, quartiere, paese…) diventano positivi controllori di ciò che accade, che tutto vada nel migliore dei modi. Figure lavorative economiche, anche part-time, con ogni “carta in regola” per trasportare persone, che fanno un servizio utile a basso costo, ricavandone un corrispettivo medio (né alto né basso).

   La liberalizzazione dell’attuale sistema dei taxi sembra considerare poco queste nuove evenienze di “mobilità sostenibile”, di nuovi “bisogni” di spostarsi efficacemente senza la propria auto. C’è molto ora l’esigenza (e lo sarà di più nel prossimo futuro) di una mobilità pubblica a prezzo contenuto e che sia efficiente e flessibile; nel territorio urbano diffuso dove l’ “auto privata ad uso pubblico” (il TAXI) può effettivamente diventare elemento strategico positivo. (sm)

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TASSISTI SCONFITTI “BASTA CONCESSIONI RIPARTE LA LOTTA”

di Flavia Amabile, da “la Stampa” del 21/1/2012

- L’Autorità per le reti deciderà di nuove licenze da assegnare – Ancora proteste e tensioni in tutte le grandi città – Divieto di cumulo per evitare la formazione di posizioni dominanti – Previste compensazioni per la categoria ma mancano i dettagli -

   E alla fine il governo non cede: la gestione delle licenze sarà tutta di competenza della futura Authority per le reti. L`idea di affiancare i Comuni non supera il primo pomeriggio, è introvabile già nell`ultimissima bozza del decreto circolata quando il sole era ancora alto.

   Ai tassisti è chiaro quindi che cosa li aspetta quando dopo le otto di sera il governo espone le novità in arrivo. Inizia il presidente Monti con una battuta sulle proteste molto accese di martedì sera sotto Palazzo Chigi. «Mi è parso che il tema fosse all`ordine del giorno», dice.

   Quindi la parola passa al sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà. «Abbiamo valutato attentamente in Cdm le ragioni della protesta» dei tassisti. Su un punto abbiamo convenuto con loro: la concentrazione delle licenze in mano a un singolo può portare a dominanza. Quindi abbiamo tolto quella parte».

   Spetterà, invece, alla neonata Autorità dei Trasporti «l`analisi del fabbisogno. Dovrà svolgere un`attenta istruttoria città per città, sentiti i sindaci, per ridurre o aumentare le licenze. Se per necessità servirà un aumento del numero dei taxi, arriverà con delle compensazioni tangibili per i tassisti che hanno già una licenza».

   Non vengono forniti altri dettagli ma questa delle compensazioni è un`altra novità rispetto ai testi dei giorni precedenti. Per quanto riguarda la mobilità «da una città all`altra spetterà all`Authority dettare delle regole con l`accordo dei sindaci». Lo stesso tassista, sottolinea Catricalà, «potrà essere titolare di una licenza part time per far lavorare nel momento in cui non utilizza la sua licenza un altro tassista con un`altra licenza part time».

   A parte il contentino delle compensazioni e il divieto di cumulo, per i tassisti è una sconfitta sonora. Una conferma di quanto era trapelato nel pomeriggio quando i leader sindacali avevano avuto un attimo di sbandamento, disorientati dal cambiamento di rotta improvviso rispetto alla bozza di accordo circolata dopo l`incontro con il sottosegretario Manlio Strano.

   Si riprendono in fretta: se la partita con il governo è persa, è il momento di riprendere il controllo della piazza un po` appannato dopo il tentativo di sospendere la protesta di due giorni fa per prestare fede alle promesse di Palazzo Chigi.

   Aveva ragione la piazza a protestare ed è il caso di dirlo forte, a questo punto: «Abbiamo già concesso molto al Governo, più di quanto la categoria potesse permettersi», avverte Loreno Bittarelli, leader di Uritaxi. «Se le norme dovessero essere confermate, la categoria non rimarrà certo con le mani in tasca ed è pronta a mobilitarsi», conferma il segretario di Unica-Cgil, Nicola Di Giacobbe.

   In Lombardia affila le armi persino la Regione. Ieri pomeriggio è stata firmata un`intesa con le categorie per chiedere il mantenimento dei poteri di Regioni e Comuni. Se così non sarà, spiega in conferenza stampa l`assessore Raffaele Cattaneo, «la Regione difenderà con le unghie e coi denti la sua potestà legislativa».  Nel corso del pomeriggio la tensione sale per esplodere subito dopo l`annuncio del governo delle nuove norme.

   A Genova viene bloccato il centro, a Napoli il Teatro San Carlo e a Roma la zona intorno al Circo Massimo. Spintoni, tafferugli e voglia di menare le mani sul primo che passa sono ovunque. All`aeroporto di Capodichino di Napoli viene affissa la lista dei crumiri, a Milano un tassista in servizio è già stato mandato all`ospedale al mattino ma nel pomeriggio l`assalitore viene arrestato. Loreno Bittarelli spera nelle modifiche in Parlamento. Di Giacobbe della Cgil accusa il governo di favorire «la deregolamentazione selvaggia». (Flavia Amabile)

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COMPENSAZIONI PER I TAXISTI

di Michele Polo, da http://www.lavoce.info/ del 19/12/2011

(….)

   Il punto cruciale nella vicenda taxi è molto semplice e ha una valenza che va al di là di questo settore: una estensione del numero di licenze, o addirittura una loro cancellazione liberalizzando sia l’attività che i suoi confini territoriali, determina un indubbio effetto pro competitivo sul mercato, con una riduzione dei prezzi a vantaggio degli utenti. E parallelamente a svantaggio dei taxisti, che vedono contrarsi gli introiti.   Qualunque studente di economia del primo anno ha imparato a suo tempo che i vantaggi dei primi superano le perdite dei secondi, con un miglioramento complessivo per la collettività che raccomanda di percorrere questa strada.
Le perdite per i taxisti, tuttavia, non si limitano alla riduzione dei profitti correnti dalla loro attività in un mercato più competitivo. Si estendono anche al valore della licenza, fino ad oggi necessaria per operare.

   Nel regime finora vigente, le amministrazioni comunali fissavano un numero totale di licenze distribuendole gratuitamente agli operatori, che le potevano rivendere ad altri quando terminavano l’attività.

   Il prezzo della licenza acquistata è quindi proporzionale al valore attuale del flusso di redditi attesi in futuro, e viene ammortizzato durante gli anni di servizio attivo attingendo ai risparmi consentiti dall’attività. Un taxista giovane che acquistava una licenza la ripagava con i risparmi derivanti dal servizio ammortizzando gradualmente l’investimento iniziale, e al momento di ritirarsi incassava dalla vendita della licenza il valore attuale dei risparmi a suo tempo impiegati per coprire l’acquisto della licenza, una sorta di trattamento di fine rapporto.

   L’improvvisa liberalizza- zione del settore riduce i redditi, e quindi i risparmi, ottenibili dall’attività e squilibra il vincolo di bilancio intertemporale del taxista: questi ha pagato la licenza proporzionalmente a un flusso di profitti maggiori di quelli che è in grado di conseguire in un mercato liberalizzato. Si trova quindi in difficoltà nell’ammortizzare l’investimento iniziale; inoltre, il valore di cessione della licenza al momento di ritirarsi risulta inferiore a quello che si attendeva, richiedendo quindi un aumento dei risparmi durante la vita lavorativa.
L’aumento del numero di licenze, o addirittura la loro cancellazione, genera quindi effetti intertemporali significativi sia sulla capacità di ammortizzare coi redditi correnti la licenza acquistata che sul valore ricavabile dalla cessione della licenza al momento di ritirarsi. I taxisti più giovani sono esposti a entrambi gli effetti, mentre quelli più prossimi alla pensione, che hanno oramai quasi integralmente ammortizzato la licenza a suo tempo acquistata, subiscono principalmente l’effetto della caduta del valore del loro Tfr, incassato con la cessione della licenza a prezzi inferiori rispetto al passato.
Occorre quindi chiedersi se, per ragioni di equità o anche solamente per rendere politicamente gestibile l’avvio della liberalizzazione, non si renda necessaria qualche forma di compensazione per queste perdite.  Una forma che, almeno dal punto di vista dei flussi di cassa, non grava sulle già tartassate finanze degli enti locali potrebbe essere quella di mantenere il regime autorizzativo e la cessione gratuita delle licenze, ma di aumentarne significativamente il numero. Conferendo a titolo gratuito agli attuali detentori di una licenza una certa quota di una nuova licenza. Si potrebbe inoltre pensare a conferimenti di quote differenziati a seconda dell’anzianità di servizio, per recuperare la maggior penalizzazione degli operatori più giovani.

   In questo modo, si crea un evidente incentivo in quanti ricevono la licenza a venderla a nuovi operatori, recuperando l’investimento sostenuto nella fase pre-liberalizzazione. Sarebbero i taxisti stessi a promuovere nei fatti la liberalizzazione, vendendo le nuove licenze a nuovi operatori.
Il punto generale su cui vorremmo quindi concludere è che le resistenze del Parlamento e l’azione di interdizione delle lobby ci ricordano i forti effetti redistributivi delle liberalizzazioni e la necessità di disegnare misure in grado di operare le compensazioni quando legittime, rompendo il fronte compatto degli interessi corporativi. (Michele Polo, da “LaVoce.info” del 19/12(2011)

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TASSISTI, PARLIAMONE

di GUIDO VIALE, da “il Manifesto” del 18/1/2012

- ndr: proponiamo qui parti dell’articolo di Guido Viale, sociologo e urbanista torinese –autore nel 1996 del libro “TUTTI IN TAXI”, Feltrinelli – di proposta per la cosiddetta “liberalizzazione” del servizio pubblico dei taxi-

(…) La prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti.

   Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe  amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle  città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi la liberalizzazione non va perseguita dal lato delle tariffe, ma da quello dei costi.

   Poiché il costo del taxi incorpora quello della licenza – che è di circa 200 mila euro a Roma e Milano e, sembra, di 300 mila a Firenze, ma è sicuramente inferiore in molte altre città, fino a poche decine di migliaia di euro nella maggior parte dei casi – l’obiettivo è azzerare il balzello della licenza, riducendo di altrettanto il costo del servizio.

   Ma come? Farle ricomprare ai Comuni a prezzo di mercato è impossibile (40 mila licenze per un prezzo medio di 70-80 mila euro per licenza fanno 3 miliardi!). La  soluzione più spiccia è dichiararla illegittima – la compravendita delle licenze avviene “in nero” –  espropriandone i detentori. Non manca chi abbia preso in considerazione questa soluzione: soprattutto tra coloro che si oppongono invece fieramente, in tutti gli altri campi, a una tassa patrimoniale (per loro). Ma un governo come quello di Monti non può farlo. Quindi ha prodotto l’idea di regalare a ogni taxista una seconda licenza, che questi può vendere – o noleggiare? – rifacendosi dell’esborso effettuato. Solo che se il numero dei taxi raddoppia, la concorrenza si fa selvaggia; gli incassi crollano, le nuove licenze non valgono più niente e i tassisti vanno in rovina e scompaiono.

(….) A meno che non pretendano più di essere dei lavoratori autonomi, e accettino di diventare dipendenti di qualche grande società di taxi che – queste sì – potrebbero comprare a pacchi le loro licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o, meglio, affittare giorno per giorno, come a New York, le loro licenze a dei disgraziati che, se non corrono come bestie per quattordici ore al giorno, non riescono a incassare   quanto basta per affittare la licenza anche il giorno dopo.

(…) Occorre ricordare che si tratta di un servizio pubblico locale, cioè un bene comune; che la sua  riconversione ecologica richiede un orientamento alla mobilità sostenibile; e che questa è data da  un’integrazione intermodale tra il servizio di massa (tram, pullman e metro) lungo le linee di forza degli spostamenti urbani, e mobilità dolce o flessibile (bicicletta, car pooling, car sharing e trasporto a domanda) a integrazione e alimentazione del trasporto di massa (con percorsi casa-fermata e viceversa).

   Il servizio di taxi è la principale forma di mobilità a domanda. Certo ci vogliono tariffe più basse; percorsi più veloci su strade più sgombre; e più mezzi in circolazione. Ma non per lasciarli in attesa ai posteggi o in coda nel traffico di città congestionate; bensì per coprire, insieme alle altre soluzioni della mobilità sostenibile, il progressivo esautoramento della mobilità fondata sull’auto privata.

   Per farlo occorre affiancare al servizio individuale di taxi quello condiviso. Sia in forme semplici: taxi incolonnati in corsie differenti, alle stazioni, agli ospedali e agli aeroporti, a seconda del settore di città che servono (e che partono solo quando sono pieni, o trascorso un certo tempo dopo la salita del primo passeggero); o che esibiscono su un grosso display la destinazione, in modo che altri passeggeri si possano aggiungere lungo la strada, condividendo il costo del passaggio. O in forme più complesse: taxi collettivi governati da un call center centrale che caricano passeggeri con origini, destinazioni e orari compatibili. Senza escludere, ovviamente, il potenziamento del taxi individuale.

   Così si può contrattare a livello cittadino il graduale aumento delle licenze in corrispondenza di un aumento della domanda, misurata su una comprovata e consistente riduzione del numero di auto private in circolazione. Questa riduzione avverrà comunque; anzi, è già in corso: per la perdita del potere di acquisto della popolazione, che il prevedibile fallimento delle politiche economiche renderà esplosiva. Per questo il potenziamento del servizio taxi è strategico. Poi si dovrà compensare i tassisti per la perdita di valore delle loro licenze con sconti fiscali pluriennali tarati sui loro redditi effettivi, che finalmente saranno documentati. (Guido Viale)

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- l’articolo che segue (come quello appena presentato, di GUIDO VIALE, autore nel 1999 del libro “TUTTI IN TAXI” – ed. Feltrinelli) è “datato” (è del 2006): ma inquadra molto bene la necessità del TAXI come mezzo indispensabile per arrivare a una mobilità sostenibile -

IN TAXI NON SI PUÒ ASPETTARE GODOT

di GUIDO VIALE, da “il Manifesto” del 13 luglio 2006

   Il taxi è un servizio pubblico di valenza strategica perché è uno dei pilastri dei sistemi di mobilità flessibile che – integrati in soluzioni intermodali con il trasporto di linea – sono l’unica strada percorribile per riportare la mobilità urbana entro un quadro di sostenibilità.
(…..)

   L’obiettivo strategico della ridefinizione del servizio è lo spostamento modale di una quota crescente della mobilità urbana e periurbana dall’auto privata al servizio pubblico e dal trasporto individuale al veicolo condiviso.

   Condizione indispensabile perché il servizio di linea possa rispondere e fare fronte a un trasferimento (modal shift) consistente, ancorché graduale, di passeggeri dall’auto privata è la sua stretta integrazione con modalità di trasporto flessibile: car-pooling e car-sharing, rimanendo nell’area del trasporto privato; taxi, individuale e collettivo, nell’area del servizio pubblico.
Il servizio pubblico non può infatti coprire il fabbisogno di mobilità creato dalla struttura e dall’organizzazione della città contemporanea con il solo trasporto di linea: in particolare nelle zone periferiche, nelle fasce orarie notturne e di «morbida» (cioè con poco traffico), o per particolari categorie di utenti, o in svariate circostanze saltuarie che possono intervenire nella vita di chiunque. Ma costringere il cittadino utente a tenere un’auto a propria disposizione per far fronte a questi bisogni è un invito a usarla sempre.
Di qui la necessità di un grande potenziamento dei servizi di taxi; potenziamento che tuttavia, nelle modalità della loro attuale organizzazione, incontra ostacoli quasi insormontabili, tutti riconducibili a tre categorie: il costo, la disponibilità di vetture, le modalità di erogazione.
Il costo del servizio dipende da diversi fattori: il contingentamento – e, conseguentemente, il costo di acquisizione – delle licenze; la congestione urbana – nelle metropoli italiane, maggiore che in qualsiasi altra città europea – che dilata tempi e costi di ogni spostamento; la scarsa trasparenza della tariffa, che non permette di evidenziare i ricavi netti dei tassisti, che non sono tenuti a rilasciare ricevute con valore fiscale.
Partendo da quest’ultimo punto, non c’è nessun comparto in cui sia altrettanto facile accertare costi e ricavi di un’attività economica. I tassisti vendono un solo bene (i chilometri percorsi) certificati per legge dal tassametro e acquistano pochi input (veicoli, manutenzione, assicurazione, carburante e quote associative): tutti fatturati e/o certificabili. Come tutti i lavoratori autonomi, anche i tassisti piangono miseria, ma sapere quanto guadagnano effettivamente è condizione essenziale non solo per la lotta all’evasione fiscale, ma anche per modulare le eventuali compensazioni di una riduzione o di un azzeramento del valore delle licenze. Il quale attualmente è elevatissimo e incide in misura sostanziale sulla tariffa.
E’ evidente che se si vuole ridurre al minimo – compatibilmente con la salvaguardia dei diritti e delle condizioni di lavoro dei tassisti – il costo dei taxi, il valore della licenza va azzerato (le licenze vanno assegnate gratuitamente e restituite al comune quando il tassista si ritira). Ma è un’operazione che non si può fare di colpo: richiede almeno due o tre tempi, mettendo in vendita le nuove licenze a prezzi scontati (ma non all’asta: il loro valore tornerebbe su rapidamente) e destinando i proventi – come prevede il decreto Bersani – a compensare chi la licenza l’ha già pagata.
Ma non in eguale misura a tutti. I tassisti che l’hanno comprata da dieci o dodici anni se la sono già ripagata abbondantemente; quelli che l’hanno comprata da poco rischiano invece il tracollo. Le compensazioni dovranno quindi essere differenziate; e per farlo occorre un quadro chiaro dei redditi degli interessati. Dopo di che, il livello della tariffa da praticare ai clienti potrà essere oggetto di una contrattazione collettiva con la controparte, che è il comune, tenendo conto del fatto che nella remunerazione dei tassisti dovrà essere compreso il costo di un’assicurazione che consenta loro a tempo debito un’uscita tranquilla dal lavoro: cosa che attualmente viene assicurata dalla cessione della licenza.
Quanto alla congestione, è evidente che il problema non riguarda solo i tassisti, ma tutti coloro che devono spostarsi, sia con l’auto propria che con un servizio pubblico. Con un traffico scorrevole (basterebbe, per cominciare, sanzionare drasticamente il parcheggio in seconda fila) la velocità – e, quindi, anche la capacità complessiva – dei servizi pubblici, sia di linea che di taxi, potrebbe raddoppiare anche a parità di veicoli e di consumi (meno stop and go). Spostamenti più veloci, minore durata delle corse: cioè più corse e minor costo di ciascuna. Ma anche maggiore disponibilità di taxi liberi: cioè minor tempo di attesa.
La congestione, purtroppo, è un cane che si morde la coda: non si può limitare in misura sostanziale la circolazione di auto private – e, quindi, alleggerire la congestione – se non sono disponibili soluzioni alternative, a minor costo e altrettanto personalizzate (il taxi, in realtà, è più personalizzato dell’auto privata, perché fa un servizio porta-a-porta, mentre nessuno è più in grado di posteggiare la propria auto sotto casa o nei pressi delle sue destinazioni).

   Ma non si possono rendere disponibili queste soluzioni alternative se prima non si liberano le strade da un buon numero di auto private. Solo la moltiplicazioni di taxi a basso costo può permettere di uscire gradualmente da questo circolo vizioso.
Secondo punto: la disponibilità di vetture in circolazione. I difensori dello status quo – i tassisti – sostengono che i taxi non sono pochi, che la domanda è inferiore all’offerta, tanto è vero che loro stanno spesso fermi per una parte rilevante della giornata.

   Ma con le tariffe attuali la domanda non può che essere quella che è e non può aumentare: pochi benestanti, più tutti coloro che sono rimborsati da una ditta o da un ente, più qualche situazione di emergenza.

   Se invece le licenze fossero libere, aumenterebbe il numero dei taxi e le tariffe non potrebbero che scendere fino a ridurre i tassisti alla fame (è la legge della domanda e dell’offerta). L’utenza certo aumenterebbe, ma in questa corsa al ribasso si degraderebbe anche la qualità del servizio.
Tra i due estremi occorre trovare una mediazione a cui il mercato da solo non potrà mai arrivare. Per questo sia le tariffe che il numero di licenze devono essere oggetto di una contrattazione con le autorità municipali. Ma per farlo occorre trasparenza: i redditi dei tassisti devono essere chiari come quelli dei metalmeccanici (e lo stesso vale, ovviamente, per qualsiasi altra categoria).

   Lo standard del servizio deve essere uguale per tutti i taxi in circolazione: se fosse differenziato per sigla o, peggio, per marchio (nel caso di cumulo delle licenze in capo a un’impresa), la concorrenza sullo standard del servizio segmenterebbe l’offerta e si frantumerebbe la domanda (tra chi aspetta il taxi buono, e chi cerca quello a minor costo) e l’aumento delle licenze non comporterebbe più alcun vantaggio.
Comunque, se si riflette sui costi della situazione attuale, ci si accappona la pelle. Come ha già notato il liberista Giavazzi (ma non lasciamo ai liberisti il monopolio del buonsenso!) l’Italia sta spendendo cento miliardi di euro – in realtà sta solo lasciando un debito in eredità ai nostri figli – per l’alta velocità: un treno che tra Milano e Roma farà guadagnare poco più di un’ora; che poi si perde aspettando un taxi per mezz’ora sia all’arrivo che alla partenza. Lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto senza alta velocità, e con un po’ di taxi in più.
Quanto all’organizzazione del servizio, il divieto del cumulo delle licenze è una salvaguardia della qualità del servizio, oltre che garanzia per le condizioni di lavoro dei tassisti. Introdurre in questo campo il lavoro salariato o, peggio, l’affitto a giornata del «medaglione» (la licenza), come succede negli Stati uniti, è come tornare alla mezzadria o alla colonìa in agricoltura: parassitismo, sfruttamento e inefficienza.
Ma per quanto riguarda le modalità di erogazione del servizio, oggi ne esistono praticamente solo due: l’attesa del cliente al posteggio e la chiamata, o la prenotazione, telefonica del radiotaxi.

   Molti regolamenti comunali prevedono anche soluzioni di taxi collettivo, ma a parte qualche corsa per l’aeroporto, chi le ha mai viste? Nelle grandi città italiane i tassisti non vogliono neppure il numero unico per le chiamate, moltiplicando così – a spese del cliente – i tempi di attesa per l’arrivo di una vettura.
Eppure il taxi collettivo – accanto a quello individuale, che continuerà a esistere per le situazioni di emergenza e per i clienti che se lo possono permettere – è la vera soluzione per abbassare drasticamente il costo delle corse e per rendere il taxi una modalità di trasporto alla portata di tutti: per lo meno nelle situazioni in cui il trasporto urbano e periurbano di linea non è economicamente né ambientalmente sostenibile (i bus che viaggiano vuoti costano, inquinano, e non servono a nessuno).

   Integrato a un trasporto di massa potenziato lungo le linee di forza della mobilità urbana, il taxi collettivo moltiplicherebbe l’utenza (la domanda pagante) del servizio pubblico: sia quella propria che quella del trasporto di linea; e con essa l’offerta, cioè il numero delle vetture disponibili.
Le soluzioni gestionali (tariffe a ripartizione, convenzioni con grandi utenze, corsie differenziate per destinazione e display per orientare i clienti ai parcheggi, call center unificati, ecc.) e tecnologiche (apparati di localizzazione, connessione a banda larga on board, software di gestione) per riorganizzare i servizi di taxi e consentire la condivisione della vettura tra utenti diversi con percorsi e orari tra loro compatibili sono già tutte pronte. Ma queste soluzioni molti assessori nemmeno sanno che esistono. I tassisti non le vogliono, perché a loro le cose vanno bene così. Gli utenti non le hanno mai viste e non hanno idea di come funzionerebbero.
E aspettando Godot, il prezzo del petrolio continuerà a salire. Fino a che ci ritroveremo tutti a piedi. (Guido Viale)

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TAXI SELVAGGIO A MILANO: “LA LICENZA PER NOI È TUTTO”

di Antonio Vanuzzo, 18/1/2012 dal sito http://www.linkiesta.it/

   (…) Le voci dei tassisti: «La nostra è un’iniziativa spontanea. Vada per le lacrime, ma il sangue devono venire a prenderselo», dicono i tassisti. «Per pagare la licenza ho acceso un mutuo per 15 anni, questa auto è la mia pensione, il mio Tfr e le mie vacanze», spiega un altro. Le tariffe sono un falso problema: «non le decidiamo noi, ma i Comuni». Che fare? «Ben venga la liberalizzazione, ma allora chiudiamo il centro città alle auto private».

MILANO. «Da qui alla Stazione Centrale la corsa costa 8 euro, come un mojito. Per prepararlo il barista ci mette cinque minuti e due euro di ingredienti, io sto in coda un quarto d’ora e la benzina, come avrà notato, è aumentata». Stazione di Milano Lambrate, ore undici. Una decina auto bianche ferme in doppia fila. I tassisti la chiamano “iniziativa spontanea”.

A Milano è iniziata nel pomeriggio di ieri e continua anche oggi in molte città italiane: Roma, Torino, Genova. Tutto bloccato. Tecnicamente sarebbe interruzione di servizio pubblico, un reato previsto dall’art. 331 del Codice penale e punibile con la reclusione fino a un anno.

   Loro però minimizzano: «Non è vero che siamo fermi, abbiamo semplicemente ridotto il numero di corse, ma se uno deve andare d’urgenza in ospedale lo portiamo, gratis» spiega Paolo (nome di fantasia). È circa sulla quarantina e da vent’anni fa il tassista e spiega: «Il servizio minimo è garantito». In città, dicono, i colleghi stanno organizzando delle assemblee per discutere la bozza di liberalizzazioni del governo.

   Non sono per nulla intimoriti dai rilievi dell’Autorità di garanzia sugli scioperi, secondo cui lo stop è «illegittimo» poiché effettuato senza preavviso e senza alcuna informazione sulla sua durata. «Se necessario ci fermeremo anche domani. Passi per le lacrime, ma il sangue ce lo devono venire a togliere di dosso», continua Paolo inviperito. «La gente pensa che siamo una casta, ma siamo tutti figli di operai che con i pochi risparmi hanno preso la licenza aprendosi un mutuo per 15 o 20 anni».

   Gli fa eco Marco, cinquant’anni e una licenza pagata cento milioni di lire nel 1994: «Negli ultimi anni abbiamo accolto le liberalizzazioni di Bersani e il concorso del sindaco Albertini. Lo scriva, noi siamo aperti al dialogo, vogliamo semplicemente essere invitati al tavolo». Il Decreto Bersani, nel 2007, introduceva tra le altre misure la seconda guida, previa registrazione presso il Comune, mentre l’ex sindaco di Milano, tra feroci discussioni, assegnò attraverso un concorso 500 nuove licenze.

   Un tema che assieme alla cosiddetta “territorialità” rappresenta la principale fonte di preoccupazione nei confronti di quanto recita l’articolo 34 del decreto Salva Italia. Secondo uno dei più citati studi sui taxi, realizzato da Bankitalia nel 2007, proprio all’epoca della lenzuolata di Bersani, «il valore complessivo delle circa 20mila 450 licenze rilevate alla fine del 2004 nei capoluoghi di provincia italiani si aggira intorno a 4,5 miliardi di euro» (una cifra pari a un terzo di punto di Pil, faceva notare ieri su Twitter Riccardo Puglisi, ricercatore in Economia politica a Pavia e blogger de Linkiesta). Proprio dal social network in questi giorni è nata l’idea di uno sciopero dei clienti (l’hashtag #menotaxipertutti a mezzogiorno è trending topic) per il prossimo 20 gennaio, cioè tre giorni prima dell’iniziativa nazionale organizzata dai sindacati di categoria.

   Cos’è la territorialità e perché è un’altra questione delicatissima? «La licenza è concessa dal Comune e vale solo per il suo territorio perché è calcolata sul suo fabbisogno. Se ora liberalizzano ci troviamo tutti in colonna sulle corsie preferenziali», racconta Gianluca, ex operaio. «Io guadagno 2mila euro al mese, lavorando su un turno di 10 ore al giorno, sei giorni su sette, tolti i 750 euro di uscite per la licenza». «Questa è la mia pensione, il mio Tfr e le mie vacanze», dice Enrico, con il palmo della mano sul cofano della sua Fiat Bravo. Il tassista italiano è indipendente, e non vuole che spunti una società, acquisti un certo numero di licenze e paghi i conducenti a cottimo, a meno di non ricevere una forma di compensazione. C’è anche un risvolto sociologico: «Poi ci ritroviamo come a New York, con il pachistano che mangia la cipolla mentre guida e tiene sporca l’auto», è l’obiezione di alcuni.

   E il risparmio per gli utenti? La distanza tra la stazione di Lambrate e Centrale è di 3,5 km, cinque minuti in metropolitana per 1,50 euro di biglietto. «Guardi che mica decidiamo noi», spiega Daniele, il più giovane della compagnia, che osserva: «Una volta il Comune parametrava le tariffe al costo orario di un dipendente Atm (la società di trasporto pubblico milanese, ndr), oggi si basa sui calcoli degli studi di settore». Insomma è colpa dell’Agenzia delle entrate.

   Nel capoluogo lombardo ci sono 38,9 licenze ogni 10mila abitanti (dati Bankitalia), ben sopra le 20 di media di Torino, Napoli e Genova. Roma, lo dicono anche i tassisti di piazza Bottini, è invece un mondo a parte. «Va bene, liberalizziamo, ma allora mettiamo una regola: nel centro di Milano si può circolare soltanto con i mezzi pubblici», è la provocazione che lancia Paolo. Un suggerimento neanche troppo peregrino per il sindaco Pisapia. (Antonio Vanuzzo, dal sito http://www.linkiesta.it/)

Leggi il resto:

 http://www.linkiesta.it/protesta-taxi-licenza-liberalizzazione#ixzz1jqQjqMlb

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IL TRASPORTO A CHIAMATA “NUOVA FRONTIERA PER IL TRASPORTO PUBBLICO”

- La mobilità sostenibile passa anche per il trasporto a chiamata. Ne hanno parlato esperti e tecnici nel corso del convegno ‘Nuove frontiere per il trasporto pubblico – L’evoluzione del trasporto a chiamata’ organizzato il 9/11/2010 a Roma da Federmobilità e Provincia di Roma, dopo i drastici tagli alla spesa per il trasporto pubblico decretati dall’ultima finanziaria -

di ANNALISA MANCINI, da http://www.ecodallecitta.it/ dell’11/11/2010

   Si prenota come un TAXI ma costa come un autobus, trasporta più passeggeri ma è comodo come una vettura privata. Non richiede attese alla fermata e non fa viaggi a vuoto, è flessibile, veloce ed economico. Il trasporto a chiamata, o a domanda, è a metà tra il trasporto pubblico tradizionale e il taxi.

   L’utente prenota la corsa per telefono o e-mail, viene prelevato a casa o alla fermata più vicina dell’autobus da un pulmino (spesso elettrico e quindi a basso impatto ambientale), paga una tariffa uguale o poco superiore a quella di un biglietto dell’autobus e divide corsa e destinazione con altri passeggeri.
Gestito da privati, più spesso dalle aziende di trasporto locale, integra quello pubblico con un buon rapporto costi/prestazioni. E, utilizzato in passato soprattutto in aree dove la domanda era discontinua e il trasporto tradizionale poco conveniente (piccoli centri) o riservato alle fasce deboli (disabili o anziani), ora potrebbe diventare la risposta all’emergenza traffico dei grandi centri urbani.
Secondo Antonio Musso, preside del corso di laurea in Ingegneria dei Trasporti all’Università La Sapienza di Roma, il trasporto a chiamata, nelle forme di dial-a-ride (servizio porta a porta in aree a debole domanda) e di taxi collettivo (per un’utenza più ampia) ‘migliora l’immagine del servizio pubblico anche dal punto di vista sociale e ambientale’.

   A patto di riempire le lacune del trasporto pubblico, evitando sovrapposizioni con le linee regolari, il trasporto a chiamata, ha spiegato Musso, è indicato anche in aree ad alta densità abitativa, come Roma, in sostituzione dell’auto privata.
Nella capitale, dove il trasporto pubblico su gomma copre solo il 20% della domanda totale e la città è assediata dalle auto private, secondo uno studio di Giancarlo Del Sole, esperto dell’Ufficio del Commissario delegato all’emergenza traffico e mobilità di Roma, coprire una distanza di 5 km in città, calcolando anche tempi di attesa e parcheggio, costa 7,97 euro in autobus 8,05 euro in automobile e solo 5,3 euro per i minibus.

   Il bus a chiamata potrebbe essere impiegato con successo anche per il trasporto urbano delle merci, come già avviene all’estero, considerando che in città i furgoni viaggiano praticamente vuoti. I vantaggi? Ridotti consumi energetici, basso impatto ambientale, efficiente utilizzo delle risorse pubbliche, migliore viabilità.
In effetti, dove è stata introdotta con successo (come a Basiglio, piccolo comune della cintura milanese) questa formula ha convertito una buona percentuale di automobilisti convinti al mezzo pubblico. L’intraprendente sindaco di Basiglio-Milano 3 City, Marco Flavio Cirillo, con un budget di 200.000 euro l’anno (per metà coperto dalla tariffa di 1 euro a corsa e per metà dall’amministrazione) ha organizzato un servizio puntuale, capillare ed efficiente per pendolari e cittadini, assicurando il collegamento con la metropolitana di Milano e gli spostamenti all’interno del Comune.

   Le due parole chiave sono accessibilità e sostenibilità. “Cerchiamo di dare una mano all’ambiente ma anche a chi si sposta per lavoro o motivi personali”, ha precisato Cirillo. A sorpresa, il 70% degli utenti appartiene alla fascia d’età 26-65 anni, tipica degli automobilisti, e prima dei pullmini elettrici di Callbus, questo il nome del servizio, non aveva mai usato il mezzo pubblico.
Non mancano esempi felici a Milano, con i Radiobus e Radiobus di quartiere dell’ATM, nella provincia di Torino (Provibus) e nelle Marche, all’avanguardia nell’offerta di trasporto collettivo: dopo My Bus, uno dei primi progetti pilota in Italia (ideato nel 2000 dall’AMI, azienda di trasporti di Fano/Urbino), oggi servizi analoghi coprono il 67% del territorio della regione, per un totale di 152 comuni.
L’Assessore alle Politiche della Mobilità e Trasporti della Provincia di Roma, Amalia Colaceci, considera il trasporto a chiamata una valida risorsa “in un momento in cui il trasporto pubblico è considerato una Cenerentola” e ha commentato la notizia dei tagli e dell’aumento delle tariffe previsti dal Comune di Milano assicurando che “saranno garantiti i servizi minimi per i pendolari”. Quella di Roma, ha sottolineato, è l’unica provincia del Lazio ad aver approvato il Piano di bacino dei passeggeri e ora parteciperà insieme alle altre province a una tavola rotonda con la Regione Lazio per evitare i tagli e scongiurare “il rischio di una situazione drammatica”. Ma a Roma e provincia gli unici servizi a chiamata esistenti, per il momento, sono i taxi collettivi per i cittadini diversamente abili. (Annalisa Mancini, da http://www.ecodallecitta.it/ )

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MOBILITÀ SOSTENIBILE, A PARIGI TAXI GRATIS PER TUTTI

di Valentina Ierrobino, da http://www.ecologiae.com/ del 23/12/2011

   Se nel nostro Paese ci sono stati finanziamenti per i taxi verdi e per favorire dunque l’acquisto di vetture elettriche, ibride e a basso consumo, a Parigi è entrata in funzione una flotta di taxi ecologici gratuiti per tutti i cittadini. Scopriamo come e soprattutto se il modello è esportabile in Italia.

   La pubblicazione del Rapporto Euromobility sulla Mobilità sostenibile in Italia segna interessanti passi avanti nel settore automobilistico e dei trasporti pubblicia, ma quel che accade a Parigi è senza dubbio un modo vincente ed efficace per incentivare all’uso dei taxi e di vetture elettriche e, di conseguenza, di lasciare in garage la propria vettura. Il servizio di taxi è totalmente gratuito per i cittadini perché si finanzia con le pubblicità e con le vendite di dolciumi e tè che si possono degustrare all’interno dello stesso mezzo di trasporto pubblico, per un prezzo simbolico di 1 euro. I taxi sono elettrici e seguono i tragitti delle linee della metropolitana, con il vantaggio di muoversi all’aperto e, gratuitamente. I passeggeri non sono quindi portati sul luogo di destinazione, ma il servizio funziona e sta riscuotendo un grande successo.

   Come ha spiegato Kheir Mazri, l’inventore del servizio di trasporto: “Circoliamo continuamente seguendo i tragitti di dodici linee di bus, con un veicolo elettrico per ogni linea. Ci finanziamo con la pubblicità e con i piccoli dolciumi che vendiamo a bordo”.

   Il suo sogno è quello di esportare la linea di taxi ecologici e gratis per i cittadini anche nel resto d’Europa, ed in particolare a Roma e Milano. L’idea merita di essere approfondita ma, nelle grandi città italiane probabilmente non sarà facile esportare un servizio di taxi gratuito, viste le potenti lobby che gestiscono il servizio: se non ci sono aperture alle liberalizzazioni presentate dal governo Monti per salvare l’Italia dalla crisi e dalla regressione, come potrebbero accogliere la proposta dell’imprenditore francese? [Fonte: Ansa]

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IL TAXI COLLETTIVO

dal sito

http://www.trail.liguria.it/Mobil_passeggeri/Taxi_Collettivo.htm

 di TRAIL, portale della mobilità e dei trasporti in Liguria

   Il taxi collettivo rappresenta uno dei sistemi innovativi e alternativi di trasporto di facile realizzazione, che impiega vetture aventi una capienza massima di 10-12 passeggeri, con doti di comodità e duttilità, ad un prezzo inferiore rispetto a quello del taxi tradizionale.

   Sebbene un servizio di taxi collettivo possa essere realizzato semplicemente ricalcando il percorso di linee bus già esistenti o comunque su itinerari fissi, come negli esempi di Napoli e Roma, può diventare un servizio più personalizzato e aderente ai bisogni degli utenti, per flessibilità dei percorsi e gestione della flotta in tempo reale, realizzato facendo ricorso a tecnologie telematiche.

   Può prevedere uno o più luoghi di salita o discesa comuni (a esempio, un aeroporto, più fermate) e comprendere un servizio da porta a porta, a somiglianza del taxi individuale, differenziandosi, sotto questo aspetto, dalle esperienze dei servizi pubblici a chiamata e percorso variabile (Firenze, Imola, Bologna).

   Un possibile esempio di applicazione consiste in un servizio di navette che percorrono itinerari predeterminati ad orari fissi. La flessibilità è nella fermata dei veicoli che può essere effettuata su richiesta dell’utente sia per scendere che per salire. Questa caratteristica non preclude di solito la presenza sul percorso delle possibili fermate identificabili con apposita segnaletica.

   Il servizio può essere dotato di uno o due capolinea a seconda della lunghezza del percorso ed ha una frequenza prestabilita a priori in funzione della fluttuazione oraria della domanda.

   Il servizio può anche rispondere a motivazioni di ordine sociale, come nei casi in cui esso è:

1) destinato a una utenza debole, come ad esempio anziani, bambini, portatori di handicap, casi in cui il servizio da porta a porta è insostituibile e non surrogabile da nessuna linea bus;

2) realizzato in aree a domanda debole, caratterizzate cioè da insediamenti molto dispersi. In quest’ultimo caso il servizio di taxi collettivo può, in prospettiva, diventare un valido sostituto di antieconomiche, ingombranti e inquinanti linee extraurbane.

   Il termine taxi collettivo può essere usato per designare una famiglia di sistemi di trasporto pubblico personalizzato consistenti in servizi di qualità e complessità crescenti:

- Taxibus, ovvero un veicolo di classe M1 da 6-9 posti che effettua lo stesso percorso di un autobus di linea, possibilmente lungo itinerari protetti (con possibilità di sorpasso), raccogliendo e depositando i passeggeri a richiesta, anche non in corrispondenza delle fermate: è più comodo, più veloce, ma in genere parte quando ha raggiunto un certo numero di passeggeri (3-5) e costa più caro del normale autobus di linea;

- Servizio complementare, per zone a domanda debole o ore di morbida, nei casi in cui il normale servizio di trasporto non risponde alle esigenze, di frequenza e qualità, dell’utenza. Il servizio è personalizzato con un pulmino (6-9 posti) o una vettura monovolume (5-6 posti), che integra il trasporto di massa su zone e in orari che non conviene servire con mezzi di grandi dimensioni. Presenta diverse possibili soluzioni: alle fermate periferiche della metropolitana, durante le ore notturne: raccoglie i passeggeri in uscita e li porta a domicilio. Sostituisce pullman di linea, e per questo è molto conveniente. Eventualmente, potrebbe essere prenotato dalle metropolitane, installando agli ingressi delle tastiere che segnalano che si intende uscire alla tale fermata. Può essere attivato anche solo in corrispondenza a una sola corsa: per esempio, l’ultima.

- Alle fermate periferiche della metropolitana o di alcune linee di superficie a grande utilizzo, nelle zone a domanda molto debole, anche nelle ore diurne. Sostituisce, con un servizio personalizzato, mezzi di grande dimensione che resterebbero inutilizzati. Come il precedente, ma con un percorso fisso servendo fermate aggiuntive su chiamata. Richiede un sistema di colonnine per la prenotazione installato alle fermate opzionali ed, eventualmente, un sistema telematico di localizzazione dei veicoli ed un sistema di display a messaggio variabile per indicare i tempi di attesa;

- In partenza dai grandi nodi di interscambio (aeroporti, stazioni FS, stazioni di pullman interurbani, parcheggi di interscambio): il sistema più semplice consiste nel disporre i taxi in partenza lungo più colonne, ciascuna delle quali assegnata a un determinato settore della città (debitamente indicato in un quadro luminoso che permetta di individuare immediatamente il settore corrispondente all’indirizzo che si vuole raggiungere). Il taxi parte solo quando ha raggiunto un certo livello di saturazione. La scelta del percorso può essere effettuata dal taxista senza l’ausilio di una strumentazione particolare.

- Servizio con destinazione comune e origine diversificata. Il servizio può essere effettuato su prenotazione anticipata (come in molte città degli Stati Uniti). Il centralino provvede a smistare le diverse prenotazioni sulle vetture in base all’orario e all’indirizzo di partenza, oppure la gestione delle prenotazioni è affidata a un programma informatizzato di ottimizzazione. Con un potenziamento del programma di gestione, il servizio di prenotazione può essere attivato in tempo reale (ma solo integrato con un servizio di taxi individuale che subentra nel caso che le chiamate siano insufficienti): per attivarlo bastano i comuni collegamenti radio e telefonici;

- Servizio con origine e destinazione variabili, su prenotazione anticipata. E’ sostanzialmente il servizio che si effettua oggi per i disabili, e che si potrebbe estendere a particolari categorie di utenti, non richiedendo sistemi di localizzazione dei mezzi.

- Taxi collettivo, con gestione dei percorsi e delle prenotazioni centralizzato. Il passo successivo è quello di attivare in tempo reale il servizio di taxi collettivo a origine e destinazione dei variabili, affidando l’assegnazione dei passeggeri alle vetture ad un sistema di governo centralizzato in grado di localizzare e selezionare in tempo reale la vettura il cui percorso già programmato è compatibile con quello richiesto dal nuovo utente. Il sistema è complesso: richiede un sistema di localizzazione dei veicoli GPS e un numero elevato di vetture in servizio.

   Il taxi collettivo utilizza il “Sistema Tassametro Multiutente” (STM 2000), che si può predisporre già dalla partenza (ma anche durante una corsa normale), per consentire ad altri utenti di salire a bordo, lungo il percorso, addebitando ad ogni singolo utente il costo per il percorso da quest’ultimo effettivamente compiuto. Il servizio può quindi essere richiesto dal primo utente.

   La suddivisione dell’importo tra gli utenti, gli eventuali sconti, l’eventuale suddivisione dei supplementi “festivo” o “notturno” saranno dettati dal Comune. La destinazione scelta ed il numero di posti liberi sono indicati sul visualizzatore esterno per consentire ad altri eventuali utenti di fermare il taxi se interessati ad una destinazione lungo la direttrice di marcia del taxi. (….)

(PER LEGGERE TUTTO L’ARTICOLO:

http://www.trail.liguria.it/Mobil_passeggeri/Taxi_Collettivo.htm )

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IL LINK DEL DECRETO-LEGGE “SALVA ITALIA” n. 201 del 6 DICEMBRE 2011:

http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2011-12-27&task=dettaglio&numgu=300&redaz=11A16582&tmstp=1325166103305

l’articolo 34 del decreto Salva Italia

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il presidente del Consiglio, Mario Monti, in un’intervista all’Osservatore romano torna a ribadire la propria posizione sulle liberalizzazioni: “Ciò che va sotto il nome di liberalizzazioni è in realtà un insieme di misure per introdurre nell’economia e nella società italiana, con una più sana concorrenza, maggiori spazi per il merito, soprattutto a beneficio dei giovani, degli esclusi”. (da “il Giornale” del 18/1/2012)

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 BOZZA LIBERALIZZAZIONI: VIA LE TARIFFE MINIME, RICETTE MENO CARE

18/1/2012 dal sito http://www.blitzquotidiano.it/

   Venerdì ci sarà un secondo round di misure” che intendono “aumentare la crescita”. Così il presidente del Consiglio Mario Monti, parlando del Cdm di venerdì prossimo, agli operatori della City londinese sottolineando che il Consiglio dei ministri affronterà la questione di come “separare” il mercato della produzione e distribuzione del gas e che il governo fara’ ‘sforzi per ridurre la segmentazione del mercato del lavoro” e per “l’ingresso dei giovani” nello stesso. Un pacchetto che mira “alla prospettiva di aumentare la competitività dell’economia”.

   Nella bozza c’è la separazione di Snam Rete Gas da Eni. Entro sei mesi dall’entrata in vigore del dl liberalizzazioni il governo dovrà infatti provvedere allo scorporo. La separazione dovrà poi essere realizzata entro 24 mesi dal decreto.

   Poi tariffe per i professionisti, ma anche assicurazioni per le auto, tariffe del gas, benzinai, imprese ferroviarie. La bozza del decreto sulle liberalizzazioni è completa, ora su questo testo dovrà iniziare la concertazione con le parti sociali.

   Liberalizzate le tariffe, minime e massime, dei professionisti. L’atto dal notaio, la consulenza di un avvocato, il progetto di un architetto, non saranno più vincolati alle tariffe, ma dipenderanno dalla contrattazione tra professionista e cliente.

   I benzinai possono liberamente rifornirsi da qualsiasi produttore o rivenditore. In altre parole le pompe di benzina non saranno più “monomarca”, ma ogni titolare potrà decidere se avere una o più marche. Inoltre la bozza del decreto legge prevede la vendita ai distributori anche di alimenti e bevande, quotidiani e periodici e tabacchi, cosa che nelle intenzioni dovrebbe aumentare il margine di guadagni dei benzinai nella speranza che questo possa abbassare i prezzi della benzina.

   Una parte della bozza è dedicata alle assicurazioni auto. Se l’assicurato acconsentirà ad avere sul veicolo una “scatola nera”, ovvero un meccanismo elettronico che ne registra l’attività, potrà godere di un risparmio sulle tariffe da parte della compagnia. Non solo: ”Gli intermediari che distribuiscono servizi e prodotti assicurativi del ramo assicurativo di danni derivanti dalla circolazione di veicoli e natanti sono tenuti, prima della sottoscrizione del contratto, a informare il cliente, in modo corretto, trasparente ed esaustivo, sulla tariffa e sulle altre condizioni contrattuali proposte da almeno tre diverse compagnie assicurative non appartenenti a medesimi gruppi”.

   Stretta sulle false perizie. Rischio carcere fino a cinque anni e radiazione dall’albo per i ”periti assicurativi che accertano e stimano falsamente danni a cose conseguenti a sinistri stradali da cui derivi il risarcimento a carico della società assicuratrice”.

   Arriva un nuovo metodo per il calcolo delle tariffe del gas decise ogni trimestre dall’Autorità per l’energia. La bozza prevede infatti una modifica dell’attuale sistema per cui si ”esclude dall’aggiornamento una percentuale corrispondente al rapporto tra produzione nazionale di gas e consumi” e si ”introduce progressivamente sulla restante quota” il riferimento ”ai prezzi del gas rilevati nei mercati europei”. La modifica ”contribuirebbe a ridurre il prezzo del gas nel 2012”.

   In arrivo inoltre il conto corrente bancario di base. Sarà un decreto, in assenza di una convenzione con l’Abi, a fissarne i criteri. Ci sarà l’individuazione delle commissioni che le banche applicheranno sui prelievi fatti con Bancomat.

   Entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto legge il governo dovrà provvedere alla separazione di Snam Rete Gas da Eni. L’Autorità per l’Energia diventa ”l’Autorità per le reti” e si occuperà anche del settore dei trasporti e quindi anche del capitolo taxi. La nuova Autorità determinerà per i taxi l’incremento del numero delle licenze, la possibilità per i titolari di averne più d’una, nuove licenze part-time, orari più flessibili, extraterritorialità e tariffe più flessibili, trasparenza.

   Nei negozi e nelle librerie, più spazio per la vendita di giornali e periodici. E’ prevista, inoltre, la possibilità che le condizioni economiche e le modalità commerciali di cessione delle pubblicazioni possano variare, in funzione dei risultati conseguiti dall’esercizio e dei volumi di giornali acquistati nel punto vendita. La disposizione, – spiega la relazione alla norma – rimuovendo taluni vincoli alla distribuzione di giornali quotidiani e periodici, amplia l’offerta dei punti vendita così favorendo un più ampio volume di vendite. Vengono anche potenziate le condizioni di concorrenza tra i venditori.

   Stando alla bozza cade l’obbligo, per le imprese ferroviarie e per le associazioni internazionali di imprese ferroviarie che operano in Italia, di osservare i contratti collettivi nazionali di settore, anche con riferimento alle prescrizioni in materia di condizioni di lavoro del personale. Resta ferma invece la prescritta osservanza della legislazione nazionale e regionale.

   Orari e turni liberi per le farmacie. “Le farmacie – si legge nell’articolo 14 – possono svolgere la propria attività e i servizi medici aggiuntivi anche oltre i turni e gli orari di apertura”. D’ora in poi medici di famiglia saranno obbligati, salvo particolari situazioni, a specificare nella ricetta medica l’eventuale esistenza del farmaco equivalente. “Il medico – si legge nella bozza – salvo che non sussistano ragioni terapeutiche contrarie nel caso specifico inserisce in ogni prescrizione medica le seguenti parole: ‘o farmaco equivalente se di minor prezzo’, ovvero specifica l’esistenza del farmaco equivalente”.

   ”Finora il governo ha agito sul ‘numeratore’ della crisi: i conti pubblici. Oggi è il momento di intervenire sul ‘denominatore’: la crescita”. E’ quello che si legge nella relazione che accompagna la bozza del decreto. ”La crescita non si costruisce in laboratorio. La garantiscono, la assicurano, la realizzano i cittadini e le imprese”.


Filed under: Le nostre proposte, Legislazione ambientale, Pianificazione e partecipazione
Categorie: GIS Italia

Creiamo una rete dell’Informazione Geografica italiana? L’iniziativa “Stati Generali dell’Innovazione” può esserne l’incubatore

TANTO - Gio, 19/01/2012 - 17:27

Quest’avventura ha ancora pochi mesi di vita, ma vale già la pena di essere raccontata. Tutto è nato da una mail ricevuta lo scorso maggio: “Ti scrivo perché con i colleghi, abbiamo deciso d’intensificare la collaborazione con alcuni siti blog del settore, aprendo il sito di GEOmedia a contributi diretti ed indiretti”. Seguì una chiacchierata telefonica, in cui si valutò interessante organizzare una teleconferenza con i corrispondenti blogger.

La riunione telefonica avvenne puntualmente un mese più tardi. Alfonso Quaglione –l’autore della mail- espose ai blogger invitati, tra cui noi di TANTO, le proposte della Rivista, per quale finalità erano nate, ecc. ecc. Si raccolsero le prime impressioni, i commenti e i contributi. Alcuni espressero perplessità; emerse anche qualche critica. Luglio e agosto passarono, ancora tra qualche scambio di email, per puntualizzare punti di vista e per precisare meglio i dubbi.

Tralascio di soffermarmi sui distinguo. Quanto esporrò nel seguito prese infatti le mosse dalla constatazione che -in generale- tutti gli interventi fossero legati da un fil rouge, esprimibile in forma di auspicio: “Possiamo e dobbiamo continuare a parlarne”. Tra le idee e i possibili obiettivi espressi nella prima riunione virtuale di giugno, certamente questi trovavano ampia condivisione:

  • portare i temi più importanti dell’informazione geografica anche all’attenzione dei non addetti ai lavori
  • creare un network dell’informazione geografica.

Valeva quindi la pena provare a fertilizzare questo dialogo, innescato dall’apprezzata rivista di geomatica, cercando occasioni per collaborare in quella direzione condivisa, ripromettendosi di operare per attrarre l’attenzione e l’interesse di chi –singole persone e aggregazioni- ne avesse approvato le finalità.

E’ a questo punto che entra in scena “Stati Generali dell’Innovazione” –SGI. I promotori di questa iniziativa –di cui su TANTO abbiamo scritto ormai in diverse occasioni (leggi qui e qui)- erano impegnati negli stessi mesi nell’organizzazione di un evento che richiamasse la partecipazione di tutti i portatori d’interesse verso la costruzione di una prospettiva condivisa per un cambio effettivo nella politica dell’innovazione per l’Italia.

In sintesi, le cose sono andate così.
SGI è un’associazione –ha anche uno statuto- ma si presenta meglio come una rete di associazioni, organizzazioni, enti, gruppi e persone singole, unite da uno scopo ben preciso: “Fornire contributi alla classe dirigente per attuare scelte rivolte alla realizzazione di un sistema di innovazione diffusa, un’innovazione che nasca dalle comunità e che al benessere delle comunità, in quanto reti relazionali, economiche e sociali, sia principalmente rivolta.

Prendere parte alle attività di SGI è semplice e ci si può coinvolgere in modi diversi, con impegno differente: puoi visitare la pagina o iscriverti al gruppo FB; puoi seguire l’iniziativa su Twitter (@SGInnovazione); si può prendere parte alle discussioni avviate sui forum aperti sul sito dell’associazione, puoi restare connesso utilizzando gli RSS, iscriverti alla mailing-list; puoi aderire all’iniziativa, associarti -come organizzazione o singolo-, insomma i canali per ricevere informazioni e comunicare le proprie idee non mancano.

E’ sembrato –non a tutti, ma a più d’uno- il contesto appropriato per provare a individuare e proporre argomenti e idee riguardanti l’Informazione Geografica che –per il loro valore o per le interconnessioni con altri temi- destino attenzione all’interno di tale costituenda comunità e, per questa strada, vedere anche se potesse formarsi almeno un ordito di ciò che potrebbe poi diventare una rete geomatica “costituita dal basso”.

Così, “zitti zitti, piano piano”, senza fare confusione… un gruppetto di geomatici si è affacciato a SGI. Il primo –atteso- incontro pubblico ha avuto luogo il 25 e il 26 novembre scorsi. Come ho raccontato qua, l’esperienza è stata più che positiva: una conferma sia del clima partecipativo e collaborativo che traspariva già in Rete, sia di come i temi dell’Informazione Geografica possano essere accolti, recepiti e apprezzati in un contesto ICT generale e inquadrato sui contributi che tutti possiamo dare per raggiungere gli scopi per cui SGI è stata costituita.

 

La rete si sta formando

Il convegno di fine novembre è stato solo l’inizio, un buon inizio –scrivono gli organizzatori- per gli Stati Generali dell’Innovazione. L’esito, infatti, in termini di adesioni, partecipazione, temi affrontati e conclusioni a cui si è pervenuti, pongono già questa “meta-associazione” quale realtà con cui chi governa potrà confrontarsi e una risorsa per tutti coloro che vogliono produrre un vero cambiamento nelle politiche  dell’innovazione del nostro Paese.

Il “gruppetto” nato grazie alle discussioni estive di cui vi ho raccontato, ha continuato a dialogare in Rete, si è un poco rafforzato e ha iniziato a interagire all’interno degli Stati.

SGI sta alacremente costruendo una roadmap per il 2012, la roadmap dell’Italia che innova. E’ stata già formalizzata la Consulta Permanente degli SGI, sono avviate attività sui temi principali e più urgenti individuati; si sta definendo un calendario di eventi per portare il confronto degli SGI su tutto il territorio nazionale e altro ancora.

Consultando le otto schede, per altrettante azioni, messe a punto nel corso dell’incontro di novembre, possono affiorare molti argomenti legati o affini alle tematiche dell’Informazione Geografica. Stati Generali dell’Innovazione offre quindi la possibilità di entrare in contatto con soggetti che assumono intrinsecamente l’IG quale componente delle risorse che possono contribuire all’innovazione del Paese. Un’opportunità nuova per cooperare nella promozione delle istanze del nostro settore,  condividendo esigenze comuni. Per esempio, alcuni aspetti legati allo sviluppo delle Infrastrutture di Dati Territoriali a livello sub-nazionale si possono pienamente approfondire anche nell’ambito di un programma per promuovere il federalismo digitale, com’è stato articolato nella scheda “Inclusione digitale – Azione 1”. Così pure, non riesco a pensare a un programma che persegua il modello delle smart cities (scheda “Creatività e conoscenza condivisa – Azione 2”), senza “smart geo-data e smart geo-services”. Oppure ancora: quali contributi possono dare i geomatici rispetto al mutamento di modello di governance del settore pubblico, all’Open Government?
Vi sono processi in corso per cui potrebbe essere deleterio e controproducente lavorare a compartimenti. Credo sia allora un’opportunità quanto proposto dal programma per rendere pubblici e in formato aperto i dati della Pubblica Amministrazione (scheda “Open Government – Azione 1”). Sarebbe assai curioso non trovare visi noti al Tavolo di lavoro sugli Open Data che verrà costituito nei prossimi mesi.
Un’ultima annotazione: come sempre, in questi primi giorni del 2012 le associazioni del nostro settore, così come enti e varie organizzazioni, sono certamente già impegnate nella preparazione di convegni, workshop, seminari con finalità tecnico-scientifiche, per promuovere progetti, con scopi divulgativi. Per alcuni temi e in alcune circostanze, verificare sinergie con SGI, verificare se vi possono essere motivi di arricchimento per la road mapdell’Italia che innova”, potrebbe generare valore per l’iniziativa in corso di programmazione. Ugualmente, la geo-rete ipotizzata può essere portatrice di contributi geomatici nell’ambito di eventi organizzati da SGI e suoi associati.

Fin qui l’attività di “apri-pista” che abbiamo svolto. L’idea iniziale degli amici di GEOmedia ha innescato un dibattito certamente utile. Se la partecipazione a Stati Generali dell’Innovazione che vi ho presentato sarà apprezzata e vedrà l’aggregazione e il coinvolgimento di altri attori della geomatica -associazioni, professionisti,  blogger, imprenditori, …- essa sarà un segno di novità (di innovazione?) nell’ambito del nostro settore. SGI consente di presentare propri contributi, secondo gli interessi, la sensibilità, le esigenze di cui ognuno è portatore, per elaborare in modo condiviso e attraverso un processo inclusivo un programma per “l’innovazione nel governo dell’Italia”, come risultato complessivo degli Stati Generali dell’Innovazione.

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Categorie: GIS Italia

La LIBERALIZZAZIONE DEGLI ORARI di apertura dei negozi: opportunità concreta di una RIVITALIZZAZIONE GEOGRAFICA dei CENTRI STORICI ma ancor di più delle PERIFERIE DIFFUSE nei medio-piccoli comuni – RIFORME e cambiamenti come base importante per un recuper

Geograficamente - Lun, 16/01/2012 - 22:41

Lucca, negozi aperti la sera (foto ripresa da "la Nazione")

   La liberalizzazione degli orari dei negozi è legge. Ed è totale. Da oggi qualsiasi esercizio commerciale potrà tenere aperta la saracinesca tutto il tempo che vuole, in qualsiasi parte d’Italia, senza limitazione alcuna. Negozi, bar, ristoranti, locali, grandi magazzini, supermercati. E’ l’effetto del Decreto “SalvaItalia”del Governo Monti. Ed è una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione con qualche possibile rallentamento: la legge approvata dal governo di Monti concede infatti novanta giorni di tempo agli enti locali per adeguare i propri ordinamenti a questa liberalizzazione.

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   In città capita di vedere sempre più negozi che chiudono. Ma, in definitiva, il fenomeno è limitato. C’è perlomeno un rimpiazzo continuo (ma che denota le difficoltà di continuare ad esistere, date spesso da affitti troppo esosi). Ben peggiore è la situazione in provincia, nei medio piccoli comuni, lungo le strade abitate, di frazioni e periferie: qui le attività commerciali, dei negozi, dei bar, delle molteplici attività che fino a una quindicina di anni fa prosperavano (o perlomeno sopravvivevano decorosamente) trovano ora il loro punto di maggior crisi. E’ tutto un susseguirsi di affittasi e vetrine vuote. Propongono promozioni su promozioni. I negozietti di paese sono spesso allo stremo.

   Pertanto una certa differenza c’è tra centro storico delle città e “centro periferia diffusa” dei medio-piccoli comuni, quando parliamo di crisi del commercio al dettaglio, delle botteghe di vario genere, dei bar. La liberalizzazione degli orari prevista dall’art. 31 del cosiddetto “decreto SalvaItalia” del Governo Monti dovrà probabilmente essere interpretata diversamente per i centri storici di città “importanti” (anche di provincia, ma con un centro architettonico e storico di rilievo) rispetto ai centri delle periferie diffuse dei medio-piccoli comuni che ad esempio sono prevalenti nel Nordest d’Italia.

   Nelle periferie diffuse e anonime è probabile che effetti positivi della liberalizzazione dell’orario dei negozi sia connesso alla capacità creativa di offrire dei prodotti e dei servizi specifici, di nicchia, che altri non hanno o non offrono: magari supportati da amministrazioni comunali che aiutano con meno burocrazia e meno tasse. Individuando così al meglio le esigenze di una clientela non solo di quartiere ma più allargata. Ad esempio: il panificio che fa un certo tipo di pane di qualità che non si trova altrove, che in un certo raggio di chilometri altri panifici non fanno; oppure il negozio di abbigliamento che fa da sartoria e pure lavanderia-stireria; il negozio di alimentari che fa un orario particolare, notturno e/o fortemente mattiniero…. Il negozio “di nicchia”, di qualità specifica, ad orario particolare… che tutti sanno che a quell’ora è aperto e c’è quella data cosa…

   E’ così che i piccoli negozi possono sopravvivere all’offensiva dei grandi centri commerciali, perché anche questi ultimi giustamente possono ora usufruire della libertà di orario di apertura (di fatto già lo facevano un orario atipico). E non è vero che la grande distribuzione commerciale ne è avvantaggiata: sì, lo può essere, ma il suo essere di notevole dimensione può trovare concorrenza con chi (magari imprese famigliari…) riesce a muoversi con leggerezza e flessibilità negli orari che può decidere, di giorno in giorno, di ora in ora, di aprire o chiudere. Non c’è bisogno di tenere aperto 24 ore ma di rapportare l’orario alle esigenze del cliente. Anche poche ore ma quelle giuste.

   E ci può essere qualcuno che affianca il negozio (a orari continuati o “atipici”) con la propria vita famigliare. Che di là del bancone, nella stanza accanto, c’è la cucina di casa con la sua famiglia che sta cenando, i bambini che fanno i compiti di scuola…. Un ritorno (com’era fino a trent’anni fa) a un incontrarsi fra la vita famigliare e l’attività commerciale, lavorativa: senza pensare che questo sia un passo indietro, di peggioramento della qualità lavorativa ma, anzi, con beneficio di tutti (il bambino che vive accanto alla madre e la padre che stanno pure lavorando, il cliente che familiarizza, socializza con la famiglia dell’esercente…).

   E poi, così, un possibile ritorno al commercio come “vita attiva di quartiere”: il bottegaio, il barbiere, la parrucchiera, il meccanico, il farmacista… che hanno un rapporto con il territorio e, spontaneamente, diventano quello che le politiche sociali pubbliche chiamano a volte “operatori di strada”: cioè sono in grado, spontaneamente, di vedere (molto meglio delle attuali diffuse telecamere) ciò che accade nella loro via, episodi magari strani, pericoli per anziani e bambini…. Insomma un contatto diretto con quel che accade “fuori del negozio”… in un’attività più libera negli orari e nel modo di svolgersi…

   La stessa situazione reddituale potrebbe “ammettere” l’esistenza di attività commerciali residuali, dove esenzioni fiscali comunali ben stabilite, e una politica incentivata dall’ente pubblico di contenimento dei costi dell’affitto, permetterebbero il ritorno di antichi mestieri (il ciabattino, la merlettaia, il gelataio, il riparatore di elettrodomestici…) che ora a volte sono scomparsi perché economicamente non convenienti, e l’arrivo di nuove attività (di piccola e media consulenza legale, di comunicazione pubblicitaria, di ripetizioni scolastiche, di medicina alternativa…) svolte, per entrambe (i vecchi mestieri scomparsi, i nuovi che si affacciano…) anche in forma part-time, magari da studenti che si mantengono così negli studi, o da anziani in grado di essere ancora utili alla comunità con le loro specializzazioni lavorative e che così pure arrotondano la pensione…. Pertanto ci possono essere persone che non necessariamente vogliono avere un reddito medio o medio-alto nei parametri ora previsti, ma che, coscientemente, si accontentano di averne uno, di reddito, della metà o anche meno di quello “normale”, con la loro attività peculiare (con il “mestiere” che sanno esercitare).

   La cosa interessante di questo decreto di “liberalizzazione degli orari dei negozi” è che ha il pregio di essere la prima concreta riforma che dà la possibilità di rimettere in gioco in modo diverso, creativo, ogni forma di commercio al dettaglio: il sistema massacrante attuale di regole e controregole per iniziare e portare avanti ogni piccola attività, non può che agevolare la grande distribuzione, irrigidire ogni volontà di creatività commerciale, portare a forme di disoccupazione latente e diffusa molte persone che invece qualcosa saprebbero fare….

… e poi piccoli negozi che sanno tener banco ai prezzi della grande distribuzioni pur essendo appunto  piccoli e ramificati, attraverso un “mettersi assieme” in una rete di approvvigionamento cooperativo (ed è pure cosa a loro vantaggio il fatto di essere distribuiti nei territori…): già esempi di questo genere, nel settore alimentare, ci sono in varie parti d’Italia, e funzionano benissimo e con prezzi e qualità più che competitivi con la grande distribuzione….

…negozi che valorizzano le specificità locali (prodotti agro-alimentari a chilometro zero e di qualità non inquinata; valorizzazione di professionalità specifiche che alcune zone hanno e rischiano di perdere –sull’abbigliamento e sartoria, sulla meccanica a grande tecnologia, sulla lavorazione del legno, su ogni forma di artigianato specialistico cui son ricche le nostre zone di competenze e capacità…).

   Insomma vorremmo qui dire che nell’AMBITO GEOGRAFICO che a noi interessa di rivitalizzazione di tutti i territori (senza che si creino luoghi di serie A e altri di serie B) l’esperienza della liberalizzazione degli orari nelle attività commerciali, meno rigide e assurde regole di orari e più creatività, ebbene questo non può che rappresentare un segnale concreto interessante. (sm)

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“SENZA VINCOLI CITTA’ SEMPRE VIVE”

da “Il Sole 24ore” del 13/1/2012

«Nonostante il fuoco di sbarramento delle lobby il governo è arrivato alla conclusione che è interesse del Paese rimuovere vincoli e ingessature che frenano lo sviluppo: mi auguro che arrivi fino in fondo»: Mario Resca, per 12 anni presidente e ad di McDonald`s Italia e oggi presidente di Confimprese, fa un`analisi precisa della situazione.

   «Il commercio tradizionale – aggiunge Resca – ha fatto un piacere alla grande distribuzione: per anni ha posto vincoli di orari di apertura, restrizioni alle nuove licenze, limiti alle promozioni e ai saldi. E oggi si ritrova in crisi e con una grande distribuzione che continua la sua crescita».

Cosa dovrebbe fare?

Rinunciare a tutti i vincoli e accettare la competizione valorizzando, per esempio, la specializzazione e il servizio. Anche la legge però avrebbe dovuto favorire questo processo: oggi per avviare un`impresa commerciale servono fmo a 32 diversi certificati.

Il commercio tradizionale non potrebbe reggere il confronto con la Gdo sulla lunghezza degli orari.

Non è vero: se il piccolo negozio si organizzasse troverebbe una soluzione soddisfacente. Se alle 22 ho bisogno del latte e del pane devo poterli trovare senza cercare l`Autogrill sull`autostrada o lo store alla stazione centrale. Se si eliminassero i vincoli al commercio si creerebbe più sviluppo. E prezzi più bassi.

Ma allora perché i piccoli negozi si oppongono?

C`è bisogno di un cambio generazionale, serve un`imprenditoria propensa ad accettare le sfide, con nuove idee e meno chiusure mentali. Vuole un esempio?

Mi dica.

Domenica scorsa a Milano, corso Buenos Aires con i negozi aperti era vivace e illuminata con migliaia di persone che facevano shopping. Oppure pensi ai centri commerciali: l`ipermercato e i negozi specializzati hanno ricreata la piazza.

E il pericolo di desertificare i centri città?

È una balla: le città devono poter vivere sette giorni su sette. Per questo vanno eliminati i vincoli. Certo, nel paese la cosa è diversa, ma devono essere gli imprenditori a interpretare le esigenze dei consumatori. Ed è certo che nessun supermercato starà aperto di notte se non ci sono clienti.

Perché dovrebbe funzionare l`equazione “meno vincoli più crescita”?

Andare incontro alle esigenze del cliente significa moltiplicare le occasioni di shopping. Non ha senso porre limiti temporali a saldi, promozioni e percentuali. Ciascun imprenditore deve poter calibrare la migliore  offerta.

Persino i sindacati sono contro le liberalizzazioni.

Un paradosso: una domenica aperta significa un settimo di occupazione.

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Liberalizzazioni

SPESA NOTTURNA E AVVOCATO LOW COST

- Fantaviaggio in una società più aperta: benzina e farmaci al market, concorrenza tra taxi e distretti di negozi aperti fino a mezzanotte –

di DARIO DI VICO, da “il Corriere della Sera” del 7/1/2012

   Quando si parla di liberalizzazioni tutti abbiamo in mente le grandi città anglosassoni aperte 24 ore con il loro corredo di cornershop gestiti da pachistani, di taxisti provenienti da tutti i continenti e di farmacie straripanti di medicinali disponibili tutta la notte. Ma quanto di tutto ciò può avvenire in Italia se davvero la deregulation del commercio e degli altri servizi prenderà piede?

   Anche noi abitanti del Belpaese, pur inguaribilmente politicisti, abbiamo cominciato a capire che a cambiare la vita alla fine non sono i grandi progetti declamati in campagna elettorale bensì le piccole e grandi iniezioni di modernità. (…)

   Prendiamo la decisione di rivedere la pianta organica delle farmacie. Significa che ne apriranno di più e che di notte o nei giorni festivi non ci dovrebbe essere più quella transumanza di automobilisti che consultano nervosamente tabelle e avvisi, chiamano con concitazione i familiari a casa, tutto per trovare l’agognata farmacia aperta dove però si dovranno mettere pazientemente in coda.

   Molte delle attuali parafarmacie dovrebbero fare il salto e specie nei piccoli centri l’offerta di punti vendita sanitari dovrebbe aumentare. Avremo anche noi nelle città catene come l’inglese Boots dove i medicinali sono esposti orgogliosamente come fossero formaggi o frutta esotica? È difficile, anche se l’Antitrust apre alla possibilità che si creino reti che colleghino fino ad otto farmacie e che quindi in teoria possono proporre al consumatore prezzi più convenienti e orari dilatati.

   Già oggi con le leggi vigenti è consentita ai farmacisti una certa flessibilità d’orario ma sono pochi (e malvisti) i titolari che ne hanno usufruito. Una novità importante che ci avvicinerà al modello anglosassone l’avremo però con i farmaci di fascia C che potranno essere venduti nei supermercati in appositi reparti con personale specializzato. I sostenitori della deregolazione giurano che non ci sarà solo maggiore libertà di scelta e più flessibilità negli orari ma che ci avvantaggeremo anche in termini di prezzi. Speriamo.

   L’apertura dei supermercati alimentari di sera e di domenica ha già in qualche maniera inciso sulle nostre abitudini. È facile nel dì di festa trovare code alle casse perché gli italiani amano il pane fresco e pur di averlo si recano in pellegrinaggio alla Coop, all’Esselunga o da Carrefour e ovviamente comprano quasi sempre qualcosa d’altro. La flessibilità d’orario, almeno sulla piazza milanese, non è solo prerogativa dei grandi.

   Alcuni parrucchieri hanno cominciato a tener aperto fino alle 22 per permettere alle clienti di passare a tarda ora per tagliarsi i capelli, ritoccare il colore o anche solo farsi dare una pettinata prima di uscire a cena.   Alcuni negozi di make up tengono aperto fino alle 21 per garantire il trucco dell’ultim’ora delle loro clienti affezionate. I bar hanno modulato la loro offerta diversamente, alla Zelig potremmo dire. Si adattano all’avvicendarsi dei diversi target. Al mattino servono caffè e brioche, all’ora di pranzo fanno da tavola fredda e nel pomeriggio organizzano l’happy hour. E dopo magari chiudono.

   Perché come sostiene Anna Zinola, docente di psicologia del marketing all’università di Pavia «è così che i piccoli negozi possono sopravvivere all’offensiva dei grandi». Non c’è bisogno di tenere aperto 24 ore ma di rapportare l’orario alle esigenze del cliente. Anche poche ore ma quelle giuste.

   Tutte queste esperienze, che per ora vivono a livello sperimentale, in virtù delle annunciate nuove lenzuolate dovrebbero irrobustirsi e diffondersi anche nella città medie. È probabile che si verranno a creare piccoli distretti commerciali, zone come corso Buenos Aires a Milano o via Cola di Rienzo a Roma nelle quali i negozi resteranno aperti fino a mezzanotte. Oppure le organizzazioni dei commercianti di singoli quartieri potranno mettersi d’accordo per lanciare esperimenti del tipo Notte Bianca. Insomma, per farla breve, è difficile ipotizzare che avremo anche noi i corner shop gestiti da asiatici e diffusi come a Londra, è più probabile che nasca una via italiana all’orario lungo.

   La ricetta che l’Antitrust ha scelto per liberalizzare i taxi è quella di raddoppiare le licenze però ciascun tassista ne avrà una in regalo come risarcimento. Potrà utilizzarla per mettere al lavoro la moglie o il figlio oppure potrà venderla. In questo modo a Roma si dovrebbe passare da 7.500 a 15 mila vetture. Nelle ore di picco in genere viaggia un terzo delle macchine e quindi capitolini e turisti avranno a disposizione in quei frangenti 5 mila taxi e non dovrebbero più fare le lunghe code di oggi a Fiumicino, alla Stazione Termini o in piazza di Spagna.

