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La caduta vertiginosa del sistema agricolo – Il segnale della RIVOLTA DEI PASTORI SARDI – Un patto per un’agricoltura sana e di qualità (con consumatori disposti a pagare di più i prodotti alimentari?)

Geograficamente - Mer, 01/09/2010 - 17:11

PASTORI PER L’AMBIENTE - La pratica agropastorale e gli allevamenti a cielo aperto secondo la Fao possono mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Le aree di pascolo trattengono il 30% del carbonio del pianeta. Se la pastorizia è praticata in modo sostenibile il suolo rimane più fertile –- Secondo una relazione pubblicata dalla FAO, il settore agropastorale e l'allevamento giocano un ruolo di particolare importanza nella mitigazione dei cambiamenti climatici e nel sostenere l'adattamento e la riduzione della vulnerabilità (da http://www.aamterranuova.it/ )

   La grave crisi della pastorizia (sarda, ma non solo) con il latte, i formaggi, la carne sottopagati a livelli insostenibili per gli allevatori, rischia di far scomparire i 70 mila allevamenti italiani, con quasi sette milioni di pecore. E’ il segnale più evidente, in questo momento, di una crisi generale di un sistema agricolo, nelle varie regioni d’Italia, sul punto di cadere irreversibilmente: basta che gli effetti dei prezzi e del commercio mondiale subiscano un ulteriore probabile tracollo (per dire, ora si stanno importando pomodori dalla Cina…) e “tutto sarà perduto” (importeremo prodotti agroalimentari da chiisà dove).

   E’ un po’ colpa di tutti: della situazione del nuovo mercato globale, della politica poco attenta al settore economico primario (cioè l’agricoltura), degli stessi agricoltori e allevatori che per anni hanno forse più guardato ai contributi della Comunità europea, al profitto immediato… magari trascurando la qualità, il benessere della propria terra (ora sempre più inquinata e sterile), e trascurando pure una propria formazione professionale che allarghi le competenze e le possibilità dell’agricoltore e dell’allevatore, magari riuscendo meglio a gestire la filiera del prodotto agroalimentare (fin sulla tavola del consumatore) e degli altri prodotti che l’agricoltura e l’allevamento può dare (pensiamo ad esempio al grande mercato, finora inesplorato, delle energie rinnovabili ricavabili dalle coltivazioni, come le biomasse dal legno delle piante.

   Figura emblematica, in questo frangente di grave crisi, quella del pastore sardo: produttore di latte e formaggi (il pecorino romano lo fanno i pastori sardi…) con prezzi giù in picchiata. Figura (il pastore) che ha perso quella stabilità sociale economica che sembrava aver acquisito qualche decennio fa (con la modernizzazione delle aziende), per portarlo ora ad essere in balìa delle maree del mercato globale.

Il “Movimento dei Pastori Sardi” sta conducendo (assieme a Coldiretti, Cia e Confagricoltura) la lotta dei pastori sardi in grave crisi per la caduta dei prezzi lattiero-caseari, e per i costi di produzione sempre più alti. “Ormai, da tempo il nostro comparto è allo sfascio – dice il suo leader Felice Floris - raddoppiano i costi di produzione e si dimezzano i guadagni, le aziende sono allo stremo e si va avanti producendo soltanto debiti. Questo senza che il consumatore finale ne tragga benefici mentre guadagna soltanto chi trasforma e commercializza.”

   Ma il lavoro del pastore non è solo incentrato nella produzione del latte e dei suoi derivati: è un lavoro di cura del paesaggio, del territorio e della cultura (e non ce lo possiamo ricordare solo quando franano intere montagne abbandona-  te). Di controllo del territorio. Questo vale per ogni attività agricola in aree marginali, poco frequentate: chi esercita lì agricoltura e allevamento rappresenta una garanzia di essere una “sentinella” contro pericoli idrogeologici e abbandono totale dei luoghi.

   Di fatto, andando oltre il caso dei pastori della Sardegna, esiste una gran parte di territorio italiano fatto di aree pedemontane e montane che sono da tempo abbandonate. L’abbandono è iniziato negli anni ’60 del secolo scorso: quelle terre erano (già) allora terre di miseria e fame: il boom economico “in pianura”, l’industrializzazione, la possibilità di andare a lavorare in fabbrica, ha fatto sì che quelle terre (di mezza montagna e di montagna) non fossero in grado di garantire quel benessere che si stava invece diffondendo altrove.

   Ora, la fine ormai sancita della pastorizia in larga parte dei territori, non fa che allargare ancor di più l’abbandono (al bosco selvaggio, a forme di dissesto dovute alla non più cura idrogeologica…) di tanti territori. Per questo il modello sardo di pastorizia che tentava e poteva modernizzarsi, garantendo reddito e vita dignitosa con l’acquisizione di macchinari e tecnologie innovative, poteva rappresentare un esempio, un modello da imitare e perseguire. Come non detto. La crisi agroalimentare, nonostante le promesse di intervento, e nonostante consumatori che vorrebbero essere più responsabili nella qualità dei prodotti che acquistano (magari pagandoli giustamente un po’ di più…), nonostante tutto questo, questa crisi continua imperterrita, e non se ne esce (dall’irreversibilità critica). Necessita una spinta propulsiva di tutti, che auspichiamo e vogliamo.

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LA GUERRA SUL PREZZO DEL LATTE: SI SPACCA IL FRONTE DEI PASTORI

di Patrizia Mocci, da “L’Unione Sarda” del 31/8/2010

Si spacca il fronte delle associazioni nella vertenza sul prezzo del latte. A Roma andrà solo la Coldiretti.

   È rottura fra le associazioni agricole: Confagricoltura e Cia, che nell’Oristanese si stanno muovendo per dare vita a un’organizzazione produttori, diserteranno l’incontro con il ministro Giancarlo Galan fissato per lunedì 6 settembre. Dopo mesi di concertazione si rompe, dunque, il tavolo unitario aperto per cercare soluzioni ai diversi problemi del comparto.

FRATTURA «Allo stato attuale non esistono le condizioni per sedersi a un tavolo congiunto e incontrare il ministro della Politiche Agricole». Lo affermano Confagricoltura e Cia Sardegna che, in una nota, precisano anche i motivi di questa decisione: «Non intendiamo discutere una piattaforma presentata da Coldiretti che nessuno ci ha fatto conoscere. Se per la Regione, così come riportato dalla stampa in questi giorni, è sufficiente condividere la stanza di compensazione con gli industriali e la Coldiretti, ci tiriamo fuori dai giochi».

   A questo punto Confagricoltura e Cia, che contestano con forza metodo e sostanza di tutta questa operazione, aspettano «di conoscere le carte e soprattutto gli esiti della trattativa sul prezzo del latte». A rompere il fronte unitario, dicono ancora Confagricoltura e Cia, «è stato il blitz di Coldiretti, che venerdì scorso aveva consegnato una piattaforma di proposte alla Regione, anticipando scorrettamente i tempi dell’incontro fissato nel pomeriggio tra le associazioni di categoria, il presidente della Regione Ugo Cappellacci e l’assessore all’Agricoltura Andrea Prato».

   I rappresentanti di Cia e Confagricoltura esprimono amarezza: «Dopo diversi mesi di dialogo costruttivo e di lavoro concertato che avevano portato alla redazione di un documento unitario condiviso da tutte le associazioni di categoria, in altre parole la road map dell’agricoltura che riguardava tutti i comparti compreso l’ovi-caprino, si è creata una frattura che difficilmente potrà ricomporsi».

REGIONE Intanto dall’assessorato all’Agricoltura arriva un nuovo appello all’unità. In vista dell’incontro previsto per lunedì al ministero, l’assessore Andrea Prato raccoglie e rilancia l’invito che arriva anche dal ministro Giancarlo Galan che in queste ore, è scritto in una nota del dicastero, «sta provvedendo a coinvolgere tutti i soggetti interessati senza alcuna volontà di esclusione. L’obiettivo è trovare soluzioni condivise che possano aiutare il comparto in questo particolare momento».

   Prato precisa che la Regione non ha mai voluto puntare ad accordi di parte con una o l’altra delle componenti del tavolo, ma ha sempre lavorato per raggiungere intese unitarie tra tutti: associazioni agricole, industriali, consorzio del Pecorino Romano e cooperative (queste ultime verranno convocate nei prossimi giorni). «Oggi più che mai», precisa l’assessore, «occorre l’aiuto e la collaborazione di tutti: Giunta, Consiglio regionale, Governo, organizzazioni agricole e soprattutto pastori».

INCONTRO La Regione lunedì si presenterà al tavolo con il ministro Galan con un piano programmatico unitario che prenderà spunto dai suggerimenti di maggioranza, opposizione, associazioni di categoria e si arricchirà dei contributi che il ministro vorrà inserire anche dopo aver ascoltato i partecipanti. «La ricetta per salvare la nostra economia agricola è chiara», dice Prato: «Trovare le risorse e le norme lecite per creare un ponticello che consenta al comparto di sopravvivere, ma solo a condizione che si cambi la struttura del comparto ovino sardo».

   Secondo Prato «è necessario innovare il settore, diversificare la produzione (oggi troppo sbilanciata sul Pecorino Romano), orientare le produzioni verso vendite sicure. Se le due azioni (emergenza e interventi di prospettiva) non saranno simultanee e condivise, la fine della pastorizia in Sardegna sarà inevitabile». (Patrizia Mocci)

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LE RAGIONI DELLA PROTESTA

   Il Movimento dei Pastori Sardi ha bloccato il 13 agosto, gli ingressi all’aeroporto di Olbia. Un corteo di circa mille manifestanti, dopo un’assemblea, ha raggiunto a piedi lo scalo e si e’ diviso in due tronconi. Una parte blocca l’accesso allo scalo dei voli di linea, l’altro impedisce l’ingresso all’aviazione generale, il fiore all’occhiello del “Costa Smeralda” che, in questo periodo, e’ punto di approdo per i tanti vip e nababbi diretti a Porto Cervo e dintorni a bordo di jet privati. Nel corso del presidio all’aviazione generale ci sono stati momenti di tensione. Tra le “vittime” dell’inziativa di protesta anche una principessa araba, alla quale e’ stato impedito l’ingresso nonostante i reiterati tentativi di mediazione delle forze dell’ordine. Il clima di tensione ha coinvolto anche il leader del movimento indipendentista Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu, presente tra i manifestanti. Cumpostu stava cercando di dialogare con una donna, alla quale i manifestanti impedivano di lasciare l’aviazione generale. Tra i due è scoppiato un diverbio. La donna ha dapprima sottratto al leader indipendentista la macchina fotografica e, al tentativo di questi di riprendersela, ha reagito rifilandogli un sonoro schiaffone.
   Il Movimento, che nelle scorse settimane aveva bloccato l’aeroporto di Cagliari-Elmas e la statale Carlo Felice chiede alla Regione urgenti di misure di sostegno per un settore in profonda crisi. Infatti l’agricoltura e la pastorizia in Sardegna, come tutti i settori imprenditoriali, soffrono a causa dei costi di produzione più alti del 20-30 e in qualche caso anche del 50% rispetto al sistema Europa. Altro problema è che l’imposizione contributiva del settore è eccessiva, l’accesso al credito è sistematicamente impedito alle aziende sarde nonostante i consorzi fidi agricoli, la burocrazia – sia regionale, sia delle associazioni di categoria e CAA – è esasperante ed esiste un carico eccessivo di addetti ai servizi per l’agricoltura rispetto agli occupati reali.

   Se a questo si aggiunge il fatto che esistono barriere all’ingresso dei giovani in agricoltura e che quindi non si favorisce il ricambio generazionale e culturale nel settore, si delinea un quadro abbastanza chiaro che indica esattamente quali sono le linee programmatiche sulle quali è necessario intervenire prioritariamente.

   ”Ormai, da tempo il nostro comparto è allo sfascio – si legge in una nota del Movimento firmato dal suo leader Felice Floris -. Raddoppiano i costi di produzione e si dimezzano i guadagni, le aziende sono allo stremo e si va avanti producendo soltanto debiti. Questo senza che il consumatore finale ne tragga benefici mentre guadagna soltanto chi trasforma e commercializza. Questo succede – prosegue Floris – perché la politica resta alla finestra e se ne lava le mani, nonostante i continui proclami da parte dell’assessore all’agricoltura che evidentemente ha ben altri interessi da difendere. Attorno al nostro settore è cresciuto un vero e proprio esercito di parassiti che non lasciano il minimo spazio al guadagno di chi produce”.

   ”Intendiamo dire basta a questa situazione vergognosa – prosegue il leader del pastori sardi – e chiediamo soluzioni immediate, perché attendiamo da troppo tempo che il mondo pastorale venga tenuto nel debito conto dalla politica regionale e nazionale. Se non avremo risposte immediate e serie – conclude il documento di Felice Floris – la nostra sarà una mobilitazione senza precedenti in tutta la Sardegna. Una mobilitazione che sarà anche di proposta, a patto che la politica voglia tenerne conto senza scappare, ancora una volta, di fronte alla gravissima crisi di migliaia di aziende agro pastorali arrivate allo stremo”. (da http://www.bloglavoro.com/ del 14/8/2010)

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I PASTORI VANNO AL MARE (MANIFESTAZIONE DEL MOVIMENTO PASTORI SARDI A PORTO ROTONDO)

da “il Manifesto” del 28/8/2010

   Quarant’anni fa gli ultimi pastori sardi abbandonavano quelle colline brulle e rocciose dove poco dopo sarebbe nata la Costa Smeralda. Allora non conoscevano il valore del paradiso che mettevano nelle mani di abili forestieri al prezzo di pochi denari. Da ieri però questo pezzo di Sardegna è tornato per qualche ora in mano ai locali che con la manifestazione dei pastori hanno invaso le viuzze tranquille, pulite e ornate di siepi di macchia mediterranea ben curate.

   Quasi duemila allevatori provenienti da tutta l’isola si sono ritrovati a Porto Rotondo (patria estiva dei vip italiani e internazionali), a qualche chilometro di distanza da Villa Certosa, residenza del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, per urlare ordinatamente contro la politica regionale e nazionale: «Non ci arrenderemo mai».  

Nella parte nord-orientale della Sardegna c'è la Costa Smeralda

   Da un palco improvvisato sul cassone di un camion, Felice Floris, leader del Movimento pastori sardi (Mps), ha infiammato gli animi dei partecipanti a cui ha chiesto un giuramento di fedeltà. «È un momento difficile – ha spiegato Floris – e per questo voglio da voi pastori un attestato di fedeltà e voglio che chiunque si tiri indietro venga considerato un traditore». La piazza applaude e tutti lo riconfermano come il loro leader. 

   Sono le 11.30 e sotto un sole cocente parte il corteo. Le forze dell’ordine in assetto antisommossa aprono la strada ai manifestanti, che con campanacci e fischi iniziano a scandire numerosi slogan indirizzati soprattutto contro l’assessore all’agricoltura sardo, Andrea Prato. In tanti ne chiedono le dimissioni poiché, accusano i dimostranti, non è dalla parte dei pastori, ma da quella della lobby degli industriali del formaggio.  «Prato non è stato votato dai sardi (è un assessore tecnico, ndr) e per questo non ci rappresenta – ha detto Diego Manca, di Bitti (Nuoro) – deve essere il presidente regionale, Ugo Cappellacci, a darci le risposte, perché lui conosce la nostra condizione».

   Le contestazioni partono anche contro i sindacati di categoria con la Coldiretti in cima alla lista. «Non ci rappresentano più – ha spiegato Mario Deriu di Ittiri (Sassari) – io non mi tessero da due o tre anni, eppure mi continuano ad arrivare le sottrazioni per l’iscrizione Coldiretti». Al fianco dei pastori anche una delegazione degli operai della Vinyls, «scarcerati per un giorno dall’isola dei cassintegrati dell’Asinara», che Floris ha definito dei «guerrieri disarmati perché ci vuole un infinito coraggio nel rimanere esiliati 180 giorni dentro un ex penitenziario». 

   Una regione alle corde la definiscono ormai i manifestanti, che per la prima volta uniscono e condividono la propria lotta con gli operai dell’industria. La reazione dei villeggianti che incrociano il corteo è di vario genere. C’è chi filma il tutto con il telefonino, chi applaude al passaggio e chi si lamenta di tanto baccano. All’arrivo nel porto turistico alcune imbarcazioni iniziano a suonare i clacson in segno di solidarietà e i pastori salutano compiaciuti.

   Come annunciato prima della partenza, nessuno si è staccato dal gruppo per raggiungere Villa Certosa e gli stessi funzionari di polizia si sono congratulati con gli organizzatori per l’ottima riuscita dell’iniziativa. Il prossimo appuntamento adesso sarà fra qualche settimana a Cagliari, dove i pastori porteranno anche le loro famiglie. «O Cagliari o morte», scandisce Floris dal megafono mentre numerosi sindaci si alternano negli interventi. «Se muore la pastorizia – ha incalzato il sindaco di Busachi (Oristano), Giovanni Orrù – scompare anche la nostra sardità, la nostra cultura e la nostra storia». 

   Sempre ieri sono scesi in piazza, nel capoluogo sardo, centinaia di manifestanti della Coldiretti che in un comunicato ha spiegato le ragioni della protesta: «Occorre recuperare i ritardi e le debolezze sul piano istituzionale che rischiano di lasciare spazio a comportamenti speculativi a livello industriale che mettono in pericolo la stabilità sociale di interi territori».

   In un intervento non previsto di fronte al palazzo regionale il presidente Cappellacci ha detto: «La Regione è disponibile a trovare gli strumenti concreti per cercare di risolvere i problemi del comparto stiamo lavorando in vista dell’incontro con il governo previsto per il 6 settembre e gli assessori dell’agricoltura e della programmazione si stanno impegnando per trovare le risorse adeguate al settore».

   Alcuni passi che comunque non rappresentano tutto il mondo agropastorale, accusano i manifestanti di Porto Rotondo, poiché la regione dovrebbe invitare al tavolo delle trattative anche i movimenti che vengono dal basso come l’Mps e che oggi rappresenterebbero, almeno dal numero dei partecipanti alle manifestazioni, l’anima più viva della protesta. (da “Il Manifesto”)

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LA PROTESTA DEI PASTORI SARDI. IN MIGLIAIA A PORTO ROTONDO

Corteo a due passi da villa Certosa (Da “la Stampa.it” del 27/8/2010)

PORTO ROTONDO – Sotto gli occhi incuriositi di numerosi turisti e quelli attenti di poliziotti, carabinieri e finanzieri in assetto antisommossa, un rumoroso corteo si è mosso alle 11:30 dal parcheggio verso piazza San Marco, il centro di Porto Rotondo.
   Al corteo, organizzato dal Movimento Pastori Sardo, partecipano 1.500 persone, secondo gli organizzatori, poco meno di mille secondo la Questura di Sassari. Fra di loro anche numerosi sindaci con la fascia tricolore. I manifestanti stanno distribuendo volantini per spiegare ai villeggianti le ragioni della protesta, messa in atto nel cuore delle vacanze vip della Gallura per far capire che la Sardegna non vive di solo turismo.
   La situazione dal punto di vista dell’ordine pubblico appare al momento sotto controllo: un blitz a Villa Certosa sarebbe reso quasi impossibile dallo schieramento di forze di polizia che blocca l’accesso a Punta Lada, passaggio obbligato per accedere a Villa Certosa. Il prossimo passo del Movimento Pastori Sardi, ha annunciato Felice Floris, «sarà occupare il palazzo della Regione, sede della politica che non sta facendo nulla per risollevare le sorti di noi pastori».

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PASTORI PER L’AMBIENTE – La pratica agropastorale e gli allevamenti a cielo aperto secondo la Fao possono mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Le aree di pascolo trattengono il 30% del carbonio del pianeta. Se la pastorizia è praticata in modo sostenibile il suolo rimane più fertile –- Secondo una relazione pubblicata dalla FAO, il settore agropastorale e l’allevamento giocano un ruolo di particolare importanza nella mitigazione dei cambiamenti climatici e nel sostenere l’adattamento e la riduzione della vulnerabilità. La relazione intitolata “Studio sul ruolo dei sistemi pastorali nelle aree a rischio siccità e il cambiamento climatico”, sottolinea che i pascoli rappresentano il 70% dei terreni agricoli e si stima che trattengano il 30% del carbonio del pianeta, quindi rappresentano una riserva di carbonio potenzialmente maggiore di quella delle foreste, se gestita in modo adeguato. Inoltre si incoraggia a invertire il processo di degrado del suolo, che colpisce circa il 70% dei pascoli, a causa dello sfruttamento eccessivo dei terreni, la salinizzazione, l’acidificazione e altri processi, attraverso il miglioramento della gestione dei pascoli.

Commentando la relazione, l’Assistente al Direttore Generale della FAO, Alexander Müller, ha dichiarato che agricoltura e utilizzo del terreno hanno il potenziale di ridurre al minimo le emissioni di gas serra attraverso l’adozione di pratiche specifiche. In termini generali, la relazione chiede l’implementazione di pratiche agricole avanzate per ripristinare la materia organica e la biodiversità dei terreni da pascolo, che coprono 3,4 miliardi di ettari della superficie terrestre, nonchè l’attuazione di misure per ovviare alla mancanza d’istruzione e formazione sulle questioni relative a diritti di possesso, proprietà comune e privata.

La pratica agropastorale permette il recupero di sostanze organiche del suolo, la riduzione dell’erosione, e le perdite dovute agli incendi e all’abbandono. – (da http://www.aamterranuova.it/ )  (Fonte: Rete Rurale)

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PASTORI SARDI IN RIVOLTA: SOS AL GOVERNO

Bloccato per ore l’aeroporto di Alghero – Gli allevatori protestano anche a Cagliari: «Rischio collasso» – Forze di polizia e carabinieri in assetto antisommossa

da IL MESSAGGERO del 20/8/2010

ALGHERO – Dopo le 14 si è avviata verso la normalità la situazione nell’aeroporto di Alghero-Fertilia, assediato fin dalle prime ore del mattino dalle migliaia di pastori che protestavano per richiamare l’attenzione del governo sul rischio di collasso per l’intero comparto agro-zootecnico. Col deflusso dei manifestanti è ripresa la circolazione stradale e le auto e i mezzi pubblici, da poco prima delle 16, hanno potuto nuovamente raggiungere lo scalo.
   Gli allevatori del Movimento pastori sardi (Mpa) si sono diretti nella tarda mattinata verso l’aerostazione di Alghero-Fertilia percorrendo la strada provinciale. La decisione è stata presa al termine dell’assemblea che si è svolta questa mattina nel piazzale di un agriturismo a circa tre chilometri dall’aeroporto. Nel corso della riunione è stato ribadito che è necessario far presto da parte delle istituzioni per evitare il collasso dell’intero comparto agro-zootecnico. I pastori si sono avviati, quindi, a piedi verso lo scalo.
   Davanti all’aeroporto di Alghero Fertilia gli agenti della Polizia di Stato in assetto antisommossa e i carabinieri hanno bloccato tutti gli accessi dell’aerostazione. E’ stato impedito ai pastori, che sono giunti davanti alla struttura, l’ingresso soprattutto nella sala partenze, per evitare l’occupazione e la paralisi dei voli. Il clima fra manifestanti, che non sono riusciti ad entrare, e forze dell’ordine è sereno. I pastori in alcune precedenti manifestazioni delle scorse settimane avevano bloccato per alcune ore gli aeroporti di Cagliari-Elmas, Olbia-Costa Smeralda e la strada 131 Carlo Felice che collega Cagliari con Sassari.
   I passeggeri diretti all’aerostazione di Alghero-Fertilia non hanno potuto accedere ai parcheggi e alle aree di sosta temporanea nel settore partenze e stanno incontrando grosse difficoltà ad arrivare anche a piedi. All’origine del blocco della circolazione vi sarebbe la chiusura di tutti gli accessi all’aerostazione da parte delle forze di polizia, rendendo offlimits tutta l’area aeroportuale oltre che ai manifestanti del Movimento Pastori anche a tutti i viaggiatori.
   «La pastorizia sarda non può morire, la Giunta regionale è troppo inerte. Il mondo della pastorizia non può morire, è una risorsa vitale per l’economia della Sardegna». È la posizione congiunta – informa un comunicato – espressa ad Alghero, durante l’imponente manifestazione dei pastori sardi all’aeroporto di Fertilia, dal capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale Mario Bruno, dal deputato Guido Melis e dal consigliere regionale Luigi Lotto.
   Il mondo del settore agro-pastorale è sceso in piazza, e lo fa nel nord e nel sud della Sardegna, per denunciare lo stato di profonda crisi che vive l’intero comparto. Verrà presentata la piattaforma di mobilitazione messa a punto per fronteggiare la crisi della pastorizia, con iniziative sul piano politico-istituzionale e su quello del mercato dove il latte viene sottopagato dalle industrie a livelli insostenibili per gli allevatori. La situazione della pastorizia italiana, le cause della crisi e le proposte per affrontarla e così difendere un patrimonio economico, sociale, ambientale e culturale del Made in Italy sono al centro dell’iniziativa di mobilitazione. Anche se «in prima fila ci sono i problemi della Sardegna – hanno spiegato il presidente ed il direttore di Coldiretti Sardegna – la classe politica sarda, a partire dal Presidente della Giunta, devono dare risposte chiare, concrete ed immediate alle migliaia di imprenditori agricoli del settore lattiero-caseario, cioè i pastori, asse portante dell’economia agricola sarda».
   La Piattaforma di mobilitazione per salvare la pastorizia italiana discussa a Cagliari dove si è svolta la mobilitazione della Coldiretti con circa un migliaio di pastori e quasi cento trattori, che sono sfilati nel centro della città, sarà presentata alle Regioni interessate il 30 agosto al ministero delle Politiche Agricole dove è stata convocata appositamente una riunione per analizzare le problematiche del settore.
   Il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, sottolinea che la grave crisi della pastorizia con il latte e la carne che vengono sottopagati a livelli insostenibili per gli allevatori, rischia di far scomparire i 70 mila allevamenti italiani «dove sono allevate quasi sette milioni di pecore che rappresentano un patrimonio economico, sociale, ambientale e culturale del Made in Italy. La piattaforma di mobilitazione, della principale organizzazione degli imprenditori agricoli – ha sottolineato Marini – sarà sostenuta da adeguate iniziative sindacali, a livello regionale e nazionale. Prevede misure di intervento immediato e di carattere strutturale».

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I PASTORI PARALIZZANO LA SARDEGNA

di Paolo Carletti, da “il Corriere delle Alpi” del 21/8/2010

   Hanno bloccato l’aeroporto di Alghero e il centro di Cagliari, e il prossimo obiettivo dei i pastori sardi è la Costa Smeralda. In migliaia sono tornati a protestare ieri, anche se divisi: la Coldiretti con manifestanti arrivati da tutta Italia in corteo a Cagliari; i cobas del Movimento pastori sardi all’aeroporto di Alghero, dopo aver invaso recentemente quelli di Olbia e di Cagliari.

   Divisi per un obiettivo comune: non far morire un settore stritolato dal prezzo irrisorio del latte ovicaprino e della carne, dall’incremento dei costi, e dal mancato sostegno di governo e Regione. E il Pd ieri ha lanciato dure accuse al governo, per non aver mai affrontato seriamente il grave problema. Separati dunque pur con un comune obiettivo, e con qualche tensione dopo che Coldiretti si è vista costretta a rincorrere la rabbia esplosa spontaneamente tra i lavoratori.

   «La manifestazione di oggi è stata una cosa meravigliosa – ha detto il leader del Movimento Felice Floris – perché stiamo crescendo in misura esponenziale, sempre più compatti e coesi. La manifestazione di Coldiretti a Cagliari è stata invece un fallimento, dovevano venire qui e avremmo combattuto insieme». Una frattura, insomma, anche se nessuno inasprisce i toni della polemica in un momento di crisi davvero pericolosa per il settore.  

   Ad Alghero bloccate le strade di accesso allo scalo. Polizia e carabinieri hanno però impedito ai manifestanti di occupare le piste. I passeggeri hanno dovuto raggiungere l’aerostazione a piedi, con qualche disagio. Dopo tre ore i pastori (Floris parla di 3mila manifestanti) hanno abbandonato l’area.  Più soft il corteo a Cagliari, alla presenza degli stati generali della pastorizia italiana e del presidente nazionale di Coldiretti Sergio Marini. Traffico rallentato e qualche disagio tra gli automobilisti: «La vertenza diventa nazionale e abbiamo fatto fronte comune con le altre regioni – ha detto Marini -, il problema è il prezzo non remunerativo».

   Nell’affollata assemblea dopo il corteo (presenti in migliaia), è stata presentata la piattaforma di Coldiretti che sarà proposta il 30 agosto al ministro della Politiche agricole Galan. Un incontro decisivo per salvare le oltre 12mila aziende presenti solo in Sardegna, e i 70mila allevamenti nel Paese. Nella bozza si prevede la costruzione di una filiera che permetta ai produttori un rapporto diretto con il mercato eliminando le intermediazioni che fanno lievitare le spese: «Il prezzo del latte ovino – è stato detto – copre appena il 50% dei costi di produzione».

   Inoltre sarà chiesto a ministero e Regioni (in particolare Sardegna e Lazio) di stanziare 25 milioni di euro per ritirare le eccedenze di pecorino romano: 100mila quintali rimasti invenduti nei magazzini dell’Isola.  La protesta dunque si allarga e diventa nazionale, anche se sono prevedibili altri blitz da parte del Movimento pastori sardi che agisce in autonomia. E la manifestazione che si sta organizzando tra i vip della Costa Smeralda trova consensi sull’Isola, «che non vive di solo turismo, ed è un bene che tutti se ne accorgano» hanno detto a più riprese i manifestanti. – Paolo Carletti

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SE L’AGRICOLTURA IN CRISI GIOCA LA CARTA DELLA QUALITA’

di Antonio Morra, da “il Corriere della Sera” del 22/7/2010

   Hanno fatto notizia solo quando, nel pieno di una protesta, hanno morso alla mano una turista. Ma la ribellione dei pastori sardi nasconde le sabbie mobili della crisi dell’agricoltura che va ben oltre i confini dell’isola e sta attraversando tutta l’Italia come un virus.

   La scorsa settimana hanno protestato gli agricoltori pugliesi: troppo basso il prezzo del pomodoro; poi i produttori di latte e i pastori: non vale la pena lavorare a questi prezzi. Ieri sono tornati all’attacco i «lattai» di Milano, Lodi e della Brianza: «Quello che è successo in Sardegna potrebbe allargarsi ad altre Regioni se non verranno attuate le opportune riforme per la determinazione del prezzo alla produzione».

   Prezzo, prezzo, sempre il prezzo. È chiaro che nell’ immediato è questo il tema: il confronto brutale con la pressione della crisi e della concorrenza. Senza dimenticare il congelamento delle multe per lo sforamento delle quote latte che viene vissuto come una beffa dai produttori in regola. Ma la rivolta dei pastori sardi e l’allarme che arriva dalle stalle del Nord aprono due questioni differenti.

   La prima: la necessità di affrontare la concorrenza riunendo le forze e superando il tradizionale individualismo della categoria. L’alternativa che si presenterà è: chiudere o consorziarsi. E le Regioni, su questo, possono intervenire. La seconda è il tema della qualità. La Confagricoltura di Milano ieri ha cominciato a sollevare la questione dicendo: bisogna lavorare per offrire garanzie di qualità del prodotto «made in Italy» al consumatore. E su questo aspetto i pastori sardi con il loro imbattibile pecorino e gli allevatori lombardi con la loro varietà di prodotti possono essere vincenti. E trasformare la protesta per il prezzo in una battaglia per fare primeggiare l’unicità delle loro produzioni. Perché dietro l’angolo ci sono il latte cinese (beccato ancora con la melanina) e i pomodori cinesi (rossi, ma diversi da quelli napoletani e pugliesi). (Antonio Morra)

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2010 VITA DA PASTORE – LA BATTAGLIA FINALE DEI PASCOLI

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 18/8/2010

IGLESIAS – Le pecore stanno all’ombra dei carrubi, prima di tornare nella stalla. «L’ altro giorno un amico ha preso l’aperitivo a Porto Rotondo, non nella piazzetta ma in un bar qualsiasi. Lo ha pagato 13 euro. Per incassare una cifra così, io devo vendere più di venti litri di latte di pecora, e le pecore non sono vacche che fanno 50 litri al giorno. Le mie, in collina, arrivano a due litri al giorno. Quelle di montagna, che sono sempre al pascolo, un solo litro.

   A noi pastori ormai da anni stanno togliendo il reddito. Ora ci stanno rubando anche la dignità. Se non riesci a mantenere la famiglia, di cosa puoi essere orgoglioso?». Salvatore Pessis ha 40 anni e 300 pecore, razza sarda. È uno dei 18 mila pastori dell’isola, quasi tutti piccoli imprenditori perché gli addetti alla pastorizia, padroni e dipendenti, sono in tutto 27 mila. «Mia nonna, la signora Pina, trent’anni fa aveva 300 pecore come me e poteva pagare tre dipendenti. È riuscita a fare studiare i figli, uno è diventato medico. Io ho un solo operaio stagionale e quest’ anno non sono riuscito a mettere un soldo in casa».

   Non è un caso se le rivolte dei pastori scoppiano d’estate. Basta guardare il mare per vedere greggi di barche e di yacht. In tv si raccontano i lussi dei ricchi di mezzo mondo. Nelle case dei pastori si discute invece di centesimi (quest’ anno l’acconto per un litro di latte è stato di 0,55 euro e con il saldo si arriverà a 0,65) e del fatto che, con questi prezzi, il 30% delle aziende saranno costrette a chiudere. L’assedio all’aeroporto di Olbia è stato solo l’inizio.

   Dopo il Movimento dei pastori sardi, sono pronte a scendere in campo la Coldiretti – che associa l’80% degli allevatori di ovini – e anche la Cia e la Confagricoltura. Sono previsti blocchi di aeroporti, strade e porti. «I nostri trattori – dicono Fabio Cois e Roberto Scano, presidente e direttore della Coldiretti di Cagliari – sono autorizzati a percorrere le strade e migliaia di trattori in strada possono bloccare tutto». Ieri la Coldiretti nazionale ha annunciato la mobilitazione anche dei pastori del Lazio, della Toscana e della Sicilia.

   Il messaggio è chiaro e basta entrare nell’ azienda di Salvatore Peddis e nei pascoli degli altri 110 soci della Cooperativa Allevatori Sulcitani per capire che nessuno scherza. «Si lavora duro – dice Salvatore Peddis – e per nulla. Io mi alzo alle 4,30 del mattino e alle 5,30 sono pronto per la prima mungitura». L’azienda Peddis è mista: le pecore stanno sia nella stalla che nel pascolo libero. La sala mungitura ha 24 postazioni. Le pecore entrano da sole, attirate dal cibo, ma una barra mobile le fa arretrare verso la buca della mungitura. Servono due ore, per servire le 240 pecore in lattazione. «Dopo si porta il foraggio nelle stalle, si mette la lettiera nuova e alle 10,30 le pecore vengono mandate al pascolo. Si ricomincia a mungere alle 17 e poi c’ è da pulire la mungitrice e si fanno altri lavori. Si va a cena dopo le 20, pronti ad andare a letto presto per alzarsi prima dell’ alba. Le ferie? Qualche ora al mare con moglie e figli, quest’ anno due volte, nelle ore comprese fra le due mungiture, e solo perché in azienda arriva mio padre Paolo».

   Salvatore Peddis, diplomato geometra, quindici anni fa ha lasciato il lavoro in uno studio di architetti per prendere in mano l’azienda paterna. «Erano i tempi in cui si sentiva ancora il profumo del passato, quando se un pastore entrava al Banco di Sardegna gli stendevano il tappeto rosso, perché portava sempre soldi. Era anche un buon partito, l’allevatore. Si combinavano matrimoni per unire le greggi e le aziende e diventare più forti. Adesso, e questa è l’umiliazione di cui parlavo, in famiglia viviamo con i soldi guadagnati da mia moglie, Simona Uras, che fa la veterinaria. Ma quando ho cominciato c’era ancora speranza. Nel 1995 il latte era pagato 1.400 lire, 70 centesimi di oggi. Con la selezione genetica delle pecore e degli arieti, i montoni, ho raddoppiato la produzione ma i costi sono almeno triplicati. Quindici anni fa mille litri di gasolio costavano 400 mila lire e adesso 800 euro. Nel 2000 un quintale di concime per gli erbai – azoto e fosforo – costava 45 mila lire e adesso 60 euro. E il latte viene pagato sempre meno perché il prodotto finale, il pecorino romano, trova un mercato sempre più difficile».

   Questo strano formaggio (forme da 22-25 chili, con una percentuale di sale dell’ 8-9%) non arriva sugli scaffali dei negozi. Troppo salato, viene usato dall’industria mescolato ad altri formaggi, venduto già grattugiato o usato per insaporire altri alimenti, come le patatine. «Forse siamo di fronte – dice il professor Luciano Marrocu, docente di Storia contemporanea all’università di Cagliari – al primo prodotto globalizzato. La millenaria storia dei pastori sardi trova infatti una svolta fra la fine dell’ 800 e l’ inizio del ‘ 900, quando piccoli industriali romani arrivano qui e aprono i loro caseifici. L’emigrazione verso gli Stati Uniti è cominciata da tempo e gli italiani anche in America cercano la pasta asciutta condita con il pecorino romano. Il Lazio non basta e allora si sbarca in Sardegna. Agli inizi del ’900 il 90-95% del formaggio romano prodotto nella nostra isola finisce oltre oceano, e non a caso il numero delle pecore raddoppia, passando da 1,5 a 3 milioni di capi. Ma c’è questo paradosso: da più di un secolo l’arcaica azienda del pastore viene condizionata dal valore del dollaro e nel suo isolamento sui monti l’allevatore è costretto a confrontarsi con il capitalismo più moderno. È così ancora oggi. Con il calo della moneta Usa rispetto all’euro, l’esportazione del pecorino ha trovato molte porte chiuse».

   Si cercano rimedi, con la preparazione di un pecorino meno salato. «Cerchiamo di produrlo – raccontano i soci della Cooperativa dei Sulcitani – con una percentuale di sale variabile dal 3 al 5%,e questa novità comincia ad arrivare sui banchi dei supermercati. Ma il grosso della produzione è ancora il pecorino romano tradizionale e noi cooperative, che non abbiamo le strutture per la stagionatura, siamo costrette a vendere all’industria a prezzi stracciati. In questo modo l’industria, che in Sardegna trasforma il 45% del latte, riesce a commercializzare l’85% del prodotto finale. Paradossalmente, ci facciamo concorrenza con le nostre mani. Cerchiamo anche nuovi mercati, con i formaggi molli: caciotte, caciottone, toscanello… Ma anche qui l’industria ci rovina, perché compra il latte all’estero (in Romania, Francia e Spagna) e lo paga 20 centesimi. Da noi compera appena il 20%: il nostro latte è ricco, viene dai pascoli naturali, e ne basta poco, purtroppo, per dare a questi formaggi freschi il sapore di Sardegna».

   Il 35% dei pastori sardi sono ancora “nomadi”, senza una stalla e senza certezza di pascolo. Portano le loro pecore nelle stoppie del grano, promettendo un agnello al contadino. Percorrono i terreni marginali, i poderi abbandonati e anche le rive delle strade. Le loro pecore producono un solo litro al giorno, ma non ci sono molte spese aziendali. «Io quest’ anno – dice Salvatore Peddis – ho speso 600 euro per fare tosare le pecore e con la lana ho guadagnato 150 euro. Una pecora costa 100 euro e quando è a fine corsa la vendo a 20 euro. Ma il macellaio ricava 20 chili di carne che vende a 5 euro al chilo e così incassa 100 euro. Chi produce agnelli, a Natale li vende a 4 euro al chilo, a peso vivo, circa 10 chili. Il commerciante ne ricava 7 chili di carne che vende a 10-12 euro al chilo».

   Adesso bisogna davvero interrogare i nonni, per trovare il racconto dei tempi in cui pastore era sinonimo di benestante e di buon partito. «Noi cerchiamo di resistere – dice Salvatore Peddis – solo perché non teniamo in conto il nostro lavoro. Certo, a volte la tentazione viene: quella di andare a fare i camerieri in costa Smeralda. Ma poi guardo le mie pecore, che sono tutte bianche ma io le conosco una a una… Penso che questa azienda era di mia nonna e dei suoi nonni e che qui si è lavorato per il pane ma anche per la dignità. Guardo i miei figli. Al mare andrò solo per fare il bagno». – JENNER MELETTI

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SE I PASTORI DIVENTANO UN BENE DA TUTELARE – LA SAPIENZA VA PREMIATA IN TAVOLA

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 18/8/2010

   Cosa ce ne facciamo dei pastori sardi se su quella stessa isola importano latte ovino dall’estero, con il quale si produce, per l’appunto, formaggio sardo mentre il latte sardo risulta sottopagato dalle industrie di trasformazione?

   È questa l’ idea che abbiamo di un mestiere straordinario, di uno dei pochi rimasti a dialogare direttamente con la natura: i pastori come inutili testardi che per una scelta di retroguardia si trastullano in occupazioni ormai perfettamente sostituibili. Certo, finché sull’etichetta ci potrà essere scritto, semplicemente “latte, caglio, sale”, nulla potrà far capire al consumatore che quel formaggio è cattivo. Avete letto bene. Cattivo. E non è una valutazione di carattere organolettico. Né di carattere salutistico.

   È un formaggio cattivo perché si comporta male. Male con il suo territorio, male con le persone che di quel territorio giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, passo dopo passo, si prendono cura. Male con chi – i pastori sardi – ha messo a punto la sapienza che viene spesso frettolosamente accantonata per inseguire forse più facili profitti (offrendo prodotti a bassi prezzi), con chi – ancora i pastori sardi – ha creato la reputazione di un formaggio che oggi viene prodotto bypassandoli e utilizzando il loro nome e la loro sapienza, oltre che il prezzo che loro hanno saputo spuntare sul mercato.

   E intanto il latte delle loro pecore viene pagato una miseria, ma evidentemente con i produttori di altre parti del mondo è ancora più facile fare i prepotenti, e quindi ci si rifornisce dove si riesce a pagare meno, non si sa come mai e con quali costi sociali. Gli stagionatori non hanno ancora firmato i contratti con i pastori sardi, cosa che in generale a quest’epoca dell’anno è già avvenuta.

   I pastori non possono che aspettare (a proposito: mentre si aspetta il formaggio stagiona, e stagionando perde peso) e sperare che si decidano, ma magari quest’anno decideranno di acquistare il formaggio fatto da grandi caseifici che riconoscono poco al pastore perché fanno produzioni di massa.

   Il refrain è sempre lo stesso: signore e signori, consumatori e consumatrici a cui importa non solo di mangiare prodotti di qualità, ma che avete ben chiaro in mente che il lavoro del pastore è un lavoro di cura del paesaggio, del territorio e della cultura (e non ce lo possiamo ricordare solo quando franano intere montagne abbandonate), cercate i produttori e acquistate direttamente da loro, nella certezza di rendere un servizio al presente e al futuro di questo Paese.

   E pagateli a prezzi giusti: solo così avrete un prodotto che si comporterà bene. Il prezzo giusto è quello che garantisce un prodotto buono e genuino al consumatore e riconosce le fatiche e il ruolo del produttore. E questo deve valere per tutti i contadini e pastori del mondo. Ritornando al nostro caso.  

   Fidatevi dei pastori: di quegli uomini e di quelle donne che potete andare a cercare, che vi spiegheranno come hanno allevato le loro pecore e vi diranno quali sono le loro difficoltà e le gioie del loro lavoro. Fidatevi di loro, non delle etichette che, specie nel settore caseario, ci dicono solo quel già sappiamo: latte, caglio, sale. In attesa che la nuova politica agricola europea si occupi non solo dei prodotti, ma anche di tutti i servizi che agricoltori e pastori rendono all’ambiente, dobbiamo far da soli. I pastori, se possibile ancora più dimenticati e vessati degli agricoltori, non possono attendere i tempi della Politica agricola comune. – CARLO PETRINI

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LA COLLISIONE DI DUE MONDI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 14/8/2010

   Ci sono due modi di pensare alla Sardegna. Il primo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i turisti. Il secondo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i sardi. Poi c’è un terzo modo, che va trovato di volta in volta, specialmente in agosto. Ieri il problema si è posto più urgentemente, perché la Sardegna dei turisti e la Sardegna dei sardi, per di più pastori, si sono fronteggiate sul campo, anzi sulla pista dell’ aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.

   Altri sapranno discutere, con la cognizione di causa che a me purtroppo manca, del rapporto fra una protesta giusta e un modo che danneggia persone malcapitate. (Benché in questa circostanza leggere del “calvario dei passeggeri costretti ad avviarsi a piedi per trecento metri allo scalo” e dei “disagi creati ai vip in arrivo su jet privati” una qualche inconfessabile soddisfazione la dia. E che “i pastori si sono concessi anche di giocare a morra, tra le proteste dei passeggeri imbufaliti” – sia detto da passeggero).

   Sta di fatto che l’argomento addotto da chi sceglie queste forme di lotta – “è l’unico modo per far sì che si parli di noi” – non è mai stato così fondato. Fino a ieri chi aveva sentito parlare del “Movimento dei pastori sardi”? Più o meno nessuno, per due ragioni essenziali, perché sono sardi, e perché sono allevatori di ovini.

   Ora i pastori sardi, come hanno confermato ieri, sanno usare campanacci e fischi con l’indice e il mignolo in bocca da far invidia a un milione di vuvuzelas, ma finora non si era sentito niente, perché l’orrendo rumore delle quote latte copriva tutto. Eppure prima di ieri avevano occupato l’aeroporto di Cagliari (come gli operai dell’Eurallumina, del resto, non pervenuti) e la superstrada Carlo Felice, e niente.

   Qualcuno ieri, “nel continente”, leggeva la notizia e commentava: “Mille o duemila pastori, ti rendi conto?” Così siamo andati a cercare su YouTube, e abbiamo trovato i filmati dei mille pastori del Movimento che erano andati a dimostrare a Bruxelles, il 13 novembre del 1996. Avete letto bene, 1996, quattordici anni fa. Vedete com’è lungo il viaggio che atterra alla Costa Smeralda. Agli occhi e al cuore degli altri, quelli che non sono sardi, la Sardegna di oggi evoca simboli di una forza travolgente. Uno per tutti, gli operai della Vinyls che dal 24 febbraio vivono nelle celle del carcere di massima sicurezza smesso dell’Asinara, isola dell’ isola.

   L’episodio di ieri ha messo i profani del continente davanti a un Incontro dei Due Mondi, cui per giunta le circostanze – un politico sardista che morde la mano di una signora forestiera, la signora che lo schiaffeggia, e poi “tra le vittime della protesta anche una principessa araba” – hanno dato una pittoresca coloritura di genere, i maschi pastori patriarcali e le impazienti signore turiste.

   Nel repertorio degli italiani del continente che mangiano il pecorino romano e si figurano che sia romano (è sardo) e il pecorino di Pienza e delle Crete senesi immaginando che sia toscano (è fatto per lo più dai pastori sardi in Toscana), i pastori riguardano il presepio, la transumanza dannunziana dall’Abruzzo al Tavoliere, e il meraviglioso Canto notturno di un pastore errante dell’Asia alla Luna.

   Ora è vero che i pastori in genere (dove non sono stati sostituiti da senegalesi e sikh e macedoni albanesi e nordafricani) e i pastori sardi in particolare sanno meglio conservare una sapienza e una solitudine antica, ma l’idea scolastica che continuiamo a farcene dev’essere molto aggiornata. Quanto a me, ho un vecchio amico pastore che si chiama Angelo Vacca, che ha 270 pecore e a ciascuna ha dato un nome e le chiama tutte, una per una: è così che si riconosce quella smarrita.

   Però, il “mito romantico dell’uomo solo fra cielo e terra”, deve combinarsi con le cooperative e il Movimento e la sua bandiera azzurra e le sue manifestazioni di migliaia. A quel mito è bello restare affezionati, ma con giudizio.

   Michela Murgia, scrivendo lo scorso aprile di quel mito romantico, spiegava che “solo nell’ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori…  Ma non può sparire da un giorno all’ altro una cultura produttiva che gestisce quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell’economia sarda. C’è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra ‘ l’ essere pastori ‘, che era un modo di percepirsi al mondo, e il ‘fare il pastore’ , un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto”.

   Nel sud della Sardegna, scriveva, tanti giovani pastori sono immigrati, tutti regolari e integrati come in nessun’altra regione. Non sono più quelli di una volta, i pastori sardi. Neanche le signore turiste, direi. (Adriano Sofri)


Filed under: Conservazioni, Geografia e confini, Pianificazione e partecipazione
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Videolezioni su MapGuide Open Source

map3d - Mer, 01/09/2010 - 05:43
object height="295" style="background-image: url(http://i4.ytimg.com/vi/3ks66WtaIDA/hqdefault.jpg);" width="480"param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/3ks66WtaIDA?fs=1amp;hl=it_IT"param name="allowFullScreen" value="true"param name="allowscriptaccess" value="always"embed src="http://www.youtube.com/v/3ks66WtaIDA?fs=1amp;hl=it_IT" width="480" height="295" allowScriptAccess="never" allowFullScreen="true" wmode="transparent" type="application/x-shockwave-flash"/embed/objectbr / br / Installare, configurare ed utilizzare software WebGIS non è facile.br / br / Spesso ricevo richieste di manuali e documentazione per i neofiti in questo campo, come ad esempio in a href="http://www.facebook.com/topic.php?uid=39632843445amp;topic=10101" target="_blank"questa lunga discussione su Facebook/a.br / br / Per fortuna,nbsp;pochi giorni fanbsp;su YouTube sono state pubblicate numerose bvideolezioni/b, che spiegano passo passo le operazioni necessarie per utilizzare a href="http://mapguide.osgeo.org/" target="_blank"MapGuide Open Source 2.1/a.br / Si tratta della versione più recente del server cartografico che preferisco, perchè permette la bpubblicazione diretta dei dati cartografici/b da a href="http://map3d.blogspot.com/2010/04/autocad-map-3d-2011.html" target="_blank"AutoCAD Map 3D/anbsp;e da a href="http://map3d.blogspot.com/2009/11/eccoti-autocad-civil-3d.html" target="_blank"AutoCAD Civil 3D/a.br / Inoltre la versione Open Source rappresenta la base pernbsp;a href="http://map3d.blogspot.com/2010/06/mapguide-enterprise-2011.html" target="_blank"Autodesk MapGuide Enterprise/a.br / br / Qui sopra puoi già guardare la prima videolezione.br / a href="http://www.youtube.com/user/mapguideguy" target="_blank"Qui il link per trovare tutte le videolezioni seguenti/a.br / br / Grazie imapguideguy/i!br / GimmiGISdiv class="blogger-post-footer"Dal Blog dedicato ad AutoCAD Map 3D. GIS, software Autodesk ed Open Source, di Giovanni Perego: www.3dmap.itimg width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29464726-732254681865466834?l=map3d.blogspot.com' alt='' //divdiv class="feedflare" a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=jjHTdp5ZU1c:hgpOtZZD1PI:yIl2AUoC8zA"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=yIl2AUoC8zA" border="0"/img/a a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=jjHTdp5ZU1c:hgpOtZZD1PI:63t7Ie-LG7Y"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=63t7Ie-LG7Y" border="0"/img/a a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=jjHTdp5ZU1c:hgpOtZZD1PI:dnMXMwOfBR0"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=dnMXMwOfBR0" border="0"/img/a a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=jjHTdp5ZU1c:hgpOtZZD1PI:7Q72WNTAKBA"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=7Q72WNTAKBA" border="0"/img/a /divimg src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d/~4/jjHTdp5ZU1c" height="1" width="1"/
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qmpeople: nuove amicizie con Google Maps

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:23

qmpeople è una community di ragazzi e ragazze che condividono le stesse passioni. E’ una piazza virtuale dove si può chattare, iscriversi ai vari gruppi di interesse e molto altro.

qmpeople

La particolarità di questa community è la georeferenziazione dei propri iscritti. In sostanza la posizione geografica di ogni membro della community è tracciata su Google Maps. In questo modo è possibile scegliere le proprie amicizie sulla base delle vicinanza o perchè si ha intenzione di stringere nuove relazioni con ragazzi di una particolare località.

qmpeople google maps

Sbirciando in giro per la rete, sembra che questa community sia nata nel 2007 con lo scopo di realizzare uno dei più grandi social networkmultilingua esistenti grazie capillare presenza in tutti e cinque i continenti con numerose versioni localizzate in sette lingue (italiano, inglese, spagnolo, francese, russo, portoghese, ucraino), in grado di rendere disponibili contenuti sempre aggiornati e prossimi all’utente finale. A breve è previsto il rilascio delle versioni in tedesco ed olandese. La versione in lingua inglese è stata già recensita come uno dei migliori siti di incontri gratuiti oggi in circolazione.