   È chiaro che questo ragionamento vale anche per Milano e forse per Firenze ma finisce qui. Nelle altre città italiane non c’è alcun bisogno di distribuire nuove licenze, l’offerta supera la domanda. I prezzi non dovrebbero cambiare a meno che l’accresciuta concorrenza non faccia sì che alcuni consorzi di tassisti mettano sul mercato soluzioni innovative. Come una card prepagata per fidelizzare i propri clienti oppure un’offerta-abbonamento a prezzi ridotti rivolta alle donne per il rientro a casa dopo le 24. È possibile anche che vedremo i primi tassisti extracomunitari anche perché la diffusione del navigatore satellitare ha reso non più indispensabile la conoscenza delle strade della città.
Sempre nel campo dei trasporti qualcosa potrebbe cambiare per i pendolari. L’affidamento dei servizi ferroviari locali a gara dovrebbe stimolare una concorrenza sulla qualità che oggi manca. In Emilia ne sta per partire una ma in questo caso e più in generale il modello prescelto non è quello anglo-thatcheriano (privatizzare tutto) bensì tedesco, dove un quarto dei trasporti locali su rotaia è gestito da soggetti diversi dalla compagnia leader, la Deutsche Bahn.

   Stiamo comunque parlando di novità che non si potranno realizzare almeno prima di tre anni in virtù dei contratti già in essere con le Ferrovie dello Stato.
A tempi più brevi ci sarà invece la possibilità per la grande distribuzione di vendere la benzina e i prodotti collegati. La difficoltà di ridurre il prezzo del carburante in Italia è legata, oltre allo straordinario peso fiscale, a una filiera eccessivamente lunga che vede la presenza ingombrante e costosa dei grossisti.

   I grandi supermercati potranno spuntare, grazie alle più elementari economie di scala, prezzi più interessanti che dovrebbero poi trasferirsi al consumatore finale. In Francia dove è così da tempo nelle stazioni di servizio di Auchan o Carrefour la benzina costa il 10-15% in meno e qualcosa del genere si auspica che succeda anche in Italia dove gli stessi francesi sono presenti e dove un operatore come Coop ha grande voglia di entrare in campo. E del resto la grande distribuzione potrà usare la benzina come «prezzo civetta» per attirare clientela a cui sottoporre offerte commerciali di tutti i tipi.

   Nel campo dell’energia elettrica la liberalizzazione già c’è e una qualche forma di competizione tra operatori pure, gli effetti sulle tariffe non sono stati però così clamorosi da farne un caso di successo e novità a breve non sono previste, anche perché è rimasto irrisolto il nodo di Snam Rete Gas.

   Arriviamo ai servizi professionali. L’Antitrust chiede al governo di abolire le tariffe minime. In alcune professioni, come ingegneri e architetti, sono già saltate mentre funzionano nei servizi legali. Il consumatore dovrebbe avvantaggiarsi della loro abolizione perché gli avvocati più giovani e che magari hanno studiato all’estero potrebbero presentarsi sul mercato, almeno in una prima fase, con politiche di prezzo aggressive almeno per le pratiche consulenziali più semplici. Del resto i grandi studi legali impongono tariffe rapportate al loro prestigio e quindi già operano in un regime di mercato libero.

   L’abolizione delle tariffe può avere qualche incidenza per chi deve rivolgersi a un dentista o a un commercialista, anche in questo caso per le operazioni più semplici. Se esaminiamo da vicino il business dei servizi odontoiatrici c’è da registrare che sono entrati massicciamente operatori stranieri come gli spagnoli di Vitaldent che possono, in virtù delle solite economie di scala e di un’organizzazione di tipo industriale, praticare prezzi molto concorrenziali e di conseguenza hanno già modificato il tradizionale rapporto tra il dentista e il suo cliente.

   Una novità che potrà influenzare la scelta del professionista a cui rivolgersi riguarderà senz’altro la comunicazione commerciale. Già oggi vediamo timidi esperimenti di pubblicità e di marketing da parte di singoli professionisti o studi, molto spesso però gli Ordini intervengono per evitare che il fenomeno debordi e che la competizione a suon di slogan diventi troppo aggressiva. Ci dovremo abituare, invece, a trovare in metropolitana o in autobus i volti di dentisti, architetti e avvocati che ci invitano ad aver fiducia in loro e a servirsi della loro professionalità. A quel punto la deregulation avrà trionfato e le liberalizzazioni dell’Antitrust avranno prodotto i Giovanni Rana dell’arringa. (Dario Di Vico)

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commercio

ORARI DEI NEGOZI, AL VIA LA LIBERALIZZAZIONE, MA I COMMERCIANTI PREPARANO LA RESISTENZA

- Associazioni dei consumatori favorevoli alle nuove regole previste dal decreto Salva-Italia, ma c’è il no di Confcommercio e Confesercenti. E anche molti enti locali sono pronti a opporsi, perfino con un ricorso alla Consulta -
di Laura Bonasera, da “la Repubblica” del 2/1/2012

   Liberi di alzare e abbassare le saracinesche a qualsiasi ora, domeniche e festivi inclusi. Da oggi possono farlo i titolari di bar, negozi e ristoranti di tutta Italia: a loro va il potere di scegliere autonomamente come e quando lavorare.

   Le associazioni dei consumatori salutano la novità con entusiasmo. Ma le norme sulla liberalizzazione degli orari – previste dal decreto salva-Italia – hanno scatenato anche un mix di perplessità e critiche. A guidare il fronte del no sono i commercianti, mentre gli enti locali si dividono.
La polemica è stata particolarmente forte a Roma, dove il Comune ha diramato persino una circolare al comando di polizia municipale e ai municipi per ricordare l’entrata in vigore della legge. Ben più cauto e dubbioso il Comune di Milano, che resta in standby. Attende, infatti, un pronunciamento scritto della Regione Lombardia. La competenza in materia infatti spetta alle Regioni, che potrebbero fare muro contro la scelta del governo presentando ricorso alla corte costituzionale. Hanno tre mesi per decidere. E la Regione Toscana ha già deciso: lo farà. 1
“Per gli organi regionali non è prevista la possibilità di recepire o meno la legge. E’ arrivata senza consultazione o accordo ma è di fatto in vigore su tutto il territorio nazionale”, spiega Luigi Taranto, segretario generale Confcommercio. “A nostro avviso, si tratta di una forzatura”.

   Un deciso “no”, quindi, è quello espresso dall’associazione di categoria. “Siamo contro la scelta del governo – continua – sia per ragioni di metodo che di merito. Si pigia ancora una volta il pedale dell’acceleratore sul commercio mentre gli altri processi di liberalizzazione, come quello delle professioni o del trasporto ferroviario, restano al palo. Riteniamo che ci siano già regole vigenti a garanzia dei servizi perfettamente in linea con l’Ue. Inoltre, la scelta di totale deregolamentazione degli orari nei giorni festivi, domenicali e infrasettimanali è davvero insostenibile per le piccole imprese e troppo costosa per le grandi”.
La preoccupazione per una concorrenza a suon di orario di apertura e chiusura, con ricavi che potrebbero rivelarsi modesti, è condivisa dall’altra associazione di categoria: “Non è questo il modo per far aumentare i consumi – ha detto Giuseppe Dell’Aquila, dell’ufficio legale di Confesercenti. “Al massimo si indirizzano tutti nel week end. A trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, pagheranno i piccoli esercizi che pian piano saranno costretti a chiudere di fronte all’ennesima difficoltà. I centri storici quindi si spopoleranno e di conseguenza le fasce più deboli della popolazione, come anziani e disabili, saranno daneggiate: per fare i loro acquisti dovranno spostarsi nei grandi centri commerciali”. E in campo c’è già un’azione: “Stiamo scrivendo una lettera alle Regioni per spingerle ad un’opposizione decisa”.
Il mondo della politica, invece, si divide. Sul fronte del sì – oltre al Comune di Roma – c’è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nello schieramento dei contrari, oltre alla Regione Toscana, anche gli assessori al commercio del Comune di Torino e della Regione Piemonte, che parlano di provvedimento inutile.

   Tra i consumatori, invece, tutti d’accordo: “Il nostro è un assoluto “sì” alla legge – ha dichiarato Paolo Martinello, presidente nazionale Altroconsumo – la possibilità per il cittadino di non avere vincoli d’orario per gli acquisti è un vantaggio enorme. Pensate a chi lavora ed ha poco tempo. E fare la spesa con più calma significa anche avere modo di scegliere e confrontare i prodotti. In questo modo, si favorisce anche l’acquisto di qualità. E, con la maggiore concorrenza che ne deriverà, i prezzi potrebbero diminuire.
Federconsumatori, invece, sebbene porti alta la bandiera della liberalizzazione, suggerisce una regolamentazione locale tra commercianti: una “turnazione intelligente” degli esercizi di un quartiere seguendo lo slogan “Mai tutti aperti, mai tutti chiusi”. Francesco Avallone, vice presidente di Federconsumatori: “E’ un modo per riqualificare e far rivivere il quartiere, andare incontro alle esigenze dei consumatori ma anche al diritto al riposo dei commercianti oltre che alle difficoltà che avrebbero nell’integrare personale per garantire più ore di servizio”. Il rappresentante dei consumatori mette in guardia:”Occorre fare attenzione ad un fenomeno che potrebbe aumentare: quello del lavoro nero. Pur di tenere aperto l’esercizio commerciale e tener testa alla concorrenza si potrebbe arrivare anche a questo”. (Laura Bonasera)

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TRE STUDI SMENTISCONO LA MORÌA DEI NEGOZI LAMENTATA DAI COMMERCIANTI

- Le ulteriori liberalizzazioni faranno chiudere migliaia di negozi? Le analisi ne dubitano –

di Michele Arnese, da “IL FOGLIO” del 5/1/2012

   Gli allarmi si rincorrono. “E’ a rischio il modello italiano di pluralismo distributivo”, ha detto il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. “Qui chiuderanno almeno 1.500 negozi”, ha già calcolato in Toscana la Confesercenti. “Proseguirà la desertificazione delle botteghe iniziata con le lenzuolate dell’ex ministro Bersani”, è uno dei refrain più ascoltati tra piccoli e medi negozianti in questi giorni.
   Gli allarmi si accavallano soprattutto dopo l’ulteriore liberalizzazione approvata dal governo Monti, che ha esteso dal primo gennaio la libertà di fissare orari di apertura e chiusura dei negozi e ha stabilito la possibilità di essere aperti anche nei giorni festivi e la domenica, non più soltanto nelle città d’arte e turistiche.
Ma è proprio vero che così proseguirà la morìa dei piccoli e medi negozi a beneficio della grande distribuzione? I dati, finora, non assecondano questa teoria. Si prenda ad esempio “l’Annuario statistico italiano 2011”, il ponderoso rapporto dell’Istat distribuito pochi giorni fa. Pagina 437, tabella sugli esercizi commerciali al dettaglio in sede fissa per regione.

   I numeri parlano chiaro: negli ultimi tre anni, nonostante la recessione, i possibili effetti delle lenzuolate dell’ex ministro delle Attività produttive Bersani e l’avanzare dei centri commerciali, i negozi non solo non sono diminuiti ma sono addirittura aumentati. Gli esercizi commerciali nel 2008 erano 775.421 e sono diventati 776.365 alla fine del 2010.
   Incredibile ma vero. I dati elaborati dall’Istituto nazionale di statistica presieduto da Enrico Giovannini si basano sulle informazioni che arrivano dalle Camere di commercio e che affluiscono al ministero dello Sviluppo economico. Il dicastero ora retto da Corrado Passera ogni anno stila un rapporto di centinaia di pagine sul sistema distributivo.

   “L’analisi economico strutturale del commercio italiano” dell’ultimo studio ministeriale conferma: “Contrariamente alle aspettative”, si legge, “si registra un’evoluzione positiva della numerosità dei punti vendita attivi che nel 2010 si incrementano di oltre 3.600 unità, pari allo 0,5 per cento dello stock complessivo, costituito sia dalle sedi di impresa che dalle unità locali”. Questo non significa che il commercio non abbia risentito della scarsa crescita e dei consumi asfittici: infatti tra il 2006 e il 2008 i negozi al dettaglio in sede fissa erano diminuiti di circa tremila unità all’anno.
   “Pur essendo il 2010 ancora nel morso della crisi – scrivono i ricercatori del rapporto del ministero dello Sviluppo economico che studiano da decenni il settore distributivo – alcuni settori tra cui il commercio hanno invece dimostrato una notevole vitalità del sistema imprenditoriale di riferimento, registrando dinamiche di ampliamento della propria base”.

   Come mai? Gli autori dell’analisi economico-strutturale sottolineano “il consistente aumento delle unità locali, che risultano le vere protagoniste nelle crescite di nuove aperture ed evidenziano l’evoluzione del settore verso un universo caratterizzato da un numero sempre maggiore di imprese plurilocalizzate”. In altri termini, diminuiscono le aziende al dettaglio che hanno un solo esercizio commerciale e crescono quelle che hanno più negozi che fanno riferimento a un’unica sede di impresa.
   In una parte del rapporto governativo realizzata proprio in collaborazione con la Confcommercio si spiegano anche le dinamiche regionali: gli incrementi più significativi si sono registrati nel Lazio, con una crescita di 1.371 unità, tra nuove imprese e altre “unità locali”. Solo una regione ha fatto segnare un decremento: le Marche. (Michele Arnese)

Leggi Giovani precari e operai-boutique stanno già scardinando i sindacati

Leggi Viaggio tra outlet che crescono, stranieri che aprono e negozi che brontolano

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ORARI NEGOZI. LE ESIGENZE DEI CITTADINI SONO CAMBIATE, I COMMERCIANTI SI ADEGUINO

da http://www.movimentoconsumatori.it/ del 4/1/2012

   “La liberalizzazione va vista come un processo che fa parte della naturale evoluzione sociale, un mutamento che l’Italia è chiamata a gestire, per non correre il rischio di frenare lo sviluppo” – spiega Lorenzo Miozzi, presidente MC

   In merito alla bagarre che si è scatenata sulla liberalizzazione degli orari commerciali interviene Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori: “La liberalizzazione degli orari dei negozi va vista come un inevitabile processo che fa parte della naturale evoluzione sociale, un mutamento che l’Italia è chiamata a gestire e a soddisfare, per non correre il rischio di frenare lo sviluppo del Paese. Con il tempo, cambiano i ritmi della nostra vita: non possiamo pensare che le esigenze dei cittadini di oggi siano uguali a quelle di 50 anni fa. Sarebbe anacronistico e dannoso per la crescita economica italiana”.

   “Siamo convinti, ad esempio, – continua Miozzi- che le aperture domenicali porteranno nuove assunzioni, ed è questa la strada da seguire per garantire lo sviluppo economico del Paese, non certo quella tracciata da sindacati che si preoccupano solo di ‘stratutelare’ quelli che già hanno un’occupazione. Chi cerca di rallentare i processi di apertura del mercato sta semplicemente portando avanti battaglie di mezzo secolo fa. La liberalizzazione degli orari commerciali, in virtù del suo carattere sociale e al di là della norma prevista dalla manovra Monti, era solo questione di tempo”.

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E ancora:

SULLE RIFORME, SUL CREDITO CHE MANCA, SULLE INFRASTRUTTURE LEGGERE, SULLA DECRESCITA NECESSARIA:

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TRENTUN ANNI, 1800 EURO E UN TEMPO INDETERMINATO, MA IL MUTUO È UN MIRAGGIO

da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2012

   In giro per le filiali delle banche della Capitale alla ricerca di un finanziamento per comprare un immobile. Cinque tentativi, cinque fallimenti. E alla fine l’unica opportunità, se mamma e papà non possono anticipare, resta un mutuo da 100mila euro in 30 anni. Per comprare un seminterrato con vista sulla ‘notte romana’

La responsabile Mutui della filiale Cariparma si alza in piedi. Si allunga verso l’altro lato della scrivania, prende le mani di quella giovane che le sta davanti: “Mi dispiace, cara”. Le ha appena detto che il prestito per comprare casa se lo può scordare.

   Lei era entrata lì dentro solo per farsi un’idea sull’ammontare dell’anticipo. D’altronde, che altri intoppi ci potevano essere? È una ragazza fortunata: ha 31 anni, un contratto a tempo indeterminato, guadagna 1800 euro al mese. E con il nuovo anno ha deciso: si compra una casa. Certo, vive a Roma, dove ogni metro quadrato si paga oro. Ma anche gli affitti sono esorbitanti: basta buttare via soldi, pensiamo al futuro. Se non ora quando? Mai, a quanto pare.
LA DIPENDENTE di Cariparma capisce che può sbrigarsela in pochi minuti: quella che ha di fronte è una che non ha capito in che mondo siamo finiti. “Non è più come fino a due anni fa. Io lo dico a tutti che è difficile: le banche i mutui non li danno più”. Insistere? “Dunque: noi finanziamo fino al 60 per cento del valore dell’immobile. La rata non può superare il 30 per cento dello stipendio. Lei quanto guadagna? Di quanto ha bisogno? Ecco, non ci siamo proprio”.

   Non le è servita nemmeno la calcolatrice. “Non solo non è il momento, non so se ha letto i giornali – insiste nervoso il volto di Cariparma – ma poi se parte con una richiesta così, deve averne già quasi la metà”. La nostra 31 enne, ovvio, non ha un euro di risparmi. E le sue non sono richieste esorbitanti, considerato il contesto di Roma. Con 150mila nella Capitale si possono portare a casa al massimo 35 metri quadri a Torpignattara: un bilocale a Centocelle (terzo piano senza ascensore) tocca già i 180mila. Cinquantotto metri quadri a Trigoria (altezza Grande Raccordo Anulare) sfiorano i 220mila euro. Se vuoi avvicinarti un po’ alla città, a Garbatella ti servono 250mila euro per un monolocale di 40 metri quadri.
E arrivi a 300mila se osi chiedere 75 metri quadri (da ristrutturare) a Cinecittà o 60 metri quadri al Pigneto con vista tangenziale. Eppure in banca se aspiri a non vivere come un criceto in gabbia chiedi “troppo”. “Settanta metri? O ti trovi qualcosa di più piccoletto…”. O devi avere almeno la metà, lo ha già spiegato. “Ti sarai fatta un giro nelle altre banche, no? Te l’avranno detto, no?”. Alla filiale di Banca Intesa ha parlato con una signora che l’ha guardata per tutto il tempo come fosse sua madre. Brava, una giovane che si dà da fare, eccoli qua i nostri ragazzi, altro che bamboccioni.

   Ma l’entusiasmo è durato poco. 200mila euro? “In 40 anni, tasso fisso del 6,40%, anticipo zero… Rata da 1156 euro al mese, non è fattibile”. Variabile? “Tanto la fattibilità si calcola sul tasso del fisso…” Alternative? “Un co-intestatario o una fidejussione: con mio figlio sono intervenuta io – ammette la bancaria – altrimenti non l’avrebbe mai preso”. Bisogna rassegnarsi: se uno stipendio da 1800 euro non basta nemmeno nella banca che concede mutui al 100 per cento, figuriamoci nelle altre, dove serve un 20 per cento di anticipo.
MAMMA E PAPÀ, AIUTATELA. “Un genitore, una zia, una sorella?”, chiedono all’Unicredit. Anche qui la donna allo sportello sciorina l’albero genealogico. “Anche se lei ha un reddito alto dovrebbe co-intestare o trovarsi un garante”. La nostra 31enne pensa di avere l’età per ballare da sola: “Lo capisco, ma allora deve avere una cifra iniziale più alta: noi finanziamo l’80 per cento, con il suo reddito possiamo concederle al massimo una rata da 585 euro… quindi siamo sotto i 100 mila euro di prestito: lo so, non ci compra niente”.

   Che pessimisti. Le agenzie immobiliari dicono che con quella cifra la nostra dipendente a tempo indeterminato può intestarsi una “piccola costruzione 20 mq con pergolato” messa in piedi in una terrazza del Labaro, oppure un “seminterrato di 27 mq in via Gradoli”, frequentatissima dai clienti dei transessuali romani.
Allo sportello del Monte dei Paschi di Siena il preventivo non lo provano nemmeno a fare: “Per carità, una richiesta formale si può presentare sempre, non voglio scoraggiarla. Sto solo cercando di essere realista”. E il realismo dice che “siamo in una fase in cui la banca ha difficoltà a erogare il credito”. In compenso, non mancano i consigli. A lunga (“Sia ottimista per il futuro”) e a breve scadenza (“Cominci a mettere da parte una quota di reddito in vista di un momento migliore”). Ma nel frattempo l’affitto con che “quota di reddito” lo paga?
ALLA DEUTSCHE BANK le condizioni sono più o meno le solite: finanziamento massimo dell’80 per cento, rapporto tra rata e stipendio che non può superare il 30 per cento. “Già al 30, 1 ce lo bocciano” spiega la consulente per far capire come ragionano i tedeschi.

   Attenzione: il reddito lo calcolano sull’ultimo anno. Se il contratto te l’hanno appena fatto, non vale nemmeno la pena di mettere piede in filiale. Lei comunque parte fiduciosa: “Proviamo con 240mila euro”. Il terminale quasi esplode: con un mutuo di 25 anni, la rata inciderebbe sul 73 per cento del suo stipendio. Si ridimensiona all’istante: “Proviamo con 120mila”, la metà. Niente da fare: “711 euro al mese, non ci siamo. Il punto è che non vogliamo affamare il cliente”.

   “Proviamo a spalmarli su 30 anni”. Macché. Quei 120mila che dovrebbe restituire da qui al suo sessantunesimo compleanno sono ancora troppo pesanti per la sua busta paga. “Niente, dobbiamo scendere ancora: dunque, 100 mila, per 30 anni… ok, ci siamo! 541 euro, è lo 0, 28”. E la casa? Con quella cifra le rimane solo il seminterrato di via Gradoli… “È il massimo a cui posso aspirare?”. “Eh già. Oddio, c’è sempre l’ipotesi di vincere al Superenalotto”.

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LE INFRASTRUTTURE “LEGGERE” CHE POSSONO FAR RIPARTIRE L’ITALIA

di Franco Masera, da “IL FOGLIO” del 14/1/2012

- Oggi servono meno cemento e ferro, più “soft economy” e tratte intercontinentali: il mercato ci può aiutare -   Il nostro paese è d`un tratto distante rispetto alle rotte aeree più “ricche” (nord America, nord Europa, Cina, Corea, Taiwan, Giappone), e ha poli economici e turistici piuttosto dispersi tra loro. Si tratta di fattori non modificabili ma che frenano il potenziale di crescita -

   Le infrastrutture rappresentano uno degli assi portanti del processo di evoluzione economico-sociale degli stati e hanno un ruolo sempre più rilevante e strategico per la crescita dell`economia mondiale. La rete infrastrutturale ha un valore intrinseco che travalica e oltrepassa logiche puramente economiche. Per questo crescita e infrastrutture sono strettamente correlate.

   Ma quali sono le infrastrutture per la modernità? Occorre a mio parere inquadrare il tema nel nuovo scenario competitivo globale. Le economie avanzate dovranno focalizzarsi sempre di più sulla realizzazione d`infrastrutture “leggere”, rispetto invece all`assoluta necessità per i paesi emergenti di realizzazione di quelle “pesanti”. Per questo è naturale che tale processo sia in corso nei paesi che sono i nuovi protagonisti della globalizzazione.

   Ma certe immagini non possono produrre l`effetto deviante, come se si guardasse al futuro con lo specchietto retrovisore. Nei prossimi anni, la vera fonte di vantaggio competitivo per i paesi occidentali passerà sempre di meno dal “cemento” e sempre di più dalla soft economy.

   Un modello di sviluppo basato sulle idee, i servizi, l`innovazione, la capacità di creare marchi, di governare gli elementi intangibili della catena del valore. Questa visione implica tra l`altro la progressiva terziarizzazione dei processi manifatturieri classici e la creazione di modelli d`impresa a rete. E` questo che dovrebbe diventare il vero e proprio mindset del mondo occidentale avanzato.

   Guardando al tema delle infrastrutture dal punto di vista dell`Italia, osserviamo che il nostro paese soffre di uno svantaggio competitivo di rilievo. Siamo geograficamente decentrati rispetto alle “ricche” rotte aeree che sono tendenzialmente posizionate a “nord” (nord America, nord Europa, Cina, Corea, Taiwan, Giappone); inoltre rispetto per esempio alla Francia (con Parigi) o al Regno Unito (con Londra) abbiamo una forte dispersione dei poli economici e turistici d`attrazione.

   Questi due fattori (distanza, dispersione), oggettivamente non modificabili, rappresentano un vincolo strutturale del paese, penalizzando enormemente la facilità ed economicità d`accesso. Occorre ricordare ad esempio la forte riduzione di voli intercontinentali diretti (da e per l`Italia) rispetto a un incremento drammatico dei flussi economici verso quelle destinazioni.

I “COMPITI A CASA” TRA 1960 E 2000

   Tra il 1960 e il 2000, l`Italia ha investito per dotarsi di un`adeguata infrastruttura per “ferro” e “gomma” che però ha un raggio di utilizzo economico che non supera (nella migliore delle ipotesi) i 1.000 chilometri.

   Fino agli anni Novanta questa infrastruttura copriva circa l`80 per cento del fabbisogno di traffico che era principalmente di prossimità (distanza massima Germania/Olanda). Da allora si è aperto un gap drammatico tra connessione diretta dell`Italia e i nuovi volumi di traffico, proprio perché ha prevalso la vecchia idea d`infrastrutture “pesanti” purtroppo a “corto raggio”, nella fase in cui invece stavano accelerando i processi di globalizzazione.

   A questo proposito è legittimo chiedersi se la caduta verticale della quota di mercato dell`Italia nel turismo mondiale degli ultimi dieci anni non sia anche legata alla minore quota di voli che hanno come origine/destinazione gli aeroporti italiani. Viceversa i recenti casi positivi di Brindisi e Trapani che hanno aperto collegamenti diretti con molte destinazioni europee, hanno registrato un forte accrescimento della quota di mercato turistica con effetti di moltiplicatore sul prodotto interno lordo (da 13 a 30 volte il costo del biglietto) quali l`accrescimento del valore delle aree e degli immobili.

   In sintesi, serve una discontinuità che è prima di tutto ideologica e culturale nella visione delle priorità infrastrutturali di un paese moderno. Occorre trovare soluzioni innovative per aumentare la rete di collegamenti internazionali e intercontinentali tramite rotte aeree, contemperando le logiche “sane” della libera concorrenza, con l`interesse collettivo e sociale di salvaguardare un bene collettivo come la rete di connessione dell`Italia con il resto del mondo.

UN`EUROPA UNITA SERVE ANCHE PER QUESTO

   In tal senso, una prima ipotesi progettuale potrebbe essere quella di mettere all`asta tra i grandi vettori europei un contratto di servizio per l`esercizio di un network caratterizzato da un certo numero di destinazioni intercontinentali/internazionali e da un certo numero di frequenze giornaliere e settimanali per ciascuna destinazione.

   In questo modo, lo stato si garantisce un sistema di connettività funzionale allo sviluppo economico e sociale del paese senza dover sottostare a mere valutazioni di natura microeconomica, rispettando nel contempo, attraverso l`asta, logiche concorrenziali ed assicurandosi maggiori livelli di efficienza. Questo passaggio rappresenterebbe un primo tentativo concreto di reindirizzare le politiche e gli investimenti da infrastrutture a “corto raggio” (ferro/gomma), verso infrastrutture leggere “di fatto e di costo”, con enormi benefici per la nostra competitività. (Franco Masera, Senior Advisor Kpmg)

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Intervista a Serge Latouche

L’ UTOPIA FRUGALE

di Marino Niola, da “la Repubblica” del 14/1/2012

   «Un certo modello di società dei consumi è finito. Ormai l’ unica via all’ abbondanza è la frugalità, perché permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povertà e infelicità». È la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’ Università di ParisSud, universalmente noto come il profeta della decrescita felice.

   Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti né a destra né a sinistra sarà a Napoli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Città Sociale) e protagonista del convegno internazionale “Pensare diversa-mente. Per un’ ecologia della civiltà planetaria” organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell’ Università Federico II.

   Il tour italiano dell’economista eretico coincide con l’uscita del suo nuovo libro Per un’ abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri). Un’ accesa requisitoria contro l’illusione dello sviluppo infinito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica.

Cos’ è l’abbondanza frugale? Detta così sembra un ossimoro.

«Parlo di “abbondanza” nel senso attribuito alla parola dal grande antropologo americano Marshall Sahlins nel suo libro Economia dell’età della pietra. Sahlins dimostra che l’unica società dell’abbondanza della storia umana è stata quella del paleolitico, perché allora gli uomini avevano pochi bisogni e potevano soddisfare tutte le loro necessità con solo due o tre ore di attività al giorno. Il resto del tempo era dedicato al gioco, alla festa, allo stare insieme».

Vuol dire che non è il consumo a fare l’ abbondanza?

«In realtà proprio perché è una società dei consumi la nostra non può essere una società di abbondanza. Per consumare si deve creare un’ insoddisfazione permanente. E la pubblicità serve proprio a renderci scontenti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. La sua mission è farci sentire perennemente frustrati. I grandi pubblicitari amano ripetere che una società felice non consuma. Io credo ci possano essere modelli diversi. Ad esempio io non sono per l’austerità ma per la solidarietà, questo è il mio concetto chiave. Che prevede anche controllo dei mercati e crescita del benessere».

Perché definisce Joseph Stiglitz un’anima bella?

«Stiglitz è rimasto alla concezione keynesiana che andava bene negli anni ‘ 30, ma che oggi, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, mi sembra impraticabile. Nel dopoguerra l’Occidente ha conosciuto un aumento del benessere senza precedenti, basato soprattutto sul petrolio a buon mercato. Ma già negli anni ’70 la crescita era ormai fittizia. Certo il Pil aumentava, ma grazie alla speculazione immobiliare e a quella finanziaria. Un’età dell’oro che non ritornerà più».

È il caso anche dell’ Italia?

“Certo, il boom economico italiano del dopoguerra si deve soprattutto a personaggi come Enrico Mattei che riuscì a dare al vostro paese il petrolio che non aveva. È stato un vero miracolo. E i miracoli non si ripetono”.

I sacrifici che i governi europei, compreso quello italiano, stanno chiedendo ai cittadini serviranno a qualcosa?

«Purtroppo i governi spesso sono incapaci di uscire dal vecchio software economico. E allora tentano a tutti i costi di prolungarne l’agonia, ma questo, lo sanno bene, non fa altro che creare deflazione e recessione, aggravando la situazione fino al momento in cui esploderà».

Lei definisce la società occidentale la più eteronoma della storia umana. Eppure comunemente si pensa che sia quella che garantisce il massimo di autonomia democratica. Chi decide per noi?

«Di fatto siamo tutti sottomessi alla mano invisibile del mercato. L’esempio della Grecia è emblematico: il popolo non ha il diritto di decidere il suo destino perché è il mercato finanziario a scegliere per lui. Più che autonoma, la nostra è una società individualista ed egoista, che non crea soggetti liberi ma consumatori coatti».

Qual è il ruolo del dono e della convivialità nella società della decrescita?

«L’ alternativa al paradigma della società dei consumi, basata sulla crescita illimitata, è una società conviviale, che non sia più sottomessa alla sola legge del mercato. Che distrugge alla radice il sentimento del legame sociale che è alla base di ogni società. Come ha dimostrato l’antropologo Marcel Mauss, all’origine della vita in comune c’è lo spirito del dono, la trilogia inscindibile del dare, ricevere, ricambiare. Dobbiamo dunque ricomporre i frammenti postmoderni della socialità usando come collante la gratuità, l’antiutilitarismo. In questo concordo con gli esponenti italiani dell’economia della felicità, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che si rifanno alla grande lezione dell’economia civile napoletana del Settecento di Antonio Genovesi».

Il capitalismo è l’ultimo pugile rimasto in piedi sul ring della storia?

«Non so se sia proprio l’ultimo pugile, perché non si sa mai in cosa è capace di trasformarsi, ci sono scenari ancora peggiori, come l’ eco-fascismo dei neoconservatori americani. Certo è che siamo ad una svolta della storia. Se un tempo si diceva “o socialismo o barbarie” oggi direi “o barbarie o decrescita”. Serve un progetto eco-socialista. È tempo che gli uomini di buona volontà si facciano obiettori di crescita».

Francis Fukuyama di recente ha riaffermato di ritenere che il modello liberal-capitalistico resti l’orizzonte unico della storia. Senza alternative. Cosa ne pensa?

«Che ha una bella faccia tosta. Prima si è sbagliato totalmente sulla fine della storia, e oggi ripropone la stessa solfa. La sua profezia è stata vanificata dalla tragedia dell’ 11 settembre che ha dimostrato che la storia non era per niente finita. Fukuyama chiama fine della storia quella che è semplicemente la fine del modello liberal capitalista».

A chi dice che l’abbondanza frugale è un’utopia lei risponde che è un’utopia concreta. Non è una contraddizione in termini? «No, perché per me l’utopia concreta non significa qualcosa di irrealizzabile, ma è il sogno di una realtà possibile. Di un nuovo contratto sociale. Abbondanza frugale in una società solidale. Sta a noi volerlo». – MARINO NIOLA


Filed under: Conservazioni, Le nostre proposte, Pianificazione e partecipazione
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FreeGIS Italia - Dom, 15/01/2012 - 13:52

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IL VENETO NEL CAOS TERRITORIALE: Superstrada Pedemontana senza obiettivo, Veneto City e Quadrante di Tessera di cui non si comprende l’utilità, centri commerciali che aprono e chiudono, trasporto pubblico quasi inesistente, sempre più aree di mezza montag

Geograficamente - Mer, 11/01/2012 - 11:57

VENETO NEL CAOS TERRITORIALE (nella mappa l’esempio dei nuovi insediamenti commerciali nell’area PADOVA-VENEZIA – al centro della mappa l’intervento previsto di VENETO CITY) – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

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VENETO – “Qui dove una volta il paesaggio era segnato dai campanili e oggi svettano ciminiere e capannoni. (…) Dal 2001 al 2006 sono state realizzate case per 788mila persone (la popolazione è aumentata di 248mila abitanti). Dal 2002 si sono costruiti 38 milioni di metri cubi di capannoni. In Veneto la superficie urbanizzata è aumentata del 324% rispetto al 1950. Ben oltre le necessità, come dimostrano migliaia di cartelli “vendesi” appesi a case nuove e mai abitate. (da “il fatto quotidiano” del 30/12/2011)

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TRASPORTO PUBLICO IN VENETO – dal rapporto della LEGAMBIENTE “PENDOLARIA 2011 – La situazione e gli scenari del trasporto ferroviario pendolare in Italia”:  Il 2011 verrà ricordato come l’anno dei tagli ai treni pendolari e dell’aumento dei biglietti, con punte di un treno cancellato ogni cinque in Veneto, un meno 13% nelle Marche, -12% in Liguria, -10% in Abruzzo e Campania. (dal rapporto Pendolaria 2011 di Legambiente, scaricabile online )

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   Il Veneto è ora, più che in passato, in un caos territoriale: un’urbanistica diffusa e confusa che anziché fermarsi si diffonde ancor di più (nonostante la crisi). Stanno nascendo centri commerciali a iosa, dappertutto, e i centri storici vedono negozi con serrande chiuse da anni.

   La Superstrada Pedemontana (nelle province di Vicenza e Treviso) che dovrebbe risolvere i problemi di traffico veicolare di una vasta area, appunto la pedemontana veneta, ora non si sa a cosa servirà effettivamente.

   La mezza montagna, tra la pianura disastrata di un “costruito” messo a caso e le località alpine “rinomate”, la mezza montagna dicevamo, è completamente abbandonata a se stessa, spopolata e con vegetazione selvaggia (rovi e robinie) senza alcun progetto presente e futuro.

   Un nuovo megaelettrodotto da 380 Kv segnerà trasversalmente il Veneto da Venezia nord (Scorzè) alla provincia di Treviso (Volpago): dimostrazione reale che l’energia si trasporta da lontano (con perdita della metà, con inquinamento elettromagnetico…) e non la si autoproduce in loco.

   Veneto City, tra Padova e Venezia, grande nuovo centro del commercio e degli affari,  colata di cemento per non si sa quali obiettivi e futuro possa avere. Il Comune di Venezia che approva un’altra cittadella commerciale (il Quadrante di Tessera) e non porta avanti la riconversione ad attività innovative e ambientalmente compatibili a Marghera…..

   Il Veneto, di fatto un’unica area metropolitana (almeno tra le province di Padova, Venezia e Treviso), che non ha un trasporto pubblico idoneo, capace di sostituire l’automobile privata (impensabile non poter disporre quotidianamente dell’auto nella gran parte dei territori veneti).

TOSCANA, non VENETO (foto: LE VERSEGGE DA MONTEPASCALI) «Si è data la priorità al guadagno, al fare presto e male anziché bene e più lentamente. Se la Toscana è la regione più bella, nonostante tutto, è perché qui si è ragionato nel corso dei secoli seguendo valori come la bellezza, la lentezza, l’idea che il paesaggio è anche l’anima di un popolo. La nostra sfida è aiutare chi ci governa a recuperare questi valori perduti» (intervista a SALVATORE SETTIS, dal sito “LA SENTINELLA DELLA MAREMMA”, http://www.marini.biz/articoli_img/stop_consumo_territorio.jpg )

   Emblematico il caso della “Superstrada Pedemontana Veneta”: striscia autostradale di 95 chilometri “est-ovest” nelle province di Treviso e Vicenza, che per ora un provvidenziale ricorso di un nostro amico (Patrizio Zen di Loria, da privato cittadino danneggiato dall’infrastruttura) ha momentaneamente messo in discussione (pur proseguendo i lavori della superstrada, nonostante la bocciatura): il TAR del Lazio ha di fatto negato la legittimazione alla “straordinarietà” nella realizzazione dell’opera, utilizzando la procedura dell’intervento urgente per eventi catastrofici naturali (sul tipo dei terremoti, come fatto dalla Regione già precedentemente con il Passante di Mestre); e inoltre il Tar ha negato la necessità dell’istituzione di un Commissario straordinario ad hoc).

   In ogni caso, nel proseguo della realizzazione della superstrada pedemontana (che è un’autentica autostrada, con 15 caselli, di tipo tradizionale…), nel proseguo della realizzazione (è molto probabile che un intervento governativo sblocchi la sentenza del Tar che abbiamo qui citato), non si capisce bene che funzione dovrà avere quest’opera: con pochissimi caselli (appunto, come detto, una quindicina, un’autostrada “chiusa” a ogni rapporto col traffico locale a breve percorrenza, che è quello largamente predominante…), con necessità di opere di adduzione per un totale di 53 chilometri (cioè altre nuove strade, svincoli, rotatorie, etc…) per raggiungerla, connetterla alla viabilità locale.

   Quando la si è voluta così (gli stessi comitati ora “contro” sono sempre stati favorevoli a un’asse viario di comunicazione nella pedemontana che funzionasse da variante all’intasata attuale arteria “Schiavonesca –Marosticana”, ma che fosse al servizio del territorio, flessibile alle varie esigenze viarie, strada aperta a ogni tipo di traffico), quando la si è voluta di tipo autostradale e rigida, di attraversamento, cioè di scarso utilizzo per il territorio, tutti hanno capito che non era la soluzione giusta per le tante piccole imprese (e i tanti che ci lavoravano) che si interconnettevano tra di loro nei processi di produzione artigianale (persone e furgoni che spostava merci). Questa esigenza trasportistica intensa quotidiana si è tra l’altro (purtroppo) spenta una quindici anni fa con il processo di delocalizzazione (globalizzazione) produttivo industriale e artigianale. Ora non si produce granché nella pedemontana veneta. Anche per questo è da rivedere, da ripensare, i modi e i processi di mobilità in tutta quest’area veneta abitata in modo diffuso, e con una necessità di razionalizzare gli insediamenti sparsi e confusi nei decenni stanziatisi lungo le vecchie arterie viarie.

   Un convegno tenutosi a Montebelluna nell’aprile scorso (nell’ambito delle manifestazione “Festival Città Impresa”, iniziativa indetta in tutto il Veneto da istituti di credito e associazioni del lavoro) si è detto che la superstrada pedemontana che si va ad iniziare (95 chilometri di duro sacrificio territoriale), forse servirà a portare del turismo nelle aree pedemontane trevigiane e vicentine. Cioè finito l’obiettivo di servire il trasporto delle merci (che qui non si producono più) c’è da prospettare che l’opera potrà essere utile a un’incentivazione del turismo. Turismo pendolare, domenicale, che ha la necessità di “velocità” (si parte al mattino, di torna alla sera) e avere a disposizione un strada veloce “aiuta” questo turismo “mordi e fuggi” (testuali considerazioni di quel convegno!). Solo per dire, con l’esempio della Superstrada Pedemontana, della scelleratezza dell’attuale aggressione territoriale in Veneto.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (in rosso il tracciato) - (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

Potremmo continuare (con Veneto City, il Quadrante di Tessera, gli innumerevoli centri commerciali…) a descrivere lo stato confuso e senza alcuna effettiva programmazione che il Veneto, ora come in passato, sta vivendo (lo facciamo con alcuni articoli che seguono in questo post).

   Va pure detto che se (ammesso e non concesso) la dissipazione del territorio poteva essere, nei decenni passati, data da uno sviluppo economico assai elevato (il boom economico veneto degli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso…), e la miriade di zone industriali senza programmazione, e l’edilizia diffusa dei paesotti-periferie (edilizia lungo le strade), tutto questo veniva in qualche modo giustificato con un benessere economico assai cresciuto (occupazione, ricchezza…)…  ora l’urbanistica aggressiva dei centri commerciali ed edilizi, delle “nuove città” del terziario, della finanza e del commercio inventate nelle sempre meno aree di campagna, i “divertimentifici domenicali” fatti per accogliere gente, consumatori, in poche ore… tutto questo neanche provoca “benessere”: è solamente un business di gruppi privati, con qualche onere di urbanizzazione e ricchezza pagata a duro prezzo territoriale che possono usufruire i comuni che incentivano queste megaopere nei loro territori di competenza, giustificando che qualcosa arriverà alle sempre più vuote casse comunali, e qualche posto di lavoro potrà esserci per figli di famiglie del posto…. (e due comunetti come Dolo e Pianiga, in tutti e due con una popolazione totale sotto i 30.000 abitanti, approvando “Veneto City”, influenzano tutto il futuro sviluppo, non sviluppo, del Veneto…)

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    Pertanto aggressione territoriale su quel che resta, e pure senza neanche sviluppo economico. Il Veneto che così si limita a pensare di vivere di turismo (Venezia, le località adriatiche, la montagna già meno… il Veneto che resta: un popolo di camerieri al mare e in montagna?). Manco a parlare di rinnovamento e progetto di una nuova agricoltura (se non per abusati ed esausti territori a produzione intensiva, come l’area del prosecco delle colline trevigiane tra Valdobbiadene e Conegliano); ancor meno di produzioni artigiane locali magari di nicchia ma con alto valore qualitativo, produttivo e lavorativo di persone (gli studi di ricerca industriale non esistono quasi più, perché non ci sono i soldi…).

   Veneto in ginocchio e che (sopra)vive perché ha un humus di ricchezze accumulate (per chi ne può fruire); e con un “attacco al territorio” dove resta ancora un bene natura, campagna (esistono luoghi, come Villorba, in provincia di Treviso, dove a poche centinaia di metri di distanza, centri commerciali si son fatti la “guerra”, un’accanita concorrenza, fin che uno ha dovuto chiudere, lasciando desolatamente abbandonati centinaia di migliaia di metri cubi di cemento…).

   Noi crediamo che la “risorsa ambiente” si possa ancora mettere in gioco in Veneto parsimoniosamente e con recuperi, ripristini ambientali virtuosi:

- razionalizzare la pianura con “green belt”, cinture boschive tra paese e paese;

- eliminare zone industriali in sovrappiù o magari recuperarle a nuove attività (tempo fa in questo blog sostenevamo la produzione energetica di cippato (cioè legno triturato ad uso di combustibile) proveniente dall’utilizzo agricolo dato dalla creazione di boschi planiziali;

- ritornare a fare agricoltura e allevamento nella aree di montagna e mezza montagna, oramai attività lì desuete, con progetti nuovi di agricoltura pulita e con il rispetto della vita animale;

- pensare ai luoghi rivieraschi non solo come turismo ma anche come attività legate al recupero ambientale, alla pesca e alle produzioni ortofrutticole;

- incentivare in ogni area presidi di controllo territoriale, idrogeologico, come sta in modo interessante avvenendo nel Canale di Brenta tra il Bassanese-vicentino e la provincia di Trento (http://www.osservatorio-canaledibrenta.it/ ;

- sviluppare la ricerca su attività innovative artigianali, magari date dalla tradizione veneta industriale dei decenni passati: il tessile della pedemontana, l’occhialeria del Cadore, la calzatura della Riviera del Brenta, le scarpe sportive del Montebellunese, la lavorazione del legno e l’arredamento della Sinistra Piave e di tante altre parti del Veneto, le nanotecnologie della parte orientale della regione, i prodotti di serra che potrebbero interessare il Polesine (al posto di centrali a carbone…).

   Insomma il Veneto che confusamente va ad aggredire quel che resta del suo territorio già pesantemente sfruttato nei decenni scorsi, è un Veneto senza futuro: destinato a consolidare quel declino che sta vivendo da vent’anni. Vorremmo una nuova attenzione e sensibilità al territorio, con una messa in gioco di ogni attività e creatività ecocompatibile cui i veneti sono (erano) capaci. (sm)

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PEDEMONTANA-CHOC: IL TAR ACCOGLIE UN RICORSO E BLOCCA TUTTO

- «Illegittimo lo stato d’emergenza dichiarato dal governo, da annullare gli atti di Vernizzi». Compreso il progetto definitivo. Accolto il ricorso presentato da Loria -

di Giorgio Barbieri, da “la Tribuna di Treviso” del 30/12/2011

TREVISO. Il Tar del Lazio ferma la Pedemontana Veneta accogliendo il ricorso di un trevigiano di Loria. E fioccano le reazioni. Per la Cna di Treviso si tratta “di un’opera strategica che deve essere realizzata in tempi brevi”. Analoga posizione è stata espressa dalla Filca-Cisl. “Accogliamo con forte preoccupazione la notizia del blocco, da parte del Tar del Lazio, della Pedemontana Veneta: per l’edilizia trevigiana è davvero una brutta notizia”, afferma il segretario Francesco Orrù. Esultano invece i radicali. “La sentenza – afferma Elisabetta Zamparutti, deputato e membro della commissione Ambiente e Infrastrutture – ha un’importanza fondamentale per un Paese in cui l’espansione del ricorso alla decretazione d’urgenza ha inferto un colpo gravissimo allo stato di diritto”.

   I giudici amministrativi, con sentenza depositata il 24 dicembre, hanno infatti dichiarato illegittima la dichiarazione dello stato di emergenza nel settore del traffico e della mobilità nel territorio dei comuni di Treviso e Vicenza, firmata dal premier Silvio Berlusconi il 31 luglio 2009, e la successiva ordinanza del 15 agosto con le disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare l’emergenza. Per questo vengono invalidate «non soltanto le proroghe successivamente disposte con riferimento alla delega di poteri nei confronti dell’organismo commissariale, ma anche le determinazioni assunte dal commissario delegato» (Silvano Vernizzi), tra queste il progetto definitivo firmato il 20 settembre scorso. Il Tar del Lazio ha infine condannato la presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Veneto e la Superstrada Pedemontana Veneta srl al pagamento delle spese di lite, 4.000 euro.

   Una cifra ridicola se paragonata a 2.391 milioni di euro, ossia il costo per la realizzazione in project financing dell’infrastruttura che, secondo il progetto definitivo, dovrà collegare Montecchio Maggiore a Spresiano, passando per il distretto industriale di Thiene-Schio, Bassano e a nord di Treviso, incrociando 3 autostrade (l’A4, l’A31 e l’A27). Una lingua d’asfalto lunga 94 chilometri circa, unica superstrada a pedaggio in Italia, inaugurata il 10 novembre scorso a Romano d’Ezzelino con la posa della prima pietra da parte del governatore Luca Zaia.

   Ma è un residente di Loria, paese tra le province di Treviso e Vicenza, a mettere i bastoni tra le ruote al megaprogetto. Assistito dal professor Luigi Garofalo e dall’avvocato Ludovica Bernardi, il 17 novembre 2010 ha presentato ricorso al Tar del Lazio per l’annullamento del decreto «di approvazione del progetto definitivo della superstrada a pedaggio Pedemontana Veneta e dei relativi elaborati del progetto». L’uomo, proprietario a Loria di un terreno sul quale aveva realizzato un fabbricato ad uso residenziale, sosteneva che il tracciato della superstrada, così come da progetto definitivo, si sarebbe posizionato a brevissima distanza dalla sua abitazione.

   Punto cardine del ricorso è la contestazione della dichiarazione dello stato emergenziale, che ha permesso al commissario delegato Vernizzi di approvare il progetto definitivo al posto del Cipe. E i giudici del Tar, su questo aspetto, danno giudizi molto chiari: «Negli ultimi anni la decretazione d’urgenza ha indotto un’evidente espansione del concetto stesso di “straordinarietà” dell’intervento (in molti casi atteggiantesi quale “ordinaria” modalità di attuazione dell’azione pubblica), va invece rimarcato come la necessità di riaffermazione dell’ordinario quadro normativo ordinamentale imponga di ricondurre l’impiego di tale strumento in un ambito di effettiva, quanto comprovabile, eccezionalità: sì da scongiurare la praticabilità di surrettizie scorciatoie esclusivamente preordinate a garantire l’inosservanza della legge, laddove quest’ultima venga “sterilizzata” dalla consentita derogabilità alle disposizioni di rango primario. Se, a tale riguardo, non può esimersi il Collegio dal formulare l’auspicio che la competente Pubblica Autorità promani un forte segnale di discontinuità quanto all’uso intensivo – quanto, frequentemente, inappropriato – della decretazione d’urgenza».

   Dunque, secondo il Tar, il ricorso contro la Pedemontana impone di ribadire l’inadeguatezza motivazionale del decreto presidenziale del 31 agosto 2009, e del successivo affidamento in concessione della progettazione, realizzazione e gestione della Pedemontana.

   I giudici amministrativi sostengono anche che «deve affermarsi che la possibilità di deroga alla legislazione vigente si atteggia quale misura estrema, pur nell’ambito di una situazione intrinsecamente emergenziale: con la conseguenza che, affinché l’eccezionale potere di deroga possa considerarsi esercitato nell’ambito dei suddetti limiti, è imprescindibile che l’autorità amministrativa si faccia carico ex ante di individuare le principali norme che, applicabili in via ordinaria, pregiudicherebbero invece l’attuazione degli interventi di emergenza».

   Per questi motivi il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha giudicato illegittimo il decreto sullo stato di emergenza del 2009 firmato da Berlusconi, l’ordinanza sulle disposizioni di protezione civile, invalidando così anche le determinazioni assunte dal commissario delegato. (Giorgio Barbieri)

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Accortisi di una non funzionalità a risolvere il traffico del territorio pedemontano, e non essendoci più la rete di laboratori produttivi artigianali (con il trasferimento all’estero), il TURISMO viene invocato come nuova possibile mission della superstrada pedemontana veneta… (sm)

PEDEMONTANA VENETA. FINOZZI: “IMPORTANTE FARE RETE, LA SUPERSTRADA FAVORIRA’ IL TURISMO”

da http://www.thieneonline.it/ del 13/11/2011

   “Verso la Pedemontana Veneta. Nuova area turistica Regionale” è il tema di un confronto a tutto campo tra gli operatori e gli esponenti del turismo dell’area interessata, che si è tenuto ad Asolo (Treviso) (il 12/11/2011, ndr). Ai lavori è intervenuto l’assessore regionale alle politiche dell’ospitalità, Marino Finozzi. Finozzi ha evidenziato che “Verso la Pedemontana Veneta” è uno dei tre progetti di eccellenza del turismo del Veneto, cofinanziati con fondi statali per dieci milioni di euro complessivi.

   Il progetto intende coinvolgere tutte le realtà esistenti per sviluppare forme di visitazione di questo territorio che trasformino il ‘turismo minore’ in turismo ad alto valore aggiunto. E’ fondamentale in questo senso – ha detto l’assessore – fare rete e impegnarsi in una strategia comune, soprattutto con le amministrazioni locali.   La Regione ha assunto un ruolo di regia e di coordinamento per promuovere le tante ricchezze già presenti in questo territorio. L’area di riferimento comprende 137 Comuni delle province di Verona, Vicenza e Treviso.
E’ un’area che può proporre valenze paesaggistiche, storico – culturali, agroalimentari e produttive di rilievo assoluto. Nella zona interessata, dal Veronese al Trevigiano, sono disseminate centinaia di Ville Venete, produzioni vinicole di primo piano, prodotti Dop e Igp, industrie che fanno di questa fascia una delle zone più produttive d’Italia. Ma sono previsti anche itinerari letterari sulle orme di grandi personalità venete della letteratura, oltre a percorsi accessibili ai diversamente abili e iniziative rivolte ai bambini.
Anche il recente avvio dei lavori della Superstrada Pedemontana Veneta contribuirà a creare per questo territorio nuove opportunità sul piano turistico. “E’ ovvio – ha detto l’assessore – che l’opera avrà un impatto sul territorio ma in positivo favorirà il collegamento tra le tre province venete con una maggiore percorribilità. Il progetto turistico, dal canto suo – ha concluso Finozzi – servirà anche al prolungamento della stagionalità. Le statistiche mostrano infatti che i flussi turistici sono oggi concentrati soprattutto nel periodo estivo. Con la realizzazione di questa progettualità per la Pedemontana Veneta si punta ad incrementarli, con una stagionalità più ampia, del 30% in tre anni”.

il percorso della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, con segnate le località dei 15 caselli previsti (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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Zaia ci mette la firma

OK A VENETO CITY, CENTRO COMMERCIALE DA 715MILA METRI QUADRATI

da “il Fatto Quotidiano” del 30/12/2011

- Il governatore della Regione Veneto dà il via libera al contestato progetto: 11mila firme contro, manifestazioni e picchetti non sono serviti. Grande come 105 campi da calcio, avrà torri alte fino a 80 metri e porterà fino a 40mila persone al giorno in un’area con circa 30mila abitanti -

   Zaia ha firmato. Il Governatore “contadino” ha dato il via libera definitivo a Veneto City, contestatissimo progetto che si mangerà centinaia di ettari di campagna veneta. Chissà, forse Zaia sperava che, firmando tra Natale e Capodanno, la sua scelta passasse inosservata. Così come aveva fatto nei mesi scorsi, sostenendo che la Regione in questa vicenda aveva un ruolo “notarile”, rispetto alle scelte dei comuni. Un’affermazione che da qualcuno è stata definita “alla Ponzio Pilato”, perché il Governatore poteva dire la sua su Veneto City.
Ma la Lega ha sostenuto con ogni mezzo il progetto. A cominciare dal sindaco di Dolo, Maddalena Gottardo, che in consiglio comunale è sbottata: “Per quelli di sotto ci vorrebbe l’olio di ricino”. Una battuta che pare venire dal profondo e rivela l’animo della Lega di oggi: che cerca di reinventarsi come partito di lotta vicino al popolo e al territorio, ma resta salda sulla poltrona e approva a marce forzate contestatissimi progetti. Un partito che non ama i dissensi. Perché i destinatari dell’olio di ricino sono migliaia di veneti che le hanno tentate tutte per bloccare il progetto di Veneto City. Niente anti-politica, anzi, il contrario: un esempio di dissenso acceso, ma democratico e fantasioso. Sempre nelle regole: 11mila firme raccolte, ricorsi in ogni sede, partecipazione al consiglio comunale, manifestazioni sotto il Comune al suono delle vuvuzelas.
Parliamo di un mega centro commerciale-direzionale che occuperà 715mila metri quadrati – l’equivalente di 105 campi di calcio – con un volumetria di 2 milioni di metri cubi. È dal 2008 che tra Venezia e Padova i comitati si battono contro Veneto City. Ma nelle ultime settimane la battaglia è diventata serrata, perché il destino della campagna veneta si gioca in queste ore. Per cambiare definitivamente il paesaggio di Dolo bastavano tre firme: quelle dei Comuni di Dolo (Lega) e Pianiga (Pdl) e quella del Governatore Luca Zaia (Lega). Sono tutte arrivate entro la scadenza del 31 dicembre.
I comitati non hanno una tessera politica. In tanti contavano sul fatto che Zaia e i leghisti in campagna elettorale avevano professato attaccamento al Veneto, alle sue tradizioni, alla terra. Ma quando si è arrivati ai fatti, ecco l’amara sorpresa. Raccontano Adone Doni e Mattia Donadel, portavoci del Cat (Comitati Ambiente e Territorio): “La maggioranza del Comune di Dolo ha convocato sedute straordinarie a raffica, perfino la Vigilia e il giorno di Natale, per votare prima del 31”. E i comitati hanno “assediato” il Comune. Hanno cercato di entrare in consiglio. Ma il 20 dicembre il sindaco emette un’ordinanza: “Visto che nelle ultime sedute si è verificata una massiccia affluenza di pubblico e manifestanti presso la sala consiliare… si ordina di chiudere al pubblico gli uffici comunali”. Racconta Doni: “Sono rimasti solo 40 posti, ma quando abbiamo provato a entrare li abbiamo trovati già occupati da militanti leghisti”. Così sono partiti esposti al Prefetto e alla Procura.
Alla fine il sindaco leghista ha firmato (come quello di Pianiga). Per la gioia dei sostenitori di Veneto City. Ma di che cosa si tratta esattamente? Nei documenti ufficiali si parla di un polo destinato a riunire “i servizi per l’impresa, l’università e il commercio”. Tutto e niente. Le stime parlano di 30-40mila visitatori al giorno e 70mila veicoli. Il progetto prevede torri di 80 metri. E già l’aspetto urbanistico ha attirato critiche, come quelle del prestigioso Giornale dell’Architettura: si parla di “esiti paradossali”, si ricorda “un’affermazione di Zaia alla Ponzio Pilato che «le variazioni urbanistiche passano in Regione a livello notarile se hanno l’ok dei consigli comunali e della Provincia»”, si sottolinea “la necessità di rifondare il rapporto tra uomo e natura nel Veneto”.

   Ma il Giornale dell’Architettura rammenta anche che “l’ultimo passo è stato demandato ai sindaci di due comuni che sommano circa 30.000 abitanti, di fronte a un intervento attorno al quale gravita tutto il Veneto. Le 11.000 firme raccolte dai comitati non hanno inciso sull’iter”. La Difesa del Popolo, giornale della diocesi di Padova, ha dedicato al progetto un’allarmata copertina: “In Riviera la città di cemento a(r)mato”, dove si ricorda che anche “le associazioni di commercianti e agricoltori sono contrarie… ma tutto procede”.
Per capire davvero il progetto bisogna guardare a quello che ci sta dietro. Veneto City ha tanti santi in paradiso, raccoglie i signori dell’impresa del Nord-Est: da Stefanel (attraverso la Finpiave) a imprenditori che amavano definirsi “progressisti” come Benetton (ma ultimamente si sono lanciati in operazioni contestate come Capo Malfatano in Sardegna). Fino alla Mantovani che ha il ‘monopolio’ delle grandi opere in Veneto.
E la politica? Il centrodestra di Giancarlo Galan, che in questi ambienti ha tanti amici, ha sostenuto l’opera. Il centrosinistra all’inizio sembrava, tanto per cambiare, confuso: “Veneto City deve essere un’opportunità, non un pericolo”, disse Antonio Gaspari, allora sindaco di Dolo (Margherita). Davide Zoggia (Pd), all’epoca presidente della Provincia di Venezia, in pubblico diceva: “Veneto City potrebbe essere costruita altrove”. Ma in una lettera riservata definiva il progetto “di sicuro interesse per l’assetto e lo sviluppo economico di Venezia”. Oggi il Pd, all’opposizione, si dichiara contrario. Più netta la posizione di Rifondazione e dell’Idv: “Basta con il consumo del territorio, Veneto City è un’idea delirante”, tagliò corto Paolo Cacciari, ex deputato di Rifondazione.
Per valutare l’impatto di Veneto City bisogna venire qui. Muoversi tra Fiesso d’Artico, Dolo e Mira: “Mi ci perdo anch’io che ci abito da una vita”, racconta Vittorio Pampagnin (ex sindaco di Fiesso, con un passato nel centrosinistra), mentre con l’auto vaga tra bretelle e tangenziali che hanno strozzato interi paesi.

   Siamo nella Riviera del Brenta, la terra dove Tiziano attingeva i colori per i suoi quadri. Nella campagna veneta cara ad Andrea Zanzotto. Qui dove una volta il paesaggio era segnato dai campanili e oggi svettano ciminiere e capannoni. L’era Galan ha lasciato un’eredità pesante: dal 2001 al 2006 sono state realizzate case per 788mila persone (la popolazione è aumentata di 248mila abitanti). Nel 2002 si sono costruiti 38 milioni di metri cubi di capannoni. In Veneto la superficie urbanizzata è aumentata del 324% rispetto al 1950. Ben oltre le necessità, come dimostrano migliaia di cartelli “vendesi” appesi a case nuove e mai abitate.
Adesso arriva Veneto City. L’ultima parola spettava a Zaia (che ha preferito non parlare con il Fatto), quello che amava definirsi il governatore “contadino”. Ma che oggi ha chiarito definitivamente da che parte sta.

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SÌ DI ZAIA A VENETO CITY, SI PREPARANO LE RUSPE

da “la Nuova Venezia” del 30/12/2011

- Il presidente della Regione ha firmato questa mattina l’accordo di programma per la realizzazione del mega polo immobiliare tra Dolo e Pianiga. Ora possono partire i lavori -

DOLO – Si è concluso con la firma del presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, il complesso iter che ha portato a rendere esecutivo l’accordo di programma tra Regione Veneto, Provincia di Venezia, Comuni di Dolo e di Pianiga, e Società «Veneto City» per l’attivazione di un polo terziario che localizza centri direzionali e strutture centrali di grandi imprese.

   La Regione può attuare Accordi di Programma ai sensi dell’articolo 32 della legge regionale 29 novembre 2001, e, più specificatamente, per l’attuazione organica e coordinata di piani e progetti che richiedono per la loro realizzazione l’esercizio congiunto di competenze regionali e di altre amministrazioni pubbliche, anche statali ed eventualmente di soggetti privati.

   Il polo del terziario sorgerà tra Dolo e Pianiga, su un’area di 715 mila metri quadrati. Un mega intervento immobiliare molto contestato e criticato e contro il quale i comitati cittadini hanno già presentato ricorso al Tar. Nelle ultime settimane, con le approvazioni degli accordi nei consigli comunali di Dolo e Pianiga, molte sono state le manifestazioni dei contestatori. Con la firma di Zaia le ruspe della società cominciano a scaldare i motori. I primi cantieri potrebbero vedersi già entro la fine del 2012.

   ”E’ con soddisfazione – commenta l’ad di Veneto City spa, Rinaldo Panzarini – che accogliamo la notizia della firma apposta oggi dal governatore Zaia all’accordo di programma per la realizzazione del futuro polo del terziario in Veneto: il sigillo ad un iter progettuale, burocratico e amministrativo che ci vede impegnati fin dal lontano 2003”. Per Panzarini ”si tratta di un traguardo molto importante raggiunto grazie al costruttivo confronto con gli enti pubblici territoriali coinvolti, che hanno saputo con lungimiranza credere in questo progetto, nella sua concretezza, nel suo sviluppo e nelle sue potenzialita”’. Questo, sottolinea il manager, anche in considerazione ”del peso della crisi, non solo occupazionale, che attanaglia anche la nostra regione”.

   ”Questo accordo di programma – afferma Panzarini – ha subito troppi attacchi, molti assolutamente strumentali: dimostreremo nei fatti la qualità della nostra proposta, gli aspetti innovativi, la sostenibilità ambientale e paesaggistica, la salvaguardia del territorio che sarà messo in sicurezza idraulica, la razionalizzazione della mobilità pubblica e privata, la riqualificazione dei centri storici, creando vere opportunità lavorative per la Riviera e non solo”. Panzarini rende noto che la società passerà ”immediatamente alla fase progettuale, che ci vede impegnati – conclude – a presentare in tempi rapidi il piano urbanistico attuativo”.

VENETO CITY, l'area che subirà l'insediamento (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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VENEZIA E IL QUADRANTE DI TESSERA (con due video dell’Ecoistituto Alex Langer di Mestre)

QUADRANTE DI TESSERA. LO SHOPPING VILLAGE E LA CITTÀ

da :http://www.terranews.it/.

   Nei pressi dell’aeroporto Marco Polo di Venezia, in un’area di circa 200 ettari di terreni agricoli, due società immobiliari private hanno tirato quattro linee con il righello sulla cartina geografica e ne è scaturita una delle più grandi urbanizzazioni che il Veneto ricordi.
Alcuni hanno paragonato, per estensione, questo intervento immobiliare, al polo industriale di Porto Marghera. Le similitudini però finiscono lì. A Tessera non si prevede infatti l’insediamento di attività industriali ma nemmeno manifatturiere o del terziario avanzato, bensì alcuni classici esempi del paesaggio metropolitano padano: centri commerciali, fitness center, alberghi, edifici con scrivanie vuote ed i cartelli “affittasi” appesi alle finestre e un mare di asfalto abbellito da quattro alberi rachitici che fungerà da parcheggio per 27 mila veicoli.
Inoltre, a differenza di Porto Marghera che portò almeno un sacco di lavoro, “Tessera city” potrebbe sì generare alcuni posti di lavoro in loco (per lo più commessi, camerieri e posteggiatori) ma causare altrove disoccupazione e chiusura di aziende. Il motivo è semplice: Venezia ha raggiunto livelli ineguagliabili di saturazione nella grande distribuzione e nella ricettività alberghiera. Se si aggiunge a questo la crisi finanziaria mondiale, il boom di bed & breakfast spesso abusivi nel centro storico e il trend demografico a saldo zero il quadro è completo.

DUE VIDEO DELL’ECOISTITUTO ALEX LANGER DI MESTRE:

- http://www.youtube.com/watch?v=VvJTsnE5De4

- http://www.youtube.com/watch?v=0PGTrI9ZtSA&feature=youtu.be

QUADRANTE DI TESSERA – i quadratini in giallo segnano gli AMBITI TERRITORIALI del progetto “Quadrante di tessera” – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

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VENETO: A BARCON DI VEDELAGO (TREVISO) UN’INTERA CAMPAGNA DI 90 ETTARI SACRIFICATA AI CAPANNONI

da http://www.stopalconsumoditerritorio.it/ del 25/8/2011

   La giunta comunale di Vedelago con delibera del 19 maggio 2010, ma pubblicata solo il 7 marzo 2011, ha deciso di dare mandato al sindaco di avviare un accordo di programma con dei privati che prevede la trasformazione di circa 90 ettari di zona agricola (ben 180 campi trevigiani) in zona agro-industriale e commerciale per permettere l’ampliamento della ditta Colomberotto che si occupa di allevamento e macellazione di bovini, l’insediamento di una nuova cartiera della ditta Roto-Cart S.p.a di Piombino Dese (PD) e la costruzione di un centro di distribuzione delle produzioni agroalimentari.

   Il progetto è stato furbescamente venduto ai cittadini dal sindaco di Vedelago (che lo vuole addirittura far dichiarare “di interesse pubblico”) come un affare per il suo comune perché porterebbe occupazione ed una nuova rete viaria.
L’accordo prevede un nuovo casello della Pedemontana ed una nuova rete viaria, uno stabilimento per la macellazione di bovini; un insediamento di un’attività industriale per la produzione di carta e prodotti di consumo derivati. (da sottolineare che l’attività di macellazione e di produzione di carta viene considerata come una industria insalubre di prima classe), uno stabilimento per la produzione di latte in polvere destinato all’alimentazione del bestiame; uno stabilimento adibito a centro di raccolta per la lavorazione dei cereali destinati all’alimentazione animale; un edificio adibito a centro di ricerca e sviluppo munito di un apposito laboratorio e un centro distribuzione prodotti agroalimentari
Tutti gli stabilimenti, al fine di limitare l’impatto visivo dovuto ad altezze molto elevate, verranno realizzati a diversi metri sotto il piano campagna, con uno scavo ipotetico di alcuni milioni di metri cubi di ghiaia.

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ELETTRODOTTO VENEZIA NORD-VOLPAGO (TREVISO)
DA GENNAIO RIPRENDE LA MOBILITAZIONE

da “la Nuova Venezia” del 19/12/2011

SCORZE’ – L’anno 2012 sarà decisivo per la mobilitazione dei comitati contro l’elettrodotto da 380 mila volt che Terna costruirà tra Venezia e Volpago (nel trevigiano, ndr). Le ultime settimane sono state molto calde sulla questione, dopo che i vertici della società romana sono saliti sino in Veneto per spiegare ai comuni interessati, compresi Scorzè e Martellago, quale sarà il tracciato e come saranno dismesse le vecchie linee.

   Scorzè vuole l’interramento, che Terna non vuole, mentre Martellago chiede di diminuire l’impatto ambientale. In settimana, inoltre, i comuni veneziani e trevigiani attraversati dall’opera, hanno delegato la Regione a seguire la vicenda, mossa che a Terna non è piaciuta. Insomma, la questione è più che mai calda e i comitati non staranno fermi.

   Al contrario. «E’ Terna – spiega Vittorio Pellizzato di Cappella Vive – che doveva mettere in sicurezza le case sotto le linee. Da parte nostra continueremo a invitare i sindaci a valutare il progetto con il criterio della salvaguardia del territorio e dei cittadini, procedendo con la richiesta di interrare i cavi dell’elettrodotto lungo le autostrade A27 e A28».

   Di seguito Pellizzato parla della Regione, che per i sindaci sarà l’unico soggetto a portare avanti la questione elettrodotto con Terna. «Credo che la Regione – continua il portavoce del comitato – si comporterà come sempre ha fatto finora. Non credo che si limiterà unicamente a dare il suo parere al solo ambito tecnico di Valutazione d’impatto ambientale, come sembra che Terna abbia già deciso. Da parte nostra con gennaio riprenderemo a incontrare i cittadini in assemblea per informarli sulle azioni da intraprendere». (Alessandro Ragazzo)

(CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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TRENI, IL VENETO “NEMICO DEI PENDOLARI”. LEGAMBIENTE: “PIÙ FATTI”

Da http://www.padovaoggi.it/ del 20/12/2011
- Disastroso il bilancio annuale del trasporto ferroviario in VenetoLegambiente: “Più investimenti” – Secondo una ricerca di Legambiente, la Regione è all’ultimo posto nell’investimento sulle infrastrutture e per le ferrovie andrà ancora peggio: meno treni, più ritardi e più disagi. L’associazione chiede maggiori finanziamenti -

DENUNCIA LEGAMBIENTE. Secondo Legambiente il 2011 verrà ricordato dai pendolari come un anno terribile: aumento dei prezzi, treni sempre in ritardo, spesso sporchi, e in quantità sempre minore, quindi stracolmi.
INVESTIMENTI. Stando alle stime dell’associazione, la Regione è all’ultimo posto negli investimenti sulle infrastrutture, specialmente quelle ferroviarie che toccano solo il 7% della spesa totale: il restante 90% è indirizzato al trasporto su strada, ad oggi, però, fortemente penalizzato a causa degli aumenti del carburante.
ESEMPI. I dati riportano di una situazione al limite del vivibile per i pendolari che quest’anno, oltre al danno della maggiorazione dei prezzi, hanno subito la beffa di convogli dimezzati e di biglietterie cancellate (come quelle di Cittadella e Camposampiero). Basti pensare alla trafficatissima tratta Treviso-Padova: dalle 7 alle 10 di mattina sono solo due i treni a disposizione. Oppure alla tratta Montebelluna-Padova dove i treni sono spesso costretti a fermarsi in quanto sovraffollati.
Treni, il Veneto “nemico dei pendolari”. Legambiente: “Più fatti”
RICHIESTE. Legambiente chiede a gran voce al presidente del Veneto Zaia, e all’assessore alla mobilità Chisso, “più fatti”: quindi degli interventi urgenti per migliorare questa situazione, destinata a peggiorare con i tagli della finanziaria-Monti, e offrire anche a chi utilizza i treni un servizio adeguato

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LA BRUTTA SITUAZIONE DEI TRENI LOCALI ITALIANI

da http://qualenergia.it/ del 19/12/2011

- Si tagliano i treni per i pendolari, nonostante la domanda resti alta. Gli investimenti pubblici in infrastrutture vanno quasi tutti in strade ed autostrade e ci ritroviamo con meno treni e di qualità peggiore rispetto al resto d’Europa – Il rapporto “Pendolaria 2011” di Legambiente -

   Si tagliano i treni per i pendolari, nonostante la domanda resti alta. Meno 20% di treni in Veneto, meno 13% nelle Marche, meno 12% in Liguria, meno 10% in Abruzzo e Campania mentre gli utenti dei treni locali negli ultimi due anni sono cresciuti del 7,8%, raggiungendo quota 2 milioni e 830 mila. E la fotografia del trasporto ferroviario locale resa dal dossier “Pendolaria 2011”, pubblicato oggi da Legambiente (e scaricabile qui).

   Il problema sono i soldi: mancano ancora 400 milioni di euro per chiudere i bilanci 2011 e oltre 200 milioni per il 2012 se si vogliono garantire almeno i treni in circolazione. Per il 2013 si prevede di intervenire con un contributo sull’accisa, che però è ancora tutta da chiarire. Intanto aumentano i prezzi dei biglietti: +23,4% in Lombardia, + 25% in Abruzzo, + 20% in Liguria, tanto per citare i più eclatanti.

   Ma, fa notare Legambiente, se il trasporto su ferro continua a subire tagli e riduzioni quello su gomma continua a beneficiare di finanziamenti, sconti e detrazioni. Sull’autotrasporto, dal 2000 ad oggi, sono piovuti 4 miliardi e 400 milioni di Euro. Col governo Monti e il ministro Passera la situazione non cambia e si recupera un miliardo di euro all’anno per l’autotrasporto per rimborsare l’accisa sui carburanti, che sarà dunque pagata da tutti gli automobilisti.

   In tema di investimenti e infrastrutture sottolinea il dossier da oltre dieci anni gli investimenti statali premiano la strada a danno della ferrovia: il 72,1% in questi ultimi dieci anni è andato in strade e autostrade. Ben poca cosa è stato il finanziamento per le reti metropolitane (appena il 15,4% degli stanziamenti per opere infrastrutturali), mentre la situazione più drammatica rimane quella delle ferrovie, con il solo 12,5% degli investimenti totali. In termini assoluti le infrastrutture stradali sfiorano quindi i 60 miliardi di euro, contro i 12,7 ed i 10 di metropolitane e ferrovie.