Ecco alcune delle tecnologie utilizzate:

  • • Feed in formato ATOM ed RSS: utilizzati per consentire la sottoscrizione di contenuti tramite i più comuni reader.
  • • FOAF (Friend Of A Friend): utilizzato per la gestione delle amicizie
  • • Vcard: utilizzato per la gestione delle informazioni di profilo
  • • Mappe di Google: Mashup per la rappresentazione visuale delle relazioni di amicizia nate grazie all’interno dell’intero network
  • • XFN: utilizzato come marcatore dei siti personali
  • • Microformati: ad esempio rel-tag utilizzato per la marcatura dei tag descrittivi
  • • OpenSearch: per aumentare il grado di fruibilità di tutte le funzionalità di ricerca offerte della piattaforma.
  • • API Twitter per l’aggiornamento del proprio status in rete


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Il luogo dell’assassinio di Benazir Bhutto visto dal satellite

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:22

Ecco il luogo visto dal satellite tramite Google Maps il luogo dove il kamikaze di Al-kaeda si è fatto esplodere uccidendo anche Benazir Bhutto, canditata alle prossime elezioni in Pakistan.

La pagina fornisce anche il collegamento al file KMZ per poter vedere il luogo su Google Earth.

benazir-bhutto

Il luogo dell’assassinio di Benazir Bhutto visto dal satelliteQuesto articolo è stato pubblicato Sabato, 29 Dicembre 2007 alle 17:54 e


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Prova il tuo quoziente di intelligenza geografico

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:21

Quiz di GeografiaSi chiama “The traveler IQ challenge” ed ha come sottotitolo “Quanto bene conosci il pianeta terra”. E’ un gioco in flash che si può replicare in qualsiasi sito (è sufficiente un copia/incolla di un codice javascript) che mette in discussione la nostra cultura geografica. L’idea è semplice: ledomande di carattere geografico hanno come unica risposta unpunto preciso nella cartina geografica che bisogna indovinare. Le variabili che entrano in gioco sono la precisione con cui si indica il punto ed  il tempo di risposta. Si tratta di una bella sfida, un gioco educativo anche per i più grandi.

qi geografico


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Segnaposto.net: un social network geografico

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:18

SegnapostoDi questi tempi notiamo il pullulare di social network, di tutti i gusti, di tutti i colori.
Questa volta vorrei segnalarvi SegnaPosto.net, un social network geografico.
Questa volta l’idea è originale.

Cosa succede nei normali social network? I blogger segnalano i propri post. Loro stessi poi, votando le notizie, portano o no in homepage lenotizie migliori.
Con SegnaPosto non si votano i post, ma località geografiche nel mondo. Ognuno può segnalare un luogo tramite un kmz (il formato dei file salvati con Google Earth). I migliori luoghi andranno in homepagee godranno di maggiore visibilità.

Se avete ristoranti, aziende, oppure gestite siti di qualche ente locale, bene: segnalate il vostro kmz e vi farete pubblicità!!!

SegnaPosto


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I luoghi di Google Maps più strani

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:17

Mappa dei luoghi strani Si chiama Maps of Strange, ovvero la mappa delle stranezze suGoogle Maps. Questo mashup contiene sia i luoghi strani e curiosi del mondo da vedere, siaerroriimprecisioniassurditàdell’applicazione web.

Ecco che possiamo notare come la casa del vice-presidente degli Stati Uniti è stata ofuscata, oppure si vede un aereo abnorme nell’aeroporto. Oppure una strisciata con una scritta rossa, nell’oceano, evidentemente un errore durante il collage delle mappe.

Eccovene un esempio: un obiettivo rosso nel bel mezzo del mare del nord.

un simbolo rosso nel mare...


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Mappa delle centrali nucleari del mondo

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:15

mappa delle centrali nucleari del mondoQuesta volta non parlo di un mashup di Google Maps, ma credo possa essere di interesse per chi mi legge. E’ stata pubblicata la mappa delle centrali nucleari del mondo in formato pdf. L’autore di questa cartina è laWano, ovvero la World Association of Nuclear Operator.

Interessante vedere quanti segnaposto ci sono sopra la nostra testa, l’arco alpino è infatti costellato da centrali nucleari. I punti segnalati nel territorio italiano credo indichino le centrali nucleari dismesse o riconvertite.


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Il logo di Coca Cola più grande al mondo

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:14

Logo di Coca Cola Il più grande logo di Coca Cola si trova su un fianco di una montagna del Cile. Il logo è stato creato in occasione del 100° anniversario di Coca Cola (1986) ed è fatto da ben 70.000 bottiglie di Coca Cola. Il logo appare di circa 30×120 metri. Se siete interessati ad approfondire la storia di Coca Cola, potete leggere su Wikipedia un buon testo.


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I mashup secondo Google

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:13

Google Mashup

Ecco un bel montaggio dei mashup fatti con Google Maps che sono stati presentati all’ultima conferenza Where 2.0 e al Google Developer Day. Il video mostra molti mashup in azione, molti dei quali rappresentano lo stato dell’arte delle applicazioni Ajax/jascript. Guardare per credere!


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Fare affari nel mondo, una mappa ci dice quanto è difficile

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:11

Business, affari nel mondoCon questo mashup facciamo un giro per il mondo per vedere quanto è difficile (o facile) fare affari con le altre nazioni. Sono stati analizzati175 paesi e classificati con 3 bandierine: la verde, dove è consigliato fare business, la giallala rossa che sconsiglia qualsiasi tentativo.

Gli indicatori che sono stati analizzati sono questi:

    • Fare affari
    • Iniziare un’attività
    • Burocrazia
    • Assoldare lavoratori
    • Registrare le proprietà
    • Ottenere finanziamenti
    • Proteggere gli investitori
    • Pagare le tasse
    • Commerciare all’estero
    • Stringere contatti
    • Chiudere l’attività

L’Italia come è stata considerata? Bandiera Gialla: difficile ottenere finanziamenti, iniziare e chiudere l’attività, tasse alte e difficoltà nel commercio estero. Direi che il governo è meglio che cominci a darsi da fare…


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Le webcam del mondo su Google Maps

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:09

Web cam su google maps
Volete vedere che tempo fa nel mondo? Bene, con livelook è possibile guardare i luoghi più lontani attraverso le web cam sparse sul territorio mondiale. Sulla mappa di Google Maps alcuni markers segnalano dove sono disponibili le web cam, mentre l’applicazione mostrerà l’ora del giorno, per capire il momento della giornata di quella località.

Cliccando qua e là ho fatto una capatina a Bora Bora nella Polinesia Francese, e sinceramente un po’ di invidia l’ho provata…


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Google Maps aiuta a capire il clima

Dal satellite - Mar, 31/08/2010 - 13:08

Google Maps aiuta a capire il clima mondiale
Google Maps aiuta ad interpretare il clima mondiale. Come? Attraverso un nuovo mashup chiamato Global Climate Data Map. Si tratta di un database che contiene i dati climatici mondiali e che sfrutta le API di Google Maps per poter selezionare la regione che si desidera analizzare. Il semplice drag&drop del marker sulla località mostrerà il vento, leprecipitazioni e la radiazione solare divisa per mesi.


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AutoCAD Raster Design 2011 italiano

map3d - Lun, 30/08/2010 - 05:43
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Categorie: GIS Italia

l’IRAN, paese NUCLEARE (solo dell’energia, speriamo), che condanna alla lapidazione una donna, SAKINEH ASHTIANI, per adulterio – Il volto terreo di regimi che si modernizzano a modo loro, rifiutando ogni cambiamento nella VIOLABILITA’ DEI DIRITTI UMANI (

Geograficamente - Dom, 29/08/2010 - 19:03

Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione in Iran

    Sembra un “esternare voluto” quello dell’Iran, nei casi come quello di Sakineh Ashtiani, che si vuol condannare alla lapidazione per adulterio (ma con la successiva aggiunta, che non sta in piedi, di complicità nell’assassinio del marito). Sakineh Mohammadi Ashtiani è reclusa nella galera di Tabriz, nell´Iran azero (parte occidentale del paese), da cinque anni. È stata accusata di adulterio e condannata. Ha ricevuto 99 frustate al cospetto di un pubblico che comprendeva il suo figlio maschio. È stata forzata a confessioni che ha ritrattato al processo. Una mobilitazione internazionale sembra esserci, sono stati lanciati numerosi appelli, di persone famose e non, cui noi ci associamo e vorremmo lo facesse chi ci legge (ad esempio MMNESTY INTERNAZIONAL –vedi la petizione di Amnesty International – ma anche il quotidiano “la Repubblica” ha lanciato una petizione per la mobilitazione dei Governi, che ha raggiunto le 75.000 firme – vedi http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391170&ref=HREC1-10 ).

   La Repubblica islamica d´Iran, i padroni di un popolo di 80 milioni di persone, tiene così in ostaggio una donna e “scherza” con quel che può accaderle (accadrà?) di qui a poco: farla morire con le pietre (ma i metodi meno cruenti, sia chiaro, non rassicurano). E ci sono tante altre Sakineh in Iran, ma anche casi “maschili”: persone gay perseguitate (Almadinejad dice con orgoglio che non esistono gay in Iran), ogni “diversità” dai parametri di costume previsti è “vietata”; appunto come l’omosessualità, o la donna scelta dai genitori per un matrimonio che non può che essere indissolubile, schiava del proprio marito. Il ribadire, per legge e nella pratica di governo e polizia, che ogni diritto individuale riconosciuto (già dai principi della rivoluzione francese), ogni differenziazione da modelli che in altre parti del mondo si riconoscono fondamentali alle persone (a prescindere da sesso, religione, colore della pelle, costumi sessuali…), tutto questo contrasta con una realtà (quella iraniana) che per il resto (come i consumi energetici pari ai paesi occidentali…) non vogliono assolutamente diversificarsi (e questo è più che legittimo).  

manifestazione a Parigi del 28 agosto contro la condanna a Sakineh

   Potere, volontà di controllo della propria area geostrategica (il Medio Oriente), e oppressione della propria popolazione, dei diritti individuali delle persone se non combaciano al folle disegno di una “modernità industriale e consumistica” dove però il diritto della persona, “l’altro”, deve soggiacere a rigide regole medioevali (lasceremo perdere paradigmi che portano come causa alla cultura islamica, che qui c’entrano a nostro avviso assai poco).

  Dall’altra un Occidente (quel che vuol definirsi il portatore della “civiltà” giuridica e democratica) in crisi e in contraddizione totale con quel che ribadisce: caccia (in Francia) gli zingari Rom senza essere capace di trovare una soluzione appunto di civiltà e di rispetto; respinge immigrati (e lascia morire) in cerca di sopravvivenza; e non si fa problemi a fare affari con dittatori e torturatori (il denaro non ha odore…). L’Europa, si capisce, non può che ricostruirsi ed essere efficace come entità, solo se saprà ricreare in sè valori etici fondamenti (di solidarietà, rispetto della persona…) intervenendo con coerenza nelle precarietà (e sofferenze delle persone) del mondo globale.

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IL MONDO SIAMO NOI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 29/8/2010

   Una banda armata di sequestratori, violatori e assassini efferati di donne, che usurpa il nome di Stato e si proclama esecutrice del disegno di Dio: a questo vuole ridursi il regime iraniano? Merita questo l´Iran, il suo popolo, le sue donne?

   È la partita che si gioca oggi, e che si allarga al rapporto fra la teocrazia iraniana e il resto del mondo. Ma è prima di tutto la partita fra una così colossale potenza e il destino di una donna sola. Si vuole spiegare, ogni volta che una vicenda particolare sfida il diritto e l´umanità, che nella sorte di uno si riassume e si simboleggia la sorte di tanti, ed è vero. Ma è prima di tutto di quell´uno, di quell´una, che si tratta intanto.

   La signora Sakineh Mohammadi Ashtiani è reclusa nella galera di Tabriz, nell´Iran azero, da cinque anni. È stata accusata di adulterio e condannata. Ha ricevuto 99 frustate al cospetto di un pubblico che comprendeva il suo figlio maschio. È stata forzata a confessioni che ha ritrattato al processo, e ancora, lo scorso 11 agosto, in una ripugnante comparsa televisiva, sepolta in un chador nero come in un sudario, a leggere una nuova inaudita confessione sulla propria complicità nell´omicidio del marito. Il suo coraggioso difensore ha dovuto riparare in Turchia per scampare all´arresto, e il suo difensore attuale, nominato d´ufficio, protesta di non riuscire a conferire con la sua assistita da quando ha annunciato d´essersi convinto della sua innocenza.
   Del resto, perfino dibattere di innocenza o colpevolezza suona derisorio di fronte a un regime che somministra in questo modo la sua giustizia. Ferocia e brutalità offendono ogni sentimento di umanità: l´orrore della lapidazione e i suoi elaborati dettagli («Ma come fanno a prepararsi a mirare al mio viso e alle mie mani, a lanciarmi delle pietre? Perché? Dite a tutto il mondo che ho paura di morire»), i tormenti inflitti ai figli, il maschio di 22 anni e la ragazza di 17, cui viene detto che la madre li ha rinnegati, e viceversa, sono fatti per suscitare lo scandalo.

   Ma rischiano anche di riservare l´attenzione a ciò che è insieme terribile e inessenziale, di lasciar giocare il governo iraniano –come il gatto col topo, stavo per scrivere, e me ne sono vergognato, perché è come l´uomo sequestratore con la donna torturata che gioca – con la commutazione della pena di morte, dalla lapidazione alla benigna impiccagione, o con la compiaciuta dilazione di decisioni ed esecuzione.

   In qualche appello europeo, si deplorano, nelle frustate e le lapidazioni, misure “d´altri tempi”: non direi. Le pietre appuntite, né troppo grosse né troppo piccole, perché l´agonia duri mezz´ora, insieme all´arma nucleare: è questo il compendio della modernità.
   La Repubblica islamica d´Iran, i padroni di un popolo di 80 milioni di persone, ha in ostaggio Sakineh e scherza col suo corpo come un macellaio di donne che abbia legato la sua rapita a un letto di contenzione. Ci sono tante altre Sakineh in Iran, ci sono anche tanti altri, come il ragazzo Ebrahim Hamid, l´ennesimo, che aspetta d´esser assassinato per sodomia nel paese in cui Ahmadinejad proclama che «non esistono omosessuali». E del resto gran parte delle migliaia di prigionieri del movimento verde dell´anno scorso è passata attraverso pestaggi, torture, stupri, e delazioni e confessioni forzate.
   Su questo giornale avevano firmato ieri per Sakineh 70 mila persone. Appelli si moltiplicano e raccolgono l´adesione di personalità di spicco e di persone senza fama. È pochissimo, una firma, e per giunta a volte ai tiranni che tengono in ostaggio un popolo o una donna piace irridere platealmente la trepidazione e l´auspicio del mondo. E tuttavia il capriccio dei tiranni ha un prezzo da pagare. «Cercano di guadagnare tempo – dice il suo avvocato – finché il mondo si dimentichi di lei. E lei non si arrenderà finché il mondo si ricorderà di lei».

   “Il mondo” siamo noi. Il mondo, quello delle firme celebri e quello dei nomi senza fama, non è composto di cavalieri dell´ideale senza macchia. Chiunque firmi per la vita e la dignità di Sakineh fa bene a ricordarsi della pagliuzza o della trave nel proprio occhio.

   Sarebbe mera ipocrisia congratularsi, com´è giusto, della firma di Carla Bruni, e dell´impegno che annuncia a nome del suo consorte, senza avvertire una dissonanza dalla cacciata stentorea dei rom o dalla cittadinanza revocabile, e il bambino bruciato a Roma da una candela da topi non è fatto per acquietare le nostre coscienze. Ma è così che stanno le cose.

   Battersi per Sakineh, sperare con tutto il cuore che sia salvata lei, il suo bel viso che adesso abbiamo visto, estratto da un fondo di pozzo, come quello dei minatori cileni, può essere un modo per metterci stolidamente in pace con le nostre coscienze, ma anche per metterle in agitazione. Avvengono infinite infamie alla condizione che “il mondo” se ne dimentichi, o non se ne accorga affatto – o finga di non accorgersene.

   È una partita che ricomincia ogni volta, ogni momento, daccapo. Ma anche quando ci si trovi gli uni accanto agli altri in un´impresa che somigli a un vuotare l´oceano col secchiello, c´è una fraternità, una sorellanza, da riscattare a se stessi, e forse anche ai sequestratori e seviziatori e assassini di donne che si sono fatti Stato e agiscono in nome di Dio. Questa bella e pessimistica utopia ha la sua parte, e non bisogna rinunciarvi né vergognarsene.

   Ma gli appelli e le firme e le manifestazioni servono anche a far sentire alle brave autorità del nostro mondo, quelle cui ripugna di lapidare le cosiddette adultere e di frustrare in pubblico e di far recitare confessioni estorte in televisione, e che intrattengono comunque relazioni coi colleghi iraniani in una vasta fraternità d´affari, e che il lungo esercizio del potere ha addestrato al cinismo, a far sentire loro sul collo il fiato di elettori e sondabili.

   Diamo alla sorellanza e alla fraternità umana un 49 per cento della speranza per Sakineh. E diamo un 51 alla pressione esercitata sui nostri potenti: l´Unione Europea, in primo luogo, perché è così perbene, e così affarista. E preghiamo che una Sakineh salvata ed estratta dal fondo di pozzo in cui si trova, a Tabriz, possa presto distribuire a suo modo le quote del proprio conforto e della propria gratitudine. (Adriano Sofri)

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PARIGI SCENDE IN CAMPO: “BRUXELLES SANZIONI L’IRAN SE SAKINEH SARA’ LAPIDATA”

da http://www.ilgiornale.it/ del 27/8/2010

Parigi in campo per salvare la donna condannata alla pena per adulterio. La Francia ha esortato l’Unione europea a minacciare sanzioni contro l’Iran se sarà lapidata Sakineh Ashtiani

Parigi – In un messaggio indirizzato all’Alto rappresentante dell’Unione Europea Catherine Ashton, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner chiede che sia inviato un messaggio comune dai 27 Paesi Ue all’Iran per salvare Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata a morte per lapidazione, e avanza l’ipotesi di possibili sanzioni per violazione dei diritti umani.

L’appello della Francia all’Ue “Una lettera comune di tutti gli Stati membri dell’Unione europea alle autorità iraniane è diventata necessaria, ne sono convinto, se vogliamo salvare questa donna”, scrive Kouchner alla Ashton. “Bisogna che l’Unione si impegni in nuove iniziative – prosegue il messaggio – per ricordare alle autorità iraniane che, come sul dossier nucleare, la loro attitudine di isolamento e di chiusura ha un costo, di cui si potranno liberare nel momento in cui sceglieranno comportamenti più conformi ai loro impegni internazionali in materia di diritti dell’uomo”. Kouchner invita il Consiglio europeo a “riprendere i lavori su queste questioni per prendere nuove misure contro tutti quelli che in Iran hanno organizzato la repressione”, e propone un “dibattito d’insieme” sull’azione dell’Ue in materia di diritti umani in un vertice tra i ministri degli Esteri dei 27, il 10 e 11 settembre. (da “il Giornale.it”)

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SALVIAMO SAKINEH DALLE PIETRE DI TEHERAN

di Bernard-Henry Lévy, da “il Corriere della Sera” del 18/8/2010

   Ha già subìto la pena delle 99 frustrate, sotto gli occhi di uno dei suoi due figli. Ora Sakineh Ashtiani attende nella prigione di Tabriz, in Iran, la sentenza sul suo caso: è accusata di «complicità» nell’omicidio del marito. Rischia la morte. Questo è un nuovo appello per Sakineh Mohammadi Ashtiani, la giovane donna iraniana che rischia la condanna alla lapidazione con la presunta accusa di adulterio e di complicità in omicidio.  Il Brasile le ha promesso asilo, ma l’Iran ha respinto l’offerta. Questo è un appello in extremis.

È stato firmato, oltre che dall’autore di queste righe, da altre diciassette personalità, scrittori, attivisti dei diritti umani e politici, sia uomini che donne, indignati, tutti, dal persistere di questo abominio nel ventunesimo secolo: Wole Soyinka, Patrick Modiano, Milan Kundera, Jorge Semprún, Ségolène Royal, Rachida Dati, Simone Veil, Marjane Satrapi, Juliette Binoche, Mia Farrow, Bob Geldof, Taslima Nasrin, Ayaan Hirsi Ali, Jody Williams, Sussan Deyhim, Yann Richard, Elisabeth Badinter. Ci auguriamo che la loro voce trovi ascolto a Teheran.

   Nella prigione di Tabriz, nella regione occidentale dell’Iran, dove è rinchiusa ormai da cinque anni, Sakineh Mohammadi Ashtiani attende ancora risposta alla richiesta di riesame del suo caso. Sakineh ha già pagato per il suo «crimine» (da lei confessato, occorre ricordare, sotto tortura, e che secondo i suoi accusatori consiste nell’aver avuto rapporti amorosi al di fuori del matrimonio in due occasioni) subendo la pena di 99 frustate, cui è stata sottoposta in presenza di uno dei suoi due figli.

   Ma ecco che alcuni mesi or sono spunta fuori una nuova e vaga imputazione, per la quale è prevista la pena di morte. E non di una morte qualsiasi, ma di morte per lapidazione!

   L’opinione pubblica internazionale, inorridita davanti alla minaccia che pesa su Sakineh, ha atteso assieme all’accusata la revisione di un verdetto tanto iniquo quanto barbarico. Ma la sera dell’11 agosto si è verificata una svolta drammatica, di quelle che sono ormai diventate moneta corrente in Iran: nel corso di un programma televisivo molto seguito, il regime ha mandato in onda la cosiddetta «confessione» della donna la quale, con indosso un chador nero che la copriva per intero lasciando emergere solo un occhio e il naso, stringeva in mano un foglio di carta, quasi costretta a recitare una parte che stentava ad apprendere a memoria. Mentre il doppiaggio in farsi copriva la sua stessa voce che si esprimeva in azero, sua lingua madre, Sakineh ha confessato la sua presunta «complicità» nell’omicidio del marito.

   Il suo avvocato, Hutan Kian, non ha perso tempo per ricordare che Sakineh era già stata assolta da tale accusa nel 2006. Tralasciando i sospetti più ovvi, che non è riuscito tuttavia a dissipare sulla reale identità della donna apparsa quella sera sugli schermi televisivi, nascosta sotto il velo integrale, il legale ha affermato che, a dispetto delle apparenze, la donna era stata costretta a pronunciare quella dichiarazione, ancora una volta sotto tortura.

   Infine, l’avvocato ha ricordato che tali parole erano chiaramente in contraddizione con quelle riportate dal Guardian il 6 agosto in cui la stessa Sakineh spiegava di essere già stata prosciolta da quell’accusa infamante nel 2006. È chiaro che le autorità iraniane hanno mentito spudoratamente, ripescando un’imputazione già da tempo scartata, con l’unico scopo di seminare confusione nell’opinione pubblica e prepararla a una rapida esecuzione della condanna a morte. Kian ha aggiunto che la «giustizia» si accanisce sul suo caso solo «perché è una donna», che vive «in un Paese dove alle donne vengono negati i diritti più elementari».

   A Sakineh viene negato il diritto fondamentale a reclamare giustizia per il semplice fatto che le è stato impedito l’accesso a un processo equo, in una lingua a lei comprensibile. («Quando il giudice ha pronunciato la sentenza – ha riferito la donna al Guardian – non ho nemmeno capito che ero stata condannata alla lapidazione, perché non conosco il significato della parola rajam. Mi hanno chiesto di firmare la condanna, e l’ho fatto, ma quando sono tornata in prigione e le mie compagne di cella mi hanno detto che sarei stata lapidata, ho perso i sensi»).

   Tutto ciò è stato confermato dal suo precedente difensore, l’avvocato Mohammad Mostafaei, che non aveva esitato ad attirare l’attenzione internazionale sul suo caso e che per il suo interessamento si è visto piombare addosso un mandato di arresto (si è salvato per un pelo, rifugiandosi in Turchia, dove è in attesa di un visto per la Norvegia. Non così sua moglie, Fereshteh Halimi, che è stata arrestata e trattenuta in ostaggio.).

   Infine, appare chiaro che, senza soffermarsi sull’orrore della condanna, i cui dettagli più ripugnanti non trovano posto in questa sede, la lapidazione è consentita dalla «legge» iraniana esclusivamente quando i parenti della vittima ne fanno richiesta (e, occorre ribadirlo, non è nemmeno questo il caso di Sakineh e della sua famiglia). Ma al di là di tali considerazioni, che non è opportuno né auspicabile sviscerare in questo momento, è urgente intervenire subito per impedire l’esecuzione di una condanna che gli osservatori della situazione iraniana temono possa essere imminente.

  È nostro dovere rispondere con urgenza alle suppliche dei figli di Sakineh, Fasride e Sajjad Mohammadi Ashtiani, che ci implorano di non chiudere gli occhi davanti a queste macabre macchinazioni del regime iraniano, per non permettere che il loro «incubo si trasformi in realtà». A nome di Sakineh, è urgente rivolgersi alle autorità affinché venga revocata la sua condanna a morte, in qualunque forma essa sia, e la donna venga rilasciata senza indugio, riconoscendo la sua innocenza.

   In Iran, ogni anno, decine di donne sono condannate alla fustigazione, lapidazione e altre forme di punizioni raccapriccianti. È nostro dovere intervenire presso le Nazioni Unite per ricordare al regime dei mullah le promesse fatte nel 2002 e nel 2008, riguardanti appunto l’abolizione di queste punizioni.

   Se in questo momento è a rischio la vita di una sola donna, non dimentichiamo che sono a rischio la libertà e la dignità di migliaia di altre. Ricordiamo infine che è a rischio anche l’onore di un grande Paese, ricco di una splendida cultura millenaria, che non può e non deve riconoscersi, davanti agli occhi del mondo, nella maschera sanguinolenta di un volto di donna sfigurato dai colpi di pietra. Pietà per Sakineh. Pietà per l’Iran. (Bernard-Henry Lévy)

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LA DICHIARAZIONE DI TEHERAN IN RISPOSTA ALLE POLEMICHE INTERNAZIONALI

(da LaStampa.it del 28/8/2010)

Iran frena su lapidazione Sakineh: “Sospesa l’applicazione della pena” – Il ministero degli esteri: il caso è ancora sotto esame, continuano le proteste in tutto il mondo

TEHERAN. «L’applicazione della sentenza è stata bloccata ed è in corso un riesame da parte della magistratura», con queste parole il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ha ricordato alla comunità internazionale che non è stata presa ancora alcuna decisione definitiva sulla lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata per adulterio e complicità nell’omicidio del marito.
   «Per pene così pesanti, c’è una procedura particolare e lunga. Quando la giustizia arriverà a una conclusione finale, la decisione sarà resa nota» ha concluso Mehmanparast.
   La condanna di Sakineh, madre di due figli, continua a sollevare proteste e dure prese di posizione in tutto il mondo. Nei giorni scorsi la Francia è arrivata a chiedere all’Ue l’imposizione di nuove sanzioni a Teheran se la lapidazione sarà eseguita. Oggi sotto la Tour Eiffel di Parigi centinaia di persone si sono riunite per manifestare contro la sentenza.

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L’IRAN DEGLI AYATOLLAH

SAKINEH, MIGLIAIA IN PIAZZA A PARIGI PER DIRE “NO” ALLA LAPIDAZIONE

Kouchner (ministro degli Esteri francese): “Pronti a nuove sanzioni contro Teheran”. Appello contro la condanna della donna: 65mila firme sul solo sito di “Repubblica” – di ANAIS GINORI, da “la Repubblica” del 29/8/2010

PARIGI – “Simone de Beauvoir aveva già previsto tutto”. L’ideologa femminista e compagna di Jean-Paul Sartre può sembrare un riferimento azzardato per difendere Sakineh Mohammadi-Ashtiani, condannata a morte per lapidazione. Eppure sono loro, le associazioni femministe francesi, ad aver organizzato la prima mobilitazione in favore della giovane iraniana. “Questa donna è il simbolo di un certo relativismo che sta uccidendo la cultura dei diritti umani”, spiega Annie Sugier, presidente di quella Ligue International des Femmes fondata a suo tempo dall’autrice de “Il secondo sesso”. “Sakineh non è lontana geograficamente come sembra, la sua situazione ci tocca direttamente – continua la militante femminista, caschetto di capelli rossi – basti pensare che proprio qualche mese fa l’Iran è stato ammesso nella commissione per i diritti delle donne dell’Onu”.
   Spianata del Trocadero, un colpo d’occhio perfetto verso la Tour Eiffel. Sotto al sole di mezzogiorno, un migliaio di persone si sono radunate per chiedere di fermare il conto alla rovescia nella prigione di Tabriz, nel nord dell’Iran. Il volto di Sakineh, incorniciato dal velo nero, spunta sopra ai cartelli, è dentro ogni slogan. Lo scrittore Daniel Salvatore Schiffer legge ad alta voce l’appello firmato da molti intellettuali francesi (e da più di sessantacinquemila persone solo sul sito di Repubblica): “I crimini di Sakineh, agli occhi delle autorità politico-religiose dell’Iran – dice Schiffer – sono l’adulterio, che non è un crimine né un delitto, ma soprattutto la presunta complicità in un omicidio che è stata costretta a confessare”.
   Tra la folla anche alcuni dei promotori dell’appello, lo scrittore Marek Halter, la storica Elisabeth Roudinesco. Il filosofo Edgar Morin, 89 anni, ha mandato un messaggio: “Sono con voi con tutto il mio cuore”. Due assessori del Comune di Parigi ascoltano tra la gente i discorsi su un piccolo podio improvvisato. Alcune iraniane in esilio si commuovono. “Sono venuta in Francia da piccola, per fuggire dalla rivoluzione islamica”, racconta Maryam, 47 anni. “Mia madre, che vive ancora a Teheran, ha paura di parlarmi al telefono. Le donne iraniane non hanno neanche il diritto di respirare”.
   Il piccolo corteo s’incammina verso l’ambasciata iraniana, distante meno di un chilometro, ma viene fermato dai poliziotti. Nelle stesse ore, arriva da Teheran l’annuncio che “nulla è stato ancora deciso” sulla condanna a morte di Sakineh. “Non ci basta avere una sospensione temporale”, ribatte subito Daniel Salvatore Schiffer. “Chiediamo che questo procedimento giudiziario sia cancellato”. Gli interventi ufficiali in favore della donna iraniana si moltiplicano. Il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto all’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, che ci sia un impegno comune dell’Europa, minacciando nuove sanzioni contro l’Iran. “Dobbiamo ricordare alle autorità iraniane – ha spiegato Kouchner – che, come sul dossier nucleare, la loro attitudine di isolamento e di chiusura ha un costo”.
   La mobilitazione di ieri a Parigi è solo l’inizio. Un altro corteo è previsto a Bruxelles, sede dell’Ue. E la battaglia per Sakineh arriverà anche in Italia, il 2 settembre, quando la Federazione dei Verdi organizzerà una protesta davanti alla sede dell’ambasciata iraniana. “Questa barbarie va evitata”, ha detto Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. Anche la Farnesina sta seguendo da vicino la vicenda. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto di mantenere uno stretto raccordo bilaterale con le autorità iraniane, “affinché esse possano considerare un atto di clemenza in questo specifico caso”. Dal fondo della cella di Tabriz, Sakineh può almeno ritrovare la speranza.  


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GROUND ZERO E IL CENTRO CULTURALE ISLAMICO: Perché no? – Una MOSCHEA là dove l’integralismo (religioso?) ha colpito la nazione americana – L’America che ha paura della sua stessa origine (e successo): il MELTING POT, espressione del tentativo quotidiano d

Geograficamente - Gio, 26/08/2010 - 21:57

New York - Ground Zero - manifestazione di protesta contro la possibile costruzione lì di un centro culturale islamico con moschea

   La costruzione della Cordoba House, un centro culturale musulmano (non solo una moschea), a New York, vicino al sito dove sorgevano le torri gemelle sta suscitando forti polemiche e contrapposizioni. Il diritto di costruire il centro islamico è stato difeso a spada tratta dal presidente Obama in un intervento giudicato politicamente infelice sia dai repubblicani che dai democratici. La difesa del diritto costituzionale sulla libertà di religione ha sollevato pure la furiosa indignazione dell’estrema destra, che ormai paragona i musulmani ai nazisti, ma anche l’ira dei democratici già in pericolo di perdere le elezioni di autunno, in un anno di crisi economica, alta disoccupazione e deficit record. 

   Invece il presidente Obama dice che accettare questo progetto è parte dello spirito dell’America. Qui viene da dire che sicuramente è prima di tutto parte dello spirito incredibilmente cosmopolita di New York. E non a caso la posizione di Obama viene a confortare quella di un suo “nemico” politico, il sindaco della metropoli, Michael Bloomberg, la prima autorità che ha appoggiato questo progetto di Moschea a Ground Zero. Pertanto la politica americana che, nella contingenza del momento, sia da destra che da sinistra critica Obama. E allo stesso tempo gli stessi uomini più rappresentativi in questo momento della politica americana più moderata, non integralista, di entrambe le parti (Obama e Bloomberg) che ribadiscono il diritto di libertà religiosa per ogni persona e comunità nel suolo americano; e quello che è l’essenza del “progetto” degli stati Uniti d’America, cioè quel “meltig pot” miscuglio di religioni, etnie, persone, ognuna delle quali esprime sì le proprie specifiche tradizioni, ma allo stesso tempo si riconosce unitariamente nello spirito americano (questo almeno in teoria, poi nella realtà la questione di convivialità fra etnie diverse in America non è scevra da contraddizioni).

New York, metropoli cosmopolita - Melting pot letteralmente significa "crogiolo". L'espressione si usa per indicare l'amalgama, all'interno di una società umana, di molti elementi diversi (etnici, religiosi, ecc.). Melting pot è inoltre un nomignolo di New York, in ragione del fatto che proprio in questa grande metropoli vivono milioni di persone di culture tra loro molto diverse, proprio come in un grosso calderone. Il melting pot è un fenomeno complesso che sta avvenendo, in proporzioni minori, anche in Italia, paese nel quale comincia a delinearsi una fusione tra la popolazione italiana e quella immigrata. Il melting pot consiste nell'amalgamento di moltissime culture e di sentirsi comunque cittadino americano, per esempio un francese immigrato in America può conservare tutte le sue usanze, lingue, religione e sentirsi ugualmente cittadino americano. (da WIKIPEDIA)

   Diciamo quel che pensiamo. E’ probabile che il conflitto tra religioni, negli Stati Uniti, come nel Medio Oriente o in ogni altra parte del mondo, ha assai poco di religioso… è sempre così… si impugna il “credo” religioso per contraddizioni “altre”  (economiche, di controllo del potere, di diritti negati…). Un esempio terribile degli anni novanta del secolo scorso lo si è avuto, in uno scontro tra etnie “montato ad arte”, qui da noi a poche centinaia di chilometri, nella ex Iugoslavia, dove addirittura si son riusciti a separare, mettere contro, famiglie fino al giorno prima unite, solo perché la moglie era di origine croata e il marito serbo…

   Pertanto il tentativo di “andare oltre l’odio”, e il ricordo di Al Qaeda che trafigge le torri gemelle e produce una ferita indimenticabile a New York l’11 settembre di nove anni fa, è sì quello di ribadire lo spirito della costituzione americana, ma prima ancora un tentativo di dare forza all’islamismo moderato, predominante contro integralismi violenti e strumentalizzazione di potere. La cosa, da un punto di vista dell’opinione pubblica americana, non è stata accolta bene (Obama è sprofondato ancora di più nei sondaggi, che lo vedono già in condizioni difficili), ma è anche questa mossa (dell’accoglienza, almeno di principio, della moschea…. vedremo il protrarsi della vicenda…), per il presidente americano forse più innovativo della storia americana, una “scommessa sul futuro”: la possibilità di un’epoca di pace mondiale dove ci si concentri sul benessere di ciascuna persona, oltre ogni violenza e integralismo.

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IL MINARETO AMERICANO E I TIMORI DI CASA NOSTRA

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 17/8/2010

   “È un segno di decadenza dei popoli quando gli dèi cominciano ad essere comuni… Quanto più forte è un popolo, tanto più il suo dio è particolare”. Questo abbassamento di Dio a semplice attributo della nazionalità, finalizzato a indicare il popolo russo come l’unico popolo “portatore di Dio”, costituisce motivo di tormento per Fedor Dostoevskij. “Chi non è ortodosso non può essere russo”, scrive Dostoevskij, animando un dialogo cruciale de “I demoni”: “Credo nella Russia, credo nella sua ortodossia… Credo nel corpo di Cristo… Credo che il nuovo avvento sarà in Russia… Credo… – si mise a balbettare Satov, in preda all’esaltazione”.

   È un afflato religioso di segno opposto quello che ha sospinto Barack Hussein Obama a pronunciarsi in difesa della costruzione di un centro comunitario islamico a Lower Manhattan, in prossimità di Ground Zero. Il discorso con cui Obama ha motivato la sua scomoda scelta, è stato innanzitutto il discorso di un credente.

   Fin dagli inizi della sua attività sociale e politica a Chicago egli ha rivendicato l’impegno pubblico come sviluppo conseguente della fede evangelica. Celebri sono i suoi richiami biblici, l’immaginarsi come un Giosuè chiamato a proseguire il cammino dei patriarchi dopo la schiavitù e la traversata del deserto.   Guidando un popolo che è unico non certo perché esibisca l’idolo di un dostoevskijano “dio particolare” quale requisito d’appartenenza, ma al contrario perché capace di sommare le sue diversità.

   Anche la mia Pasqua ebraica è allietata dalle fotografie provenienti dalla Casa Bianca, dove il presidente americano figura come ospite e gusta il pane azzimo del seder insieme ai collaboratori. Così come lo vediamo ogni anno rompere il digiuno del Ramadan islamico partecipando alla cena dell’Iftar, celebrare il Natale cristiano e il Diwali indù.

   Sarà un bel giorno, temo lontano, quello in cui si celebreranno pure al Quirinale analoghe cerimonie di concittadinanza. Lungi dal proporre ambigui modelli di sincretismo, esse favoriscono il riconoscimento della funzione pubblica imprescindibile delle religioni, e di certo non offendono i non credenti. La laicità dello Stato non ne subisce alcuna minaccia. Lo ha spiegato Obama venerdì, nel suo breve ma storico discorso dell’Iftar: “Ad attestare la saggezza dei nostri fondatori, l’America è rimasta un Paese profondamente religioso: una nazione dove persone di confessioni diverse sono capaci di convivere pacificamente, nel rispetto reciproco, in netto contrasto con i conflitti religiosi tuttora in atto in altre parti del mondo”.

   Certo anche gli Stati Uniti, colpiti nove anni fa dall’attentato fondamentalista alle Torri gemelle, sono attraversati da una pulsione reazionaria tendente a plasmare la falsa tradizione di un “dio particolare” d’America – ad uso riservato di protestanti, cattolici, ortodossi e ebrei – contrapposto agli dèi altrui e quindi negatore del Dio comune. Ma a New York sono in attività cento moschee islamiche e nessuno, dopo l’11 settembre 2001, si è mai sognato di proporne la chiusura.

   Al contrario, il sindaco (ebreo) della metropoli, Michael Bloomberg, ha fin da subito condiviso il progetto di edificare vicino a Ground Zero un centro culturale e religioso islamico che il proprietario dell’area, un cittadino americano di madre polacca e padre egiziano, vuole intitolare alla mitica Cordoba, città-simbolo di una convivenza armoniosa tra fedi e saperi nella Spagna medievale.

   New York ci appare così distante anni luce dalla nostra Milano, dove una volta ancora il Ramadan deve celebrarsi in una tensostruttura provvisoria visto che le autorità cittadine si rifiutano di consentirvi l’edificazione di una moschea. Litigano per accaparrarsi i fondi dell’esposizione universale convocata nel 2015, pensando seriamente che un incontro definito, appunto, “universale” possa svolgersi là dove si nega un’adeguata sede di culto a una religione che conta più di un miliardo di fedeli.

   Può darsi che il presidente Obama sia spaventato dalle divisioni suscitate tra gli americani dal suo discorso. Domenica ne ha minimizzato le conseguenze, precisando che le sue affermazioni di principio non vanno considerate un’interferenza nella decisione sul Centro Cordoba, spettante alle autorità cittadine. Ma prima che sopravvenissero i vincoli della realpolitik, è dal patrimonio della sua fede personale che Obama ha attinto l’ispirazione profetica.

   Sto parlando della fede in un Dio che apre gli occhi e i cuori, aiutandoci a ben distinguere fra l’islam nel suo insieme e al Qaeda. Un Dio fiducioso nelle virtù benefiche della preghiera e della riflessione culturale. Perché non credere che i musulmani riuniti in quell’edificio vicino al luogo-simbolo della memoria insanguinata di New York, ne potranno trarre ispirazione alla saggezza e alla condivisione del lutto?

   Destinati come già sono a vivere nella metropoli comune, lo spirito americano di cui Obama è un testimone li instrada a partecipare della sua contrizione. Chi viceversa si batte per un divieto che violerebbe la legislazione americana sulla proprietà privata e sulla libertà di culto, anteponendole motivi d’opportunità, sposa una visione statica e disanimata della religione. Sfiduciato e privo di fede, considera il monoteismo islamico perduto e riduce il suo grande mistero a mero fanatismo.

   Con la stessa miopia che in passato portò altri intolleranti a negare i diritti delle medesime confessioni che oggi pretende di cooptare nel suo falso “dio particolare” d’America. Non a caso fra i più accaniti condottieri della crociata contro “la moschea di Ground Zero” spiccano gli esponenti dei Tea parties che insistono nel chiamare Obama col suo secondo nome, Hussein, sostenendo che il presidente sia un infiltrato di al Qaeda al vertice degli Usa. Farneticazioni minoritarie disseminate come vox populi per gli ignoranti, da parte di chi non digerisce ancora l’accadimento dirompente rappresentato dall’elezione di un meticcio con sangue afroamericano alla Casa Bianca.

   Il corrispettivo italiano, lo conosciamo bene. Siede nei banchi del nostro governo. Definisce “imam” l’arcivescovo di Milano solo perché in assenza di una voce pubblica disposta a fronteggiare il pregiudizio nei confronti dei musulmani, osa chiedere che essi possano pregare in luoghi degni edificati a questo fine. Ma soprattutto il corrispettivo italiano degli avversari di Obama esprime in versione caricaturale, sia pure inconsapevole, la bestemmia slavofila narrata da Dostoevskij: secondo cui il sacro risiederebbe nel popolo stesso, in quanto legittimo portatore della tradizione quand’anche essa si sia distaccata, storicamente, dal Vangelo.

   Cittadinanza e battesimo come sinonimi; buoni a fronteggiare l’Altro, a prescindere dal credere e tanto meno dal testimoniare nei comportamenti di vita. Non a caso anche l’ebraismo si divide sulla vicenda della “moschea di Ground Zero”. Da una parte i favorevoli, come il sindaco Bloomberg, che agli argomenti di natura costituzionale affiancano il richiamo ai principi fondamentali della Torah; dall’ altra i contrari, guidati dall’ Anti-Defamation League, i cui argomenti sempre meno derivano dalla Legge fondativa dell’ebraismo, affidandosi piuttosto a una sorta di nuova religione della Shoah.

   Il loro argomento è storico-emotivo: autorizzereste la costruzione di un centro culturale tedesco dentro Auschwitz? (Mia risposta personale: a duecento metri di distanza, perché no?) Si tratta di esponenti mossi da finalità politiche, che vorrebbero però assolutizzare col ricatto morale, rivestendo arbitrariamente i panni dei portavoce delle vittime. Nella visione di costoro l’ebraismo, sul finire del suo quinto millennio, cercherebbe fondamento sempre meno nei principi biblici, e sempre più su una supposta rappresentanza degli sterminati.

   Temo questo abuso del senso di colpa, già manifestatosi ampiamente sui mass media statunitensi a proposito del Centro Cordoba di Manhattan, e che avvicinandosi il decennale dell’ 11 settembre 2001 vedrà scatenarsi la competizione per la “legittima” rappresentanza politica dei tremila caduti nell’attentato.

   Ignoro se sia concessa a un presidente degli Stati Uniti la possibilità di promuovere, nell’esercizio delle sue funzioni, una visione profetica. È difficile, improbabile. Ma quando dice sì a un impegno incrollabile per la libertà religiosa e afferma “Ecco, questa è l’America!”, noi sappiamo che Obama indica anche il destino di quel mosaico che è il mondo contemporaneo, una volta attraversata la stagione di conflitti che di religioso non hanno proprio nulla. – GAD LERNER

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LA MOSCHEA DIFENDE LA LIBERTA’

- Il sindaco di New York: combattiamo il terrore mostrando la nostra libertà religiosa -

da “la Stampa” del 26/8/2010

Questo è un ampio estratto del discorso che il sindaco di New York ha tenuto in occasione della cena annuale per celebrare la fine del Ramadan, ospitata nella Gracie Mansion, la sua residenza ufficiale. All’incontro erano presenti molti leader della comunità musulmana di New York.
NEW YORK

BLOOMBERG: “LA MOSCHEA, UN VALORE AMERICANO”

   L’America è una nazione di immigrati e nessun posto spalanca le porte al mondo più di New York. Gli Stati Uniti sono la terra delle opportunità e nessun altro luogo offre ai suoi abitanti più occasioni per inseguire i sogni di New York. L’America è la culla della libertà. Nessuno la difende con più ardore o è stato attaccato con più ferocia a causa della sua libertà, come New York.
   Nelle ultime settimane è sorto un dibattito che va al nocciolo di chi siamo come città e come Paese. La proposta di costruire una moschea e un centro comunitario a Lower Manhattan ha generato un dibattito nazionale sulla religione in America e poiché il Ramadan offre lo spunto per una riflessione vorrei discuterne.  

Michael Bloomberg, sindaco di New York

   Ci sono persone di buona volontà in entrambi gli schieramenti e auspico che il dialogo possa continuare in modo civile. Penso che la maggior parte delle persone sia d’accordo sulle due questioni fondamentali: la prima è che i musulmani hanno il diritto garantito dalla Costituzione di costruire una moschea a Lower Manhattan e, secondo, che il luogo del World Trade Center è un terreno sacro. L’unica domanda che abbiamo dinanzi è: come onoriamo quel terreno? Dopo gli attentati, alcuni sostennero che tutta la zona dovesse essere riservata a un monumento.
   Decidemmo però che il modo migliore per onorare coloro che abbiamo perso e per battere i nostri nemici, era costruire un monumento commovente e ricostruire l’area. Volevamo che quel posto ricordasse al mondo che questa città non dimenticherà mai i suoi morti e non smetterà di vivere. Abbiamo promesso di riportare in vita Lower Manhattan – più forte che mai – come simbolo della nostra sfida e l’abbiamo fatto. Oggi, e più di prima, è una comunità di vicini con più persone che là vivono, lavorano, giocano e pregano.
   Ma se sosteniamo che una moschea e un centro comunitario non dovrebbero essere costruiti vicino al perimetro del World Trade Center, comprometteremmo il nostro impegno per combattere il terrore con la libertà. Colpiremmo i nostri valori e i principi per cui tanti eroi sono morti per proteggerli. Alimenteremmo le impressioni sbagliate che alcuni americani hanno dei musulmani. Manderemmo un segnale al mondo che i musulmani americani sono uguali per la legge, ma diversi agli occhi dei loro compatrioti. E consegneremmo un prezioso strumento di propaganda ai reclutatori dei terroristi che diffondono falsità dicendo che l’America è in guerra con l’Islam. L’Islam non ha attaccato il World Trade Center, è stata Al Qaeda. Coinvolgere tutto l’Islam nelle azioni di pochi che hanno deviato da una grande religione è disonesto e non americano.
   Proprio in questo momento, ci sono giovani americani – alcuni dei quali musulmani – che sorvegliano le libertà in Iraq e Afghanistan e nel mondo. Uomini e donne del nostro esercito sono impegnati a combattere per i cuori e le menti. E la loro più grande arma è la forza dei valori americani che hanno sempre ispirato persone nel mondo. Ma se noi non mettiamo in pratica in patria ciò che predichiamo all’estero – se non guidiamo con l’esempio – miniamo i nostri soldati, gli scopi della nostra politica estera e la nostra sicurezza. In un’altra epoca, con sfide internazionali diverse per il Paese, il Segretario di Stato del presidente Kennedy, Dean Rusk, spiegò al Congresso perché è importante essere all’altezza dei nostri ideali in patria. Disse: «Gli Usa sono considerati la dimora della democrazia e l’avamposto della battaglia per libertà, diritti umani e dignità. Ci è richiesto di essere un modello».
   Quasi cinquant’anni più tardi, queste parole risuonano ancora vere. Nel combattere i nemici non possiamo affidarci interamente al coraggio dei soldati o all’abilità dei diplomatici. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte. Come abbiamo combattuto il comunismo mostrando al mondo la forza del libero mercato e delle libere elezioni, così dobbiamo combattere il terrorismo mostrando il potere della libertà religiosa e la cultura della tolleranza. La libertà e la tolleranza sconfiggeranno sempre la tirannia e il terrorismo. Questa è la grande lezione del XX secolo e non dobbiamo abbandonarla nel XXI.
   Capisco l’impulso a cercare un altro luogo per la moschea. Comprendo il dolore di coloro che sono spinti da una perdita grande. Ci sono persone di ogni fede che sperano che una compromesso metterà fine al dibattito. Ma non sarà così. Perché poi la questione muterà: quanto grande dovrebbe essere l’area bandita alla moschea attorno al World Trade Center? Già c’è una moschea a quattro isolati da là. Dovremmo spostarla? Siamo dinanzi a una verifica della nostra adesione ai valori americani. Dobbiamo avere il coraggio delle convinzioni e fare ciò che è giusto, non ciò che è facile. E riporre fiducia nelle libertà che hanno sostenuto questo grande Paese per oltre 200 anni.
   I primi coloni approdati sulle coste Usa aspiravano alla libertà religiosa e i padri fondatori scrissero una Costituzione che la garantiva. Fecero sì che al governo non sarebbe stato permesso preferire una fede piuttosto che un’altra. Tuttavia, non molto tempo fa, ebrei e cattolici dovettero superare stereotipi e costruire ponti verso coloro che li consideravano con sospetto e non pienamente americani. Nel 1960 molti temevano che Kennedy avrebbe imposto la legge del Papa all’America. Ma egli ci insegnò che la devozione a una religione di minoranza non è un ostacolo al patriottismo. È una lezione che dobbiamo aggiornare oggi ed è nostra responsabilità accettare la sfida. (Michael Bloomberg)

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LA MOSCHEA PUNISCE OBAMA

di Daniela Roveda, da “il Sole 24ore” del 18/8/2010

   Il governatore di New York ci riprova, e rinnova l’offerta di pagare pur di spostare altrove la moschea di Ground Zero, ma il suo secondo tentativo rischia di scontrarsi nuovamente con l’opposizione dei leader musulmani.

   La polemica sulla moschea intanto infiamma, con la destra sempre più galvanizzata dal successo popolare della crociata anti-islamica e i democratici sempre più impauriti di perdere le elezioni di novembre per una questione di principio. Secondo l’ultimo sondaggio della Cnn il 70% degli americani è contrario alla costruzione di un centro islamico a due isolati dal luogo degli attentati dell’11 settembre.
   Il governatore David Paterson ha fatto sapere di voler incontrare per la seconda volta i rappresentanti della comunità islamica locale per convincerli a rinunciare alla costruzione della Cordoba House, il centro culturale musulmano avvolto nella polemica, vicino al sito dove sorgevano le torri gemelle.

   Fonti citate dal quotidiano israeliano Haaretz sostengono che i musulmani sarebbero pronti a rinunciare in un gesto di pacificazione nei confronti dei familiari delle vittime dell’11 settembre, ma lunedì Sharif El-Gamal, il titolare della società edile Park51 a capo del progetto, ha dichiarato di non aver nemmeno preso in considerazione l’ipotesi. «Siamo pronti a iniziare i lavori nel luogo designato», ha detto.
   Il diritto di costruire il centro islamico – un centro culturale, non esattamente una moschea – è stato difeso a spada tratta dal presidente Barack Obama la scorsa settimana in un intervento giudicato infelice sia dai repubblicani che dai democratici. La difesa del diritto costituzionale sulla libertà di religione ha sollevato la furiosa indignazione dell’estrema destra, che ormai paragona i musulmani ai nazisti, ma anche l’ira dei democratici già in pericolo di perdere le elezioni in un anno di crisi economica, alta disoccupazione e deficit record.

   Persino il leader dei democratici al Senato Harry Reid, in corsa per la rielezione in novembre in Nevada, si è dissociato ieri dal presidente: «Rispetto il primo emendamento della Costituzione sulla libertà di religione, ma credo che la moschea debba essere costruita da qualche altra parte». E un sondaggio condotto da Gallup tra il 13 e il 15 agosto, cioè nei giorni del controverso via libera di Obama alla moschea, il presidente è sceso al livello di gradimento più basso (44%) da quando è entrato alla Casa Bianca.