   Simile la situazione a livello regionale – denuncia Legambiente – con il 61% degli investimenti in infrastrutture delle Regioni andati alle strade. Se in Sicilia si arriva al 99% delle risorse ai cantieri stradali, eccezioni positive sono la Provincia di Bolzano, la Regione Emilia Romagna e la Puglia, che hanno trovato nei propri bilanci risorse per avere più treni in circolazione e per l’acquisto di nuove carrozze, recuperando in parte i tagli del Governo. La palma della Regione “nemica dei pendolari” va al Veneto che nel 2011 ha investito risorse pari allo 0,05% del proprio bilancio e ha tagliato il 20% dei treni.

   A completare il quadro negativo della situazione italiana è il confronto (impietoso) col resto d’Europa. La condizione infrastrutturale italiana è innegabilmente arretrata, ma il punto più critico è rappresentato dalla rete di metropolitane delle città italiane dove, con soli 176 km, il nostro Paese si colloca all’ultimo posto in valore assoluto, aumentando costantemente la distanza rispetto alle altre nazioni europee (fatta 100 la media europea l’Italia rimane ferma a 38,8).

   Lo stesso discorso vale per le ferrovie suburbane che contano in totale 595,7 km di estensione, lontanissimi dai 2.033 km della Germania e dai 1.770 della Gran Bretagna, con evidente e grave disagio per alcuni milioni di cittadini quotidianamente svantaggiati rispetto ai “colleghi” europei.

Dal comunicato Legambiente, qui la versione integrale

rapporto Pendolaria 2011 di Legambiente, scaricabile online


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Playing with the Esri File Geodatabase and the Google Fusion Tables GDAL drivers

Thinking in GIS - Mar, 10/01/2012 - 20:00
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Il web 2.0 quotidiano

TANTO - Mar, 10/01/2012 - 10:00

Il “sottotitolo” di TANTO, così come concepito da Andrea ormai più di 6 anni fa, è “le cose che ci piacciono”. Nel nostro blog ormai scriviamo quasi esclusivamente di geomatica, intesa in tutte le sue accezioni, e in verità ero piuttosto scettico se pubblicare questo articolo proprio su TANTO. Ma poi mi sono ricordato che Gerlando aveva narrato la sua esprienza di comunicatore sempre qui, nel non molto lontano 2009. E del resto si tratta sempre di entropia, che tra l’altro è la categoria più numerosa dei nostri post.

Un impulso ulteriore a decidere di pubblicarlo qui (attenzione, prima ancora che una redazione noi siamo un gruppo di amici, quindi le decisioni le prendiamo sempre di comune accordo, compresa la scelta degli articoli) è stato il recente lancio di Planet GIS Italia, che mi ha “costretto” a sostituire in Google Reader il feed di Blog GIS Italia v. 3 proprio con quello nuovo di zecca di PGI.

Andiamo al dunque…

Una delle nostre necessità primarie quotidiane è informarci. Lo facciamo in molti modi differenti, da molte fonti differenti, su molti media differenti.

La radio ad esempio ci può accompagnare in svariati momenti della giornata. Per me è irrinunciabile ad esempio la mattina ascoltare su Rai Radio 3 Prima Pagina, e quando posso Radio3 Scienza, Tutta la città ne parla o ancora la trasmissione di Oscar Giannino su Radio24. Per fortuna ci sono i podcast, per ascoltare le puntate che ci perdiamo.

Ma quando si parla di blog, siti web, liste e gruppi di discussione, allora le cose diventano più complicate. Bisogna dedicargli del tempo, stando davanti al computer, o anche sullo smartphone, sebbene il piccolo schermo metta a dura prova le nostre diottrie e il touchscreen la pazienza delle nostre dita. Comunque sia, si tratta di tempo che viene ritagliato durante le nostre giornate incasinate, tra lavoro e impegni familiari.

Voglio qui condividere la mia esperienza di come ho organizzato quell’oretta in totale che riesco a dedicare a questa fondamentale, irrinunciabile parte della giornata.

Per domare le decine e decine di feed RSS ai quali sono abbonato, ma soprattutto non cadere nel panico dovuto ai 1.000 e passa nuovi item quotidiani che essi generano, uso da anni ormai Google Reader. A mio avviso, nonostante con l’ultima revisione Google lo abbia menomato pesantemente, eliminando la possibilità di condividere con i propri contatti le nostre letture e dirottando il traffico su Google Plus – che per inciso non m’ha preso e forse mai mi prenderà -, io lo trovo ancora il miglior strumento web per leggere in maniera organica i feed.

Naturalmente, molte delle cose che troviamo interessanti le condividiamo spontaneamente con i nostri contatti – una volta anche su Google Reader – via email, su Twitter, Facebook, Linkedin e ogni altro sistema sociale che frequentiamo.

Devo però fare un inciso fondamentale, ormai espleto circa il 50% delle mie attività digitali quotidiane (tra le altre consultare email, navigare sul web, gestire gli impegni, usare i social network, e ovviamente informarmi) sul mio smartphone. L’altro 50% del lavoro – su PC – riguarda l’uso di GIS, la scrittura di documenti di lavoro e di articoli per i blog, più altre attività “pesanti” meno ricorrenti. Essermi organizzato su piattaforma mobile mi consente di non rimanere ogni sera dalle 2 alle 3 ore davanti al computer per organizzare il lavoro (email, programmazione attività, ecc.), sacrificando il resto delle ancora più importanti attività sociali: dedicarsi alla famiglia, agli amici… e a sé stessi.

Il mio workflow informativo 2.0 parte dunque da Google Reader, nel quale butto qualunque feed RSS, dai siti web, ai blog, alle mailing list che non frequento assiduamente, finanche ai Pipes di Yahoo che uso per fare piccoli “mashup informativi”, come questo. Ma ovviamente mi avvalgo di una serie di applicazioni sia mobili che web per ottimizzare al massimo il tutto.

Per esprimervi in maniera chiara il workflow che ho messo a punto, e in modo sistemico i link tra le varie applicazioni da me utilizzate, ho creato una semplice mappa mentale con il fantastico servizio web popplet. La vedete qui sotto.


Gli strumenti del mestiere…

Descriverò ora gli attrezzi con i quali ho costruito il workflow, si tratta di tre applicazioni per Android e altrettanti servizi web. Si potrebbe costruire un processo analogo anche su piattaforma iOS – suggerisco infatti allo scopo alcune app alternative – ma francamente non so quanto potrebbe funzionare, visto che sul sistema operativo mobile Apple manca una delle “funzioni killer” invece da sempre disponibile su Android: l’onnipresente menu “share”. Con esso è infatti possibile inviare qualunque contenuto ad altre applicazioni, consentendo una piena interoperabilità tra di esse.

• gReader applicazione Android – free
A mio avviso è un lettore di Google Reader molto migliore dell’applicazione di Big G; possiede molte più funzioni, tra le quali la customizzazione dell’interfaccia, ma ovviamente è una questione di gusti. Ecco come lo uso. Quando trovo un item così interessante da volerlo leggere più tardi, in genere vorrei anche metterlo tra i miei bookmark, perciò lo invio al mio account delicious. Per fare questo mi è sufficientemente marcarlo “starred”, e un’apposita “ricetta” che ho creato sul servizio web ifttt (descritto oltre) preleva il flusso dei miei starred item e li trasforma in bookmark su delicious, taggandoli con “ifttt”, “googlereader” e “nome_feed”. Periodicamente vado a “curare” questi bookmark su delicious, li leggo e se ne vale la pena li conservo, taggandoli opportunamente e magari mettendoli in uno stack. Quando invece una lettura mi sembra degna di condivisione, se voglio twittarla subito la mando a Tweedeck (vedi più avanti) mediante il menu “share” di Android, altrimenti a Buffer (ne parlo dopo) se voglio programmarne la diffusione su Twitter o Facebook in orari differenti.
Input: feed RSS. Output: starred items verso Delicious, shared verso Tweetdeck o Buffer.
Alternativa iOS: Feeddler

• Buffer • applicazione Android e servizio web - freemium
Si tratta di un formidabile servizio basato su web che consente di creare uno stack di tweet e aggiornamenti Facebook programmabili ad orari definiti dall’utente. La sua versione free consente di gestire fino a 3 distinti account Twitter e/o Facebook e di pubblicare fino a 10 elementi al giorno. Poichè (co)gestisco diversi account Twitter, riesco ad aggirare questo limite mediante BirdHerd, un ulteriore servizio sempre basato su web del quale parlerò più avanti. Buffer mette a disposizione anche un’app Android – sempre free – integrata nel fantastico menu “share” di Android, che consente di gestire lo stack editando i singoli elementi precedentemente creati e il loro ordine di pubblicazione.
Input: shared da gReader. Output: verso i miei account Twitter e Facebook, verso BirdHerd via DM.
Alternativa iOS: Buffer

• Tweriod • servizio web - freemium
Per usare al meglio Buffer e programmare i tweet e gli aggiornamenti in modo tale da ottenere la massima attenzione dai nostri follower, ci viene in supporto Tweriod. Si tratta di un servizio web in grado di analizzare l’attività degli account di chi ci segue su Twitter e da ciò suggerirci le fasce orarie migliori per pubblicare i nostri tweet, affinché ottengano la massima visibilità. Per ottenere l’analisi sarà sufficiente loggarsi a Tweriod con l’account Twitter dal loro sito web.
Input: account Twitter. Output: fasce orarie ottimali per twittare.

• Tweetdeck • applicazione Android e servizio web – free
A mio avviso il miglior client per Twitter – consente di postare anche su Facebook – in circolazione. Potentissime le sue funzioni, tra le quali cito ad esempio la possibilità di gestire svariati account Twitter e cinguettare lo stesso messaggio anche da più di uno, scheduling dei tweet, possibilità di gestire alert differenti per le singole colonne (le timeline degli account, degli hashtag, delle ricerche, delle citazioni). Che si può desiderare di più?
Input: da gReader.  Output: account Twitter o Facebook.
Alternativa iOS: Tweetdeck.

• ifttt ovvero “if this then that” • servizio web – free
Si tratta di una geniale applicazione web che consente di “mettere internet al lavoro per te”, parafrasando il loro slogan. Permette di interconnettere numerosi canali web, tra i quali proprio Google Reader, Buffer, delicious, Twitter, e feed RSS, ma la lista aumenta sempre più. Descriverlo qui sarebbe riduttivo, vi invito vivamente ad aprire un account e dare spazio alla fantasia. In questo contesto, io lo uso come già anticipato per creare dei nuovi bookmark in delicious dagli item starred di Google Reader.
Input: da Google Reader. Output: verso delicious.

• BirdHerd • servizio web – free (per ora)
@aborruso molto tempo fa introdusse noialtri TANTI all’uso di BirdHerd per aggiornare direttamente dai nostri rispettivi account Twitter quello di TANTO (@twanto). Una volta loggati su BirdHerd con l’account Twitter di gruppo, è possibile aggiungere i “contributori” (fino a un massimo di 10) ciascuno dei quali sarà poi in grado di pubblicare i tweet semplicemente inviando un DM all’account di gruppo stesso. Il messaggio verrà infine twittato, completato alla fine dalla firma del contributore. Qui un esempio. Quando dunque da gReader trovo un link interessante che voglio twittare come @twanto o @planetek o @altrageologia, mi sarà sufficiente mandare ai rispettivi account un DM con Tweetdeck o Buffer, il resto verrà da sé.
Input: da Buffer o Tweedeck. Output: verso account Twitter di gruppo.

In conclusione, chi come me consuma gran parte delle informazioni su piattaforma mobile, costruendo un workflow ben congegnato può al tempo stesso informarsi in maniera dinamica nell’arco della giornata (es. tempi morti durante le attese), condividere le cose ritenute più interessanti con i propri follower sui social network e conservarle sempre in maniera sociale con delicious. Tutto direttamente dal nostro smartphone, che la sera – assieme al PC – potremo tenere spento, e dedicarci alle altre cose – non digitali – che ci piacciono TANTO…

L'articolo Il web 2.0 quotidiano è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.


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Thinking in GIS - Gio, 05/01/2012 - 23:00
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EUROPA tra EMIGRAZIONI e rischio di DECLINO – il 2012 ANNO EUROPEO DECISIVO: sarà la fine o l’inizio del sogno degli STATI UNITI D’EUROPA? – il 151esimo anno dell’Italia si coniuga alla necessità di TRASFORMAZIONE FEDERALISTA DELLE NAZIONI del nostro cont

Geograficamente - Mer, 04/01/2012 - 23:32

Strasburgo, palazzo del Parlamento Europeo

   Il 2012 è l’anno decisivo per fare gli Stati Uniti d’Europa e per cambiare il ruolo e la natura della nazioni europee. Se sono ancora importanti le singole nazioni, è anche necessario superare finalmente lo spirito nazionalistico che ciascuna di esse, nazioni, conserva (e che è causa delle guerre civili europee del secolo scorso e della crisi attuale politica ed economica di tutto il nostro continente)

    Se le singole nazioni sono ancora un importante collante culturale, linguistico, di riconoscimento di usi e tradizioni di popoli, dall’altra bisogna con coraggio e determinazione rivedere i paradigmi istituzionali di esse stesse: cioè “intraprendere in esse” forme di federalismo con la redistribuzione più confacente dei poteri, sia “in basso” (le macroregioni, le città) che “in alto”: appunto l’Europa federalista unita (gli Stati Uniti d’Europa), con un unico governo, un presidente eletto insieme da tutti i popoli appartenenti al progetto europeo, un’unica politica economica e fiscale, estera di pace, di solidarietà reciproca, di gestione coordinata delle tante innumerevoli potenzialità che vi sono nelle molteplici antiche civiltà dei nostri Paesi.

MELBOURNE, Australia - I problemi dell`euro hanno dato la spinta all’EMIGRAZIONE a molti giovani europei. Soprattutto a GRECI, IRLANDESI E PORTOGHESI, ma anche a SPAGNOLI E ITALIANI. Secondo uno studio approfondito del quotidiano britannico GUARDIAN la diaspora è iniziata almeno da un anno e non accenna a fermarsi. Hanno cominciato I GIOVANI GRECI. Solo nell’anno appena passato 2.500 di loro si sono stabiliti in AUSTRALIA, dove la comunità ellenica, specialmente a MELBOURNE, ormai è vastissima (Deborah Ameri, Il Messaggero)

   E negli articoli che qui vi proponiamo, tentiamo di fare un pur limitato compendio della “tematica del cambiamento” istituzionale e popolare che ci dovrà vedere protagonisti, noi europei, nel prossimo futuro. La revisione del “sistema dei nazionalismi” ancora troppo accentuati (la grandeur francese, il complesso di superiorità germanico, le tentazioni isolazionistiche britanniche, l’anarchia statale dei paesi mediterranei come Italia, Spagna, Grecia, Portogallo…) ebbene tutto questo dovrebbe essere rapidamente superato, se veramente l’Europa vuole uscire dalla fase di declino (economico, politico, culturale…) che da una decina d’anni sta visibilmente vivendo.

   E il rivedere i poteri delle nazioni (come detto prima, nella logica federalista, sia “in basso” che “in alto”) potrà portare a forme politiche aggregative anche oltre i confini nazionali (oramai sempre più deboli ed obsoleti): pensiamo ad esempio, per il Nordest d’Italia, al progetto che era stato già intrapreso coraggiosamente dall’allora presidente del Veneto Carlo Bernini, negli anni ’70 del secolo scorso, di creazione di una macroregione europea di ben 26 milioni di cittadini, denominata allora ALPE-ADRIA  (dove erano compresi i territori regionali del Veneto, del Friuli e Venezia Giulia, della Slovenia, di parte della Croazia con tutta la regione dell’Istria; e in Austria le regioni della Carinzia e della Stiria, la Baviera in Germania).

   Progetto allora ambizioso quanto difficile, ma il futuro molto prossimo richiederà sempre di più positive “immaginazioni” geografiche e politiche, con l’idea di unire i popoli in progetti di pace e sviluppo, e nel rispetto di ogni peculiarità etnica che ancora esiste e va preservata, seppur (anzi, ancor di più) nel mondo “unico villaggio” proposto dall’informazione in Internet e dai mezzi di trasporto che riducono sempre più le distanze.

   Su questo un’importante funzione di “scambi positivi fra popoli” viene data dal fatto che, dopo decenni (cioè dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso e l’inizio del boom economico europeo occidentale e l’irrigidimento dell’est con la creazione del muro), ebbene da quel dopoguerra sono tornati ad esserci fenomeni sempre più allargati di emigrazioni di giovani europei verso altri paesi, altri continenti: certamente per necessità di lavoro, di benessere, ma anche per un interessante nuovo spirito di avventura e conoscenza dei luoghi. Questa ripresa della “mobilità europea” verso altri mondi, altri continenti (e non solo l’Europa vista come è inevitabilmente un porto di approdo per giovani di paesi poveri), ebbene questo uscire dal continente e cercare fortuna ed esperienze verso altre realtà geografiche globali, riteniamo sia un segnale di una efficace dinamica demografica e culturale che segnerà il nostro prossimo futuro. Buon 2012.

…………………….

- Il perché in Italia è necessario uno stato federale (dal punto di vista storico e geografico) -

LA FINE ORIGINALE DELL’ITALIA

di DAVID GILMOUR*(storico inglese) – pubblicato il 2 dicembre 2011 – Testata: Slate – traduzione a cura di Claudia Marruccelli per Italiadallestero.info

   L’Italia è in rovina, sia politicamente sia economicamente. Di fronte a un massiccio debito pubblico e alle defezioni all’interno della propria coalizione in Parlamento, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la più importante figura politica al governo dai tempi di Benito Mussolini, a metà novembre ha rassegnato le dimissioni. Ma le preoccupazioni dell’Italia non si riferiscono soltanto alle pietose performance politiche di Berlusconi e alle sue cavolate: nel paese, l’identità nazionale è fragile e sono ormai pochi gli italiani che credono nei suoi miti fondatori. Da qui nascono tutti i problemi.

   L’affrettata e maldestra unità d’Italia conseguita nel XIX secolo, seguita dell’era fascista e dalla sconfitta nella seconda Guerra Mondiale nel XX secolo, in effetti ha lasciato il paese privo di senso nazionalistico. Forse la cosa non avrebbe avuto importanza se lo stato post fascista si fosse rivelato un buon direttore d’orchestra dell’economia, ma anche e soprattutto se i cittadini avessero potuto identificarsi e avere fiducia in esso.

   Ma in questi ultimi 60 anni, la Repubblica italiana non è riuscita ad assicurare una dirigenza efficace, ad affrontare la corruzione, a salvaguardare l’ambiente, neppure a proteggere i propri cittadini dall’oppressione e dalla violenza della mafia, della camorra e di altre organizzazioni criminali. Oggi, nonostante abbia le carte vincenti per farlo, la Repubblica si mostra incapace di tenere le redini dell’economia.

RIUNITI IN MENO DI 2 ANNI

   Ci sono voluti 400 anni per vedere i sette regni dell’Inghilterra anglosassone diventarne uno solo, nel X secolo, mentre quasi tutti i territori dei sette stati che componevano l’Italia del XIX secolo furono riuniti in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861.

   Il papa fu privato della maggior parte dei suoi territori, la dinastia dei Borboni fu cacciata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i propri troni e i re del Piemonte divennero quelli dell’Italia. A quel tempo, la rapidità dell’unificazione fu vista come una sorta di miracolo, un esempio perfetto di popolo patriota che si riunisce e si ribella per cacciare gli oppressori stranieri e i tiranni reali.

   Bisogna però constatare che l’unificazione dell’Italia fu portata a termine solo da un gruppetto di patrioti, principalmente giovani del nord provenienti dalla classe media. L’unificazione non avrebbe potuto avere buon esito senza l’aiuto straniero. Le truppe francesi cacciarono gli austriaci dalla Lombardia nel 1859 e una vittoria della Prussia permise al nuovo stato italiano di annettere Venezia nel 1866.

LA CONQUISTA DELL’ITALIA DEL SUD DA PARTE DEGLI ITALIANI DEL NORD

   Nel resto d’Italia, inizialmente le guerre del Risorgimento furono più una serie di guerre civili che battaglie per l’unità e la liberazione. Giuseppe Garibaldi – che aveva partecipato alle guerre d’indipendenza nell’America del Sud – e i volontari garibaldini – le camicie rosse – hanno combattuto con valore ed eroismo in Sicilia e a Napoli nel 1860. Le loro campagne militari erano nient’altro che la conquista dell’Italia del sud da parte degli italiani del nord.

   Lo stato dell’Italia meridionale, noto come Regno delle Due Sicilie, si vide quindi imporre le leggi del nord. Quindi Napoli, la città più grande dell’Italia di allora, non si sentì liberata: soltanto 80 napoletani si presentarono volontari per combattere al fianco di Garibaldi.

   E il popolo dell’Italia meridionale si sentì ben presto frustrato quando la città cambiò improvvisamente il suo status di capitale di un regno indipendente, durato più di 600 anni, diventando città di provincia. Ancora oggi il suo status politico resta limitato e il PIL del sud rappresenta appena la metà di quello del nord.

   L’Italia unita attraversò il laborioso processo di costruzione della nazione e diventò uno stato unitario affrontando solo in parte le questioni locali. Prendiamo per esempio la Germania. Dopo l’unificazione del 1871, il nuovo Reich fu governato da una confederazione che includeva quattro regni e cinque granducati. Invece la penisola italiana fu conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e poi diventò una versione extra large dell’ex regno piemontese, con la stessa monarchia, la stessa capitale (Torino) e la stessa costituzione.

   Con l’estensione della legge piemontese a tutta la penisola, molti dei nuovi abitanti del regno si sentirono più conquistati che liberati. Violente rivolte furono brutalmente represse nel sud negli anni 1860.

LA DIVERSITÀ ITALIANA ERA RADICATA NELLA STORIA

   La diversità italiana era radicata nella storia e non poteva essere cancellata in pochi anni. Nel V secolo a.C. gli antichi greci parlavano tutti la stessa lingua e si consideravano tutti greci; nello stesso periodo gli abitanti dell’Italia parlavano circa 40 lingue diverse e non avevano alcun sentimento di identità comune.

   Questa diversità si accentuò ancora di più dopo la caduta dell’impero romano; in quel periodo gli italiani vissero per secoli la realtà dei comuni medievali, delle città stato e dei ducati rinascimentali. Questo spirito campanilistico è ancora vivo: chiedete per esempio ad un pisano come si definisce, probabilmente vi risponderà prima che è pisano e solo dopo italiano o europeo.  Molti italiani lo ammettono volentieri: il loro sentimento nazionalista salta fuori solo durante i campionati del mondo di calcio, quando gli azzurri giocano bene.

….

   Altro barometro della diversità italiana: la lingua. Al momento dell’unificazione, secondo gli studi dell’eminente linguista italiano Tullio De Mauro, soltanto il 2.5% della popolazione parlava italiano, cioè il fiorentino nato dalle opere di Dante e Boccaccio.

   Anche se pare una esagerazione e ammettendo che forse il 10% delle persone comprendesse il fiorentino, resta il fatto che il 90% della popolazione italiana parlava lingue o dialetti regionali che restavano incomprensibili all’interno dello stesso Paese. Persino il re Vittorio Emanuele parlava piemontese quando non usava la sua prima lingua, il francese.

   Nell’euforia degli anni 1859-1861, pochi politici italiani si preoccuparono di riflettere sulle complicazioni che avrebbe generato l’unione di popoli così diversi. Massimo D’Azeglio, statista piemontese e pittore, fu uno di questi. Dopo l’unità disse: Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani.

   Dunque per raggiungere questo obiettivo il nuovo governo decise soprattutto di cercare di fare dell’Italia una grande potenza in grado competere a livello militare con la Francia, la Germania e l’impero austro ungarico. Un tentativo destinato a fallire: la nuova nazione era decisamente più povera delle sue rivali.

CREARE UN SENTIMENTO DI APPARTENENZA ALLA NAZIONE

   Per 90 anni, fino alla caduta di Mussolini, i dirigenti del Paese furono determinati a creare un sentimento di appartenenza alla nazione trasformando gli italiani in conquistatori e colonialisti.  Furono impiegate enormi risorse economiche per finanziare spedizioni in Africa, spesso con risultati disastrosi. Nella battaglia di Adua nel 1896, la giovane nazione fu sconfitta dagli etiopi e, in un solo giorno, fu massacrato lo stesso numero di italiani caduti in tutte le guerre del Risorgimento.

   Anche se il Paese non aveva nemici in Europa e non aveva bisogno di prendere parte a questo o quel conflitto mondiale, entrò in guerra, in entrambi i casi, nove mesi dopo l’inizio dei conflitti, quando il governo era convinto di aver identificato il vincitore e dopo aver ottenuto promessa di nuovi territori da annettere. I calcoli sbagliati di Mussolini provocarono la sua caduta e misero fine anche al militarismo italiano e, allo stesso tempo, all’idea di nazione italiana.

   Nei 50 anni successivi alla seconda guerra mondiale il Paese è stato governato dai democristiani e dai comunisti. I primi si ispiravano al Vaticano, i secondi al Cremlino, ma nessuno di questi due partiti prese a cuore l’idea di suscitare un nuovo senso di identità nazionale per sostituire quello passato.

   L’Italia del dopoguerra fu, da un certo punto di vista, un gran successo. Con un tasso di crescita tra i più alti del mondo, il Paese si distinse per le sue innovazioni in settori pacifici e produttivi come cinema, moda e design industriale. Ma i risultati economici furono incostanti e nessun governo fu in grado di ridurre le differenze tra nord e sud.

LA STRUTTURA PORTANTE DELLA NAZIONE HA ALCUNI DIFETTI

   I fallimenti politici ed economici del governo non sono le sole cause del malessere che ormai minaccia la sopravvivenza italiana. La struttura portante della nazione presenta alcuni difetti collegati alle circostanze nelle quali è nato il Paese.

   La Lega Nord, la terza forza politica italiana, dichiarò che il 150° anniversario dell’unità del Paese, nel mese di marzo 2011, non doveva essere considerato un giorno di festa, ma di lutto. Questo partito non è solo un’aberrazione isolata. La sua xenofobia – e persino il suo razzismo – verso il sud dimostra che l’Italia non si è mai considerata un vero paese unificato.

   Il grande politico liberale Giustino Fortunato aveva l’abitudine di dire, citando suo padre, che “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia. Egli pensava che le forze e le civiltà della penisola erano sempre state regionali e che un governo centralizzato non avrebbe mai funzionato. Con il tempo, fu considerato sempre più un visionario.

   E, se l’Italia ha un futuro come nazione unita dopo la crisi, dovrà accettare la realtà della sua nascita problematica e costruire un nuovo modello politico che prenda in considerazione il suo regionalismo intrinseco e millenario. Se stavolta non sarà come la vecchia Italia formata dall’unione di comuni repubblicani, ducati e principati, almeno che sia uno stato federale che rispetti le caratteristiche essenziali della sua storia.

* David Gilmour è uno storico britannico. Autore delle premiate autobiografie di George Curzon, Rudyard Kipling e Giuseppe di Lampedusa. La sua ultima opera “The pursuit of Italy: A history of a land, its regions and their peoples” è stata pubblicata nel mese di ottobre

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LA DIASPORA

I NUOVI EMIGRANTI SONO EUROPEI VERSO SUD IN CERCA DI FORTUNA

di Deborah Ameri, da “il Messaggero” del 23/12/2011

- La crisi spinge irlandesi, portoghesi, greci e italiani a lasciare i loro Paesi – I nuovi emigranti sono europei verso Sud in cerca di fortuna -

LONDRA – Sono appena laureati o ultra trentenni senza più speranza di carriera. Sono disoccupati e il lavoro neppure lo cercano ormai. Tanto è impossibile trovarlo. Ma sono anche famiglie, con bimbi piccoli e uno stipendio precario. Sono mossi, più che dall`ambizione, dalla disperazione e da un futuro che offre solo incertezza.

   Sono loro i nuovi migranti, quelli che lasciano l`Europa nel buco nero della crisi in cerca di prospettive. Sono loro che, per la prima volta dopo il secondo dopoguerra, stanno cambiando i flussi migratori.

   Via dal vecchio continente verso il sud del mondo, verso i Paesi che non conoscono l`austerità. Il paradiso non sono più gli Stati Uniti o il nord Europa, ma l`Australia, l`Argentina, il Brasile, l`Africa più ricca.

   I problemi dell`euro hanno dato la spinta soprattutto a greci, irlandesi e portoghesi, ma anche a spagnoli e italiani. Secondo uno studio approfondito del quotidiano britannico Guardian la diaspora è iniziata almeno da un anno e non accenna a fermarsi. Hanno cominciato i giovani greci. Solo quest`anno (nel 2011, ndr) 2.500 di loro si sono stabiliti in Australia, dove la comunità ellenica, specialmente a Melbourne, ormai è vastissima.

   I portoghesi invece si spostano più a sud, nell`Africa centrale, nell`Angola ricca di petrolio, ex colonia dove la lingua ufficiale è ancora quella di Lisbona. Il mese scorso il primo ministro portoghese Pedros Passos Coelho ha fatto visita al presidente angolano e ha umilmente chiesto aiuto e investimenti. Cinquant`anni fa sarebbe stato impensabile. Quest`anno 10 mila portoghesi sono emigrati a Luanda. E molti altri sono partiti alla volta del Mozambico (un`altra ex colonia) e del Brasile, favoriti dalla lingua.

   Si fugge anche dall`Irlanda, da quando l`eccezionale boom della tigre celtica si è fermato a causa della bolla immobiliare. Oggi la disoccupazione è al 14,5%, le misure varate dal governo, in cambio del pacchetto di aiuti dell`Unione Europea, sono punitive e hanno spinto 50 mila persone fuori dal Paese solo nel 2011. In tanti hanno scelto l`Australia, qualcuno gli Stati Uniti, dove vivono i parenti, figli della prima migrazione.

   L`Italia si accoda. Negli ultimi 10 anni, secondo l`Istat, 600 mila giovani hanno scelto di vivere all`estero. Tra il 2002 e il 2008 il numero dei laureati emigrati è raddoppiato. Il Guardian racconta la storia di Chiara Boschiero, una laurea a Roma e alla Sorbona di Parigi in cinematografia e un sogno da realizzare: diventare regista. Tre anni fa si è trasferita a Buenos Aires: «In Italia con la crisi non c`è più speranza, la gente si è chiusa in se stessa», racconta.

   L`esodo d`Europa, secondo giovani andranno perdute a caccia di un futuro. (Deborah Ameri)

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Series: Europe: migration after the crash

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FUGA IN GERMANIA DEI BOCCIATI DALLA CRISI

di Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 28/12/2011

- in Germania nel 2011 boom di immigrati greci e spagnoli -

BERLINO — Fino a oggi l’emigrante greca più famosa in Germania era la cantante Vicky Léandros, venuta qui da Paleokastritsa, nell’isola di Corfù, e protagonista di una lunga carriera che l’ha portata a collaborare tanto con direttori d’orchestra come Herbert von Karajan quanto con la technoband degli Scooter.

   Un altro greco, meno noto, era una delle nove vittime della cellula neonazista che si è macchiata, nella colpevole indifferenza delle forze dell’ordine, di una serie di terribili delitti contro cittadini stranieri, soprattutto turchi, passati alla storia come gli «omicidi del kebab». Ma sentire parlare la lingua di Kostas Charitos, il commissario creato dalla penna dello scrittore Petros Márkaris, sarà sempre meno strano, in Germania, se è vero che nel primo semestre del 2011 l’immigrazione dalla Grecia è aumentata dell’84 per cento.
Una vera e propria fuga dalla crisi, verso un Paese che è stato certamente critico nei confronti delle politiche economiche decise ad Atene e che ha definito i greci dei pericolosi spendaccioni, ma dove la disoccupazione si attesta solo sul 6,5 per cento e dove non mancano le opportunità di un rapido inserimento nel mercato nel lavoro.

   La Germania, insomma, attira gli stranieri, soprattutto quegli europei che vivono situazioni di disagio o che rischiano di pagare le conseguenze di scelte disastrose dei loro governi. Lo dimostra anche il fatto che l’immigrazione da un altro membro del club europeo che si trova in cattive acque, la Spagna (e che rischia di non uscirne tanto presto, guidata da un governo che ha abolito il ministero della Cultura) è cresciuta nello stesso periodo del 49 per cento.

   Tra l’altro, nel pacchetto di misure economiche e fiscali annunciato qualche settimana fa dal governo guidato da Angela Merkel (che comprendeva una limitata riduzione delle imposte) sono contenuti anche provvedimenti per incentivare l’arrivo dall’estero di personale qualificato.
Il caso greco-spagnolo, che fa notizia proprio per il ruolo che questi due Paesi hanno svolto nella crisi dell’euro, è comunque uno degli aspetti di un fenomeno più ampio che non va trascurato.  La Germania è ormai un Paese solidamente multietnico, in cui vivono 2,7 milioni di turchi e che ha fatto passi da gigante nella difficile strada dell’integrazione.

   A ricordarcelo non ci sono solo le star della Nazionale di calcio, dal turco Mesut Özil al tunisino Sami Kedhira. Nel governo federale (si pensi al ministro dell’Economia Philipp Rösler, liberale, nato in Vietnam e adottato da una coppia tedesca), nel gruppo dirigente dei partiti (il co-presidente dei Verdi, Cem Özdemir, è figlio di una famiglia turca), nell’amministrazione dei Länder (a Berlino il sindaco Klaus Wowereit ha affidato la responsabilità di Lavoro, Integrazione e Politiche per le donne a Dilek Kolat, nata in Turchia). I tedeschi «con radici straniere», come si dice qui, si sono fatti largo arrivando a posizioni di vertice.

   Certo, questo non vuol dire che la situazione vada dipinta in termini esclusivamente positivi. Non sono un caso, per esempio, le parole preoccupate, e spesso lontane nei toni e nei contenuti, pronunciate dalla Merkel e dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan in novembre per il cinquantesimo anniversario dell’accordo bilaterale che aprì la strada all’arrivo della prima grande ondata di lavoratori turchi in Germania.
Ma nelle valutazioni di questo grande nodo epocale che è il problema dell’immigrazione nei Paesi «ricchi», quello che conta sono anche le differenze. Per esempio, secondo un sondaggio della Fondazione Genshagen e dell’Institut Montaigne, citato anche da Le Monde, anche se il 43 per cento degli interpellati in Germania e Francia ha un’opinione negativa sull’integrazione degli immigrati nei rispettivi Paesi, ben il 42 per cento dei tedeschi esprime invece su questo tema un giudizio positivo. I «favorevoli» francesi sono solo il 4 per cento.
Sono numeri, questi, che vanno valutati con attenzione. La vera posta in gioco (e il compito della politica) consiste nell’evitare che in quel 43 per cento di persone convinte che l’integrazione non abbia dato risultati positivi crescano atteggiamenti aggressivi o radicalismi legati al sentimento di esclusione.

   Una voce molto pessimista, in questo quadro, è quella del direttore dell’Istituto di ricerca sul conflitto e la violenza dell’Università di Bielefeld, Wilhelm Heitmeyer, che denuncia la crescente ostilità contro gli stranieri in una parte della società tedesca. Il discorso di Heitmeyer si lega al problema della presenza sempre più attiva, soprattutto nelle zone più povere del Paese, dei gruppi neonazisti. Una minaccia, questa, che lo stesso presidente Christian Wulff, nel discorso televisivo di Natale, ha voluto ricordare, ammonendo che in Germania non c’è posto per «xenofobia, violenza, ed estremismo politico». (Paolo Lepri)

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ABOLIRE LA MISERIA

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 28 dicembre 2011
Certe volte dimentichiamo che il pensiero di unirsi in una Federazione, nato come progetto non utopico ma concreto nell’ultima guerra in Europa, non ha come obiettivo la semplice tregua d’armi fra Stati che per secoli si sono combattuti seminando morte. È un progetto che va alle radici di quei nostri delitti collettivi che sono stati i totalitarismi, le guerre. Che scruta le ragioni per cui gli individui possono immiserirsi al punto di disperare, anelare a uno strabiliante Redentore terreno, immaginare la salvezza schiacciando i propri simili: i deboli, in genere.

   Dicono che i motivi che spinsero gli europei a unirsi, negli anni ’50, sono svaniti perché il compito è assolto: la guerra è oggi tra loro impensabile. Questo spiegherebbe come mai non esistono più statisti eroici come Monnet, De Gasperi, Adenauer: uomini marchiati dalla guerra di trent’anni della prima metà del ’900.
Chi parla in questo modo trascura quello sguardo scrutante che i fondatori gettarono sulla questione della miseria, e l’estrema sua attualità. Trascura, anche, quel che l’Europa unita ha tentato di fare, per creare non solo istituzioni politiche ma sociali, economiche. Dai delitti del ’900 siamo usciti, nel ’46, con un patto di mutua assistenza fra cittadini.
È detto Welfare perché prese forma in Inghilterra grazie al piano concepito durante la guerra, su mandato del governo, da William Beveridge, uno dei fondatori della Federal Union: lo Stato del Benessere (meglio sarebbe dire Bene-Vivere: il bene dell’Essere è cosa più scabrosa) dà sicurezza non aleatoria all’indigente, l’escluso, l’anziano, il paria. Per questo è una grave svista pensare che l’Europa abbia concluso la missione, e stia lì solo come arcigna guardiana dei conti in ordine.

   Esattamente come nel dopoguerra, sono richiesti Fondatori, Inventori: se la crisi odierna è una sorta di guerra, è urgente immaginare istituzioni durature perché i mali che stanno tornando (miseria, diseguaglianza) non trascinino ancora una volta le società in strapiombi di disperazione, risentimento, e quell’odio dell’altro che si disseta bramando capri espiatori (ieri gli ebrei, oggi gli immigrati e in prospettiva anche i vecchi che “muoiono così tardi”).
Abolire la miseria: così s’intitolava lo splendido libro che l’economista Ernesto Rossi, autore con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni del Manifesto di Ventotene, scrisse in carcere nel ’42 e pubblicò nel ’46: “Bisogna unire tutte le nostre forze per combattere la miseria per le stesse ragioni per le quali è stato necessario in passato combattere il vaiolo e la peste: perché non ne resti infetto tutto il corpo sociale”.

   La sfida oggi è identica, e sono le pubbliche istituzioni nazionali e europee a doversi assumere il compito. Affidarlo a chiese o filantropi vuol dire regredire a tempi in cui solo la carità era il soccorso. In molti paesi arabi sono gli estremismi musulmani a occuparsi del Welfare, confessionalizzandolo. Non è davvero il modello da imitare: gli Stati europei si sono sostituiti alle chiese fin dal ’200, creando istituzioni laiche aperte a tutti.

   Anche l’Europa unitaria investe su organismi comuni perché – sono parole di Jean Monnet – “gli uomini sono necessari al cambiamento, ma le istituzioni servono a farlo vivere“. E aggiunge, citando il filosofo svizzero Amiel: “L’esperienza d’ogni uomo ricomincia sempre; solo le istituzioni diventano più sagge: accumulano l’esperienza collettiva e da quest’esperienza e saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole vedranno cambiare non già la loro natura, ma trasformarsi gradualmente il loro comportamento”. È laico anche questo: voler cambiare i comportamenti, non la natura dell’uomo.
È importante ricordare come nacque il Welfare, perché in Europa, Italia compresa, le campagne elettorali si svolgeranno su questi temi, e sul banco degli imputati ci sarà spesso la medicina stessa che dopo il ’45 ci somministrammo sia per abolire le guerre, sia per abolire la miseria. Non è improbabile, ad esempio, che le destre italiane – non ancora emendate – tramutino l’Europa in bersaglio: da essa verrebbero quelle regole che ci impoveriscono e commissariandoci, ci umiliano. L’attacco al governo Monti, quando s’inasprirà, sfocerà in attacco all’Unione. È già chiaro negli slogan leghisti. Lo è nell’offensiva di Berlusconi contro le tasse: cioè contro il tributo che ciascuno (specie i ricchi) deve versare per preservare la pubblica salute.
Rifondare oggi l’Europa concentrandosi sulla lotta alla miseria significa capire perché l’Unione ci chiede certi comportamenti, e al tempo stesso inventare istituzioni aggiuntive che diano sicurezza all’esercito, in aumento, di disoccupati e precari.

   Significa comprendere che la battaglia al debito pubblico non è una mania né una mannaia: è il patto generazionale che l’Unione ci chiede di stringere, visto che gli Stati da soli non l’hanno fatto per timore delle urne. Il Trattato di Maastricht impone di non caricare le generazioni future di debiti contratti dalla presente generazione per procurarsi dei beni senza pagare le relative imposte, scrive Alfonso Iozzo, economista e federalista europeo, in un saggio sulla re-invenzione del Welfare (“Il Federalista”, 1/2010).
Val la pena leggerlo, questo saggio, che poggia sulle solide basi di studi fatti da James Meade, Nobel dell’economia, sui modi di garantire redditi minimi di cittadinanza all’intera società. Il presupposto è estinguere il debito degli Stati, e trasformarlo in credito pubblico: in un patrimonio che lo Stato preveggente tiene per sé, dedicandolo non alle spese correnti ma al finanziamento del Welfare, questo bene non solo sminuito ma spesso inviso.

   Iozzo è convinto, come il liberal Meade, che la ricchezza delle nazioni o dell’Europa (il Pil) vada calcolata con nuovi metodi (Meade chiamava il suo Stato Agathopia, il Buon posto in cui vivere). Il criterio non è più la differenza fra quel che costano i beni prodotti e il reddito ricavato. È il patrimonio di cui dispone lo Stato, è la sua gestione: l’obiettivo è sapere se alle generazioni future verrà lasciato un capitale maggiore o minore di quello che noi abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti. Le leggi di Maastricht applicano tale metodo, prescrivendo come primo passo l’estinzione del debito pubblico.
Resta da compiere il secondo passo: la trasformazione del debito in un credito che protegga i cittadini in tempi di crisi. Non tutti hanno come patrimonio il petrolio norvegese, ma Oslo è un modello e ogni Stato ha l’acqua, l’aria, possibilmente nuove forme di energia: altrettanti beni pubblici consumati dall’individuo.

   Poiché petrolio e gas prima o poi finiranno, la Norvegia ha istituito con i ricavi energetici un Fondo pensione sottratto all’azzardo dei mercati. Solo il 4% del Fondo può essere annualmente usato per la spesa pubblica, lasciando ai cittadini un capitale a disposizione per il futuro, quando il patrimonio sarà esaurito (ogni norvegese è proprietario virtuale attraverso il Fondo di circa 100.000 euro, contro una quota del debito pubblico a carico di ogni italiano di 30.000 euro).
Avendo combattuto i debiti pubblici, l’Europa potrebbe escogitare iniziative simili, inducendo gli Stati a garantire nuova sicurezza sociale. Non solo; potrebbe far capire che nei costi vanno ormai incluse l’acqua sperperata, l’aria inquinata: beni non rinnovabili come il petrolio norvegese.

   Si parla molto di far ripartire la crescita. Ma essa non potrà esser quella di ieri, e questa verità va detta: perché i paesi industrializzati non correranno come Asia o Sudamerica; e perché la nostra crescita sarà d’avanguardia solo se ecologicamente sostenibile. Di qui l’importanza delle prossime elezioni: non solo quelle nazionali, ma quelle del Parlamento europeo nel 2014.

   Chi griderà contro le tasse e contro l’Europa troppo patrigna e severa promette un paese dei balocchi, dove è sempre domenica e sempre truffa. Meglio saperlo prima, che troppo tardi. Meglio ricominciare l’eroismo, di cui non cessa il bisogno. (Barbara Spinelli)

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UN PO’ KEYNES UN PO’ LIBERISTI: NIENTE DOGMI CONTRO LA CRISI

di Giacomo Vaciago e Andrea Monticini, da “il Sole 24ore” del 7/12/2011

   Ogni giorno, c’è un nuovo piano o una nuova ricetta per salvare l’euro: la confusione continua a regnare sovrana. Tuttavia, a ben vedere, tutte le analisi che da due anni si leggono – cioè le diagnosi dei problemi e le conseguenti proposte di rimedi – sono riconducibili alle due visioni del mondo che gli economisti definiscono rispettivamente Keynesiana e classica.

  La prima scuola evidenzia l’importanza della domanda aggregata di beni e servizi, sottolineando come in particolari situazioni essa possa risultare insufficiente a garantire la piena occupazione. In queste circostanze è opportuno un intervento pubblico di sostegno alla domanda aggregata. Se tra le cause di quei problemi c’è una “aumentata preferenza per la liquidità” o un’aumentata avversione al rischio dei titoli (il che è lo stesso) è indispensabile che la Banca Centrale aumenti di altrettanto l’offerta di moneta.

A quella scuola si contrappone la visione classica che enfatizza il ruolo dell’offerta aggregata e della sua crescita: se c’è disoccupazione va migliorato il mercato rimuovendo gli ostacoli (esempio: gli oligopoli) che non permettono di avere una efficiente offerta aggregata. Inoltre, non sono solo differenti gli strumenti utilizzati, ma anche l’orizzonte temporale è diverso. I keynesiani pongono l’accento su aspetti di breve periodo, mentre i classici si concentrano sul medio periodo.

   Le diverse opinioni sui due temi più controversi (emissione di eurobond ed acquisti di titoli da parte della BCE) dipendono in modo diretto da quelle due visioni. Infatti, per un keynesiano lo strumento più appropriato per uscire dall’attuale crisi di fiducia verso i debiti sovrani dell’area euro è l’aumento dell’offerta di moneta fino alla teorica totale monetizzazione dei debiti sovrani, mentre per un economista classico l’attenzione deve essere invece posta sulle riforme che possano permettere di avere maggior crescita economica e quindi maggior sostenibilità dei debiti stessi.

   La questione centrale dell’attuale crisi – come ben sappiamo da molti anni – è data dai differenti livelli di produttività dell’economie dell’area euro che non permettono ad alcune economie di poter sostenere un tasso di cambio fisso con la Germania. Avendo in mente la malattia, la critica alla ricetta keynesiana è spiegabile mediante un esempio. Qualche anno fa la Parmalat di Tanzi non riusciva a reperire nuovi fondi sui mercati finanziari perché in pesante dissesto finanziario. Una banca centrale avrebbe dovuto stampare moneta per salvare la Parmalat? Ovviamente no, perché la gestione ordinaria della Parmalat non era in equilibrio economico/finanziario.

   Quindi, tornando all’attualità, se la Bce monetizzasse il debito greco, italiano, portoghese non farebbe altro che rimandare per un po’ di tempo il problema senza risolverlo. Tuttavia le riforme grazie alle quali un’economia è in grado di avere un Pil potenziale più elevato impiegano anni prima di essere effettive: questa è la critica maggiore per l’impostazione classica. Come ben si capisce, occorre – e lo sappiamo da due anni – una tempestiva applicazione di entrambe le ricette. (Giacomo Vaciago e Andrea Monticini)

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USA E CINA PROTAGONISTI, UE IN AFFANNO

di Romano Prodi, da “il Gazzettino” del 24/12/2011

   L’anno che si è chiuso ha assistito ad eventi di politica internazionale che molto influenzeranno il futuro del mondo. Tra questi voglio citare in primo luogo la fine ufficiale della guerra in Iraq. Un avvenimento seguito con poca enfasi dai media europei sia perché era un evento ormai scontato sia perché da molti anni questa guerra, che aveva sconvolto la coscienza europea, era considerata un problema solo americano. In effetti la guerra in Iraq doveva essere il sigillo della potenza americana, segnando l’inizio di un nuovo secolo di dominio.
Doveva essere cioè il riconoscimento della superiorità degli Stati Uniti sia come potenza militare che come leader del progresso della democrazia nei confronti di ogni minacciosa potenza dittatoriale.

Sotto il primo aspetto il conflitto doveva concludersi in pochi mesi e si è trascinato per otto anni mentre, sotto il secondo aspetto, le armi di distruzione di massa che minacciavano gli equilibri mondiali, non sono mai state trovate. Ora, mentre si contano i morti e i feriti, ci si accorge anche che il costo di questa guerra è stato un elemento non certo secondario nel mettere in difficoltà il bilancio americano. Ci si accorge cioè che esso ha contribuito a mutare i rapporti di forza nello scacchiere mondiale, rafforzando inoltre l’Iran, tradizionale nemico degli Stati Uniti, mentre i sanguinosi conflitti interni iracheni sembrano continuare senza fine.

   Il secondo grande avvenimento è indubbiamente la primavera araba, con l’ondata di grandi speranze verso un’evoluzione democratica che, per ora, sembra concretizzarsi soltanto in Tunisia, mentre l’Egitto vive ancora in una transizione senza fine. Il lungo processo elettorale vede prevalere, oltre ogni previsione, i partiti islamici. Non solo i fratelli mussulmani, che negli ultimi anni si sono avvicinati ad una politica più moderata e di progressivo riconoscimento dei diritti civili, ma anche i salafiti, saldamente orientati verso uno stato teocratico.

   Intanto l’Egitto soffre, la disoccupazione aumenta, il turismo è a zero, i capitali fuggono, la violenza cresce così come aumenta la tentazione di appellarsi all’esercito perché ponga fine a questa transizione senza fine. Naturalmente non è nemmeno necessario sottolineare come, al di là di grandi discorsi, l’Europa non faccia nulla per aiutare il cammino della primavera araba.
Il terzo avvenimento importante dell’anno riguarda la guerra di Libia. Anche in questo caso l’Europa si è presentata divisa ma la grande novità è che il peso della guerra non è stato sopportato quasi interamente dagli Stati Uniti, come nel caso dell’Iraq e dell’Afghanistan, ma è stato equamente diviso con i paesi europei partecipanti ed è stata affidata a loro (in questo caso particolarmente alla Francia) la guida politica e la conseguente visibilità del conflitto. A consuntivo Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno coperto ciascuno circa il 15% del costo della guerra e l’Italia il 10% (più le basi logistiche).
Anche se non si può da questo concludere che gli Stati Uniti si disinteressino del Mediterraneo ( se non altro per la presenza di Israele) è doveroso osservare come abbiano preferito condividere il peso di questa pur importante azione militare con gli alleati europei. Naturalmente non con l’Unione Europea perché le posizioni e gli interessi dei suoi componenti marciano, anche in questo caso, in direzione diversa.
L’ultimo grande avvenimento di politica estera del 2011 non riguarda né una rivoluzione né una guerra ma il lungo viaggio di Obama e della signora Clinton nel Pacifico.
Accanto ad un supplemento di impegno militare diretto (una nuova base militare in Australia) il viaggio è stato totalmente dedicato a costruire amichevoli rapporti con i paesi che gravitano intorno alla Cina e che hanno tensioni o contenziosi con la Cina stessa. Così è stato per il Vietnam come per le Filippine, l’Indonesia, il Giappone e perfino con la Cambogia, finora indissolubile alleato della Cina.

   Tutto questo in linea con l’opinione pubblica americana, sempre più calamitata ma altrettanto impaurita dall’ascesa cinese. Il Pacifico è ormai il centro di gravità dell’economia e della politica mondiale ma, anche in questo caso, gli Stati Uniti si rendono conto di non avere le risorse per controllare direttamente uno scacchiere così vasto e cercano perciò di costruire alleanze sempre più solide con coloro che in un modo o nell’altro hanno paura della Cina.

   I quattro avvenimenti brevemente elencati non sono strettamente connessi fra di loro e forse non fanno parte di una politica deliberata e organica ma segnano con certezza l’accelerazione del passaggio da un mondo americano a un mondo tendenzialmente bipolare, con una contrapposizione crescente fra Stati Uniti e Cina.

   Eppure vi è ancora spazio per un equilibrio multipolare anche perché Stati Uniti e Cina hanno tra di loro legami economici e finanziari troppo forti e non hanno quindi, per ora, alcun interesse ad uno scontro aperto. Dubito tuttavia che l’Europa di oggi sia in grado di inserirsi in questo spazio. (Romano Prodi)

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EUROPA: QUELLA IDENTITÀ CONDIVISA CHE MANCA ALL’UNIONE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 22/12/2011

L’Europa non è una comunità di senso. Non abbiamo una lingua, un’identità, una memoria storica condivisa. In parole povere, non siamo una nazione. Per unirci in uno Stato europeo dovremmo inventarne una, oppure costruire un impero.

Nessuno ha ancora provato a produrre una nazione europea. Molti nel passato hanno tentato di allestire un impero continentale, con la propria nazione al centro e i restanti popoli in subordine (Napoleone), se non schiavizzati (Hitler). Fallendo.

Da oltre mezzo secolo siamo impegnati in un processo a tempo indeterminato e geografia imprecisata noto come “integrazione europea”. Impresa apparentemente dedicata a superare gli Stati nazionali democratici senza peraltro determinare con quali istituzioni – e quanto democratiche – sostituirli. Un work in progress. Scaduto a work in regression almeno da quando (1973) abbiamo integrato nello spazio comunitario una nazione vocazionalmente antieuropea – la Gran Bretagna – e inventato vent’anni dopo a Maastricht la prima moneta senza sovrano della storia universale.

Una divisa che oggi circola in 17 dei 27 paesi comunitari (su 51 Stati convenzionalmente battezzati europei). Non proprio “moneta unica”. Meno ancora il propulsore di quello Stato europeo che secondo alcuni dei suoi coraggiosi fondatori ne sarebbe inevitabilmente scaturito. Una moneta orfana, adottata da diciassette vicegenitori che si studiano in cagnesco, stenta a suscitare fiducia, figuriamoci entusiasmo politico.

Anche per causa dell’euro, l’Europa non affascina più. Al contrario, rischia di diventare il capro espiatorio delle nostre angosce. Una cupa eurofobia si insinua fra europei di ogni latitudine. Su di essa speculano imprenditori politici dalle dubbie credenziali democratiche. Mentre riaffiorano ipernazionalismi e particolarismi etnici, non solo nell’Europa “allargata” (l’Ungheria è il caso limite), dilagano le teorie del complotto e si riesumano i Protocolli di Sion in versioni non troppo aggiornate.

Se fino a qualche tempo fa gli avventurieri xenofobi se la prendevano anzitutto con il “pericolo islamico”, oggi il facile bersaglio di Le Pen figlia, Wilders, Bossi e affini è “Bruxelles”, il Moloch cui i nostri politici chiamano a sacrificare in nome dell’euro. Dieci anni fa, per molto meno l’Austria di Haider fu messa alla gogna dall’indignazione comunitaria. Oggi l’Ungheria di Orbán può permettersi assai di più, quanto a scelte liberticide e istinti neoirredentistici. Nell’indifferenza quasi generale.

L’eurocrisi non è puramente economico-politica. La sua radice è cultural-identitaria: manca il senso condiviso su cui qualsiasi politica deve poggiare. Gli europei tendono a non comunicare, anche quando pensano di farlo. Si rinfacciano reciprocamente stereotipi negativi come fossero verità di fatto. Quei cliché che nel bel tempo reprimiamo nei retrobottega dell’anima e nella tempesta deflagrano dentro e fuori di noi con inattesa potenza.

Al deficit di comunicazione, dunque al pathos delle intolleranze, contribuisce l’eurolingua comunitaria: il gergo corrente fra i funzionari di Bruxelles. I quali, per difendere la “ragion di Stato di uno Stato che non esiste” (Enzensberger), devono essere ben certi di non farsi capire dai comuni europei. Senza un filo di ironia.

Di qui il parlare per acronimi (Eac, Rtd, Entr, Taxud, Elarg, Hr eccetera per restare alle Direzioni generali, pardon: Dg) per lemmi intraducibili (acquis communautaire, governance, trilogue eccetera) scritti o pronunciati da dirigenti comunitari non eletti ma selezionati dai leader nazionali per allocare ex colleghi disoccupati (Barroso, van Rompuy) o fra le terze file delle classi politiche domestiche (Ashton).

L’europeisticamente corretto danneggia l’Ue e ne esalta i nemici. Giacché ha eretto l’Europa a tabù, umiliandola a sinonimo di Unione Europea. Così manipolata, “Europa” è orwellianamente scaduta a parola utile a bloccare ogni ragionamento critico su se stessa. Mentre “euroscettico” – colui che dubita del tabù Europa, avrebbero tradotto gli illuministi – è anatema per gli euroteologi.

Un rattrappimento semantico cui forse non si sarebbero piegati, se oggi rivivessero, gli storici e i filosofi che della civiltà europea vollero abbozzare un’interpretazione valoriale, da Voltaire a Diderot, da Robertson a Hume.

L’assenza di senso dell’Unione Europea ne riflette la carenza di identità. Mai nella storia i popoli lettone e cipriota, maltese e slovacco, italiano ed estone, britannico e austriaco – per tacere di francesi e tedeschi – hanno convissuto sotto uno stesso tetto, a condividere pane quotidiano, pensieri e sentimenti profondi.

Certo, l’identità è sempre plurale. Siamo tutti parenti a questo mondo, dopo Adamo ed Eva. Resiste in molti di noi, malgrado tutto, un sentimento di “europeità”, peraltro assai cangiante e avvertito soprattutto quando non siamo in Europa. Ma di qui a farne il sostrato di una entità politica c’è un abisso.

Forse un giorno nascerà una comunità di senso europea, in spazi diversi e più ristretti dell’Ue. Purché oggi, e non domani, noi europei, italiani in testa, stabiliamo che sul carattere liberale e democratico delle nostre istituzioni, quali ne siano i confini, non si transige.

Il paradosso dell’euroteologia è che da decenni sta metodicamente segando, con il ramo degli Stati nazionali, anche quei valori occidentali che danno loro linfa e senso. E che oggi non possono essere incardinati in uno Stato europeo, se non con la forza o con l’inganno.

I padri fondatori spiegavano di lavorare per gli europei, non con loro. Da buoni istitutori. Nel frattempo siamo un po’ cresciuti e, speriamo, abilitati a dubitare. A scegliere. Democrazia prima, Europa poi. (Lucio Caracciolo)

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PIU’ EUROPA PER EUROLANDIA

di Luigino Bruni, da “AVVENIRE” del 24/11/2011

- la sfida che viene dalla crisi più europa per eurolandia –

   Il governo Monti sta muovendo i suoi primi mi passi, e li sta muovendo tra Roma e l`Europa, la sola direzione giusta e necessaria. La crisi, anche quella italiana, va affrontata rilanciando un grande progetto europeo, molto più ambizioso della sola comunità economica fondata, poco saldamente, sull`euro: senza politica le monete e le economie sono troppo fragili, soprattutto nell`era della globalizzazione.

   L`epicentro di questa crisi finanziaria ed economica sono stati gli Usa e uno stile di vita fondato sul debito al consumo e sulla finanza creativa, è bene ricordarlo ogni tanto; ma l`onda anomala che è poi arrivata sulle coste europee ha trovato istituzioni troppo fragili che rischiano di essere spazzate via, comprese quelle francesi e tedesche, come dicono i recenti segnali provenienti dai mercati.

   L`Europa è chiamata, ora e presto, a un salto di scala, a dar vita a un nuovo patto politico europeo, saldamente ancorato al principio di sussidiarietà, uno dei pilastri dell`Unione Europea. Senza questa rapida evoluzione politica e non più burocratica, i singoli Paesi non riescono e non riusciranno a essere all`altezza delle nuove sfide economiche, finanziarie e politiche.

   Alla nascita della modernità le città italiane erano il centro della vita culturale, economica e politica del mondo. Firenze, Venezia, Genova erano i gangli vitali della prima stagione dell`economia di mercato, attorno alle quali si erano costruiti dei veri e propri patrimoni finanziari e politici. Geni come Machiavelli, Leonardo, Michelangelo, furono i frutti più maturi di quella civiltà capace di innovazione e creatività ancora oggi in larga parte insuperate.

   La scoperta del Nuovo Mondo fu un primo trauma per quella civiltà cittadina, e il momento del suo apice, il Cinquecento, fu anche l`inizio del suo declino. Un elemento cruciale del tramonto della cultura e dell`economia italiana fu la miopia dei governi di quelle città, che non capirono che sebbene ognuna fosse in sé grande e grandissima, nessuna però lo era abbastanza per tenere, da sola, il passo con le nuove potenze commerciali e politiche che si affacciavano sulle Americhe e sulle Indie.

   La storia vera si fa anche con i “se”: oggi infatti possiamo dire che “se” quelle straordinarie città avessero trovato una via all`unità politica con un nuovo patto, rinunciando ciascuna a qualche fetta di sovranità e di orgoglio nazionale, probabilmente la storia e il peso economico, culturale e politico dell`Italia sarebbero stati diversi.

   La Germania, la Francia, l`Inghilterra, l`Italia sono oggi in una situazione non sostanzialmente dissimile a quella nella quale si trovarono quelle città italiane all`alba della modernità. E da questo punto di vista (economico e culturale) la similitudine tra i nostri Paesi e le città italiane è oggi più stringente di quanto non lo fosse negli anni Cinquanta, quando era meno evidente che stavano sorgendo all`orizzonte nuove superpotenze (Cina, India, Brasile…).

   Sei Paesi europei, dalla grande forza economica, politica, commerciale, e dal grande orgoglio nazionale, non saranno capaci di perdere qualcosa della propria autonomia per immaginare una nuova stagione europea veramente politica, in linea con i grandi ideali dei Padri fondatori, il tramonto economico, culturale e politico credo arriverà presto.

   Per evitarlo occorrono interventi coraggiosi, urgenti e di vasta portata. Innanzitutto, lo stiamo ripetendo da tempo, occorre dar vita a una vera banca centrale forte e con strumenti capaci di reggere le pressioni alle quali è sottoposta una moneta importante come l`euro.

   Ma perché ciò sia possibile e funzioni è necessario un cambiamento di rotta nella politica e nella cultura europee. Le rivoluzioni a metà sono peggiori dello status quo: un`Eurolandia senza Europa non ha futuro né presente.

   E, ieri come oggi, le energie per compiere questo passo verso un nuovo patto europeo si debbono trovare prima di tutto nei cittadini, nella gente, nei loro desideri e nella loro voglia di futuro, e nelle loro virtù civili, e anche nella loro capacità di sacrificio. Perché, come scriveva a metà Settecento l`economista napoletano Antonio Genovesi, «lo Stato migliore non è quello dove sono le leggi migliori, ma quello dove sono gli uomini migliori». (Luigino Bruni)

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CHE COS’È IL GRUPPO SPINELLI

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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Il Gruppo Spinelli è un movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per rilanciare il processo di integrazione europea.

Il Gruppo è stato fondato il 15 settembre 2010 a Bruxelles nell’ambito del Parlamento europeo. È stato intitolato ad Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell’integrazione europea e tra i creatori dell’Unione dei Federalisti Europei. Spinelli stesso lanciò un’iniziativa simile nel 1980, il Club del coccodrillo.

L’iniziativa è stata promossa in particolare da Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit[1], con il sostegno dell’Unione dei Federalisti Europei. Tra le personalità che vi hanno aderito vi sono Jacques Delors, Joschka Fischer, Mario Monti, Pat Cox, Ulrich Beck e Amartya Sen. Anche Tommaso Padoa-Schioppa aderì al Gruppo[2].

Tra gli obiettivi principali del Gruppo vi sono l’impegno per il rafforzamento dell’integrazione europea e il desiderio di difendere e rilanciare il ruolo delle istituzioni comunitarie. Secondo i suoi aderenti, il processo di integrazione europea non sta avanzando in maniera soddisfacente e stanno emergendo tendenze verso un rafforzamento del ruolo degli stati membri a scapito del ruolo della Commissione europea e del Parlamento europeo. Verhofstadt e Cohn-Bendit sono molto critici nei confronti dell’attuale presidente della Commissione José Manuel Barroso, ritenuto troppo passivo rispetto ai governi nazionali[1].

Il Gruppo ha pubblicato un manifesto online[3](da WIKIPEDIA)


Filed under: Geografia e confini, Le nostre proposte
Categorie: GIS Italia

Auguri da un nuovo pianeta

TANTO - Sab, 31/12/2011 - 18:00
Introduzione

Anni fa ho creato un aggregatore di feed RSS, con l’obiettivo di raccogliere le notizie provenienti dai blog italiani a tema GIS. L’ho fatto come “utilizzatore finale” (giuro che non è satira politica), per avere una fonte unica – e in particolare un solo feed RSS – da cui leggere notizie a tema. Gli associai anche un nome di fantasia: Blog GIS Italia.
Successivamente, quando TANTO era ancora un blog monoautore, l’ho inserito nel flusso di notizie di una delle colonne laterali del blog, e nel tempo ne ho curato (malamente) la manutenzione, l’aggiornamento del “motore” e quello delle fonti.

La sua ultima versione – che con un tocco di presunzione avevo classificato come “0.3” – era basata su Yahoo! Pipes e ne sfruttava pochissime funzioni (soltanto un po’ di regex sul titolo delle sorgenti degli RSS).

E’ uno strumento che mi è sempre stato utile, su cui desideravo investire un po’ di nuove risorse e dare finalmente vita alla versione “0.4”. Il momento è arrivato e nasce oggi, come progetto della redazione di TANTO, “Planet GIS Italia 0.4” (ebbene sì un nome un po’ diverso).

Planet GIS Italia 0.4

E’ una finestra sul mondo delle tecnologie e della cultura geospaziali, un punto di accesso e di scoperta centralizzato. Nulla di nuovo.

Esistono infatti già diversi aggregatori legati al mondo dei GIS. Tre esempi noti:

  1. Planet OSGeo, is a window into the world, work and lives of OSGeo members, hackers and contributors;
  2. Planet Geospatial, is a window into the world of geospatial technology;
  3. geoblogger.eu, is a feed aggregator of European geo-blogs and should serve as index and leverage networking for geo-minded people in that region.

Il nome è cambiato perché sono cambiati i criteri di selezione: ci sembrava riduttivo quello di aggregare “soltanto” le notizie/post/articoli provenienti dal mondo dei blog. Sono la fonte principale, ma non sono l’unica, né sempre la più ricca.
Ogni aggregatore sottostà a dei criteri di selezione, e quello principale di Planet GIS Italia (da qui in poi PGI) è “spaziale”: i contributi raccolti vengono dal nostro Paese (non sempre in senso stretto). Un altro criterio è ovviamente quello tematico.
Il risultato è un sito snello, un piccolo “televideo” tematico, che per scelta editoriale non ingloba interamente i post originali, ma soltanto una piccola parte.

Una piccola/grande novità di questo aggregatore, che lo differenzia ad esempio dai tre famosi di cui sopra, è il suo essere “geografico” non soltanto per i temi trattati, ma anche nel suo “cuore”. Infatti sugli elementi dei feed RSS sorgenti viene eseguita una procedura di geoparsing, con l’obiettivo di estrarre le informazioni spaziali eventualmente presenti in essi. Si tratta essenzialmente di una “caccia al
toponimo” che (se va a buon fine) consente di arricchire il dato originale con un’informazione che inizialmente (quasi sempre) non era presente: la posizione sulla Terra.

Uno degli output è ovviamente una mappa, in cui vengono raccolti – ed eventualmente aggregati in cluster – gli elementi archiviati in PGI.

Non crediamo però che l’elemento geografico sia il più importante. Ci piace infatti pensare che questo spazio possa essere soprattutto una fonte di scoperta e un ponte tra persone, esperienze e professionalità. Nel lavoro di redazione, nel raccogliere e proporre gli elementi da aggregare qui, noi stessi abbiamo letto per la prima volta dell’esistenza di alcuni siti, abbiamo appreso nuovi concetti e siamo entrati in contatto con delle belle persone.

Come funziona Planet GIS Italia

Planet GIS Italia è basato su MANAGING NEWS, un motore open source per l’aggregazione di notizie con le seguenti caratteristiche di base:

  • Aggrega da sorgenti RSS/Atom a scelta
  • Mostra le notizie come lista o su una mappa
  • Consente di eseguire delle ricerche
  • Da la possibilità di raggruppare le notizie in canali
  • Esegue il geotagging delle notizie
  • Espone i contenuti raccolti via RSS (e GeoRSS)
  • Consente di condividere i contenuti su Facebook, Twitter o per email

Managing News è un prodotto (da febbraio del 2011) di Phase2 Technology, basato a sua volta su una personalizzazione di alto livello di Drupal 6, con alle spalle moduli che ci piacciono tanto, tra i quali OpenLayers. Il gruppo che ha originariamente sviluppato il prodotto è quello (fantastico) di Development Seed (per inciso una delle più belle homepage di tutti i tempi), e se ne ha evidenza nell’uso di MapBox come layer di base dell’interfaccia cartografica.

Il servizio di geoparsing è basato su Yahoo! Placemaker, un servizio che consente di sviluppare applicazioni location-aware, identificando i luoghi presenti in contenuti non strutturati (feed, pagine web, news, aggiornamenti di stato, ecc.) e restituendo i metadati geografici correlati.
Ad ogni luogo individuato viene associato un identificatore univoco WOEID (Where On Earth Identifiers), un tipo (una categorizzazione di base, per definire ad esempio se il luogo è una città o uno stato), un nome “formale” ed una coppia di coordinate.

Immaginiamo ad esempio che su su Planet GIS Italia venga raccolto il seguente contributo:

“Opendata, donazioni, Baviera: conti e racconti”

Il motore di PGI lo invia a Yahoo! Placemaker che lo processa e gli restituisce (se viene individuato un luogo) queste informazioni:

  • woeId : 2345482 → gli associa un ID
  • type : State → lo classifica
  • name : Bavaria, DE → gli associa un nome formale
  • centroid → ne restituisce la posizione del centroide
  • latitude : 48.9172
  • longitude : 11.408

Questo è l’output completo che viene restituito. Se volete “giocarci” un po’, lo strumento più comodo e didattico è sicuramente la console YQL. Da questo link potrete aprirla precaricata con una query sintatticamente corretta e basata sulla stringa di sopra (una volta aperta la pagina, dovrete fare click sul tasto “TEST” che si trova sotto la query).

Se il processing geografico restituisce valori, questi vengono associati agli elementi dei feed in due modalità principali:

  • l’associazione di un tag con il nome del/i toponimo/i individuati (vedi immagine sottostante)
  • l’associazione di una (o più) coppia di coordinate in modo da poter rappresentare la notizia su una mappa

Le notizie per le quali non è individuato un luogo vengono inserite comunque nel sito, ma non potranno essere mappate. Se le fonti originarie contengono però nativamente delle informazioni geografiche in forma di GeoRSS, queste vengono utilizzate automaticamente per posizionare la notizia sulla mappa, anche nel caso in cui il geoprocessing non abbia prodotto risultati.

Con in nomi dei luoghi e con le lingue le cose però non sono così facili. Perché c’è Prato e anche prato. Grazie a PGI ho scoperto anche che c’è una destinazione di viaggio a Hong Kong che da molto fastidio all’analisi dei testi italiani: “Che Ha”. Ma mi fermo perché il tema è molto specialistico, ed è necessaria un’altra penna e un altro post.

Per familiarizzare con l’interfaccia del sito abbiamo preparato una breve videoguida, che ne illustra le caratteristiche principali.

Sui feed

Se fai una indagine su tre classi dell’ultimo anno delle superiori, su 70 studenti di 18 anni nessuno sa cos’è Google Reader, 2 si informano in rete sui siti dei grandi giornali, e 70, cioé tutti usano Facebook.[1]

Un po’ tutti noi di TANTO siamo Feed RSS/Atom dipendenti. Se ne può “fare uso” nelle modalità più svariate, e l’elenco delle ricette che trovate sul meraviglioso ifttt ne è una prova. Purtroppo sono forse ancora visti (e utilizzati) come strumento di nicchia, mentre dovrebbero essere quasi per definizione uno strumento “pop”.

Anche i colossi dell’informatica ci mettono lo zampino, e in browser come Mozilla Firefox Google Chrome il tasto per iscriversi ad un feed non fa parte della dotazione standard, ma è attivabile soltanto tramite un’estensione.

Un po’ di cura dovremmo mettercela anche noi che creiamo e diffondiamo RSS: i feed di TANTO ad esempio non superano ancora la validazione W3C. Costruendo questo spazio ho constatato anche che alcuni grossi siti del settore pubblicano i loro RSS con un corredo povero di informazioni (senza alcun tag e/o categorie).

Sorpresa e serendipità

If we’re going to encourage more innovation, it’s not enough for us to just dig in and work harder. We also need to encourage surprise and serendipity. We need to play each other’s instruments.[2]

Due delle emozioni tipiche nella quotidiana lettura dei feed RSS/Atom, sono per noi della redazione di TANTO lo spunto per farvi e farci dei grandi auguri per l’anno che verrà. Sorpresa e serendipità non bastano da soli a rendere un anno migliore di un altro, ma possono essere una delle scintille per fare partire quelle reazioni a catena che nel 2011 non si sono innescate.

Buon anno a tutti!

Grazie a CostantinoMassimo e Maurizio per avere seguito con attenzione ed interesse la nascita di PGI

L'articolo Auguri da un nuovo pianeta è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.


Categorie: GIS Italia

IL PROGETTO LOCALE – di Alberto Magnaghi, un libro indispensabile per RIPENSARE la pianificazione territoriale in un momento di CRISI economica e sociale, ma anche dei PARADIGMI della (post)modernità

Geograficamente - Ven, 30/12/2011 - 16:05

La condizione di “doposviluppo” in cui ci ha fatti precipitare la crisi economica mondiale impone nuove visioni strategiche, a partire proprio da ciò che ci è più prossimo: il luogo in cui viviamo e da cui, paradossalmente, siamo sempre più sradicati. La nostra esistenza si delocalizza, perdiamo la sovranità sulle sue forme materiali e simboliche, mentre quell’autentica opera d’arte corale che è il territorio, costruito nel dialogo vivo tra uomo e natura, subisce una spoliazione sistematica, riducendosi a supporto amorfo di opere e funzioni, quando non a collettore di veleni. Secondo Alberto Magnaghi, uno dei massimi teorici del “localismo consapevole”, è ormai improrogabile riprogettare il territorio su basi di autosostenibilità e decrescita. Dieci anni dopo la prima edizione del “Progetto locale” (2000) – tradotto in francese, inglese e spagnolo -, i guasti si sono aggravati, ma si è anche acuita la cognizione della catastrofe. Dopo due ristampe, approfittiamo dell’ultima riedizione accresciuta e aggiornatissima (2010) in cui si dà conto dei tentativi di rimettere in valore lo spazio pubblico attraverso nuove alleanze di comunità. Essenziale è il sorgere di una coscienza di luogo (di quartiere, di città, di valle, di bioregione) che miri a tutelare i beni patrimoniali comuni, ossia culture, paesaggi urbani e rurali, produzioni locali, saperi. Nel tentativo, vano e consapevolmente riduttivo, di riassumere i contenuti del pensiero di questo importante autore, noi vogliamo incitare i nostri lettori alla lettura integrale del “Progetto Locale”. Lo faremo a partire da una riflessione personale seguita da due resoconti che ci appaiono completi e ricchi di stimoli.

Alberto Magnaghi è ordinario di Pianificazione Territoriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, dove dirige il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LAPEI) del Dipartimento di Urbanistica.

Il libro di Alberto Magnaghi è al tempo stesso militante, polemico, combattivo, programmatico: una lettura indispensabile! L’autore, che insegna pianificazione urbana all’università di Firenze, non si accontenta di denunciare una certa forma di megalopolizzazione planetaria o di criticare il discorso neoliberale che nega il luogo in nome di una globalizzazione dall’alto, ma va oltre, elaborando con prudenza un’alternativa territorialista, accompagnata da una serie di proposizioni realiste, con l’obbiettivo dell’instaurazione di una democrazia partecipativa locale.