   La strumentalizzazione a fini politici della moschea di Ground Zero sta lasciando poco spazio a chi invita alla ragione. Paradossalmente l’unico uomo politico che ha avuto il coraggio di applaudire il presidente e la difesa dei principi costituzionali su cui si regge la nazione americana è stato il sindaco (repubblicano) di New York Michael Bloomberg. «Se impediamo la costruzione di una moschea a due isolati dal luogo in cui è stato lanciato un attacco alla libertà, credo che sarebbe un triste giorno per l’America», ha detto Bloomberg.
   Contrariamente a quanto sostiene la destra, capeggiata in questo caso dall’ex-candidata alla vicepresidenza Sarah Palin e dai leader ideologici ultraconservatori come Newt Gingrich e Glenn Beck, nemmeno i familiari delle vittime dell’11 settembre sono uniti nell’opposizione alla moschea. Confondere terrorismo e Islam è un errore, sostengono in molti, anche se la ferita degli attentati è ancora aperta. 

   «L’America è sempre stato un rifugio dalle persecuzioni religiose – ha detto Donna Marsh O’Connor, la cui figlia incinta è morta negli attentati – La nostra sofferenza è reale, ma non è giusto violare i principi di questa nazione solo per questo».

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QUANDO GROUND ZERO ERA UNA CITTADELLA ARABA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 26/8/2010

- Si chiamava “Little Syria” il quartiere mediorientale della città la punta di Manhattan, nell´800, era una piccola replica di Damasco. Donne velate e uomini in fez: a due passi dal luogo dove, molti anni dopo, sarebbero nate le Torri Gemelle. Il New York Times svela un realtà ormai dimenticata: “Serve a ricordare che qui nessuno può vantare diritti esclusivi” -
   Ground Zero come Damasco o Beirut? Non è una profanazione, è solo un ritorno al passato. Le polemiche sulla moschea da costruire a due isolati dall´ex-cratere dell´11 settembre si arricchiscono di un nuovo colpo di scena. A movimentare la controversia stavolta non è l´intervento di Hamas, o il contributo di capitali sauditi, o la scomunica di qualche leader della destra repubblicana.

   È dagli archivi del Museum of the City of New York che riemerge una litografia di fine Ottocento intitolata “La Colonia Siriana”. Il disegnatore, dal nome non proprio anglo-protestante (Bengough), illustra una scena tipica di una città araba. In primo piano una donna col velo. Sul retro un anziano col fez, seduto davanti all´uscio di casa, intento a fumare il narghilé. Mercanti e bancarelle come si vedono a Marrakech: stessa frutta esotica, stesse spezie, stessi tessuti colorati. Ma la scena del quadro, che il New York Times riproduce in prima pagina, è ambientata a Washington Street. Nella punta meridionale di Manhattan, vicino alla sede del municipio.
   Pochi isolati a Sud di Ground Zero, due secoli fa c´era il quartiere “Little Syria”. Un pezzo di mondo arabo era a casa sua lì, molto prima che quella diventasse l´area del World Trade Center e dei potentati finanziari di Wall Street. Lo ricorda lo storico Jabaly Orfalea, autore di un saggio su “Gli Arabi Americani” e lui stesso di origini siriane.

   «Washington Street era una enclave di Medio Oriente dove gli arabi facevano commercio ambulante, lavoravano in misere botteghe artigianali, vivevano in dormitori collettivi. Mia nonna Jabaly Orfalea, arrivata a New York nel 1890, passeggiava per Washington Street offrendo la sua merce ai passanti». Il giornale più diffuso del quartiere si chiamava Al-Hoda. Le insegne dei negozi portavano i nomi dei Fratelli Sahadi, di Noor & Maloof, di Rahaim & Malhami. Oppure erano semplicemente scritte in arabo, incomprensibili per il resto della popolazione newyorchese.

   Uno studioso della storia cittadina, Konrad Bercovici, nel 1924 descriveva «le grida in arabo delle mamme che chiamavano i bambini, mescolate con le note di jazz di qualche locale, e con le bestemmie omeriche di un camionista» (la parte araba confinava con il quartiere greco).
   A “Little Syria” i linotipisti delle tipografie adattavano le macchine per stampare in caratteri arabi anziché latini, nella casa editrice di Naoum Salloum Mokarzel. Lo stesso New York Times in un articolo del 1948 cantava le lodi del suo concorrente locale in lingua araba, Al-Hoda: «Ha consentito e stimolato una straordinaria crescita del giornalismo arabo». L´archivio del New York Times ha foto di pasticcerie arabe con le caratteristiche baklava, rosticcerie con la carne marinata e aromatizzata alla libanese, la shawarma. Datate del primo Novecento. A poche centinaia di metri da dove sarebbero sorte, ma molto più tardi, le Twin Towers.
   A onor del vero l´impronta araba sul quartiere non coincideva con un influsso islamico. All´origine l´immigrazione a New York in provenienza dal Medio Oriente, in prevalenza dalla Palestina, era dominata da famiglie di religione cristiana. Anche siriani e libanesi erano soprattutto di fede cristiana. Al numero 103 della Washington Street c´era la cappella di San Giorgio, di rito melchita. Altri erano maroniti. C´erano anche arabi protestanti, convertiti dai missionari occidentali che a quell´epoca erano attivi nelle terre dell´Impero ottomano decadente.

   I musulmani rappresentavano solo il 5% sulla popolazione araba di Manhattan tra fine Ottocento e primo Novecento. Non risulta che ci fosse una moschea, mentre tre chiese servivano i libanesi e i siriani. Ma ritrovare quelle immagini d´epoca è una lezione. «Serve a ricordare – scrive David Dunlap sul New York Times – che questa città è fatta a strati, proprio come una baklava. Nessuno ha dei diritti esclusivi o definitivi su questo o quel quartiere».
   L´aggressione di un tassista musulmano pugnalato da un cliente ieri a Manhattan ha rilanciato la paura che questo paese sia attraversato da un´ondata di “islamofobia”. Ma è una psicosi contraddetta dai fatti. Solo nel 2001, l´anno dell´attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, l´Fbi registrò un balzo nelle aggressioni o minacce verbali contro cittadini di fede musulmana: +1.600%. Una percentuale che fa impressione ma il numero assoluto era basso: 481 casi. Assai meno dei “reati di odio” contro i neri o i gay. Passato lo choc dell´11 settembre, già nel 2003 le aggressioni contro musulmani erano ridiscese a 149.

   Negli anni successivi si sono assestate sulla media di sempre, circa un centinaio all´anno. Su una popolazione americana di 300 milioni, con oltre 5 milioni di musulmani praticanti e dichiarati, non si può parlare di un´ondata di intolleranza. Come ai tempi in cui la nonna siriana Jabaly Orfalea sbarcò nella “Little Syria” di Manhattan per sfuggire alla miseria, all´oppressione e all´intolleranza religiosa, per molti arabi l´America è un paese più ospitale della loro terra d´origine. (Federico Rampini)

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MOSCHEA A GROUND ZERO, DOLAN MEDIA

- Parlando al Covenant House (centro cattolico per giovani senzatetto a Manhattan) l”arcivescovo Dolan ha invocato l”esempio di Giovanni Paolo II che, nel 1993, in seguito alle proteste dei leader ebrei, ordinò ad alcune suore cattoliche di spostare il loro convento che si trovava nell”ex campo di concentramento di Aushwitz. Fu Wojtyla a dire, ha ricordato l”arcivescovo di New York: «manteniamo l”idea e, magari, cambiamo l”indirizzo». «Ha funzionato lì, potrebbe funzionare qui», ha spiegato Dolan-

di Giacomo Galeazzi, da “la Stampa” del 19/8/2010

   L’arcivescovo cattolico di New York, monsignor Timothy Dolan, si è proposto oggi come mediatore nella vicenda della “moschea di ground zero”. Il presule ha affermato che fra le sue «maggiori preghiere» vi è la speranza che si raggiunga un compromesso e che, pur non avendo forti sentimenti nei confronti del progetto, forse sarebbe auspicabile trovare un altro sito per il centro islamico.

   L’arcivescovo si è detto disposto a mediare tra i promotori del progetto. Nel corso di una conferenza stampa improvvisata ieri a Covenant House, un centro di accoglienza per giovani senzatetto gestito dalla Chiesa cattolica a New York, l’arcivescovo ha espresso l’auspicio che possa essere trovata una soluzione di compromesso che soddisfi entrambe le parti.

   Monsignor Dolan ha detto anche di non provare sentimenti forti nei confronti del progetto. L’arcivescovo di New York ha ricordato anche l’esempio di Giovanni Paolo II, il quale nel 1993 ordinò alle suore cattoliche di rinunciare al loro convento ad Auschwitz dopo le proteste dei leader della comunità ebraica. Un sondaggio realizzato dal Siena College Research Institute, sottolinea intanto che il 63% degli elettori dello Stato di New York sono contrari alla costruzione di una moschea vicino a Ground Zero, anche se il 64% riconosce che i musulmani hanno il diritto costituzionale di farlo.

   Il centro islamico, chiamato Park 51, vuole essere un punto di riferimento per i 6-700mila musulmani della città, che al momento non dispongono di nulla di questo genere. Voluto dall’imam Feisal Abdul Rauf, prevede una moschea da 2mila posti, un memoriale delle vittime dell’11 settembre, sale da riunione, piscina, centro fitness, ristorante e scuola di cucina, un auditorium da 500 posti e un campo da basket.

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Cambiato dai tempi di Bush l’atteggiamento del partito verso gli islamici americani

MOSCHEA A GROUND ZERO: I REPUBBLICANI ATTACCANO OBAMA. IL PRESIDENTE ISOLATO

Redazione online del Corriere della Sera del 16/8/2010

La difesa: «L’islam non è Al Qaeda». La Casa Bianca: «Turchia cambi atteggiamento su Israele o stop armi»

NEW YORK – Repubblicani scatenati contro Obama per il suo riconoscimento che i musulmani hanno il diritto di costruire moschee dove vogliono nel territorio degli Stati Uniti, e quindi anche vicino a Ground Zero, dove sorgevano fino all’11 settembre 2001 le Torri Gemelle a New York. Un recente sondaggio della Cnn indica che il 68% degli americani è contrario «alla moschea di Ground Zero», e il presidente non è stato difeso a spada tratta dai leader democratici.

ISLAM - Secondo il sito specializzato americano Politico.com, la posizione repubblicana sulla moschea «segna una netta svolta nella posizione del partito verso l’islam». Prima dell’11 settembre i musulmani americani venivano apertamente corteggiati per le loro idee conservatrici vicine al Partito repubblicano su molti temi sociali, dopo gli attacchi di Al Qaeda il presidente George W. Bush aveva più volte definito l’islam «una religione di pace» ma ora c’è «un aperto sentimento di sfiducia». Anzi, i collaboratori di Bush sono tra i pochi a difendere Obama: «Un presidente è un presidente per ogni cittadino, anche per i musulmani», ha sottolineato Michael Gerson, tra coloro che scrivevano i discorsi di Bush. L’ex consigliere Mark McKinnon ha lodato «la coraggiosa e decisiva leadership» dimostrata da Obama.

FALCHI - Ma il controllo del partito, dopo la vittoria di Obama e la sconfitta di John McCain, è passato nelle mani dei falchi vicini a Sarah Palin e al Tea Party. «La Casa Bianca e il presidente stesso hanno perso il contatto con l’America», ha detto alla rete televisiva Fox, vicina ai repubblicani, il senatore del Texas John Cornyn, un tema cavalcato da altri esponenti conservatori impegnati nelle elezioni di medio termine di novembre. In prima linea contro la moschea c’è l’associazione Keep America Safe, guidata da Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney, il superfalco dell’amministrazione Bush.

DIFESA - La difesa più forte alla moschea è venuta da Jerrold Nader, il deputato democratico che rappresenta la circoscrizione dove si trova Ground Zero. «È un errore fondamentale opporsi alla moschea», ha dichiarato. «È stata Al Qaeda ad attaccarci, non l’islam». Il principale quotidiano panarabo, Al Hayat, plaude alla scelta di Obama ricordando che «l’islam non è Al Qaeda né i talebani». Tra i sostenitori del progetto anche il sindaco di New York, Michael Bloomberg, secondo il quale la tolleranza religiosa è la migliore risposta all’estremismo religioso.

REPLICA OBAMA - Il presidente ha poi voluto precisare il suo pensiero, dicendo di non appoggiare o meno la costruzione ma solo il diritto a farlo: «Non ho giudicato la saggezza nel decidere di costruire la moschea in quel luogo. Ho valutato solo i diritti che appartengono a tutte le persone e che risalgono ai nostri Padri Fondatori». Obama ha ribadito che «negli Stati Uniti tutti devono essere uguali davanti alla legge, senza tener conto della razza o della religione».

TURCHIA - Intanto Obama lancia un duro monito alla Turchia, per la crescente tensione con Israele dopo il caso della nave assaltata (nove i morti) che voleva superare il blocco marino a Gaza. Secondo il Financial Times, il capo della Casa Bianca ha «personalmente» avvertito il premier turco, Recep Tayyib Erdogan, che se Ankara non cambierà posizione su Israele e Iran difficilmente otterrà le armi americane che intende acquistare. La Turchia intende infatti comprare velivoli automatici senza pilota da impiegare contro le basi irachene dei separatisti curdi del Pkk dopo il ritiro Usa dall’Iraq alla fine del 2011. Una fonte dell’amministrazione americana ha ricordato la «profonda delusione» di Washington quando la Turchia a giugno votò all’Onu contro le nuove sanzioni all’Iran. Una posizione dura rispetto a quanto detto lo stesso Obama lo scorso 8 luglio in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera, nella quale invitava l’Europa a integrare Ankara a pieno titolo nelle sue istituzioni per non spingere il popolo turco a «guardare altrove».

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Controtendenza

SE LA MOSCHEA A GROUND ZERO DIVENTA UNO SCONTRO TRA “NOI” E “VOI”, ABBIAMO GIA’ PERSO

di Dino Colfrancesco, da http://www.loccidentale.it/ del 21/8/2010

   Sembra sfumato il progetto di costruire, a quattro passi da Ground Zero una grande moschea e un centro di cultura, Cordoba House. Il Presidente Barack Obama e il sindaco di New York Michel Bloomberg (ebreo) non avevano trovato nulla da eccepire ma l’opinione pubblica, come spesso capita nelle democrazie, è stata più forte delle autorità politiche.

   Secondo Gad Lerner il centro sarebbe stato intitolato alla “mitica Cordoba” in quanto “città simbolo di una convivenza armoniosa tra fedi e saperi nella Spagna medievale”, Secondo Newt Gingrich, “la verità è che ogni islamico al mondo riconosce in Cordoba il simbolo delle conquiste dell’Islam”.

   Non ho competenza in materia e, pertanto, mi astengo da ogni giudizio. E’ un fatto, però, che l’estremismo islamico, impegnato nel resuscitare il Grande Califfato, non vede certo in Cordoba un simbolo di tolleranza (quale la città arabo-ispanica certamente fu) ma un motivo di orgoglio, lo stesso manifestato dall’accorto sceicco Faysal – ricordato ne “I sette pilastri della saggezza” di Thomas E. Lawrence e interpretato da Alec Guinness nel film di David Lean Lawrence d’Arabia (1962) – nel suo rimpianto della città imperiale illuminata a giorno in un’epoca in cui Londra era poco più di un villaggio barbarico.

   Inoltre è pure indubbio che un centro culturale, aperto all’insegna del dialogo tra le civiltà e tra le religioni, avrebbe potuto intitolarsi ai grandi filosofi islamici che fecero effettiva opera di mediazione tra Oriente e Occidente, tra Maometto e Carlo Magno, per citare il grande libro di Henri Perenne: ad es., ad Avicenna o ad “Averroìs che ‘l gran comento feo”, tanto ammirato da Dante Alighieri. Ma forse, nel mondo islamico, il commentatore di Aristotele non gode di buona stampa da quando il regista egiziano Yussuf Shahin, nel film Averroè (1997), lo ha presentato come un illuminista, sia pure credente, anti litteram. 

  La controversia sul nome e sull’opportunità del centro culturale islamico, però, non può essere chiusa da poche battute: c’è un  problema ben più complesso che riguarda il tipo di cultura e di ‘etica politica’ che quella controversia ha portato allo scoperto, in Europa come in America. L’impressione che ho avuto, leggendo gli argomenti avanzati da non pochi sostenitori e avversari di Cordoba House, lo dico subito, è desolante, giacché quasi tutti, a destra e a sinistra, mi hanno fatto cogliere con mano che non siamo di fronte al “tramonto dell’Occidente”, per riprendere il noto libro di Oswald Spengler degli anni 1918-1923 ma al “tramonto del liberalismo”, per riprendere, invece, l’assai meno noto libro di Eugenio Giovanetti, pubblicato da Laterza nel 1917.

   Entrando in medias res, la mia tesi è che il revanscismo dei fondamentalisti islamici, ha riportato una sostanziale vittoria culturale nel momento in cui è riuscito impegnare  i suoi avversari sul suo terreno ideale ovvero li ha costretti a interloquire in termini di “noi” e “loro”. Ne costituisce una significativa riprova l’incipit del breve articolo di New Gingrich – un politico conservatore che peraltro mi sembra ingiustamente demonizzato dalla stampa progressista – pubblicato da ‘L’Occidentale’ il 27 luglio u.s., l’America deve dire no alla Moschea di Ground Zero: “Non ci dev’essere alcuna moschea vicino a Ground Zero fino a quando non ci saranno chiese o sinagoghe in Arabia Saudita”.

   In queste poche parole, c’è tutto l’oblio della quintessenza del liberalismo che non teorizza e riconosce i diritti  delle comunità religiose (cattoliche, musulmane o buddiste che siano) o etniche (bianche, nere o gialle) ma quelli degli individui uti singuli: non è il colore della pelle o le credenze nell’aldilà a conferire la citizenship nella polis liberale ma la qualità di ‘essere umano’, capace di intelligere e di soffrire, di collaborare liberamente con gli altri in spirito di reciprocità etc.

   Se in Arabia Saudita – spazio sacro dell’Islam – non si possono costruire chiese e sinagoghe,non si violano i diritti dei cristiani e degli ebrei, intesi come comunità di credenti, ma si offendono innanzitutto degli uomini, indipendentemente dal fatto che giurino solo nell’Antico Testamento o su entrambi. L’allarme degli ultras dell’Occidente – “non consentiamo agli ‘altri’ di fare a pezzi la nostra identità culturale” è giustificato soltanto se il “noi” si dissolve nell’oceano del ‘genere umano’.

   Chiedere una reciprocità di trattamento sulla base del principio “vi ricambiamo con la vostra stessa moneta” significa – dispiace dirlo ad amici con i quali condivido tanti valori ‘forti’ – la regressione tribale. Forse qualche esempio può essere più chiarificatore di tanti discorsi. Portando alle estreme conseguenze la logica di Gingrich, se a Riyad un newyorchese non ha il diritto di andare in chiesa (o in sinagoga), a New York, un saudita non dovrebbe avere quello di pregare in una moschea.

   Sennonché a un bravo giovane (cristiano o ebreo o buddista), in viaggio nel Negged, potrebbe capitare di innamorarsi di una ragazza islamica e di non poter convolare con lei a giuste nozze perché la legge coranica vieta i matrimoni misti: ebbene dovremmo ricambiare gli arabi con la stessa moneta? Impedendo, ad esempio, a un bravo giovane musulmano di sposare la ragazza yankee che ama sinceramente e da cui è ricambiato?

   Ma avventuriamoci in uno scenario futuro peraltro improbabile. Mettiamo che il monarca saudita si sia convinto della bontà degli argomenti ‘alla Gingrich’ e che accetti la ‘reciprocità’: “Voi cattolici potete costruirvi una bella cattedrale a Riyad in stile arabo-bizantino ma che gli ebrei si guardino bene dal chiederci una sinagoga”. Un cattolico liberale (ce ne sono ancora in giro) approfitterebbe dell’occasione, all’insegna del principio ‘ognuno curi innanzitutto i propri affari’, o se ne sentirebbe umiliato -come capitò a quegli europei che, durante l’occupazione nazista, furono tentati di appuntarsi la stella gialla per solidarietà con i discriminati – e pertanto rifiuterebbe l’offerta? Insomma, un liberale si batte per i diritti di tutti e se protesta davanti all’ambasciata di uno Stato che li viola non lo fa “in divisa” o con le bandiere e le insegne di un ‘gruppo di appartenenza’.

   Anche a me piacerebbe che ci fosse una chiesa in tutte le capitali islamiche ma è un diritto che non voglio far valere in quanto membro di un “noi” bensì in quanto appartenente al “seme d’Adamo”: in caso contrario, mi sentirei intruppato nelle compagnie della fede di Antonio Socci e di Angela Pellicciari e, semmai, con in testa il basco dei Comitati Civici di geddiana memoria. Le libertà fondamentali non si rivendicano per la propria ‘famiglia’ (naturale, religiosa, ideologica etc.) ma per tutte le ‘famiglie’ anche se poi, una volta concesse e riconosciute, è la comunità di appartenenza, con le sue tradizioni e le sue identità, a indicare i modi e i limiti istituzionali che debbono disciplinarne e regolarne l’esercizio, come si dirà in seguito.

   E’ un discorso, questo, che non ha nulla a che vedere con l’attitudine a ‘calarsi le braghe’ dinanzi alle pretese (talora arroganti e provocatorie) degli imam che operano nei paesi ‘cristiani’, pretese così spesso denunciate – e non sempre a torto – dalla destra ‘occidentalista’.

   Essere inflessibili nella difesa intransigente dei diritti e delle libertà degli individui comporta il rigetto di ogni ‘buonismo’(così diffuso nel mondo cattolico) e di ogni melassa pluralistica. Il dialogo delle culture, le tavole rotonde – col rabbino, con l’imam, col pastore, col prete – hanno senso all’interno della ‘società civile’, se possono ingenerare abiti di tolleranza e di apertura ai diversi, purché non si perda di vista il principio aureo che il diritto e la costituzione (se dettati da spiriti liberali) non conoscono i “soggetti del pluralismo” ma soltanto i “soggetti umani”.

   Diritti e doveri, ancora una volta, non riguardano le ‘tribù’ ma gli individui, nella loro irriducibilità alle diverse appartenenze – e specialmente a quelle non scelte -: un reato deve essere tale per tutti e, tutt’al più, i condizionamenti culturali del colpevole possono valere solo come ‘attenuanti generiche’ (quanto più si afferma, però, la ‘civiltà del diritto’ tanto meno i pregiudizi comunitari dovrebbero venir presi in considerazione: si pensi, in Italia, all’abolizione del “delitto d’onore”).

  E tuttavia l’antitribalismo liberale, sin qui evidenziato, è solo una faccia della Luna. Ce n’è un’altra, non meno importante, che differenzia il liberalismo dal libertarismo pseudo-universalistico e in definitiva inconsapevolmente e involontariamente terroristico, in nome della Raison. L’altro lato della medaglia si riassume nella consapevolezza che l’esercizio dei diritti va, in ogni caso, “regolamentato” e che a regolamentarlo sono gli Stati in quanto (se liberali) terreni d’incontro e di mediazione tra Kant e Burke, tra la società universale e quella comunità particolare che è il corpo organico che consente alla prima di radicarsi nel mondo e nella storia. Il compito dello Stato – nazionale o federale che sia – è quello di raccordare ragione e tradizione, di affermare i diritti senza sacrificare le identità che rendono concreti i diritti.

   Sotto questo profilo, non bisogna nascondersi dietro un dito, la cosiddetta cultura progressista si è allontanata dal porto liberale ancora più dell’altra. Al fondo delle sue posizioni, infatti, sembra esserci (inavvertitamente, beninteso) un “buonismo imposto per legge”, fondato sull’intolleranza verso quanti si limitano al ‘rispetto’ degli altri ma guardano con scetticismo al ‘dialogo’ e al ‘confronto’ tra le varie fedi , mostrano di non averne “stima” e non credono all’eguale dignità morale e culturale di tutte le ‘tradizioni’.

   Tale buonismo è così poco ‘pluralista’ da imporre la propria interpretazione della storia passata e recente come una verità incontrovertibile. Andrea Riccardi, ad esempio, in un articolo sul ‘Corriere della Sera’ del 15 agosto – Il coraggio di Obama sulla moschea a Ground Zero – se la prende con quanti manifestano “una forte convinzione”: che l’attentato dell’11 settembre “sia dovuto all’Islam in senso globale”.

   Ma è proprio così errata tale convinzione? Più radicale dello storico romano, animatore della benemerita Comunità di Sant’Egidio, una giornalista di ‘Lettera 24’, commentando giorni fa su Radio 3, le reazioni degli Americani contrari alla moschea, è andata oltre per ribadire che con le Twin Towers l’Islam non c’entra niente (tra i morti ci sarebbero stati anche cittadini americani e turisti di fede musulmana).  

   Se ne deduce che oggi gli eredi di una famiglia ideologica che voleva “écraser l’infame”, identificando la Chiesa con l’Inquisizione e rimuovendone la dimensione francescana, non esitano a proporre il sillogismo: “la religione coranica ha una profonda spiritualità non inferiore a quella cristiana; tale spiritualità è incompatibile con la violenza; i violenti che si richiamano all’Islam non sono islamici”.

   In tal modo, come succede quando la conoscenza viene sacrificata sull’altare dell’ “impegno”, problemi estremamente ardui e spinosi – quale il rapporto tra religione e politica – vengono azzerati dalle ‘ragioni del cuore’ col risultato paradossale di scavalcare in ‘buonismo’ gli stessi sacerdoti delle chiese celesti e terrene.  Se la vera religione, infatti, è quella che “apre gli occhi e i cuori” e i violenti non ne fanno parte, perché un pontefice romano avrebbe dovuto chiedere perdono per i crimini commessi in nome di Cristo (l’Inquisizione, Galileo, le stragi sassoni, albigesi etc.)? E perché i leader di quella religione secolare che è il comunismo dovrebbero condannare i “compagni che sbagliano”?

   Nell’uno e nell’altro caso, ci si troverebbe dinanzi a lupi travestiti da agnelli per entrare nella casa del Signore, o del Partito, e quindi non si vede il motivo del perdono. Che invece ha senso proprio perché in questione non sono crimini commessi da paranoici o da corrotti profittatori delle istituzioni ma da uomini che, in buona fede, avrebbero voluto convertire il mondo alla ‘vera religione’ o unificarlo, con la violenza rivoluzionaria, perché tutti godessero della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

  Se il divieto di ridurre l’Islam al terrorismo dell’11 settembre è tanto assurdo quanto lo sarebbe identificare Torquemada col cattolicesimo, non va dimenticato che sul capo di quanti venivano torturati dall’inquisitore campeggiava il crocefisso come sugli attentatori dell’11 settembre sventolava la mezza luna. Certo la “essenza” del cristianesimo non sta nella persecuzione degli eretici – una verità, questa, tanto evidente da essere banale e che non va certo ricordata ai liberali, consapevoli di quanto la loro ‘filosofia politica’ sia debitrice nei confronti del messaggio biblico – ma ciò non toglie che anche le interpretazioni più lontane dalla nostra sensibilità morale che si possano dare di un credo religioso (o ideologico) facciano parte della sua storia.

   Di qui la comprensibile ostilità degli americani a una moschea nelle immediate vicinanze di Ground Zero. Sarà pur vero, come scrive Faared Zakaria sul ‘Corriere della Sera’ del 18 agosto – La moschea aiuterà l’Islam dei moderati – che il promotore dell’iniziativa, l’imam Feisal Adul Rauf, “è un religioso musulmano moderato” che “non perde occasione per condannare ogni forma di terrorismo” (sarebbe davvero strano il contrario…) ma è altrettanto innegabile, come rileva invece Charles Krauthammer sullo stesso quotidiano – Un sacrilegio scegliere Ground Zero -, che “i luoghi hanno un peso. Questo luogo in particolare. Ground Zero è il luogo del più grande omicidio di massa della storia americana – commesso da musulmani di una particolare ortodossia islamica, per la cui causa sono morti e nel cui nome hanno ucciso”.

  Il diritto ad avere una moschea in cui pregare è sacrosanto ma, come tutti i diritti, non può venir fatto valere sempre e dovunque. A regolamentarlo, infatti, come si è detto, è la ‘politica’ intesa come bilanciamento di diritti e di simboli (identitari, di comunità). Un americano potrebbe vedersi riconosciuto in Giappone il diritto di aprire un Centro di Cultura Abraham Lincoln ma chi potrebbe dare torto al governo nipponico se gli rifiutasse il permesso di aprirlo proprio a Hiroshima?

  Citando i due americani di diverse opinioni, Faared Zakaria e Charles Krauthammer, avrei dovuto sottolineare che il loro dissenso si è manifestato nelle forme civili che ci si aspettano dai cittadini del ‘grande paese’ che più di ogni altro è stato segnato dal liberalismo. Lo stesso non può certo dirsi dall’intervento polemico di Gad Lerner su ‘La Repubblica’ del 17 agosto – Il minareto americano e i timori di casa nostra -. 

   Qui dell’oggettiva complessità della questione non si vede neppure l’ombra. L’argomento di quanti sono contrari a Cordoba House, è soltanto “storico-emotivo”. “Si tratta di esponenti mossi da finalità politiche che vorrebbero però assolutizzare col ricatto morale, rivestendo arbitrariamente i panni dei portavoce delle vittime”. Insomma chi non è d’accordo con Feisal Adul Rauf – che tra l’altro ha definito la politica degli Stati Uniti “una componente del crimine” dell’11 settembre – va delegittimato moralmente, è potenzialmente un razzista, testimonia una “stagione di conflitti che di religioso non hanno proprio nulla”. In fondo al pluralismo della sinistra italiana c’è una colpevolizzazione degli avversari che, per fortuna, non si è ancora tradotta in criminalizzazione politica.

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GROUND ZERO

NEL MAGAZZINO A DUE PASSI DAL CRATERE DOVE I MUSULMANI INVOCHERANNO ALLAH

L’attesa degli islamici per il nuovo tempio: “Qui c’è lo spirito di New York”. Il centro sorgerà dove prima c’era un negozio di vestiti. Già oggi l’imam sufi anima la preghiera e sogna l’integrazione con la città

di Gabriele Romagnoli da “la Repubblica” del 15/8/2010

   Un grande magazzino in disuso. Un ingresso semiclandestino di fronte a un garage. Un imam mistico. E, il venerdì alle 13 una variegata folla di tassisti, uomini d’affari, venditori di hot dog, commesse, che dedica la pausa pranzo alla preghiera. Domani non so, ma questo è ciò di cui parliamo oggi quando diciamo “la moschea di Ground Zero”.
   Non occorre fare molta strada dal cratere, per arrivarci. Basta girarsi a destra e proseguire, verso nord. Si supera il cantiere della metropolitana che sorge sui resti della stazione World Trade Center. Ci si lascia alle spalle sia la chiesa di Saint Paul che il Museo dedicato alle vittime dell’Olocausto, si svolta a Park Place, all’altezza del supermercato gestito dalla congregazione degli Amish, per dire che se si dovesse indicare un luogo simbolo del melting pot religioso sarebbe difficile trovarne uno più efficace in tutto il pianeta. Adesso è impossibile localizzare la moschea, perché non è ancora una vera moschea, soltanto un luogo improvvisato di preghiera.
   L’insegna indica “Burlingotn Coat Factory”. La mattina dell’11 settembre 2001 il negozio di abbigliamento era ancora chiuso quando gli aerei dirottati dai kamikaze fondamentalisti attraversarono il cielo. Fu una fortuna, perché nello schianto successivo un pezzo del velivolo andò ad abbattersi proprio su questo edificio, senza provocare vittime.
   Segnò, comunque, la fine. L’esercizio commerciale non riaprì mai. La famiglia Pomerantz, che possedeva i locali, ricevette la disdetta dell’inquilino e lo mise in vendita. Ci rimase, nei termini del mercato immobiliare di Manhattan, un’eternità. Fu venduto soltanto nell’estate del 2009, per una cifra relativamente bassa: 4 milioni e 850mila dollari. L’acquirente, Soho Properties, era una società immobiliare il cui capitale è controllato da uomini d’affari e di culto islamici. Tra loro, l’imam Feisal Abdul Raif, che già era guida religiosa di un’altra moschea, non lontana.
   Chiamata Masjid al farh, si trova infatti nel quartiere di Tribeca, a pochi metri dalla popolare Tribeca Tavern e dalla Bubble Lounge, ancora considerato uno dei posti più indicati e oscurati per bere champagne. L’unico problema mai creato finora è stato proprio questo: la legge prescrive che la licenza per la vendita di alcolici non possa essere concessa entro 60 metri da un luogo di culto. Quando hanno ricevuto la contestazione i proprietari dei locali hanno sollevato le seguenti obiezioni. Una: “Non c’eravamo mai accorti che ci fosse una moschea dietro quella porta”. Due: “Il cartello dice “sufi”: non è una filosofia?”.
   Non hanno torto. L’imam Feisal è effettivamente sufista, una branca dell’islam tendente al misticismo, quella che dà origine, tra le altre cose, ai dervisci rotanti. Alcuni addirittura la considerano il prodotto di un incrocio tra cristianesimo e neoplatonismo. Feisal non è certo il tipo di leader religioso che incendia le masse alla preghiera del venerdì, non è un Qaradawi, non ha rubriche su televisioni finanziate in modo dubbio. E’ un tranquillo predicatore la cui moglie, Daisy Khan, presiede un’associazione per l’integrazione dei musulmani d’America e vede questa della moschea di Ground Zero come l’occasione più importante mai capitata al punto da dire, quasi inevitabilmente, che “dietro questo disegno si scorge la mano di Dio”.
   Certo, la moschea che verrà, sarà diversa da questa. Oggi la porta è un vetro opaco su cui ancora sopravvivono, scoloriti, gli adesivi delle carte di credito. L’aprono, alle 13 del venerdì, due neri robusti con l’aspetto da buttafuori da discoteca. Invece, buttano dentro i fedeli che arrivano alla spicciolata. Un attaccapanni su ruote, residuo del grande magazzino sta all’ingresso per accogliere giacche e cappotti nella stagione invernale, grandi scatoloni ricevono le scarpe. Gli uomini proseguono a sinistra, le donne a destra. In un venerdì passato ho contato circa duecento persone, per lo più afroamericani. C’era ancora il cartello “affittasi locali – rivolgersi a Sonny El Gamal”.
   Se quello è un fanatico, lo è del profitto. Per lui: moschea o supermarket gestito da ebrei sarebbero stati la stessa cosa. Ora, dopo tante esitazioni, sembra abbia vinto la moschea, che sarà vera, e imponente, in una strada dove poco esiste: un’edicola, un caffè, marciapiedi battuti dal vento. Il progetto prevede di tutto: anche una sala dedicata alla riconciliazione tra fedi religiose. Si annusano buona volontà, correttezza politica e qualche astuzia.
   Il presidente Obama dice che accettare questo progetto è parte dello spirito dell’America. Sicuramente è parte di quello di New York. Di moschee ne esistono già e non tutte invisibili come quella di Tribeca. Difficile non notare l’astronave calata sulla Novantaseiesima est tra condomini e supermarket. Eppure tutto questo, accettato prima dell’11 settembre 2001, lo è stato anche dopo. Il fondamentalismo non reclama spazi pubblici in occidente e che l’islam li ottenga può essere considerata una sua sconfitta. Anche e soprattutto a poche centinaia di metri da Ground Zero. (Gabriele Romagnoli) 

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New York - Ground Zero


Filed under: Geografia e confini, Segnalazioni
Categorie: GIS Italia

Dati e documenti per Map 3D online!

map3d - Lun, 23/08/2010 - 06:22
div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"a href="http://1.bp.blogspot.com/_ze2ljU3hS-E/TFLUvJ5YF7I/AAAAAAAACiw/MtJxziWIjS0/s1600/Map3DServices-w.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"img border="0" height="143" src="http://1.bp.blogspot.com/_ze2ljU3hS-E/TFLUvJ5YF7I/AAAAAAAACiw/MtJxziWIjS0/s400/Map3DServices-w.jpg" width="400" //a/divbr / Il sito Autodesk in lingua inglese (il .com per intenderci) ha reso disponibili numerose importanti birisorse per l'apprendimento/i /bper tutti i suoi prodotti.nbsp;Le ho descritte come ibrisorse per l'apprendimento/b/i perchè non si tratta solo dei classici manuali, che pure ci sono. I manuali, secondo me, sono rassicuranti, si possono stampare sulla vecchia cara carta (ma quanti alberi costano?) ma sempre di più si dimostranonbsp;bstrumenti superati /bnella formazione all'uso del software.br / br / Trovo molto più interessanti, infatti, i Tutorial, i Workshop, i filmati, insomma tutti gli strumenti interattivi che ti permettono di imparare facendo. O perlomeno guardando come si fa.br / br / Per il nostro amato AutoCAD Map 3D, vai subito alla paginanbsp;a href="http://www.autodesk.com/map3d-documentation" target="_blank"www.autodesk.com/map3d-documentation/anbsp;per scaricare tutto il materiale disponibile. E' ottimo e abbondante.br / br / Trovi anche bun bell'esempio di dati LiDAR/b (nuvola di punti da rilievo laser scanner), che ti puoi scaricare nbsp;per provare le nuove funzionalità rivolte a questo tipo di dati. E se non sai come usarli, a href="http://map3d.blogspot.com/2010/07/nuvole-di-punti-in-map-3d-e-civil-3d.html"guarda qui il filmato/a che te lo spiega!br / br / Oppure, se ti interessa AutoCAD Civil 3D, a href="http://usa.autodesk.com/adsk/servlet/index?siteID=123112amp;id=8777904"qui trovi la sua pagina con la documentazione/a.br / br / Buon divertimentobr / GimmiGISdiv class="blogger-post-footer"Dal Blog dedicato ad AutoCAD Map 3D. GIS, software Autodesk ed Open Source, di Giovanni Perego: www.3dmap.itimg width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29464726-7359782112205287408?l=map3d.blogspot.com' alt='' //divdiv class="feedflare" a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=QDo926_Nj94:T0NvL3Cvsfg:yIl2AUoC8zA"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=yIl2AUoC8zA" border="0"/img/a a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=QDo926_Nj94:T0NvL3Cvsfg:63t7Ie-LG7Y"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=63t7Ie-LG7Y" border="0"/img/a a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=QDo926_Nj94:T0NvL3Cvsfg:dnMXMwOfBR0"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=dnMXMwOfBR0" border="0"/img/a a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?a=QDo926_Nj94:T0NvL3Cvsfg:7Q72WNTAKBA"img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d?d=7Q72WNTAKBA" border="0"/img/a /divimg src="http://feeds.feedburner.com/~r/IlBlogItalianoDiAutocadMap3d/~4/QDo926_Nj94" height="1" width="1"/
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La catastrofe ignorata – le INONDAZIONI in PAKISTAN: un paese, con una classe dirigente ambigua, porta il mondo a ignorare la tragedia di 20 milioni di PROFUGHI: a pagarne sono i BAMBINI – Quando la solidarietà internazionale (e un governo mondiale) deve

Geograficamente - Dom, 22/08/2010 - 11:23

Ban Ki-moon l’ha definito efficacemente «uno tsunami al rallentatore». Ma le parole descrivono con difficoltà l’inferno d’acqua che sta straziando il Pakistan. Un quinto del Paese è già allagato. Le piogge non si arrestano e i fiumi di fango continuano la folle corsa, travolgendo città e villaggi. Ogni ora che passa cresce il numero degli sfollati, denuncia l’Unicef. E con essi le bocche da sfamare. Meno di un quarto degli oltre otto milioni di disperati sono stati raggiunti dagli aiuti. I dati diffusi dal responsabile Onu per l’Emergenza, Martin Mogwanja, sono agghiaccianti: 3,2 milioni di ettari di raccolti sono andati distrutti, 900mila case sono state ridotte in macerie, le infezioni si stanno diffondendo. Un quinto dei ricoverati negli ospedali soffrono di dissenteria acuta e gastroenterite. I bambini – aggiunge l’Unicef - bevono l’acqua contaminata perché non riescono a resistere alla sete

   In Pakistan sta avvenendo uno “tsunami” (cioè una tragedia colossale) che si realizza lentamente, di giorno in giorno da qualche settimana. Ben lungi dal cessare, e con l’informazione e la solidarietà internazionale quasi del tutto assente. Un disastro senza precedenti per quel Paese, dove la devastazione è iniziata nella parte nord-ovest del suo territorio, per poi estendersi verso est, nella grande provincia del Punjab e in quelle limitrofe, e ora in particolare verso sud. Con centinaia di villaggi spariti nell’acqua e decine di città rimaste deserte perché abbandonate. Con l’acqua che insegue le persone. Si parla di un’area di 160mila chilometri quadrati sommersa dall’acqua, un quinto del territorio nazionale, con appunto 20 milioni gli sfollati di cui circa 2 milioni senzatetto, 1.500 i morti. Sei milioni delle persone colpite sono bambini per lo più dispersi, orfani e malati.

   Il Pakistan politicamente è un paese assai ambiguo. Alla facciata internazionale che la sua diplomazia esprime (di paese democratico, civile, che lotta contro la violenza e il terrorismo) corrisponde un paese che appoggia le frange più violente dell’integralismo islamico. Un paese contro i diritti civili, delle minoranze, delle donne. Ma, dicevamo, tutto questo non appare (anzi) nell’ufficialità diplomatica che esso esprime di paese “perbene”. Forse è questo il motivo della quasi indifferenza internazionale alla immane tragedia che ora quel Paese sta vivendo: in fondo, sembra dire, ha delle risorse economiche (il cotone?), può arrangiarsi.

   La coscienza storica di quel che invece sta accadendo non può ignorare (e far finta di accorgersi solo fra qualche mese, qualche anno) di quel che sta accadendo: è possibile che migliaia, centinaia di migliaia di bambini possano nelle prossime settimane (e mesi) morire delle malattie che l’inondazione, la catastrofe naturale delle troppo piogge (catastrofe naturale?) sta portando. Se la solidarietà internazionale boccheggia (e l’auspicio di un Governo Mondiale almeno per le catastrofi… questo nessuno avrebbe niente da dire crediamo se fosse costituito…) è bene provare, individualmente o come comunità di riferimento, a dare un contributo fattivo a questo contesto tragico. Cominciamo col darvi un indirizzo, un’indicazione qui: http://www.agire.it/it/emergenzapk_it.html  e se leggete il seguito (con gli articoli che abbiamo inserito) vi sono alcuni strumenti informativi, crediamo, per conoscere meglio il problema e la realtà del Pakistan.

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la storia – Dopo lo tsunami e il terremoto di Haiti erano arrivati aiuti. Ma non questa volta 

GLI SFOLLATI DEL PAKISTAN E LA SOLIDARIETA’ DIMENTICATA

Milioni di disperati, ma non parte la mobilitazione

di Isabella Bossi Fedrigotti, da “il Corriere della sera” del 21/8/2010

   In troppo pochi sono morti. Per far notizia duratura sui mezzi di informazione e smuovere la generosità dei cuori, di morti pachistani non ne sono bastati millecinquecento. Ce ne sarebbero voluti, evidentemente, molti di più, né è sufficiente che le recenti inondazioni abbiano privato del loro tetto circa quattro milioni di persone e costretto una ventina di milioni a fuggire dalle zone invase dall’acqua.

   Per non parlare dei tre milioni e mezzo di bambini che rischiano la vita a causa di infezioni varie, di mancanza di farmaci e di vaccini, oppure delle epidemie di colera e di tifo già segnalate nel paese. E mentre tutti sappiamo che di assistenza, di aiuti, di viveri, acqua, medicinali, coperte, tende e case hanno bisogno quelli che sono sopravvissuti e non quelli che sono stati travolti, a contare, a impressionare sembra essere sempre soltanto il numero dei morti.

   Contrariamente a quanto era successo dopo il terremoto di Haiti o lo tsunami lungo le coste dell’Oceano Indiano, per il Pakistan, colpito dalla più grave sciagura naturale di tutta la sua storia, non ci sono state, infatti, — non in Italia ma neppure nel resto del mondo—mobilitazioni di massa, grandi raccolte di fondi, imponenti spedizioni di aiuti, e tanto meno visite sui luoghi del disastro da parte di politici di grido oppure di star del cinema o della canzone.

   E quanto è stato messo insieme dalla solidarietà internazionale— centocinquanta milioni di dollari—non rappresenta nemmeno un terzo di quel che, stando alle stime dell’Onu, in realtà servirebbe per porre seriamente rimedio al disastro.

   Le ciniche regole dell’informazione equiparano— per spazio concesso su giornali e tv — millecinquecento morti lontani a uno o, massimo, due morti vicini, nel proprio Paese o, ancora meglio, nella propria città, perché più o meno così li valuta il pubblico lettore e spettatore.

   Ma le conseguenze di questa piccola, meschina prassi redazionale possono, purtroppo, essere assai pesanti: perché se la televisione non mostra e rimostra i volti dei disperati e non fa sentire le loro voci, se i giornali non ne raccontano ampiamente e ripetutamente le strazianti peripezie, è difficile che qualcuno, che molti, anzi, si commuovano e si mobilitino. Per cui gli sventurati, i profughi, i senzatetto, i feriti, i malati, gli affamati restano, come ora i pachistani, soli con i loro morti.

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PAKISTAN - ”AGIRE” LANCIA UN APPELLO URGENTE DI RACCOLTA FONDI

Secondo l’Onu servono almeno 460 milioni di dollari

Roma, 21 ago. (Apcom) – Dopo oltre un mese di piogge monsoniche continue, il Pakistan è in ginocchio. Venti milioni di persone sono state colpite da quella che le Nazioni Unite hanno definito “una catastrofe paragonabile al terremoto di Haiti e allo Tsunami del 2004″.

   Vista l’ampiezza e la gravità della situazione, Agire (http://www.agire.it/it/emergenzapk_it.html)ha deciso di lanciare un appello di raccolta fondi per sostenere il lavoro di 5 Ong della propria rete, impegnate fin dai primi giorni dell’emergenza a portare i necessari aiuti alle popolazioni colpite.

   Le informazioni raccolte dagli operatori delle ONG parlano di una situazione incredibilmente preoccupante. Oltre 20 milioni di persone colpite in modo diretto, 4 milioni senza un tetto. La probabilità di diffusione del colera è alta, con il possibile rischio di un repentino aumento della mortalità.

   L’acqua contaminata, la mancanza di generi di prima necessità e della minima assistenza sanitaria mettono a rischio soprattutto i settori più vulnerabili della popolazione: le Nazioni Unite hanno stimato che circa 3,5 milioni di bambini sono a rischio di pericolose malattie infettive. Molti casi di polmonite, diarrea e malaria sono già stati accertati.

   Per rispondere alla tragedia l’Onu stima siano necessari almeno 460 milioni di dollari, ma al momento le donazioni a livello globale non superano i 150 milioni. I fondi raccolti da Agire sosterranno gli interventi di ActionAid, Cesvi, Intersos, Save the Children e Vis che in Pakistan stanno distribuendo generi di prima necessità e fornendo cure mediche all’enorme popolazione sfollata.

   Le donazioni possono essere fatte: con carta di credito al numero verde 800.132870; on line dal sito internet www.agire.it; con bollettino postale sul conto corrente n. 4146579 intestato a Agire onlus, via Nizza 154 – 00198 Roma. Causale Emergenza Pakistan; con bonifico bancario sul conto BPM – IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. Causale: Emergenza Pakistan)

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20 milioni gli sfollati. I più colpiti i bambini  

PAKISTAN: UN QUINTO DEL TERRITORIO SOMMERSO DALL’ACQUA

di Ferdinando Pelliccia, da http://www.dazebao.org/news/  del 16/8/2010

- Il segretario generale dell’Onu: “ E’ il più grande disastro mai visto”. Centinaia di villaggi spazzati via -

ISLAMABAD – “E’ il più grande disastro mai visto”, ha dichiarato il segretario generale dell’ONU, Ban-Ki moon. Ban ha sorvolato, con il presidente pakistano, Asif Ali Zardari, alcune delle aree maggiormente flagellate dalle disastrose inondazioni senza precedenti provocate dalle piogge monsoniche in Pakistan nelle ultime settimane.

   Al tempo stesso il numero uno delle Nazioni Unite ha invitato i Paesi ricchi ad intervenire tempestivamente in aiuto della popolazione pachistana. Le Nazioni Unite hanno già stanziato 460 milioni di dollari per fronteggiare l’emergenza. Dall’Italia promessi 800mila dollari. Appare però, difficile reperire finanziamenti dalla comunità internazionale che sembra temere che i soldi raccolti possano essere dirottati per altri usi come è già accaduto con il terremoto del 2005. I costi della ricostruzione saranno di miliardi.

   E’ davvero un disastro senza precedenti quello che è avvenuto in Pakistan devastato prima nel nord-ovest, poi nel Punjab e nel Sindh e nel vicino Baluchistan. Il fronte delle inondazioni si sta lentamente spostando verso sud. Centinaia di villaggi sono stati spazzati via dalla furia delle acque e decine di città sono state evacuate. Migliaia le persone in fuga dal mare d’acqua il cui livello continua a salire senza sosta. Le cifre che emergono dal bilancio, ancora provvisorio, parlano chiaro: è sommerso dall’acqua un’area di 160mila chilometri quadrati, un quinto del territorio nazionale, sono almeno 20 milioni gli sfollati di cui circa 2 milioni senzatetto, 1.500 i morti e 6 milioni delle persone colpite sono bambini per lo più dispersi, orfani e malati.

LA LENTEZZA DEI SOCCORSI. RISCHIO EPIDEMIE
   A tutto questo poi si associa la lentezza nei soccorsi, l’allarme per il diffondersi delle epidemie e quello per una nuova ondata di maltempo. Come se tutto questo non bastasse, stamani l’ONU ha lanciato l’allarme che circa 3,5 milioni di bambini pachistani sono ad alto rischio di malattie come colera, dissenteria e altre malattie mortali a causa dell’acqua inquinata. La mancanza di acqua pulita facilita il diffondersi di diarrea e dissenteria. Questo fa temere una seconda ondata di mortalità specie in mancanza di soccorsi inviati dalla comunità internazionale. A lanciarlo Maurizio Giuliano, portavoce del Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ocha. Nel frattempo l’Organizzazione mondiale della salute, OMS, si sta preparando ad assistere migliaia di persone in caso di epidemie.

DANNI ALL’AGRICOLTURA PER UN MILIARDO DI DOLLARI
   Per ora si registrano già casi di tifo e epatite E ed A. Il Paese è anche a rischio carestia. La maggior parte dei raccolti sono andati distrutti dall’alluvione. In particolare quelli della provincia centrale del Punjab, considerata il granaio del Paese.

   I danni arrecati all’agricoltura sono quantificati a circa un miliardo di dollari.   Oggi poi, si sono registrate anche le prime proteste di piazza organizzate da sfollati. Stamani un centinaio di persone del campo di sfollati di Shikarpur Road hanno bloccato una delle maggiori arterie del Paese nei pressi di Sukkur, la terza città per importanza della provincia. I manifestanti lamentano di aver ricevuto un trattamento da animali e che le autorità sono arrivate solo per farsi riprendere dalle televisioni mentre consegnano aiuti alla popolazione.

   Nel frattempo gli abitanti di Jacobabad nel Sindh, hanno abbandonato la città. Lo stesso era accaduto nei giorni scorsi a Jaffarabad e Naseerabad, due località in un’area sottosviluppata tra Sindh e Baluchistan, dove la popolazione presa dal panico aveva abbandonato tutto allontanandosi a piedi per raggiungere i campi predisposti dalle autorità.

PAURA PER UNA SECONDA ONDATA DI PIENA
   Nella regione è attesa una seconda ondata di piena. Le autorità di Islamabad hanno pronto un piano per evacuare fino a 10 milioni di persone. Dramma nel dramma. Ad essere stati colpiti dalle alluvioni anche oltre 18mila afghani che da tre decenni si erano rifugiati a Mianwali, nella provincia del Punjab, e 300mila persone, tra gente del luogo e sfollati interni a causa del conflitto dello scorso anno che vivevano a Dera Ismail Khan, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa.

   Le autorità di quest’ultima provincia nel riferire che 653 scuole sono attualmente occupate dalle popolazioni colpite dalle alluvioni ha lanciato l’allarme per possibili problemi per donne e minori. Problemi legati alla salute, eventuali violenze sessuali o altri abusi. A far nascere questi timori il fatto che vi sono fino a 10 famiglie per aula. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Unhcr, è fortemente impegnato nel cercare di soddisfare almeno i bisogni fondamentali delle popolazioni alluvionate.

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PAKISTAN, UNA CATASTROFE IMMENSA CHE COLPISCE PRIMA I BAMBINI

Dichiarazione di Anthony Lake, Direttore UNICEF, sulla crisi umanitaria causata dalle alluvioni e inondazioni che stanno flagellando il Pakistan da inizio agosto

Dal sito http://www.unicef.it/  del20/8/2010

   “Madri in fuga da case allagate con nient’altro che i propri bambini aggrappati alle spalle, gente che chiede aiuto dall’alto di autobus incagliati con l’acqua intorno che sale, bambini disperatamente assetati che bevono acqua da fonti contaminate.

   La tragedia umanitaria in Pakistan ha raggiunto proporzioni tragiche. Ma le gravi carenze di finanziamenti stanno limitando la nostra capacità di salvare vite umane mentre la crisi si aggrava. Le dimensioni della catastrofe in Pakistan, causate da forti piogge monsoniche e inondazioni, sono enormi. Un quinto del paese è ormai sott’acqua e interi villaggi sono stati spazzati via. Circa 900.000 abitazioni sono state danneggiate o distrutte. 15,4 milioni di persone sono state colpite dalle inondazioni.