Il libro è costituito di due parti. La prima presenta la sua concezione del territorio e la seconda descrive qualche scenario, non soltanto credibili ma anche realizzabili a breve termine. Se la “cosmopoli” contemporanea ci fa credere che con la tecnoscienza e le sue protesi a-territoriali il mondo si megalopolizza senza tener conto dei luoghi, i quali si sono rivelati degli ostacoli più che delle basi per questo processo, è allora tempo di denunciare questa affermazione e di annunciare la rivincita del locale!

L’autore riabilita con vigore la nozione di territorio – e di territorialità -, in quanto risultato dell’unione amorosa della natura e della cultura, “opera d’arte” che si trova in pericolo, da un lato a causa del diffondersi sconsiderato della tecnologia che deterritorializza l’azione degli uomini e dall’altro a causa della globalizzazione dell’economia che delocalizza le unità di produzione, di consumo e di decisione. Alberto Magnaghi pensa che sia possibile arginare queste tendenze costrunedo uno sviluppo locale autosostenibile. Per questo, è auspicabile che ogni territorio ritrovi la propria identità e disegni una sorta di sua carta geografico-genetica, al fine di partecipare direttamente, in quanto tale, al “progetto locale”. Il territorio è un neo-ecosistema, scive l’autore, ovvero l’eredità di una lunga storia passata e a venire. Questa proiezione nell’avvenire impone il “principio di sostenibilità”, che Alberto Magnaghi fonda ispirandosi ai lavori di Ignacy Sachs, su “cinque dimensioni indissociabili: sociale, economica, ecologica, geografica e culturale”. Dopo aver spiegato perché il patrimonio non reclama una conservazione – che paradossalmente lo distrugge, secondo l’analisi di Giuseppe Dematteis – ma la sua valorizzazione “attraverso nuovi modi di territorializzazione e la creazione di nuove risorse”, l’autore precisa quel che intende per autosostenibilità. Questo concetto riposa sul postulato secondo il quale una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio puo’ creare un equilibrio sostenibile tra insediamento umano e milieu, riconnettendo le abitudini, i saperi e le tecniche di oggi a una saggezza ambientale ancestrale. E’ a partire da questa territorialità riconquistata che la democrazia comunitaria potrà esercitarsi. Il progetto locale è infatti definito come un approccio territoriale dello sviluppo locale autosostenibile, s’incarna nella politica o piuttosto nelle politiche, il linguaggio e le azioni di un governo locale, e si scontra necessariamente con numerose contraddizioni. Come scrive Magnaghi, le esperienze più avanzate mostrano che bisogna favorire la crescita delle società locali, il cui principale obbiettivo è di ristabilire relazioni virtuose con il loro luogo d’insediamento, reinterpretandone i suoi valori territoriali.

Senza alcuna nostalgia per un certo “spirito dei luoghi” eterno e perpetuo, senza rigettare le innovazioni tecnologiche, senza negare la globalizzazione – che deve essere accompaganta da una “globalizzazione dal basso”, ovvero da reti locali solidali tra esse -, l’autore difende una progettazione a partire da unità territoriali autonome e al tempo stesso responsabili di tutto il pianeta Terra. L’economia è allora un mezzo e non un fine, l’ambiente integra l’umano a fianco del vivente e della lunga storia della natura, il politico accresce il benessere collettivo favorendo il disaccordo piuttosto che il consenso. Per questo il progetto locale è strettamente connesso all’attivazione della società civile nelle politiche pubbliche, attraverso processi decisionali caratterizzati dalla dimensione partecipativa, verso forme innovative di democrazia deliberativa.

Quest’opera viva, vigorosa e propositiva non puo’ lasciare il lettore indifferente. Al contrario lo incita a trovare altri esempi virtuosi laddove operano associazioni innovanti e organizzazioni non governative, in presenza di “banche” di scambi non mercantili, di cooperative per un commercio “giusto”, d’istituzioni rispettose della parola di ciascuno, etc.

“Il progetto locale” solleva certamente anche altre questioni (Quale delimitazione del territorio? Che ne è delle mobilità del cittadino X? E se un territorio non ha molte particolarità? E le temporalità differenziate delle istituzioni e delle attività umane? E l’urbanismo “locale”, in cosa consiste?…) e risveglia altri riferimenti (Éric Dardel e la geografia esistenziale, Claude Raffestin e la territorialità, Martin Heidegger e l’abitare poetico, Manuel Castells e la resistenza identitaria di fronte al dominio dei flussi globali, Marc Augé e il “mito” dei non-luoghi, etc.).

Ne riteniamo che questo radicamento territoriale in relazione col mondo intero costituisce verosimilmente una delle rare possibilità di soggiornare su una terra ancora accogliente nei secoli a venire.
IL TERRITORIO E LE COMUNITÀ LOCALI. BASI DI UN PROGETTO LOCALE, GLOBALIZZAZIONE DAL BASSO E NUOVO MUNICIPIO.

Dal blog di Paolo Coluccia, Maggio 2007.

1. [...] «Il territorio è un’opera d’arte: forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia espresso». È la prima frase che Magnaghi, architetto del territorio, mette in capo al libro: quale migliore inizio! Ma, soprattutto, «il territorio non è un asino», che la colata lavica dell’antropizzazione selvaggia contemporanea può all’infinito sovraccaricare. L’auspicio dell’autore è rivolto alla costruzione di uno statuto dei luoghi, con un forte carattere utopico-euristico nell’approccio programmatico. Gli elementi di fondo: un multiverso di energie, un universo di attori, il collettivo post-fordista, per il dopo-sviluppo, perché l’idea di sviluppo è insostenibile ed eco-catastrofica. «La valorizzazione del patrimonio territoriale a partire dalla costruzione di ‘statuti dei luoghi’ da parte delle municipalità diviene, in questo modello, la condizione necessaria per la produzione di nuova ricchezza. Il carattere utopico dell’approccio trova il suo referente concreto nell’esistenza di un multiverso di ‘energie da contraddizione’ sociali, istituzionali, economiche e culturali, che già praticano nuove relazioni di cura dell’ambiente e del territorio, nuove forme di comunità, di economia solidale, di ricostruzione dello spazio pubblico. Questo universo di attori nell’epoca postfordista e del ‘doposviluppo’ può costituire il soggetto collettivo della trasformazione verso una ‘globalizzazione dal basso’» (p. 11)

2. Lo sviluppo locale può diventare «un’alternativa strategica alle teorie tradizionali dello sviluppo incentrate sulla globalizzazione economica», quella globalizzazione occidentale che «definisce le soglie di povertà in base al prodotto interno lordo dei paesi ricchi» e «produce anche nuove povertà» (p. 42). Si tratta di povertà legate alla qualità urbana, ambientale, identitaria e territoriale, che nuovi modelli di crescita quantitativa inducono nelle metropoli, che a loro volta mostrano in pieno tutte le loro contraddizioni. «In altri termini il modello di sviluppo sulle relazioni imperiali Nord-Sud, sull’accentramento del comando e del controllo e sul decentramento della produzione, crea povertà non più solo al Sud, ma anche al Nord, dove si consuma l’80 per cento dell’energia e della produzione mondiale di merci» (p. 45). Siamo di fronte ad un rovesciamento dei valori fondamentali della vita, della società e del territorio, sui quali s’innestano nuove esigenze legate alla dimensione etnica, linguistica, ambientale e locale. Tali questioni modificano in pieno i classici indicatori di sviluppo di tipo quantitativo, in quanto economie locali, identità e ambiente «ripropongono un ripensamento del ruolo del territorio (e della sua cura e valorizzazione) nella produzione della ricchezza» (p. 48). Pertanto: quale sviluppo? Quale relazione con i processi di globalizzazione? Quali politiche e quale economia nel territorio? Chiaramente si ripropone il tema della sostenibilità, parola che oggi, tra le labbra di molti, «accompagna l’obsolescenza della parola sviluppo» (p. 51).

3. La ridefinizione del rapporto culturale fra uomo e territorio porta a riconsiderare quest’ultimo come soggetto vivente e non come semplice supporto: infatti, i luoghi non sono bestie da soma! «I luoghi sono soggetti culturali, ‘parlano’, dialogano del lungo processo di antropizzazione attraverso il paesaggio, restituiscono identità, memoria, lingua, culture materiali, messaggi simbolici e affettivi. Finché sulla scia della cultura industriale massificata, tratteremo i luoghi come bestie da soma (senza ucciderle di fatica, con un carico ‘sostenibile’, appunto), resteremo all’oscuro delle loro ricchezze profonde e difficilmente riusciremo a invertire stabilmente l’ecocatastrofe planetaria che abbiamo prodotto con la nostra ignoranza ambientale e locale» (p. 54). Per far rinascere la cura e la cultura del territorio sarà indispensabile fare società locale, mediante la capacità d’autorganizzazione del territorio, e dare forza ai soggetti che vivono e producono nel territorio. L’approccio territorialista ha come referenti gli abitanti e una nuova concezione della ricchezza: «Per questo la cura del territorio non può che essere affidata agli abitanti, ma bisogna in primo luogo che esistano abitanti dei luoghi, vale a dire che si superi l’ipotrofia dell’abitante e l’ipertrofia del produttore consumatore che caratterizzano la forma metropoli contemporanea» (p. 67).

Autogoverno e processi partecipativi, dunque, concertazione, patti sociali, condivisione. «La nuova comunità che si forma nella concertazione pattizia, ‘costituzionale’, di un progetto di futuro in una società locale complessa, pluriculturale, con diversi gradi di internità al territorio, nasce da interessi necessariamente conflittuali» (pp. 68-69). Per questo occorre passare dalla cultura conflittuale al riconoscimento delle differenze, mediante soluzioni concertate. «L’antagonismo si ridefinisce come conflitto fra eterodirezione e autogoverno. La crescita dell’autogoverno di una società complessa richiede una cultura della comprensione e del riconoscimento dell’alterità come valore fondativo della relazione sociale e dell’arricchimento incrementale che lo scambio fra diversità può portare all’interesse comune» (p. 69).

4. Un intenso programma, dunque: una fitta rete di relazioni non gerarchizzate, equità sociale e di genere, autodeterminazione e autoprogettualità, soprattutto «la capacità degli attori più deboli di attivare sistemi di comunicazione e di ascolto reciproco» (p. 70). Infatti: «Il problema è decisivo, poiché nella maggior parte delle esperienze di sviluppo locale gli attori che hanno voce sono quelli che hanno accesso alla politica, all’informazione, alle risorse economiche e culturali, alle reti di comunicazione telematica per proporre progetti. La rappresentazione del territorio che ne emerge è sovente piegata agli interessi degli attori che accedono alla negoziazione». Qui si tratta invece di promuovere una nuova forma di comunità, una crescita della comunità ‘possibile’, «che nella società molecolare postfordista è volontaria, si costruisce come ricerca di autodeterminazione e come progetto, cresce come densificazione del legame sociale, fra stato e mercato» (p. 70). Inoltre, superamento delle concezioni monoculturali: autosostenibilità ambientale, al posto della vaga sostenibilità dei programmi internazionali, con chiusura dei cicli locali dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’energia; riduzione della mobilità delle persone; qualità e unicità dei prodotti; restauro e riqualificazione delle strutture, delle attività agricole e forestali; realizzazione di agende 21 locali o bioregionali. Processi di riterritorializzazione per progetti di sviluppo locale autosostenibile. Perciò, importanza delle strategie lillipuziane, ma netto rifiuto del localismo e del campanilismo, perché solo da quelle può crescere il capitale sociale e la self-reliance. E soprattutto, volontà ed impegno: non c’è progetto di trasformazione se non ci sono attori che vogliono trasformare.

[...] Il rafforzamento delle società locali, attraverso il progetto di sviluppo locale autosostenibile può consentire l’attivazione di strategie ‘lillipuziane’, tessendo reti non gerarchiche (Sud-Sud, Sud-Nord, fra città e regioni), in un fitto reticolo in grado di contrastare le grandi reti, fortemente centralizzate, della globalizzazione economica». Nel dibattito in corso appaiono tre punti fermi: a) il valore del patrimonio non si identifica con il suo valore d’uso; b) il patrimonio territoriale richiede di essere trattato come un sistema vivente ad alta complessità; c) lo sviluppo locale fondato sulla valorizzazione del patrimonio non ha confini, né scale, né attori precostituiti: non s’identifica con il localismo. E «la ricostruzione della comunità è l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile» (p. 91).

5. Strategia ed azione s’incentrano nella costruzione di scenari del progetto locale, per fasi e processi interattivi, da sottoporre a verifica, riferimenti per l’interazione sociale. Produzione responsabile, saperi e cooperazione, affettività domestica, spazi dell’abitare, tempi e nuove forme di socialità sono potenzialità che «possono essere colte in strategie di autonomizzazione e risocializzazione del lavoro autonomi come attività creativa rivolta alla costruzione di progetti locali condivisi, in cui l’abitante-produttore divenga protagonista del progetto di sviluppo, della ricerca della sua qualità, della sua identità specifica e dei suoi ‘statuti’: intervenendo sul che cosa, sul dove, sul quanto, sul come produrre per la trasformazione del patrimonio territoriale in forme durevoli» (p. 95).

Questo processo strategico è lontano dalle forme centralistiche della globalizzazione economica, in quanto punta essenzialmente non ad una pianificazione livellatrice ma ad un «rafforzamento di un mondo di società locali, in grado di connettersi a rete in modo non gerarchico, riconoscendo le diversità di stili di sviluppo e attivando relazioni di sussidiarietà» (p. 99) [...].

La città insorgente è una sfida, che mostra due scenari: «Da una parte una città di frammenti connessi unicamente da reti infrastrutturali, luoghi della produzione e della residenza separati da confini protettivi ed esclusivi; dall’altra una città solidale che connette, riconoscendole, le differenze, in un patto di condivisione di un interesse comune, l’autogoverno del proprio stile di sviluppo [...] Alla base di questa visione ricompositiva, solidale, della frammentazione sociale della società degli esclusi, sta la rinascita dell’idea di comunità: che si sviluppa dalle esperienze concrete di riappropriazione cooperativa di spazi per l’abitare e per il produrre [...] scartando utopie comunitarie di tipo regressivo [...] e valorizzando esperienze che alludono alla ‘comunità possibile’ aperta, costruita da identità differenziate: la comunità come prodotto di relazioni fra differenze che trovano riconoscimento reciproco e regole di convivenza; la comunità come accordo su un progetto» (p. 109).

6. [...] Il catalogo di queste esperienze è ormai ricco e variegato: le forme di mutuo soccorso in situazioni urbane degradate; le associazioni di caseggiato per la manutenzione urbana; i gruppi progettuali sul verde pubblico, sull’arredo urbano, sui servizi di vicinato, sull’autocostruzione; i laboratori di quartiere fondati sulla partecipazione; il recupero di edifici dismessi per attività autogestite; le esperienze di donne, anziani, single che organizzano forme di convivenza e di uso sociale degli spazi privati; famiglie allargate con reti lavorative complesse fondate sulla prossimità spaziale; famiglie informali; progetti che tengono conto delle esigenze dei bambini nello spazio urbano (giocare, socializzare, andare a scuola soli ecc.)» (pp. 110-111).

Il processo, promosso da attori volontari e professionali, provoca la ricerca, la partecipazione, l’accumulo di competenze e capacità per lo sviluppo della comunità locale e della sua economia, in cui emergono con forza nuove solidarietà e nuove responsabilità produttive, formative e comunicative, che insieme rifinalizzano un percorso etico di giustizia e di dignità sociale. Tanti i settori che possono essere interessati: «Fattorie e reti di prodotti agricoli e di artigiani con valenze ecologiche e di valorizzazione delle peculiarità ambientali e culturali locali che vanno assumendo finalità riconosciute di produzione di beni pubblici; la costituzione di comunità complesse agroterziarie (che integrano agricoltura biologica, permacultura, agriturismo, attività di commercializzazione, attività sociali e assistenziali, culturali, formative, pubblicistiche, artistiche, relazionate alla metropoli); iniziative di riqualificazione del piccolo commercio che crea reti di valorizzazione delle produzioni locali e di ‘marchio’; esperienze di fair trade, reti commerciali per uno scambio commerciale equosolidale fra Nord e Sud; imprese, cooperative, associazioni di formazione, informazione e produzione di servizi di terziario ‘avanzato’ a valenza ecologica e sociale; il microriciclaggio dei rifiuti, l’allestimento di orti urbani, il riuso delle acque, che contribuiscono ai progetti di riqualificazione delle periferie; forme di neobaratto, economie informali fondate su scambi di reciprocità (ad esempio le banche del tempo); ecobanche; economie di eclave nella città multietnica (servizi, vendita ambulante, microimprese artigiane) [...] Questo tessuto complesso, eterogeneo, formale e informale, sicuramente in sviluppo, può essere assunto in forme di pianificazione interattiva come referente ‘debole’ dal punto di vista dell’impresa, ma ‘forte’ se aiutato a mettersi in rete e a moltiplicarsi, per la piegatura del modello di sviluppo verso l’autosostenibilità» (pp. 113-114). L’auspicio di fondo è l’incontro fra politiche istituzionali e pratiche sociali, anche se si tratta di una chance irrinunciabile, a cui non è più conveniente sottrarsi. E una tappa importante è la costruzione di uno statuto dei luoghi, mediante nuove forme di pianificazione strategica, geografica, antropologica, economica e culturale.

7. Le visioni sono principi utopici del lavoro progettuale: l’utopia, dunque, come principio euristico. L’utopia del futuro costruisce il presente (Prigogine), una citazione importante in epigrafe alla seconda parte del libro, il cui 8° capitolo dal titolo “Fra utopia concreta e scenario strategico” punta a recuperare il ruolo dell’utopia come fare della cultura ecologista [...]. Per questo, oggi, ci si dimostra insofferenti a visioni utopiche, ma ben diversa è l’utopia come euristica, che si basa sulla interpretazione/costruzione del progetto, come metodo di costruzione dello scenario che sostanzialmente consiste nell’interpretazione del progetto. E lo stesso ‘scenarista’ fa parte del gioco.

[...] «Lo scopo principale dello scenario è di aprire concreti spazi d’intervento sociale (lo scenario come dislocazione dell’immaginario, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione possibili) cambiando le variabili considerate nelle decisioni o modificandone il peso relativo» (p. 154). Punto di forza è la conservazione della complessità, fatta di «costellazione di iniziative molecolari presenti ora nel territorio e nella città». Non un’invenzione onirica, ma una complessa interpretazione di istanze per futuri possibili, per nuova civilizzazione e riterritorializzazione, in un lungo periodo (pertanto progetto strategico a medio e lungo termine). «Il progetto territoriale strategico, in altri termini, ha prima di ogni altra cosa il valore di documento culturale, occasione intorno a cui costruire comunicazione sociale, far emergere, dialogare e anche scontrare interessi e aspettative di trasformazione» (p. 158). Non c’è valenza normativa d’indirizzo politico generale, in quanto il progetto locale è un atto culturale, un’occasione di comunicazione sociale, emergenza, dialogo, incontro/scontro di interessi e di aspettative diverse.

Ma tutto questo non significa che non può anche essere un progetto tecnico. «Rispetto al progetto territoriale, la strategia territoriale (il piano strategico) – precisa Magnaghi – mira piuttosto alla costruzione e alla gestione di una serie di sistemi di relazione fra attori». Ci troviamo, infatti, ad un livello meta-progettuale, costruzione di condizioni per programmi, contratti, piani, progetti istituzionali. «Ciò che viene costruito dal piano strategico è la struttura relazionale». Dunque, un sistema comunicativo, multidisciplinare. Un approccio progettuale, e al progettuale, ragionevole, che è sempre una tensione verso.

8. Occorre ritrovare una relazione virtuosa tra città e patrimonio territoriale e ambientale. Il complesso territoriale si confronta con un nuovo rapporto tra città-campagna, con la nascita di un’entità regionale: Ecopolis, come regione rurale, dove «cultura locale e sviluppo locale si possono saldare in una rifondazione del vernacolo in forme innovative». Qui, «il nuovo agricoltore è una figura colta, in rapporto con la ricerca scientifica» e «la struttura dell’azienda agricola tende a configurarsi come struttura complessa (agroterziaria), che fa riferimento a reti territoriali dense ed estese nell’attivare finalità sociali, culturali, formative e di ospitalità» (p. 175). Argomenti di grande intensità ed importanza, in cui appare la cultura del limite e la cultura delle relazioni, che quello universalizza e rende esponenziale, e si tende a considerare il territorio come sistema vivente e complesso, in cui si supera il modello centro-periferia. Un approccio ragionevole tende a far ritrovare una «relazione virtuosa fra la città e il suo patrimonio territoriale e ambientale: una relazione che diviene fonte rigeneratrice di energie abbandonate e distrutte» (p. 162).

[...] Su questa strada il paesaggio rurale si integra con la città e il paesaggio urbano si integra nella campagna. Si passa così dall’Università metropolitana alle Università regionalizzate e interconnesse, dalla dipendenza centralizzata all’autonomia delle differenze di nodi interconnessi. Infatti: «Non si tratta di un semplice decentramento» (p. 196) ma della valorizzazione-riqualificazione-potenziamento delle identità e delle relazioni. «La messa in rete, secondo sistemi comunicativi complessi e potenziati, di questi ambiti territoriali, riconosciuti e valorizzati nelle loro peculiarità, può consentire la realizzazione di una massa territoriale di livello metropolitano tale da reinterpretare la stessa memoria del territorio come vero e proprio luogo della innovazione in contesti ad alta qualità dell’abitare» (p. 198)

Nasce in questo contesto regionale l’idea della Carta del Nuovo Municipio, documento che Magnaghi porterà con il LAPEI (Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti) di Firenze, di cui è coordinatore, al World Social Forum di Porto Alegre nel 2002 [...]. Un nuovo protagonismo della società civile: un senso civico, un’identità, un autoriconoscimento, «per far prevalere la solidarietà sulla competitività», passando «dal concetto di aiuto a quello di reciprocità» (p. 227). Da questo multiverso di energie sociali, istituzionali, economiche e culturali scaturisce una nuova forma di comunità, locale-globale (glocale), con un’economia che diventa solidale e riconosce nuovi soggetti portatori di senso e di nuova civiltà, che propone una nuova visione strategica che parte dal basso, per una globalizzazione dal basso, alternativa alla globalizzazione economica imposta dall’alto, dai poteri forti, spesso occulti, della finanza e della politica internazionali.

 UN PROGETTO SUL TERRITORIO

Dal blog: filosofiprecari.it.

Nonostante la globalizzazione, la circolazione mondiale delle merci e delle comunicazioni, l’istantaneizzazione della Vita e dei rapporti individuali e commerciali ed il dominio del virtuale e dell’aria, la Terra non è scomparsa. Senza Terra non c’è speranza. I punti di partenza e di arrivo sono sempre ben radicati al suolo. Ci si imbarca su un aereo, si accede ai network virtuali, si attraversano i mari e gli oceani (per turismo o per lavoro), sempre a “partire da” e a “finire con” la terraferma. Porti, aereoporti, stazioni, postazioni internet. Sono proprio questi luoghi “terrestri” dell’incontro e della comunicazione, di imbarco e di sbarco delle cose e degli Esseri umani, che cominciano ad assumere un significato diverso. Sono i crocevia della retorica imperiale, spazi di conflitto tra piani e striature. Come le strade disegnate e realizzate dai romani in Età repubblicana, la striatura del Potere che mostrava ai barbari le vie della presenza e della diffusione della cittadinanza romana e della legge, della civitas e dell’ordine. Oltre il limes della pianificazione stradale poteva esserci solo la foresta, con i suoi sentieri oscuri e la sua barbarie da ordinare, disciplinare e controllare. La retorica del potere, quindi, ha ancora entusiasticamente bisogno della Terra per esprimersi e per costruire un discorso che sia visibile, che sia reale. Lo sguardo e l’udito si perdono senza la materialità della Terra. Per questa ragione i Luoghi diventano, più di ieri, potenziali veicoli di diffusione, organizzazione e controllo di massa. Ci ritroviamo nel ben mezzo di quel conflitto-confronto tra “spazio liscio” e “spazio striato” individuato dalle visioni estatiche di Deleuze e Guattari: “Lo spazio liscio e lo spazio striato – lo spazio nomade e lo spazio sedentario – lo spazio dove si sviluppa la macchina da guerra e lo spazio dove si istituisce l’apparato di Stato non sono della stessa natura. Ma a volte possiamo notare un’opposizione semplice tra i due tipi di spazio. Altre volte dobbiamo rilevare una differenza molto più complessa, per cui i termini successivi delle opposizioni considerate non coincidono del tutto. Altre volte ancora dobbiamo ricordare che i due spazi esistono in realtà solamente per i loro incroci reciproci: lo spazio liscio non cessa di essere tradotto, intersecato in uno spazio striato, lo spazio striato è costantemente trasferito, restituito ad uno spazio liscio.” (Deleuze e Guattari 1980, p. 698). Spazio liscio e spazio striato, quindi, non sono una perfetta dicotomia conflittuale ma due elementi in continua interazione, in equilibrio storico precario che potrebbe risolversi per l’uno o per l’altro a seconda delle circostanze. Siamo pienamente inseriti su questa bilancia che ora sembra essere a favore delle striature, laddove ogni spazialità è descritta da norme e funzionamenti processuali. La striatura, ad ogni modo, cerca sempre di chiudere lo spazio mentre “nel liscio ci si ‘distribuisce’ su uno spazio aperto”. (ivi, p. 706). Bisogna tenere in conto le interazioni.

Comunicazione e velocità sono solo catalizzatori di striature. Marc Augè ha definito non-luoghi gli spazi che sembrano sottrarsi alla storicità, alle relazioni sociali, diventando funzionali solo al transito, al trasporto, alla velocità della comunicazione e del viaggio. Sono spazi terrestri (centri commerciali, stazioni, aereoporti, campi profughi…) dove l’individualizzazione dell’esistenza umana si attualizza. Si vive dentro un’apologia continua del transito, della fluidità, della flessibilità, della precarietà dell’esistenza. Come scrivono sempre Deleuze e Guattari, nello spazio striato è più importante la linea tra due punti mentre nel liscio diventa preponderante il punto tra due linee. Non si abita più la Terra ma si è semplicemente condannati allo spostamento perpetuo. Un sandwich preso al fast food, tra una coincidenza e l’altra, lo sguardo basso, la solitudine dentro mentre fuori esplode la santa retorica commerciale dei consumi. Cartelloni pubblicitari, modelli di vita, la velocità, tutto fa parte della “nuova” simbologia. Tutto, però, accade sulla Terra, non altrove. È sulla terra che i non-luoghi vengono disseminati, tutti uguali, creando un senso di ripetizione e di sicurezza nella quotidiana (in)esistenza del “cittadino globale”. Dove un tempo si vedevano le insegne romane del potere imperiale (ovvero le triremi con i vessilli della Democrazia ateniese), ora appare una serie infinita di non-luoghi a segnare il passaggio. Il viaggio, lo spostamento globale delle cose degli Esseri umani che accade a velocità altissime, ha designato la “logica dell’occidentalizzazione”.

Paul Virilio prova a descrivere questo paesaggio, questo tratto della nostra epoca che segna la desertificazione del mondo, raccontando del “nuovo” globo terrestre ormai appiattito dalla tecnologia della comunicazione istantanea e dalla velocità dei trasporti e del turismo, che ha annullato le distanze. È proprio la velocità, per Virilio, la cifra costitutiva del nostro Tempo, la nuova frontiera del nomos striato contemporaneo che ha trasformato radicalmente la spazialità facendo perdere i consueti riferimenti all’Essere umano. Virilio definisce “crepuscolo dei luoghi” la deterritorializzazione-despazializzazione provocata da questo processo che sembra aver completamente perso di vista la terraferma, i suoi punti di riferimento e di orientamento. Il Territorio, fondamento del vecchio Stato di diritto, con i suoi stabili posizionamenti spaziali (punti nello spazio liscio), sembra essere stato abolito dal vento di una “velocità di liberazione” dal suolo provocata dallo tsunami del progresso tecnologico. Il progresso è innanzitutto velocità. A causa di questo movimento di deterritorializzazione e di despazializzazione lo Stato nazionale moderno, scrive il filosofo ed urbanista francese, ha perso progressivamente la propria centralità, trasferendo le attività di direzione e di controllo economico e sociale dalle comunità locali alle “Città panico”, che diventano la maggiore catastrofe del Ventesimo secolo. Sono Città che sorgono sempre sui flussi di comunicazione, sui nodi di questa rete di circolazione globale che cerca di diventare sempre più veloce. Punti di transito, punti di regolazione-controllo-normalizzazione. E basta.

Saskia Sassen le definisce “Città globali”, ovvero nodi produttivi di una rete economica distesa sul mondo, dove circolano merci, informazioni ed Esseri umani e dove i Luoghi diventano elementi marginali di passaggio dell’esistenza umana: “Il luogo non ha più alcuna importanza”. Mike Davis, invece, ragiona sulle contraddizioni sociali che la costituzione di queste megalopoli produce ai propri confini. La crescita, in una fase di continui aggiustamenti strutturali e di crisi economica, produce slums, ossia spazi urbani fuori dal controllo del governo e criminalizzati, occupati da persone condannate a restare ai margini del sistema produttivo e senza alcuna protezione sociale, da Esseri umani che costruiscono autonomamente una propria dimensione urbana ed una, limitata, economia di sussistenza. Alla ricerca di un senso di appartenenza ed un proprio posto nel mondo, che qualche volta si manifesta attraverso profonde lacerazioni e conflitti sociali. Lo spazio si droga, si divide. Decide del proprio futuro. La striatura divide l’umanità. Se da una parte i “nuovi poveri” resistono all’espulsione dal centro urbano, i “nuovi ricchi” scambiano i loro vecchi quartieri con complessi fortificati in periferia dove regna l’ordine e la sicurezza, per proteggere i residenti dal disagio generalizzato. È l’apparato dello Stato, la nuova retorica imperiale, contro una macchina da Guerra nomade che si fa strada nel rizoma della Terra.

Michel Foucault descrive questi non-spazi come luoghi concreti, non utopie rassicuranti ma anti-utopie dove si esprimerebbero conflitti, crisi, tensioni, contraddizioni. L’eterotopia, in breve, sarebbe una “eccedenza di realizzazione”, una catastrofe nello spazio liscio provocata dalla pianificazione astratta o dell’urbanistica generale. Eccedenza come eccezione, come regola.

Nel cuore di questa discussione, nella bufera occidentalizzante che sta infuriando nuovamente sulla nostra Terra, si inserisce “Progetto Locale”. Un testo potente. La capacità evocativa delle argomentazioni di Alberto Magnaghi, a dieci anni dalla prima edizione del libro (sempre con Bollati Boringhieri, nel 2000), si presenta all’attualità come sostanza e non solo come forma. È sostanza, infatti, il “territorialismo” quando si cerca di declinare ogni struttura (materiale ed immateriale) in un versante prettamente “locale”, nell’accezione più comprensiva di “Luogo”. La riedizione dell’Economia Sociale di Mercato, infatti, potrebbe essere una lente per leggere l’attualità. Si vuole piegare la Contrattazione Collettiva Nazionale del Lavoro in senso “aziendale” (quando non individuale), anche se molte forme di precarizzazione hanno già applicato questa destrutturazione; la stessa Precarietà si presenta più come mancanza di suolo, di radicamento territoriale, che come necessità di inquadramento retributivo (il paradigma classico economicista, ormai, spiega poco o niente). Il “vecchio” sistema di Welfare State, statale e centralizzato, si sta diluendo nella “Welfare Society”, mettendo direttamente al lavoro gli Enti locali ed il Terzo settore. I sistemi di Project Financing definiscono nuovi modelli di pianificazione produttiva che dipendono esclusivamente dagli attori privati locali che si riescono a mobilitare, naturalmente per riprodurre interessi particolari. La chiusura dei vari Cicli naturali/economici/produttivi (uno su tutti, quello dei Rifiuti) ha portato a ridefinire radicalmente i contesti territoriali per renderli più idonei alla massimizzazione dei profitti. La stessa Protezione Civile sembra essere diventata la dimensione “territoriale” dello Stato, uno Stato che a livelli più ampi è legato dalle normative e dalla burocrazia mentre, attraverso le “particolarità emergenziali”, riesce ad agire come, appunto, “protezione civile” in deroga ad ogni norma esistente. Si tratta, in breve, di governare l’Emergenza. Si è passati dalla necessità dell’Economia classica (e, successivamente, liberale) di “pianificare” il Governo (mi riferisco tanto alle ombre del Capitalismo quanto alle pseudo-luci della pianificazione sovietica o del Welfare keynesiano) allo sviluppo neo-liberale dell’Urgenza da utilizzare per produrre un’eccedenza di governamentalità, sospendendo (a tempo indeterminato) il “normale” Stato di Diritto liberale. Quando è accaduto la prima volta? Troppo semplice pensare alla “sospensione” costituzionale attuata dal Nazismo. In realtà potrebbe non essere così. Si dovrebbe indagare che cosa sia accaduto sul piano della Storia. Nel momento in cui la Filosofia della Storia è venuta meno, con le sue determinazioni strategiche e le ipoteche sul Futuro, il Presente ha cominciato ad irrompere nella Vita con tutta la sua drammatica attualità. La Vita è diventata tempo Presente, qui ed ora. Si è fatta Kairòs. Si è passati da pensare agli schemi eterni di una Filosofia della Storia a fare un’Ontologia dell’Attualità che narra una trasformazione “ecologica” fondamentale e strutturale. In questa trasformazione l’Evento, l’eventualità, l’Urgenza che emerge e che deve essere immediatamente affrontata, racconta di una modificazione radicale della governamentalità. Lo stesso “spazio politico”, o gli Ambienti di Vita, cadono sotto questi colpi profondi. Questo contesto generale ci parla di un “nuovo” Conflitto che non si mostra più attraverso i termini tradizionali di Capitale e Lavoro ma sembra piuttosto interagire tra il Capitale ed il Territorio. Anche il Lavoro, infatti, pare essere diventato una questione squisitamente territoriale. Come scrive lo stesso Magnaghi: “[...] il conflitto, nel contesto dell’Occidente postfordista, riguarda solo parzialmente la relazione tra capitale e lavoro, incentrandosi maggiormente sulla contraddizione tra le forme crescenti di eterodirezione della vita e istanze locali di autonomia e autogoverno del proprio futuro” (Magnaghi 2010, p. 298). La globalizzazione sembra aver creato una “seconda natura artificiale” che si è successivamente “liberata” della Terra (ivi, p. 18). Sono queste le coordinate attraverso cui passano le striature della nuova spazialità occidentale: “[…] il produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito quello del luogo, la regione economica quello della regione storica e della bioregione. Il territorio da cui ci si è progressivamente “liberati”, grazie anche allo sviluppo tecnologico, è stato rappresentato e utilizzato come un puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche, che sono localizzate secondo razionalità interne al contesto socioeconomico e tecnologico, e sempre più indipendenti da relazioni con il luogo e le sue qualità ambientali, culturali, identitarie.” (ivi, p. 25)

Magnaghi fa risalire alla seconda metà del XX secolo il processo di urbanizzazione fordista che ha riorganizzato le “megalopoli” (come spazi chiusi e striati), provocando una profonda lacerazione tra spazio urbano e luoghi dell’insediamento e creando una sorta di “vampirismo spaziale” laddove le Città panico esauriscono le funzioni vitali degli spazi per poi inglobarli nella continua riproduzione metropolitana: “se l’abitante è dissolto e frammentato spazialmente nei siti del lavoro, dello svago, della fruizione della natura, del consumo, della cura, della riproduzione, e quindi non ha più luoghi da abitare nei quali integrare e socializzare tutte queste funzioni, esso non ha più relazione di scambio e identificazione con il proprio ambiente di vita, che gli appare solcato da flussi di oggetti e funzioni a lui estranei e degradanti” (ivi, p. 33). A questa frammentazione corrisponderebbe anche una ridotta capacità di agire sulla sfera pubblica, nell’ambito del governo e delle decisioni sul Territorio. Al tramonto del fordismo, scrive Magnaghi, il nuovo ciclo di civilizzazione che si presenta all’attualità rischia di essere un processo di non ritorno perchè tendenzialmente strutturale, in quanto con il fordismo sono state attivate “forme di comando della produzione completamente aspazializzate, atemporalizzate, fondate su sistemi reticolari non lineari”. Insomma, non c’è più nulla da cui “liberare” la Terra. Il capitalismo, parafrasando sempre Deleuze e Guattari, è una storia di deterritorializzazioni. È questa la forma della deterritorializzazione-despazializzazione occidentale a cui cerca di rispondere il territorialismo, sostanzialmente pensando a modalità alternative “territorializzanti”. Il locale, in questo senso, diventa una questione ambientale (ecologica, in senso ampio) inserita in una dimensione identitaria perchè deve costituire momenti di condensazione di Comunità e appartenenza territoriale. Le economie territoriali, di conseguenza, rappresentano un livello indispensabile per ripensare il ruolo del Territorio nei contesti socio-produttivi degradati dai cicli fordisti di civilizzazione e, quindi, per produrre nuova territorialità.

Progetto Locale sembra evocare le discussioni attorno al “piano(-spazio)” degli anni Sessanta/Settanta. Non perchè le richiami direttamente citandone i protagonisti, il dibattito o le intenzioni. Tutt’altro. Di pianificazione, però, nel testo di Alberto Magnaghi se ne parla ampiamente. E non di pianificazione sic et simpliciter, intesa in senso “moderno” come modello di profitto (economico o sociale) da realizzarsi qui ed ora (o, al massimo, nel corso di qualche anno), bensì si interroga su come strutturare il Territorio in modo da produrre Cicli virtuosi ed auto-sostenibili di lunga durata: “il territorio è prodotto attraverso un dialogo, una relazione fra entità viventi, l’uomo stesso e la natura, nel tempo lungo della storia” (ivi, p. 17). Questa dimensione del Territorio come “evento culturale”, costituito dalla “fecondazione della natura da parte della cultura”, lo libera dalle derive tecnicistiche a cui è stato sottomesso. A partire dalla critica ad un modello di piano che ha letteralmente sconvolto i nostri territori, l’approccio territorialista (radicalmente differente da quello funzionalista o dall’approccio ambientalista) propone una costruzione complessa del Territorio, in grado di organizzare e strutturare tutti gli aspetti della Vita comune (sociale ed economica) legata ai Luoghi dove si sviluppano le Comunità locali. Si tratta di pensare ad un Progetto che, a differenza della pianificazione tradizionale, deve produrre innanzitutto possibilità di autogoverno del Territorio.

Il territorialismo affronta la questione della sostenibilità a partire “dall’ambiente dell’uomo”. Il concetto di sostenibilità, però, “non si risolve nella ottimizzazione della qualità ambientale a qualunque condizione, ma nella ricerca di relazioni virtuose fra sostenibilità ambientale, sociale, territoriale, economica, politica che renda coerenti basic needs, self-reliance, ecosviluppo, verso l’autosostenibilità” (ivi, p. 72). L’approccio territorialista prende in considerazione il degrado ambientale mettendolo in relazione ai processi di civilizzazione (deterritorializzazione-despazializzazione) che hanno prodotto la rottura delle relazioni produttive tra ambiente fisico ed antropico. Gli “atti territorializzanti”, sarebbero momenti creativi di ricostruzione di queste relazioni. Il Progetto locale sembra volersi dare come primo obiettivo da raggiungere, una ritessitura del rapporto (interrotto) tra natura e cultura. Il Territorio, infatti, non è un prodotto naturale in quanto non esiste in natura bensì rappresenta l’azione di una Comunità locale che agisce in un determinato spazio, producendo relazioni culturali con l’ambiente circostante. L’autosostenibilità, ovvero la capacità di autogoverno di un Territorio senza la necessità di continui sostegni esterni, diventa un aspetto fondamentale perchè mette pienamente a valore i saperi ambientali capaci di produrre atti territorializzanti ed identità dei luoghi. “La massa territoriale è costituita dall’accumulo storico di atti territorializzanti di diversa natura (quali edifici, monumenti, città, infrastrutture di comunicazione, porti, ponti, terrazzamenti, apponderamenti, bonifiche, canali, sistemazioni idrogeologiche e ambientali ecc…) che nel loro insieme determinano il valore del patrimonio territoriale” (ivi, p. 75).

In questa prospettiva il Conflitto ritorna ad essere elemento importante perchè si ridefinisce nelle modalità di appropriazione, gestione e redistribuzione del valore prodotto dagli atti territorializzanti e dal Territorio ormai “messo a valore”. La governance diventerebbe un fattore di discussione democratica e di partecipazione, dove le soggettività costituenti territorio e Comunità locale potrebbero assumere un ruolo di primo piano: “l’antagonismo si ridefinisce allora come conflitto tra eterodirezione e autogoverno” (ivi, p. 82).

Le sostenibilità di cui parla Alberto Magnaghi sono differenti. Egli si riferisce, infatti, alla sostenibilità politica in quanto capacità di autogoverno della Comunità locale “rispetto alle relazioni con sistemi esogeni e sovraordinati”; per sostenibilità sociale intende la capacità di integrare gli “attori deboli” nei meccanismi di decisione; la sostenibilità economica, invece, dovrebbe produrre “valore aggiunto territoriale” ritessendo le relazioni interrotte tra territorio, ambiente e produzione; nella sostenibilità ambientale si pone la costruzione di processi virtuosi per gli insediamenti umani, in modo che non divengano preponderanti rispetto all’ecosistema; infine con la sensibilità territoriale si vuole fare riferimento ad un sistema riproduttivo capace di generare forme di territorializzazione.

Il concetto di auto-sostenibilità (economica e di governo) sarebbe il nodo attorno a cui costruire il “locale” che, sempre rimanendo alle affermazioni di Magnaghi: “è divenuto un terreno, anzi il vero terreno di scontro” (ivi, p. 92). Questo concetto aspira a creare una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio; una relazione che possa essere capace, attraverso la “cura” della Comunità, di determinare nuovi rapporti di lunga durata tra insediamento umano e ambiente.

Da queste premesse, quindi, “si delinea un processo che dalla partecipazione evolve verso la produzione sociale di piano, fino alla produzione sociale del territorio” (pp. 105-106). questo concetto di “produzione sociale del territorio” diventa fondamentale perchè è anche la chiave di volta della critica ad un modello societario “fordista” basato sul lavoro salariato (che, di fatto, allontana l’abitante dalle scelte sociali riguardanti la propria Vita). Il lavoro autonomo, per Alberto Magnaghi, deve essere il connettore di informazione e conoscenza, capace di mettere in modo un meccanismo virtuoso di creazione di relazioni sociali che, appunto, producano Comunità (e Territorio). Così l’abitante-consumatore creato dal fordismo, dalla parcellizzazione del lavoro e della vitalità urbana, potrà finalmente tramontare favorendo la nascita di un abitante-produttore, pienamente consapevole del proprio contesto sociale.

C’è un magma creativo di insorgenze (p. 123) che potrebbero caratterizzare questa nuova e continua attività costituente. Certo gli elementi che caratterizzano questi movimenti sono molto differenti da quelli distinti, in passato, dal rapporto tra Capitale e Lavoro. Borghesia e Proletariato un po’ si sono dispersi nel terremoto territoriale che ha sconvolto gli assetti del dominio e delle forme di governance delle società contemporanee. Oggi si dovrebbero rintracciare e riconnettere, minuziosamente, tutte quelle pratiche vitali di “critica, rifiuto, conflitto” e di “riappropriazione diretta dei saperi produttivi, costruzione di nuovi simbolici e immaginari” (p. 124) che si riproducono caoticamente sui territori. Perchè nella connessione di queste pratiche c’è l’alternativa di Comunità ed “il passaggio dalla coscienza di classe (unità tra i simili nell’autoriconoscimento della condizione di sfruttamento) alla coscienza di luogo (unità fra diverse componenti sociali in un progetto locale condiviso fondato sull’autoriconoscimento delle caratteristiche identitarie e patrimoniali del luogo)” (pp. 127-128). Tra coscienza di classe e coscienza di luogo, insomma, sembra esserci un valore comune, un fil rouge che unisce la Storia: la consapevolezza. In entrambi i casi, infatti, si ha consapevolezza di qualcosa. Di un triplice sfruttamento: del proprio Lavoro, della propria Vita e del proprio Abitare (della propria Terra). Questi tre sfruttamenti, queste tre Ecologie, si riuniscono nella “coscienza di Luogo”.

Anche la coscienza di Luogo, però, ha bisogno di una propria utopia, di uno “scenario” in cui potersi lanciare: “lo scopo principale dello scenario è quello di aprire concreti spazi di trasformazione sociale: lo scenario come strumento per la dislocazione in avanti dell’immaginario collettivo, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione [...]” (p. 180). Non è il “sol dell’Avvenire”, ma anche il Progetto locale si nutre di possibilità di futuro, perchè si cercano elementi costituenti di lunga durata, che vincano la contingenza emergenziale dell’attualità per tuffarsi nella costruzione di domani.

Distruzione dei Luoghi, banalizzazione dell’Abitare, trasformazione dell’Abitante in mero consumatore di suolo e dei prodotti commerciali, sottrazione delle funzioni di Governo del Territorio, completa ed inesorabile de-territorializzazione della Vita. Sono questi i nodi intorno ai quali si articola il “piano” progettuale proposto dal territorialismo. Un piano che, come già detto, assume il nome di Progetto perchè guarda ai Cicli di lunga durata e definisce nel Territorio il proprio spazio di condensazione (tanto di soggettività quanto di programmazione).

Per concludere (e, forse, banalizzare), sembrano essere principalmente tre le fondamenta del “Progetto territorialista”: il Territorio, descritto e vissuto come una spazialità viva e concreta da organizzare; il “processo decisionale”, inteso nelle forme molteplici della Democrazia diretta e dell’autogoverno territoriale; gli “attori costituenti”, ovvero la complessità insorgente provocata dalla Comunità locale.

Come Marx ha cercato di organizzare il Lavoro, così il territorialismo si propone di organizzare il Territorio. Come Marx ha provato ad introdurre un accenno di Futuro nella Vita del proletariato, allo stesso modo il territorialismo vuole dare un Futuro “di lunga durata” alla Vita del Territorio. Come Marx ha tracciato i lineamenti del soggetto “rivoluzionario”, così il territorialismo cerca le peculiarità costituenti delle soggettività territoriali.

A questo punto, però, il paragone potrebbe cominciare a farsi scomodo.

 

Bibliografia

Augé M., Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera 2005, Milano.

Davis M., Il Pianeta degli Slums, Feltrinelli 2006, Milano.

Deleuze G. e Guattari F., Millepiani, Castelvecchi 1980, Roma.

Magnaghi A., Progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri 2010, Torino.

Sassen S., Le città nell’economia globale, Il Mulino 2003, Bologna.

Virilio P., Città Panico. L’altrove comincia qui, Cortina Raffaello 2004, Milano.

La copertina dell'ultima edizione (2010) del libro di A. Magnaghi, che succede a quattro traduzioni in lingue straniere e alle edizioni del 2000 e del 2006, entrambe esaurite, testimonianza del successo delle idee dell'autore.


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UN BRANO DI UN ROMANZO, E UNA POESIA, geografici, ai nostri lettori PER IL NATALE 2011 – MELVILLE e PAVESE a confronto, due destini che a si incrociano, l’uno a un secolo dall’altro, sul tema del MITO e del VIAGGIO ESISTENZIALE (quale la poesia? quale il

Geograficamente - Dom, 25/12/2011 - 20:23

GREGORY PECK, interprete del capitano ACHAB nel film MOBY DICK di JOHN HUSTON del 1956 (tratto dall'omonimo romanzo di Herman MELVILLE)

   Nel fare qui gli auguri ai lettori di Geograficamente, proponiamo due brani letterari, uno di Herman Melville, l’altro di Cesare Pavese (il primo capitolo di Moby Dick; e I Mari del Sud dalla raccolta Lavorare stanca – Antenati). Quale il racconto, quale la poesia? … difficile dirlo: decidete Voi.

   Moby Dick (di Herman Melville, pubblicato nel 1851) è stato tradotto in italiano per la prima volta proprio da Cesare Pavese, nel 1932. Pavese scopritore e divulgatore dei miti della letteratura anglo-americana (statunitensi come appunto Melville, ma anche Dos Passos, Gertrude Stein, Faulkner; e inglesi come Defoe, Joyce…). Ma nelle sue traduzioni Pavese fu anche tradurre originale, “vero”, personalistico: se confrontate il testo italiano di Moby Dicktradotto da Pavese (come qui Vi proponiamo) con altre traduzioni pur belle e scientifiche, troverete che in quella di Pavese c’è uno scrivere personalistico, non necessariamente strettamente “lettera per lettera” dall’inglese. Pavese traduce il senso vero del “romanzo farneticazione” di Melville perché tutta la sua letteratura, fatta di racconti e poesia, ne è intrisa dello stesso senso (nonostante un secolo di vita dividesse lui da Melville). All’epoca della sua prima pubblicazione il libro non incontrò un’accoglienza favorevole, ma è oggi unanimemente riconosciuto come uno dei capolavori della narrativa statunitense.

CESARE PAVESE (1908 - 1950), che ha tradotto e fatto conoscere in Italia il MOBY DICK di HERMAN MELVILLE

      Dice Elémire Zolla: “Il primo capitolo di Moby Dick comincia con una dichiarazione non umana, ma angelica, Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma ciò che egli simboleggia. Ismaele è l’uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità”. – Elémire Zolla, (dal libro “Moby Dick o la Balena”, tradotto da Cesare Pavese, ed. gli Adelphi, euro 10,00).

   Noi qui, come “omaggio letterario geografico” di Natale, diamo a Voi il primo capitolo. Convinti che mai sia stato scritto un libro così geograficamente esaustivo della vita sul mare, dei suoi porti, dei grandi Oceani e della ricerca e descrizione dei luoghi marini, di un percorso verso un proprio equilibrio esistenziale.

   E già nel primo capitolo di Moby Dick, viene espresso il desiderio di ricerca di se stessi attraverso i luoghi: nel caso del romanzo, sono luoghi “d’acqua”… ma noi crediamo che ogni luogo se osservato e vissuto intensamente, possa dare senso e significato al proprio esserci.

   Pertanto, con questo vogliamo dire che questo Natale che ci introduce ad un anno, il 2012, che sarà sicuramente difficile per ciascuno di noi, per i nostri luoghi di vita e di relazione, per l’Italia e l’Europa e il mondo intero, questi due scrittori (e poeti), Melville e Pavese, sembrano inconsciamente (visto che non ci sono più) lanciare la sfida che tutti noi dobbiamo rappresentare: inoltrarci nel cambiamento, nelle nuove anche difficile realtà che ancora ben non immaginiamo, con spirito sia scientifico (da manuale di navigazione), ma anche creativo e profetico.

………………..

   Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

   Eccovi dunque la città insulare dei Manhattanesi (il nome indiano di New York, ndr) circondata da banchine, come le isole indiane da scogliere di coralli: il commercio la cinge con la sua risacca. A destra e a sinistra le vie vi conducono al mare. Il suo punto principale è il Bastione, dove quella mole illustre è ventilata dalle brezze e bagnata dalle onde che poche ore prima erano fuori vista da terra. Guardate la folla dei contemplatori dell’acqua.

   Andate in giro per la città in un sognate pomeriggio del Sabato. Andate al Corleas Hook a Coenties Slip e di là, lungo Whitehall, verso il nord. Che cosa vedete? Fissi, come sentinelle silenziose, tutto intorno alla città stanno migliaia e migliaia di mortale perduti in fantasticherie oceaniche. Alcuni appoggiati a una palizzata, altri seduti sulle testate dei moli, altri che guardano oltre le murate di navi che provengono dalla Cina e altri arriva, nell’attrezzatura, come se si sforzassero di gettare un’occhiata ancor più vasta, verso il mare. Ma tutti costoro sono gente di terra; rinchiusi, nei sedili, avvinti alle scrivanie. Come va dunque? Sono scomparse tutte le verdi campagne? Che cosa fanno qui costoro?

   Ma, ecco! ecco che giungono altri gruppi, che van diritti all’acqua e con l’intenzione, pare, di fare un tuffo. Strano! Nulla li soddisfa, se non il limite estremo della terraferma; gironzare all’ombroso sottovento di quei magazzini non basta. No. Bisogna ch’essi s’avvicinino all’acqua quant’è possibile senza caderci dentro. Ed eccoli là fermi, per miglia e miglia, per leghe. Gente dell’interno tutti, vengono da viottoli e da vicoli, da vie e da corsi, dal nord, dall’est, dal sud e dall’ovest. E pure qui s’uniscono tutti. Ditemi, forse il potere magnetico degli aghi delle bussole di tutte quelle navi li attira qui?

   Ancora. Voi siete in campagna, su qualche altopiano, lacustre. Prendete qualsiasi sentiero vi piaccia e, nove volte su dieci, questo vi conduce in una valle e vi lascia lì, acanto a uno stagno formato dalla corrente. C’è del magico in questo. Che il più distratto degli uomini sia immerso nelle sue più profonde fantasticherie: mettete quest’uomo in piedi, fategli muovere le gambe, ed egli, infallibilmente, vi condurrà all’acqua, se acqua c’è in tutta la regione.. Se vi succedesse mai di restare assetati nel gran deserto americano, provate l’esperimento, dato che la vostra carovana sia eventualmente fornita di un professore di metafisica. Sì, come ciascuno sa, acqua e meditazione sono sposate per sempre.

   Ma prendete un artista. Egli desidera dipingere il più sognante, il più ombroso, il più tranquillo, il più incantevole paesaggio romantico di tutta la vallata del Saco. Qual è l’elemento essenziale che adopera? Ecco i suoi alberi, ciascuno col tronco cavo, come se dentro ci fossero un eremita e un crocefisso; ecco, qui dorme il fraticello e là dorme il gregge, e su da quella casetta s’innalza un fumo sonnacchioso. Lontano, in remote boscaglie, si sprofonda una strada serpeggiante, fino ai sovrastanti speroni di monti immersi nell’azzurro delle loro coste. Ma per quanto la scena giaccia così estatica e il pino scuota giù i sospiri, come le foglie, sulla testa del pastore, tutto sarebbe invano, se l’occhio del pastore non fissasse la magica corrente che ha davanti. Andate a visitare le praterie in giugno, quando, per ventine di miglia, voi sprofondate fino al ginocchio nei gigli tigrati: qual è l’unica dolcezza che manca? L’acqua: non c’è una goccia d’acqua in quei luoghi! Se il Niagara fosse soltanto una cascata di sabbia, lo fareste voi quel viaggio di mille miglia per andare a vedere? Perché il povero poeta del Tennessee (ndr Pavese: credo che alluda a quel sarto Edward J. Billings nominato anni dopo da Mark Twain nel Captain Stormfield’s Visit to Heaven) ricevendo improvvisamente due manciate d’argento, stette a deliberare se comprarsi un vestito, di cui aveva terribilmente bisogno, o investire il denaro in un viaggio a piedi fino alla spiaggia del Rockaway?  Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto, prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare?  Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra? Perché gli antichi Persiani tenevano il mare per sacro? Perché i Greci gli fissarono un dio a parte, e fratello di Giove? Certamente tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo di significato è quel racconto di Narciso, non potendo stringere l’immagine tormentosa e soave che vedeva nella fonte, vi si tuffò e annegò. Ma quella stessa immagine noi la vediamo in tutti i fiumi e negli oceani. Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto.

   Ora, quando io dico che ho l’abitudine di mettermi in mare tutte le volte che comincio a vedermi una nebbia innanzi agli occhi e a sentire troppo i miei polmoni, non intendo inferire ch’io mi metta in mare come passeggero. Poiché a imbarcarsi come passeggero, bisogna di necessità avere un portafoglio, e un portafoglio è soltanto uno straccio, se non c’è qualcosa dentro. D’altra parte i passeggeri soffrono il mal di mare, diventano litigiosi, non dormono la notte, in generale non si divertono gran che: no, io non mi imbarco mai come passeggero e nemmeno, sebbene io non sia poi un marinaio d’acqua dolce, come commodoro, come capitano, o come cuoco. Abbandono la gloria e la distinzione di tali uffici a quelli che li vogliono. Da parte mia, ho in abominio tutte le onorevoli e rispettabili fatiche, difficoltà e tribolazioni, di qualunque genere esse siano. Prender cura di me stesso, senza curarmi delle navi, dei brigantini a paolo, dei brigantini semplici, delle golette che so io, è tutto quanto so fare. E quanto a impiegarmi da cuoco – sebbene, lo confesso, ci sia in questo una considerevole gloria, il cuoco essendo, a bordo, una specie di ufficiale – pure, arrostire i polli non è mai stato il fatto mio; sebbene una volta che il pollo sia ben arrostito, giudiziosamente imburrato e criticamente salato e pepato, non ci sarà nessuno che ne parlerà con più rispetto, per non dire reverenza, di me. E’ a motivo delle idolatre infatuazioni degli antichi Egizi a proposito di ibis e di ippopotamo arrosto che si possono vedere le mummie di queste creature in quei loro grandi forni che sono le piramidi.

   No, quand’io mi metto in mare, lo faccio da semplice marinaio, ben dinanzi all’albero, ben giù nel castello e bene arriva alla testa d’alberetto. E’ vero, mi dànno un bel po’ di ordini e mi fanno saltare sulle manovre, come una cavalletta a maggio in un prato. E, sulle prime, la faccenda è abbastanza spiacevole. Tocca una persona nell’onore, specialmente se accade che questa persona discenda da una vecchia famiglia residente, i Van Rensselaers o i Randolphs o gli Hardicanutes. E più che tutto vi succede se, soltanto un poco prima di cacciar le mani nel secchiello del catrame, voi l’avete fatta da padrone in qualità di maestro di scuola in campagna, dove i ragazzi più grandi vi stavano innanzi come al nume. E’ forte il passaggio, ve l’assicuro, da maestro di scuola a marinaio, e richiede una robusta alimentazione a base di seneca e di Stoici, per mettervi in grado di sorriderci e sopportarlo. Ma anche questo col tempo dà giù.

   Che cosa importa se qualche spilorcio di un capitano mi comanda di andare a prendere la scopa e strofinare i ponti? Che cosa conta più quest’indegnità pesata, poniamo, con le bilance del Nuovo Testamento? Credete che l’Arcangelo Gabriele li ritenga da meno perché io ubbidisco con prontezza e rispetto in questo particolare accidente a quel vecchio spilorcione? Chi non è schiavo al mondo? Rispondetemi a questo. E dunque, per quanto il vecchio capitano mi dia ordini su ordini, per quanto io riceva pugni e punzonate, io ho la soddisfazione di sapere che tutto va bene, che ogni uomo è, in un modo o nell’altro, servito esattamente alla stessa maniera, voglio dire, da un punto di vista fisico o da uno metafisico, e così l’universale punzonatura va attorno e tutti dovrebbero fregare la schiena l’uno all’altro e restare soddisfatti.

   Ancora, io mi metto sempre in mare come marinaio, perché così si fanno un dovere di pagarmi per il disturbo, mentre ai passeggeri, che io sappia, non pagano mai neanche un soldo. Al contrario, i passeggeri devono pagare loro. Ed ecco tutta la differenza al mondo tra pagare e venir pagato. L’atto di pagare è forse la condanna più seccante che i due ladri del fruttetto ci abbiano lasciato in eredità. Ma “venir pagato”, che cosa c’è di comparabile al mondo? La cortese avidità con cui un uomo riceve il denaro è veramente meravigliosa, se si pensa che noi siamo così profondamente convinti che il denaro è la radice di tutti i mali terreni e che, a nessun patto, può un uomo danaroso entrare nel cielo. Ah, con quanta allegrezza noi ci buttiamo nella perdizione!

   Finalmente, io mi metto sempre in mare come marinaio, per via del sano esercizio e dell’aria pura che si gode sul ponte di prora. Poiché, siccome in questo mondo i venti contrari prevalgono di gran lunga sui venti di poppa (e questo, se voi non offendete la massima pitagorica), così il più delle volte il commodoro sul cassero riceve di seconda mano l’aria dai marinai del castello. Egli crede di respirarla per primo, ma non è così.  In modo consimile le comunità guidano i loro capi in molte altre cose, nel tempo stesso che i capi nemmeno lo sospettanto. Ma per quale ragione io, che avevo ripetutamente sentito l’odore del mare in qualità di marinaio mercantile, dovessi ora cacciarmi in testa di partire per un viaggio a balene, a questo l’invisibile questurino dei Fati, che è incaricato della mia costante sorveglianza e che segretamente mi tien dietro come un cane e in qualche modo inspiegabilmente mi trasmette i suoi influssi: a questo puù rispondere lui meglio di chiunque altro. E senza dubbio la mia partecipazione a questo viaggio baleniero era parte del gran programma che la Provvidenza tracciò tanto tempo fa. Esso entrava come una specie di breve intermezzo e assolo tra numeri molto più estesi. M’immagino che quel tratto del cartello dovesse suonare pressappoco così:

Grande dibattito elettorale per la presidenza

degli Stati Uniti

Viaggio a balene di un certo Ismaele

Sanguinoso combattimento nell’Afghanistan

   Quantunque io non sappia dire la ragione esatta perché quei direttori di scena, che sono i Fati, abbiano voluto affidarmi questa meschina parte di una crociera a balene, mentre altri vennero designati a magnifiche parti in elevate tragedie, a parti brevi e facili in signorili commedie e a gaie parti in farse, quantunque io non sappia dirne la ragione esatta, pure, ora che mi richiamo tutte le circostanze, credo di vederci un poco tra le molle e i motivi che, venendomi astutamente presentati sotto vari travestimenti, m’indussero a darmi d’attorno e recitare la parte che recitai, oltre a lusingarmi nell’illusione che questa fosse una scelta risultante dal mio spregiudicato libero arbitrio e dal mio discernimento.

   Essenziale tra questi motivi era la travolgente idea della grande balena in carne e ossa. Un mostro tanto portentoso e misterioso sollevava tutta la mia curiosità. Poi, i mari selvaggi e remoti dov’egli voltolava la sua massa simile a un’isola, i pericoli, indescrivibili e senza nome, della caccia: queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenza e di suoni patagonici, s’aggiungevano a spingermi al mio desiderio. Ad altri uomini, forse, tutto questo non sarebbe stato d’incitamento, ma, quanto a me, io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane. Mi piace navigare mari proibiti e approdare su coste barbariche. Non ignorante di ciò che è bene, sono lesto a percepire un orrore, ma non per questo, se ci riesco gli volto le spalle; dato che non è che bene mantenersi in buoni rapporti con gli inquilini del luogo dove si abita.

   Per tutte queste cose, dunque, il viaggio a balene fu il benvenuto: le grandi cateratte del mondo delle meraviglie si spalancarono e, nelle selvagge fissazioni che mi spinsero al mio proposito, a due a due fluttuavano nel mio spirito infinite processioni di balene e, in mezzo a tutte, un grande fantasma incappucciato, simile a una collina di neve nell’aria.

(Herman Melville, Cap. I di Moby Dick)

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MOBY DICK: Una possibile TRAMA, descrizione della STORIA

   La succinta, inesprimibile trama, di un libro di 500 pagine che non è solo un romanzo d’avventura, ma un trattato filosofico, e pre una guida a chi si mette in mare, e anche un compendio tecnico-marinaro sulle baleniere, e prima di tutto è una farneticazione sulla vita… questa succinta impossibile descrizione, in poche righe, la ricaviamo dalla trama dell’omonimo film di John Huston (Moby Dick, del 1956 con Gregory Peck e Orson Welles):  

Herman Melville (New York 1819 - New York 1891)

A New Bedford, gran centro baleniero sull’Atlantico, giunge verso la metà del secolo scorso, Ismaele, giovane marinaio in cerca di imbarco. Il compagno di stanza d’Ismaele è il ramponiere polinesiano Quiqeg, col quale il giovane marinaio si reca all’isola di Nantucket, al largo della città, donde partono le baleniere. Ismaele s’imbarca sul “Pequod”, che ha per comandante l’inflessibile e fanatico capitano Achab, che nel suo ultimo viaggio ha perduto una gamba, lottando con una balena.

  Un giorno Achab chiama a raccolta l’equipaggio e, inchiodata all’albero una grossa moneta d’oro, grida che apparterrà a colui, che per primo avrà avvistato Moby Dick, la bianca balena, che ha causato la sua amputazione. Doppiato il Capo Horn, il “Pequod” si dirige verso il Mar del Giappone, dove lo stesso Achab avvista un giorno Moby Dick. Il pilota Parsi ha sentenziato che Achab morrà al termine del viaggio per colpa di un canapo, dopo aver visto due carri funebri, uno di legno e uno non costruito da mano mortale. Ma il capitano non si cura della profezia: fa armare una lancia e la dirige verso il mostro. Giunto appena a contatto col cetaceo, la lancia viene stritolata, benché Achab si getti addirittura nell’enorme bocca della balena, per indurla col rampone a lasciare la preda. Achab si salva a stento, ma continua ad assalire il mostro, aspettando di vibrargli il colpo decisivo. Nella lotta Achab resta impigliato nei canapi che avvolgono la balena e muore strangolato dopo aver visto affondare la sua nave. Dell’equipaggio, si salva solo Ismaele, che viene raccolto da una baleniera. (da http://www.comingsoon.it/Film/ )

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ACHAB

   Nella figura di Achab convergono due immagini, il re empio di Israele raccontato dalla Bibbia e il capitano di baleniere del romanzo di Melville. In Moby Dick Achab è il capitano del Pequod all’inseguimento della balena bianca: Moby Dick, l’essere misterioso, irraggiungibile e inafferrabile che affiora all’orizzonte con uno sbuffo per poi immergersi nuovamente negli abissi marini inaccessibili all’uomo, in acque che sembrano infinite, che tutto ricoprono e celano. La balena bianca è il prendere forma del sacro, il trascendente che affiora  mostrando per un istante la sua ambiguità incomprensibile. Ma Moby Dick ha strappato una gamba ad Achab ed egli non si rassegna a quella perdita senza spiegazione. Esige una risposta o una vendetta. Ricerca sacrilega impossibile, senza fine, destinata alla sconfitta. (Michele Parodi, da  http://www.achabrivista.it/ ).

VOLTI

Non pareva avesse segni comuni di malattie fisiche, né di convalescenza. Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza. La sua figura, alta e grande, sembrava fatta di solido bronzo e modellata in un indistruttibile stampo, come il Perseo fuso del Cellini. Una cicatrice sottile come una bacchetta, vividamente bianca, si vedeva partire dal mezzo dei capelli grigi e scendere dritta su un lato del volto e del collo, rossigno e bruciato, fino a sparire negli abiti. Se portasse quella cicatrice dalla nascita o se fosse lo sfregio di qualche ferita disperata nessuno poteva saperlo.

Herman Melville, Moby Dick

“Un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra”: l’immagine che Melville dà di Achab, alla sua prima apparizione visibile da Ismael (che, lo ricordiamo, avviene dopo ben 160 pagine di romanzo) è l’immagine di un uomo che porta sul suo corpo i segni della sofferenza passata. Le impronte della sua vita da marinaio sono iscritte sulla superficie e la cicatrice sul volto è solo lo sfogo più eclatante di un volto già eroso dal tempo e da indicibili avventure. Ma quello di Achab è soprattutto un corpo culturalmente costruito:

…durante la navigazione non furono fatte allusioni, o ben poche, alla cosa, specie da parte degli ufficiali. Ma una volta, un maggiore di Tashtego, tra l’equipaggio, un vecchio indiano Capo Allegro, affermò, con superstizione che Ahab era stato segnato in quel modo non prima di quarant’anni, e non nella furia di qualche rissa mortale ma in una lotta con gli elementi, sul mare. Pure questa fantastica idea sembrava smentita da ciò che insinuava un uomo grigio, originario di Man, un vecchio sepolcrale che non avendo salpato altre volte da Nantucket, non aveva mai posato l’occhio sul fiero Ahab.

Ed ecco che la vera natura di Achab si fa strada non nella realtà degli avvenimenti ma nella leggenda che lo circonda. Il corpo è solo il segno del mito, la sua immagine è costituita da esso, ne vive e lo alimenta. Una sorta d’identità culturale, dove la distinzione tra ciò che si dice attorno a lui e ciò ch’egli veramente è si fa labile fino a sparire.

Il volto di Gregory Peck, pulito e tagliato dalla cicatrice bianca, con un curioso effetto di meche persino sui capelli scuri, più che un’intera vita disturbata, sembra portare in quella ferita tutto il rancore contro la balena. Al punto che la ferita stessa sembra la causa dell’aumento graduale dell’ossessione per Moby Dick che costringerà l’intero equipaggio a seguirlo in una caccia suicida. In quella ferita bianca, secondo Huston, c’è il motivo della vendetta, mentre per Ramos il volto è già di per sé l’iscrizione delle impronte del passato. Come quello di Denis Levant, che nel ruolo di Achab si presenta oscuro, in qualche modo misterioso e che porta già i segni del vissuto, indipendentemente dal taglio, presente o no sulla fronte. E persino nel giovane Virgil Leclaire, interprete di Achab da bambino, vediamo lo sguardo di un ragazzino che porta un qualche oscuro segreto, che nel profondo degli occhi nasconde il proprio breve, ma già intenso passato. E al tempo stesso mira al futuro con orgoglio. Il volto, nella pellicola di Ramos, è allora la figura apparentemente più importante, in esso si riflette il paesaggio, l’odore di salsedine e di muschio della foresta. Negli occhi del giovane Achab e poi in quelli del capitano ormai già costretto a zoppicare su un osso di balena al posto della gamba, si specchia l’orizzonte del mare. (da http://www.fucinemute.it/ )

ACHAB NEL FILM “MOBY DICK” DI JOHN HUSTON

Con il noto “Chiamatemi Ismael” che dà inizio al romanzo di Melville si apre anche la pellicola di John Huston, fedele nel riprendere interi passi del testo nella voce off, grazie all’incarnazione del narratore in un personaggio laterale, Ismael. Il Moby Dick di Huston è un classico film d’avventura che basandosi sul testo letterario presenta una costruzione epica tradizionale. La figura di Achab si presenta, fin da subito, come un’ombra leggendaria che si aggira per le vie di New Belfort, e le sue pulsioni oscure, si fondono con il mito della sua figura. Quasi un’ombra metafisica proveniente da un altro mondo, la cui condotta sembra spinta da motivazioni che trascendono la vita degli altri personaggi. (da http://www.fucinemute.it/ )

IL FILM CAPITAINE ACHAB del regista PHILIPPE RAMOS (2007)

Liberamente ispirato al protagonista di Moby Dick.
Girato da un regista di padre francese e madre portoghese, ambientato negli Stati Uniti, coprodotto da Francia e Svezia e presentato in prima mondiale in Svizzera (italiana). Regista che in ogni caso si dichiara cittadino di Nantucket, il porto dal quale salpa il Pequod, la baleniera che va alla caccia di Moby Dick, per la passione che ha sempre ispirato in lui la vicenda di Achab e della balena bianca (che in realtà è un capodoglio).
Nel 2003, con il medesimo titolo, aveva già presentato un cortometraggio maggiormente incentrato sulla figura di Achab cacciatore.
Il romanzo Moby Dick, al di là di essere un libro puramente di avventura, ha sempre presentato diverse chiavi di lettura, in particolare religiose e filosofiche, tanto che il messaggio intrinseco del romanzo non è stato compiutamente svelato nonostante se ne siano date diverse interpretazioni.
A differenza del romanzo di Melville e dell’adattamento cinematografico diretto nel 1956 da John Huston, che si sviluppano interamente nell’ambiente marinaio della caccia alla balena, il film si incentra in gran parte sull’infanzia del futuro capitano, che appare da adulto quando è già stato ferito dal cetaceo e solo nell’ultimo capitolo prende il mare.
Mancano completamente ricostruzioni di episodi di caccia alla balena: per darne il senso sono stati inseriti spezzoni e adattamenti di vecchi documentari.
Il criterio di interpretazione del libro di Melville che sembra darne Ramos è il rapporto tragico e ossessivo di Achab con le donne, un rapporto di amore/odio e ricco di contrasti. La balena bianca stessa vuole essere rappresentata come un sinuoso corpo femminile, e così il film si apre con il primo piano di un pube femminile nudo, ma si tratta della madre morta, probabilmente nel darlo al mondo.
E del rapporto col padre, che occupa il primo capitolo della pellicola, oltre ai contrasti in tema di caccia si pone in risalto la controversa relazione con la seconda giovane moglie di lui, i cui strascichi Achab porterà con sé per tutta la vita.
In seguito in quasi tutti gli episodi appaiono figure di donne che hanno lasciato un impronta importante nella vita del protagonista.
Il film si chiude con Achab come Ulisse attratto dalle sirene, ma a differenza di quest’ultimo lui va incontro all’accecante bianco della sua ossessione, per raggiungere, giusto per non tradire la produzione in parte scandinava, il Valhalla dei cacciatori di balene. (Sergio Citterio)

Capitaine Achab (Francia-Svezia, 2007)
Regia, sceneggiatura e montaggio: Philippe Ramos
Fotografia: Laurent Desmet
Interpreti principali: Denis Lavant, Virgil Leclaire, Dominique Blanc, Jacques Bonaffé, Jean-François Stévenin – 100′ (dal sito http://www.rapportoconfidenziale.org/ rivista di cultura cinematografica)

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INTRODUZIONE A “MOBY DICK” DI HERMAN MELVILLE

da “la Repubblica”, 2004

   Quando, nel tardo autunno del 1844, Melville faceva ritorno alla sua casa materna di Lansinburg, N.Y., dopo più di tre anni trascorsi per mari lontani, aveva compiuto da poco venticinque anni. Alle spalle aveva già una esperienza di vita vissuta inusuale, allora, per un giovane rampollo di una famiglia borghese di illustri origini scozzesi e olandesi che, da parte di madre, poteva vantare anche valorose figure dei tempi eroici della guerra di indipendenza. Ma le sfortune commerciali del padre Allan e la sua morte precoce, spinsero Melville, dopo provvisorie lavori di bancario, bracciante e maestro, a cercare fortuna, e avventura, imbarcandosi prima su una nave da carico diretta a Liverpool (l’incontro con la “vecchia” Europa è narrato in Redburn, 1849) e poi sulla baleniera Acushnet verso i mari del sud.

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Quel passato era chiuso per sempre, era stato, come egli diceva, la sua Yale e la sua Harvard, e solo nel racconto, nella vocazione a narrare il reale, per postuma ma assoluta fedeltà, esso poteva rivivere non tanto e non solo come referto di vita vissuta, quanto soprattutto, già agli esordi, nei fondali esotici e autobiografici di Typee (1846) o nell’affresco avventuroso di Omoo (1847), come epifanica esperienza del volto enigmatico, delle metafisiche, elusive verità del reale, delle infinite contraddizioni di ogni viaggio di conoscenza, di ogni scandaglio del cuore umano.