   Le conseguenze delle inondazioni per le persone più povere e più vulnerabili del Pakistan sono molto gravi. E i più vulnerabili di tutti, i bambini, sono a massimo rischio. Se il mondo non risponde immediatamente, molto più dei 3,5 milioni di bambini colpiti dalle inondazioni saranno a rischio di contrarre malattie mortali collegate con l’acqua come dissenteria, diarrea e colera.

   Insieme ai nostri partner, l’UNICEF sta fornendo acqua potabile a circa 1,5 milioni di persone ogni giorno e riunisce i bambini separati con le loro famiglie. Stiamo lavorando con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per scongiurare gravi rischi sanitari con la vaccinazione di migliaia di bambini nei centri e nei campi e stiamo lavorando a fianco del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) per distribuire alimenti ad alto contenuto energetico per i bambini sotto i cinque anni.

   Ma questi sforzi non sono sufficienti a soddisfare le esigenze di milioni di famiglie sfollate. Mentre sale ancora il livello delle acque alluvionali, continuano le evacuazioni e sono attese altre piogge, la probabilità di una tragedia ancora peggiore cresce di minuto in minuto.

   Niente è più urgente che un forte aumento degli aiuti. Una volta che i bisogni più urgenti saranno soddisfatti, con aiuti significativi e duraturi sarà possibile ricostruire le scuole, ripristinare le infrastrutture e ristabilire le misure di protezione dei bambini.

   Prima però dobbiamo affrettarci a salvare il maggior numero possibile di vite umane. L’UNICEF esorta la comunità mondiale dei donatori ad aiutarci a proteggere i bambini del Pakistan e ad assicurare che le inondazioni che hanno distrutto le loro case non distruggano anche il loro futuro. (Anthony Lake, Direttore UNICEF)

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EMERGENZA UMANITARIA

AIUTI IN PAKISTAN: «DISCRIMINATI GLI SFOLLATI CRISTIANI»

di Lucia Capuzzi, da “Avvenire” del 21/8/2010

   È una guerra. Sporca e feroce come tutte le guerre. O forse anche di più. Perché tutti – sia le vittime sia i carnefici – sono, comunque, vittime. Di una calamità più grande. Enorme. Ban Ki-moon l’ha definito efficacemente «uno tsunami al rallentatore». Ma le parole descrivono con difficoltà l’inferno d’acqua che sta straziando il Pakistan.
   Un quinto del Paese è già allagato. Le piogge non si arrestano e i fiumi di fango continuano la folle corsa, travolgendo città e villaggi. Ogni ora che passa cresce il numero degli sfollati, denuncia l’Unicef. E con essi le bocche da sfamare. Meno di un quarto degli oltre otto milioni di disperati sono stati raggiunti dagli aiuti. Per procurarsi un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua pulita, una coperta si devono scavalcare gli altri. In questa lotta crudele fra diseredati, gli appartenenti a minoranze religiose diventano facile bersaglio.

   I profughi appartenenti a queste ultime sono «i più derelitti, gli esclusi, i discriminati. I nostri sacerdoti, volontari, laici, animatori nelle province di Punjab, Sindh e Baluchiestan stanno girando per le aree colpite, raccogliendo centinaia di sfollati cristiani, abbandonati a se stessi, portandoli nei campi gestiti dalla Caritas o altre Ong di ispirazione cristiana, per garantire loro l’assistenza minima necessaria», racconta all’Agenzia Fides padre Mario Rodrigues, direttore delle Pontificie opere missionarie del Paese (Pom).

   I cristiani vengono sistematicamente “ignorati” nelle distribuzioni di soccorsi gestite dal governo. «Sono trattati come cittadini di serie B. Spesso ricevono ben poca assistenza oppure ne sono esclusi del tutto», aggiunge il sacerdote. Questo mentre «Caritas e Pontificie opere missionarie operano nel soccorso agli sfollati senza alcuna discriminazione di provenienza, razza o religione», precisa padre Mario.
   Laici e religiosi cristiani sono in prima linea per salvare la popolazione. «A Multan molti si sono accampati vicino alla casa del vescovo che ogni giorno offre loro del riso», racconta a Fides padre Jacob Fernando, gesuita di Lahore. La situazione, però, si fa sempre più drammatica. I dati diffusi dal responsabile Onu per l’Emergenza, Martin Mogwanja, sono agghiaccianti: 3,2 milioni di ettari di raccolti sono andati distrutti, 900mila casa sono state ridotte in macerie, le infezioni si stanno diffondendo. Un quinto dei ricoverati negli ospedali soffrono di dissenteria acuta e gastroenterite. I bambini – aggiunge – Unicef bevono l’acqua contaminata perché non riescono a resistere alla sete. Grazie alla riunione speciale alla Nazioni Unite, due giorni fa, sono stati raccolti 239 dei 459 milioni di dollari chiesti dall’Onu per affrontare la prima emergenza. Cento in più rispetto a quattro giorni fa. Altri 49 sono stati promessi.

   Ancora, però, non basta. «L’attenzione su questa emergenza è purtroppo inadeguata alle dimensioni della catastrofe», ha detto Marco Bertotto, direttore di Agire, che ha lanciato una raccolta fondi per sostenere cinque Ong impegnate in Pakistan. I danni ammontano – secondo quanto dichiarato da Islamabad – a 43 milioni di dollari. Tra i primi donatori c’è l’India, eterno rivale del Pakistan, che venerdì scorso ha offerto 5 milioni. L’iniziativa è stata accolta, ieri, dal governo di Islamabad che l’ha definita «molto apprezzabile».
   A preoccupare le agenzie umanitarie è il lungo periodo. La Fao ha stimato che almeno 200mila capi di bestiame sono stati uccisi dall’acqua. Il bilancio definitivo, però, potrebbe salire presto a diversi milioni. Un danno gravissimo per un Paese in cui «gli animali sono monete di scambio per i poveri per procurarsi dei contanti. Ogni animale che riusciamo a salvare è un capitale che la gente potrà usare nella ricostruzione», ha spiegato David Doolan, responsabile dei programmi Fao in Pakistan. (Lucia Capuzzi)

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20/8/2010 – Ripreso dal blog di Naveen Naqvi

da http://www.lastampa.it/

ALLUVIONI IN PAKISTAN: STUDIARNE LE CAUSE E DARE (SUBITO!) UNA MANO

di NAVEEN NAQVI, tradotto da Bernardo Parrella

   Durante il Global Media Forum sul cambiamento climatico organizzato a Bonn lo scorso giugno da Deutsche-Welle, ho avuto modo di ascoltare, tra i relatori, un ragazzo di 12 anni. Felix Finkbeiner fondatore di Plant for the Planet, network mirato a promuovere la “giustizia climatica” tra ragazzi in età scolare, tre anni fa lanciò l’idea di piantare un milione di alberi in Germania. La campagna ha avuto successo ed ora è stata estesa a 70 Paesi. Nel suo intervento al Forum, Finkbeiner ha spiegato che fra 50 anni, quando si troverà a visitare quel museo con i figli, spiegherà loro con imbarazzo quanto accadeva all’epoca in cui vivevano i loro nonni (il periodo attuale), poi divenuto noto come “L’Età del carbonio”.

   Alla luce delle catastrofi ambientali che stanno interessando tre Paesi e due continenti — le inondazioni in Pakistan, che hanno colpito 14 milioni di persone, le valanghe di fango in Cina, provocate dagli stessi diluvi monsonici, gli incendi in Russia a seguito di un’ondata di caldo torrido senza precedenti — si può dire che quel ragazzino abbia rivelato maggior perspicacia dei Capi di Stato. Pur non potendo affermare con immediata certezza che questi inattesi eccessi ambientali sia dovuto al cambiamento climatico, sembra trattarsi di ben più che di semplici concidenze, come spiega quest’articolo sul sito del National Geographic.

   Dopo aver letto l’ottima analisi sulle alluvioni di Kamila Shamsie su The Guardian, dove si identificano la deforestazione e la mafia del taglio selvaggio come maggiori colpevoli dei danni causati dalle violenti piogge, ho chiesto al Professor Adil Najam se fosse possibile collegare direttamente le alluvioni in Pakistan con il cambiamento climatico globale. Ecco la replica dell’esperto ambientalista della Boston University, che ha anche collaborato al lavoro poi vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2007 con Al Gore.

   È prematuro sostenere se queste alluvioni siano o meno diretta conseguenza del cambiamento climatico globale, ma sicuramente servono da monito a tutti noi per occuparci seriamente del cambiamento climatico — e subito. Chiaramente le piogge sono un fenomeno naturale. Ma non c’è nulla di naturale nelle morti e nella devastazione provocate da tali piogge. La causa è dovuta interamente agli esseri umani. Le nostre pratiche arroganti, ignorando l’integrità ecologica dei sistemi naturali da cui dipendiamo, hanno ingigantito la furia dei torrenti che sono trasbordati un po’ in tutto il Pakistan. La deforestazione nel nord del Paese ha rubato la natura delle sue difese naturali e l’errata pianificazione urbana ha trasformato le strade di Nowshehra e altre città in fiumi torrenziali.

   Che il cambiamento climatico sia causa o meno di queste orrende situazioni, renderà sempre più imprevedibile ed estreme le condizioni atmosferiche. Spero che riusciremo a trarre lezioni positive da quanto si è visto finora e che saremo in grado di pianificare uno sviluppo più sostenibile nel processo di ricostruzione. E dovremmo anche renderci conto che, a prescindere dalla ’causa umana’ di questi cambiamenti climatici, saremo noi – e soprattutto i più poveri tra noi – a subirne le conseguenze più gravi.

   Non possiamo far nulla per riparare agli errori del passato che hanno portato all’attuale stato di devastazione nelle zone rurali del Paese. Come è ormai comune nelle nazioni del Terzo Mondo, dove risiedono coloro che il Professor Najam definisce ‘i più poveri tra noi’, quando lo Stato è assente spetta alle organizzazioni non-governative e ai singoli individui darsi da fare. Pur se gli aiuti internazionali non potranno raggiungere stavolta il livello di disastri quali il terremoto ad Haiti d’inizio anno e lo tsunami del 2004, e ciò non deve sorprendere considerata l’impopolarità del Pakistan nel panorama mediatico globale, la gente locale si è tirata su le maniche e si è messa al lavoro

   Nezihe Hussain, medico volontario della Pakistan Medical Association, ha messo in guardia sulla sostenibilità degli aiuti umanitari anche quando offerti dagli stessi cittadini pakistani. Ha spiegato la Dr. Hussain: “È cruciale che la gente capisca che le donazioni non devono interrompersi dopo le festività del Ramzan o dell’Eid. Questo non è il solito zakat annuale [sorta di "purificazione" della propria ricchezza imposta dal Corano]. Le alluvioni hanno provocato orrori inenarrabili che non solo rimarranno tali ma anzi cresceranno, a meno che noi pakistani non continueremo a offrire donazioni e aiuti”.
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Commento di Nayel:
La Sahana Foundation ha messo a punto un sistema di gestione dei disastri simile a quello usato con successo dopo il terremoto di Haiti. Si tratta di applicazioni online per la mappatura delle aree colpite e per la ricerca delle persone in loco, oltre che per seguire il flusso di aiuti. Il software è stato personalizzato per l’attuale situazione in Pakistan: http://pakistan.sahanafoundation.org/eden
[il sistema è intuitivo, gratuito e aperto tutti, basta registrarsi per cercare o fornire informazioni, usa il motore di Google e può essere "embedded" in qualsiasi altro sito; la pagina include anche link a notizie in aggiornamento continuo particolarmente sul flusso di aiuti internazionali, rilanciate da ReliefWeb, sito gestito dall'OCHA, agenzia ONU che ha dichiarato il 19 agosto World Humanitarian Day].

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Per quanto concerne la raccolta-fondi e altri aiuti, una nota diffusa dall’organizzazione internazionale Avaaz specifica fra l’altro:
«…Nonostante vi siano stati i primi soccorsi, l’intervento internazionale per rispondere a questo enorme disastro è stato irresponsabilmente lento e modesto: a fronte della richiesta urgente dell’ONU di 460 milioni di dollari di aiuto primario, al momento ne è pervenuto soltanto il 40%. Gli operatori umanitari hanno denunciato che senza un incremento immediato negli aiuti il numero di morti potrebbe aumentare terribilmente. Noi possiamo dare il nostro aiuto facendo pressione sui governi affinché dispieghino le loro forze. Facciamo vedere ai nostri leader cosa significa essere generosi, e chiediamo loro di aggiungersi a noi. Usa il modulo sotto per mandare un messaggio ai governi chiave che possono salvare vite in questa emergenza – puoi decidere se mandare il messaggio precompilato, oppure scrivere la tua versione. …»

Sempre tramite Avaaz.org è anche possibile effettuare donazioni in denaro, come specificato nella stessa pagina web: «Dopo aver consultato ONG leader in operazioni umanitarie nell’area, offriremo le donazioni a organizzazioni locali di fiducia, come l’Hirrak Development Centre (HDC) e il Participatory Welfare Services (PWS). Con questi partner sul luogo della tragedia, la nostra comunità aiuterà a garantire l’aiuto umanitario necessario. Il 100% dei fondi che raccoglieremo andrà direttamente ai pachistani per lottare contro il disastro naturale di cui sono vittime.»
Infine, anche la Croce Rossa Italiana ha attivato una serie di strumenti per la raccolta-fondi.

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Testo originale: Beyond the deluge, ripreso dal blog di Naveen Naqvi.

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PAKISTAN: UNA BUONA ECONOMIA SPESSO NASCONDE TRISTI REALTA’

di Meghnad Desai (da LIMES – rivista italiana di Geopolitica- aprile 2010)

- Un excursus storico del Pakistan che rivela le sue grandi potenzialità economiche. Lo sviluppo industriale si concentrava nella parte occidentale dominata dal Punjab. Analfabetismo, malnutrizione e vita media breve sono il prezzo pagato per le spese militari. -

Il Pakistan non gode di buona stampa. Visto da fuori, appare a molti come un paese pieno di mullah pazzi, con migliaia di madrasse dove vengono addestrati potenziali taliban o militanti di al Qaida. Si pensa, insomma, che sia uno Stato fallito, sull’orlo del collasso, diversamente dall’India, considerata invece una nazione democratica, con un’economia di mercato in forte espansione.
Ma in realtà non è così. Almeno per quanto riguarda l’economia, il Pakistan regge il confronto con l’India anche se non la eguaglia. A distanza di quasi cinquant’anni dal simultaneo riconoscimento della loro indipendenza, il 14-15 agosto del 1947, i due paesi erano testa a testa da questo punto di vista. Solo nel corso dell’ultimo decennio l’India ha accelerato la sua crescita sorpassando ampiamente il Pakistan.
Sotto altri aspetti – istruzione, sanità, mortalità infantile – quantificati dall’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, India e Pakistan figuravano poco distanti nei ranghi inferiori della graduatoria. Nel 2008, l’India era al 132esimo posto e il Pakistan al 139esimo nella classifica dei 180 paesi considerati. Entrambi apparivano afflitti da problemi di povertà, disuguaglianza, cattiva salute, analfabetismo, discriminazione contro le donne.
Nel caso del Pakistan, questi sono più acuti e in qualche misura si stanno aggravando, anche se esso rimane il paese musulmano più sviluppato dal punto di vista tecnologico e militare. Con la sua popolazione di 150 milioni di abitanti, è anche uno di quelli più estesi sebbene la sua superficie sia solo un settimo di quella dell’India. Quest’ultima ha quasi altrettanti musulmani se non più del Pakistan, nato come Stato musulmano (anche se non islamico). Ma per comprendere l’economia del Pakistan o qualsiasi altro aspetto di questo paese, bisogna tener conto delle sue origini(1).

IL PAKISTAN DAL 1947 AL 1971
Nato in seguito alla divisione dell’India alla vigilia della sua indipendenza dalla Gran Bretagna, il Pakistan era costituto da due territori ampiamente separati, il Pakistan Occidentale, che comprendeva il Punjab, il Sind e il Baluchistan e le province di frontiera nordoccidentali (una regione che non ha ancora assunto un nome come le prime tre) e il Pakistan Orientale, che costituisce oggi il Bangladesh e comprende il Bengala Orientale com’era delimitato prima del 1947. Entrambe le regioni erano prevalentemente agricole. Quel poco di industria che esisteva prima del 1947, è rimasto, al 97%, in India.

Secondo uno studio delle Nazioni Unite del 1949 (quando le statistiche non erano molto precise) l’India figurava al 55esimo posto e il Pakistan al 57esimo rispetto a una classifica di 70 paesi che vedeva la Cina al 69esimo, l’Indonesia al 67esimo e la Corea del Sud al 68esimo.
Lo sviluppo industriale del Pakistan si concentrava interamente nella parte occidentale dominata, dal punto di vista economico come da quello politico, dal Punjab. Nel 1971, dopo una guerra sanguinosa che fece molte vittime, il Pakistan orientale si separò dando vita al Bangladesh grazie a un forte appoggio militare dell’India. Nei primi ventiquattro anni in cui rimasero uniti, il Pakistan Occidentale registrò un tasso di crescita intorno al 3,5% (pari all’1,2% pro capite) mentre il Pakistan Orientale ebbe una crescita dell’1,2% durante il decennio 1950-1960. Le cose andarono un po’ meglio negli anni ’60 per entrambe le regioni, ma non abbastanza da eliminare le disparità fra di esse. Anche l’India registrò un tasso di crescita paragonabile di circa il 4,5% (1,9% pro capite) negli anni ’50. Ma nel decennio successivo il Pakistan crebbe più rapidamente del suo paese vicino.

IL PAKISTAN DAL 1971 AL 1997
Nel 1997, India e Pakistan erano quasi alla pari, ma rispetto ad altri paesi del continente (le cosiddette tigri asiatiche) si sviluppavano più lentamente. Fra il 1965 e il 1980 il Pakistan aveva registrato un tasso di crescita del Pil pari al 5,2%, salito al 6,3 fra il 1980 e il 1990, rispetto al 3,6 e al 5,3 dell’India negli stessi due periodi. Nel 1997, cinquant’anni dopo la sua indipendenza, l’India era al 143esimo posto e il Pakistan al 120esimo nella graduatoria di 175 paesi presi in esame(2). La Cina figurava al 111esimo, la Corea del Sud al 37esimo e l’Indonesia al 92esimo. Quali che fossero i loro altri exploit – come la fabbricazione di bombe atomiche che entrambi sperimentarono nel 1998 – resta il fatto che non riuscirono a crescere con la stessa velocità dei loro vicini asiatici.
Questo per motivi quasi identici. Le politiche di sviluppo di entrambi i paesi si basavano su un modello di industrializzazione di tipo sovietico guidata dallo Stato. Il Pakistan concesse ampio spazio alla sua élite per conquistare una posizione di monopolio in quasi tutti i settori e com’era noto una ventina di famiglie possedevano la maggior parte delle industrie. Ma diversamente da altri paesi asiatici, s’impegnò ben poco per promuovere l’alfabetizzazione e l’istruzione in generale, salvo quella superiore. La spesa sanitaria rimase bassa e la mortalità infantile elevata. Entrambi i paesi disponevano di abbondante manodopera e non fecero buon uso del loro capitale umano.

IL PAKISTAN DAL 1997 AL 2010
In questo periodo, il Pakistan perse terreno rispetto all’India che modificò invece la sua politica economica già a partire dal 1991 e nonostante i molti cambiamenti di governi dominati da fragili coalizioni riuscì ad accelerare la sua crescita. Il Pakistan, al contrario, visse dieci anni sotto la dittatura di Pervez Musharraf, ma non riuscì a mantenere il suo dinamismo economico. Se in questi tredici anni il tasso medio di crescita dell’India si è aggirato sul 6,5-6,7%, quello del Pakistan è rimasto intorno al 4-4,5%. Ciò significa che in 10-11 anni l’India potrebbe raddoppiare il suo reddito, mentre il Pakistan avrà bisogno di 15-18 anni per raggiungere lo stesso risultato.
Questa lenta crescita è stata accompagnata da un cambiamento nei rapporti fra i sessi in Pakistan, in seguito all’espandersi dell’influenza islamica in campo scolastico. Così, esso è rimasto indietro rispetto all’India, dove il tasso di alfabetizzazione degli adulti è pari al 66% contro il 54% del Pakistan e quello delle donne ha raggiunto il 54% rispetto al 39% del paese vicino. Ma il rispettivo reddito pro capite non è così distante: 2.753 dollari per l’India, 2.496 per il Pakistan. La povertà inoltre è sorprendentemente più bassa in Pakistan che in India. In base allo standard di 1,26 dollari al giorno fissato dalla Banca Mondiale (che in precedenza era di 1 dollaro) solo il 22,6% della popolazione del Pakistan vive al di sotto della soglia di povertà rispetto al 41,6% di quella indiana. La disuguaglianza di reddito misurata in base al coefficiente Gini è pari solo a 31 in Pakistan e a 37 in India.
Il Pakistan non è un paese ricco sotto alcun punto di vista. Ma non è neppure un caso disastroso. Questi numeri nascondono forse molte tristi realtà e le situazioni effettive sono molto peggiori. Ma anche qui bisogna tener conto delle sue varie regioni ovvero delle disparità esistenti, ad esempio, fra il ricco Punjab e il povero Balichistan. Il fatto interessante riguardo a questo paese, come pure in qualche misura riguardo all’India, è che entrambi sono paesi nucleari che hanno investito in sofisticate tecnologie militari e rimangono grandi compratori di armamenti. Per cui c’è inevitabilmente qualcuno che paga il prezzo di questi costosi giocattoli in termini di analfabetismo, malnutrizione e vita media breve.
(Traduzione di Mario Baccianini)
Note
1. Per approfondire le circostanze in cui avvenne la spartizione dell’India vedi M.Desai, The Rediscovery of India, Penguin Books, India.
2. Per ulteriori informazioni vedi M. Desai, «South Asia: Economic Stagnation and Economic Change», in M.Desai, Development and Nationhood: Essays in the Political Economy of South Asia, Oxford University Press, India.

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“IL MIO PAKISTAN IN GINOCCHIO LOTTA CONTRO LA DISPERAZIONE”

- Le alluvioni lasciano milioni di persone senza casa. Le inondazioni faranno crollare la produzione di latte, cotone e frumento. Non si allenta la minaccia dei fondamentalisti e dell´esercito indiano ai confini -

di Mohsin Hamid, da “la Repubblica” del 17/8/2010

   Il mese scorso qui a Lahore ha cominciato a piovere. Il monsone pachistano è qualcosa di bellissimo, di straordinario. Le piogge sono continuate e dopo una serie di acquazzoni particolarmente pesanti le strade della città si sono trasformate temporaneamente in canali, con le auto bloccate o che mettevano la prima e davano gas più che potevano per passare. Ma Lahore si asciuga in fretta e in generale i disagi in città sono durati poco. Dalle altre regioni del Paese però è arrivata un´inondazione di notizie su raccolti danneggiati e fiumi in piena. Il prezzo delle verdure è aumentato. Poi le piogge sono ancora continuate e dighe che reggevano da decenni hanno ceduto. Più di mille persone sono morte, in milioni hanno avuto la casa distrutta.

   Vivere in Pakistan vuol dire conoscere le vette della speranza e gli abissi della disperazione. La speranza assume molte piccole forme. Anche le innumerevoli risposte individuali alle alluvioni inducono alla speranza. A Lahore sono in corso grandi raccolte fondi. Quasi tutte le persone che conosco donano soldi, tempo od oggetti per contribuire ai soccorsi. Le reti di sicurezza sociale, i microsistemi di famiglie e amici che tengono unito il Pakistan in assenza di uno Stato efficiente, stanno facendo quello che possono per affrontare questa tragedia senza precedenti.

   Ma la battaglia contro la disperazione è una costante. La avverto dopo ogni attentato terroristico mortale, e quest´anno soltanto a Lahore ce ne sono stati una mezza dozzina, con circa 200 vittime. Quando vado dal mio barbiere cerco di tenere a freno la mia immaginazione da romanziere, altrimenti comincerei a pensare che il vetro della sua finestra può trasformarsi in schegge letali, e che una delle motociclette parcheggiate fuori potrebbe essere imbottita di esplosivo.
   È difficile però ignorare il fatto che l´elettricità in casa mia viene tagliata per otto ore al giorno perché il Pakistan non è stato capace di programmare lo sviluppo della rete per far fronte a una domanda in rapida crescita. È difficile anche ignorare un generale senso di malessere, di un costante deterioramento dei parametri pubblici, rivelato recentemente da un tragico disastro aereo e da una serie di altri incidenti aerei sfiorati in appena una settimana.

   E ora ci sono le inondazioni. Il peggior disastro naturale a memoria d´uomo: hanno seminato devastazione tra 14 milioni di pachistani, un numero grande quasi quanto la popolazione di New York e Londra messe insieme. Il Pakistan normalmente è il quarto produttore mondiale di latte e cotone, e il decimo produttore mondiale di frumento, ma quest´anno non riuscirà a conservare la sua posizione. Lentamente e faticosamente, però, il Paese dovrà risollevarsi. E non è detto che il futuro sia cupo. Dopo tutto, il Pakistan ha risorse straordinarie. È il sesto Paese al mondo per popolazione, ha un numero di bambini sotto ai 14 anni superiore a quello degli Stati Uniti. È povero, ma può vantare livelli di popolazione affamata e di malnutrizione infantile significativamente inferiori a quelli dell´India.

   E un aspetto cruciale è che il Paese sta costruendo le sue istituzioni democratiche. Non è una cosa da poco. Perché sono due i grandi mali del Pakistan: uno Stato che fa troppo poco per i suoi cittadini e la sfida di coloro che cercano di rovesciare lo Stato. La sua fragile democrazia ha gli strumenti per affrontare entrambe le sfide. E la necessità di mantenere le promesse fatte agli elettori sta creando una pressione per il cambiamento.

   Uno Stato più equo e redistributivo sarebbe utile anche per affrontare il secondo aspetto della crisi pachistana: i tentativi dei gruppi estremisti di rovesciare il governo e assoggettare una società pluralistica ed eterogenea al loro volere tirannico e intollerante. Bisogna combattere questi gruppi, e i risultati fino a questo momento sembrano dimostrare, com´era prevedibile, che le forze armate pachistane riescono a svolgere meglio questo compito quando agiscono con la legittimazione che può garantire un governo democratico.