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Il mare che aveva abbacinato, cullato, e turbato le sue prime esperienze, aveva gettato radici profonde nella sua anima: come poi accadrà all’Ismaele di Moby Dick, Melville lo ritrovava dovunque, era quel “sea feeling” evocato dal quieto, aperto, ondulato verde delle colline e delle campagne dei Catskills, fuori del riquadro della finestra, specialmente quando era ammantato di neve. Lo sguardo che di quei mari lontani rintracciava l’implicita e struggente assenza nell’allusione e nel rimando era già, insomma, quello del narratore ismaeliano per il quale acqua e meditazione sono sposati per sempre.

Il lungo cammino, insieme fisico e interiore, che porta Melville allo straordinario, drammatico punto d’equilibrio fra inconciliabili tensioni simboliche ed esistenziali dell’epopea di Moby Dick, può essere letto, dunque, come un processo di approssimazione via via più intenso verso la creazione di una voce narrativa che, trasvalutando la materia direttamente autobiografica, in essa facesse risuonare anche l’impersonale nota di un coro drammatico, quella propria di un testimone, unico sopravvissuto di una caccia tragica, che da sé si colloca nell’ambivalente ruolo di spettatore insieme dentro e fuori la storia, attore complice e narratore postumo della sua trama.

Questa voce è naturalmente quella di Ismaele, la vera, profetica novità della narrativa americana moderna, la voce che ad essa, sopra ogni altra, conferisce i suoi inconfondibili caratteri originali.

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I due anni, fra il 1850 e il 1851, della composizione di Moby Dick furono anni febbrili, estenuanti, quasi un drammatico corpo a corpo con gli incendi e i fantasmi di una immaginazione totalmente immersa e come perduta negli abissi spalancati dalle proprie visioni e dai labirinti delle metafore.

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Nelle lettere a Hawthorne – voce fraterna che l’ascoltava intensamente partecipe e insieme quasi distante nel suo perplesso, silenzioso riserbo – egli parlava dell’opera come di un libro maledetto, che tuttavia lo faceva sentire “puro come un agnello”, un libro che s’era preso tutte le sue forze, per la certezza di avere toccato “the inmost leaf”, “la foglia più interna del bulbo e che tra breve il fiore dovrà tornare alla terra”.

E in Moby Dick è di questa precoce e bruciante maturità che avvertiamo la tormentata presenza, e quasi tocchiamo con mano, pagina su pagina, fra gli ardui percorsi di un’immaginazione febbrile e vorace, la tensione di uno sforzo creativo immane e spossante che, quasi miracolosamente, trova il suo equilibrio nei punti di vista narrativi e simbolici nei confronti della balena bianca, insieme antiteci e complementari, di Ismaele e di Achab.

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Moby Dick è, a un primo livello, un romanzo realista che narra a questo modo la caccia fisica alla balene, e in quel microcosmo d’America che è il Pequod rappresenta il crogiuolo di etnie e di identità culturali e civili di una giovane nazione negli anni inquieti della sua prima maturità, già in via di lacerazione nell’infuocato dibattito sull’abominio della schiavitù, apertosi sin dai primi anni quaranta dell’Ottocento, ben vent’anni prima dello scoppio ufficiale, nel 1861, della guerra di secessione, vero battesimo di fuoco dell’America moderna.

In questa luce, la nave lanciata alla conquista dei mari è anche metafora della giovane nazione che sfida lo stesso mito delle sue origini, che, alla prova terribile della realtà, raffigura l’incubo e il demoniaco innervati nell’auto-rappresentazione della propria adamitica innocenza.

Moby Dick è, per altro verso, meditazione filosofica, quest, cioè ricerca iscritta nell’avventuroso orizzonte di una sfida metafisica, e antica quanto l’uomo, alle verità ultime.

La tonalità biblica e puritana di questa meditazione per universalia è poi affilata dalla lama di un taglio saggistico appassionatamente dialettico, reso ancora più incisivo da una scepsi lucidamente scettica nel suo loico argomentare.

Moby Dick, infine, ha il passo incalzante e fatale della dimensione tragica, col suo tempo precipite, le didascalie che ne segnalano e scandiscono il decorso e, in esso, l’appuntamento con l’atteso punto di catastrofe e il sipario che cala sull’ultima scena.

Ad annodare in profonda unità una così ricca tessitura narrativa è certamente il viaggio per nave, metafora ricca di remote assonanze religiose (la medioevale ‘stultifera navis’), ma, ancor più, immagine suprema della discontinuità, del distacco dalle confortanti ma illusorie certezze di ciò che è noto, dagli spazi circoscritti, dai recinti angusti della terraferma.

Il viaggio è questo naturale, irresistibile andare verso l’acqua, verso l’indefinito ignoto di mari senza rive di cui non a caso è Ismaele a parlare in apertura, prima che il viaggio cominci, per definirlo come radice ultima del dissidio, del desiderio inesausto di lontananza e di ‘altrove’ che muove il nostro agire.

Ed è solo la voce di Ismaele a poter raccogliere in sé tutto ciò che il viaggio, la balena bianca, Achab, il Pequod e la sua ciurma rappresentano: la sua è la voce umile, saggia e perplessa, tollerante e inclusiva, propria di chi nel viaggio della vita ha sperimentato, come tutti, l’enigmatico volto del creato ed è sopravvissuto, grazie al suo mite accettarlo.

Nomade e orfano, figlio derelitto della verità, del viaggio fatale Ismaele sarà il testimone che, in ultima analisi, ci chiede di credere al proprio racconto, perché come unica, precaria certezza egli possiede solo quella di nominare le cose, di esprimerle, nominando se stesso e così sopravvivere: “Chiamatemi Ismaele”.

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Ottobre 1941, scrive Cesare Pavese:

Tradurre Moby Dick è un mettersi al corrente con i tempi. Il libro – ignoto sinora in Italia – ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso i maggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità. Herman Melville, nato a New York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a New York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch’essi i contemporanei nell’antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuto, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell’Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d’inferno o d’arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. E l’arcadia c’è in Typee, c’è in Omoo, c’è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l’autore condusse in comune coi cannibali di un’isola oceanica. L’inferno è in WhiteJaeket – spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra – e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo, e con quali fatiche l’autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro.” (Ottobre 1941, Cesare Pavese)

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 I MARI DEL SUD

(di Cesare Pavese)

   Cesare Pavese nasce nel 1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, e muore suicida a Torino nel 1950. Laureatosi in Lettere nel 1932, si dedica per qualche tempo all’insegnamento in scuole private e serali. In stretto contatto con gli ambienti intellettuali di Torino, amico di Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio e Giulio Einaudi, è per un breve periodo direttore della rivista La Cultura, subentrando nel 1934 a Leone Ginzburg, arrestato dalla polizia fascista. Ma nel 1935 la rivista viene chiusa d’autorità, e Pavese viene condannato al confino a Brancaleone Calabro, dove rimane fino alla fine del 1936. Tornato a Torino, si dedica soprattutto all’attività di traduttore di letteratura americana e di narratore, lavorando nel contempo come redattore della neonata casa editrice Einaudi. Dopo l’esordio con il volume di poesie Lavorare stanca (1936), pubblica i romanzi Paesi tuoi (1941), Il carcere (1941), La spiaggia (1942), Il compagno (1947), La casa in collina (1948), La luna e i falò (1950), oltre ai racconti lunghi riuniti nel volume La bella estate (1949): Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, accanto a quello che fornisce il titolo. Di taglio più saggistico che narrativo sono Feria d’agosto (1946) e Dialoghi con Leucò (1947). Tra i volumi usciti postumi, da ricordare le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), gli scritti critici di Letteratura americana ed altri saggi (1951), i racconti di Notte di festa (1953), il romanzo giovanile Ciau Masino (1968), e soprattutto il diario Il mestiere di vivere (1952, edizione critica 1990), fondamentale per la poetica dell’autore. (da http://www.pergioco.net/ )

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MASSIMO MILA, dall’introduzione (del 1974) alle “POESIE” di Cesare Pavese  (ed. Einaudi):

Anche cronologicamente, I mari del Sud è davvero la prima delle poesie di Lavorare stanca, e messa lì al principio viene spesso considerata come un terminus a quo, come un punto di partenza che in seguito la poesia di Pavese si lascia alle spalle per inoltrarsi entro più segrete rive. Invece I mari del Sud è un punto d’arrivo. La precedono decine, forse centinaia di poesie ripudiate, che Pavese leggeva agli amici nello studio dell’amico pittore, nei cheti caffè di via Po, nell osterie in collina, senza mai riuscire a persuadere interamente né loro né se stesso. Non salivano, quelle poesie, oltre lo stadio della confessione: erano spasmodici sfoghi individuali, le “poesie del tormento”, come le chiamavamo scherzosamente. C’era un altro, nella banda degli ex allievi di Augusto Monti, il comune maestro al quale è dedicata I mari del Sud, un altro che non era professionalmente poeta, e al quale pure la poesia usciva più spontaneamente e felicemente foggiata in forme d’immagini. Li chiamavamo i “pari merito”, ma sotto sotto avevamo l’impressione che solo con lo sforzo, con la tenacia dell’applicazione stilistica e culturale, Pavese arrivasse là dove quell’altro arrivava per facilità di natura.

Quando Pavese ci lesse I mari del Sud, altro che pari merito! Eravamo giovani allora, e tra noi ci fu chi fece seriamente il nome di Omero. La fase della confessione individuale era superata di slancio pervenendo all’estremo opposto di un’pggettivazione narrativa, nella quale la poesia si popolava di personaggi, paesi e figure: poesia di dimensione epica, dunque. Ma l’epica era allora, ed è – mi pare – ancor oggi, talmente un frutto fuori stagione, che nessuno la riconosceva, e i letterati dubitavano perciò seriamente che quella fosse in alcun modo poesia, arte che era conosciuta soltanto nella sua dimensione lirica e per di più in quei tempi – dicono per i rischi che c’erano a parlar chiaro – ermetica. Eppure era sintomatico che la liberazione dalla confessione individuale avesse coinciso con la liberazione dell’endecasillabo (…)

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I MARI DEL SUD

(a Monti)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle, / in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo / mio cugino è un gigante vestito di bianco, / che si muove pacato, abbronzato nel volto, / taciturno. Tacere è la nostra virtù. / Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo / – un grand’uomo tra idioti o un povero folle – / per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto / se salivo con lui: dalla vetta si scorge / nelle notti serene il riflesso del faro / lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino…” / mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta / lontano dal paese: si profitta e si gode / e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, / si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”. / Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, / ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre / di questo stesso colle, è scabro tanto / che vent’anni di idiomi e di oceani diversi / non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta / con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino, / usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo. / Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne / e lo dissero morto. Sentii poi parlarne / da donne, come in favola, talvolta; / ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono. / Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino / con un gran francobollo verdastro di navi in un porto / e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore, / ma il bambino cresciuto spiegò avidamente / che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania / circondata da un mare più azzurro, feroce di squali, / nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo / il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo. / Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero / che, se non era morto, morirebbe. / Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi, / quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta / che son sceso a bagnarmi in un punto mortale / e ho inseguito un compagno di giochi su un albero / spaccandone i bei rami e ho rotta la testa / a un rivale e son stato picchiato, / quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi, / altri squassi del sangue dinanzi a rivali / più elusivi: i pensieri ed i sogni. / La città mi ha insegnato infinite paure: / una folla, una strada mi han fatto tremare, / un pensiero talvolta, spiato su un viso. / Sento ancora negli occhi la luce beffarda / dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.

Mio cugino è tornato, finita la guerra, / gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro. / I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto, / se li è mangiati tutti e torna in giro. / I disperati muoiono così”. / Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno / nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento / con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina / e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame. / Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi / e lui girò tutte le Langhe fumando. / S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza / esile e bionda come le straniere / che aveva certo un giorno incontrato nel mondo. / Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco, / con le mani alla schiena e il volto abbronzato, / al mattino batteva le fiere e con aria sorniona / contrattava i cavalli. Spiegò poi a me, / quando fallí il disegno, che il suo piano / era stato di togliere tutte le bestie alla valle / e obbligare la gente a comprargli i motori. / “Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte, / sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere / che qui buoi e persone son tutta una razza”.

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina, / sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento. / Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno / scrivo sul manifesto: – Santo Stefano / è sempre stato il primo nelle festedella valle del Belbo – e che la dicano / quei di Canelli”. Poi riprende l’erta. / Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio, / qualche lume in distanza: cascine, automobili / che si sentono appena; e io penso alla forza / che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare, / alle terre lontane, al silenzio che dura. / Mio cugino non parla dei viaggi compiuti. / Dice asciutto che è stato in quel lungo e in quell’altro / e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno / gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta, / da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo, / e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, / ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue / e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. / Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico / ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora / sulle isole più belle della terra, / al ricordo sorride e risponde che il sole / si levava che il giorno era vecchio per loro.

(Cesare Pavese, I Mari del Sud)


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PRIMAVERA ARABA, il GRANDE EVENTO geopolitico dell’anno 2011: i giovani del Medioriente e del nostro comune spazio geografico MEDITERRANEO in cerca di un nuovo futuro – Tra problemi (la crisi economica mondiale) e tensioni (come le violenze in SIRIA e

Geograficamente - Sab, 24/12/2011 - 00:40

Washington, 14 dic. (Adnkronos) - E' dedicata A COLORO CHE PROTESTANO la copertina dell' “UOMO DELL'ANNO 2011” della rivista “TIME”. SI PARTE DALLA TUNISIA E DALLA PRIMAVERA ARABA, fino ad arrivare ai movimenti di protesta occidentali di 'Occupy' e alle manifestazioni scoppiate in Russia all'indomani delle elezioni. Il 2011 è stato diverso dal 1989 e dal 1968 in quanto, riporta la rivista, i movimenti dell'anno che sta per finire sono stati "più straordinari, più globali e più drastici"

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Il risveglio arabo – le rivolte che hanno abbattuto i dittatori della Sponda Sud – ha molti volti che si somigliano ma non sono uguali. E non si poteva neppure pensare che la primavera araba potesse essere una breve e gloriosa stagione: gli eventi che si sono prodotti per dimensione e conseguenze sono paragonabili in Nord Africa e Medio Oriente all’era della decolonizzazione, un cambiamento che fu epocale.   Come pure è evidente che dopo l’euforia il quadro sia assai complesso: in Paesi come la Libia e lo Yemen ci sono intere compagini nazionali e statali da ricostruire, in Egitto, nel pieno del processo elettorale, la transizione guidata dai contestati generali non appare per nulla scontata, come dimostrano i morti e le violenze nei giorni passati in Piazza Tahrir. Per non parlare della Siria, avviluppata in un vortice di repressione e guerra civile che sta mobilitando iniziative diplomatiche ma forse anche militari.   Anni di instabilità ci attendono prima di trovare un nuovo equilibrio: questo sarà il prezzo da pagare alla nuova stagione araba del cambiamento. (da “il Sole 24ore” del 18/12/2011)

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   La rivolta in Nord Africa, la cosiddetta PRIMAVERA ARABA, ha dato avvio a una nuova stagione di cambiamenti nell’area, con implicazioni di portata globale. Nuovi scenari vanno delineandosi nella regione, in Europa, nei rapporti con gli USA e anche conseguenze per Iran, Israele, e sugli equilibri di tutto il mondo arabo. Viene ora però la preoccupazione sugli esiti di tutta questa grande rivoluzione.

   Non solo per la latente sanguinosa guerra civile in Siria; o per la repressione che vengono a subire dai militari i giovani in piazza Tharir al Cairo. Ma anche per il ruolo dei partiti che in Tunisia si richiamano alla religione e che hanno incassato il successo nelle prime elezioni democratiche. E, tornando all’Egitto, i Fratelli musulmani hanno ottenuto la maggioranza relativa.

   Ma non crediamo che sia un ritorno a un islamismo integralista: è solo una difficoltà ad esprimere il nuovo, un “nuovo possibile” in quei Paesi. Una direzione di libertà e democrazia in paesi arabi musulmani dove potrebbe prevalere il modello turco: una società, quella turca, in fase di forte sviluppo economico verso il benessere e che, pur dalla visuale di paese di tradizione religiosa e di costumi islamica (anche se “non araba”), si confronta più che positivamente con le cosiddette “libertà” (di espressione, di mobilità…) degli occidentali (anche se queste libertà, in occidente, portano qualche volta a evidenti degenerazioni…). Pertanto il modello turco è quello che potrebbe prevalere sempre più nei paesi della “Primavera araba”.

   Dall’altra le difficoltà di questi paesi a esprimere un “nuovo” modo di essere è anche dato da una ingiustificata diffidenza e assenza dell’Occidente, in primis dell’Europa. Noi (europei, italiani…) rassegnati a credere che era meglio appoggiare torvi dittatori, piuttosto del rischio che questi paesi cadessero nelle mani dell’islamismo estremista.

Nell’immagine Mohamed Bouazizi - a SIDI BOUZID, cittadina di 40mila abitanti al centro della TUNISIA, il 17 dicembre 2010, MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato disoccupato di 26 anni, decise di darsi fuoco dopo che la polizia locale gli aveva confiscato il carretto con cui, per campare, vendeva frutta e verdura, senza licenza. Bouazizi con il suo lavoro manteneva la sua famiglia di otto persone. I poliziotti gli avevano chiesto il “pizzo” per poter continuare a svolgere la sua attività. Bouazizi non accettò e, oltre a sequestrargli tutto, lo picchiarono. Lui si rivolse al governatore della sua città che però non volle concedergli udienza. Bouazizi, esasperato, decise di darsi fuoco. Riportò ustioni gravissime e fu ricoverato in ospedale dove morì il 4 gennaio. DA LÌ SAREBBERO PARTITE LE RIVOLTE PER LA DEMOCRAZIA CHE HANNO INTERESSATO NEL 2011 DIVERSI PAESI ARABI, dall’Egitto, alla Libia, allo Yemen

   La “Primavera araba” iniziata un anno fa con il sacrificio di Mohamed Bouazizi, un modesto venditore ambulante tunisino che si è dato fuoco per protestare contro un potere che gli negava un permesso all’unico lavoro per la sua famiglia, e che con la sua protesta mortale dava vita a una protesta generalizzata in (quasi) tutto il mondo arabo contro la povertà e la repressione; e quell’ “onda” generata dal suo gesto sta ancora travolgendo il Medio Oriente come uno tsunami. E va rilevato come i giovani siano il vero motore di queste rivoluzioni, la popolazione che al di sotto dei 25 anni supera largamente il 50% in tutta la penisola arabica e nella parte sud del Mediterraneo.

   Mentre il mondo arabo è scosso dalla voglia di libertà dei giovani, l’Europa (che si dibatte nelle crisi finanziaria ed economica) è incapace di prendere l’iniziativa e assumere il ruolo che la sua posizione e la sua storia richiederebbero. L’Unione Europea non riesce a farsi sentire, a pensare a un progetto di sviluppo economico, di interscambio proficuo ed equo per entrambe le coste sud e nord mediterranee. Su questa necessità si è anche prospettata la creazione di una struttura intergovernativa del genere della CECA (Comunità economica del carbone e dell’acciaio) che caratterizzò il primo nucleo di Europa unita negli anni ‘50 del secolo scorso.

   Un’Unione intermediterranea (naturalmente ora non più “sul carbone e l’acciaio” ma sull’innovazione tecnologica, le energie rinnovabili, la formazione professionale…), che possa creare scambi (economici, culturali) reciproci. Se le medie e piccole aziende del Nord Italia lo trovano una necessità di garanzia e un volano per andare in quei paesi, per il Sud Italia sarebbe un’opportunità unica, originale, di “fare sviluppo” anche a se stesso. E’ da sperare (e da fare in modo) che questo processo di avvicinamento dello spirito della Primavera araba con quello di una nuova Europa federata che vuol uscire dalla crisi, si metta presto in moto.

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 LE RIVOLTE IN EGITTO E SIRIA SPINA NEL FIANCO DELL’OCCIDENTE (LA PAROLA CHIAVE È “CAMBIAMENTO”)

di Eric Salerno, da “IL MESSAGGERO” del  18/12/2011

   Con le immagini della piazza Tahrir in fiamme, le proteste siriane sempre più guerra civile, le incertezze di una Libia senza Gheddafi, è facile guardare con preoccupazione alla cosiddetta primavera araba. Un anno è trascorso da quel 17 dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi, un modesto venditore ambulante tunisino scelse l`immolazione per protestare contro la povertà e la repressione sociale in Tunisia, e l`onda generata dal suo gesto sta ancora travolgendo il Medio Oriente come uno tsunami.

   Dittatori come il tunisino Ben Alì, Mubarak e Gheddafi sono usciti di scena. E altri, come il siriano Assad, finiranno per seguire la medesima strada. Altri ancora, come i reali sauditi e dei Paesi del Golfo offrono piccoli ritocchi ai loro regimi nella speranza di sopravvivere. Se saranno intelligenti, faranno di più e velocemente: la repressione in Bahrain, ad esempio, è riuscita a far guadagnare tempo al regime ma non a schiacciare la giusta voglia di democrazia delle nuove generazioni e delle minoranze.

   Sarebbe errato paragonare la Tunisia all`Egitto, la Siria al Bahrain. E sarebbe profondamente miope giudicare gli eventi di questi dodici mesi senza guardare il ruolo delle potenze occidentali. I regimi abbattuti erano rimasti in piedi non soltanto perché i dittatori erano stati capaci di creare una casta di privilegiati cui affidarono la repressione del dissenso. Per loro Washington e Londra, Parigi e Roma, garantivano una certa tranquillità. Consentivano un rapporto economico privilegiato. Permettevano un flusso indisturbato di petrolio.

   I leader arabi ci avevano convinti di essere il vero baluardo contro l`estremismo islamico senza preoccuparsi troppo del fatto che lo spauracchio, spesso esagerato, aveva aiutato a trasformare l`intero mondo musulmano in nemico da temere e combattere.

   Molto è cambiato. Anche se le certezze mancano. Quelle stesse cancellerie che guardavano con sospetto agli islamisti, sono caute, quasi soddisfatte del ruolo dei partiti che in Tunisia si richiamano alla religione e che hanno incassato il successo nelle prime elezioni veramente democratiche. È ciò che sta accadendo anche in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno ottenuto la maggioranza relativa. Qui i timori rimangono per l`ascesa degli integralisti salafiti.

   I laici di piazza Tahrir, quelli che hanno costretto Mubarak ad andarsene, non rappresentano la maggioranza. Lo scontro in Egitto è ancora vivo. I fedeli del vecchio regime puntano alla destabilizzazione per riguadagnare il palazzo. L`esercito oltre a essere forza armata possiede anche il controllo di settori interi dell`economia e nonostante le esortazioni che arrivano al Cairo dai suoi alleati non vuole cedere i suoi poteri. Farà di tutto per dimostrare, nelle settimane a venire, di essere l`unica forza capace di garantire stabilità.  Per il Paese e per una regione che guarda al nuovo anno con grande preoccupazione.

   La primavera tunisina è stata relativamente breve e mite. Il Paese è piccolo e non pesa sugli interessi geo-strategici ed economici dell`Occidente come l`Egitto. Anche la popolazione della Libia è modesta ma lo «scatolone di sabbia» dei tempi fascisti è una cassaforte appena sfruttata di petrolio e altri minerali.

   È ora il nodo siriano a preoccupare. Un intervento armato come quello deciso per estromettere Gheddafi rischierebbe di scatenare una guerra regionale che, secondo fonti vicine ai servizi segreti israeliani, potrebbe essere alle porte.

   Molto è cambiato. E molto cambierà ancora, nella regione, grazie al ruolo nuovo della Turchia, Paese musulmano ma non arabo che respinto dall`Europa si è avvicinato al Medio Oriente offrendo una collaudata formula di convivenza tra laicità e religione di cui deve essere garante la democrazia parlamentare e non le forze armate. Centinaia di migliaia di tunisini hanno ricordato il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Ha cambiato il suo di mondo e anche il nostro modo di guardare ai popoli arabi e musulmani. (Eric Salerno)

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RICORDANDO MOHAMED BOUZAZI

da www.ilpost.it , 17/12/2011

   Decine di migliaia di persone si sono radunate a Sidi Bouzid, in Tunisia, per commemorare la morte del fruttivendolo Mohamed Bouazizi che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protesta contro la corruzione e la miseria del suo Paese. Da lì sarebbero partite le rivolte per la democrazia che hanno interessato nel 2011 diversi paesi arabi, dalla Libia allo Yemen.

   Bouazizi aveva 26 anni e con il suo lavoro manteneva la sua famiglia di otto persone. Esattamente un anno fa, non accettò il ricatto di alcuni poliziotti che gli avevano chiesto il “pizzo” per poter continuare a svolgere la sua attività. Bouazizi venne così picchiato dagli agenti che gli sequestrarono tutto. Allora si rivolse al governatore della sua città che però non volle concedergli udienza. Bouazizi, esasperato, decise di darsi fuoco.

   A un anno dal suo tragico gesto, Sidi Bouzid ha eretto una statua in suo onore, alla presenza del neopresidente Moncef Marzouki, il quale ha dichiarato che Bouazizi “è riuscito a restituire dignità a tutto il popolo tunisino”. Nonostante il freddo, decine di migliaia di persone hanno organizzato una marcia terminata nella piazza centrale della cittadina, dove hanno poi intonato canti popolari. Le celebrazioni hanno interessato tutta la Tunisia e hanno visto la partecipazione di grandi personalità del mondo arabo come il Premio Nobel per la Pace 2011 yemenita Tawakkul Karman.

   Ma nonostante le ultime elezioni libere vinte dal partito islamista Ennahda e la gioia e l’ottimismo dei presenti, la Tunisia resta un Paese con gravi problemi. Il Prodotto interno lordo del Paese è destinato a crescere nel 2011 solo dello 0,2 per cento, contro il 3 per cento del 2010 con Ben Ali (anche se gli economisti stimano che nel 2012 dovrebbe salire al 4,5 per cento). Intanto il tasso di disoccupazione, una delle cause scatenanti della rivolta, è salito al 18,3 per cento (contro il 13 della fine del 2010). Nei prossimi giorni sarà annunciato il governo di coalizione guidato da Ennahda che dovrà scrivere una nuova Costituzione in attesa di nuove elezioni che si dovrebbero tenere tra un anno.

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UN ANNO FA MORIVA BOUAZIZI, IL TUNISINO CHE HA DATO IL VIA ALLA PRIMAVERA ARABA

di Joseph Zarlingo, da “il Fatto quotidiano”

   Il giovane si diede fuoco in un piccolo villaggio per protestare contro disoccupazione e corruzione del regime di Tunisi. Il suo gesto provocò la ribellione che portò alla fuga di Ben Alì e poco dopo la rivolta si estese agli altri paesi arabi come Egitto, Siria e Libia

   Lui di certo ne avrebbe fatto a meno. Così come non avrebbe mai immaginato che il suo gesto di solitaria, disperata protesta contro l’ennesimo abuso del potere sarebbe diventato una valanga capace di travolgere, finora, tre regimi considerati incrollabili. Un anno fa, in una cittadina di 40 mila abitanti nel centro della Tunisia, Sidi Bouzid, un giovane laureato disoccupato Mohammed Bouazizi, decise di darsi fuoco dopo che la polizia locale gli aveva confiscato il carretto con cui, per campare, vendeva frutta e verdura, senza licenza.

   Bouazizi riportò ustioni gravissime e fu ricoverato in ospedale dove morì il 4 gennaio. Una serie di cerimonie hanno ricordato quel gesto di protesta da cui partì la rivolta tunisina che dopo poche settimane portò alla fuga dal Paese del dittatore Zine el Abidine Ben Alì. Ma era solo l’inizio perché il fiore della rivoluzione si estese ben presto all’Egitto, alla Libia e contagiare altri paesi arabi, come la Siria e lo Yemen.

   Bouazizi, 26 anni, con i 150 dollari che ogni mese riusciva a racimolare, manteneva tutta la sua famiglia.  Ecco perché si è rifiutato di pagare una tangente ai poliziotti locali, che per ritorsione lo avevano picchiato e poi gli avevano sequestrato merce e carretto. Dapprima aveva cercato di avere un’udienza dal governatore provinciale, per protestare contro il comportamento degli agenti, ma di fronte al rifiuto delle istituzioni di ascoltare il suo caso, ha scelto una protesta estrema.

   Il gesto di Mohammed ha dato l’avvio a quella che i media hanno presto battezzato Primavera araba, una stagione di rivolta e cambiamenti epocali, come quella parte di mondo non vedeva da molti decenni.

    L’epilogo di questo tsunami politico, sociale e geopolitico è ancora lontano e gli esiti sono contraddittori e tuttora imprevedibili. Come imprevedibile – almeno per i governi occidentali, troppo legati ai dittatori – era stata la portata dell’esplosione sociale.

   Anche per questa incertezza i due giorni di celebrazione che si sono svolti a Sidi Bouzid sono stati in qualche modo in bilico, tra la speranza e la paura. Migliaia di persone si sono riunite nella piazza principale della cittadina, e hanno assistito all’inaugurazione di una grande statua di Mohammed Bouazizi. C’era anche il presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha in questi giorni il difficile compito di regolare la formazione del nuovo governo – atteso a breve dopo le elezioni che hanno dato la maggioranza al partito islamico moderato Ennahda. “Grazie a questa terra, per secoli tenuta ai margini, per aver restituito la dignità a tutto il popolo tunisino”, ha detto Marzouki nel suo discorso durante la cerimonia.

   E se i festeggiamenti hanno riportato i tunisini all’euforia dei giorni della rivolta contro Ben Alì, i problemi del Paese rimangono ancora sul terreno. A partire da quello che più assillava la vita di Mohammed Bouazizi: la disoccupazione che quest’anno, anche per l’effetto del cambio di regime, dovrebbe arrivare – secondo la Banca centrale – al 18,3 per cento, dal 13 per cento nel 2010. Il Pil tunisino nel 2011 dovrebbe contrarsi dello 0,2 per cento, ma secondo i funzionari del governo dovrebbe tornare a salire nel 2012, a un ritmo del 4,5 per cento.

   Una speranza soprattutto per i coetanei di Mohammed, i giovani arabi che sono stati la spina dorsale delle proteste in Tunisia come in Egitto e che, molto prima che le istituzioni rinnovate ne facessero un eroe nazionale, avevano scelto Mohammed come loro simbolo. Il suo ritratto e la sua storia, rimbalzate sui social network, sono diventate in pochissimo tempo il riassunto di una generazione che è riuscita a trasformare il senso di frustrazione e di impotenza in una rabbia capace di travolgere le strutture di regimi rosi da decenni di abusi e corruzione. (Joseph Zarlingo)

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Intervista a LYMAN TOWER-SARGENT

“L’UTOPIA DELLA PRIMAVERA ARABA: IL SUCCESSO NON È GARANTITO”

di Marco Lauri, da LIMES –Rivista italiana di geopolitica-, articolo del 12/12/2011 apparso su http://temi.repubblica.it/limes/

- Il docente americano spiega il ruolo dell’utopia nelle rivolte che hanno caratterizzato quest’anno. Due ideali hanno portato la gente in piazza: libertà e democrazia. L’imperialismo occidentale e la Cina sono i principali fattori esterni. –

Intervista a Lyman Tower-Sargent, professore di Scienze Politiche all’Università del Missouri-Saint Louis.

LIMES: Cosa sono gli utopian studies, o studi sull’utopia?
SARGENT: Gli utopian studies sono l’indagine dell’immaginazione e del desiderio rivolti alla società (social dreaming) in tutti i loro aspetti. L’Italia ha una lunga tradizione in questo campo di studi fin dalla sua fondazione: la teoria politica, gli aspetti filosofici e le componenti letterarie del concetto di utopia sono stati molto studiati dagli italiani. Sono esistiti tre centri: uno a Lecce, concentrato sulla filosofia, guidato da Arrigo Colombo fino a quando questi è andato in pensione. A Roma se ne sono occupati Eugenio Battisti, uno storico dell’arte che ha anche insegnato alla Penn State University in Pennsylvania (dove si è tenuto quest’anno l’incontro annuale della Society for utopian studies), e sua moglie Giuseppa Saccaro Del Buffa, che si occupava di storia del pensiero politico. Il Centro interdipartimentale di ricerca sull’utopia a Bologna si concentra sulla letteratura ed è guidato da Vita Fortunati. Dunque, il contributo dell’Italia è considerevole: questo paese offre l’intero spettro dei principali interessi tematici degli utopian studies.

LIMES: La categoria dell’utopia è stata chiamata in causa da alcuni per descrivere le motivazioni e gli scopi delle rivoluzioni arabe, in particolare in riferimento ai giovani manifestanti egiziani e tunisini. Lei è d’accordo?
SARGENT: Indubbiamente sì. Ci sono due distinti grandi temi utopici che motivano l’azione di protesta dei giovani: la libertà e la democrazia. Questi due stimoli hanno agito come il sogno di un miglioramento nei loro paesi, la forza motivante per coloro che chiedevano un cambiamento nelle proprie società.

LIMES: Midān Taḥrīr occupata dai rivoluzionari – nei periodi delle ricorrenti proteste e specialmente nel gennaio/febbraio scorsi – appare come un simbolo. Può essere descritta come uno spazio utopico? Trovo particolarmente interessante l’eventualità di collegarla al concetto di Taz (Temporary autonomous zone, “Zona autonoma temporanea”) elaborato da Hakim Bey. È un’associazione valida?
SARGENT: Taḥrīr è stata un potente simbolo di desiderio utopico e certamente è stata, nel periodo iniziale della rivoluzione, una Taz, così come lo sono più di recente gli spazi coinvolti dalle proteste di Occupy Wall Street. D’altra parte, una Taz è per sua natura uno spazio limitato nel tempo: la sua continuazione la esporrebbe al rischio continuo di istituzionalizzarsi e, di conseguenza, di perdere la sua essenza libera e spontanea.

LIMES: Insurrezioni, rivolte o rivoluzioni? E nel caso dell’Egitto, colpo di Stato o autentico cambiamento di regime?
SARGENT: L’esercito mantiene ancora il potere effettivo di governo in Egitto. Non c’è ancora stato un vero cambiamento di regime. Per il momento è difficile affermare che queste siano vere rivoluzioni: le vecchie élites sono ancora al loro posto, cercano e cercheranno di controllare o indebolire le richieste dei giovani rivoluzionari. La parte più difficile per loro comincia adesso, dopo l’abbettimento dei precedenti regimi: non sarà facile.

LIMES: Le rivolte nei vari paesi arabi possono essere ricondotte a uno schema comune di fondo con variazioni locali, o le dimensioni e gli sviluppi locali divergono troppo? È utile concentrarsi sulla componente “araba” delle rivolte per capirne le dinamiche, o è più adeguata una prospettiva più ampia, che tenga in considerazione il crescente malcontento espresso pubblicamente in molti paesi non arabi, ad esempio nell’Africa sub-sahariana o in Israele?
SARGENT: Le variazioni locali sembrano predominare. Le richieste delle popolazioni scese in piazza non sono specificatamente arabe o islamiche. Quello che è accaduto nei paesi arabi ha offerto un grande esempio di coraggio e lotta per il cambiamento ad altre aree del mondo.

LIMES: Come valuta l’intervento internazionale in Libia e quello saudita in Baḥrayn? Apparentemente, gli eventi libici hanno seguito un modello abbastanza diverso da quello degli altri paesi, anche se paragonabile per certi aspetti a quello che si sta verificando ora in Siria. D’altra parte, gli inizi delle proteste in Baḥrayn presentavano prima dell’invasione saudita discrete somiglianze con la dinamica vista in Tunisia ed Egitto, i due paesi esemplari della primavera araba.
SARGENT: L’azione internazionale in Libia è stata di natura essenzialmente imperialista.

LIMES: Ritiene che la coscienza pubblica americana abbia percepito la contraddizione implicita nel tacito supporto all’invasione saudita in Baḥrayn nello stesso tempo in cui la coalizione occidentale e gli stessi paesi del Golfo sostenevano con le armi l’insurrezione libica?
SARGENT: Gli americani in genere sono molto poco consapevoli di quello che accade in Baḥrayn. La copertura mediatica di quei fatti, così come di quelli in Yemen, è stata scarsa e il pubblico americano ne è poco informato. Fondamentalmente l’informazione si è concentrata sull’Egitto, grazie alla forza simbolica di piazza Taḥrīr. Inizialmente c’è stato una certa simpatia per le proteste egiziane.

LIMES: Come ha percepito il pubblico americano gli eventi? Ho avuto l’impressione che l’intervento in Libia, ad esempio, sia apparso inizialmente come una azione altamente morale, ma che l’entusiasmo verso la democratizzazione del Medio Oriente sia diminuito rapidamente (le recenti elezioni in Tunisia, Marocco ed Egitto probabilmente lo confermano). Il momento iniziale di una rivolta che vuole abbattere un tiranno si è trasformato in una confusa e sanguinosa serie di conflitti in cui le agende imperialiste delle potenze intervenute in Libia (occidentali e del Golfo) risultano più evidenti. Qual è la sua opinione a riguardo?
SARGENT: La situazione internazionale e le politiche imperialiste dei paesi occidentali e di altri attori saranno un fattore fondamentale nel determinare se i popoli dei paesi arabi saranno in grado di scegliere liberamente il proprio futuro. Gli arabi non dovranno più preoccuparsi solo dell’Occidente, la cui importanza relativa si sta riducendo. Il fattore più importante, ma generalmente ignorato, ora è la Cina.

LIMES: La primavera araba è stata, fin quasi dal suo inizio, un argomento controverso tra gli osservatori occidentali e non solo. Molti studiosi hanno sentito che questi eventi hanno espresso l’inadeguatezza di precedenti strumenti e categorie d’analisi, dimostrando di non saper prevedere cos’è accaduto né di suggerire sviluppi futuri. Si può formulare un giudizio generale a riguardo, e se sì, qual è il suo?
SARGENT: Questa domanda pone l’attenzione su un grande problema. Non sappiamo mai quando verrà un momento di svolta, e probabilmente sarà sempre impossibile saperlo. Quello che si può sapere è che il crescere di una pressione, che sia contro uno specifico regime o per il cambiamento, può significare che si arrivi ad un punto di svolta, ma non si può prevedere quando o cosa lo farà partire. La Tunisia, origine del tutto, è un buon esempio. Un uomo ha raggiunto il limite della sopportazione, si è ucciso e l’immagine della sua morte ha portato all’esplosione. Questo ha indotto altri a pensare che il successo fosse possibile. Il Baḥrayn e la Siria mostrano che, invece, esso non è garantito.

Rivoluzione egiziana, atto II | (Contro)rivoluzioni in corso | Israele più solo, più forte (da LIMES, 12/12/2011)

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SIRIA: 250 MORTI IN TRE GIORNI

di Eduardo Lubrano da “Il Journal” (http://www.iljournal.it/ ) del 21/12/2011

   La vigilia dell’arrivo della prima squadra di osservatori arabi a Damasco per monitorare l’applicazione del piano della Lega Araba per la fine delle violenze, è stata caratterizzata oggi dalla denuncia di attivisti sull’uccisione di decine di persone, tra civili e soldati disertori in diverse località del Paese, e dalla notizia del rapimento a Homs di otto ingegneri di varie nazionalità, cinque dei quali iraniani.

   Intanto, gli scontri armati si propagano fin nei sobborghi della capitale, con il Daily Telegraph che ha verificato la presenza di gruppi di disertori anche a Douma, città satellite ad un passo dal cuore del regime: «Siamo qui per difendere i dimostranti», ha detto un responsabile al quotidiano britannico, ammonendo il regime di Assad di «poter colpire anche il Palazzo presidenziale».

   Stando ai bilanci, in continuo aggiornamento, forniti dai Comitati di coordinamento locale e dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), da lunedì ad oggi oltre 250 siriani sono stati uccisi in scontri tra disertori e milizie lealiste e nell’ormai quotidiana repressione militar-poliziesca delle forze fedeli al presidente Bashar al Assad.

   L’agenzia ufficiale Sana ha dal canto suo riferito dell’uccisione da parte di bande armate di cinque persone, di cui tre civili, un colonnello e un autista di un mezzo militare, e del ferimento di altri 12 a Homs. Sempre la Sana parla di arresti di decine di ricercati a Idlib e Daraa e di scontri a fuoco con terroristi a Homs.  Molti di loro – scrive l’agenzia – sono morti o sono stati feriti.

   Per gli attivisti le località dove si sono registrate, anche oggi, le uccisioni più numerose sono quelle della regione nord-occidentale di Idlib, a Homs e dintorni, quelle attorno a Hama e altre nei pressi di Daraa, capoluogo meridionale, dove in serata almeno 15 civili di Dael che partecipavano a un funerale di un «martire» sono stati falciati – secondo la versione fornita dai Comitati di coordinamento che pubblicano una lista dettagliata delle vittime – da colpi di arma da fuoco sparati da forze di sicurezza. La tv di Stato ha invece trasmesso stasera la confessione del ‘terroristà Khaled as Sayes, 30 anni, di professione imbianchino, operativo con la sua squadra alla periferia nord e sud di Damasco.

   Il terrorista ha detto di aver agito per soldi. In questo clima è atteso domani l’arrivo della prima squadra di 30 osservatori della Lega Araba a Damasco: un’avanguardia guidata dal diplomatico egiziano Samir Sayf al Yazal, che preparerà il terreno logistico per l’arrivo degli altri 120 osservatori, che saranno operativi entro la fine del mese.

   L’intera missione sarà guidata dal generale sudanese Muhammad al Dabi, già capo dei servizi di sicurezza militari di Khartum e coordinatore tra il governo sudanese e le forze d’interposizione congiunte Onu-Unione africana dispiegate nel Darfur. Il Consiglio nazionale siriano (Cns), principale piattaforma dell’opposizione all’estero a cui hanno aderito anche alcuni Comitati di coordinamento locali, ha intanto invocato oggi una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere la creazione, a Idlib e Homs, di aree sotto la protezione internazionale.

   Il Cns ha anche denunciato «i massacri» in corso da parte del regime. Il ministero degli esteri di Damasco, per bocca del suo portavoce Jihad Maqdisi, ha risposto affermando che «l’opposizione siriana tenta continuamente di sabotare il protocollo (degli osservatori) e cerca di spingere per un intervento straniero invece di accettare l’invito al dialogo».

   In mattinata si era diffusa la notizia del rapimento nei pressi di Homs di otto ingegneri, di varie nazionalità, che lavoravano a una centrale elettrica nella zona industriale. Successivamente, da Teheran e dall’ambasciata iraniana a Damasco, si è appreso che cinque degli otto rapiti sono iraniani ma non sono stati forniti altri particolari. Il ministro degli esteri libanese, Fayez Ghosn, aveva in precedenza affermato che terroristi di al Qaida sono operativi in Siria provenienti da una regione a maggioranza sunnita della valle orientale della Bekaa. (Eduardo Lubrano)

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LUNGA MARCIA DI DONNE AL CAIRO

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 21/12/2011

   Come se al Cairo il problema fossero solo il traffico e la pioggia che non arriva. Fratelli musulmani e salafiti continuano la loro campagna elettorale. Nel prossimo turno, il terzo e ultimo per la camera bassa, si vota soprattutto nelle campagne ed è lì che i partiti islamici si stanno concentrando per vincere facile.
Ma al Cairo il problema non sono gli ingorghi stradali. Nella notte fra lunedì e martedì c’è stata battaglia per il quinto giorno consecutivo fra giovani ed esercito in piazza Tahrir. Altri tre morti e 57 feriti che, secondo i manifestanti, portano il bilancio della nuova recrudescenza a 13 vittime, 603 feriti e 230 arrestati. Da ieri mattina la situazione si è calmata, posto che si possa definire tranquilla una piazza tenacemente presidiata da qualche centinaio di giovani e le strade limitrofe affollate di truppe pronte a colpire di nuovo. È ormai di notte, come accade da diversi giorni, che i militari prendono d’assalto la piazza nel tentativo per ora fallito di sgomberarla.
«Quello che sta accadendo non appartiene alla rivoluzione e ai suoi giovani puri che non hanno mai desiderato distruggere la nazione». Il generale Adel Emara, del Consiglio militare che dovrebbe garantire la transizione e non provocare il caos, cerca di blandire il nemico. Fatica a trovare chi gli creda. Le parole che si lascia invece scappare un altro generale, Abdel Moneim Kato, consigliere del Consiglio (un pessimo consigliere), chiariscono cosa pensano i militari dei giovani di piazza Tahrir: «Dovrebbero essere bruciati nei forni di Hitler».
Le immagini di questi giorni sono più chiare delle parole. I militari hanno scientificamente provocato la piazza, sfruttando la reazione per esercitare una brutalità che gli egiziani non credevano i militari possedessero. Picchiare le donne, come le immagini hanno mostrato, è una prova di debolezza e di smarrimento, più che di determinazione. Ieri centinaia di donne hanno sfilato per le vie del centro del Cairo per protestare contro l’aggressione e il denudamento in piazza Tahrir di una manifestante, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo.

   Dopo giorni di silenzio, anche Hillary Clinton ha deciso di essere durissima: «Profonda preoccupazione», «Scioccata», «La sistematica degradazione delle donne egiziane disonora la rivoluzione», dice il segretario di Stato all’Università di Georgetown, Washington, dove si formano i quadri della diplomazia americana. «Avvilisce lo Stato e le sue uniformi e non è meritevole di un grande popolo». Parole pesanti, anche perché il benessere economico della casta militare egiziana è garantito dagli Stati Uniti. Le forze armate ricevono aiuti per 1,3 miliardi di dollari l’anno; più le numerose joint venture che fanno dei militari una potente conglomerata economica.
Mentre i manifestanti e le Forze armate si elidono a vicenda, il terzo protagonista di questa confusa Primavera egiziana marcia secondo programma. L’Islam politico ha incassato la prevista vittoria anche nel secondo turno elettorale per la camera bassa. I Fratelli musulmani rivendicano il 39% dei consensi, i salafiti più radicali il 30. Gli altri partiti sono staccati, molto più indietro.
È difficile stabilire chi siano i radicali, oggi in Egitto. Già percependosi come forza di governo, Al-Nour, il primo partito salafita, ha annunciato di essere pronto a discutere con Israele e di riconoscere tutti i trattati di pace. È la prima volta che accade. Il nuovo ambasciatore israeliano, Yaakov Amitai, è stato incaricato di aprire un canale di comunicazione con i partiti islamici che stanno vincendo le elezioni e presto governeranno. «Dobbiamo compiere ogni sforzo per spiegare che noi non siamo il nemico del popolo egiziano né di quello palestinese», dice una fonte del ministero degli Esteri a Gerusalemme. Anche questa è una prima volta.

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LA RIVOLUZIONE D’EGITTO NON FINISCE MAI

di Azzurra Meringolo, da LIMES – rivista di geopolitica italiana, 19/12/2011

- Anche al secondo turno delle elezioni parlamentari vincono Fratelli musulmani e salafiti. Piazza Tahrir è ancora piena di manifestanti, e l’Esercito non smette di sparare per uccidere -

IL CAIRO – “Bruciano le nostre tende, spaccano le nostre macchine fotografiche, costruiscono barricate per impedire l’accesso a piazza Tahrir e ci lanciano pietre e vernice dai tetti dei palazzi limitrofi per sporcarci i vestiti e poi venirci a prendere nelle strade vicine” racconta un manifestante mentre viene medicato nell’ospedale di campo costruito ai margini di Tahrir. “Come facciamo ad accettare che a governarci siano dei nostri fratelli che ci trattano come degli animali? Resisteremo in piazza fino a quando non ci stermineranno” aggiunge proprio pochi istanti prima dell’arrivo di un gruppo di militari che prende d’assalto l’ospedale trasformandolo in un cumulo di boccette di medicinali rotte.

Dopo la strage di Maspero a ottobre e quella di via Mohammed Mahmoud a fine novembre, lo scorso fine settimana le forze dell’ordine cairote si sono macchiate nuovamente le mani di sangue in quella che è stata nominata la strage di Qasr Al Eini, ovvero l’escalation di violenza che è scoppiata in questa strada, arteria centrale della capitale che da una parte conduce a palazzi del governo e dall’altra a piazza Tahrir, l’epicentro della rivolta scoppiato lo scorso 25 gennaio.

Dal 20 novembre un gruppo di attivisti si era spostato da Tahrir per occupare parte di questa via e impedire l’insediamento del nuovo governo di Kamal Ganzuri, l’uomo già premier negli anni ’90 che i militari avevano nominato come il volto del cambiamento. La scelta di Ganzuri non ha soddisfatto quanti chiedevano l’uscita di scena dei militari una volta per tutte. Per questo i più intransigenti avevano deciso di iniziare un nuovo sit di protesta proprio alla vigilia delle prime elezioni parlamentari libere dell’Egitto post-Mubarak.

Anche se alcuni giovani hanno definito illegittimo il voto – che si sta svolgendo con i militari ancora al potere – la consistente affluenza alle urne ha dato piena legittimità a questo processo: il 60% degli aventi diritto ha fatto ore di fila per compiere quel gesto per cui piazza Tahrir aveva lottato strenuamente.

Il 28 e 29 novembre, il primo dei sei turni elettorali che porteranno alla creazione del nuovo parlamento ha mostrato la forza di Libertà e Giustizia, il partito della Fratellanza Musulmana, che si è aggiudicato circa il 47% dei voti. A sorprendere non é stata tanto quella percentuale, quanto piuttosto il successo registrato dai salafiti che hanno conquistato più del 20% dei seggi lasciando ai liberali circa il 18% dei voti. Anche se il parziale successo di questa fazione più estremista dell’Islam politico ha sorpreso analisti internazionali, esso non sembra essere altro che l’ultimo regalo del deposto presidente Mubarak. Per anni infatti i salafiti, foraggiati dall’Arabia Saudita, sono cresciuti all’ombra del regime che da una parte cercava di reprimere il suo più forte oppositore, la Fratellanza musulmana, e dall’altra lasciava operare liberamente gli estremisti nella speranza che la loro ascesa sottraesse consenso all’altra anima più moderata dell’islam politico.

Oltre a mostrare una parziale rimonta dello storico partito nazionalista del Wafd, che si è aggiudicato il 20% dei voti, il secondo turno elettorale del 14 e 15 dicembre ha confermato le tendenze del primo, mostrando che il partito della Fratellanza è ora davanti a un bivio. Potrebbe scegliere di allearsi con le forze liberali, mandando un chiaro segnale di cambiamento e innovazione all’intera regione in rivolta; oppure decidere di ripiegare sui “cugini salafiti”, volgendo lo sguardo al passato piuttosto che al futuro. Anche se a prima vista l’alleanza tra Fratellanza e salafiti sembra la più semplice da raggiungere, i rapporti fra queste due formazioni sono sempre stati altalenanti. Avendo radici comuni, momenti di vicinanza si sono alternati ad altri di litigiosità che hanno costretto le diverse anime dell’islam politico a presentarsi separatamente all’appuntamento con le urne.

Mentre i vertici di Libertá e Giustizia continuano a interrogarsi su cosa fare, a Tahrir la rivolta continua; le urne non sono in contraddizione con la piazza, perché anche se le elezioni sono una componente importante del sistema democratico che l’Egitto sta cercando di costruire, non sono l’unico strumento attraverso il quale gli attivisti possono realizzare gli obiettivi della loro rivolta.

Per giustificare le immagini della violenza sui civili che negli ultimi giorni hanno fatto il giro del mondo, il premier Ganzuri ha descritto quanti sono in strada in questi giorni come dei controrivoluzionari che non hanno nulla a che vedere con la rivolta scoppiata il 25 gennaio scorso. Anche se è evidente che la composizione della piazza è in parte cambiata, alcuni dati mostrano che ci sono per la maggior parte gli stessi ragazzi dei primi giorni. Chi frequenta l’arena virtuale si accorge infatti che a inviare messaggi e fotografie della piazza e degli scontri sono, con forzate defezioni importanti, gli stessi che lo facevano a inizio anno. In aggiunta, nella lista dei defunti della strage di Qasr el Eini figura anche Emad Effat, sheikh dell’università di Al-Ahzar, con i manifestanti sin dallo scorso gennaio. Effat era tutt’altro che uno di quei controrivoluzionari che secondo Ganzuri frequentano Tahrir in questi giorni. Non solo era il segretario generale dell’Ufficio delle fatwa, ma anche l’autore dell’ordinanza religiosa di ottobre con cui vietava ai fedeli di votare per gli esponenti del vecchio partito di Mubarak.

Se il governo addossa la colpa degli ultimi disordini a forze controrivoluzionarie, l’Esercito incolpa forze straniere, che starebbero cospirando contro l’Egitto. Oltre alle dinamiche elettorali una delle questioni in sospeso è quella relativa alla stesura del nuovo testo costituzionale. Gli islamisti descrivono il nuovo parlamento come l’unico soggetto autorizzato a creare l’assemblea costituente, ma i liberali – e almeno a parole i militari – ritengono ingiusto e pericoloso trasformare la Costituzione in un premio da dare al partito di maggioranza.

Per capire quale sarà il ruolo dei militari nel nuovo Egitto bisognerà poi aspettare di vedere cosa faranno le forze che governeranno il paese. Solo se queste saranno in grado di cooperare nella transizione potrebbero riuscire a rispedire l’Esercito nelle caserme. Altrimenti rimane difficile ipotizzare il ritiro delle Forze armate dalla scena politica.

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LA LEGA ARABA PORTA LA SIRIA ALL’ONU

di Vittorio Da Rold, da “IL SOLE 24 ORE” del 18/12/2011

- Un piano di pace senza intervento armato – Ieri altre 34 vittime tra cui una bimba –

   Nell`ennesimo giorno tragico di una Primavera araba che in Siria non vuole sbocciare dopo dieci mesi di proteste e in cui almeno altre 34 persone sono state uccise tra le quali una bambina di sette anni e altri due minorenni -nelle violenze delle forze governative-, la Lega araba ha annunciato che potrebbe rivolgersi al Consiglio di sicurezza dell`Onu perché adotti «le decisioni arabe sulla Siria».

   La proposta è arrivata da Hamad bin Jassem binjaber al-Thani, l`attivissimo premier del Qatar, in una conferenza stampa a Doha a conclusione della Commissione ministeriale della Lega araba sulla Siria. Al-Thani ha preannunciato un nuovo incontro al Cairo mercoledì prossimo per discutere la decisione. «Dal momento che la Russia si è rivolta all`Onu allora la Lega araba andrà a presentare un`iniziativa araba».

   Il piano di pace che Damasco ha accettato solo sulla carta prevede la fine delle violenze, il dialogo con l`opposizione, l`attuazione delle riforme, la preparazione di elezioni libere e l`invio di osservatori arabi in Siria.

   La Lega Araba, ha sottolineato Al Thani, è contraria ad ogni risoluzione dell`Onu che porti ad un attacco militare contro la Siria. Ma proprio per questo motivo intende presentare una sua proposta di risoluzione al Consiglio di Sicurezza. La proposta della Lega Araba, ha aggiunto il primo ministro del Qatar, sarà avanzata nel caso che Damasco non accetti il precedente piano della stessa organizzazione.

Quanto alla proposta russa questa ha sorpreso la comunità internazionale consegnando una bozza di risoluzione al Consiglio di sicurezza che condanna le violenze in Siria da «entrambe le parti».

   L`ambasciatore francese all`Onu, Gerard Araud, ha salutato in un comunicato «un evento  straordinario,visto che la Russia ha finalmente deciso di uscire dal suo atteggiamento neutrale». Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton si è detto pronto a lavorare con la Russia, pur avendo precisato che il documento presentato da Mosca contiene elementi «inaccettabili», come l`equiparazione tra le forze di Assad e quelle dell`opposizione.

   Si apre quindi lo spiraglio per una soluzione in stile libico? No, ribattono gli esperti di Stratford, l`agenzia Usa di analisi strategiche, che pensano che un intervento militare della comunità internazionale in Siria è «improbabile» perché Damasco non è Tripoli, ha difese anti-aeree più consistenti e «soprattutto non è ricca di petrolio».

   Damasco però teme Ankara e ha schierato lungo il confine con la Turchia 21 missili, di cui 5 Scud D con testate da guerra chimiche. A sostenerlo è Debkafile, sito vicino all`intelligence militare israeliana, che parla di una tensione altissima tra Ankara e Damasco, dopo che il premier turco Recep Tayyip Erdogan si è schierato dalla parte dell`opposizione siriana per il rovesciamento di Bashar al-Assad.

   Secondo il sito, i vertici militari turchi si sono riuniti ieri notte con il presidente, Abdullah Gul, e il premier Erdogan, e hanno messo in stato di allerta le forze armate e sollecitato una verifica della «preparazione» a un eventuale conflitto. (Vittorio Da Rold)

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SIRIA

GOVERNO, PENA DI MORTE PER CHI ARMA TERRORISTI. PIÙ DI CENTO MORTI NELLE ULTIME 24 ORE, da “la Repubblica.it” del 20/12/2011

- Pugno duro del regime siriano intorno a disertori e ribelli armati. Promulgata la legge dal presidente Bashar al-Assad. Si aggrava il bilancio delle vittime degli scontri -

DAMASCO – Il regime siriano stringe la morsa intorno a disertori e ribelli armati. Il presidente, Bashar al-Assad, ha firmato un decreto che impone la pena di morte per chiunque “fornisca armi o aiuti a fornire armi al fine di commettere atti terroristici”, ha riferito l’agenzia ufficiale Sana. Il provvedimento prevede anche l’ergastolo con i lavori forzati in caso di traffico d’armi “per profitto o al fine di commettere atti di terrorismo” e 15 anni di lavori forzati per traffico d’armi legato ad altri scopi.
Fin dall’inizio delle proteste in marzo, le autorità di Damasco hanno sempre rifiutato di riconoscere il carattere pacifico di gran parte delle manifestazioni, affermando che alla guida della rivolta vi sono “bande di terroristi armati”. L’Onu, al contrario, ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani nella repressione della ribellione, che ha provocato non meno di 5000 vittime.
Ieri il viceministro degli Esteri siriano, Faysal Al Mikdad, aveva sottoscritto un patto per l’invio di osservatori arabi nel Paese 1.
È di un centinaio di morti, tra militari disertori e civili, il bilancio delle ultime 24 ore di violenze e repressione in diverse località del Paese. Lo riferiscono i media panarabi, citando l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus)e i Comitati di coordinamento locale degli attivisti anti-regime. Secondo l’Ondus tra 60 e 70 soldati che tentavano di fuggire dalle caserme a Kansafra e Kfar Awid, nella regione nord-occidentale di Idlib, sono stati uccisi ieri dalle forze di sicurezza fedeli al presidente Bashar al Assad a colpi di mitragliatrici. Per i Comitati di coordinamento, sono 40 i civili uccisi ieri: tredici nella regione di Homs, undici in quella meridionale di Daraa, nove in quella di Idlib, tre in quella orientale di Dayr az Zor, tre nel centro di Damasco e uno a Hama.

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SIRIA, UN ALTRO “SI’” DI ASSAD AGLI OSSERVATORI ARABI

di Mauro Mondello, da “AVVENIRE” del 20/12/2011

   «Nove mesi si fa era tutto molto diverso». Inizia così il suo racconto Manhal, il portavoce dell`Hama Revolution Council, il gruppo di riferimento della rivolta siriana nella città di Hama, un luogo storicamente ribelle e coraggioso (è qui che nel 1982 le truppe di Rifaat al Assad, lo zio dell`attuale presidente Bashar Assad, soffocarono nel sangue le sommosse, uccidendo 25mila persone), oggi di nuovo al centro di una durissima ribellione popolare.

   Manhal sarebbe dovuto partire per l`Inghilterra all`inizio di marzo, aveva vinto una borsa di studio dopo la sua laurea in lingue straniere e sognava di perfezionare l`inglese in un college di Londra.

   Passa le sue giornate cercando di organizzare manifestazioni, di raccogliere immagini della protesta, di tenere i contatti con il gruppo di Homs, la città che insieme ad Hama sta trainando la resistenza ed in un cui la repressione militare è esplosa con maggiore brutalità.

   Le strade principali, i vicoli della città vecchia, il vialone di accesso alla stazione degli autobus, posti caotici e affollati di persone, da cui solitamente proviene un rumore assordante di clacson, urla e motori – sono desolatamente vuoti.

   Nei pochi caffè rimasti aperti siedono solo militari e qualche sostenitore del regime, l`isolamento con il resto del Paese è completo: nel solo complesso urbano di Hama sono disposti più di venti checkpoint, ogni quartiere è bloccato dai controlli armati dell`esercito, i tank sorvegliano gli accesi ai Ad Hama si continua a protestare sfidando la repressione.

   Per organizzarsi i giovani ricorrono a messaggi su Facebook, incontri segreti e passaparola collegamenti principali in entrata ed uscita dalla città. Una strategia mirata ad evitare ogni possibile aggregazione dei movimenti di protesta e che di fatto obbliga i gruppi di di dissidenti a organizzare decine di manifestazioni separate. È, in questo modo che le informazioni, le comunicazioni fra i centri ribelli, diventano sempre più difficili in un Paese ormai terrorizzato – secondo l`opposizione – da un esercito che ad Hama ha già ucciso più di 1500 civili da marzo ad oggi.

   «Purtroppo siamo totalmente isolati, questo è il nostro grande problema. Le scuole, le università, gli uffici, i mercati, è tutto chiuso da mesi, in attesa che si sblocchi la situazione. I giornalisti non riescono a superare i controlli di frontiera, in questo modo il regime taglia fuori i media dalle informazioni e nel mondo nessuno riesce ad avere la concezione reale di quanto sta accadendo. Anche la Lega Araba ha una responsabilità oggettiva molto pesante in tutto questo, perché conosce perfettamente lo stato delle cose, ma non riesce ad imporsi».

   La rabbia di Manhal è quella di un`intera popolazione, sconvolta ma determinata ad andare avanti nella protesta. Ad Hama la rete di uomini e donne disposti a rischiare la propria vita per dare seguito alla rivolta è fittissima. Come dimostra anche l`ennesima manifestazione di venerdì scorso, in cui più di 150mila persone (frammentate in 18 gruppi di quartiere a causa delle limitazioni di movimento legate ai checkpoint militari) sono scese in piazza per protestare contro il regime di Assad.

   Per organizzarsi, i rivoltosi ricorrono a un tamtam di messaggi su Facebook, decine di piccoli incontri clandestini, un rapidissimi passaparola di casa in casa, di famiglia in famiglia, un sistema ormai ben oliato. All`impegno, anche economico, contribuiscono tutti, nella speranza che questa guerra, loro la chiamano così, finisca presto. (Mauro Mondello)

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LA RELIGIONE E LA POLITICA NELLA PRIMAVERA ARABA

da http://www.thepostinternazionale.it/

- Il triangolo Arabia Saudita-Siria-Iran -

TUTTO è cominciato in Algeria e in Tunisia con l’inizio del nuovo anno. La fiammata dei prezzi delle materie prime alimentari sui mercati internazionali aveva reso improvvisamente più acuta la crisi nei paesi nordafricani. La rivolta si è rapidamente estesa, anche grazie all’uso di internet e dei social network, fino al Golfo Persico.

   In Arabia Saudita, Yemen, Oman, Bahrain, Iraq, Iran, Giordania e Siria gli scontri erano limitati, le proteste però sono cresciute e nuovi scenari si prospettano. La disoccupazione e la povertà sono al centro delle rimostranze che il giovane popolo mediorientale porta in piazza. I giovani sono il vero motore di queste rivoluzioni, la popolazione al di sotto dei 25 anni supera largamente il 50% sia nella penisola arabica che in Siria.

   Ma la religione può spiegare alcune strategie che i governi stanno attuando in risposta a queste rivolte. La questione religiosa ha sempre caratterizzato le tensioni nella regione, il contrasto storico tra arabi e persiani sta riacquistando importanza alla luce degli ultimi eventi. I regimi sunniti di Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Bahrain da una parte, il triangolo delle “proteste sciite” (Iran, Iraq, Libano) dall’altra. Ma non tutti i regimi hanno la fede del proprio popolo.

   I sunniti sono la maggioranza del popolo islamico e la loro tradizione riconosce come autorità religiosa la comunità di fedeli. Gli sciiti si differiscono (tra le altre cose) sulla presenza e sul ruolo della gerarchia religiosa, si sono “staccati” dopo la morte di Maometto seguendo la fazione di Alì, riponendo da quel momento “fede nell’atteso” e generando teorie utopiche rivoluzionarie in ambito socio-economico.

   L’Arabia Saudita è preoccupata dal suo piccolo vicino, il Bahrain. Riad teme sollevazioni della minoranza sciita che abita le regioni orientali della penisola arabica, in cui si trovano la maggior parte dei pozzi petroliferi sauditi. Il Bahrain si trova proprio in questa zona e i protagonisti della rivolta che mira a rovesciare il re sunnita Hamad bin Isa al-Khalifa sono proprio i cittadini sciiti.

   Il 70% della popolazione del paese è sciita ed è assai sottorappresentata politicamente, da sempre è penalizzata in ogni ambito della società a vantaggio della minoranza sunnita. Per questo tra fine marzo e inizio aprile si sono sviluppate tensioni diplomatiche tra i paesi del Golfo. L’Arabia Saudita è intervenuta direttamente con i suoi soldati nell’arcipelago, mentre l’Iran, che condivide con la maggioranza della popolazione del Bahrain la fede sciita, critica l’interventismo di Riad.

   Il governo iraniano ha manifestato forti critiche anche per l’atteggiamento assunto da altri paesi nei confronti delle proteste scoppiate nell’arcipelago a maggioranza sciita. Secondo l’intelligence americana l’Iran starebbe aiutando le autorità siriane nella repressione delle rivolte e si starebbe organizzando per fornire aiuto e appoggio sottotraccia agli oppositori antigovernativi sia in Bahrain sia in Yemen.

   Questo lo scenario in cui Teheran cercherà di valorizzare il proprio ruolo di potenza regionale, sperando in una “svolta sciita” in molti paesi. Il legame tra l’Iran e la Cina (l’Iran è il principale esportatore di petrolio verso la Cina) apre scenari più favorevoli agli “interessi dell’Est” e dimostra una perdita di influenza dell’Occidente nella regione. La Siria, ad esempio, ha ridotto progressivamente i rapporti economici con l’Europa, aprendosi di riflesso verso la potenza regionale iraniana, stipulando accordi commerciali in questa direzione.

   Come sostiene Limes (26/05/2011), “la primavera araba finora non ha investito Teheran direttamente, ma le sta dando un nuovo ruolo strategico nella regione, visto anche il riavvicinamento con l’Egitto. L’Occidente dovrebbe appoggiare Ahmadinejad più che Khamenei”. Questo perché Ahmadinejad porta avanti una politica propensa a promuovere alleanze con le forze laico-nazionaliste di paesi come l’Egitto, la Giordania e il Libano.

   L’inedita alleanza tra Iran ed Egitto, entrambi con un’impronta più laica e nazionalista, con il concorso della Giordania e di un Libano lontano da Hezbollah, potrebbe dare vita ad un nuovo blocco mediorientale, in grado di “traghettare l’intera regione verso un mutamento epocale all’insegna di un laico riformismo”.

   Le implicazioni per la politica estera dei paesi occidentali sarebbero dunque importantissime. Sempre da Limes: “In apparenza, fino ad oggi, l’opinione pubblica dei paesi democratici ha percepito il fronte religioso ultraconservatore, vicino alla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei, come quello più moderato e tendente alla ricerca di una rapporto meno bellicoso con l’Occidente, valutando invece le idiosincrasie di Ahmadinejad e i suoi atteggiamenti estremisti e anti-semiti come più pericolosi e potenzialmente distruttivi. La realtà sembra essere completamente diversa. Infatti, osservando le dinamiche interne all’Iran, appare subito evidente che la fazione di Ahmadinejad è quella che l’Occidente dovrebbe, nei limiti del possibile, favorire e con la quale dovrebbe ricercare un dialogo. Quella fazione, nell’ambito degli scontri interni per il potere, ha interesse a stabilire una serie di relazioni positive con i paesi arabi per aumentare il consenso interno e mostrare finalmente il nuovo status di potenza regionale raggiunto dall’Iran”.

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intervista al nuovo ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant`Agata

“NEL MEDITERRANEO C’E’ VOGLIA D’ITALIA. L’EUROPA CI SEGUA”

di Pietro Perone, da “IL MATTINO di Napoli” del 21/12/2011

- La crisi: «Nel Mediterraneo c`è voglia d`Italia l`Europa ci segua» – Il ministro degli Esteri: si terrà a Napoli il vertice trai 10 Paesi delle due sponde –

Da Washington alla Farnesina per assumere il timone del ministero degli Esteri: Giulio Terzi di Sant`Agata è uno di quei diplomatici di «lungo corso», attento a muoversi con il passo giusto per chi si ritrova a guidare un ministero così delicato nell`era del governo tecnico e con un mandato in larga parte legato ad affrontare la crisi.

   Ma il futuro dell`Italia passa anche per la credibilità che il Paese saprà trasmettere ai partner europei e al resto del mondo. La Farnesina diventa così anch`essa una sorta di postazione economica per sfruttare – dice subito il ministro – «quella credibilità che ci eravamo guadagnati nella gestione delle crisi internazionali».

   Non manca il ministro di sottolineare come il Mediterraneo e Napoli diventino ancora più un territorio strategico, «la vera sfida – avverte – per l`Europa nel XXI secolo per affermarsi come attore globale».

Si riparte dal ritrovato protagonismo al tavolo UE per imprimere anche un nuovo impulso sul piano diplomatico?

«L`Italia ha sempre mantenuto un ruolo di attore di primo piano nelle crisi internazionali, dal Kosovo, all`Afghanistan alla Libia. La determinazione con la quale il governo italiano ha mostrato di volere affrontare l`emergenza economica ha riscosso un unanime apprezzamento all`interno dell`Ue e tra i nostri principali partner extraeuropei, a partire dagli Stati Uniti. Questa ritrovata credibilità consentirà di consolidare ulteriormente il ruolo e l`influenza che già ci eravamo guadagnati nella gestione delle crisi internazionali. Ma sia chiaro: non partiamo certamente da zero. Ci muoviamo in politica estera su una linea di sostanziale continuità con il governo precedente. E, sul piano anche personale, non posso che ribadire il mio più grande apprezzamento per l`attività svolta dal mio predecessore, Franco Frattini. Si tratta oggi piuttosto, con la rinnovata credibilità, di assicurare all`Italia e al suo ruolo nel mondo quel pieno riconoscimento che merita. Il consolidamento del peso dell`Italia nell`Ue può consentire di indirizzare in maniera più efficace le politiche di quest`ultima verso il Mediterraneo. Nel mondo resta forte la domanda di Italia: una domanda alla quale dobbiamo essere in grado di rispondere».

Abbiamo una lunga storia di rapporti coni popoli del Mediterraneo spesso autonomi anche rispetto alla politica statunitense. Con i nuovi equilibri che si stanno configurando in quell`area quale dovrà essere, il ruolo del nostro Paese?

«Ho indicato il Mediterraneo come un`area di assoluta priorità della politica estera del governo di cui faccio parte. E ciò non solo per la nostra vocazione mediterranea, la nostra vicinanza geografica, la tradizionale amicizia con quei popoli. Le rivoluzioni arabe hanno creato un nuovo contesto regionale, ancora fluido, dove l`Italia per mantenere il proprio ruolo e difendere i propri interessi nazionali deve aggiornare le proprie strategie. Innanzitutto: è evidente che abbiamo tutto l`interesse a sostenere le transizioni democratiche. Un interesse che condividiamo pienamente con i nostri alleati, in particolare gli Stati Uniti. Dal successo di queste transizioni può derivare una maggiore stabilità regionale e, quindi, una maggiore sicurezza per noi ed anche nuove opportunità per le nostre imprese».

Ci saranno nell`immediato le condizioni per tornare in quei paesi e riprendere le attività economiche interrotte?

«La sfida, dopo la fine delle dittature, è di creare istituzioni stabili e funzionanti, di garantire le libertà individuali e di impegnarsi per adeguarsi sul piano del rispetto dei principi dello stato di diritto a quei parametri e valori condivisi dalla maggioranza della comunità internazionale: sono queste le precondizioni anche per lo sviluppo economico, la competitività e la piena integrazione della regione nell`economia globale. Ci sono spazi per iniziative che possono essere portate avanti insieme con il nostro settore privato, con le nostre università, le amministrazioni locali, soprattutto al Sud. Ma cercheremo anche di portare “più Mediterraneo in Europa e più Europa nel Mediterraneo”».

L`Ue travolta dalla crisi a essere un punto di riferimento?

«L`Europa può e deve fare di più per sostenere le economie dei paesi mediterranei in transizione. Occorrono più risorse da parte dell`Ue: siamo di fronte a una sfida storica alla quale il continente europeo, il più direttamente interessato, non può sottrarsi. Peroreremo la causa di maggiori risorse verso il Mediterraneo anche nel negoziato sulle prospettive finanziarie dell`Ue per il periodo 2013-20. Si tratta di creare una vera e propria casa comune Euro-Mediterranea. E credo dovremo attivarci di più per associare anche la Turchia a questo progetto.  Il Mediterraneo è la vera sfida per l`Europa nel XXI secolo per affermarsi come attore globale».

I rapporti con la Libia vanno reinventati?

«Esiste un rapporto di amicizia storico tra i due popoli sul quale stiamo costruendo. La solidarietà mostrata dall`Italia al popolo libico durante il conflitto ci è stata sinceramente riconosciuta dalle nuove autorità libiche. Da ultimo dal presidente Jalil, in occasione della sua visita a Roma il 15 dicembre scorso. La direttrice da seguire, e confermata negli incontri con Jalil è quella della riattivazione del Trattato di amicizia bilaterale del 2008, che era stato per ovvi motivi sospeso durante il conflitto. Malgrado esista ancora una certa fluidità della situazione in Libia sono tuttavia già ripresi a pieno ritmo i rapporti economici, gli scambi tra le imprese, le attività dell`Eni, i voli commerciali su Tripoli. Faremo presto una visita con il presidente Monti a Tripoli per suggellare questa piena ripresa dei rapporti bilaterali e tracciare insieme la strada delle cooperazioni concrete per il futuro. Avendo ben presenti le priorità immediate del governo transitorio libico, tra cui il disarmo e reintegro delle milizie».

Non teme nuove ondate di sbarchi?

«Questo tema rappresenta una priorità di intervento per entrambi i paesi. Con la Libia democratica possiamo impostare una collaborazione leale sul tema dell`immigrazione clandestina nel comune Interesse.

Sono già in corso contatti tecnici trai due paesi. Continueremo ad aiutare gli amici libici a rafforzare le loro capacità autonome di controllo delle frontiere sia sul piano bilaterale che attraverso l`Ue, dove un italiano, il vice questore Vincenzo Tagliaferri, guiderà la missione europea per il “border control” che partirà a gennaio».

Si tornerà dunque a lavorare affinché Tripoli sia un`opportunità economica?

«Nel pieno rispetto della sovranità libica ci proponiamo di recuperare la nuova Libia ad un ruolo attivo sul piano regionale con la riunione a Napoli nei prossimi mesi dei ministri degli Esteri dei cinque paesi della sponda nord del Mediterraneo, tra cui l`Italia, ed i cinque della sponda Sud. Caldeggiamo anche la partecipazione della nuova Libia al dialogo Mediterraneo con la Nato. Una Libia più integrata nella regione, più vicina all`Europa e alla comunità euro-atlantica significa una Libia che crea maggiori opportunità anche per l`Italia».

Mezzogiorno baricentro degli scambi commerciali tra il Nord e il Sud del mondo, sfida annunciata e mai vinta. Il governo di cui fa parte si pone questo obiettivo?

«Le primavere arabe, se completate con successo, insieme all`avvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo offrono un contesto particolarmente favorevole anche per il nostro Sud, per il rilancio dello sviluppo economico delle nostre regioni meridionali. Un Mediterraneo resuscitato dalle rivoluzioni democratiche ed economicamente dinamico offrirà nuove opportunità in particolare per le nostre piccole e medie imprese nel Mezzogiorno. Ma anche, più in generale potrà aiutare a trasformare il Meridione, inclusa Napoli e le sue infrastrutture portuali in una sorta di hub per lo sviluppo degli scambi tra Europa ed Asia. Una sfida che dobbiamo essere pronti a cogliere. La Farnesina è pronta a fare la sua parte per far vincere questa sfida al nostro Sistema Paese».

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LA PRIMAVERA ARABA E LE INCERTEZZE DELL’EUROPA

di Stefano Polli (Caporedattore Affari internazionali dell’agenzia ANSA), articolo del 16/11/2011

   La primavera araba muta velocemente e velocemente cambiano le prospettive future dei Paesi che soltanto qualche mese fa hanno fatto pensare a un cambio epocale nella sponda sud del Mediterraneo e più in generale nel mondo arabo. Che ci sarà, ma che forse non assomiglierà a quello disegnato nelle Cancellerie occidentali. Di fronte a questa curva imprevista della storia, l’Europa appare, ancora una volta, distratta e lontana, incapace di cogliere l’occasione per un rilancio dei rapporti con un’area strategica e fondamentale per il suo futuro.

La strutturale incapacità europea di una politica estera comune. La genetica e strutturale incapacità europea di esprimere una politica estera comune e tempestiva, in grado di agire per la protezione degli interessi del vecchio continente sta emergendo puntualmente di fronte ai repentini cambiamenti nel bacino del Mediterraneo, i quali stanno prendendo una piega diversa, imprevista, da quella immaginata qualche settimana fa.
La paura di un arrivo di forze di ispirazione islamica, seppur moderate, al potere fa disegnare scenari nuovi e un po’ più cupi. Nelle prime settimane della primavera araba si era parlato con entusiasmo della voglia di libertà e democrazia delle masse arabe, del ruolo di Internet nelle rivoluzioni mediterranee portate avanti dai giovani, della fine di un’epoca di dittature e diritti repressi. Adesso l’assioma che viene fatto è più o meno questo: si rischia di passare da una situazione di regimi per nulla democratici ‒ ma laici e in grado di garantire stabilità e rapporti con l’Occidente ‒ a regimi democratici ma islamici e con i quali le relazioni potrebbero essere più complesse del previsto.
È sicuramente ancora troppo presto trarre conclusioni adesso, e bisogna assolutamente continuare a nutrire fiducia in quei Paesi e in quei movimenti che sono stati, giustamente, appoggiati dall’ Europa e dalla comunità internazionale. E dopo aver sostenuto, anche se con qualche iniziale ritardo, le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia è importante non abbandonare i manifestanti che in Siria e in Yemen proseguono la loro primavera tra dure repressioni e scontri quotidiani.

Il ruolo dell’islamismo nella nuove democrazie arabe. Ma è anche vero che i primi segnali che giungono dai Paesi liberati possono, legittimamente, far venire qualche dubbio sul futuro. In Tunisia le elezioni per l’assemblea costituente sono state vinte dagli islamici moderati, i quali però non escludono di aprire un dialogo con le ali più estreme del radicalismo islamico. All’università di Tunisi ci sono già stati scontri tra gli studenti che vogliono difendere la laicità del loro Paese con alcuni esponenti dei movimenti islamici, percepiti come un pericolo di un ritorno al passato della Tunisia.
In Libia, le autorità del Consiglio nazionale di transizione hanno già annunciato che la Sharia sarà alla base della futura legislazione della Nuova Libia. E il modo in cui è stata portata a termine la resa dei conti con Muammar Gheddafi lascia molte domande in sospeso e senza risposta. In Egitto ci sono molti timori per le future elezioni perché i Fratelli Musulmani sono l’unico partito strutturato e in grado di affrontare le elezioni con una grado sufficiente di organizzazione. Una loro vittoria, peraltro molto probabile, aumenterebbe ulteriormente i timori per una sponda sud del Mediterraneo controllato da un islamismo, si spera moderato.

Europa: ognuno per sé. In questa fase, l’Europa non riesce a trovare il bandolo dell’intricato groviglio degli interessi contrapposti. Non esiste un interesse europeo. Ci sono, ancora una volta, tanti interessi nazionali che hanno il sopravvento su una possibile, auspicata ma non realizzata, visione comune della storia.

   D’altra parte, il modo in cui la comunità internazionale è entrata nella guerra libica la dice lunga sul livello di collaborazione interna del vecchio continente. La Francia di Nicolas Sarkozy – dopo aver fatto una terribile figura sulla vicenda tunisina, visti gli antichi rapporti con Ben Ali – ha deciso di rompere gli indugi nel conflitto libico, cercando di ricostruirsi un’immagine e, soprattutto, di ipotecare benevolenze dei futuri padron i della Libia in vista di nuovi contratti nel settore petrolifero.

   Gli attacchi aerei condotti dalla Francia e, subito dopo, dalla Gran Bretagna, oltre a trascinare la Nato in una guerra strana, non pianificata e più complessa del previsto, hanno distrutto la solidarietà europea e hanno fatto affondare le ultime residue speranze di una ricerca di una politica estera e di una sicurezza comune.
Ancora oggi, i Paesi europei si presentano nelle varie capitali mediterranee in ordine sparso, guardando ognuno ai propri interessi bottega. Da un lato persiste la mancanza di coesione e di visione comune, dall’ altro sta sorgendo il timore di una deriva islamica vicina ai confini meridionali dell’Europa. Proprio per questo l’ Europa avrebbe interesse a coordinarsi per affrontare la nuova delicata situazione instaurando subito rapporti chiari con i nuovi governanti.

L’esempio turco. Gli Europei dovrebbero guardare al modello turco e cooperare con i nuovi Stati affinché in qualche modo seguano ognuno con le sue peculiarità, l’esempio di Ankara, un grande Paese con livello di democrazia accettabile, con popolazione musulmana ma Stato laico.
Ma anche la Turchia, a giudicare dalle ultime prese di posizione in politica estera, sta prendendo una nuova strada. Ankara guarda sempre più a oriente, dimenticando progressivamente le sue aspirazioni europee. Il Paese, deluso dalle promesse a vuoto degli Europei per una sua sempre più distante adesione all’Ue, vuole diventare, e ha tutte le carte per farlo, il nuovo punto di riferimento strategico nel Medio Oriente.  Forse l’Europa dovrebbe fermarsi un attimo e riflettere sugli errori compiuti. Per non commetterne altri, simili, in futuro. (Dal sito http://www.treccani.it/scuola/dossier/2011/Mediterraneo/polli.html )

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Egitto, il Cairo, piazza Taharir


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A DURBAN l’effetto serra è dimenticato – il FALLIMENTO DELLA CONFERENZA SUL CLIMA 2011 mostra che il mondo non crede molto nella RICONVERSIONE ECOLOGICA del pianeta – che forse si salverà solo per la CRISI DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE – la necessità di RE

Geograficamente - Mer, 14/12/2011 - 22:32

Si sciolgono i ghiacci e la Groenlandia si innalza. Il caldo dell’estate del 2010 ha provocato lo scioglimento di 100 miliardi di tonnellate (da “la Stampa.it”)

   Strana vicissitudine quella della diciassettesima conferenza annuale dell’Onu sul clima, che si è tenuta a Durban in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre (dopo quella dell’anno scorso a Cancun, in Messico, e nel 2009 c’era stata la conferenza di Copenaghen). Tutto come previsto: “E’ stato un successo, ora si fa sul serio”… se qualcuno legge intenti e giudizi della politica e della diplomazia mondiale pensa che, per andare avanti, bisogna nascondere a se stessi ogni verità. Cioè la decisione è stata che si farà un nuovo protocollo di Kyoto entro il 2015, e già dall’inizio non hanno aderito gli Usa, il Canada, il Giappone e la Russia. Sono sì stati previsti fino a 100 miliardi di dollari entro il 2020 a favore delle nazioni più povere per “aiutarle” nel processo di sviluppo senza che inquinino e taglino le foreste; ma di come e chi metterà questi soldi, nessuna notizia, nessun impegno.

   Il mondo ricco in crisi di economia, di lavoro per le persone, di disponibilità finanziarie per sostenere il suo Welfare (il debito pubblico dei Paesi ricchi che non si riesce a contenere…) e il fatto che in questa spirale di depressione si incominci “a tirar dentro” anche paesi in via di (forte) sviluppo (come Cina, India, Brasile, Russia, Sudafrica…) che si trovano anch’essi all’inizio di difficoltà nei loro meccanismi di aumento del benessere (peraltro fatto quasi sempre in modo scomposto, senza diritti e tutele delle persone…). Ebbene questo contesto dimostra che è al di là da venire un RICONVERSIONE ECOLOGICA DEL PIANETA in grado di creare benessere e prosperità partendo dal rispetto del SISTEMA AMBIENTALE, di quella che è la nostra CASA COMUNE, della BIOSFERA e di ogni elemento naturale, animale, vivente che ci circonda.

   Pertanto, dopo i deboli intenti di Durban, vien da pensare che misure efficaci vere saranno prese solo se accadranno eventi di disastrosa portata (speriamo di no!.. e poi non è bastato l’inferno di petrolio sulle coste americane?  lo tsunami che ha devastato una centrale nucleare in Giappone? E tante altre tragedie ambientali di questi anni…). E che l’effettiva riduzione di “gas serra” forse potrebbe avvenire proprio con il ridursi della disponibilità delle risorse fossili (il petrolio, il carbone…) e con la crisi economica mondiale che sta avvvenendo con il drastico calo della produzione industriale. Ma è un modo di ridurre il rischio da inquinamento atmosferico che, se mai avverrà, vorremo potesse avvenire con decisione collettive coscienti e mature nell’auspicata svolta ecologica dell’economia e della vita del pianeta.

la diciassettesima conferenza annuale dell’Onu sul clima si è tenuta a DURBAN in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre 2011

da www.ecoblog.it

FALLIMENTO DURBAN, CON KYOTO2 SI SALVANO LE APPARENZE, NON IL CLIMA

   La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell’inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.

   L’intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l’extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l’accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.

   Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l’eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone. (da www.ecoblog.it )

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DA DURBAN L’ANNUNCIO DEI GOVERNI: “KYOTO 2 CI SARA’”

di Emanuele Bompan, da “TERRA” del 13/12/2011

- La Conferenza mondiale Onu sui cambiamenti climatici termina con l’adozione di una roadmap che porterà ad un nuovo trattato entro il 2015. Deluse le associazioni ambientaliste -

   All`ultimo minuto, arriva da Durban l`annuncio 4 dell`avvio di una roadmap (la Durban Platform for Enhanced Action) per cercare un nuovo accordo globale per combattere i cambiamenti climatici del pianeta.

La tempistica, tuttavia, non è quella che vorrebbe la scienza.

   L’adozione formale dovrebbe avvenire entro il 2015, l`entrata in vigore al massimo 5 anni dopo. Sempre se non salta di nuovo il banco, diventerà quindi operativo entro il 2020. Salvo anche Kyoto 2, il nuovo protocollo che sostituisce il primo in scadenza il 31 dicembre. Fino al 2017 taglio alle emissioni invariato per l`Europa, mentre Canada (palma d`oro tra i Paesi più ostili a Kyoto 2), Russia e Giappone escono dal protocollo in attesa di rientrare nel prossimo accordo mondiale.

   «Dovremo avere un trattato globale entro il 2018», dichiara il commissario europeo al Clima, Connie Hedegaard. Più che ottimista il nostro ministro dell`Ambiente, Corrado Clini: «Siamo usciti dal cono d`ombra di Copenaghen. L’accordo supera i limiti del Protocollo di Kyoto e ha una dimensione globale offrendo all`Europa, e sopratutto all`Italia, la possibilità di costituire una base per lo sviluppo con le grandi economie emergenti». Il negoziatore Usa, Todd Stern, non ha dubbi: «È un pacchetto importante, su molte decisioni gli americani non sono soddisfatti, ma contiene importanti passi in avanti».

   Senza grandi ambizioni, alla fine ha prevalso la logica del compromesso. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ba Ki Moon, si è congratulato per il risultato con il segretario della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, Christina Figueres: «È un grande momento, un passo in avanti per un nuovo accordo».

   Le novità sono molte. Scompaiono i tagli volontari ai gas serra inaugurati a Cancun, fortemente voluti dagli Usa, ma migliorano i meccanismi di trasparenza per la verifica degli impegni presi. Dal prossimo anno l`Ue spingerà inoltre per approvare entro il 1 gennaio 2013 nuovi sistemi per tagliare le emissioni rimaste fuori da Kyoto, con l`obiettivo di ricostituire un mercato internazionale omogeneo della CO2.

   Un ottimo segnale per il settore e per la stabilità nell`Ue di mercati come l`European union emissions trading scheme (Eu Ets), il Clean development mechanism (Cdm) e i Carbon voluntary markets, anche se scompaiono però dal tavolo i meccanismi di scambio di emissioni di Kyoto 1 (Joint Implementation).

   Fermi per ora anche i sistemi finanziari per combattere la deforestazione (Redd+). Se ne riparlerà nei prossimi anni. La cattura e lo stoccaggio della CO2 è stata infine inclusa tra le tecnologie che potranno ricevere fondi dal trading di certificati verdi. Deluse molte organizzazioni ambientaliste.

   «Un accordo debole, che comporterà un aumento della temperatura media di almeno 4 gradi», denuncia il Wwf, mentre per il direttore di Greenpeace International, Kumi Naidoo, «le possibilità di evitare la catastrofe del cambiamento climatico scivola tra le nostre mani ogni anno che falliamo ad agire subito per approvare un piano di salvataggio del nostro pianeta».

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SE L’APOCALISSE ECOLOGICA ADESSO PUÒ ASPETTARE

di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2011

- L’allarme per l’«effetto serra» è apparso un ricordo di ere passate -

Sembra che l’ansia, l’urgenza, l’ipersensibilità ecologica si siano dissolte, non solo a Durban, ma nell’opinione pubblica mondiale, e occidentale in particolare. Nell’assemblea di Durban si partorisce solo un trattato che comunque avrà validità dal 2020. Un compromesso tanto per dare un senso all’incontro. Lo «spirito di Kyoto» annebbiato. Allora il pianeta sta meglio? Possiamo stare tranquilli? O nel mondo in crisi l’emergenza ambientale diventa un po’ meno emergenza?
Poi, certo, alla fine un protocollo è sempre disponibile. Una dichiarazione d’intenti non costa niente. Non vincola. Non sfida Cina e India che rinfacciano all’Occidente l’ipocrisia di un’attenzione all’ambiente molto tardiva e molto irritata con chi, oggi, si trova a fare le stesse cose inquinanti che i monopolisti della ricchezza facevano un tempo.

   Le promesse tacitano le coscienze inquiete. Del resto, mai come in questa settimana inconcludente e verbosa di Durban, l’indifferenza dei media internazionali ha raggiunto vertici così eclatanti.

L’allarme per l’«effetto serra» è apparso un ricordo di ere passate. Il «global warming», forse anche a causa dei dati incautamente imprecisi forniti da una comunità scientifica inaffidabile e manovriera, non è più in cima all’agenda psicologica del mondo, e non solo a quella, politica, dei governi. Dopo Kyoto sono arrivati film ecocatastrofisti di grande successo.

   Sull’apocalisse ambientale si sono costruite brillanti carriere (Al Gore) anche a costo di eccessi e manipolazioni per richiamare l’attenzione sul disastro incombente. I governi, con comprensibili resistenze, ma comunque con un impegno sconosciuto nel passato, si sono dimostrati disposti anche a pagare un prezzo economico per ridurre nelle economie avanzate l’emissione di sostanze inquinanti.

   Cina e India sono state indicate come le nuove potenze «cattive», disposte a rischiare catastrofi ambientali pur di non mettere ostacoli e remore al loro impetuoso sviluppo economico. Ora tutto questo appare appannato. Durban viene seguita con distrazione. Gli accordi sembrano compromissori, addirittura inutili. E gli stessi governi occidentali sembrano meno intenzionati a incalzare i riottosi.

Malgrado i disastri avvenuti, l’inferno di petrolio sulle coste americane, lo tsunami che ha devastato una centrale nucleare in Giappone, è come se la crisi dell’Occidente avesse messo la sordina agli allarmismi ambientalisti degli anni passati.

   L’urgenza appare un’altra: come uscire da un altro «disastro», quello delle monete, dell’economia, dell’industria, dei debiti degli Stati. Pagare un prezzo appare oggi come una condizione troppo onerosa, vista l’entità degli altri prezzi che stanno dissanguando l’economia e lo stesso stile di vita dei Paesi abituati a standard di benessere oramai considerati irrinunciabili.

   L’ambiente? Ci si penserà in un secondo momento. Prima bisogna ripulire l’economia, poi l’ambiente. Prima bisogna raffreddare i mercati e lo spread, poi il pianeta. Per il momento basta un accordo che promette un accordo, un trattato che anticipa un trattato. La delusione di Durban? Passerà. Come l’emergenza ambientale. (Pierluigi Battista)

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CLIMA, ACCORDO IN BIANCO E NERO

- Il vertice Onu si chiude con un successo diplomatico ma le emissioni non si toccano fino al 2020 -

di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 12/12/2011

DURBAN – Sono le 4 e 45 di domenica mattina quanto Maite Nkoana Mashabane, la sudafricana che ha presieduto la Conferenza Onu sul clima dichiara approvati i testi concordati. Una notte estenuante che chiude una maratona negoziale giunta a un passo dal fallimento, ma che ha prodotto un risultato politicamente importantissimo.

   Come dirà più tardi Christiane Figueres, il capo dell’Unfccc (l’organismo Onu per la lotta al cambiamento climatico), «Nelson Mandela spiegava che certe cose sembrano impossibili finché non le facciamo». E a Durban, smentendo le attese, è nato un accordo tra 194 nazioni del pianeta perché venga stipulato nel giro di alcuni anni un protocollo legalmente vincolante per ridurre le emissioni di gas serra.
Chiariamoci: come spiegano nei loro sconsolati commenti gli ambientalisti e le Ong, l’intesa di Durban ha un valore diplomatico indubbio, ma non contribuisce a ridurre neanche di un grammo le megatonnellate di CO2 frutto dell’attività umana che quotidianamente vengono sparate nell’atmosfera.

   I paesi che aderiranno al secondo tempo del Protocollo di Kyoto (l’Europa, visto che Russia, Canada e Giappone si sono chiamati fuori) continueranno ad agire con vigore. Altri, industrializzati o emergenti, come Usa, Cina, India e Brasile, si atterranno alle loro promesse di intervento «volontario» sui gas serra.

   Ma la scienza, come chiarisce l’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente, afferma che gli impegni e le promesse sono insufficienti a evitare che l’aumento della temperatura media della Terra si fermi a due gradi centigradi, il valore che permetterebbe di evitare conseguenze catastrofiche per il clima (siccità, inondazioni, cicloni) e per le popolazioni (crisi alimentari, migrazioni). Dal 1750 la temperatura è cresciuta di 0,8 gradi; di questo passo andremo a +3,5 entro il 2100.
Insomma, si rischia di perdere tempo, o di dover prendere provvedimenti più drastici in futuro per recuperare il terreno perduto. Ciò non toglie che la Durban Platform rappresenti un passo avanti notevole. Perché oltre a confermare il protocollo di Kyoto e dare il via libera (senza però stabilire come finanziarlo) al Green Climate Fund che agevolerà i trasferimenti di tecnologia e la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, per la prima volta si supera il muro dei veti incrociati.

   Tutti i paesi, ricchi e poveri, promettono di aderire a un nuovo trattato globale da chiudere entro il 2015 e che partirà entro il 2020. Proprio su questo aspetto si è giocata una delicata partita diplomatica nelle ore decisive della Conferenza. L’Europa, dopo aver forgiato un’alleanza con i paesi africani e isolani, dopo aver messo in un angolo gli Usa, è riuscita a convincere India e Cina ad accettare che il futuro trattato sarà un testo con «valore di legge». Una soluzione trovata dopo una mediazione raggiunta tra i Big riuniti a circolo nel bel mezzo della sala.
Soddisfatta la Commissaria europea Connie Hedegaard: «La strategia dell’Unione Europea ha funzionato – ha detto l’Europa voleva più ambizione e ha ottenuto di più». Concorda il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, secondo cui «siamo usciti dal “cono d’ombra” della Cop di Copenhagen del 2009».
Molto critici, invece, gli ambientalisti. Per Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace, quello firmato «non è nulla più di un accordo volontario che fa perdere un decennio. Questo potrebbe portarci oltre la soglia di due gradi in cui si passa dal pericolo alla catastrofe potenziale». Per la responsabile Policy Clima ed Energia del Wwf Italia, Mariagrazia Midulla, «i governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati». E per Oxfam Italia, Elisa Bacciotti afferma che «alle nazioni più povere e più vulnerabili Durban invia un messaggio di indifferenza». (Roberto Giovannini)

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i piani del nuovo governo italiano

«ENTRO NATALE NUOVE IDEE PER L’ENERGIA – AL VIA L’ECONOMIA VERDE STILE FRANCIA»

di Roberto Bagnoli, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2011

- Corrado Clini, nuovo ministro dell’Ambiente: «Incentivi di Stato a tecnologie innovative che creano valore aggiunto» -

   Alla conferenza internazionale di Durban ha proposto una cooperazione globale sulle tecnologie a bassa emissione e di irrobustire il fondo verde per i Paesi emergenti, quasi vuoto per colpa della crisi, con una fiscalità universale a vantaggio delle rinnovabili.

   In Italia punta a promuovere la green economy in collaborazione con il collega allo Sviluppo Corrado Passera, anche con l’aiuto delle risorse pubbliche come ha fatto la Francia. Così come intende riorientare il generoso sistema degli incentivi alle rinnovabili per rafforzare gli investimenti italiani in ricerca e sviluppo. Senza perdere le opportunità sul nucleare di nuova generazione a emissioni zero.

   A poche settimane dal suo insediamento alla guida del ministero dell’Ambiente si comincia a profilare la road map di Corrado Clini, 64 anni, ex medico del lavoro, ex direttore sanitario a Porto Marghera, docente universitario e per vent’anni direttore generale al ministero dell’Ambiente dove è arrivato nel 1991 con Giorgio Ruffolo.

Allora ministro, Durban come Copenaghen, tante chiacchiere pochi risultati?
«Il problema è che continuano a crescere nel mondo, nonostante la recessione globale, i consumi energetici e la sfida per la governance è far diminuire le emissioni che oggi sono quasi il doppio di vent’anni fa. Come? Sostenendo la domanda con tecnologie a basso contenuto di carbonio e questo significa convincere le economie emergenti come India, Cina, Brasile a puntare su fonti rinnovabili o nucleare. Pechino nel 2010 ha investito nelle rinnovabili 50 miliardi di dollari, contro i 17 degli Usa, diventando così la locomotiva della green economy. A Durban si è discusso di questo».

Lei cosa ha proposto?
«Di aumentare la cooperazione tra le grandi economie del mondo per avviare appunto processi tecnologici e regole commerciali che orientino il mercato verso tecnologie a bassa emissione. Altra proposta è la riforma del Climate green fund, creato a Copenaghen per sostenere Paesi in via di sviluppo, estesa alla difesa degli eventi climatici esterni. Nel 2013 dovevano essere disponibili 100 miliardi di euro ma la crisi sta mettendo in difficoltà questo progetto. La sfida è trovare meccanismi incentivanti per le imprese con effetti positivi sui Paesi emergenti. Penso a nuove regole nel Wto, nelle transazioni finanziarie internazionali, nella fiscalità. La discussione è in corso ma ammetto i problemi perché occorre rivedere il sistema esistente delle Istituzioni internazionali a cominciare dalla Banca mondiale».

Non sono progetti troppo poco concreti?
«Non è vero. Del resto un caso concreto c’è già. È quello delle automobili. Oggi quelle prodotte in tutto il mondo hanno le stesse performance convergenti su bassi consumi e poche emissioni. La stessa cosa può avvenire per gli impianti di illuminazione, per le caldaie, per le turbine, tutti gli impianti di produzione energetica. La Cina dal primo gennaio renderà obbligatoria la sostituzione delle lampade a bassa efficienza».

Veniamo all’Italia. Spieghi bene cosa ha intenzione di fare con gli incentivi alle rinnovabili che in dieci anni costeranno ai consumatori quasi 100 miliardi di euro.
«Abbiamo chiuso il quarto conto energia (sul fotovoltaico), che rappresenta una base per il completamento dell’intero sistema incentivante delle fonti rinnovabili. Il sistema delle agevolazioni introdotto nel 2007 ha tuttavia premiato soprattutto (85%) le tecnologie di importazione lasciando in Italia prevalentemente spazio a imprese di assemblaggio. Ora è necessaria un’inversione di tendenza per promuovere investimenti in Italia».

Non è tardi?
«No, abbiamo ancora spazio per cambiare. Specialmente negli altri segmenti che dobbiamo regolare come le biomasse, efficienza di combustione e recupero di calore, il meccanismo incentivante deve servire a consolidare capacità di produzione in Italia. Così come è strategico sostenere ricerca e sviluppo nella produzione dei biocarburanti di seconda e terza generazione, che possono rappresentare la matrice primaria della chimica verde, per sostituire in Italia gran parte della chimica tradizionale creando nel nostro Paese un “hub” di innovazione strategico in Europa e nel Mediterraneo. Spero di chiudere tutta questa partita prima di Natale».

Ci sono altre iniziative per stimolare la crescita?
«La mia idea è di mutuare l’esperienza francese della legge Grenelle. Il presidente Sarkozy con quel provvedimento, in pratica è riuscito a farsi dare il via libera da Bruxelles a tutti gli aiuti di Stato destinati alla green economy. Ora con la crisi le risorse sono limitate ma si possono incentivare tecnologie innovative che generano valore aggiunto. Anche per la protezione del territorio».

L’auto elettrica si svilupperà?
«Noi siamo interessati a sostenerla. Da un lato ci consente di usare al meglio quello che oggi è un eccesso di offerta di elettricità, dall’altro ci sono innovazioni molto forti come macchine ibride elettriche e a biocarburante. È una opzione interessante che potrebbe stimolare anche la realizzazione nelle aree urbane di reti intelligenti che a loro volta possono essere la chiave di volta per efficienza energetica».

Viste le polemiche può chiarire la posizione sua e del governo sul nucleare?
«È chiarissima. Prendiamo atto che l’energia nucleare è una tecnologia energetica importante ma con uno spazio relativo: 10% a livello globale, 20% in Europa. Il referendum ha dato un risultato chiaro e non credo sia possibile riaprire in Italia il dossier del nucleare senza un “salto” nella sicurezza degli impianti. A questo proposito voglio ricordare che in tempi non sospetti avevo messo in evidenza la superficialità con cui era stato proposto per l’Italia il modello francese (Epr) molto critico per gran parte del nostro territorio. Oggi però il nucleare è oggetto di importanti investimenti in ricerche e sviluppo anche in settori non connessi con l’energia. Quindi non vedo perché l’Italia debba rimanere fuori».

L’agenzia per la sicurezza del nucleare rimarrà?
«Le competenze e le attività dell’agenzia saranno trasferite al ministero dello Sviluppo in collaborazione con il mio dicastero avendo presente che resta ancora aperta la gestione del “rimpatrio” e dello smaltimento delle scorie nucleari prodotte in Italia negli ultimi 60 anni e stoccate temporaneamente all’estero». (Roberto Bagnoli)


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L’ACCORDO al vertice di Bruxelles dell’8/9 dicembre SALVA L’EURO e realizza una politica di bilancio comune in tutti i 26 PAESI dell’UE (esclusa la GRAN BRETAGNA). Il PROBLEMA resta la RECESSIONE, la crisi economica e I GIOVANI EUROPEI con poche speranze

Geograficamente - Dom, 11/12/2011 - 20:30

Nell’immagine Ventotene - L’ISOLA DI VENTOTENE è lunga circa due chilometri e larga fra duecento e ottocento metri, battuta dal mare ed esposta a tutti i venti. È quasi totalmente brulla, con pochi alberi d’alto fusto e priva di sorgenti d’acqua. La costa è frastagliata e rocciosa, con pareti a piombo sul mare. Negli anni Trenta nelle abitazioni mancavano la luce elettrica, l’acqua corrente e tutte le comodità collegate. Dal 1930 al 1943 vi furono “ospitati” a rotazione più di duemila antifascisti – confinati in una“cittadella” costruita apposta per loro. A Ventotene si formò politicamente e umanamente la classe politica che avrebbe diretto la Resistenza dal ’43 al ’45. Qui elaborarono le loro posizioni politiche i dirigenti della futura Repubblica. Nel 1941 ALTIERO SPINELLI, ERNESTO ROSSI ed EUGENIO COLORNI – animatori del GRUPPO DEI FEDERALISTI – elaborarono il “MANIFESTO PER UN’EUROPA LIBERA E UNITA”, meglio conosciuto come “MANIFESTO DI VENTOTENE”. Il primo e più significativo documento programmatico che gettava le basi della futura unità europea. Un documento considerato oggi, universalmente, come un classico e che, all’epoca, fu bollato come un esercizio ingenuo e utopistico da parte di un gruppetto di sognatori estranei alla realtà. Per fortuna non era così.». (DA http://anarca-bolo.ch/ )

   Nella notte tra giovedì 8 dicembre e venerdì 9, a Bruxelles, al vertice dei 27 paesi dell’Unione Europea, si è salvato l’euro e la stessa Unione europea che stava crollando (noi tutti, nel caos dei tanti problemi e avvenimenti di queste settimane e mesi, forse non abbiamo percepito concretamente che le nostre vite, personali e comunitarie, stavano per drasticamente cambiare, certamente in peggio).

   Pertanto il vertice europeo che doveva salvare l´Europa si è concluso con uno storico accordo che porterà, entro marzo, ad un trattato intergovernativo sull´ “UNIONE DI BILANCIO” che sarà firmato da almeno ventitré Paesi, e probabilmente da ventisei con l´unica esclusione della Gran Bretagna. Il Trattato è basato sulla richiesta tedesca del rigore finanziario che ciascun paese (non solo i 17 dell’Eurozona) dovrà perseguire. Che dovrebbe essere compensato da un rafforzamento della solidarietà comunitaria per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. Cioè dovremo uscire dal caos e dai rischi di fallimento (default) che stavano interessando sempre più paesi europei: la creazione per la moneta unica della rete di sicurezza finora mancante.

   Come detto è prevalsa una soluzione che si può definire di tipo «tedesco», voluta dal paese più ricco, la Germania; una soluzione che limita la possibilità futura di deficit pubblici nazionali. I Paesi europei hanno accettato una vera e propria camicia di forza per le loro finanze: il comunicato finale parla di bilanci degli stati membri  che dovranno essere in pareggio (con un deficit massimo dello 0,5 per cento del prodotto interno) e che questo principio dovrà essere inserito nelle costituzioni dei singoli Stati. Tutti i Paesi dell`area euro, Germania compresa, saranno infatti impegnati a seguire politiche pubbliche prevalentemente restrittive anziché politiche più flessibili, ma, e qui sta il punto, con il rischio che si sacrifichi il CREDITO (che adesso è molto ristretto, manca) alle imprese (per i loro investimenti) e a iniziative statali di tipo sociale a cui non si può rinunciare (servizi essenziali per i più poveri, i disoccupati… avvio di programmi di sviluppo economico…). In un momento di recessione che rischia di peggiorare ancor di più nei prossimi mesi e anni.

(da http://europa.eu/about-eu/ ) - STATI MEMBRI DELL'UE (e l’anno di adesione) : Austria (1995), Belgio (1952), Bulgaria (2007), Cipro (2004), Repubblica ceca (2004), Danimarca (1973), Estonia (2004), Finlandia (1995), Francia (1952), Germania (1952), Grecia (1981), Ungheria (2004), Irlanda (1973), Italia (1952), Lettonia (2004), Lituania (2004), Lussemburgo (1952), Malta (2004), Paesi Bassi (1952), Polonia (2004), Portogallo (1986), Romania (2007), Slovacchia (2004), Slovenia (2004), Spagna (1986), Svezia (1995), Regno Unito (1973) - Paesi candidati: Croazia, Ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Islanda, Montenegro, Turchia - Altri paesi d'Europa: Albania, Andorra, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Liechtenstein, Moldova, Monaco, Norvegia, Russia, San Marino, Serbia, Svizzera, Ucraina, Stato della Città del Vaticano

   Disattese per ora le istanze degli “europeisti” (tra cui l’Italia del governo nuovo dei “tecnici”, ma che si è comportato, Monti, come europeista della miglior tradizione politica) per una maggiore flessibilità con l`emissione di titoli sovrani europei ( i cosiddetti EUROBONDS), con così maggior potere alle istituzioni europee, conferendo a Bruxelles una vera funzione di governo europeo. La Banca centrale potrebbe finanziare questo governo, ma l`intera questione è stata diplomaticamente rinviata a una futura riunione.

   Era, come detto, la posizione dell’Italia, espressa da Mario Monti: ma è una posizione che ha la sua massima valenza politica e ideale nel “GRUPPO SPINELLI” (l’esponente politico che nel 1941, in piena guerra civile europea, “inventò” assieme a Ernesto Rossi, nell’esilio dell’isola di Ventotene, l’idea politica di un’Europa Unita, degli Stati Uniti d’Europa), Gruppo Spinelli costituitosi con deputati di varia provenienza dentro il Parlamento Europeo, e che cercano di dare dignità a istituzioni democraticamente elette europee, ma che ora non contano niente rispetto ai governi e ai loro accordi (i vertici sempre più periodicamente in tempi stretti convocati, e il patto franco-tedesco, più germanico che francese…).

   Comunque sia, è andata bene… cioè poteva andare molto peggio…. E il fatto che ci sia una condivisione di tutti i paesi dell’Unione Europea, ECCETTO LA GRAN BRETAGNA (e questa cosa non è per niente una buona notizia); il fatto che 23 paesi “ci stiano” (e diventeranno 26 probabilmente), significa che si sono gettate le basi per un rafforzamento politico di un`Europa federale con 400 milioni di cittadini.

   Il problema resta, appunto, la scarsa legittimità democratica di questa nuova Europa: a decidere sono i leader nazionali, che si mettono d`accordo tra loro, e non le istituzioni comunitarie. Tuttavia, se quello ora deciso diventasse, come è possibile, un accordo a ventisei, con un accordo intergovevernativo “antidemocratico”, come quello di SCHENGEN che ha abbattuto le frontiere nell’Unione Europea (rivoluzione di grande portata), allora bisogna dire che, in ogni caso, si tratta di un passo molto importante questa nuova UNIONE DI BILANCIO che garantisce (dovrebbe garantire) in cambio il fattivo sostegno a ogni Paese finanziariamente in difficoltà. Dice Giuliano Amato in un articolo del “Sole 24ore” che qui di seguito vi proponiamo: “L’Europa avanza scegliendo quasi sempre la strada sbagliata”.

   Come dicevamo la decisione importante (ma riteniamo dolorosa, impropria ma necessaria) è stata quella di procedere senza la Gran Bretagna. Il vertice di emergenza è stata l’occasione per “scaricare” la Gran Bretagna (decisione tra l’altra presa dalla stessa Inghilterra, e il premier Cameron ora “rischia” con i suoi alleati di governo, che hanno paura dell’isolamento inglese). Ma va anche detto che, storicamente, la Gran Bretagna ha sempre cercato di bloccare il processo unitario europeo, verso una vera federazione.

  Torniamo a ribadire la mancanza delle istituzioni democratiche europee… e del popolo europeo: di quel “sentire comune” che poco esiste ora (ci viene in mente, come elemento positivo da imitare, i progetti Erasmus di interscambio di studenti: questi appaiono una delle poche cose di effettiva integrazione del “popolo europeo”).

   Come dice Mario Deaglio, nell’ultimo degli articoli che vi proponiamo, ora “I rischi, per l`Europa e l`economia mondiale, non sembrano, in ogni caso, essere stati sensibilmente ridotti ma soltanto trasferiti dall`economia e dalla finanza alla politica e alla società”. E riferendosi a una politica finanziaria di stretta osservanza del pareggio di bilancio, con il pericolo di aggravare la richiesta di credito e lo sviluppo economico: “l’interrogativo diventa politico: è socialmente sostenibile una simile situazione, oppure i governi europei rischiano di essere travolti da una protesta sociale tanto più grave quanto più disordinata e priva di larghi orizzonti?  Quanto dirompente potrebbe essere una simile protesta? Non sarebbe stato preferibile adottare un sentiero più flessibile, consentendo maggiore liquidità al sistema produttivo e bancario e impedendo che tutto sia condizionato da giudizi istantanei di Borse capricciose? Il tempo, senza dubbio, dirà se i leader europei hanno fatto complessivamente una scommessa giusta”.

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“L’EUROPA TEDESCA NON DEVE FAR PAURA MA ORA COSTRUIAMO L’UNIONE DEMOCRATICA”

di Stefano Montefiori, da “Il Corriere della Sera” del 11/12/2011

- intervista, da PARIGI, all’intellettuale bulgaro-francese TODOROV – Tzvetan Todorov, nato in Bulgaria 72 anni fa, francese dal 1973, è uno dei più grandi intellettuali di un`Europa che cerca oggi di risollevarsi – «L`Europa tedesca non deve far paura. Ma ora costruiamo l`Unione democratica» -

Signor Todorov, la Germania le fa paura?

«No, per niente. Non condivido l`allarme per una nuova Europa a egemonia tedesca, perché il dominio non mi sembra affatto l`obiettivo di Berlino. Il vertice di Bruxelles appena concluso ci permette di puntare di nuovo, in prospettiva, verso un`Europa più federale. Speriamo anche più democratica».

È ottimista?

«Più di una settimana fa, senz`altro. Per due ragioni fondamentali: l`idea che sia necessario dare all`Unione una dimensione più politica e non solo economica mi sembra ormai patrimonio comune. I britannici a Bruxelles si sono chiamati fuori, e questo è un secondo fatto che mi lascia ben sperare».

Perché è favorevole a un`Europa senza Londra?

«Nessun sentimento anti britannico, per carità. Ma David Cameron, per incapacità o consapevole calcolo politico, è riuscito a compattare anche gli altri nove Paesi dell`Ue fuori dalla zona euro: dalla Svezia all`Ungheria, potevano schierarsi con la Gran Bretagna, e invece alla fine si sono allineati a Bruxelles.  Un`Europa a 26 mi sembra possibile, senza più il fardello di un`Inghilterra da sempre euroscettica».

Ma in Francia si torna a parlare di Bismarck, Sarkozy viene paragonato a Daladier (e quindi la Merkel a Hitler), sul «Corriere» Joschka Fischer denuncia i rischi di un «continente germanizzato».

«Quanto all`evocazione di Bismarck e Daladier, mi sembrano sciocchezze pronunciate da politici a caccia di attenzione. E se davvero esistono timori per una Germania forte, abbiamo allora tutto l`interesse a inglobarla in una costruzione più ampia, un`Europa federale con 400 milioni di abitanti di cui solo 80 milioni tedeschi. Se invece lasciamo andare per conto suo l`unica economia che funziona dell`intero continente, allora sì Berlino potrebbe essere tentata dall`esercitare una certa forma di tirannia. Per le note ragioni storiche, i governanti tedeschi non sono affatto nazionalisti ma piuttosto federalisti. Mi sembra sciocco non approfittarne. E qui, dopo due ragioni di ottimismo, veniamo a un terzo punto della situazione attuale che invece trovo negativo».

Quale?

«La scarsa legittimità democratica della nuova governance. Il potere è oggi nelle mani dell`asse franco-tedesco ma la responsabilità, più che della Merkel, è della Francia di Sarkozy, che non vuole cedere porzioni di sovranità e continua a rilanciare la visione “inter-governativa”: a decidere sono i leader nazionali, che si mettono d`accordo tra loro, e non le istituzioni comunitarie».

Istituzioni comunitarie però accusate di inefficienza.

«Sono d`accordo, quindi riformiamole, non usiamo questa scusa per lasciare il potere nelle mani dei capi di governo. Sarkozy accetterebbe un`Europa unita e federale solo se fosse lui a guidarla, e questo è ancora meno accettabile della fissazione della Merkel per l`indipendenza della Bce. L`unione budgetaria decisa a Bruxelles è una prima tappa importante, nel medio periodo gli europei devono ora lavorare per rifondare istituzioni barocche e dare finalmente potere al Parlamento».

I politici sono riluttanti a cedere il potere a Bruxelles, ma i loro elettori lo sono spesso ancora di più.

In fondo il cammino federale dell`Europa si è fermato nel 2005, con il referendum francese, più che per colpa del freno della Gran Bretagna. Le élite possono anche essere filo-europee, ma le popolazioni lo sono sempre meno.

«È vero, ma chi in questi anni si è scagliato contro l`Europa dei burocrati e dei tecnocrati poteva usare ottimi argomenti. Se la struttura stessa del potere europeo fosse più democratica taglieremmo le gambe ai populisti, che siano la Lega in Italia o il Fronte nazionale in Francia».

La questione della tecnocrazia si è appena posta anche in Italia.

«E vero, ma il governo Monti è un`ottima soluzione di emergenza per arrivare sani e salvi alle prossime elezioni. A livello europeo invece il tecnico è la regola, da troppo tempo. E abbiamo lasciato che lo spazio pubblico venisse invaso dai “mercati”, dalle agenzie di rating. Sono loro a prendere le decisioni. Ma chi sono, “i mercati”? Che facce hanno? Chi li ha eletti? La politica deve tornare protagonista. A partire dagli anni Ottanta abbiamo delegato troppo all`economia. I movimenti degli “indignati”, o di “Occupy” negli Stati Uniti, dimostrano una cosa: sempre più persone hanno preso coscienza che il mondo reale oggi assomiglia sempre meno al mondo che ci piacerebbe».

Crede che l`euro, e l`Europa, si salveranno?

«Spero che finiremo per approfittare di questa situazione. L`Europa si è costruita di fronte ai pericoli: gli orrori della Seconda Guerra mondiale da scongiurare, la minaccia sovietica. Lo spettro della catastrofe economica potrebbe spingerci a costruire una federazione democratica. Continuo a pensare che l`Europa sia il posto migliore dove vivere al mondo».

Parleremo tedesco?

«Non credo proprio. Continueremo a usare l`inglese, lingua franca perfetta. Dopo l`addio di Londra, straniera per tutti». (Stefano Montefiori)

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IL CORAGGIO DELLA DISPERAZIONE

di Andrea Bonnanni, da “la Repubblica” del 10/12/2011

   La differenza di stile tradisce, a volte, la diversità di stati d´animo. Alle cinque di mattina, dopo dieci ore di negoziato al veleno a Bruxelles, il premier britannico David Cameron, isolato e sconfitto, si avvicina al presidente francese Nicolas Sarkozy e gli tende sorridente la mano.
Sarkozy, che pure ha appena ottenuto con l´emarginazione di Londra un risultato a lungo perseguito, non sorride per nulla, ignora platealmente il gesto di fair play, e tira dritto. La spiegazione di questo sgarbo inutile è che l´Europa che ieri ha rotto in modo probabilmente definitivo con trent´anni di ambiguità britannica nell´Ue, è una comunità esasperata e preoccupata. Solo il fatto di trovarsi con l´acqua alla gola le ha dato il coraggio di respingere l´ennesimo ricatto inglese. Ma questo coraggio lo ha finalmente trovato, sia pure per disperazione. E da domani nulla sarà più come prima.
Il vertice europeo che doveva salvare l´Europa si conclude con uno storico accordo che porterà, entro marzo, ad un trattato intergovernativo sull´Unione di bilancio che sarà firmato da almeno ventitré Paesi, e probabilmente da ventisei con l´unica esclusione della Gran Bretagna. Il Trattato è un monumento al rigore finanziario in salsa tedesca.

   Che dovrebbe essere compensato da un rafforzamento della solidarietà comunitaria per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. Su quest´ultimo fronte, però, nelle conclusioni del vertice di ieri c´è ben poco. Il grosso delle decisioni in materia viene infatti rinviato al Consiglio europeo di marzo, quando si discuterà di euro-bond e quando si deciderà un eventuale rafforzamento del nuovo fondo salva stati.
Questo è il risultato di un tacito accordo raggiunto nella notte tra la Merkel da una parte, Sarkozy, Van Rompuy e Barroso dall´altra. Prima di mollare sui soldi e di fare concessioni alla necessaria solidarietà comune, la Cancelliera vuole incassare a marzo la garanzia giuridica del Trattato, da vendere alla propria opinione pubblica come prova della conversione europea al rigore teutonico.

   Non a caso ieri il presidente Monti, che nel corso dell´incontro ha difeso strenuamente l´idea degli euro-bond, si è rallegrato per «i segnali di evoluzione» da parte tedesca «anche se non trovano espressione scritta nel comunicato finale». Il sollievo dei mercati e della Bce, del resto, sembra confermare l´essenza di questa intesa non detta tra la Germania e il resto d´Europa, che dovrebbe dare alla moneta unica la rete di sicurezza finora mancante.
Ma se la lunga marcia per uscire dalla crisi dei debiti sovrani è appena cominciata, la rottura con Londra rischia di cambiare repentinamente il volto dell´Europa che siamo abituati a conoscere. Dal vertice di Milano del 1985, quando Craxi e Andreotti misero in minoranza la signora Thatcher sulla creazione del mercato interno, Londra ha sempre evitato di farsi sconfiggere al tavolo europeo. È riuscita a restare fuori dalla moneta unica e dagli accordi di Schengen sull´abolizione delle frontiere, ma lo ha fatto da posizioni di forza, scongiurando uno scontro aperto.

   E nei negoziati più cruciali, da quelli sulle regolamentazioni finanziarie e sociali a quelli sulla difesa comune, dalle discussioni sul bilancio europeo a quelle sul progetto di Costituzione fino al recente dibattito sulla Tobin tax, Londra è sempre riuscita a frenare la spinta all´integrazione senza mai dover dare apertamente battaglia.
Dopo ventisette anni di ininterrotti successi diplomatici al tavolo europeo, questo meccanismo si è rotto. David Cameron ha cercato di vendere il proprio accordo sull´Unione di bilancio, un progetto contro cui non aveva obiezioni di principio, in cambio del diritto di veto sulla regolamentazione dei mercati finanziari, tema che sta molto a cuore alla City. Ma il ricatto, perché di un ricatto si trattava, questa volta non è riuscito.

   Il prossimo vertice europeo di gennaio, per discutere il nuovo trattato, si terrà a Ventisei: Londra non sarà invitata. Questa ennesima esclusione non potrà che accentuare la questione della permanenza della Gran Bretagna nell´Unione europea.
In realtà questa Europa della crisi, con un piede permanentemente nel baratro, derisa e sbeffeggiata per la sua impotenza, si sta scoprendo molto diversa dall´immagine convenzionale di colosso economico ma nano politico. In pochi mesi, senza averne apparentemente né il potere né gli strumenti, il Consiglio europeo ha «licenziato» tre capi di governo considerati a vario titolo inadeguati rispetto alle responsabilità che ricoprivano.

   Il primo a cadere è stato il portoghese Socrates. Poi è stata la volta del greco Papandreou. Infine è toccata a Silvio Berlusconi, congedato dal sorrisetto dell´accoppiata Merkel Sarkozy. In tutti e tre i casi, il ritiro della fiducia dei partner europei è coinciso con un rinnovato attacco dei mercati finanziari che ha portato alle dimissioni del governo. Ieri è stato Cameron a dover assaggiare la nuova durezza europea.

   Mentre formalmente ancora si interroga se dotarsi del diritto di intervenire sui bilanci nazionali, questa nuova Unione della disperazione e dell´emergenza fa e disfa i governi degli Stati membri. E ieri ha mandato un preavviso di espulsione ad un Paese come la Gran Bretagna. Forse nel travaglio della crisi economica a Bruxelles è già nata una nuova Europa, anche se ancora non se ne è resa conto. (Andrea Bonanni)

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L’EUROPA SENZA LONDRA ANDRA’ PIU’ VELOCE

di Romano Prodi, da “il Messaggero” del 11/12/2011

   Abbiamo già commentato, con un certo scetticismo, quattro vertici successivi che dovevano essere decisivi e definitivi per il futuro dell’Unione Europea e non lo sono stati. Nel commentare il quinto credo che si possa finalmente dire che è stato decisivo, anche se certamente non definitivo.

   Le decisioni prese sono infatti importanti perché l’Unione fra i 17 paesi dell’euro è ora più forte, perché sono previste sanzioni automatiche nei confronti dei paesi che non rispettano le regole di bilancio, perché viene rafforzato il fondo salva-Stati ( che oggi si chiama Efsf e domani Esm) e perché, nel frattempo, si sono avuti efficaci interventi da parte della Banca Centrale Europea, che ha votato un ulteriore abbassamento dei tassi e ha adottato strumenti efficaci per aggiungere liquidità a un sistema economico sempre più vicino alla recessione.

   Si tratta tuttavia di decisioni che possono essere messe in atto solo attraverso un non rapido e non automatico accordo fra i diversi paesi, mentre il fondo salva-Stati non raggiunge ancora dimensioni tali da scoraggiare in modo definitivo i prossimi attacchi speculativi.

   L’opposizione germanica ha inoltre impedito di prendere concretamente in considerazione il varo degli Eurobonds che, insieme al potenziamento della Bce fino a farla diventare una banca centrale a tutti gli effetti, avrebbe potuto dare un assetto finalmente definitivo alla costruzione dell’euro.

   In poche parole sono stati costruiti nuovi strumenti di difesa della moneta unica ma con limiti qualitativi e quantitativi che rendono la speculazione più difficile ma non impossibile.

   Una decisione ancora più importante è stata quella di procedere senza la Gran Bretagna. Se si volevano compiere passi in avanti nella costruzione europea questo passo doveva essere fatto. Da troppi anni oramai la politica britannica e la sua straordinaria burocrazia operavano con efficacia per impedire che l’Unione Europea progredisse nella direzione di una vera federazione.

   Un disegno condiviso con lo stesso impegno, anche se con apparenti diversità verbali, da laburisti e conservatori. Un disegno messo tenacemente in atto da tutti i primi ministri che si sono succeduti al governo del Regno Unito.

   Questa decisione renderà ancora più difficile il disegno britannico di stare in Europa come membro dell’Unione e, nello stesso tempo, comportarsi come prezioso ed insostituibile rappresentante degli Stati Uniti nell’Unione Europea.

   Con la decisione di venerdì notte la Gran Bretagna sarà più libera a Londra ma più debole a Bruxelles, proprio nel momento in cui Obama manifesta apertamente la sua vicinanza ad una politica di sostegno dell’Eurozona. Questo non certo per amore dell’Unione Europea, verso la quale Obama non ha mai manifestato grande interesse, ma per la crescente preoccupazione che un possibile tracollo europeo travolga anche l’economia americana proprio alla vigilia di elezioni che si presentano sempre più incerte.

   Naturalmente anche quest’inasprimento del rapporto fra Unione Europea e Gran Bretagna è decisivo ma non conclusivo: l’empirismo britannico è sempre in grado di dettare tempi e modi per riprendere il cammino interrotto. Tuttavia i rapporti non saranno più gli stessi perché la presidenza americana sarà spinta dalla forza degli eventi a telefonare con sempre maggiore frequenza a Berlino o a Bruxelles che non a Londra.

   Un’altra decisione importante è il rinnovato ruolo della Commissione Europea, alla quale viene in parte affidato il compito propositivo che aveva da gran lungo perduto. Anche in questo caso si tratta tuttavia di un piccolo passo perché il potere vero rimane strettamente nelle mani dei governi.

   La notte di Bruxelles è stata quindi importante. Essa non ha però affrontato (e forse non lo poteva affrontare) il problema di come uscire dalla recessione in cui stiamo entrando.

   Anzi, mentre si pensava come proteggere l’euro, l’Autorità Bancaria Europea, che pure dipende dai ministri europei dell’Ecofin, si prendeva cura di dettare tempi e regole assurde per la ricapitalizzazione delle banche.  Entro il 20 gennaio si dovrebbero infatti preparare i piani per riequilibrare il rapporto fra gli impieghi e i mezzi propri di tutti gli istituti di credito. Gli strumenti per raggiungere questo obiettivo sono solo tre: ricorrere al mercato dei capitali, affidarsi all’intervento dello Stato o tagliare drasticamente il credito in modo da riequilibrare il rapporto fra i prestiti e il capitale proprio delle banche.

   Nell’attuale congiuntura il primo rimedio è in molti paesi impossibile senza essere costretti a svendere di fatto la banca e il secondo trova ovviamente forti avversioni politiche (che tuttavia personalmente non ritengo insormontabili). Resta quindi lo strumento della restrizione del credito, che è proprio la decisione più sciagurata.

   Mi auguro quindi che non solo i rappresentanti del sistema bancario ma anche i nostri governanti facciano fronte comune con i loro colleghi europei per impedire che i progressi della politica comune vengano resi vani da coloro stessi che li hanno faticosamente approvati. (Romano Prodi)

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IN CERCA DEL POPOLO EUROPEO

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” dell’11/12/2011

   Che fine ha fatto il «popolo europeo»? Dov’è il demos europeo su cui sino a qualche anno fa si sono esercitati filosofi politici, giuristi costituzionalisti e pubblicisti?    Intimiditi dalle brutali oscillazioni delle Borse, schiacciati dagli spread, frastornati dai toni apocalittici di politici e giornalisti, tartassati in modo più o meno consensuale dai rispettivi governi riemergono i popoli nazionali tradizionali. In carne ed ossa, con i loro giudizi e pregiudizi reciproci che si tenta invano di esorcizzare, correggere, rivisitare.
Pensiamo agli imbarazzi con cui tedeschi e italiani oggi si guardano attraverso i loro giornali. È inutile protestare contro i giornalisti, che spesso scrivono sciocchezze da una parte e dall’altra. Rispecchiano una diffusa situazione sgradevole.
Prendiamo atto che – a dispetto della retorica diffusa a larghe mani in questi anni – non si è formato affatto un «popolo europeo» inteso come comunità politica solidale quale anni fa si sperava fosse in fase di gestazione, se non di sviluppo. Il processo che avrebbe dovuto faticosamente costruire questo popolo unitario e solidale sembra ora essersi interrotto. È stupefacente l’emarginazione dell’unica rappresentanza democratica comune degli europei, il Parlamento europeo.
In questi mesi di convulsa ricerca di una uscita dalla crisi è rimasto tagliato fuori da ogni ruolo decisionale. Ma la situazione è davvero così senza prospettive? «L’unione fiscale», quasi coatta, decisa a Bruxelles dai governi sotto pressione tedesca, non potrebbe invece essere una strada tortuosa e costosa per ri-costruire un «popolo europeo»? Il guaio è che si diceva così anche con l’introduzione dell’euro e poi in modo più specifico con la creazione della «zona dell’euro» che ora è alla radice dei problemi.

   Ancora una volta ci si concentra esclusivamente sulla moneta, sul fisco, sulle banche. Protagonisti rimangono i governi nazionali, a dispetto del fatto che la loro immagine non sia mai stata tanto  bassa come oggi nella stima popolare. Eppure i governi nazionali sembrano essere gli unici attori della politica che si esprime in misure fiscali, economiche modulate su esigenze nazionali (o più realisticamente tarate sull’ammontare del proprio debito).
Che resta dei grandi discorsi e delle grandi aspettative verso la «società civile europea», i suoi potenziali di solidarietà e di giustizia? Quali attori alternativi – non necessariamente antagonisti – emergono dalla «società civile europea»?
Anziché limitarci a parlare in modo sommario di deficit democratico dell’Europa o di denunciare i criteri economico-monetari che uccidono la democrazia, cerchiamo di guardare dentro alla società europea. Per cominciare constatiamo una scarsa conoscenza delle differenze che caratterizzano le singole società europee nei loro meccanismi istituzionali e nelle loro culture politiche. Queste realtà vengono generalmente sottovalutate nei discorsi sulla «comunanza dei valori» europei. Invece sono le differenze che contano e che vengono fuori prepotenti proprio in tempo di crisi.
Prendiamo le due realtà tedesca e italiana che sono esemplari di quanto stiamo dicendo. Giorni fa su un grande giornale tedesco è uscito un pezzo di un noto pubblicista, eccellente conoscitore e amante deluso dell’Italia (come molti intellettuali tedeschi di oggi) che conclude così: «Affinché l’inevitabile futura messa in comune dei debiti europei (tramite eurobond o similari) non diventi un materiale incendiario del risentimento popolare dei tedeschi, non deve essere un assegno in bianco. Infatti chi ci garantisce che con il venir meno della pressione esterna non ricompaia ancora sulla scena un Berlusconi?».
Riemerge così il vecchio problema della «inaffidabilità» italiana e quindi della necessità di prendere misure cautelative. Il tutto ben al di là della composizione del governo. È vero che Mario Monti ha incontrato in Germania un pronto e diffuso consenso – con il rischio addirittura di provocare attese esagerate. Le foto di Monti accanto alla Merkel sono diventate subito familiari all’opinione pubblica con un sospiro di sollievo. Ma dietro alla cancelliera e dietro al presidente del Consiglio italiano ci sono due sistemi politico-istituzionali, due classi politiche, due culture e società civili difficilmente comparabili. Lo si vedrà già nelle prossime settimane che saranno cruciali.
Per il momento, ritornando al tema del «popolo europeo», mi preme dire che esso non nascerà per decreto né a Bruxelles né a Strasburgo, tantomeno a Francoforte per effetto delle misure di disciplina comune. Ma sarà il risultato (di lungo respiro) della ripresa intensa dei contatti di conoscenza diretta tra tutti  gli attori politici, sociali e culturali che ora lavorano a testa china nel rispettivi Paesi, illudendosi che basti delegare a Strasburgo alcuni parlamentari per «fare l’Europa», quando in realtà spesso ci vanno per piantare in quella sede i propri paletti «identitari» nazionali.

   Non serve poi protestare che l’Europa – da lassù lontano – ci imponga vincoli e costrizioni che non fanno giustizia alla concretezza della nostra realtà. Se vogliamo davvero diventare (o, detto più elegantemente, ritrovarci come) popolo europeo dobbiamo cercare contatti diretti, senza aspettare sempre iniziative Ministeriali. (Gian Enrico Rusconi)

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 IL FEDERALISMO MAI AMATO (E BOICOTTATO) DEGLI INGLESI

di Sergio Romano, da “Il   Corriere della Sera” del 10/12/2011

- Londra ha portato i principi dell’economia di mercato -

Il generale De Gaulle disse che la Gran Bretagna, se fosse entrata nella Comunità europea, sarebbe stata il cavallo di Troia degli Stati Uniti in Europa; e dette una chiara prova dei suoi sentimenti interrompendo bruscamente le trattative per l’adesione, iniziate nella prima metà degli anni Sessanta. La porta si aprì soltanto dopo le dimissioni del generale e l’elezione di Georges Pompidou alla presidenza della V Repubblica nel 1969, vale a dire in un momento in cui la Francia, indebolita dalla crisi del ’68, non era più in grado di opporsi.

Anche nelle parole con cui Nicolas Sarkozy ha respinto le richieste di David Cameron nel dibattito sull’unione fiscale, vi è l’eco di antiche posizioni golliste. La Francia ha «inventato» l’Europa comunitaria e non ha mai rinunciato al desiderio di averne la leadership. Può accettare una sorta di condominio franco-tedesco, ma non è disposta a tollerare che la Gran Bretagna governi dalle coste dell’Europa, con le sue riserve mentali e le sue prerogative speciali, le sorti dell’Unione.

Può accettare e favorire la collaborazione militare con la Gran Bretagna, come nel caso dell’operazione libica, ma nelle questioni che concernono l’Ue e le sue istituzioni la Francia non intende permettere che Londra abbia un diritto di veto.

Se la questione fosse esclusivamente in questi termini, l’Italia avrebbe in qualche circostanza il diritto di stare dalla parte della Gran Bretagna piuttosto che da quella della Francia. Finché l’Europa non sarà veramente e schiettamente federale, all’Italia interessa che al vertice dell’Unione vi sia un direttorio fluido, composto dai suoi maggiori Paesi, piuttosto che da una leadership francese o franco-tedesca.

Quando ha parlato lungamente con David Cameron, prima dell’inizio del vertice di Bruxelles, Mario Monti ha fatto esattamente ciò che avevano fatto in circostanze analoghe i presidenti del Consiglio e i ministri degli Esteri italiani dell’era democristiana.

Ma i termini del problema sono oggi diversi. Il punto in discussione non è, in questo momento, quello della leadership. Il punto è un altro. Quale delle soluzioni all’ordine del giorno può servire al superamento della crisi? È indispensabile, per mantenere la Gran Bretagna nell’unione fiscale, accettare le sue condizioni e le sue riserve? Per rispondere a questa seconda domanda è utile ricordare quale sia stata la politica europea di Londra dopo la nascita del Mercato comune.

Durante i negoziati per la creazione della Comunità economica europea, la Gran Bretagna fu invitata a farne parte. Rifiutò perché preferiva, secondo una famosa espressione di Churchill, il «gran largo», vale a dire il Commonwealth, il rapporto speciale con gli Stati Uniti e una politica europea compatibile con le sue ambizioni mondiali.

Ma al tempo stesso voleva evitare una unione troppo stretta degli Stati europei e contrappose al Mercato comune un’Associazione europea di libero scambio (Efta, European Free Trade Association), costituita nel 1959 con la partecipazione di Austria, Danimarca, Norvegia, Svezia e Svizzera. L’Efta non era soltanto un progetto economico. Era la grande nave inglese che avrebbe raccolto a bordo i naufraghi del Mercato comune non appena la barca della Comunità europea fosse finita sugli scogli.

Le cose non andarono secondo le previsioni della Gran Bretagna. Mentre l’Efta stentava a decollare e l’economia britannica soffriva di stagflation (una combinazione di stagnazione e inflazione), il successo del Mercato comune era confermato dall’espansione dei rapporti commerciali fra i sei Paesi che ne facevano parte.

Qualche anno dopo Londra, pragmaticamente, prese atto dell’insuccesso del suo progetto, chiese di entrare nella Comunità, subì pazientemente il veto gollista e raggiunse lo scopo, finalmente, nel 1972. Aveva cambiato la sua tattica ma non la sua strategia. Non entrò nella Comunità per collaborare al progetto degli Stati fondatori.

Vi entrò per sorvegliare da vicino il processo unitario e impedire che l’Europa divenisse una federazione. Perseguì lo scopo frenando gli ardori unitari dei suoi nuovi compagni di viaggio e ottenendo per sé, come nel caso della politica agricola comune, un trattamento particolare e privilegiato.

Questo non significa che il suo ruolo sia stato costantemente e coerentemente negativo. Portò con sé alcuni fondamentali principi dell’economia di mercato, il patrimonio delle sue esperienze internazionali e una grande serietà nell’applicazione delle regole pattuite fra i membri. Alcuni dei suoi commissari, da Roy Jenkins a Neil Kinnock e Chris Patten, furono impeccabilmente europei.

Ma gli scopi della sua politica restavano fondamentalmente gli stessi: evitare che i progressi dell’Unione impedissero alla Gran Bretagna di essere il perno indispensabile di una grande comunità atlantica composta dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Questo disegno divenne sempre più evidente a mano a mano che la Comunità europea progrediva sulla strada della sua unità. Al vertice europeo del Castello Sforzesco, nel 1985, Margaret Thatcher cercò inutilmente di opporsi alla convocazione di una conferenza intergovernativa che avrebbe fissato le tappe successive della costruzione europea.

Durante i negoziati per l’Unione economica e monetaria (Maastricht 1992), il primo ministro John Major ottenne per il suo Paese il diritto di non sottoscrivere il protocollo sociale dell’Unione e di non adottare la moneta unica. Dopo il crollo dell’impero sovietico in Europa centro-orientale, Major fu il maggiore sostenitore dell’allargamento agli ex satelliti dell’Urss. Era convinto, con ragione, che un’Europa allargata e diluita avrebbe reso il federalismo ancora più difficile e remoto.

Credemmo per un momento che l’arrivo di Tony Blair avrebbe modificato le grandi linee della politica britannica. Ma ci accorgemmo rapidamente che anche Blair, messo alle strette, preferiva il «gran largo» del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti al futuro federale dell’Unione Europea.

Oggi la Gran Bretagna ha un primo ministro conservatore, esponente di un partito che nel corso dell’ultimo decennio, mentre era all’opposizione, ha accentuato le sue tendenze euroscettiche. Ma il suo governo, a cui partecipano anche gli europeisti del partito liberal-democratico, attraversa una grande crisi economico-finanziaria e scopre improvvisamente che la morte del detestato euro renderebbe ancora più gravi le condizioni del Regno Unito.

Deve quindi aiutare gli altri Paesi dell’Ue a salvarlo, ma vorrebbe al tempo stesso un nuovo opt-out per i servizi finanziari britannici, vale a dire una sorta di extraterritorialità per la City di Londra; e cerca di ottenere lo scopo impedendo con il suo veto la conclusione di un nuovo trattato dell’Unione.

Ma non può impedire che i suoi partner concludano una serie di accordi intergovernativi e corre il rischio di finire in un girone minore dal quale non potrà condizionare la politica di quella parte dell’Ue che vuole creare una unione fiscale.

Sarà molto più difficile per Londra fare d’ora in poi la politica del doppio binario, ora europeo, ora atlantico. Ma la Gran Bretagna è un Paese pragmatico che riesce sempre, prima o dopo, a fare scelte realistiche. I Paesi dell’euro, nel frattempo, non hanno l’obbligo di aspettarla. (Sergio Romano)

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LA CAMICIA DI FORZA

di Mario Deaglio, da “LA STAMPA” del 10/12/2011

   Visto l`esito della caotica riunione di Bruxelles, non è proprio il caso che il normale cittadino stappi una bottiglia, anche se le Borse hanno brindato a quella che considerano, nel loro orizzonte di brevissimo termine, come la fine di un periodo di incertezza.

   Dopo una confusa nottata di contrasti e recriminazioni, l`Europa si ritrova pesantemente ridimensionata dal rifiuto inglese. Un no a un accordo che avrebbe comportato la perdita di autonomia dalla politica economica, alla quale i governi di Londra hanno sempre tenuto moltissimo, in favore di rigide regole generali di stampo tedesco. La mancata stretta di mano tra il presidente Sarkozy e il primo ministro inglese Cameron è quasi il simbolo di questa nuova situazione.

   Non c`è da illudersi: il Canale della Manica è diventato più largo con un possibile grave svantaggio sia per gli inglesi sia per gli altri europei. Per l`Europa, la perdita della Gran Bretagna – che a questo punto potrebbe anche uscire completamente dall`Unione Europea, limitandosi a mantenere un accordo doganale – non deriva tanto dalla cospicua sottrazione dal totale europeo del prodotto lordo inglese quanto dall`impoverimento qualitativo di un`Europa così divisa.

   La Gran Bretagna ha avuto, nell`ultimo secolo, il ruolo storico di controbilanciare, insieme alla Francia, il potere tedesco e di fornire un`alternativa, peraltro ridotta negli ultimi decenni, ai modelli culturali tedeschi.

   Questo ruolo pare ormai abbandonato mentre Londra si rifugia in un isolamento che non appare tanto splendido e ci si può attendere che rafforzi i suoi legami con gli Stati Uniti; Parigi, dal canto suo, con le elezioni ormai vicine, sembra aver perso l`iniziativa e aver consentito debolmente alle posizioni tedesche. Nel frattempo, le agenzie di rating hanno continuato a declassare allegramente le banche europee.

   Tutti avevano sperato che la signora Merkel avrebbe alla fine abbandonato la sua posizione rigida e accettato di fornire
qualche facilitazione ai Paesi «meridionali»; invece non è stato così. Grazie anche alle pesantissime pressioni americane, che hanno visto gli interventi coordinati del presidente Obama, del segretario di Stato Clinton e del segretario al Tesoro Geithner, è prevalsa una soluzione che si può definire di tipo «tedesco», che limita la possibilità futura di deficit pubblici nazionali.

   Disattese per ora Le istanze di tipo «francese» e «italiano» per una maggiore flessibilità con l`emissione di titoli sovrani europei (eurobonds), per sviluppi istituzionali che conferiscano a Bruxelles un effettivo potere di governo europeo, con il trasferimento a livello europeo di alcune competenze e di una parte delle imposte nazionali. La Banca centrale potrebbe finanziare questo governo, ma l`intera questione è stata diplomaticamente rinviata a una futura riunione.

   Per fortuna, le porte non sono definitivamente chiuse a questa visione europeista.

Il «fondo salva Stati», però, continua ad apparire piuttosto esiguo, anche, nella sua nuova versione, per far fronte a veri attacchi ai titoli pubblici di qualsiasi paese dell`Unione e il coinvolgimento del Fondo monetario risulta più limitato di quanto fosse inizialmente previsto.

   I Paesi europei hanno accettato una vera e propria camicia di forza per le loro finanze: il comunicato finale dice chiaramente che i bilanci degli stati membri dovranno essere in pareggio (con un deficit massimo dello 0,5 per cento del prodotto interno) e che questo principio dovrà essere inserito nelle costituzioni dei singoli Stati.

   Lodevole proposito in una situazione normale, ma nuova complicazione in una situazione di crisi. A un simile risultato si arriverà lentamente ma, se il deficit pubblico supererà il 3 per cento del prodotto interno, scatteranno sanzioni quasi automatiche contro il Paese che non si adegua. È questo il succo della cosiddetta «unione fiscale» che, se gestita in maniera maldestra, rischia di trasformarsi in un abbraccio soffocante.

   Tutti i Paesi dell`area euro, Germania compresa, saranno infatti impegnati a seguire politiche pubbliche prevalentemente restrittive anziché politiche più accomodanti. Siccome la congiuntura ha già svoltato verso il basso in molti di questi, ogni vero discorso di ripresa europea appare rinviato; nella stessa, fortissima Germania, è comparso il segno meno nella produzione industriale mentre è vano attendersi forti stimoli extraeuropei, dal momento che la stessa Cina presenta vistosi sintomi di rallentamento.

   Il 2012 non si prefigura quindi per nessuno come un anno di vacche grasse. E un`Europa in recessione e percorsa da inquietudini sociali potrebbe facilmente trasformarsi nel ventre molle di un`economia globale che sta rapidamente perdendo il sorriso.

   A questo punto, l`interrogativo diventa politico: è socialmente sostenibile una simile situazione, oppure i governi europei rischiano di essere travolti da una protesta sociale tanto più grave quanto più disordinata e priva di larghi orizzonti?

   Quanto dirompente potrebbe essere una simile protesta? Non sarebbe stato preferibile adottare un sentiero più flessibile, consentendo maggiore liquidità al sistema produttivo e bancario e impedendo che tutto sia condizionato da giudizi istantanei di Borse capricciose? Il tempo, senza dubbio, dirà se i leader europei hanno fatto complessivamente una scommessa giusta.

   I rischi, per l`Europa e l`economia mondiale, non sembrano, in ogni caso, essere stati sensibilmente ridotti ma soltanto trasferiti dall`economia e dalla finanza alla politica e alla società. (Mario Deaglio)

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L’INTESA A 26 E’ ANCORA TROPPO DEBOLE

di Giuliano Amato, da “il Sole 24ore” dell’11/12/2011

   Mi è difficile cedere all’opinione di chi dice: «Poteva andar peggio, non ci fasciamo la testa, in fondo anche un accordo intergovernativo come quello voluto da Angela Merkel e Nikolas Sarkozy è un veicolo di cambiamento».

   Certo, dovrò prenderne atto e contribuire a ricavare da quanto ormai è stato deciso il massimo di benefici possibili per l’Unione, per l’euro e per il nostro paese. Ma davvero faccio fatica ad accettare che si possa essere tanto tenaci nel battere strade sbagliate e nel resistere in modo tanto inossidabile a proposte fortemente motivate e largamente sostenute come quelle che già erano venute dal nostro Presidente della Repubblica e da altri, riprese poi dal Gruppo Spinelli (costituitosi a Bruxelles settimane fa) e fatte valere infine nella riunione del Consiglio europeo di venerdì da Mario Monti.
Intanto c’è stata l’inutile messa in scena della proposta di modificare il Trattato per le stesse misure di disciplina fiscale che la Germania ritiene urgenti. Non erano stati certo dei geni coloro che avevano preavvertito che su una proposta del genere sarebbe saltato il Primo Ministro inglese, ponendo gli altri davanti a un pericolosissimo scivolo: quello di accettare le sue pesanti condizioni, salvo assistere poi a un suo referendum interno, che avrebbe bocciato la riforma e magari deciso la stessa uscita della Gran Bretagna dall’Unione.
Siccome lo sapevano tutti che questa era la prospettiva più probabile ed è quindi altrettanto probabile che lo sapessero anche la Merkel e Sarkozy, come non desumerne che la proposta di modificare il Trattato sia stata avanzata al solo scopo di doverla ritirare, per aprire la strada all’accordo intergovernativo che era in realtà il vero scopo sin dall’inizio?
Una volta adottata la premessa che per dare disciplina alla zona euro serviva modificare il Trattato, suona così ragionevole biasimare la perfida Albione e far sembrare una necessità dovuta alla sua protervia quella di doversi adattare a un accordo intergovernativo!
Il fatto si è che per rafforzare la zona euro non era affatto necessario modificare il Trattato, bastava applicarne le clausole che riguardano la stessa zona euro, più, eventualmente, la clausola di flessibilità. Il comunicato conclusivo del Consiglio di venerdì indica tra le cose da fare con priorità il rafforzamento per i paesi dell’euro delle procedure e delle sanzioni previste dall’art.126 del Trattato per i disavanzi eccessivi di tutti gli Stati membri. È esattamente ciò che già consente di fare l’art.136 dello stesso Trattato.
Perché allora si è voluto l’accordo intergovernativo con tanta tenacia? Temo che abbiano pesato soprattutto ragioni di politica interna tedesca e quindi il bisogno di convincere la Germania che il suo governo ha la forza di imporre la disciplina anche a quei paesi che, nell’immaginario tedesco, da soli non la saprebbero mai adottare.

   Le più anonime procedure comunitarie offrono meno visibilità a questi fini. E di sicuro non consentono di imporre agli Stati dell’euro l’obbligo di adottare il pareggio di bilancio nelle loro Costituzioni e di vincolarsi alla giurisdizione della Corte di Giustizia europea come sede di verifica dell’adempimento dell’obbligo. Questo, certo, sono io a doverlo ammettere, ma resta da vedere quanto si tratti di un mutamento urgente e quanto invece non lo si poteva lasciare a quella procedura di emendamento che anch’io, insieme a Romano Prodi e all’intero Gruppo Spinelli, ritengo si debba perseguire per passare dall’unione fiscale a un’unione più fortemente politica.

   Ma la si deve perseguire – aggiungo – convocando una nuova Convenzione e creando così le premesse per una gestione meno brusca e traumatica delle paturnie britanniche.

   Va inoltre notato, a proposito ancora delle innovazioni affidate all’accordo intergovernativo, che se esse sono ritenute davvero importanti per convincere i mercati di oggi ad avere più fiducia nella stabilità futura dell’euro (ma c’è chi pensa che prescrizioni volte a prevenire il prossimo infarto non servano molto a chi debba guarire da un infarto appena subito), allora i tempi stabiliti venerdì sono assai meno rapidi di quelli consentiti dal Trattato. L’accordo infatti sarà firmato a marzo, ma poi ci saranno le ratifiche parlamentari e in più qualche referendum. A marzo, se si avviasse oggi la procedura dell’art.136, le misure sarebbero invece già vigenti. E il Parlamento europeo non ne sarebbe escluso.
Ma per le sfide che l’euro deve fronteggiare a breve – ci dicono le conclusioni del Consiglio – ci sono piuttosto gli strumenti di stabilizzazione. Ci doteremo intanto di un bazooka, aveva scritto qualcuno. E il bazooka atteso era l’esplicito apprezzamento del Consiglio per una Bce che si dotasse di un più ampio margine di intervento, una sinergia operativa tra Bce e Efsf (il fondo salva-Stati), una leva ampliata per gli interventi di quest’ultimo.

   Su questo terreno qualcosa c’è, ma se è un bazooka è davvero piccolo piccolo. C’è l’apprezzamento per la Bce che ha accettato di fungere da “agente” del fondo, c’è per lo stesso fondo la previsione di un capitale versato in misura pari al 15% dell’ammontare delle sue emissioni (con una leva quindi di oltre sei), ma tutto il resto è svanito.

   Sono svaniti gli eurobond dei quali, sia pure come promessa, parlava la bozza di conclusioni del Presidente Herman Van Rompuy. Ed è svanita la facoltà per il fondo, e poi per lo Esm (il Meccanismo di stabilità, che gli subentrerà nel 2012), di agire come ente creditizio, anch’essa prevista in quella bozza.
Non offre particolari motivi di ottimismo la ricognizione di questo armamentario. Eppure, se ora ci poniamo le domande finali- ce la farà l’euro a superare la crisi e dove sta andando l’Europa – qualche spiraglio di luce rimane.

   Io resto convinto che, se i titoli pubblici non sono abbandonati ai mercati, se la liquidità continua a circolare e non si essicca in nessuno dei nostri Stati membri, le politiche di risanamento ormai in atto negli Stati debitori stanno acquisendo una sufficiente credibilità. È caso mai sul terreno della crescita che i segnali sono troppo deboli e, prima che i mercati tornino all’allarme rosso perché la crescita la vedono sparire, sarà il caso di dedicare anche a questo crucialissimo tema la dovuta attenzione.
Quanto al “quo vadis Europa”, un vecchio europeista può solo diffidare degli accordi intergovernativi al posto delle procedure comunitarie. Tuttavia, se quello ora deciso diventasse, come è possibile, un accordo a ventisei, che non diversamente dall’accordo di Schengen si trasforma da ultimo in diritto comunitario, magari con un “opting out” britannico, mi arrenderei a una conclusione non nuova. L’Europa avanza scegliendo quasi sempre la strada sbagliata, dopo avere accuratamente scartato quelle migliori. Ma, sia pure di traverso, avanza. (Giuliano Amato)

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L’AUTARCHIA DELL’ANGLOSFERA

di John Lloyd, da “la Repubblica” del 10/12/2011

   IL RIFIUTO di Cameron di sottoscrivere un accordo assieme agli altri Stati della Ue rafforzerà l’opinione di considerare la Gran Bretagna un Paese dell’Europa convinto di non essere europeo. È la dimostrazione eclatante di un fatto incontrovertibile e fondamentale della politica estera britannica dall’inizio del dopoguerra: Londra, per quanto ci provi, proprio non crede nel progetto europeo.

   La reazione di Winston Churchill poco dopo la fine della guerra, che dava il benvenuto a un’integrazione maggiore fra i Paesi europei ma sottolineava che la Gran Bretagna non vi avrebbe preso parte, si fa ancora sentire, specialmente nell’ala destra del Partito conservatore.

   Negli anni 50, i successori di Churchill si mostrarono un po’ più disponibili verso l’Unione Europea, perché una nuova generazione di tories la vedeva come un baluardo contro l’Unione Sovietica e come un futuro mercato per l’export britannico. La figura che espresse con più forza questa nuova tendenza fu Edward Heath, che portò il Paese in quello che all’epoca veniva chiamato il Mercato comune.

   Negli anni 70, il Partito laburista divenne progressivamente meno ostile all’integrazione europea, perché, con Jacques Delors, vedeva un’Europa più attenta al sociale. Negli anni 80, la corrente del New Labour diventò più forte e figure di primo piano, come Tony Blair e Peter Mandelson, assunsero posizioni fortemente europeiste. Anche gli euro entusiasti, però, non sono mai stati federalisti; e il loro entusiasmo vedeva comunque l’Unione Europea non come quello che Blair definiva un «superstato», ma come un’area in cui Paesi indipendenti potessero sviluppare politiche comuni e commerciare liberamente.

   Alla fine però gli entusiasti, anche quando risiedevano al 10 di Downing Street (com’era il caso di Heath e di Blair), non sono mai riusciti a convincere gli scettici o i meno entusiasti all’interno del loro stesso partito.

Nel caso di Blair, il suo desiderio di entrare nell’euro, nel momento in cui portò al potere il Labour, nel 1997, fu ostacolato dal suo cancelliere dello scacchiere, Gordon Brown, che vedeva la moneta unica come un azzardo pericoloso, fatto che lui e altre persone a lui vicine hanno poi ricordato come segnale della loro lungimiranza.

   Che cosa c’è alla base di tutto questo? In parte ci sono ragioni geografiche: la Gran Bretagna è un’isola di grandi dimensioni e questo è stato molto importante per proteggerla dalle invasioni, specialmente durante l’ultimo conflitto mondiale. Oltre sessant’anni dopo, resta ancora un fattore significativo.

   Poi c’è il problema della stampa britannica, in particolare i tabloid, nella maggior parte dei casi fortemente ostili a Bruxelles e che chiedono spesso di indire un referendum sulla permanenza nell’Ue, dando per scontato che la maggioranza degli elettori si pronuncerebbe per l’uscita. Il gruppo più potente, quello controllato da Rupert Murdoch, riflette le opinioni drasticamente antieuropeiste del tycoon, ma sono altrettanto ostili a Bruxelles i giornali dell’Associated Newspapers, il più influente dei quali è il Daily Mail.

   Questo significa che la stragrande maggioranza dei quotidiani, con molti milioni di lettori, è contraria a un allargamento dei poteri dell’Ue; e alcuni sono contrari alla permanenza stessa nell’Ue.

   C’è anche da dire che la politica tradizionale della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa era quella di fare in modo che ci fosse un equilibrio di potere, in cui nessuno Stato (in epoca recente, questo voleva dire la Germania) fosse più potente degli altri. È una politica di cui ancora si trova qualche traccia.

   Aggiungiamo che il Partito conservatore è diventato sempre più euroscettico, al punto tale che ormai solo uno dei ministri conservatori di questo Governo, il segretario alla Giustizia Ken Clarke, può essere definito filoeuropeista. David Cameron ha cercato di moderare le opinioni dei suoi colleghi più a destra, ma anche lui è un euroscettico, determinato a non concedere altri poteri all’Ue e a cercare anzi di riprendersi poteri già delegati a Bruxelles.

   Ma il cuore del problema è un altro: il motivo vero per cui nessun politico britannico può comportarsi come la cancelliera tedesca, il presidente francese o il presidente del consiglio italiano è la profonda riluttanza degli inglesi a farsi governare da istituzioni che non risiedono a Londra (o, nel caso degli scozzesi, da istituzioni che non risiedono a Edimburgo).

   I legami dell’Anglosfera – Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, gli Stati caraibici e altre entità più piccole- rimangono forti. La Gran Bretagna si concepisce come un Paese globale (anche se non più come una potenza globale), perché, a torto o a ragione, si vede ritratta in altri Paesi di ogni parte del mondo. E a radicare ancora di più questo convincimento concorre lo status sempre più inattaccabile dell’inglese come lingua globale (edè la ragione principale della famigerata riluttanza degli abitanti di Oltremanica a imparare una lingua straniera).

   Anche se i politici sono impopolari e il Parlamento di Westminster è spesso oggetto di satira e battute, c’è una salda reticenza a farsi governare da leader che i britannici non conoscono e non hanno scelto.  Essendoci in Gran Bretagna, più che in ogni altro Stato europeo, una tradizione ininterrotta di governo e famiglia reale da oltre tre secoli , la tradizione e l’attaccamento ai simboli del British rule sono molto forti. I politici e la stampa sono tiepidi nei confronti dell’Ue, o apertamente euroscettici, perché sanno cheè una posizione popolare presso la maggioranza della gente. Rimarremo dove siamo sempre stati: al largo dell’Europa. (Traduzione di Fabio Galimberti) – JOHN LLOYD


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PROVINCE ANCORA UNA VOLTA SALVATE – I vecchi regimi territoriali difficili da superare – e le CITTA’ al posto dei COMUNI? le AREE METROPOLITANE e MACROREGIONI al posto delle attuali REGIONI?

Geograficamente - Gio, 08/12/2011 - 20:01

ridisegnare l'Italia: come?

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   Questo il testo dei commi relativi al tentativo di abolizione-superamento delle Province dell’art. 23 del Decreto Legge del governo “Monti” (il cosiddetto Decreto ‘SalvaItalia’), varato dal Consiglio dei Ministri del 4 dicembre scorso: la parte in grassetto è quella modificata all’ultimo momento che rimanda a una successiva legge l’effettiva applicazione di svuotamento dei poteri (e dei costi) delle Province:
14. Spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.
15. Sono organi di governo della Provincia il Consiglio provinciale ed il Presidente della Provincia. Tali organi durano in carica cinque anni.
16. Il Consiglio provinciale è composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Le modalità di elezione sono stabilite con legge dello Stato entro il 30 aprile 2012.
17. Il Presidente della Provincia è eletto dal Consiglio provinciale tra i suoi componenti.
18. Fatte salve le funzioni di cui al comma 14, lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 30 aprile 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. In caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 30 aprile 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato.
19. Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite, assicurando nell’ambito delle medesime risorse il necessario supporto di segreteria per l’operatività degli organi della provincia.
20. Con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono.
21. I Comuni possono istituire unioni o organi di raccordo per l’esercizio di specifici compiti o funzioni amministrativi garantendo l’invarianza della spesa.
22. La titolarità di qualsiasi carica, ufficio o organo di natura elettiva di un ente territoriale non previsto dalla Costituzione è a titolo esclusivamente onorifico

(testo ripreso da http://met.provincia.fi.it/ del 5/12/2011)

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   All’articolo 23 della versione definitiva del cosiddetto decreto «salva Italia» è spuntato a sorpresa un comma con il quale si stabilisce che sarà una «legge dello Stato» a dire entro quale termine gli organi delle Province decadranno. Nell’originaria stesura il nuovo premier Monti aveva trovato l’escamotage per abolire, superare, le Province (che solo con legge costituzionale si posso appunto abolire) con un vero e proprio loro svuotamento di potere e di ogni apparato politico e funzione amministrativa. Il numero dei consiglieri scende(va) a dieci, non più eletti, ma nominati dai consigli comunali. Le loro competenze (e soldi assegnati) andavano alle Regioni e ai Comuni. Tutto questo resta, sia chiaro, ma solo nelle intenzioni: ora (a sorpresa, nella stesura definitiva del decreto) ci vuole una legge dello Stato, del Parlamento, entro il 30 aprile prossimo: ma nessuno crede che ci sia una volontà politica di fare questo.

   E’ già accaduto pochi mesi fa, in agosto… Il “decreto-manovra finanziaria” del Governo del 12 agosto, per affrontare la grave crisi di bilancio nazionale (sotto la spinta emotiva di quel momento, e dell’Europa, dell’aggravamento della situazione finanziaria), aveva avuto tra le sue decisioni più importanti l’emanazione di un decreto che, oltre a prevedere l’accorpamento dei piccoli comuni (quelli sotto i mille abitanti), scioglieva di fatto 37 province (su 110 che ci sono)…Ma ecco che il giorno successivo spuntava un primo intoppo: il decreto, votato e pubblicizzato in conferenza stampa il 12 agosto, parlava di abolizione delle provincie con meno di 300mila abitanti. Ma appunto il giorno successivo, il 13 agosto, l’allora ministro Calderoli specificava che per essere abolite quelle provincie dovevano pure avere una superficie di meno di 3.000 Kmq… E così si “salvarono” due provincie importanti, anche nel panorama della presenza territoriale leghista di allora, cioè quelle di Sondrio e di Belluno (ora Belluno è commissariata). E da 37 si passò a 29, e poi a niente. Tutto fu riposto in un cassetto, e si decise (Calderoli) di mettere in atto l’iter legislativo di una proposta di revisione costituzionale (che mai, questo iter, nei 5 mesi successivi da allora fu avviato).

le attuali Province

   Se era pur vero che il fine del nuovo governo “dei tecnici” di superamento-svuotamento delle Province aveva come fine unico l’effettivo risparmio nei costi della politica (che condividiamo con convinzione), questo provvedimento però incideva concretamente nel raggiungimento di una delle riforme territoriali tra le più importanti (e non realizzate finora): l’inizio della revisione della attuale organizzazione delle istituzioni territoriali (8.100 comuni, 110 province, 20 regioni) con un sistema di enti territoriali che, pur non mettendo in forse tradizioni e culture specifiche (e l’efficacia dei servizi sui territori ai cittadini, anzi!) portasse, nell’eliminazione delle Province, a individuare da un lato l’avvio delle già previste AREE METROPOLITANE, ma anche la revisione delle attuali Regioni (con la creazione di MACROREGIONI), e al posto dei Comuni creare delle CITTA’ di almeno 60.000 abitanti (in territori storicamente, geomorfologicamente, storicamente vicini, simili) più confacenti a dare migliori servizi ai cittadini (ora in balìa dell’eccessivo spezzettamento di poteri amministrativi locali in appunto troppi ottomila comuni) e maggior valore al diritto di cittadinanza rispetto ad altri luoghi dove amministrazioni cittadine hanno più autorevolezza politica (e mezzi finanziari).

   Il fatto stesso che nel decreto Monti i CONSIGLI PROVINCIALI non possano prevedere più di 10 membri e non siano più di nomina diretta ma siano eletti dai consigli comunali dei Comuni di appartenenza territoriale della provincia, fa pensare alla “involontaria” ma virtuosa connessione tra la nostra PROPOSTA GEOGRAFICA  e quella del Governo Monti. Infatti la nostra proposta geografica indicava, in larga parte dei territori provinciali italiani, con l’accorpamento degli enti locali, una media di non più di 10 “COMUNI-CITTA’” per provincia: appunto quasi che la “proposta Monti” di 10 consiglieri provinciali venisse a raccordarsi al fatto che ogni nuova città (al posto dei medi e micro comuni) esprimesse in se un proprio consigliere nell’assemblea provinciale. (Vi proponiamo qui, in questo pdf, l’esempio a suo tempo fatto dei comuni della provincia di Treviso, 95 enti locali, che potrebbero diventare 10 città di circa 60.000 abitanti ciascuna: 10 città per la Marca Trevigiana – mappa ).

   Ma i vecchi REGIMI TERRITORIALI, gli apparati locali, neanche un governo di emergenza con delega a “far tutto”, riesce a scardinare. Forse il processo di utile superamento delle province avverrà veramente (ce lo auguriamo… con legge dello stato entro il 30 aprile 2012…), ma è difficile pensarlo e crederci. Ed è un peccato che “l’occasione” della crisi attuale (a volte le maggiori riforme si riesce a farle solo in tempo difficili) possa lasciarsi sfuggire una RIORGANIZZAZIONE GEOGRAFICA TERRITORIALE degli organismi di amministrazione (e coesione) delle nostre comunità.

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SE UN COMMA RINVIA I TAGLI ALLE PROVINCE

di Sergio Rizzo, da “il  Corriere della Sera” del 8/12/2011

- I tempi saranno definiti con una legge. L’incognita del via libera dei partiti -

   Mario Monti ha imparato a proprie spese che cosa significhi toccare le Province. Tutti, a destra come a sinistra, sentenziano che sono inutili. Tutti, a sinistra come a destra, dicono che bisogna abolirle. Guai, però, soltanto a sfiorarle. Subito parte la sassaiola. Che mai è stata così violenta: questa volta avevano capito che si stava facendo sul serio, anche per l’urgenza di mandare un segnale chiaro e inequivocabile a Francoforte.

   Ricordate la famosa lettera della Banca centrale europea firmata congiuntamente dal presidente uscente Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi, pubblicata lo scorso 29 settembre dal Corriere? Meno esplicito, il suggerimento che conteneva non poteva essere: «C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)».

   E Monti l’ha preso talmente sul serio da aver trovato un grimaldello micidiale per assestare un colpo mortale a quegli enti, senza dover ricorrere a una faticosa modifica costituzionale. Ha semplicemente svuotato le Province dei loro scarsi poteri, disponendo per decreto la conseguente abolizione delle giunte e la drastica riduzione dei consigli provinciali.
Difficile dire se avesse messo nel conto la pioggia di pietre che gli sono arrivate addosso da tutte le parti. Destra e sinistra ancora una volta davvero in sintonia. «Noi ce ne andiamo dall’Unione delle Province italiane», ha ringhiato il presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani, pidiellino. «Tagliamo tutto quello che dobbiamo tagliare, ma non a casaccio», ha messo le mani avanti il leader della sinistra Nichi Vendola. Mentre dal segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, arrivava ai rivoltosi un messaggio di tangibile solidarietà: «Avete tutto il nostro sostegno. Vi appoggiamo perché la vostra è una battaglia di democrazia».

   Intanto il presidente della Conferenza delle Regioni, il democratico Vasco Errani, ammoniva: «Attenti. Ci possono essere costi più alti. Il personale, per esempio, dove va a finire?». E il deputato del Pd Enrico Gasbarra, ex presidente della Provincia di Roma, tagliava corto: «Cancellare gli eletti dal popolo senza che abbiano terminato il loro mandato la trovo una scelta demagogica e grave».

   Ma a Monti nemmeno il suo successore Nicola Zingaretti le mandava a dire: «Siamo quelli che di più si sono impegnati per ridurre o eliminare la spesa pubblica. Chi oggi guida le Province lo fa perché è stato votato da milioni di italiani».

   Senza contare poi altri aspetti non marginali del problema, come dimostra il caso della Provincia di Bologna, attualmente impegnata in un investimento di oltre 30 milioni per costruire una nuova sede. A quel punto assolutamente inutile.
Nel Pd, insomma, il malumore cresceva fino a prendere la forma di una protesta semiufficiale contro la decadenza automatica e per decreto delle giunte e dei consiglieri. Idem capitava nel Pdl, dove volavano anche parole grosse all’indirizzo della decisione di Monti. «Gettano fumo negli occhi e fanno demagogia», ha commentato il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, berlusconiano di ferro.

   Né ha usato particolari diplomazie il presidente dell’Unione Province, Giuseppe Castiglione, pidiellino e presidente della Provincia di Catania: il quale ha minacciato il ricorso alla Corte costituzionale, anche dopo la notizia che il governo ci aveva ripensato.
All’articolo 23 della versione definitiva del decreto «salva Italia» è infatti spuntato a sorpresa un comma con il quale si stabilisce che sarà una «legge dello Stato» a dire entro quale termine gli organi delle Province decadranno.

   Se sia stato il Quirinale a imporre questa modifica, preoccupato per le possibili proteste alla Consulta, oppure se sia il risultato delle pressioni inaudite che si sono scatenate, lo sapremo presto. Vero è che difficilmente, se fosse scoppiato un contenzioso davanti alla Corte costituzionale, la Corte suprema avrebbe potuto dare man forte al governo bocciando i ricorsi di consiglieri eletti per cinque anni e dimissionati per decreto.

   La conseguenza è che nel frattempo in 4.520 hanno tirato un bel respiro di sollievo. Tanti sono consiglieri e assessori che potenzialmente avrebbero rischiato di perdere la poltrona, come diceva la versione di partenza della norma, il 30 novembre 2012. E che adesso, invece, potranno sperare di arrivare almeno fino alla fine del loro mandato. Il che non è un dettaglio.

   La maggior parte delle giunte provinciali in carica ha ancora tre anni e mezzo di vita. Per allora potrà succedere di tutto. Questo è il vero rischio: il governo di Mario Monti non durerà oltre la primavera del 2013. E possiamo già scommettere che assisteremo a una estenuante melina per non far vedere la luce a quella legge prima di allora.
L’importante è che questo imprevisto, che però non era nemmeno troppo complicato prevedere, non diventi la pietra tombale dell’operazione compromettendo la vera sostanza del provvedimento, cioè il trasferimento delle competenze provinciali a Comuni e Regioni entro il prossimo 30 aprile.

   Saranno quelli, e non i tagli delle poltrone (che la relazione tecnica alla manovra cifra in 65 milioni di euro), a dare i risparmi in prospettiva più consistenti. Meno passaggi intermedi, meno burocrazia, meno veti da dover rimuovere ogni volta che c’è da prendere una decisione. Vi pare poco? (Sergio Rizzo)

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LE PROVINCE: ABOLIRCI È INCOSTITUZIONALE

di Claudio Baccarin, da “la Tribuna di Treviso” del 8/12/2011

-Vertice dei presidenti veneti, ricorso alla Consulta tramite la Regione. Muraro: «A decidere è il popolo, non un burocrate» -

PADOVA – Quante mani ha stretto. Quanti nastri ha tagliato. Quanti calici ha levato. Ben 226.788 voti (il 57,46%) ha raccolto a maggio il leghista trevigiano Leonardo Muraro. E adesso, zac, arriva un «burocrate che non è stato eletto da nessuno» e in un attimo svuota di funzioni le Province prima di chiuderle.

   Ma il «no» all’articolo 23 (commi 14 e 21) della manovra Monti è risultato trasversale: dalla stessa parte del tavolo, al dodicesimo piano, della Torre di piazza Bardella, si sono ritrovati ieri gli altri due presidenti del Carroccio Francesca Zaccariotto e Attilio Schneck, Tiziana Virgili del Pd, Barbara Degani e Giovanni Miozzi (indicati dal Pdl). Manca Belluno perchéla Provincia, che già ad agosto era stata indicata tra quelle da tagliare, nel frattempo è stata commissariata. «Incaricheremo un avvocato – dice subito Muraro, portavoce dei colleghi – di presentare ricorso contro un provvedimento che è anticostituzionale.

   Abbiamo convocato per mercoledì 14, alle ore 17, nell’auditorium della Provincia di Treviso, un’assemblea plenaria dei consiglieri provinciali del Veneto. Approveremo in quella sede un ordine del giorno che contesta la legittimità del decreto legge per la parte che riguarda l’abolizione della giunta e del consiglio e chiederemo lo stralcio dei relativi articoli». Che trasformanola Provinciain un ente di secondo grado con un presidente e un consiglio di dieci componenti eletti dai Comuni.

   Che non ci sia tempo da perdere lo testimonia il vicentino Schneck, che in diretta dà disposizioni ai suoi uffici. «Sì, c’è consiglio straordinario a Treviso mercoledì 14: preparate il pullman». Il passaggio cruciale della «rivolta» è costituito dall’incontro che i presidenti delle Province avranno martedì prossimo (in un primo tempo pareva che il vertice si potesse fare già venerdì) con il governatore Luca Zaia, il cui sostegno sarà fondamentale. Tecnicamente, infatti, toccherà alla Regione presentare il ricorso.

   Nel frattempo le Province predisporranno i loro bilanci «per far vedere quali sono gli effettivi costi stanziati per gli amministratori». Ma a primavera 2012 si vota o meno per il rinnovo degli enti a Vicenza e Belluno? «Martedì – risponde Schneck – pareva sicuro che non saremmo andati a votare. Adesso pare si vada ad elezioni per un consiglio a 14 più il presidente». Boh. La difesa dei presidenti delle Province del Veneto passa anche dai numeri. In primis da quello dei 2700 dipendenti che dovranno essere ricollocati tra Comuni e Regione.

   «Un’operazione dispendiosa – puntualizza il veronese Miozzi – Noi abbiamo 480 dipendenti. Mettiamo pure che si risparmino 5-600 mila euro per i costi della politica. Nel contempo però, se trasferissimo in Regione i lavoratori applicando loro il relativo contratto, avremmo una spesa di 2 milioni 400 mila euro in più, con un aggravio di 1 milione 800 mila euro. Ditemi allora dov’è il risparmio».

   Che non sia solo una battaglia volta a garantire le poltrone di presidenti, assessori e consiglieri lo garantisce la veneziana Zaccariotto: «Ci preoccupa il fatto – argomenta – che non si sa chi svolgerà al posto nostro le funzioni delle Province. Ad esempio, chi si occuperà dell’edilizia scolastica? Il provvedimento di Monti elimina il federalismo».

   La Zaccariottosi spinge anche più in là: «Se davvero questa linea di assoluta cecità andrà avanti, potremo nelle prossime settimane azzerare la tassazione e spendere tutto quello
che abbiamo per i servizi ai nostri cittadini».Insomma, il gioco si fa duro. Ma i partiti raccoglieranno le istanze delle Province? «Ci auguriamo che i nostri referenti a Roma ci diano retta. Altrimenti la prossima volta che verranno a chiedere voti…». (Claudio Baccarin)

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BARCA: “AVANTI COL FEDERALISMO”

di Alberto Francesconi, da “il Gazzettino” del 8/12/2011

- Il ministro per la coesione: «Il processo è ormai avviato e farà il suo corso, sì ai costi standard» -

   Una settimana per far decollare un “piano di azione coesione” in grado di garantire sviluppo alle Regioni nonostante la drastica stretta imposta dal Governo Monti. È la sfida che si trova ad affrontare Fabrizio Barca, 57 anni, neo ministro per la Coesione territoriale che martedì ha illustrato alle commissioni Bilancio di Camera e Senato le linee della sua azione.

Ministro, la sola formulazione del suo dicastero ha fatto venire l`orticaria ai vertici della Lega Nord. Ci sarà una marcia indietro rispetto alla riforma del federalismo?

«No. C`è una straordinaria continuità con il governo precedente, dove la funzione della coesione territoriale era già esistente all`interno del ministero degli Affari regionali. Il fine rimane quello di attuare l`indirizzo che promuova l`utilizzo dei fondi comunitari a beneficio di tutto il Paese».

Quindi la riforma federalista non si fermerà?

«No, il processo già avviato dal precedente governo sarà completato e farà il suo corso».

Anche per quanto riguarda i trasferimenti legati ai costi standard e non alla spesa storica? «Certamente, è una linea che personalmente considero appropriata e consona. Perché significa che l`utilizzo delle risorse è legato alla definizione dei costi, degli standard qualitativi e dei servizi erogati».

In commissione però ha già detto che non sappiamo spendere i soldi. Siamo in grave ritardo nell`utilizzo dei fondi comunitari.

«L`Italia ha accumulato un grave ritardo, cosa che in passato non era accaduta. Se prima avevamo una percentuale di pagamenti comunitari del 16 per cento, ora siamo scesi al 7,4 per cento. È una cosa inaccettabile, perché rischiamo di perdere i finanziamenti ma anche di essere ridimensionati nella prossima programmazione dei fondi 2016-2020. Anche su questo aspetto vedo una continuità con il Governo precedente: il tema dell`utilizzo dei fondi comunitari era al centro della lettera del presidente del Consiglio alla Commissione europea del 26 ottobre scorso».

Il piano di azione coesione invita le Regioni a utilizzare meglio i fondi. Ma lei ha dichiarato che rispetto al passato le Regioni devono anche “disamorarsi di alcune cose”. Che cosa significa?

«Quando si destinano risorse per determinati interventi bisogna vedere se poi ci sono la capacità, i tempi e le condizioni per realizzarli. Se ci si accorge che la strada intrapresa è sbagliata, bisogna abbandonarla».

Il suo piano prevede significative azioni di sviluppo, ma restano pochi giorni per concordarlo con le Regioni. Ce la farete?

«Ci sono tutte le condizioni per riuscire. Il Governo ha inserito nel decreto una norma che consente alle Regioni di derogare al Patto di stabilità interno quando si utilizzano fondi comunitari fino a una soglia di un miliardo di euro per tre anni. Questa possibilità è estremamente importante, per le Regioni del Centro Nord l`impostazione è automatica, mentre al Centro Sud è subordinata alla chiusura di un accordo entro il 15 dicembre. Se si fa presto, i benefici saranno per tutti».

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lo stato legislativo attuale (AL 30/11/2011) del FEDERALISMO FISCALE

Ministero dell’Economia e delle Finanze

RICOGNIZIONE SULLO STATO DI ATTUAZIONE DELLA DELEGA CONTENUTA NELLA LEGGE N. 42/2009

A cura della Segreteria tecnica della Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale)

   A due anni dall’emanazione della legge delega n. 42/09, il processo di attuazione del federalismo fiscale, anche se non può dirsi completato, ha fatto significativi passi in avanti.

   All’attualità sei decreti legislativi hanno concluso il loro iter di emanazione e sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale:

- federalismo demaniale (d. lgs. n. 85/2010 in G.U. n. 134 dell’11.6. 2010);

- ordinamento transitorio di Roma Capitale (d. lgs. n. 156/20010 in G.U. n. 219 del 18.9.2010);

- determinazione dei costi e fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province (d. lgs. n. 216/2010 in G.U. n. 294 del 17.12.2010);

- federalismo fiscale municipale (d. lgs. n. 23/2011 in G.U. 67 del 23.3.2011);

- autonomia di entrata di regioni a statuto ordinario e province nonché determinazione di costi e fabbisogni standard nel settore sanitario (d. lgs. n. 68/2011 in G.U. n. 109 del 12.5.2011);

- risorse aggiuntive ed interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici, attuativo dell’art. 16 della legge n. 42/09 (d. lgs. n. 88/2011 in G.U. n. 143 del 22.6.2011)

   A questi vanno aggiunti:

- lo schema di decreto legislativo in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e dei bilanci delle

Regioni, degli enti locali e dei loro enti ed organismi, approvato in via definitiva dal Consiglio dei

Ministri il 9 giugno 2011 ed in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale;

- lo schema di decreto legislativo in materia di premi e sanzioni e meccanismi di governance,

attualmente all’esame della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale.

   Il quadro complessivo degli interventi si completa, poi, con i seguenti ulteriori provvedimenti:

- decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 22 novembre 2010, recante Disposizioni in materia

di perequazione infrastrutturale, emanato ai sensi dell’articolo 22 della legge 5 maggio 2009, n. 42.

- d.P.C.M. 6 agosto 2009, recante “Istituzione del Tavolo di confronto tra il Governo e le Regioni a

Statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano, in attuazione dell’articolo 27, comma

7, della legge 5 maggio 2009, n. 42.

PER AVERE TUTTE LE INFORMAZIONI SULLO STATO DELL’ITER DEL FEDERALISMO FISCALE CLICCA SU QUESTO PDF: 2011_11_24_relazionecopaff_attuazione_federalismo

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LA QUALITÀ CHE MANCA ALLA PICCOLA PROVINCIA

di Guglielmo Barone, da “LA VOCE.INFO” del 06.12.2011 ( http://www.lavoce.info/ )

   Si parla tanto, e da tempo, di abolizione delle province o comunque di razionalizzazione del sistema.  Intanto il loro numero cresce: da95 a110 negli ultimi venti anni. Perché si pensa che avere molte province, di dimensioni ridotte, sia importante per le specificità dei territori: più è omogenea l’area governata dall’ente locale, migliore sarà la sua azione. Ma alla nascita di otto nuove province nel corso degli anni Novanta e al conseguente frazionamento territoriale non ha fatto seguito alcun miglioramento nella qualità di alcuni beni pubblici offerti.

   Se ne parla da tempo, a ondate. Nel dibattito italiano di politica economica costituiscono uno degli argomenti più ricorrenti. Si tratta delle province: periodicamente se ne invoca, con insolito e generalizzato consenso, l’abolizione o la riduzione o qualche altra forma di razionalizzazione. E tuttavia, anche limitandosi agli anni Duemila, il loro numero è costantemente aumentato. Nel 2001 si è passati da103 a 107, nel2004 a 110.

   Lontano dai riflettori mediatici, esistono inoltre progetti di legge per l’istituzione di altre nuove province. Recentissimamente il tema è tornato in agenda sull’onda della crisi del debito sovrano che il Paese sta attraversando. Si sta profilando una decisa inversione di tendenza. Il 5 dicembre scorso il presidente Monti, illustrando la manovra alla Camera, ha affermato che il suo governo “esprime la netta convinzione che si debba andare al superamento delle province, e si impegnerà fattivamente a favore di provvedimenti in Parlamento in questa direzione”. Tale superamento richiederà tempi lunghi, dal momento che le province sono previste dalla Costituzione. Nel frattempo, il cosiddetto decreto salva-Italia prevede un forte snellimento di giunte e consigli provinciali.
I RISULTATI DI OTTO NUOVE PROVINCE
Anche senza entrare nel merito della rilevanza delle funzioni delle province, occorre chiedersi se l’attuale numerosità è il miglior modo per esercitare queste funzioni. Uno degli argomenti a favore di un numero relativamente elevato di province – quale quello attuale – fa riferimento alle “specificità” dei territori: una provincia piccola e maggiormente omogenea al suo interno renderebbe più efficace la fornitura dei beni pubblici di competenza.
In un mio recente lavoro mostro che questo argomento non regge alla prova dei fatti. Alla metà degli anni Novanta hanno visto la luce otto nuove province: Verbano-Cusio-Ossola, Biella, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone, Vibo Valentia. È così successo che, a partire da un certo momento in poi, alcuni comuni – partizioni che ben approssimano i territori – hanno potuto beneficiare di una provincia di appartenenza più piccola o di un capoluogo di provincia più vicino.

   Per questi comuni (chiamiamoli comuni “trattati”) è legittimo attendersi, se le specificità locali contano, un miglioramento della qualità dell’azione delle province. Questo (eventuale) miglioramento va peraltro confrontato con quello relativo a un gruppo di altri comuni che non sono stati interessati dal frazionamento territoriale e che presentano caratteristiche molto simili ai primi (“controlli”). In questo modo è possibile isolare l’effetto imputabile alle nuove province.
Per misurare qualità ed efficacia dell’azione delle province guardiamo ai beni pubblici in questione. La maggior parte della spesa, a parte l’autoamministrazione, è assorbita dalla gestione del territorio, dalla tutela ambientale, dalla promozione dello sviluppo economico, dall’istruzione e da viabilità e trasporti. Per gli ultimi tre beni pubblici le misure sono facilmente disponibili: lo sviluppo locale è approssimabile con la crescita della popolazione, l’istruzione con la quota di popolazione con un grado di istruzione almeno pari a quello dell’obbligo e la viabilità con il numero di incidenti stradali (ogni 100 abitanti).
Ebbene, l’esercizio mostra che con l’esperienza di metà anni Novanta non si è avuto alcun beneficio nei termini sopra esposti.

(per vedere tabelle e l’articolo integralmente vai sul sito de laVoce.info -

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002714.html

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PIÙ CORAGGIO SU PROVINCE E COMUNI

di Alessandro MARAN, 27/9/2011

dal sito “qualcosa di riformista magazine -

http://www.qdrmagazine.it/

   Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche degli italiani in risentimento. E prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche sia nel modo di fare politica. Subito, come abbiamo detto, l’adeguamento delle indennità e del numero degli eletti alla media europea. Ma dobbiamo mettere ordine nella casa della politica: la Pubblica amministrazione. Con scelte emblematiche.

   Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. La Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali (le Regioni in Francia, i Distretti in Germania), ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale.

   Va da sé, inoltre, che l’abolizione delle Province come enti costituzionali e politici consente un importante risparmio nel bilancio dello Stato e colpisce anche gli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini.

   Vale anche per i comuni. La dimensione territoriale dei nostri comuni è ancora quella del Medio Evo: la distanza che si poteva percorrere a piedi sulle strade di allora nelle ore di luce. Ma oggi l’economia del paese ha bisogno di avviare grandi trasformazioni e il ripensamento di un’organizzazione territoriale finora policentrica e dispersa (un ripensamento che deve avvenire in direzione dell’apertura alla globalità, da una parte, e in direzione dell’integrazione tra più città e più sistemi locali, dall’altra) costituisce forse il capitolo più importante di questo progetto.

   Le città, infatti, stanno mutando funzioni, posizione e funzionamento interno in tutta Europa e l’organizzazione della produzione e dei servizi, per tutte le cose di qualità, sta sempre più uscendo dal tradizionale spazio urbano, divenuto troppo limitato, per approdare ad aree più estese. E in tutta Europa, negli anni ’90, c’è stato un grande fervore riformatore per definire un nuovo ordine territoriale.

   A Rotterdam un network amministrativo che include anche altre municipalità è stato tentato per definire la “Citta-regione”; a Lione si è creata una “regione urbana” con le città vicine e così via. In Germania ogni Land ha usato le ricette più convenienti per gli accorpamenti. In Danimarca hanno ridotto i Comuni da 1388 a 275, in Belgio da oltre 2500 a meno di 600, in Inghilterra da 1830 a 486.

   Insomma, quello delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro. (Alessandro Maran)


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GEOGRAFIA DEL DISAGIO ITALIANO – il RAPPORTO CENSIS che descrive un Paese che deve ritrovare se stesso – ANTROPOLOGIA DEL CAMBIAMENTO NECESSARIO: percorsi nostri su povertà da evitare, lavoro manuale “artigiano” da rilanciare, paesaggio da tutelare

Geograficamente - Dom, 04/12/2011 - 13:49

L’ITALIA CAMBIATA - “Come nascono i bambini? Li porta la cicogna, da un fiore, li manda il buon dio, o arrivano con lo zio calabrese. Guardate il volto di questi ragazzini, invece: non danno affatto l'impressione di credere a ciò che dicono. Con sorrisi, silenzi, un tono lontano, sguardi che fuggono a destra e sinistra, le risposte a tali domande da adulti possiedono una perfida docilità; affermano il diritto di tenere per se ciò che si preferisce sussurrare” (MICHEL FOUCAULT -1977-, sul docu-film “Comizi d'Amore” di PIER PAOLO PASOLINI -1963- “Viaggio nell'Italia anni '60, i giovani, l'amore, il sesso”)

“Viviamo esprimendoci con termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva: default, rating, spread…” dal Rapporto Censis 2011

   In questo post, partendo dai dati e dall’analisi dell’ultimo rapporto del Censis, resi noti il 2 dicembre scorso, ricaviamo un utile strumento per capire il cambiamento geografico, antropologico, dell’economia e del lavoro, del rapporto tra vecchie e nuove generazioni… che caratterizzano la forte crisi dell’Italia (come soggetto multiplo culturale ed economico nel mondo) e della sua società, che sembra non capire più bene chi sia e dove voglia andare.

   Arroccata a vecchie certezze e, per molte famiglie, a un “humus economico” ancora fortunatamente presente (ora importante per far crescere figli che trovano lavoro ad età sempre più avanzata, o non lo trovano per niente il lavoro, alcuni neanche lo cercano…), ebbene pare che ci sia una forte difficoltà al “cambiamento”, al collocarsi con una nuova positiva dinamica nel mondo che sembra un treno in corsa, e alla prima stazione utile è da capire come prendere quello giusto.

“CENSIS” sta per “CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI”, ed è un istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964; finanziato da enti pubblici e privati, dal 1973 è diventato una Fondazione. Da oltre quarant'anni svolge attività di studio e consulenza nei settori della società italiana, ovvero nella formazione, nel lavoro, nel welfare, nell'ambiente, nell’economia e la cultura. I suoi clienti sono essenzialmente gli apparati centrali e periferici dello stato (Ministeri), enti locali (Comuni, Province e Regioni) ma anche grandi aziende sia private che pubbliche e organismi nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni sono molto autorevoli e vengono prese in considerazione per la stesura di programmi di sviluppo a lunga scadenza. Dal 1974 il sociologo Giuseppe De Rita è Presidente della fondazione, mentre dal 1993 il sociologo Giuseppe Roma ne è Direttore Generale. (da WIKIPEDIA)

   E in questa fase di “governo tecnico” (segno del fallimento del sistema politico attuale a produrre riforme e a “dire e fare cose” anche sgradevoli per i cittadini per invertire la rotta…), in questa fase appare comunque la difficoltà di fare quel che si dovrebbe che, con sintesi utile, viene chiamata: le RIFORME.

   Del lavoro; della liberalizzazione delle professioni; dei Comuni da mettere insieme perché ce ne sono troppi; della ricerca innovativa e della formazione professione; del Sud e del suo rapporto con un Mediterraneo in fermento positivo; delle Regioni che sono centraliste tanti quanto lo stato; del federalismo fiscale necessario e del federalismo dei poteri; dell’etica pubblica da ritrovare; delle libertà individuali da rispettare di più; dalla vera tutela dei beni comuni (acqua, paesaggio, energie rinnovabili…).

   E interessante che uno dei punti di sintesi del lavoro di ricerca del CENSIS sia che “è illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo”, perché (come dice il rapporto) lo sviluppo “si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive”. E allora si deve essere in grado di fare governo politico della realtà. E’ questa dunque, secondo il Censis, la direzione da seguire.

   Per il Censis è allarme povertà per 4 milioni di famiglie italiane, un numero cresciuto di mezzo milione (+14,6%) solo negli ultimi 5 anni, mentre la crisi ha colpito soprattutto i giovani (secondo la Caritas sono 8 milioni i poveri, due milioni e 700.000 famiglie, un dato minore di quello prospettato dal Censis, forse dovuto a parametri di soglia di “limite di sussistenza” un po’ più elevata per il Censis per considerare una famiglia “non povera”…).

  E si comprende come è ora di finirla (di darci un taglio) a un sistema finanziario che privilegia movimenti speculativi, di economia “non reale”; oppure di investimenti sul mattone, edilizi, immobiliari, quando lì oramai non c’è più mercato. Perché, ci chiediamo, non tassare fortemente questi investimenti e invece privilegiare (detassare interamente) chi investe i suoi soldi su imprese che creano lavoro “vero”, sull’economia “reale”? …e magari ancor di più su settori innovativi e di difesa dell’ambiente (come quelli altamente tecnologici anche se di nicchia, sul recupero ambientale, sulle energie rinnovabili, sul turismo ecocompatibile, sul miglioramento urbanistico delle città…)?

   Nella difesa delle attività produttive positive che in Italia ci sono (qui parliamo presentando due libri sull’ARTIGIANATO che deve tornare ad essere uno dei cardini economici fondamentali), quel che conta adesso sono tre cose: la politica (che non c’è); le idee (che non ci sono, o ci sono poco); il credito (nel senso di soldi, che manca fortemente, non c’è o non vuol esserci). E, incredibile a dirsi, per gli artigiani il problema più urgente sembra essere proprio quello del credito, dei soldi che non ci sono e delle banche non credibili (insomma, dei tre problemi, prima di tutto bisogna risolvere il credito: e principale accusato è il sistema bancario…).

   Pertanto Vi invitiamo a leggere alcuni articoli che illustrano e analizzano i dati CENSIS; e poi alcune nostre divagazioni utili a mettere insieme possibile proposte concrete “per uscire dal guado”.

OCCUPATI E NON OCCUPATI - da "il Gazzettino" (novembre 2011)

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IL RAPPORTO DEL CENSIS: ITALIA FRAGILE, IN 4 ANNI UN MILIONE DI GIOVANI PERDONO IL LAVORO

da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 2/12/2011

- I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare, dice l’istituto, che avverte: “E’ illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perché lo sviluppo si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive. -

   Una società “fragile, isolata ed etero diretta”, con una dialettica politica “prigioniera del primato dei poteri finanziari”: così ci vede il Censis, nel suo 45esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare, dice l’istituto, che avverte: è “illusorio” pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perché lo sviluppo “si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive”. E’ quella dunque, secondo il Censis, la direzione da seguire. E’ allarme povertà per 4 milioni di famiglie italiane, un numero cresciuto di mezzo milione (+14,6%) solo negli ultimi 5 anni, mentre la crisi ha colpito soprattutto i giovani.
I GIOVANILa crisi economica in Italia ha colpito in particolar modo i giovani. “La crisi si è abbattuta come una scure su questo universo: tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati”, scrive il Censis. ”Investita in pieno dalla crisi, ma non esente da responsabilità proprie, la generazione degli under 30 – si legge nel Rapporto Censis – sembra incapace di trovare dentro di se la forza di reagire.

   La percentuale di giovani che decidono di restare al di fuori sia del mondo del lavoro che di quello della formazione è in Italia notevolmente più alta rispetto alla media europea: se da noi l’11,2% dei giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato a lavorare o studiare, la media dei 27 Paesi dell’Ue è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, risulta da noi decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano, pari al 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e al 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%)”.
FINANZA SENZA REGOLE - Nel picco della crisi 2008-2009, dice il Censis, avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una buona reputazione internazionale. Ma ora siamo fragili, a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime, sul piano interno, con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico.

   Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali. E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. “E’ illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo” perché quest’ultimo “si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive, quindi soltanto se si è in grado di fare governo politico della realtà”.
TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA -I cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità”: lo sottolinea il Censis nel 45/o Rapporto sulla situazione del Paese spiegando che “la politica di riduzione della spesa pubblica che ha contrassegnato gli ultimi 3 anni, e che segnerà anche il biennio 2012-13, realizzata in molti casi attraverso tagli lineari, sta lasciando il segno”. In particolare il trasporto pubblico locale, già “inadeguato” è stato “drasticamente ridimensionato”.
I RISPARMI DELLE FAMIGLIE – La crisi economica degli ultimi anni ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie e ha provocato conseguentemente una “caduta della propensione al risparmio” anche “a causa dell’irrigidimento” di alcuni consumi. In questo contesto la riduzione della quota di risparmi sembra però non avere colpito gli investimenti fissi, come le abitazioni. E’ quanto emerge dal 45/o Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis.
INVESTIMENTI NEL MATTONE - In 10 anni risulta inoltre raddoppiato il valore delle abitazioni. Nell’ultimo decennio è anche cresciuto il valore dello stock di abitazioni possedute, stimato in oltre 4.800 miliardi di euro, con un incremento che sfiora il raddoppio (+93% nominale) nell’arco di un decennio.

   “Una quota di questo incremento – spiega il Censis - è attribuibile all’effetto dei prezzi ma una quota rilevante è il risultato della scelta delle famiglie di destinare all’investimento in abitazioni una parte consistente dei propri risparmi”.

   Ulteriori 1.000 miliardi di euro sono rappresentati dalle altre attività reali (oggetti di valore, terreni, fabbricati non residenziali e beni produttivi). Le attività finanziarie si aggirano intorno ai 3.600 miliardi di euro. La propensione al risparmio, che a metà degli anni ’90 era superiore al 20% del reddito disponibile e a metà dello scorso decennio oscillava ancora tra il 15% e il 17%, “ha subìto – scrive ancora il Censis – una progressiva contrazione, che l’ha portata ad attestarsi oggi su un ben più modesto 11,3%”.
VITALITÀ E SOCIAL NETWORKPer uscire dalla crisi, dunque, ancora una volta, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, la ricetta del Censis è quella di “mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia”.

   E se nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto, a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze e dei processi che creano emarginazione, il “disinnesco” delle tensioni passa attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali: “è nel binomio più articolazione, più relazione che la società italiana può riprendere respiro”.

   Lo si vede nella ricerca di nuovi format relazionali: l’esplosione dei social network, la diffusione di aggregazioni spirituali, la crescita di forme amicali collettive (le crociere, le movide, le sagre), lo sviluppo di aggregazioni capaci di supplire alle carenze del welfare pubblico, la partecipazione comunitaria a livello di quartiere, la tenuta di tutti i soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili. “Il vuoto lasciato nella fascia intermedia della società dalla polarizzazione tra il mercato e la finanza può essere riempito soltanto dalla rappresentanza” è la raccomandazione finale.
INTERNET - Oltre la metà degli italiani naviga quotidianamente su internet: per informarsi, cercare lavoro, pagare le bollette e consultare lo stradario. Lo rileva il Censis nel 45esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese sottolineando che l’utenza del web nel 2011 ha finalmente superato la fatidica soglia del 50% della popolazione italiana, attestandosi per l’esattezza al 53,1% (+6,1% rispetto al 2009).

   Il dato complessivo si fraziona tra l’87,4% dei giovani e il 15,1% degli anziani (65-80 anni), tra il 72,2% delle persone più istruite e il 37,7% di quelle meno scolarizzate. Tutti i dati inoltre confermano l’affermazione progressiva di percorsi individuali di fruizione dei contenuti e di acquisizione delle informazioni da parte dei singoli, con processi orizzontali di utilizzo dei media in base a palinsesti multimediali personali e autogestiti, basati sulla integrazione di vecchi e nuovi media. (da “Il Fatto Quotidiano”)

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Nel 45mo Rapporto sulla situazione sociale del Paese il Censis scatta una fotografia all’Italia. Dall’economia al lavoro, dalle infrastrutture alla scuola, leggi gli approfondimenti cliccando sui titoli.

- Oltre la metà degli italiani naviga su Internet, 9 giovani su 10 sono connessi.

- La crisi intacca i risparmi delle famiglie italiane.

- Comuni sull’orlo del default sociale.

- Calano gli abbandoni scolastici nel 2011.

- Il rapporto Censis 2011: negli ultimi cinque anni il Pil in termini reali è sceso dell’1%.

- Infrastutture fra ritardi e carenza di fondi

- In 4 anni un milione di giovani hanno perso il posto

http://www.censis.it/1

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UN’ITALIA FRAGILE E TROPPO SEVERA CON SE STESSA

di Stefano Lepri, da “la Stampa” del 3/12/2011

- Arriva l`annuale ricerca sulla situazione sociale – De Rita: “Ma il nostro segreto è la lunga durata” –

   Da così tanti anni il Censis ci racconta come siamo, che forse il suo stesso racconto diventa parte dell`immagine che dobbiamo interpretare, più che strumento per interpretarla.

   Ed è certo una notizia se Giuseppe De Rita teme oggi che un fallimento del governo dei tecnici di Mario Monti possa aprire la strada a un disgregante, retrogrado nazional-populismo (per fortuna non scorge ancora chi possa diventarne il leader).

   Benché De Rita, che anima il Censis da 47 anni, da buon cattolico creda nella Provvidenza, da qualche anno non riesce più a farsi piacere come l`Italia si evolve. Cosicché, quando si sforza di trovare ragioni di ottimismo per il futuro, gli pare di essere diventato «reazionario», perché invita a ritornare a punti di forza del nostro passato; gli pare di aver scritto con il rapporto di quest`anno un «manifesto di orgoglioso conservatorismo».

   Stiamo andando in una direzione sbagliata? Di certo nel rapporto Censis troviamo fatti e numeri che sembrano indicare un processo di declino, sia economico sia culturale. «Se non studi finirai a pulire i gabinetti» strillavano irati ai figli pigri i genitori di un tempo. Adesso, a quanto pare, si rischia di finire a pulire i gabinetti anche se un titolo di studio lo si ha (è uno dei settori professionali dove torna a salire la quota di italiani).

   Non c`è da stupirsi dunque se il 38% degli italiani fra i 15 e i 30 anni ritengono poco attraente la scelta di studiare all`università: è la percentuale più alta d`Europa. Il nostro sistema produttivo invecchia, non riesce ad assorbire i laureati, chiede lavoratori manuali, autisti, meccanici, magazzinieri. Metà dei laureati e quasi metà dei diplomati al primo impiego svolgono mansioni per le quali il titolo di studio non era necessario.

   D`altra parte, le imprese innovano poco, risulta da una differente indagine; e che si può pretendere, se solo il 15% tra gli imprenditori sono laureati? De Rita si inquieta che, coscienti di queste prospettive, gli italiani smettano perfino di desiderare: il 28% pensa che in futuro starà peggio, il 34% che i figli staranno peggio dei genitori. Per la maggioranza, l`obiettivo è tutelare il benessere di cui già godono. I soli ottimisti sembrano essere gli immigrati, che al 65% vedono l`Italia di domani più ricca e più giusta.

   Se non altro, per campare di rendita ci sono ampie risorse. La ricchezza privata degli italiani è abbondante, allo stesso livello di quella dei tedeschi, superiore a quella dei francesi (si può dire che negli anni abbiamo spogliato la cosa pubblica portandocene ciascuno un pezzo a casa?).

   Ma un segno minaccioso è la sfiducia verso le classi dirigenti, che dalla «casta» politica sembra diffondersi ad ogni tipo di élite, guidata dall`impressione che chi è in alto dia solo esempi cattivi. Il quadro è questo:  deprime.

   Alla «moltitudine senza responsabilità» che De Rita teme, si può solo contrapporre quel 15% di italiani che si sente prima di tutto cittadino del mondo. Si può solo sperare che il Censis, legato com`è alla committenza di enti, associazioni, categorie, imprese, istituzioni, abbia posto soprattutto le domande che questa Italia vuole porsi; e che le novità possano scappare fuori, inattese, da qualche altra parte. (Stefano Lepri)

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IL PAESE FRAGILE DEL CENSIS “MA E’ PRONTO A REAGIRE”

di Mariolina Iossa, da “Il Corriere della Sera” del 3/12/2011

- Viviamo esprimendoci con termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva: default, rating, spread – Il rapporto: tra i giovani un milione di disoccupati in più –

   Siamo fragili, isolati, eterodiretti, cioè governati da poteri esterni. E prigionieri dei poteri finanziari. Così ci vede il Censis, così ci descrive nel suo rapporto annuale. Sono tempi di crisi questi, e dunque addio al biennio 2008-2009, quando abbiamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, «guadagnandoci una good reputation internazionale».

   Oggi siamo fragili, «a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata», isolati perché «restiamo fuori dai grandi processi internazionali», eterodiretti perché non ci governiamo da soli ma sono gli uffici europei a «dettarci l`agenda». Di conseguenza ci sentiamo prigionieri dei poteri finanziari: «in basso vince il primato del mercato, in alto gli organismi del potere finanziario».

   Ma il punto debole, spiegano al Censis, è che è «illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo», si occupano solo dei conti, «fanno rigore ma non sviluppo».

   Di conseguenza, «viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva, default, rating, spread, eccetera».

   Siamo fermi, bloccati. Eppure una strada per superare la crisi c`è: «Mettere in campo la nostra vitalità, rispettare e valorizzare le nostre radici e guardare al futuro».

   Il Censis guarda all`economia reale come unica strada per uscire dalla crisi, perché in fondo «siamo ancora una realtà in cui vige il primato dell`economia reale, nonostante l`attuale trionfo dell`economia finanziaria».

Responsabilità collettiva. Di fronte all`emergenza, tuttavia, noi italiani stiamo recuperando il senso della responsabilità collettiva, quasi 6 italiani su 10 sono pronti a fare sacrifici per l`interesse generale del Paese. La famiglia è sempre il pilastro del nostro stare insieme (65,4 per cento). E quasi un cittadino su due si sente ancora «italiano».

   Abbiamo il gusto per la qualità della vita (25 per cento), le nostre tradizioni religiose (21,5 per cento), l`amore per il bello (20 per cento). Un italiano su quattro fa volontariato con regolarità. Vogliamo però fortemente (50 per cento) una riduzione delle diseguaglianze economiche. Vogliamo più onestà e moralità (55,5 per cento) e rispetto per gli altri (53,5 per cento). Diciamo no alla furbizia e alle ruberie. No alla sistematica violazione delle regole. Otto italiani su dieci condannano duramente l`evasione fiscale, di questi quattro pensano che sia moralmente inaccettabile, gli altri quattro che chi non paga le tasse «arreca un danno ai cittadini onesti».

   Dalla classe dirigente esigiamo «specchiata onestà sia in pubblico sia in privato» (59 per cento) ma anche preparazione (43 per cento), saggezza e consapevolezza (42,5 per cento).

Lavoro e occupazione. La crisi ci toglie il fiato. Se agli inizi degli anni 80 il reddito da lavoro era il 70 per cento del reddito familiare complessivo, nel 2010 la percentuale è scesa al 53,6. La classe dirigenziale, quindi i vertici decisionali, sono passati da 553 mila a 450 mila, e sono sempre quasi soltanto uomini, pochissime le donne, il Pil è cresciuto in termini reali solo del 4 per cento mentre in Germania e in Francia cresce rispettivamente del 9,7 e dell`11,9.

   L`occupazione stenta, ma se i livelli occupazionali dei 45-54enni tengono e anzi aumentano, sono i giovani a farne le spese. Centomila posti di lavoro in meno per chi ha tra i 35 e i 44 anni ma la crisi colpisce «come una scure», ha detto il presidente del Censis Giuseppe de Rita, soprattutto i giovani sotto i 35 anni, che in quattro anni hanno perso un milione di posti di lavoro. Tanto che il Censis non esclude un aumento delle tensioni sociali e il rischio di una «deriva nazionalpopolare».

Scuola e formazione. Un giovane su quattro tra i 15 e i 29 anni non studia e non cerca lavoro. La quota degli scoraggiati è altissima: non è interessato né a studiare né a lavorare l`11 per cento dei giovanissimi, trai 15 e i 24 anni, e ben il 17 per cento dei giovani tra i 25 e i 29. La media europea è rispettivamente del 3,4 per cento e dell`8,5 per cento. Solo il 65 per cento dei diplomati si iscrive all`università e dopo il primo anno il 20 per cento lascia.

Web e social network. Una spinta propulsiva possiamo comunque trovarla nella sfera delle relazioni sociali. «Una pluralità di reti relazionali tiene insieme la società italiana», dice il Censis, un italiano su due è “in Rete”, nove ragazzi su dieci usano Internet regolarmente.

   Ed è trionfo dei social network: 16 milioni sono gli utenti di Facebook, 6 milioni utilizzano Skype, un milione e centomila sono su Twitter. Gli italiani che usano Internet sono il 53 per cento, un salto di sei punti rispetto al 2009, ma sono naturalmente più giovani (87,4 per cento) che anziani tra i 65 e gli 80 anni (15,1 per cento); e in maggioranza persone con titolo di studio più elevato (72,2 per cento) piuttosto che quelle meno scolarizzate (37,7 per cento).

   Tutto questo nonostante l`Italia continui a restare indietro rispetto ad altri Paesi europei per la qualità soprattutto delle connessioni a Internet.

Informazione. Sono sempre i telegiornali la fonte principale di informazione per gli italiani, li guarda l`80 per cento. Ma tra i giovani il dato scende al 62 per cento perché sono in tanti a scegliere la Rete per informarsi.  Al secondo posto ci sono i radio giornali (56,4 per cento), poi la carta stampata, quotidiani (47,7 per cento) e periodici (46,5 per cento). Infine Televideo (45 per cento) e i motori di ricerca (41,4 per cento). Già due italiani su dieci si informano sui quotidiani online.

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GIOVANI, LE VITTIME DEL VECCHIO SISTEMA

di Christian Frascella, da “la Stampa” del 3/12/2011

   Un milione di posti di lavoro. In meno. In appena quattro anni. I giovani rappresentano una zavorra per la nostra economia: chi li ha inventati?

   A chi dobbiamo dare la colpa per la loro presenza ingombrante nelle statistiche? Questi giovani che non lavorano, non studiano – la generazione denominata «Neet» e che nelle trasmissioni tv italiote viene ribattezzata «Né né»; questi giovani che, sputati fuori dalla scuola media e poi da quella superiore e, in ultimo, dall`università, compaiono dappertutto, nei libri e nei film e nei reality cafoni, con la loro indole insofferente, la noia che li frustra, la violenza che li attrae; questi tizi imberbi che non viaggiano, non parlano le lingue, non interagiscono, se non smanettando su Internet alla ricerca di non si sa bene cosa, non si politicizzano, non inventano perché sono dei gran pigroni, non mollano il nido costruito con fatica dai genitori e passano la vita a ruminare sui divani, a sfumacchiare, ad alcolizzarsi, a spararsi musica e qualche volta non solo musica e non solo nelle orecchie.

   Ma è davvero questa la realtà? Da dove arrivano? Potremmo partire dal presupposto – magari azzardato – che i giovani non si autoriproducono in asfittiche cantine, ma che sono stati messi al mondo dagli adulti, solitamente un uomo e una donna, che a loro volta avevano subito un simile trattamento – figurarsi! – perché volevano crearsi una famiglia, stare sotto lo stesso tetto con i loro pargoli, permettere loro di trovarsi un`identità – e magari anche un lavoro, su – e rappresentare un nucleo all`interno di altri nuclei, e tutti quei nuclei insieme formare lo strato variegato della società.

   Solo che le cose non sono andate come si sperava, e i rapporti, con le loro gabbie d`età, vorrebbero mostrarci un Paese che procede a comparti stagni, mentre sarebbe più logico e meno colpevolizzante raccontare un intero sistema che sembra costruito per una società immutabile, e non solo quello di chi quel sistema se l`è ritrovato fatto e finito e timbrato sulla carta d`identità e dal quale spesso cerca di uscire.

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OLTRE IL RAPPORTO CENSIS…

POVERTÀ: IN ITALIA 8,3 MILIONI DI POVERI

17/10/2011 – da www.vita.it/news/view/114409

- Presentato il nuovo rapporto Caritas-Zancan: “Poveri di diritti” -

   Sono 8,3 milioni i cittadini che vivono in povertà, pari al 13,8% della popolazione: famiglie numerose, monogenitoriali e del Sud le più colpite.

   Secondo i dati raccolti dalla Caritas, il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni. In soli cinque anni, dal 2005 al 2010, il numero di giovani è aumentato del 59,6%. Tra questi il 76,1% non studia e non lavora, percentuale che nel 2005 era del 70%. Sono questi alcuni dati del Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia, presentato a Roma da Caritas Italiana e Fondazione Zancan, in occasione della Giornata mondiale contro la povertà (17 ottobre 2011).

   Dunque, secondo il Rapporto intitolato “Poveri di diritti, l’Italia è ben lontana dal trovare una soluzione efficace alla piaga della povertà” se nel 2009 erano 7,8 milioni i poveri (13,1%), nel 2010 hanno raggiunto quota 8,3 milioni (13,8%). In totale in Italia sono 2,73 milioni le famiglie povere.

   Eppure, secondo i due enti, le risorse per far fronte al fenomeno ci sarebbero, ma sono male investite.

   «Il Rapporto 2011 propone un’attenta analisi della spesa dei comuni per la povertà e il disagio economico, già avviata nelle due precedenti edizioni a cura della Fondazione Zancan – si legge nella sintesi del documento – in vista del nuovo assetto federalista, che prevede un riequilibrio delle risorse e il superamento delle divergenze territoriali, diventa fondamentale avere chiaro il quadro della situazione per capire dove intervenire».

   E ancora «secondo la rilevazione, negli ultimi due anni la spesa assistenziale dei comuni è aumentata del 4%, la spesa per la povertà dell’1,5% e quella per il disagio economico del 18%. Nel 2008, il 31% dei 111,35 euro pro capite di spesa sociale è stato destinato a dare risposte a persone povere o con disagio economico».

   «A fronte dell’aumento di risorse, non si è registrato il corrispettivo calo del numero di italiani poveri» conclude il documento. Che spiega: «La maggior spesa pro capite è riservata tutt’oggi ai contributi economici una tantum a integrazione del reddito familiare: nel 2008 per erogarli sono stati spesi 276 milioni di euro (il 4% in più rispetto al 2007), 4,62 euro per abitante. Questi contributi rappresentano circa il 13% della spesa per persone povere o con disagio economico. Un altro 12-13% è finalizzato a erogare contributi per l’alloggio (228-237 milioni di euro), mentre quelli per cure o prestazioni sanitarie rappresentano il 2%. Infine, i contributi per i servizi scolastici sono l’1% della spesa per povertà e disagio economico». (da www.vita.it )

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STRETTA DEGLI ITALIANI SUI CONSUMI

di Emanuele Scarci, da “IL SOLE 24 ORE” del 3/1272011

- LA SPESA DETTE FAMIGLIE. LE STIME DELL`OSSERVATORIO DI FINDOMESTIC PER IL 2012 –

   L`anno prossimo il 76% degli italiani taglierà (o lo ha già fatto) i consumi, mentre solo l`8% programma più acquisti: scenario grigio fumo quello dell`Osservatorio di Findomestic Banca presentato ieri a Milano.

   Negli ultimi 12 mesi i consumatori che hanno rinviato gli acquisti si sono concentrati soprattutto sulle auto, sugli elettrodomestici e sugli immobili: le famiglie sono colpite da sfiducia e incertezza, tanto da non riuscire a programmare nulla.

   «Il crollo ha investito in pieno l`auto – osserva Chiaffredo Salomone, ad di Findomestic Banca con un meno 10%; siamo tornati ai livelli d`immatricolazione di 20 anni fa. Ma ha coinvolto anche gli altri beni durevoli, come gli elettrodomestici, l`arredamento e l`informatica. L`erosione del reddito subita dalle famiglie e l`incertezza del posto di lavoro ha rimesso in discussione molte cose».

E il 2012? «E’ difficile fare previsioni – aggiunge il top manager – ma i sacrifici che il governo si accinge a comunicarci non promettono nulla di buono per le famiglie. Speriamo solo che i provvedimenti per la crescita comprendano anche incentivi per i beni durevoli. Comprese cose molto semplici: per esempio, oggi su una pratica di 500 euro si paga un bollo di 14 euro. Basterebbe spostarlo dai piccoli importi a quelli più elevati e sarebbe un primo segnale».

   Findomestic è la banca fiorentina del gruppo Bnp Paribas che opera nel credito al consumo in Italia. Alla fine del 2010 aveva crediti in essere per 10,4 miliardi, alle spalle di Agos Ducato con 18,8 miliardi e prima di UniCredit family financing bank con 9,3 miliardi.

   Tornando all`Osservatorio Findomestic Banca e Ipsos, il 53% degli italiani tra i 24 e i 59 anni è pessimista circa la situazione economica personale: il 31% prevede peggioramenti nei prossimi 3 anni e il 22% ha rilevato peggioramenti negli ultimi 12 mesi e si ritiene che la situazione non cambierà nel futuro prossimo.

   Solo il 37% degli intervistati tra i 24 e i 59 anni è riuscito a risparmiare parte del reddito negli ultimi 12 mesi; la situazione peggiora tra i 45-59enni, poiché in questa fascia di età solo il 27% ha risparmiato, a conferma del fatto che la situazione critica dei giovani si ripercuote sulle abitudini della generazione precedente.

   Quanto ai dati già consolidati, nei primi dieci mesi dell`anno, secondo Assofin, banche e finanziarie hanno infilato nelle tasche dei consumatori poco più di 43,6 miliardi (per 101 milioni di operazioni) sotto forma di prestiti per acquistare auto, elettrodomestici e vacanze, oppure per finanziare carte rateali e Cessione del quinto. Il dato generale è in calo deIl`1,4%, ma rispetto ai primi dieci mesi del 2008, prima della crisi della Lehman Brothers, l`erogato è crollato di oltre 6 miliardi.

  «La frana ha rallentato – osserva Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo di Assofin -. E comunque oggi stiamo molto meglio dei mutui che segnano un -25% tendenziale a settembre 2011» e molto probabilmente un -30% a ottobre.

   Secondo i dati Assofin, crescono solo i prestiti personali (+6,2%) mentre le famiglie amano sempre meno il prestito finalizzato (-9,2%), quello legato all`acquisto di un bene sul punto vendita, a favore del fido, incassato negli uffici delle finanziarie o agli sportelli bancari che non ha vincoli di destinazione. «Purtroppo – conclude Piano Mortari – la manovra del governo potrebbe pesare sul trend dei consumi se le misure saranno particolarmente gravose».

   E il credit crunch influisce sul credito al consumo? «Per ora no – risponde Salomone – anche se la nostra risulta un`attività ad alto assorbimento di capitale per i gruppi bancari, che devono allinearsi a Basilea 3. Né questo è il momento di pensare ad acquisizioni nel credito al consumo: oggi chi ha capitale e liquidità se li tiene».

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IL LIBRO – 1

FUTURO ARTIGIANO, di Stefano Micelli (ed. Marsilio) (Il manifesto di un nuovo immaginario per l’industria italiana: la virtuosa contaminazione tra lavoro artigiano ed economia globale) – Cosa unisce le principali griffe italiane all’industria delle macchine di precisione che esportiamo in tutto il mondo? Cosa lega la produzione di pezzi di design in serie limitata e la realizzazione di luna park e grattacieli su misura? Il filo rosso che attraversa il Made in Italy di successo è ancora oggi il lavoro artigiano, un tratto della nostra cultura cui spesso non diamo il giusto valore. Questo libro descrive le tante realtà del nostro paese in cui il saper fare continua a rappresentare un ingrediente essenziale di qualità e di innovazione. Racconta i molti modi in cui è possibile declinare al futuro un’eredità che merita di essere proposta a scala internazionale. Il libro è un viaggio in un’Italia forse poco nota, ma vitale e sorprendente. La riscoperta del lavoro artigiano, non solo in Italia, supera i confini dell’economia. Ci costringe a riflettere su cosa dobbiamo intendere oggi per creatività e meritocrazia e sulle opportunità di crescita che si offrono alle nuove generazioni del nostro paese. (Stefano Micelli è professore associato di Economia e Gestione delle Imprese presso la Facoltà di Economia, Università Ca’ Foscari di Venezia)

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SARA’ L’UOMO ARTIGIANO A SALVARE L’ECONOMIA RIDOTTA A GIOCO D’AZZARDO

di Alfonso Berardinelli, da “IL FOGLIO” del 1/9/2011

   Leggendo il libro di Stefano Micelli “Futuro Artigiano. L’innovazione nelle mani degli italiani” (Marsilio, pp. 221, euro 18) mi sono chiesto ripetutamente perché non mi dedico più spesso a libri come questo: un libro equilibrato, coraggioso e ben scritto, nel quale l’informazione economica e l’immaginazione sociale si alleano per darci un’idea del nostro presente non finalizzata da pregiudizi ideologici.

   La prima risposta che posso darmi è la seguente:  di libri con queste qualità non ce ne sono poi molti. La seconda risposta è che esiste e ci condiziona quelle ben nota “pigrizia professionale” che tende a rinchiuderci nel cerchio delle nostre competenze acquisite, spesso impedendoci di ragionare nel nostro settore usando idee che si formano in settori lontani o limitrofi.

   Un libro sull’artigianato in realtà interessa o dovrebbe interessare tutti: i tecnici e gli scienziati, gli insegnati e gli artisti, i manager e chiunque voglia inventarsi un lavoro. Devo dire che alla lettura di un libro sull’artigianato nel nostro futuro (o su un futuro che valorizzi gli artigiani) ero stato già sensibilizzato da quanto ha scritto Richard Sennett in “L’uomo artigiano”, uscito da Feltrinelli un paio di anni fa.

   Il lavoro di Sennett, che fu allievo di Hannah Arendt e col tempo è riuscito a muoverle qualche fondamentale obiezione, costruisce un discorso d’insieme che non trascura alcun aspetto storico, filosofico e morale in materia di “saperi artigiani”.

   Trovo confortante che Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese, si sia dedicato a studiare i problemi industriali italiani nell’ottica di Sennett. Ma noi italiani forse non avevamo neppure bisogno di Sennett per scoprire che l’artigianato ci riguarda, fa parte della nostra cultura produttiva e ha continuato a caratterizzarla anche nei più recenti periodi di espansione.

   Micelli rilancia il tema con argomenti e dati nuovi avvertendo che oggi è possibile portare sul mercato la competenza artigiana “a condizione di lasciar perdere quell’atteggiamento di condiscendenza che vede l’artigiano come parte di un mondo perduto”. Perciò, nessuna nostalgia folcloristica e neppure una vocazione “alternativa” che accetti passivamente il declino dell’industria italiana. Ogni economia nazionale e regionale ha la sua storia e questa storia incorpora una particolare cultura produttiva.

   Se non vogliamo che l’economia italiana continui a perdere terreno, è inutile credere che la via d’uscita sia “omologarla” a economie gigantesche; si tratta piuttosto di dare valore a ciò che ci caratterizza, ripensando il lavoro artigiano come un fattore della crescita e del rilancio industriale.

   Che cos’è il lavoro artigiano in senso lato? La sua specificità è difficile “da codificare nella forma della manualistica tradizionale”: contiene “una certa quota di indicibile” che non è facile catalogare nozionisticamente, perché si apprende lavorando, imitando un maestro, assorbendo individualmente esperienza. Si tratta di dominio del contesto, di dialogo con committenti e clienti e di conoscenza diretta della materia con cui si lavora.

   Perché i giovani italiani affollano le università, ne escono prima o poi dottori ma finiscono spesso disoccupati? I mestieri artigiani non li attirano. La colpa è di un pregiudizio culturale alimentato oggi da scarsa informazione, ma è anche responsabilità di una lacuna del nostro sistema formativo, che privilegia l’apprendimento astratto come “più flessibile” (il che significa però anche più intercambiabile e sostituibile).

   Mancano i panettieri, gli installatori di infissi, i marmisti, i pasticceri, i sarti, ecc., mentre abbiamo, per esempio, troppi artisti potenziali, spesso artigianalmente carenti…

   Il rilancio dell’uomo artigiano, infine, riguarda anche il buon funzionamento della democraziona, e negli Stati Uniti lo si è capito più che da noi. Il crack finanziario ha messo sotto accusa un ambiente di “analisti simbolici” e di ingegneri della matematica la cui etica e sensibilità umana si sono dimostrate sconnesse “dall’esperienza di vita comune” e da quella che definiamo società civile.

   Proprio lì dove le modernizzazioni sono più avanzate, si comincia a pensare che “l’uomo artigiano” potrà ricondurre alla responsabilità sociale un’economia ridotta a gioco d’azzardo. (Alfonso Berardinelli)

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IL LIBRO/2

Un libro su come uscire dalla crisi

ENZO RULLANI: “MODERNITÀ SOSTENIBILE”: COME USCIRE DALLA CRISI

dal sito http://www.123people.it/ , articolo del 26/2/2010

   In che modo usciremo dalla crisi? Diversi da prima, è ovvio, lo dicono tutti. Ma diversi come? C’è chi pensa che tutto possa continuare come prima, una volta passata “la nottata”. C’è chi pensa che l’Italia vada rivoltata come un calzino per porre termine al male oscuro che la divora (il declino).

   C’è una terza possibilità, a cui è dedicato il libro Modernità sostenibile: che si scopra l’importanza di un atteggiamento riflessivo, capace di rendere sostenibile lo sviluppo perché si preoccupa, passo per passo, di rigenerarne le premesse. Tutte le premesse: quelle ambientali, ma anche quelle motivazionali, infrastrutturali, culturali. Insomma tutto quello che è relativo alla galassia di ciò che gli economisti chiamano – con pudore – economie e diseconomie esterne.

   Alla Venice International University, da più di un anno, un gruppo di lavoro sta chiarendo i contorni di quelle che abbiamo chiamato “filiere della sostenibilità”: reti di produttori, consumatori, distributori, centri di ricerca che possono mettere le loro capacità insieme per presidiare e ricostituire le premesse dei processi da cui dipende il nostro sviluppo.

   E’ ormai chiaro che questo compito non può essere assolto dal libero mercato (a cui sfuggono appunto le economie e diseconomie esterne), né può essere demandato – in sostituzione – allo Stato regolatore, che dall’alto prescrive che cosa fare e non fare a milioni di persone disposte (forse) ad obbedire. Fa ormai parte del passato un’immagine del problema della sostenibilità che vedeva una cesura netta tra interessi economici (dissipativi) e tutela (regolazione) dell’ambiente, assegnata alla politica.

   Un ambiente difeso dalla pubblica amministrazione contro la vis dissipativa delle imprese convince sempre meno. Per due ragioni: presuppone una razionalità politica lungimirante e credibile, due cose lontane dal vero – almeno nell’Italia dei nostri giorni e immagina una soluzione regolatoria o redistributiva (del reddito) che non passa per l’innovazione.

   Come è stato detto al Convegno sulla globalizzazione che si è tenuto il 25 febbraio alla Viu, la ricerca della sostenibilità sta diventando un significato che i consumatori accettano sempre di più come distintivo di una buona qualità del lavorare e del vivere. Non solo accettano di pagarne il costo, sotto forma di un “premio” di prezzo a prodotti che hanno un rapporto garantito, riconoscibile, con metodi sostenibili o “biologici” (naturali) di produzione, ma costruiscono comunità in cui queste idee si propagano e diventano fattore competitivo per i produttori.

   In particolare – si dice nel libro – per i produttori del made in Italy. Che hanno un drammatico bisogno di riscoprire la qualità, in modo da difendersi dalla concorrenza di costo dei paesi emergenti. Ma che non possono farlo soltanto scalando la piramide dei consumo, verso l’ ”alto di gamma”. La qualità nel mondo di oggi, non è elitaria. O si lega al possesso di tecnologie originali, che forniscono un vantaggio competitivo non imitabile (ma questo vale solo per i paesi che hanno fatto un fortissimo investimento in ricerca, cosa che per adesso esclude l’Italia). Oppure – come accade in Italia – si lega ad una specializzazione nelle innovazioni d’uso, che applicano in modo innovativo tecnologie note a campi abituali della nostra vita di lavoro e di consumo.
Parte rilevante delle innovazioni d’uso avviene attraverso la costruzione e propagazione di significati, esperienze, identità, servizi forniti agli utilizzatori e da questi, attraverso la filiera, elaborati fino al consumo finale.

   Certo, bisogna essere in grado di “leggere” e di “assorbire” la tecnologia che si sviluppa ormai in tutto il mondo, ma bisogna ancora di più saper presidiare gli usi, ossia la domanda insoddisfatta che altri trascurano e i desideri latenti che nascono continuamente nel mondo.

   La sostenibilità è uno dei significati critici che la crisi ci ha insegnato a desiderare e amare. Essa significa apprezzamento per ciò che è condiviso, impegnativo e degno di cura, tanto da durare nel tempo entrando a far parte della nostra vita e della nostra rappresentazione di essa.

   Nel momento in cui la sostenibilità entra nel modello di business delle aziende, come fonte di valore capace di ripagare i costi e i rischi del suo sviluppo, possiamo dire che la modernità ha piantato i semi del suo ripensamento in senso riflessivo. All’inizio sarà coinvolta una minoranza di imprese, di lavoratori e di consumatori. Ma tutte le grandi innovazioni nascono per gradi: se riescono ad affermarsi e propagarsi possono poi divenire un’onda.

   Il made in Italy degli oggetti sta cambiando pelle, e comincia a diventare made in Italy dei significati. Tra questi, un posto importante occupa la sostenibilità. Come fonte di valore, non solo di costi; e soprattutto come fonte di legami con tutti coloro che vogliono, nel proprio mondo, una migliore qualità del vivere e del lavorare. (Enzo Rullani)

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IL TARLO DEL CEMENTO CHE DIVORA IL BELPAESE

di SALVATORE SETTIS, da “la Repubblica” del 13/8/2011

   Finalmente Monna Lisa arriva a Firenze. È questo, infatti, il nome dell’ enorme fresa d’acciaio che scaverà sotto la città per realizzare sei chilometri di passante Tav e una nuova stazione ferroviaria. Lo dice il sito di Coopsette, il raggruppamento di imprese che si è aggiudicato l’appalto.

   La “talpa” avanzerà di 15 metri al giorno alla profondità di 25 metri, insinuandosi tra l’altro sotto la Fortezza da Basso di Antonio da Sangallo. Arrivando invece del quadro di Leonardo vanamente reclamato da incauti assessori, questa Monna Lisa meno sorridente e più ingombrante farà egualmente felici Provincia, Comune e Regione, che il 3 agosto hanno firmato a Roma, con le Ferrovie e il ministro Matteoli, l’accordo per il via ai lavori.

   Il progetto della stazione è di Norman Foster, ma il suo prestigio non basta a garantire la bontà dell’operazione, visto che a lui si deve anche il progetto del quartiere di Santa Giulia a Milano, i cui cantieri sono stati sequestrati perché posti sopra un gigantesco deposito illegale di scorie cancerogene provenienti da stabilimenti dismessi (viene in mente l’amara riflessione di Giancarlo De Carlo sul «fenomeno della copertura professionale» di grandi architetti in occasione di operazioni speculative).

   A Coopsette si devono anche i lavori della stazione Tav di Roma-Tiburtina, che verrà inaugurata in ritardo dopo il devastante incendio di cantiere del 24 luglio. Fra le partecipate di Coopsette c’è Milano Logistica Spa, partecipata al 50% da Argo, società del gruppo Gavio, uno degli azionisti principali (con Ligresti e Benetton) di Impregilo. L’ad di Impregilo è stato appena assolto in appello dalle gravissime accuse di disastro ambientale sulla tratta Bologna-Firenze (dove l’impresa partecipava al 75%): nel 2009 il tribunale di Firenze lo condannò, con altri 26 imputati, per aver inquinato con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua e prosciugato 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi e 5 acquedotti.

   Anche sul tunnel di Firenze pesano gravi dubbi, come risulta da un esposto di Italia Nostra. Il Genio Civile di Firenze ha contestato il 19 luglio l’adeguatezza delle indagini sul rischio sismico, che «non sembrano possedere i requisiti richiesti dalle Nct 2008», cioè dalla normativa antisismica in vigore.

   Inoltre, prosegue Italia Nostra, i materiali risultanti dallo scavo (tre milioni di metri cubi) sono destinati alla miniera abbandonata di Santa Barbara in comune di Cavriglia (Arezzo), che però non è una discarica autorizzata. Per di più, i due terzi del materiale sono “rifiuti di perforazione”, classificati col codice Arpat 010599, che non esclude la presenza di sostanze inquinanti o tossiche, che metterebbero a rischio in particolare il lago di Castelnuovo, adiacente alla miniera di Cavriglia.

   Di rifiuti, Impregilo se ne intende. Oltre a cospicue opere pubbliche, fra cui il Ponte sullo Stretto, questa impresa ha infatti la concessione in toto della gestione dei rifiuti in Campania, coi metodi e i risultati a tutti noti e ben esposti nel libro Ecoballe (2008) di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli, e ora anche da Antonio Polichetti, nell’ ottimo Quo vadis, Italia? (La scuola di Pitagora, Napoli 2011); per non dire del “sistema Commissariato – Impregilo – Camorra” bollato da Adriano Sofri in questo giornale (28 giugno).

   Rischio sismico malcalcolato e dubbia gestione dei rifiuti dovrebbero essere ragioni sufficienti per qualche prudenza sul “passante fiorentino” e sulla stazione di Foster: ma questa non è la stagione della prudenza e delle attese. Al contrario, la tempesta dei mercati e le incapacità del governo concorrono a creare un’aria di crollo imminente che non solo mette fretta alle istituzioni, ma incrementa il peggior cinismo speculativo, e non solo in borsa ma nei territori.

   Qualche esempio, come in un bollettino di guerra che vede ogni giorno nuove devastazioni del paesaggio, nuovi crimini contro l’ambiente in nome del profitto d’impresa. Con un blitz estivo, la giunta leghista di Treviso ha raddoppiato il territorio agricolo cementificabile, portandolo a 338 mila metri quadrati: mossa irresponsabile in una città in cui il 40% del costruito negli ultimi anni risulta invenduto.

   A Milano continuano indisturbati gli scavi per un parcheggio sotto la basilica di Sant’ Ambrogio, dato che (pare) il Comune teme di dover pagare una qualche penale alle ditte interessate: ma oltre ai soldi, ci sono anche moralità, dignità, decenza. Più alto di qualsiasi penale (ammesso che una ve ne sia) è il prezzo che Milano pagherebbe danneggiando uno dei massimi santuari della cristianità e l’ immagine della città.

   Nel mirabile sito archeologico di Sepino in Molise si vuol collocare un vasto parco eolico calpestando il vincolo paesaggistico e il provvedimento cautelare del tribunale di Campobasso; singolarmente anzi, in presenza di un’azione penale, il Consiglio di Stato sembra voler dare una mano all’impresa contro la Soprintendenza. A Cecina in Toscana, su una costa già funestata da cementificazioni, si minaccia di cancellare dune e pinete per aggiungere un nuovo “porto turistico” a quelli che sorgono, semivuoti,a pochi chilometri di distanza.

   Dalle Alpi alla Sicilia, tutto è ridotto a terreno di caccia per i professionisti della razzia, mentre le pubbliche istituzioni che dovrebbero tutelare il bene comune e l’interesse della collettività somigliano sempre più spesso a comitati d’affari, intenti ad aggirare le leggi per favorire chi divora il paesaggio.

   In questa corsa al saccheggio, il confine fra le parti politiche si attenua talvolta fino a sparire. Il pessimo “piano casa” della regione Lazio, approvato in questi giorni con la complicità di frange di “sinistra”, è stato subito accusato dal ministro Galan di palese incostituzionalità (illecito condono edilizio, raddoppio della cubatura nelle aree vincolate, sgangherate deroghe alla pianificazione paesaggistica): possiamo sperare che dai Beni culturali arriveranno sanzioni altrettanto severe agli altri “piani casa” regionali, dal Veneto alla Sardegna?

   Sarebbe una degna risposta alla proposta di Confculture di chiudere il ministero, passando i Beni Culturali fra le competenze del ministero dello Sviluppo (V. Emiliani, L’ Unità, 11 luglio), cioè monetizzando patrimonio culturale e paesaggio in dispregio non solo di ogni competenza specifica, ma della Costituzione.

   L’assalto alla diligenza a cui stiamo assistendo è senza precedenti, anche se insiste nell’abusata retorica degli ultimi trent’anni: i “giacimenti culturali”, l’espansione edilizia senza regole e senza fine come cura della crisi.

   Eppure dovremmo esserci accorti che perseguire (a destra come a “sinistra”) questo modello ha contribuito a portarci nel vicolo cieco in cui siamo. Secondo la Cnn (5 agosto) «l’ economia italiana cresce dello 0,3% annuo, e così sarà nei prossimi anni: un tasso fra i più bassi al mondo, che si unisce all’ enorme debito pubblico, fra i più alti al mondo. Perciò l’ economia italiana non è in grado di generare risorse sufficienti a ripianare il debito».

   A questo siamo giunti inseguendo l’idea perdente dell’edilizia come motore primario dell’ economia, incoraggiandola con un’ondata di piani casa, col “silenzio-assenso”, con condoni e sanatorie in materia urbanistica, paesaggistica e ambientale. Sarebbe tempo di capire che ogni degno progetto per l’Italia dovrà far perno sul rigoroso rispetto della nostra massima risorsa, patrimonio e paesaggio, per investire sul futuro anziché cannibalizzare il presente. - SALVATORE SETTIS

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IL TAGLIO DEI COSTI DELLA POLITICA

IL BUON ESEMPIO È NECESSARIO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2011

   Niente scherzi. Dopo avere già assistito in questi anni all’incenerimento di «375 mila leggi inutili», all’«abolizione di tutte le Province», a «tagli epocali ai costi della politica », alla «più spettacolare riduzione delle tasse di tutti i tempi», al «taglio di 50 mila poltrone», al «raddoppio del contributo di solidarietà» sulle buste paga dei parlamentari e via tambureggiando in una serie di annunci trionfali evaporati nel nulla, i cittadini non potrebbero perdonare un altro zuccherino propagandistico.

   Gli italiani lo sanno: rotto l’incantesimo del «siamo messi meglio degli altri », la situazione è pesante. Sanno che, per il bene dei figli e dei nipoti, saranno toccate le pensioni. Che, per sottrarre i Comuni con l’acqua alla gola al ricatto di cedere in cambio degli oneri di urbanizzazione su varianti urbanistiche che devastano il paesaggio, sarà reintrodotta (si spera con una equa gradualità) una tassa sulla prima casa.

   Sanno che c’è il rischio di un aumento delle aliquote fiscali per i redditi più alti. Ma guai se, chiamati a fare sacrifici dopo aver già visto nell’ultimo decennio il Pil pro capite calare del 5%, si accorgessero di essere presi in giro. A partire dall’unica vera svolta annunciata: la riforma dei vitalizi.

   Le fibrillazioni di tanti parlamentari davanti all’ipotesi che, con quasi 17 anni di ritardo rispetto alla riforma Dini, passi infine anche per loro dal prossimo 1 gennaio il sistema contributivo, non promettono niente di buono. Tanto più che quelli con meno di 55 anni che vedono di colpo il loro vitalizio alleggerirsi e allontanarsi di anni sono addirittura 238. Quanti bastano, se vogliono, per terremotare il cammino della manovra.

   Certo, resta nei confronti degli altri italiani un privilegio non secondario. Se anche passasse così com’è il progetto di riforma, il parlamentare in aspettativa dal suo lavoro si ritroverebbe, lui solo, con due contributi figurativi che, versati uno dal datore di lavoro e l’altro dal Parlamento, gli garantiranno comunque due assegni pensionistici.

   E meglio sarebbe se la riforma fosse fatta fino in fondo: chi fa il parlamentare fa il parlamentare. Punto. Come in America e in altri Paesi. Con tutte le conseguenze, anche contributive, del caso. Ma, si dice, piuttosto che niente meglio piuttosto. Purché la svolta non venga svuotata da misteriosi codicilli infilati dalle solite misteriose manine. E purché sia chiaro che non si tratta di una regalia nei confronti «del chiasso qualunquista antipolitico » ma di un atto di giustizia.

   «Se si toccano i diritti acquisiti bisognerebbe dare indietro i soldi a quelli che hanno pagato per acquisirli. Sennò è come se li avessero truffati», ha detto con l’aria del condannato al patibolo il deputato «responsabile» Maurizio Grassano.

   Prendetelo in parola: ridategli i soldi e ciao. Perché la truffa è far credere che il vitalizio restituisca al parlamentare solo quanto ha versato. Falso: per ogni euro di contributi che ricevono, le «casse» di Montecitorio e di Palazzo Madama ne sborsano in vitalizi 11.

   Con il sistema attuale, dice uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, un parlamentare di 45 anni con una sola legislatura riceverà in media il 533% di quello che ha versato. Qualunque altra mutua, con i conti così, sarebbe chiusa coi lucchetti.

   Ma se mettere ordine in questo caso spetta al Parlamento (e alle Regioni, troppo spesso tentate dal rinvio nella speranza di non toccare niente) anche il governo deve fare la sua parte. Certe anomalie, certe nomine di ministri e sottosegretari, certi potenziali conflitti d’interesse rischiano di minare una fiducia oggi indispensabile. Mario Monti ha garantito «la massima trasparenza». Prima lo dimostra, meglio è. (Gian Antonio Stella)

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RETROSPETTIVA…

MICHEL FOUCAULT (scritto nel 1977)

VIAGGIO NELL’ ITALIA ANNI ’60 (PASOLINI, I GIOVANI, L’ AMORE, IL SESSO)

di MICHEL FOUCAULT, da “la Repubblica” del 27/4/2010

- La recensione di Michel Foucault (1977) sul docu-film “Comizi d’Amore” di Pier Paolo Pasolini (1963) -

   Come nascono i bambini? Li porta la cicogna, da un fiore, li manda il buon dio, o arrivano con lo zio calabrese. Guardate il volto di questi ragazzini, invece: non danno affatto l’impressione di credere a ciò che dicono. Con sorrisi, silenzi, un tono lontano, sguardi che fuggono a destra e sinistra, le risposte a tali domande da adulti possiedono una perfida docilità; affermano il diritto di tenere per se ciò che si preferisce sussurrare.

   Dire “la cicogna” è un modo per prendersi gioco dei grandi, per rendergli la loro stessa moneta falsa; è il segno ironico e impaziente del fatto che il problema non avanzerà di un solo passo, che gli adulti sono indiscreti, che non entreranno a far parte del cerchio, e che il bambino continuerà a raccontarsi da solo il “resto”.

   Così comincia il film di Pasolini. Enquête sur la sexualité (Inchiesta sulla sessualità) è una traduzione assai strana per Comizi d’amore: comizi, riunioni o forse dibattiti d’amore. È il gioco millenario del “banchetto”, ma a cielo aperto sulle spiagge e sui ponti, all’angolo delle strade, con bambini che giocano a palla, con ragazzi che gironzolano, con donne che si annoiano al mare, con prostitute che attendono il cliente su un viale, o con operai che escono dalla fabbrica.

   Molto distanti dal confessionale, molto distanti anche da quelle inchieste in cui, con la garanzia della discrezione, si indagano i segreti più intimi, queste sono delle Interviste di strada sull’amore. Dopo tutto, la strada è la forma più spontanea di convivialità mediterranea. Al gruppo che passeggia o prende il sole, Pasolini tende il suo microfono come di sfuggita: all’ improvviso fa una domanda sull’ “amore”, su quel terreno incerto in cui si incrociano il sesso, la coppia, il piacere, la famiglia, il fidanzamento con i suoi costumi, la prostituzione con le sue tariffe.

   Qualcuno si decide, risponde esitando un poco, prende coraggio, parla per gli altri; si avvicinano, approvano o borbottano, le braccia sulle spalle, volto contro volto: le risa, la tenerezza, un po’ di febbre circolano rapidamente tra quei corpi che si ammassano o si sfiorano. Corpi che parlano di loro stessi con tanto maggior ritegno e distanza quanto più vivo e caldo è il contatto: gli adulti parlano sovrapponendosi e discorrono, i giovani parlano rapidamente e si intrecciano.

   Pasolini l’intervistatore sfuma: Pasolini il regista guarda con le orecchie spalancate. Non si può apprezzare il documento se ci si interessa di più a ciò che viene detto rispetto al mistero che non viene pronunciato. Dopo il regno così lungo di quella che viene chiamata (troppo rapidamente) morale cristiana, ci si poteva aspettare che nell’ Italia di quei primi anni sessanta ci fosse un certo qual ribollimento sessuale. Niente affatto.

   Ostinatamente, le risposte sono date in termini giuridici: pro o contro il divorzio, pro o contro il ruolo preminente del marito, pro o contro l’obbligo per le ragazze a conservare la verginità, pro o contro la condanna degli omosessuali. Come se la società italiana dell’ epoca, tra i segreti della penitenza e le prescrizioni della legge, non avesse ancora trovato voce per raccontare pubblicamente il sesso, come fanno oggi diffusamente i nostri media.

   «Non parlano? Hanno paura di farlo», spiega banalmente lo psicanalista Musatti, interrogato ogni tanto da Pasolini, così come Moravia, durante la registrazione dell’inchiesta. Ma è chiaro che Pasolini non ci crede affatto. Credo che ciò che attraversi il film non è l’ossessione per il sesso, ma una specie di timore storico, un’esitazione premonitrice e confusa di fronte a un regime che allora stava nascendo in Italia: quello della tolleranza.

   È qui che si evidenziano le scissioni, in quella folla che tuttavia si trova d’accordo a parlare del diritto, quando viene interrogata sull’amore. Scissioni tra uomini e donne, contadini e cittadini, ricchi e poveri? Sì, certo, ma soprattutto quelle tra i giovani e gli altri.

   Questi ultimi temono un regime che rovescerà tutti gli adattamenti, dolorosi e sottili, che avevano assicurato l’ecosistema del sesso (con il divieto del divorzio che considera in modo diseguale l’uomo e la donna, con la casa chiusa che serve da figura complementare alla famiglia, con il prezzo della verginità e il costo del matrimonio).

   I giovani affrontano questo cambiamento in modo molto diverso: non con grida di gioia, ma con una mescolanza di gravità e di diffidenza perché sanno che esso è legato a trasformazioni economiche che rischiano assai di rinnovare le diseguaglianze dell’età, della fortuna e dello status. In fondo, i mattini grigi della tolleranza non incantano nessuno, e nessuno vede in essi la festa del sesso.

   Con rassegnazione o furore, i vecchi si preoccupano: che fine farà il diritto? E i “giovani”, con ostinazione, rispondono: che fine faranno i diritti, i nostri diritti?

   Il film, girato quindici anni fa, può servire da punto di riferimento. Un anno dopo Mamma Roma, Pasolini continua su ciò che diventerà, nei suoi film, la grande saga dei giovani. Di quei giovani nei quali non vedeva affatto degli adolescenti da consegnare a psicologi, ma la forma attuale di quella “gioventù” che le nostre società, dopo il Medioevo, dopo Roma e la Grecia, non hanno mai saputo integrare, che hanno sempre avuto in sospetto o hanno rifiutato, che non sono mai riuscite a sottomettere, se non facendola morire in guerra di tanto in tanto.

   E poi il 1963 era il momento in cui l’Italia era entrata da poco e rumorosamente in quel processo di “espansione – consumo – tolleranza” di cui Pasolini doveva redigere il bilancio, dieci anni dopo, nei suoi Scritti corsari. La violenza del libro dà una risposta all’ inquietudine del film.

   Il 1963 era anche il momento in cui aveva inizio un po’ ovunque in Europa e negli Stati Uniti quella messa in questione delle forme molteplici del potere, che le persone sagge ci dicono essere “alla moda”. E sia pure! Quella “moda” rischia di rimanere in voga ancora per un po’ di tempo, come accade in questi giorni a Bologna. – MICHEL FOUCAULT (scritto nel 1977)(Traduzione dal francese di Raoul Kirchmayr)


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LA CONFERENZA SUL CLIMA DI DURBAN (Sudafrica), occasione storica per i GOVERNI, il MONDO ECONOMICO (ora in crisi), il VOLONTARIATO AMBIENTALISTA (che sta riprendendo la sua vitalità), di DAR VITA A UN NUOVO CORSO della storia planetaria basato su uno SVIL

Geograficamente - Mer, 30/11/2011 - 20:54

tavolo sull'Oceano Indiano. La protesta dell'associazione OXFAM alla Conferenza di Durban. Oxfam chiede ai governi riuniti a Durban di centrare tre obiettivi fondamentali: la sopravvivenza del protocollo di Kyoto e l'impegno a concludere al più presto un nuovo accordo esaustivo e legalmente vincolante; incrementare i tagli alle emissioni di CO2 prima del 2020 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi; assicurare i fondi a lungo termine per aiutare i più poveri ad affrontare i cambiamenti climatici

   La resistenza suicida (anziché il venir meno) del potere centralistico degli stati nazionali (come in Europa sta accadendo), e dall’altra le nuove grandi potenze finora assai poco attente ai problemi ambientali (Cina, India, Russia, Brasile…) farebbe pensare che poche speranze sono da porre nel raggiungimento di risultati positivi per la riduzione di gas inquinanti che sono la causa dell’effetto serra del pianeta e dell’aumento delle temperature (con così il crescere della desertificazione e delle “anomalie” ambientali; con eventi climatici estremi che mettono a rischio la sicurezza alimentare in molti Paesi del mondo, riducendo milioni di persone in condizioni di fame e povertà).

   Pertanto la diciassettesima conferenza annuale dell’Onu sul clima, che si tiene a Durban in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre (dopo quella dell’anno scorso a Cancun, in Messico, e nel 2009 c’era stata la conferenza di Copenaghen) non fa pensare a niente di buono in quanto a misure nuove, virtuose, in merito alla riduzione dei “gas serra” nel nostro pianeta. Questa ulteriore “occasione” per porre dei limiti all’inquinamento globale, a quel disequilibrio climatico che “fa male a tutti” (sopratutto ai paesi poveri dell’Africa, e a tutti quei popoli che vivono in condizioni marginali, a rischio di tragici cambiamenti climatici che portano a fame e siccità – o all’opposto inondazioni catastrofiche -), ebbene questa conferenza mondiale sembra avere poche chance di dare risultati positivi.

   La crisi economica mondiale, che interessa in primis i paesi di più antica ricchezza (Europa e Usa) con un welfare che ha portato a un debito pubblico assai elevato, e con contemporaneamente un’impossibilità di aumentare la ricchezza e il lavoro; una crisi che si ripercuote anche sui paesi emergenti che risentono delle difficoltà dello sviluppo economico, tutto questo è probabi le che porterà a una ulteriore disattenzione verso i temi ambientali.

Durban, città portuale sudafricana di più di 3 milioni di abitanti, affacciata sull’Oceano Indiano

Atteggiamento irresponsabile e nella direzione contraria allo stesso interesse a una ripresa dell’economia, della ricchezza diffusa. Se temi come la messa in discussione del “prodotto interno lordo” (PIL) come parametro per misurare il benessere e la felicità di persone e popoli, portano a individuare nuovi parametri (una decrescita ragionata e responsabile, nuovi modelli meno dispendiosi di vita, la rinuncia a forme di competizione troppo esasperata…), ebbene un parametro fondamentale per poter sperare in un villaggio globale fatto di popoli che non si fanno la guerra, che ricercano il benessere diffuso, è dato dalla risoluzione degli inquinamenti ambientali che interessano il pianeta.

   Per questo, nel pieno della crisi mondiale dell’economia (che molti dicono che non è che all’inizio…), la conferenza sul clima che si tiene a Durban potrebbe essere l’occasione per dar vita a una spinta propulsiva verso un nuovo modello di sviluppo che faccia dei temi ambientali e della risoluzione dei cosiddetti “eventi climatici estremi” (che sempre più stanno diventando “normali”) una questione prioritaria nelle intenzioni politiche dei governi del mondo. Per questo i prossimi giorni potrebbero diventare importanti per superare quel contesto di declino che pare essere il tema storico dominante del momento. Ogni pressione dei singoli e delle forze politiche non dovrebbe essere trascurata, sui governi, su chi decide.

Foto del primo giorno della Conferenza sul Clima di Durban (28 novembre, si concluderà il 9 dicembre). Vi prendono parte 200 Paesi rappresentati da oltre 3000 delegati

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CLIMA DIFFICILE A DURBAN

di Pierluigi Natalia, da L’OSSERVATORE ROMANO del 29/11/2011
La Conferenza sul clima a Durban, in Sud Africa, che si è aperta lunedì 28 novembre per concludersi il 9 dicembre, è probabilmente l’ultima occasione utile per un vero accordo internazionale per la riduzione delle emissioni di gas nocivi responsabili del cosiddetto effetto serra.

   Nel 2012 termina il periodo degli impegni del Protocollo di Kyoto, al quale sono rimasti sostanzialmente estranei i Paesi principali responsabili delle emissioni, a partire da Stati Uniti, Russia e Cina, e ancora si aspetta un segnale chiaro circa le azioni che i Governi intendono intraprendere per sottrarre il pianeta a un degrado che già minaccia di diventare irreversibile.

   Questa XVII conferenza annuale (Cop17) dei Paesi firmatari della convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), pone un bivio al quale non si danno alternative: o si rafforzano gli scarsi progressi compiuti alla Cop16 dell’anno scorso a Cancún, in Messico, oppure si lascia campo libero agli interessi nazionali a breve termine, con la prospettiva di arrivare a un riscaldamento del pianeta insostenibile.

   La speranza è che questa volta prevalga la determinazione politica e sociale sugli interessi della finanza, quegli stessi che hanno provocato l’attuale crisi economica globale. I precedenti immediati, appunto la Cop16 di Cancún e la Cop 15 del 2009 a Copenaghen, sono però poco incoraggianti.

   Finora si è assistito a trattative finanziarie, più che a scelte politiche strategiche per invertire la tendenza sui modelli di sviluppo responsabili del riscaldamento globale. Ci sono stati passaggi di denaro e di tecnologie tra nord e sud del mondo, ma non accordi giuridicamente vincolanti da far subentrare al Protocollo di Kyoto.

   Se la conferenza di Durban riuscirà a ricondurre alla realtà, a scoraggiare il ricorso a scappatoie, sarà anche un’importante opportunità per rilanciare l’economia verso un futuro più sostenibile, equo e sicuro.

   Per conseguire tale risultato, a Durban si dovrebbero sottoscrivere regole rigide sui tagli delle emissioni, stabilire fonti innovative di finanziamento, almeno prolungare il Protocollo di Kyoto e aprire la strada a un accordo globale legalmente vincolante sulle indicazioni dell’Unfccc.

   La svolta potrebbe venire dalla Cina, che finora ha rifiutato di fissare per tutti i Paesi l’obiettivo minimo di emissioni globali. Diverse fonti sostengono infatti che il prossimo piano industriale cinese possa puntare decisamente sull’economia verde.

   Certezze in merito, comunque, non ce ne sono, così come sembra improbabile che gli attuali rapporti di forza interni possano consentire al presidente statunitense Barack Obama quei risultati che non conseguì a Copenaghen, quando era fresco vincitore del premio Nobel per la Pace. Finora, però, Obama ha potuto offrire più denaro per i Paesi poveri, ma non più impegno sulla riduzione delle emissioni.

   Di fatto, saranno soprattutto Stati Uniti e Cina a decidere su una questione vitale per l’intero pianeta e soprattutto per i Paesi in via di sviluppo. Tutti gli studi internazionali confermano che l’Africa, le isole del Pacifico e l’Asia meridionale sono le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze, almeno nel breve periodo di uno o due decenni.

   Nel sud del mondo i cambiamenti climatici già ora significano fame, distruzioni, epidemie provocate da malattie legate all’acqua inquinata. Studi concordi — basati su parametri differenti quali economia, istituzioni e gestione, sviluppo umano e salute, ecosistemi (gestione delle foreste, impatto umano sull’erosione del suolo), sicurezza dell’approvvigionamento delle risorse (acqua, prodotti alimentari, energia) e infine ripartizione della popolazione e infrastrutture — pongono ben 22 Paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo. Con la desertificazione e la siccità si stanno riducendo biodiversità e risorse di materie prime.

   Quella sul clima per l’Africa è dunque una sfida enorme, una questione di sopravvivenza per milioni di persone. Contenere gli effetti dei cambiamenti climatici è un obiettivo vitale. Ed è soprattutto un obiettivo politico per il cui conseguimento occorre moltiplicare gli sforzi e superare le divisioni che penalizzano i popoli del continente. Per questo, è importante la decisione presa dall’Unione africana di parlare con una sola voce a Durban, dove a rappresentare le istanze del continente sarà il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso. (Pierluigi Natalia)

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schede 

COSA STA ALLA BASE DELLE CONFERENZE ONU SUL CLIMA (KYOTO, COPENAGHEN, CANCUN… E ORA DURBAN)

Il Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992

TUTTO E’ INIZIATO DALLA CONVENZIONE QUADRO DELLE NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI (UNFCCC)

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC o FCCC) è un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell’ipotesi di riscaldamento globale.

   Il trattato, come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante. Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati “protocolli”) che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di questi è il protocollo di Kyōto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC.

   Il FCCC fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Il suo obiettivo dichiarato è “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”. (da Wikipedia)

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(da http://www.ecoage.it/ )

LA STORIA DEL PROTOCOLLO DI KYOTO.

   Con il Protocollo di Kyoto i paesi industrializzati si impegnarono a ridurre entro il 2012 le emissioni di gas serra del 5,2% rispetto al 1990. Il negoziato venne stipulato a Kyoto, in Giappone, nel dicembre 1997 durante la Conferenza COP3 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc).

   La sottoscrizione iniziale dei paesi era un atto puramente formale. Soltanto la successiva ratifica dell’accordo da parte dei parlamenti nazionali formalizzava l’impegno del paese a ridurre le emissioni.

   Dal protocollo di Kyoto erano esclusi i paesi in via di sviluppo per evitare di frapporre ulteriori barriere alla loro crescita economica. Un punto molto dibattuto e che trova ancora oggi il disaccordo degli Stati Uniti soprattutto per l’esclusione dagli impegni dei grandi paesi emergenti dell’Asia, India e Cina.

   Sulla base degli accordi del 1997 il Protocollo entra in vigore il 90° giorno dopo la ratifica del 55° paese tra i 194 sottoscrittori originari purché questi, complessivamente, coprano almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra.

   L’assenza degli Usa e della Russia hanno penalizzato per molti anni il lancio operativo dell’accordo, rimasto a lungo tempo “sospeso”. Nel 2002 avevano ratificato l’atto già 55 paesi senza però coprire il 55% della produzione globale di emissioni di gas serra. Solo dopo la ratifica della Russia nel settembre 2004 si è superato finalmente il limite minimo previsto del 55% e data operatività al Protocollo.

   Restano, in ogni caso, ancora fuori paesi come Australia e Stati Uniti, rei di non aver ratificato l’accordo per paura di danneggiare il proprio sistema industriale.

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Durban

CLIMA. OXFAM CHIEDE LA SOPRAVVIVENZA DEL PROTOCOLLO DI KYOTO

Urgenti misure rapide ed efficaci a conferenza Onu Durban

28/11/2011 (TMNews, da LA STAMPA.IT) – Oxfam chiede ai governi riuniti a Durban di centrare tre obiettivi fondamentali: la sopravvivenza del protocollo di Kyoto e l’impegno a concludere al più presto un nuovo accordo esaustivo e legalmente vincolante; incrementare i tagli alle emissioni di CO2 prima del 2020 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi; assicurare i fondi a lungo termine per aiutare i più poveri ad affrontare i cambiamenti climatici.

   In particolare, il Fondo verde per il clima non può restare un contenitore vuoto, ma deve essere dotato delle risorse necessarie per entrare in funzione. Gli eventi climatici estremi mettono a rischio la sicurezza alimentare in molti Paesi del mondo, riducendo milioni di persone in condizioni di fame e povertà.

   L’impatto dei cambiamenti climatici nel biennio 2010-2011 è illustrato nello studio Eventi climatici estremi: una minaccia per la sicurezza alimentare, diffuso oggi da Oxfam in occasione dell’apertura della conferenza Onu sul clima di Durban.

   Secondo la ricerca, gli eventi climatici estremi sempre più frequenti avranno un pericoloso impatto sui raccolti e sui prezzi alimentari, riducendo le scorte, destabilizzando i mercati e provocando improvvise impennate dei prezzi.

   “Dal Corno d’Africa al Sudest asiatico, dalla Russia all’Afghanistan, un anno di inondazioni, siccità e caldo estremo ha contribuito a diffondere fame e povertà”, dichiara Kelly Dent, portavoce di Oxfam. “Lo scenario può soltanto peggiorare perché i cambiamenti climatici si intensificano e gli agricoltori devono fare i conti con le alte temperature. I governi riuniti a Durban devono agire ora per salvaguardare le scorte di cibo ed evitare che milioni di persone finiscano per soffrire fame e povertà”.

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PROTOCOLLO DI KYOTO AL CAPOLINEA. IL BUSINESS (FORSE) SALVERÀ L’AMBIENTE

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2011

La Cina rifiuta di sottoscrivere accordi vincolanti per il contenimento delle sue emissioni di gas serra e per il passaggio dai combustibili fossili allo sviluppo delle energie alternative. Ma, intanto, investe quasi 250 miliardi di dollari nell’energia solare e in quella eolica: sette dei dieci maggiori produttori mondiali di pannelli fotovoltaici e due dei tre leader nel campo delle turbine eoliche sono, ormai, aziende cinesi.

Più che ai negoziati iniziati l’altro ieri alla conferenza di Durban sull’ambiente, chi spera in un futuro più sostenibile per quanto riguarda inquinamento e riscaldamento dell’atmosfera, d’ora in poi farà bene ad analizzare le convenienze economiche, più che la volontà politica dei principali attori delle varie conferenze sul clima.

L’era della buona volontà, degli impegni responsabili, dell’Occidente ricco che si assume le maggiori responsabilità per il disinquinamento, è tramontata: demolita da una crisi economica che ha trasformato le democrazie «affluenti» in Paesi impoveriti, indebitati e assediati dalle nuove potenze emergenti. Governi quasi ovunque indeboliti si preoccupano inevitabilmente più della loro sopravvivenza di breve periodo che di strategie, come quelle ambientali, che pagano solo nel lunghissimo termine.

Negli Stati Uniti la parabola di Barack Obama è, da questo punto di vista, illuminante. Il presidente, che, pure, nel 2008 condusse una campagna elettorale da leader impegnato a contrastare i cambiamenti climatici, prima ha archiviato meccanismi come il cap and trade (la compravendita di diritti a emettere anidride carbonica) per le emissioni di gas serra prendendo atto dei loro costi eccessivi per le imprese e dell’opposizione che montava, oltre che tra i repubblicani, nelle file del suo stesso partito. Successivamente il presidente ha dovuto accantonare (almeno fino alle elezioni del novembre 2012) anche ogni ipotesi di carbon tax, vista l’allergia dell’elettorato americano alla parola «tassa», comunque declinata.

Il tramonto dell’impegno politico dei governi ha il suo profilo concreto nell’esaurimento del Protocollo di Kyoto. L’unico accordo vincolante sottoscritto dalla comunità internazionale (ma non dagli Usa) dopo 7 anni di tortuosissime trattative, è ormai prossimo al capolinea.

E il bilancio non è esaltante: dal Canada al Giappone, molti dei Paesi che avevano accettato i vincoli del trattato assoggettandosi alla disciplina del cosiddetto cap and trade, sono lontani dal raggiungere gli obiettivi fissati quasi dieci anni fa. Nel frattempo, poi, la rapidissima crescita di nuove potenze come Cina e India (divenute rispettivamente il primo e il quarto produttore mondiale di gas serra) ha reso non più riproponibile l’esenzione di questi Paesi – che continuano a considerarsi «in via di sviluppo» – dal rispetto dei vincoli comuni.

Così stando le cose quando, a fine 2012, il Protocollo arriverà alla sua scadenza decennale, quasi certamente non verrà rinnovato. Perfino l’Europa, unico vero pilastro di Kyoto, pur ribadendo la sua fedeltà alla logica del Protocollo, ha già detto che non si vincolerà ad altri accordi, se gli altri grandi attori mondiali non faranno altrettanto. E col governo sudafricano, organizzatore della conferenza, che tratta quasi da sabotatori tutti coloro che propongono la sottoscrizione di nuovi trattati, il summit di Durban si trasforma in una sorta di super convegno sulle rive dell’oceano. Del resto, dopo il fallimento della conferenza di Copenhagen del 2009, già il vertice di Cancun dell’anno scorso fu un foro di approfondimenti e ripresa del dialogo, con pochi progressi e il rinvio di tutti i problemi cruciali.

In attesa di individuare meccanismi capaci di coagulare volontà politiche comuni dei principali attori mondiali, non resta che sperare nell’innovazione tecnologica e nella capacità delle industrie di trasformare le energie rinnovabili in un formidabile business. È la strada scelta dalla Cina – che però ora comincia a scontare anche qui l’effetto di un certo surriscaldamento finanziario – e anche quella che aveva imboccato lo stesso Obama quando, investendo nella rete elettrica e fornendo incentivi per le energie alternative, aveva cercato simultaneamente di aiutare l’ambiente e di creare nuovi posti di lavoro.

Una politica che aveva alimentato speranze cresciute negli anni scorsi man mano che la Silicon Valley delle tecnologie digitali cercava di trasformarsi anche nella green valley dell’eolico, del sole delle nuove batterie. Ma, dal flop dei biocarburanti allo scandalo Solyndra (il crac di un gigante dei pannelli solari fortemente spinto e sussidiato dalla Casa Bianca), gli incidenti di percorso di questa politica si sono moltiplicati. Intanto tecnologie come quelle per il recupero dello shale gas – lo sfruttamento di giacimenti profondi con nuove tecniche di estrazione – hanno spinto pragmaticamente Obama a spostare l’attenzione dell’America dalla battaglia contro il CO2 alla conquista dell’indipendenza energetica. Da conseguire, ancora una volta, grazie ai vecchi combustibili fossili, vitali per gli Usa e, in particolare, per l’economia di molti Stati a maggioranza democratica, decisivi per la rielezione del presidente.

Il leader democratico non ama l’industria petrolifera, ma non può ignorare che negli ultimi anni questo è stato uno dei pochi settori industriali in espansione: quello che ha contribuito per un quinto alla crescita dei posti di lavoro del settore privato negli anni della sua presidenza. (Massimo Gaggi)

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CHIACCHERE CHE INQUINANO

di Alessandro Farruggia,

da il “GIORNO/RESTO/NAZIONE” del 28/11/2011

   Tira una brutta aria a Durban, in Sudafrica, dove si è aperta la diciassettesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico.

   E per capire il perché, basta un solo dato. Nonostante 17 anni di negoziati mondiali le emissioni globali di CO2 sono cresciute – dal 1990 al 2010 del 45%. Come dire che i negoziati hanno prodotto promesse e alate chiacchiere, ma pochi impegni. E hanno centrato solo l`obiettivo (modesto) di un taglio delle emissioni tra i paesi sviluppati che hanno aderito e ratificato il protocollo di Kyoto (tutti Usa esclusi) ma fallendo quello di frenare l`aumento globale dei gas serra, che è il solo traguardo che climaticamente conta.

   La colpa è in primis della crescita delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, che grazie a Cina (che ha raddoppiato le sue emissioni dal 2003 a oggi) e India (+60% dal 2003) pesavano per il 29% delle emissioni nel 1990 e oggi arrivano al 54%. Ogni accordo che non comprenda Cina, India e Stati Uniti è quindi un puro esercizio di stile. Ma nulla lascia credere che lo si raggiungerà a breve.

   Dopo il fallimento della conferenza di Copenaghen del dicembre 2009, e i progressi di facciata di quella di Cancun del 2010, continua a restare irrisolto il problema su quale trattato sostituirà il protocollo di Kyoto: se riguarderà tutti i grandi emettitori, su che impegni sarà costituito e se conterrà obblighi legalmente vincolati. Manca cioè la sostanza.

   Il protocollo di Kyoto scade nel dicembre 2012, e questo significa che non c`è più tempo per sperare in una proroga dei suoi impegni in un secondo periodo. «Potremmo aderirvi – ha detto ieri il capo negoziatore europeo Artur Runge Metzger – ma solo se ci fosse almeno una road map che dica quando gli altri grandi paesi assumeranno degli obblighi». La posizione dell`Europa (che gli impegni li ha mantenuti, riducendo del 7% le emissioni di CO2 dal 1990 al 2010) è sacrosanta.

   Per il ministro dell`Ambiente Clini e i suoi colleghi che parteciperanno alla fase decisiva dei negoziati che termineranno il 9 dicembre è questa la sfida: strappare almeno una road map che porti a un nuovo accordo entro il 2015, operativo dal 2020.

   Le probabilità che si centri questo obiettivo sono minime, anche se non pari a zero, ma una cosa deve essere chiara: un accordo del genere non garantirebbe un calo drastico delle emissioni entro il 2015, presupposto per evitare un riscaldamento sotto i 2 gradi. Anche con un (improbabile) successo negoziale, si sarebbe quindi lontani milioni di tonnellate di CO2 da quello che servirebbe per incidere sul cambiamento climatico. Chiacchiere a parte. (Alessandro Farruggia)

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CLIMA: A DURBAN L’EUROPA CORRE DA SOLA. DIFFICILE UNA PROROGA DEL PROTOCOLLO DI KYOTO

di Anna Tita Gallo, da http://www.greenbiz.it/ del 29/11/2011

   Due settimane. E’ il tempo a disposizione dei leader mondiali riuniti a Durban per decidere delle sorti del Protocollo di Kyoto. Ma iniziano i primi screzi e l’idea europea di prorogare il Protocollo di Kyoto si scontra contro il blocco Usa-Cina, che non l’hanno mai sottoscritto. Sarà l’ennesimo buco nell’acqua?

   La conferenza di Durban (Sudafrica) è iniziata ed emerge con chiarezza il primo risultato: occorre molto denaro per risollevare le sorti del Pianeta. E, in tempo di crisi, questo è un ostacolo ancora più insormontabile. Insomma, la 17esima conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico è iniziata con il piede sbagliato, ma si spera che l’esito finale sia migliore della partenza.

   Altro dato certo è quello relativo al limite di surriscaldamento accettabile: se l’aumento della temperatura supererà la soglia dei 2 gradi centigradi, le generazioni del futuro si ritroveranno alle prese con problemi seri.

   Lo sanno anche Usa, Giappone, Cina, Canada e Russia, che sono coese in un blocco unico come alla conferenza di Copenaghen e a quella di Cancun (rispettivamente, del 2009 e 2010), quando si arrivò ad un clamoroso nulla di fatto, sebbene la Cina produca da sola emissioni di gas serra – considerando il periodo tra 2010 e 2035 – pari a quelle di Usa, Giappone ed Europa, che comunque non vantano comportamenti virtuosi.

   E, per chi l’avesse dimenticato, Usa e Cina non hanno mai firmato il Protocollo di Kyoto, oggetto della conferenza in corso, che scadrà il 1° gennaio 2013 senza che, al momento, ci sia una valida alternativa per obbligare ogni Paese a limitare appunto le emissioni nocive prodotte.

   Il futuro non si prospetta radioso, anzi. Proprio per questo, le delegazioni dei 194 Paesi convocati a Durban dovranno discutere di varie questioni. Tra le più importanti, la crescita di Paesi come l’India, i cosiddetti “emergenti”, che a breve contribuiranno in maniera cospicua all’aumento della presenza di gas serra e all’aggravarsi del problema del surriscaldamento globale.

   Basti pensare che dal 1990 ad oggi l’anidride carbonica legata alle comuni attività dell’uomo è cresciuta del 36%. Ad essa si aggiungono altri gas nocivi e l’aumento della popolazione mondiale, che crea naturalmente attività nuove, le quali, a loro volta, generano altre emissioni nocive.

   Così, mentre l’Europa rimane da sola a tentare di salvare il Protocollo di Kyoto (appoggiata dall’Australia, dove è stata varata una carbon tax particolarmente rigida), è accorsa a Durban una folla di star e di ambientalisti, che tenta come al solito di sensibilizzare chi ha in mano le sorti della Terra. Sono arrivati anche Al Gore, Leonardo di Caprio e Alberto di Monaco.

   “Quel che ci interessa è il clima”, aveva affermato la commissaria europea Connie Hedegaard, ma mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei due gradi centigradi sarà complicato se non si trovano soluzioni drastiche. Considerando che i meccanismi dell’Onu prevedono che si decida all’unanimità, la situazione è alquanto scomoda.

   L’obiettivo è, dunque, un altro, almeno per l’Europa: ottenere una road map che conduca al 2015, mentre verranno ridefiniti gli schemi di classificazione tra i “vecchi” Nord e Sud del mondo, tra chi traina e chi segue, tra chi produce più emissioni e chi ancora deve conoscere il vero sviluppo.

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ANALISI – da “la Stampa” del 28/11/2011

“SPEGNERE” IL SURRISCALDAMENTO PER SCONFIGGERE FAME E POVERTÀ

- Entro il 2050 l’effetto dei mutamenti climatici causerà il 20% in più di denutriti -

di Sheila SISULU e Carlo SCARAMELLA*

   Quasi un miliardo di persone soffre la fame vivendo ai margini del sistema alimentare globale. Per intenderci, si tratta di un numero di persone superiore alla somma delle popolazioni di Unione Europea, Usa, Canada, Giappone e Australia messe insieme.

   Inoltre, globalmente oltre due miliardi di persone soffrono di fame nascosta, cioè il non avere accesso alla necessaria quantità di vitamine e minerali per potersi sviluppare e condurre una vita sana.
Da alcuni anni si è evidenziato autorevolmente che riscaldamento del pianeta e cambio climatico incideranno negativamente su produzione alimentare e condizioni di vita di centinaia di milioni di poveri.  Entro il 2050 la popolazione mondiale avrà probabilmente raggiunto la soglia dei 9 miliardi di persone, e ciò richiederà aumenti nella produzione alimentare nell’ordine del 60 e il 70 per cento.

   Ma per il 2050 i soli effetti del cambio climatico sull’agricoltura potrebbero aumentare del 20% il numero di coloro che soffrono la fame. Queste proiezioni poi non considerano una serie ulteriore di fattori che incideranno sulla questione alimentare a livello globale.

   Primo, la crescita dei disastri naturali associata al cambio climatico. Nel 2010, tali disastri hanno colpito circa 300 milioni di persone secondo un trend crescente che riflette la maggiore frequenza, irregolarità e imprevedibilità dei fenomeni climatici, generando un circolo vizioso di povertà, fame e vulnerabilità.

   Secondo, degrado ambientale, crisi degli ecosistemi e crescente scarsità di risorse strategiche, inclusa l’acqua, giocheranno un ruolo cruciale negli equilibri futuri in larga parte del pianeta. Già oggi 650 milioni di persone in Africa vivono in territori soggetti a erosione e degrado eco-ambientale, ma entro il 2025, questi processi potranno interessare i due terzi del totale delle terre agricole del continente.
Terzo, la crescita dei prezzi e la volatilità dei beni alimentari sui mercati globali. I poveri usano sino al 70% delle proprie risorse per l’acquisto di alimenti essenziali, e per loro la linea di demarcazione che separa la sussistenza dalla fame è sottilissima, come mostrato dalla recente crisi dei prezzi mondiali dei cereali. Scatenata da vari fattori concomitanti, la repentina ascesa dei prezzi nel 2008 ha spinto quasi cento milioni di poveri in una situazione di fame.

   Le previsioni per il futuro indicano che entro il 2030 i prezzi delle derrate alimentari potrebbero aumentare tra il 70 e il 180 per cento, anche a causa dei cambiamenti climatici. Come far fronte a queste sfide gigantesche, globali e «sistemiche»?

   Porre sotto controllo il livello delle emissioni per ridurre l’impatto dell’attività umana sul clima è un prerequisito urgente e non più procrastinabile. Ma in parallelo è necessario che aumentino produzione e disponibilità di cibo nutriente a livello globale e locale (ma in modo socialmente inclusivo e ambientalmente sostenibile); è necessario sviluppare politiche di lotta alla povertà rurale che appoggino i piccoli produttori e le loro famiglie attraverso modelli efficienti, ma anche inclusivi e solidali, perché la semplice disponibilità di cibo sui mercati non è sufficiente a garantire la sicurezza alimentare di popolazioni povere.

   La crescente imprevedibilità e complessità dei fattori di rischio impone lo sviluppo di sistemi avanzati di gestione dei rischi e protezione sociale soprattutto in appoggio alle comunità povere. In questo quadro rafforzare la resistenza e flessibilità dei sistemi alimentari e la capacità di adattamento delle comunità ai mutamenti climatici sono obiettivi essenziali e strettamente connessi.

   Infine, intervenire sulle differenze di genere, investendo sulla massiccia presenza e sul ruolo delle donne nell’agricoltura e nella sicurezza alimentare all’interno della famiglia. Occorre uno sforzo globale e concertato per affermare una visione dello sviluppo che integri in maniera coerente aspetti sociali, economici e ambientali in una fase storica di condizioni climatiche radicalmente mutate.
* Sheila Sisulu è vicedirettrice esecutiva del World Food Program (Wfp)
* Carlo Scaramella è il responsabile Wfp per i cambiamenti climatici, ambiente, e gestione dei rischi

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LA SORPRESA VERDE PUO’ ARRIVARE DALLA CINA

di Roberto Giovannini, da “LA STAMPA” del 28/11/2011

DURBAN – Copenhagen, nel 2009, è stata la grande speranza fallita. Cancun, nel 2010, la precaria ripresa del negoziato. A Durban nel Sudafrica, comincia la Cop 17, la conferenza organizzata dall`Onu sul cambiamento climatico.

   Parteciperanno delegazioni di tutti il mondo, e certamente ascolteremo ispirate parole sulla necessità di arrestare il processo di riscaldamento globale del nostro pianeta, fenomeno che ormai la scienza (escluse minuscole frange negazioniste) considera reale e pericoloso.

   Eppure, sarà molto difficile, forse impossibile far sì che dal negoziato possa scaturire un accordo serio ed efficace in grado di fronteggiare il «climate change». Troppi i veti incrociati tra le potenze vecchie ed emergenti; troppi gli interessi in gioco; troppo indeboliti dalla crisi economica e finanziaria internazionale i leader politici.

   I termini scientifici della questione non sono in discussione. Già oggi la temperatura globale è aumentata di 0,8 gradi centigradi rispetto all`era preindustriale; andare oltre i 2 gradi può provocare conseguenze disastrose, anche se i modelli matematici di previsione non concordano sulla loro entità.

   Già oggi la concentrazione di CO2 nell`atmosfera tocca le 390 parti per milione; dovremmo fermarci a 350 per limitare l`aumento al di sotto dei 2 gradi. Molti Paesi industrializzati stanno adottando misure per limitare le emissioni dei gas serra, ma Paesi come la Cina, l`India e il Brasile continuano a segnare incrementi notevoli.

   Di questo passo raggiungeremo la soglia di 450 parti per milione di CO2 prima del 2020. A meno che la diffusione dell`economia e della tecnologia «verde» (che pure è in atto), veda una fortissima (quanto auspicabile) accelerazione.

   È un fatto anche che il riscaldamento globale stia già oggi producendo conseguenze pericolose, sotto forma di maggiore «disastrosità» degli eventi meteo estremi. Ne parlano ormai apertamente gli esperti che hanno esaminato le recenti alluvioni in Liguria, Toscana e Sicilia, con volumi di precipitazioni mai registrati nel passato.

   Come mostra il recente rapporto sugli «eventi estremi» dell`Ipcc (gli esperti Onu che studiano il cambiamento climatico) se non agiamo ci aspetta un futuro in cui la frequenza di giorni caldi sarà fino a 10 volte superiore, con precipitazioni intense e venti più veloci. Cambiamenti che mettono a repentaglio le popolazioni più povere, e che modificano anche le geografie delle produzioni di alimenti, con più inondazioni e più siccità.

   Sono quattro i temi principali su cui discuteranno i delegati a Durban. Il primo è il futuro del Protocollo di Kyoto, che è l`unico trattato vincolante per la riduzione dei gas serra in vigore, e riguarda i paesi industrializzati ma non gli Usa. È destinato a scadere nel 2012, andrebbe prolungato; ma il Giappone, l`Australia, il Canada e forse anche l`Europa non vogliono farsi carico di sacrifici se gli Stati Uniti e i paesi emergenti non prenderanno impegni analoghi.

   Il secondo è un accordo globale che in qualche modo stabilisca impegni vincolanti per tutti i paesi; obiettivo difficile, visto che i paesi in via di sviluppo chiedono il riconoscimento della «responsabilità storica» dei paesi industrializzati. Gli «sherpa» ipotizzano che se ne possa parlare solo dal 2016.

   Il terzo tema – su cui invece si spera in risultati positivi – è quello della «finanza verde». A Copenhagen prima e poi a Cancun si decise di varare un «Fondo Verde» di 100 miliardi di dollari per finanziare l`adattamento al cambiamento climatico e i trasferimenti di tecnologie «verdi». Qui bisognerà decidere come gestirlo e soprattutto come alimentarlo: ad esempio, con tasse sui trasporti aerei o marittimi, sui comparti economici più generatori di gas serra, o sulle transazioni finanziarie.

   Infine, punto quattro, si cercheranno progressi sulle misure di adattamento e sulla difesa delle foreste, grandi e preziosi polmoni del pianeta.

   E se l`Europa e gli Stati Uniti sono alle prese con difficoltà economiche e carenza di risorse, tutti gli occhi sono puntati sulla Cina, ormai il primo paese del mondo per volume di emissioni. Pechino rifiuta di prendere impegni precisi per la riduzione delle emissioni, ma sembra intenzionata ad annunciare unilateralmente un megapiano per tagliarle in modo drastico e massiccio. Potrebbe essere un esempio per tutti. (Roberto Giovannini)

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UN DECENNIO RECORD: IL PIU’ CALDO DAL 1850

di Raffaello Masci, da “la Stampa” del 30/11/2011

- Rapporto dell`Onu: 300 mila morti in 10 anni per eventi atmosferici –

   Moriremo di caldo: l`acqua scarseggerà, il cibo sarà sempre più caro e inaccessibile ai poveri, a lunghi periodi siccitosi fino a soglie estreme di sopportazione, si alterneranno piogge calamitose e violente.

   Questo accadrà, perché questo sta già accadendo e questo è anche accaduto nell`ultimo decennio.

   Nel momento in cui a Durban si tiene la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, è l`Organizzazione meteorologica mondiale dell`Onu a diffondere una diagnosi allarmante della situazione.

   L`ultimo decennio, dice l`Omm, è stato il più caldo dal 1850, con un picco massimo rilevato tra il maggio del 2010 e quello del 2011, e questo nonostante il passaggio della «Nina» (l`uragano ciclico che si abbatte sulle zone tropicali del pianeta ogni 3-7 anni) che avrebbe dovuto raffreddare l`atmosfera.

   Invece nulla: non è bastato. La temperatura media dell`aria alla superficie per il periodo gennaio-ottobre del 2011 è stata di 0,41 gradi superiore rispetto alla media annuale di 14 gradi per il periodo 1961-1990, collocando il 2011 al decimo posto tra gli anni più caldi da un secolo e mezzo in qua.

   «E’ nostro compito diffondere le conoscenze scientifiche che guidano l`azione di chi decide. La nostra scienza – ha affermato il segretario generale dell`Omm Michel Jarraud – è solida e dimostra in modo inequivocabile che il clima mondiale si sta riscaldando e che questo riscaldamento è dovuto alle attività umane».

   Jarraud ha detto una cosa che tutti già sanno, ma che gli Stati non hanno alcuna voglia di sentire, perché un intervento sul clima significherebbe un intervento sulle emissioni di CO2 e quindi un ripensamento del modello di sviluppo economico. C`è la crisi, c`è la disoccupazione, c`è la recessione: chi ha così tanto coraggio politico di presentarsi di fronte all`opinione pubblica imponendo una taglio drastico dei consumi energetici?

   Bettina Menne, responsabile del programma sul cambiamento climatico dell`Organizzazione mondiale della sanità, ha rilevato che nel decennio incriminato 300 mila persone nel mondo sono morte per eventi strettamente connessi con i cambiamenti climatici: dalla siccità agli uragani. Una quantità doppia rispetto al decennio precedente.

   Ma l`organizzazione non governativa tedesca Germanwatch è stata ancora più analitica nel suo conteggio, e ha osservato come – sempre nel decennio – i disastri climatici che hanno tormentato il Pianeta siano stati 14 mila, e abbiano prodotto 710 mila vittime.

   Il Rapporto di Germanwatch presenta anche un Indice Globale di Rischio Climatico che vede Pakistan, Guatemala e Colombia, come i Paesi più colpiti dalle devastazioni climatiche nel 2010, mentre il maggior numero di morti in conseguenza di disastri ambientali c`è stato in Bangladesh, Birmania e Honduras.

   Ad «alto rischio» ci sarebbero, poi, Russia, Honduras e Oman. La Russia, nella fattispecie, quarto Paese della lista, ha subito un`ondata di caldo nel 2010 che ha ucciso 55 mila persone, senza considerare che il caldo torrido di quell`estate ha devastato il raccolto cerealicolo generando una impennata repentina dei generi alimentari.

   Tragedia, calamità, fame, sete, distruzione, scomparsa di popoli. Tutto questo deve valutare la conferenza di Durban, ma la crescita economica e lo sviluppo secondo un modello capitalistico sono imperativi a cui nessuno sembra volersi sottrarre.

   E così sarà tanto se si riuscirà ad aggiornare il Protocollo di Kyoto, l`unico trattato internazionale vincolante per ridurre le emissioni inquinanti, la cui prima fase si concluderà alla fine del 2012. Al più si può sperare nella costituzione entro il 2020 di un fondo per il clima da 100 miliardi di dollari l`anno per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni di gas serra. Di più, francamente, non sembra possibile. (Raffaello Masci)

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Durban

«KYOTO 2 NON BASTA, SERVE UN ACCORDO CON USA E CINA»

da “IL MANIFESTO” del 29/11/2011, di Eleonora Martini

INTERVISTA al nuovo ministro dell’Ambiente

- Il tetto alle emissioni di gas serra, la lotta alla deforestazione, le tecnologie per investimenti «green» nei paesi in via di sviluppo. Si discuterà di questo a Durban. Il neo ministro Corrado Clini: «Ma l’Italia non si discosterà dalle posizione Ue» -

   «Non sono contrario a un “Kyoto 2″ ma se rimane una bandiera dell’Unione europea che serve solo a tenere alto l’obiettivo della riduzione dei gas serra e non diventa invece uno strumento capace di costruire un accordo globale e vincolante, soprattutto con gli Usa e i Paesi emergenti, allora è un esercizio poco utile». Il neo ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo dice chiaramente: «A Durban non mi discosterò dalla posizione dell’Unione ma ormai tra i Paesi dell’eurozona c’è una consapevolezza diffusa e condivisa che l’Europa da sola non può farcela».
Parla «da tecnico», oggi, Clini, ma non si può dire che anche lui non sia stato un sognatore. Nel suo studio da direttore generale del dicastero, di via Cristoforo Colombo, dove ha lavorato per dieci anni prima della nomina e poi a ministro, campeggia – tra disegni e manifesti contro l’amianto a Porto Marghera – una bella pagina dell’Espresso del 1969 sulla protesta degli studenti di medicina (nella foto compare egli stesso) contro i «manicomi classisti». E, senza grandi contraddizioni, in perfetto vecchio stile ecologista nordeuropeo, Clini collezionava anche locandine pro-nuke.
Ministro, quando andrà a Durban, dunque, sosterrà la necessità di un partenariato globale che superi Kyoto?
Faccio un ragionamento tecnico: il protocollo (che fissava obiettivi entro il 2012, ndr) riguarda solo l’Europa, il Canada il Giappone e la Russia: complessivamente meno del 20% di emissioni globali di Co2. Oggi, a crederci, è rimasta solo l’Europa. Quasi il 60% dei gas serra invece sono emessi da Usa e Cina. Sono loro, insieme a Paesi come India e Brasile, che dobbiamo portare ad un accordo. Il tema a Durban, dove sarò dal 6 dicembre, è proprio questo: è inutile fare una divisione tra buoni e cattivi anche perché mentre noi negoziamo il cambiamento climatico procede con conseguenze devastanti per il pianeta. Bisogna fare presto, ed evitare fallimenti come a Copenaghen. Vanno aperti negoziati bilaterali, soprattutto con la Cina. E va cambiato il sistema energetico mondiale riducendo quell’85% di domanda soddisfatta con fonti fossili. Bisogna invece coprire almeno il 30-35% della domanda con fonti rinnovabili e biocarburanti. E il resto va soddisfatto massimizzando l’efficienza energetica e con l’uso delle alte tecnologie già disponibili ma bloccate dalla mancanza di regole internazionali. D’altra parte, in Europa stiamo già puntando su efficienza e rinnovo tecnologico.
Cina, India e Stati uniti, però, vedono come alternativa al carbone soprattutto il nucleare, cui lei non è contrario, vero?
Il nucleare non è più considerato così tanto un’alternativa, nemmeno da Cina e India che più degli Usa continuano a lavorarci. La Cina, per esempio, ha investito oltre 50 miliardi di dollari sulle tecnologie alternative. Dopo Fukushima, poi, si riduce ulteriormente quella percentuale di domanda energetica globale che può essere coperta da fonti atomiche e che secondo le previsioni più ottimiste si aggira oggi sul 10%. Per quanto mi riguarda, fermo restando il risultato del referendum, dico che l’Italia non deve rimanere fuori dalla ricerca sulle tecnologie nucleari.
Qual è il suo bilancio della politica italiana sul primo quinquennio di Kyoto?
L’Italia era partita da una buona posizione: avevamo le migliori performance su efficienza energetica, e il rapporto tra Pil ed emissioni era tra i più bassi al mondo. Ci sono almeno due cose che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto: cambiare il nostro sistema di trasporti, che è un disastro, e valorizzare il patrimonio forestale. Le direttive Cipe del 2002 prevedevano di spostare almeno il 40% di trasporto merci su ferro: oggi da noi l’80% delle merci e il 75% dei passeggeri viaggiano su gomma, ed è molto grave dal punto di vista ambientale ma anche economico. Gestire il patrimonio forestale, invece, significa aumentare l’assorbimento di Co2, prevenire il dissesto idrogeologico e creare una grande fonte di reddito. Presto, rimanderà al Cipe un nuovo programma per la riduzione di gas serra puntando su trasporto, gestione forestale e efficienza energetica.
Parla di prevenzione e sicurezza ambientale, ma dove troverà i fondi necessari?
Il risanamento del territorio non è una misura difensiva ma di sviluppo. Salvaguardare una delle poche risorse che abbiamo, il territorio, significa rendere fruibili aree che oggi sono a rischio e attivare lavoro perché si tratta di realizzare opere che non sono di cemento ma di gestione. Va prima di tutto riadeguata la legge urbanistica che è datata con regole che cancellino la pratica dei condoni edilizi che ha massacrato il territorio e legittimato insediamenti abitativi a rischio. Per mettere in sicurezza occorrono circa 41 miliardi ma negli ultimi venti anni ne abbiamo spesi venti solo per i danni diretti post-calamità, oltre a quelli indiretti. Una barca di soldi, mentre se avessimo investito in prevenzione solo un quarto oggi non piangeremmo molte vittime. Il piano di investimenti può prevedere la partecipazione anche di privati, ma il problema non è tanto trovare soldi ma fare riuscire a spenderli nel modo giusto. Esiste già un fondo per la protezione civile alimentato da una parte delle accise sui carburanti. Nel prossimo Cdm presenterò un provvedimento perché si possa usare per la prevenzione.
Lei ha chiesto che il fondo per la prevenzione stia fuori dal patto di stabilità. È riuscito a convincere il resto del governo?
Solo alcuni sono d’accordo ma dovremo continuare a discutere. A Messina, per esempio, sono già stati allocati 162 milioni di euro ma non si riescono a spendere a causa del patto di stabilità. Lo stesso Monti si è detto disponibile a scongelare quello stanziamento. Ma è una soluzione che va posta in ambito europeo.
Passerebbe la gestione del Dipartimento di Protezione civile al Viminale?
Non so rispondere perché non conosco bene la questione. Credo però che la struttura debba rimanere autonoma.
Nell’ultimo Cdm lei ha chiesto di rivedere le regole introdotte da Tremonti per limitare la libertà di finanziamento degli interventi emergenziali post-calamità. La sua è una posizione condivisa anche dagli operatori e dai volontari, ma il problema si risolverebbe abolendo la legge del 2001 che affida la gestione delle Grandi opere al Dipartimento. Cosa pensa, andrebbe abolita?
Sì, non l’ho ancora chiesto ma potrebbe essere un’idea. Sono contrario a tutte le procedure emergenziali. Credo che vadano abolite in tempi brevi, a cominciare dalla logica dei commissari e sottocommissari che rappresentano un ente parallelo perfino al ministero. Dobbiamo estirpare la radice della cultura dell’emergenza che deresponsabilizza e crea nuova emergenza. A Napoli c’è un commissario ai rifiuti da 14 anni e i risultati non mi sembrano brillanti.
Quali soluzioni per la questione rifiuti?
Credo sia mio compito, da ministro tecnico, proporre diverse opzioni tecnologiche e organizzative che sono utilizzate con successo in altri Paesi europei e anche in molte regioni italiane. Non voglio però assecondare un rito a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, quello cioè che a ogni opzione certificata dal punto di vista scientifico e tecnologico si apra una stravagante discussione sui possibili rischi connessi. Ci sono dispositivi che possono essere messi in discussione dal punto di vista politico, ma non tecnologico. A volte invece si strumentalizzano le legittime preoccupazioni delle popolazione per evitare di affrontare il nodo della scelta. Però, mentre si osteggiano certe opzioni tecnologiche, vi si ricorre poi se sono localizzate fuori dall’Italia.
A cosa si riferisce: discariche, inceneritori?
Le discariche compromettono l’ambiente molto di più di quanto facciano certi impianti tecnologici di teleriscaldamento, come vediamo in tutto il nord Europa o in città modello come Copenaghen. Insomma, vorrei favorire una discussione di merito e non ideologica.
Chi sarà il sottosegretario all’Ambiente?
Tullio Fanelli, che è stato dirigente dell’Enea e componente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Persona competente, che viene da un’area abituata a rispettare l’autonomia intellettuale, e credo anche con una buona esperienza di rapporti col Parlamento, esigenza per noi vitale.


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Geo-scintille da Stati Generali dell’Innovazione

TANTO - Lun, 28/11/2011 - 17:25

Leggo nel comunicato (in draft) degli Stati Generali dell’Innovazione:”Una strategia coerente di open data deve garantire: l’uso pubblico dei database di interesse nazionale con una particolare attenzione ai dati territoriali;”.

 

Gli Stati Generali dell’Innovazione si sono appena conclusi. Ho partecipato; là ho incontrato Renzo Carlucci, direttore di GEOMEDIA. Ci siamo tenuti compagnia, abbiamo seguito i vari interventi. Ogni tanto leggevo i suoi “cinguettii” sul grande schermo, alle spalle dei relatori. Entrambi leggevamo i contributi di chi interagiva in rete (per esempio, questo). Insieme abbiamo preso parte all’open talk sull’Open Government: per circa due ore, oltre 30 persone hanno ragionato, prima su una mappa mentale dell’Open Gov, quindi cercando di raccogliere proposte, come contributo per una road map di SGI.

A proposito di proposte, ho portato con me agli SGI alcune slide, preparate con la “redazione” di TANTO e con alcuni colleghi del Consiglio Scientifico di ASITA. Le abbiamo “confezionate” prendendo spunto da due delle tre proposte che avevamo inoltrato per Agenda Digitale (TANTO ne ha dato conto qui). Le ho presentate e commentate durante l’open talk.

Presentazione per SGI a Roma

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E’ quasi ovvio –per una road map dell’innovazione digitale- suggerire l’inserimento di un richiamo agli organismi nazionali deputati in materia di DB territoriali e di attuazione della direttiva INSPIRE.

Parlare invece di Infrastrutture di Dati Territoriali (IDT) fuori dall’ambiente geomatico onestamente è meno banale, sebbene agli interlocutori presenti agli SGI l’importanza assunta dai geo-dati per le politiche di sviluppo e innovazione, sia assolutamente chiara ed evidente. Ecco perché la presentazione si sofferma sulle IDT. Ai lettori di TANTO potrà essere già familiare l’analogia del ciclo dell’acqua: il ciclo sostenibile dell’IG è possibile se esiste una fonte energetica che alimenta e sostiene questo processo, proprio come il sole fornisce l’energia per l’acqua del mare. A proposito di sostenibilità, la presenza di Carlo Mochi, mi ha ricordato un suo editoriale del settembre 2006. Il titolo è “Verso una PA sostenibile”. Ho approfittato della possibilità di avere “a tiro” l’autore per chiedergli se, a suo avviso, quanto aveva scritto allora (il paradigma dell’Open Government non era diffuso) sia ancora attuale. Decisa e perentoria la risposta: “ASSOLUTAMENTE!”. V’invito quindi, prima di continuare questa lettura, a seguire le riflessioni contenute in quello scritto. Io l’ho riletto rientrato alla base, prima di stilare questi commenti: è stato come un flashback. Alle IDT può essere applicato il concetto di

produttività della PA, ossia di rapporto tra risorse impiegate e valore restituito ai cittadini”.

Alcune slide sono ripetitive e non mi pare che necessitino di commenti: la creazione delle IDT consente di ridurre il disordine (quindi gli sprechi) e, nel contempo, favoriscono la comunicazione tra produttori e utilizzatori di dati geospaziali. Vorrei solo aggiungere che ragionare in termini di Value Chain potrebbe essere utile, ad esempio per razionalizzare gli sforzi all’interno della PA, migliorando la distribuzione di competenze e ruoli, anche in un’ottica di partenariato tra pubblico e privato.

Ma una “geo” proposta per una road map dell’innovazione digitale che consideri soltanto suggerimenti come quelli definiti per Agenda Digitale (slide 13 e 14), rischiano di risultare mere dichiarazioni d’intenti, condizioni soltanto necessarie per includere l’Informazione Geografica come componente per l’incremento di innovazione nel nostro Paese.

Attraverso un po’ di botte e risposte via mail è venuta a galla un’ulteriore proposta, quella descritta con le ultime slide. E’ giusto un esempio di azione più concreta, legata alla “vita” delle organizzazioni pubbliche. E’ articolata in tre passi:

-      raccolta di buone pratiche (esistono, esistono ;-) ! )

-      loro diffusione, accompagnata con iniziative di sensibilizzazione dei potenziali stakeholder e affiancamento delle organizzazioni interessate, per favorirne la corretta implementazione

e, soprattutto, terzo passo, recepimento delle azioni pianificate per creare:

  • cicli di dati geografici “sostenibili”,
  • reti sistemiche tra i portatori d’interesse delle IDT e
  • “sistemi di misurazione del livello di prestazione orientati al miglioramento continuo, alla valutazione degli impatti delle azioni pianificate e al confronto, in un’ottica di trasparenza, tra i servizi erogati dai diversi enti”

nei Piani Esecutivi di Gestione (P.E.G.).

Probabilmente, si potrà immaginare veramente avviato il cambiamento verso l’uso pubblico dei database territoriali… No –scusate- di tutti i database di interesse nazionale, soltanto quando leggeremo obiettivi di P.E.G. riferibili a queste tematiche, distribuiti verticalmente –dal vertice agli esecutori- e orizzontalmente –questi processi non sono prerogativa solo dei dipartimenti IT-  nonché report del “Controllo di Gestione” che contemplino tali argomenti.

Così come l’incontro degli SGI ha il valore di “prima tappa” di un percorso che si svilupperà nei prossimi mesi, come risulta dalle conclusioni riportate nel comunicato finale di questa “due-giorni”, anche il contributo che abbiamo provato a portare come settore IG può crescere e articolarsi. Repetita iuvant:

’Mi tornano alle orecchie le frasi conclusive pronunciate dagli esperti di Geospatial Revolution Project: “Stiamo facendo questo insieme …”.’

L'articolo Geo-scintille da Stati Generali dell’Innovazione è apparso originariamente su TANTO. Rispettane le condizioni di licenza.


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