   L´esercito, però, perfino adesso, non si impegna fino in fondo in questa battaglia, perché continua a temere possibili iniziative da parte indiana. Ritengo che si tratti di un tragico errore. Ma sono convinto anche che sia ingiusto dire che il Pakistan non dovrebbe sentirsi minacciato dal suo vicino. Io vivo a 30 chilometri dal confine, dove recentemente il governo di Nuova Delhi ha ammassato un milione di soldati per via di un attentato commesso sul suolo indiano da terroristi pachistani. Ho visto elicotteri da combattimento che volavano bassi e batterie di artiglieria pronte nei prati. Il conflitto indo-pachistano è reale, reciproco e nucleare.

   Recentemente ho conosciuto una donna pachistana che viveva a Hong Kong ed era venuta a vedere Lahore. All´estero, gli amici le avevano chiesto perché voleva recarsi in un Paese tanto tormentato. Lei aveva risposto che era come andare a trovare una persona cara ammalata. Nessuno è felice di stare a contatto con la sofferenza, ma quando un genitore o un fratello non sta bene, l´istinto umano è di stare al suo fianco fino a quando non guarisce.

   Oggi il Pakistan è febbricitante. Ma io vedo tante cose che ammiro e che mi trattengono qui, e spero, per il bene della generazione di mia figlia, che un giorno non lontano questa febbre possa svanire.

(Mohsin Hamid è l´autore di “Il fondamentalista riluttante”  e “Nero Pakistan”) (Traduzione di Fabio Galimberti)

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Filed under: Conservazioni, Geografia e confini, Segnalazioni
Categorie: GIS Italia

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map3d - Gio, 19/08/2010 - 06:32
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Categorie: GIS Italia

QUOTE LATTE – l’agricoltura (e i consumi) che devono cambiare: grandi, medie e piccole aziende agricole, unite ai consumatori, accomunate dallo stesso obiettivo: dare priorità alla qualità, alla salute (e al recupero del rapporto intimo e sacro con gli an

Geograficamente - Mer, 18/08/2010 - 17:11

L’Alpeggio - Il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi o altri alimenti di grande qualità, e legati al territorio ed alle tradizioni locali

    Cerchiamo di spiegare cosa sono le quote latte. Tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso l’orientamento delle politiche agricole europee si é invertito a causa dell’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività. Prima, nei decenni dell’immediato dopoguerra c’era, in Europa, “FAME” nel senso vero della parola (carenza di produzione agricola e di consumo per le persone): dagli anni settanta c’è stato il problema della sovraproduzione agricola che rischiava, a sua volta di far morire l’agricoltura dei paesi europei per troppa produzione (e di conseguenza prezzi al mercato irrisori: la legge della domanda e dell’offerta non sempre funziona in modo virtuoso; o non la si fa funzionare in modo virtuoso). 

   Dal che sono nate nel 1984 le QUOTE LATTE: cioè si è previsto il controllo e la limitazione su quelle produzioni (di latte) commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Le quote nazionali sono state (e tuttora vengono) ripartite tra gli allevatori su base individuale ed a titolo gratuito. Gli allevatori possono poi comprare o affittare da altri produttori le quote che danno diritto a produrre una certa altra quantità di latte. Superata la propria soglia coperta dalle quote in possesso, bisogna però versare un contributo proporzionale all’eccedenza, che così, in modo discutibile, erroneo, viene chiamato MULTA (questo contributo). 

   Nel 1984 é stato, dunque, introdotto il sistema delle quote latte con l’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e così garantire una buona redditività agli allevatori: è vero che i consumatori pagavano di più il prodotto; ma è pur vero che così si garantiva, almeno nelle intenzioni, la sopravvivenza di forme agricole di qualità, come quella di montagna (il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche di grande qualità) e in genere quelli allevamenti in zone svantaggiate, magari molto lontane dalla commercializzazione (senza l’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente gli allevamenti in queste aree geografiche “difficili” sarebbero sopravissuti). 

   Pare che l’errore di fondo nelle quote assegnate all’Italia (per limitare le eccedenze) lo abbia fatto l’Istat, o forse gli agricoltori-allevatori stessi, che nel censimento del 1981 (preso a base dalla Comunità Europea) l’Italia risultava non avere eccessi interni di produzione di latte, essendo l’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. Molti produttori hanno contestato l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che è stata sottostimata la produzione effettiva (è probabile che tale rilievo di sottoproduzione, e non di eccesso rispetto al fabbisogno, è dovuto alla tradizione italica di “fare in nero”, cioè non dichiarare mai “il giusto”). Sta di fatto che per trent’anni l’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno. Tutto questo meccanismo delle quote latte viene qui assai bene spiegato nei primi due articoli che seguono ripresi dal sito-newsletter www.Lavoce.info . 

   Resta comunque che il sistema di limitare le eccedenze produttive voluto con le quote latte, non ha funzionato, in Italia (anche, come abbiamo detto, per difetto di “dichiarazione della produzione” all’origine), ma anche in Europa. L’agricoltura europea è in difficoltà in molti paesi. E in Italia è emblematico che proprio il settore del latte era (ed è) nel pieno di un decadimento con un numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi. Una razionalizzazione eccessiva, abnorme: le piccole stalle si riducono sempre più, e gli allevamenti intensivi si confrontano con le difficoltà di regolamenti (peraltro secondo noi corretti, imposti dall’UE) di limitazione (nei campi) dello smaltimento dei liquami (bisognerebbe tornare ad aie, ora tecnologiche, di smaltimento per ciascuna azienda). 

   E la qualità del latte è sempre più scadente, “depurato” com’è il prodotto della parte migliore per fare altri prodotti (yogurt etc). E spesso con gli animali trattati a mo’ di lager (cosa che dovrebbe farci di più riflettere sul nostro rapporto con il mondo animale, e conoscere meglio la provenienza di quel latte che consumiamo). E gli allevamenti in montagna, i più “naturali” (anche per gli animali) e con un prodotto alimentare migliore, a poco a poco soccombono pure loro all’abbandono totale di ogni forma agricola nelle aree di montagna e mezza montagna. 

   Quel che sembra far resistere l’agricoltura italiana è la sua caratteristica di essere ancora in presenza di aziende medio-piccole, ancora ben legate al territorio (altri stati, che han preso a modello l’agricoltura e l’allevamento intensivo di tipo americano, un’agricoltura da poter fare, come sembrava, “senza contadini” ora  stanno peggio). 

   Ma l’attuale caduta vertiginosa dei prezzi agricoli all’ingrosso fa pensare che, se il sistema agricolo non “cerca la qualità”, stringendo un patto forte con i consumatori per prodotti sani e buoni (e qui il biologico, i prodotti tipici, etc. sono un marchio e un obiettivo per la qualità…), solo così potrà avere un futuro in grado di reggere senza problemi alla globalizzazione industriale dei prodotti, che ha il suo elemento adesso dominante nella diffusione della ricerca chimico-scientifica in agricoltura per specie nuove appettibili al mercato e a basso costo (come sono gli OGM, organismi geneticamente modificati, vera cultura di derivazione delle farmers americane per un’agricoltura capitalistica “senza contadino”). 

   E’ pur vero che la tentazione del facile profitto sta trasformando zone agricole italiane in aree ad alto tenore tossico, di inquinamento inusitato: vigneti, in aree pregiate per il marchio di origine, dove si distribuiscono anticritogrammici in gran quantità con elicotteri (con le popolazioni, i contadini, i bambini, tutti, che se li respirano… e la terra sempre più sterile perché avvelenata e “usata” a dismisura). 

   E il contadino deve tornare ad essere tra quelle categorie di mestiere che “hanno in mano” la nostra salute, collettiva e personale. E che “produzione agricola” e “consumo alimentare” dovranno essere inscindibili; con un agricoltore in grado di seguire la filiera del prodotto dalla terra alla tavola. 

   Se è bene che l’Europa si coordini nelle politiche dei prodotti agricoli e da allevamento (come il latte), e che ci sia (a macchia di leopardo, dove geograficamente conviene) possibilità di sviluppi agricoli multipli, non monocolture; dall’altra è necessario che l’agricoltura e i suoi prodotti-alimenti così indispensabili alla vita (come è appunto il latte) siano la priorità assoluta delle nostre comunità. 

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QUOTE LATTE: UN PASTICCIO EUROPEO 

di Stefano Castriota e Marco Delmastro, da www.Lavoce.info del 05.08.2010  

- In Italia vi sono oggi circa 40.000 produttori di latte sparsi su tutto il territorio nazionale, ma con forti concentrazioni nella Pianura Padana - 

I NUMERI DEL LATTE 

   In Italia la produzione di latte ammonta ad oltre 10,8 milioni di tonnellate ed il suo valore si aggira intorno ai 5.019 milioni di euro (dati Ismea). Quando si parla di latte, però, non bisogna pensare solamente alla materia prima: la filiera produttiva è, infatti, costituita anche da migliaia di aziende che operano nei sottosettori del burro, del formaggio e dello yogurt. Con 14.380 milioni di euro di fatturato l’industria lattiero-casearia si colloca al primo posto nel settore alimentare italiano (con il 13% dei ricavi totali).
   La produzione di latte, come quella di molti altri prodotti agricoli, è stata oggetto di regolamentazione da parte dell’Unione Europea attraverso varie leggi emanate all’interno dell’Organizzazione Comune dei Mercati (OCM). L’obiettivo di questi interventi era contenere la produzione ed evitare squilibri tra domanda ed offerta (1)

   Se, infatti, inizialmente l’obiettivo della Politica Agricola Comune (PAC) negli anni cinquanta e sessanta era favorire la crescita delle aziende agricole degli Stati membri, nei decenni successivi l’orientamento si è invertito a causa dell’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività (2)

   La domanda di prodotti lattiero-caseari ha, inoltre, subito spesso una contrazione dovuta al rallentamento della crescita della popolazione e al suo progressivo invecchiamento che hanno modificato i consumi alimentari provocando una diminuzione, ad esempio, degli acquisti di latte. La comparsa dell’olio d’oliva nei mercati dell’Europa settentrionale e una migliore educazione alimentare hanno, invece, inciso negativamente sul consumo di burro. 

UN MECCANISMO CONTORTO 

   Già alla fine degli anni sessanta risultava evidente che il settore era caratterizzato da squilibri di produzione. Negli anni settanta sono stati introdotti un regime di premi per la non commercializzazione del latte e la riconversione delle mandrie bovine, nonché un prelievo di corresponsabilità gravante in maniera uniforme su tutti i quantitativi di latte consegnati alle latterie. 

   Queste misure si sono però dimostrate onerose ed inefficaci. Il sistema del prelievo di corresponsabilità è stato abbandonato in favore del sistema delle quote latte, che prevede un prelievo supplementare gravante solamente su quelle produzioni commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Nel 1984 é stato, dunque, introdotto, con il convinto sostegno di molti paesi (tra i quali spicca la Francia), tale sistema con l’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e garantire una buona redditività agli allevatori.
   Come spesso accade con la PAC, gli interessi degli agricoltori sono stati anteposti a quelli dei consumatori i quali, con una politica di restrizioni dell’offerta, hanno pagato dei prezzi tenuti artificialmente elevati. L’unico possibile beneficio per i consumatori é rappresentato dalla tutela degli allevamenti in montagna e nelle zone svantaggiate i quali, senza l’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente potrebbero sopravvivere

   Dato che il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi (ad es. l’Asiago) o altri alimenti di grande qualità e legati al territorio ed alle tradizioni locali, si sostiene che una pressione al ribasso del prezzo del latte causato dall’abolizione delle quote nel 2015 (3) rischierebbe di far scomparire alcune produzioni di pregio.
   A tal riguardo, però, non risulta difficile immaginare misure di sostegno alternative e mirate specificatamente ad alcuni produttori svantaggiati o ad alcuni prodotti di particolare pregio. In particolare, la politica delle denominazioni dei prodotti agricoli, se ben attuata, può, da un lato, garantire sostegno alle produzioni di qualità senza, dall’altro lato, introdurre meccanismi regolamentari invasivi nella formazione dei prezzi e nell’incentivazione degli investimenti. In sostanza, le denominazioni incidono sul funzionamento del mercato, ma solo nell’ottica di correggere un fallimento del mercato stesso dovuto all’elevata asimmetria informativa esistente tra produttori e consumatori. 

IL CASO ITALIANO 

   Con il Regolamento (CE) 856/1984 ad ogni Stato membro é stata assegnata una quota nazionale, calcolata sulla base dei censimenti del 1981 ed aumentata dell’1 per cento. Sfortunatamente per l’Italia, però, nel 1981 il nostro Paese era l’unico all’interno della Comunità Europea a non registrare alcun eccesso di produzione, essendo l’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. 

   Molti produttori hanno contestato l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che queste hanno ampiamente sottostimato la produzione effettiva. Difficile sapere quale possa essere stato il margine d’errore dal momento che il settore del latte era (ed é) nel pieno di un processo di razionalizzazione che ha portato il numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi. 

   Molti allevamenti avevano in realtà non più di cinque vacche e vendevano i propri prodotti nel mercato nero (4). Di questo non si può certo incolpare l’Istat che, inoltre, ha incrociato i dati delle proprie rilevazioni con quelli sulla consistenza del bestiame in possesso dei veterinari. Se, dunque, la produzione effettiva è stata quasi certamente sottostimata nel 1981, con ogni probabilità non lo è stata di molto, essendo stati censiti tutti i grandi allevamenti.
   Ad ogni modo, per trent’anni l’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno, il tutto per rispettare un regolamento volto a contenere gli squilibri imputabili agli altri Paesi dell’Unione. Questo sistema si è, pertanto, rilevato del tutto inefficiente perché ha impedito la libertà di iniziativa economica dei produttori di latte, conservando lo status quo della produzione di latte in Europa ai valori del 1981 (salvo le piccole modifiche alle quote nel corso degli anni), e ha danneggiato sensibilmente i consumatori europei. 

(Stefano Castriota e Marco Delmastro) 

(1)Obiettivo principale del regime è ridurre il divario tra l’offerta e la domanda nel mercato del latte e dei prodotti lattiero-caseari e le conseguenti eccedenze strutturali per conseguire un migliore equilibrio del mercato”, pag. L 270/123, comma (3) del Reg. (CE) 1788/2003. Il regolamento é consultabile a questo sito internet.
(2) Dal 1957 al 1968 gli obiettivi perseguiti dalla PAC erano: (1) aumentare la produttività nell’agricoltura; (2) garantire un livello di vita e reddito equo agli agricoltori; (3) stabilizzare i prezzi; (4) garantire la stabilità degli approvvigionamenti; (5) garantire prezzi ragionevoli ai consumatori. Negli anni successivi il peso attribuito al primo obiettivo è diminuito a vantaggio del secondo ed a danno del quinto.
(3)Il regime delle quote é stato istituito nel 1984 e prorogato varie volte, l’ultima delle quali con il Regolamento (CE) 1788/2003 per ulteriori 11 anni. L’orientamento prevalente oggi è di non prorogare più il sistema delle quote. Dunque, salvo sorprese dell’ultima ora, nel 2015 il mercato del latte dovrebbe essere finalmente liberalizzato.
(4)A pag. 14 della Relazione 3/2002 della Corte dei Conti è riportato quanto segue: “In effetti, all’inizio degli anni ’80 l’Italia presentava un sistema zootecnico estremamente frammentato e contraddistinto da una forte dicotomia strutturale, con un numero di aziende efficienti – con dimensione economica paragonabile ad altri sistemi zootecnici della Comunità – ed una frangia numerosissima di piccoli allevamenti con una consistenza di vacche inferiore alle cinque unità. Ne derivava una sostanziale difficoltà a conoscere in maniera precisa e sistematica i dati sulla evoluzione delle produzioni e delle strutture produttive, considerando anche che soprattutto le piccole imprese ricorrevano a forme di vendita diretta, senza alcuna contabilità e con la tendenza a sottostimare la reale entità della produzione commercializzata per evitare che la rilevazione dei dati statistici fosse eventualmente impiegata a fini fiscali”. La Relazione è consultabile su questo sito internet

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QUOTE LATTE: UN PASTICCIO NOSTRANO 

di Stefano Castriota e Marco Delmastro, da www.Lavoce.info del 5/8/2010  

   Il sistema delle quote latte, stabilito dall’UE, ha come obiettivo ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta. Nel corso degli ultimi 25 anni molti produttori italiani hanno consapevolmente superato il tetto massimo delle quote assegnategli dall’UE. Solo una minima parte delle multe sono state effettivamente pagate dagli allevatori. I contribuenti italiani hanno, invece, già pagato 1,87 miliardi di euro per i prelievi relativi al periodo 1984-1996. I restanti 2,5 miliardi devono essere pagati dai coltivatori, a meno di non voler far scattare una procedura d’infrazione da parte dell’UE. 

   Le quote nazionali, modificate periodicamente dall’UE, vengono ripartite tra gli allevatori su base individuale ed a titolo gratuito. Gli allevatori possono poi comprare o affittare da altri produttori le quote che danno diritto a produrre una certa quantità di latte. Superata la propria soglia bisogna versare un prelievo proporzionale all’eccedenza. 

   Questo contributo, che molti definiscono “multa”, si chiama in realtà “prelievo supplementare” (1): infatti, le aziende possono produrre il quantitativo che vogliono, ma se eccedono il limite stabilito devono pagare un differenziale tale da scoraggiarne la produzione. Chi ha prodotto eccedenze, dunque, lo ha probabilmente fatto nella piena e totale consapevolezza: alcuni non hanno mai comprato le quote latte, altri le hanno sistematicamente superate. Chi ha commesso piccoli errori deve pagare poche migliaia di euro, ma è difficile trovare giustificazioni convincenti per produttori che devono versare allo Stato italiano svariati milioni di euro

LE “MULTE”: UN PROBLEMA QUASI ESCLUSIVAMENTE ITALIANO 

   Il problema dello sforamento delle quote è quasi esclusivamente italiano: nel 2008, l’80 per cento delle “multe” ha riguardato il nostro Paese (2). Se si sommano tutti i prelievi supplementari dovuti dagli allevatori italiani dal 1984 ad oggi si giunge alla sbalorditiva cifra di 4,4 miliardi di euro, una parte dei quali (1,87 miliardi relativi al periodo 1984-1996) (3) pagati dai contribuenti italiani in deroga alle disposizioni comunitarie, gli altri pagati dagli allevatori, oggetto di contenzioso presso i tribunali amministrativi oppure ancora semplicemente da “riscuotere” da parte di Agea o degli Organismi Pagatori regionali deputati a prelevare il dovuto.
   Qual è la ragione di questa peculiarità italiana? Dal 1984 al 1992, come ha notato la Corte dei Conti, il problema principale è stato la sostanziale disapplicazione della regolamentazione comunitaria: si è trattato di “un mancato adeguamento alla normativa comunitaria politicamente asseverato dal Governo Italiano e motivato in sede comunitaria facendo leva sulla complessità del sistema che, in Italia, aveva in effetti evidenziato ed accentuato carenze, difficoltà e disomogeneità nella gestione amministrativa del settore” (4). Per quanto riguarda gli anni successivi, sempre citando la Corte dei Conti, “comportamenti pragmaticamente dilatori di Governo e Parlamento hanno in effetti accompagnato, asseverato, fornito spesso nuova linfa alle aspettative dei produttori”. In altre parole, chi fino ad allora aveva superato le quote ha ritenuto di potere continuare a farlo

CHI DEVE PAGARE 

   I regolamenti comunitari sono sempre stati molto chiari in proposito: il prelievo supplementare è una misura che persegue l’obiettivo di contenere la produzione e ristabilire l’equilibrio tra domanda ed offerta e deve, dunque, essere pagato dagli allevatori (5). Qualsiasi tipo di accollo da parte dello Stato dell’onere del prelievo si configura come sostanziale elusione non solo della regolamentazione comunitaria, ma altresì di quegli obiettivi (condivisibili o meno) di politica economica della Pac. 

   Il fatto che all’Italia furono assegnate quote inferiori al consumo interno doveva ovviamente essere oggetto di contrattazione in ambito comunitario, ma non può in alcun modo giustificare il superamento delle produzioni consentite.
   Ogni pagamento da parte delle amministrazioni pubbliche é considerato un aiuto di Stato e comporta l’apertura di una procedura d’infrazione, con le conseguenti salatissime multe a carico dei contribuenti. Peraltro, una prospettiva del genere sarebbe uno schiaffo a tutti quei produttori onesti che hanno comprato le quote e rispettato i limiti ed a quelli che hanno deciso di pagare i prelievi supplementari, con o senza rateizzazione (6). 

COSA RISCHIA L’ITALIA 

   La difesa del migliaio di “irriducibili” trasgressori da parte dello Stato sarebbe una strategia di politica agricola senza senso che aggiungerebbe all’inefficienza dell’intero sistema comunitario ulteriore inefficienza a livello di contesto nazionale con conseguenze paradossali. 

   In primo luogo, si creerebbe una situazione di aiuto di Stato a vantaggio non già dell’intera categoria, ma solo di uno sparuto gruppo di imprenditori che non hanno rispettato le regole. In secondo luogo, si scaricherebbe di nuovo il peso di questo intervento sui contribuenti, che oltre a pagare prezzi dei prodotti lattiero-caseari al di sopra dei livelli concorrenziali dovrebbero remunerare in prima persona il costo di comportamenti fraudolenti. 

   La politica, come spesso accade in Italia, continuerebbe a far pagare le proprie colpe, connesse a mancati interventi di rinegoziazione comunitaria delle quote latte, ai consumatori che, a differenza dei produttori, rappresentando un gruppo di interessi eterogeneo, non riescono a coalizzarsi in lobby. Il danno che si creerebbe sarebbe, inoltre, riferibile anche a quegli allevatori, la stragrande maggioranza, che in questi anni hanno speso ingenti somme, si stimano circa 1,85 miliardi di euro (dati Coldiretti), per acquisto o affitto di quote, sacrificando così parte degli investimenti all’interno dell’azienda.
   In definitiva quello delle quote latte appare un doppio pasticcio: un meccanismo europeo che chiaramente danneggia i consumatori ed i produttori più efficienti, su cui si innesta un sistema nazionale che ha favorito uno sparuto gruppo di imprenditori inefficienti o disonesti a danno dell’intera collettività. 

(Stefano Castriota e Marco Delmastro)

Tabella 1: prelievi supplementari da pagare e pagati (milioni di euro)         Totale da pagare 4.400   Pagamenti     1.870 Pagati dallo stato italiano (periodo 1984-1996)     220 Pagati direttamente dagli allevatori senza rateizzazione     350 Rateizzati con legge Alemanno (interessi 0% in 14 anni)     730 Rateizzazione potenziale con legge Zaia (interessi al 7% in 30 anni)     980 Presso i tribunali per contenziosi non ancora chiusi     250 Persi per incuria di chi doveva riscuotere, o per fallimenti o decessi        

Fonte: Coldiretti. Dati espressi in milioni di euro. Gli 1,87 miliardi ed i 220 milioni di euro sono stati già pagati rispettivamente dallo Stato italiano e dagli allevatori, mentre dei 350 milioni rateizzati in 14 anni ne sono stati pagati in sei anni poco meno della metà, in linea dunque con il piano di rimborso. I 730 milioni rateizzabili in base alla legge Zaia sono in attesa di essere pagati, mentre i 980 milioni oggetto di contenzioso devono attendere l’esito dei processi nei tribunali. 

(1)    É stato altresì istituito un meccanismo di compensazione che consente di sfruttare i quantitativi non utilizzati da taluni produttori per ridurre, ovvero  eliminare del tutto, le sanzioni a carico dei produttori che viceversa risultano aver prodotto in più rispetto alla propria quota; il tutto comunque nell’ambito del quantitativo nazionale di riferimento. Le sanzioni ai trasgressori non sono dunque l’obiettivo ultimo, bensì uno strumento per evitare che un paese nel suo insieme produca più di quanto gli sia consentito.
(2)   Nel 2008 la UE ha deciso di aumentare le quote dei vari paesi dell’1% all’anno per cinque anni fino al 2015. Con un provvedimento ad hoc l’Italia ha potuto usufruire in una volta sola dell’aumento del 5% della propria quota, sicché il 2009-2010 è stato il primo anno in cui l’Italia non ha superato il limite assegnatole.
(3)   La Corte dei Conti, con sentenza n. 11 del 15 novembre 1996, ha poi osservato che effettivamente i Ministri convenuti in giudizio avevano volontariamente dato disposizioni nel senso di non osservare la normativa comunitaria. La Relazione Speciale 3/2002 della Corte dei Conti é consultabile sul sito internet 

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/

 6 della Relazione. Lo Stato italiano é stato, però, condannato dalla Corte di Giustizia Europea a pagare le “multe” non potendo uno Stato membro addurre come motivazione le difficoltà amministrative interne.
(5)   “Il prelievo è interamente ripartito … tra i produttori che hanno contribuito a ciascun superamento dei quantitativi di riferimento nazionali … I produttori sono debitori verso lo Stato membro del pagamento del contributo al prelievo dovuto”, art. 4 del Reg. (CE) 1788/2003. Ogni Stato ha il compito di riscuotere annualmente i tributi dalle aziende e versarli all’UE. Se non lo fa entro un certo termine, l’UE trattiene il dovuto dai contributi all’agricoltura che annualmente corrisponde agli Stati membri. Dal momento che gli allevatori italiani hanno accumulato un debito cronico con lo Stato italiano, ne consegue da anni i nostri contributi comunitari all’agricoltura vengono corrisposti in misura ridotta. 

(6)   Più di 15.000 produttori hanno beneficiato della legge 119/2003 dell’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno per rateizzare i pagamenti spalmando i prelievi su 14 anni ad interessi zero, per un totale di 350 milioni di euro. Altri allevatori hanno invece deciso di pagare subito tutto senza rateizzazione, per un totale di 220 milioni di euro. Si veda Tabella 1. 

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RISO AMARO 

A.A.A. GIOVANI CONTADINI CERCANSI  

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 7/7/2010 

   Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all’ ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. 

   Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura? Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato trai 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent’ anni fa, quando ne costava 25. Solo nell’ ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. 

   E nel mezzo c’ è stata l’ inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell’ 89 alle attuali 43 mila circa

   Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso. Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all’ ingrosso sono diminuiti rispetto all’ anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l’ uva e il trend quest’ anno non sembra migliorare, anzi. 

   Una volta i contadini dicevano che il riso era l’ unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell’ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30. Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l’ incredibile ricarico del 1100 per cento. 

   Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro. È pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un’ evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro “adattarci localmente”. 

   Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l’ idea che si possa produrre cibo senza contadini

   Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione. Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d’Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8.  

   Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l’ andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. 

   L’altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. «Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi» mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì. Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? 

   Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c’è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. 

   È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture “moderne” e “competitive” saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne

   I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come “poesia” la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. 

   Senza contadini sparirà anche il “made in Italy” agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti. I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest’ oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. 

   Se “mangiare è un atto agricolo” – e dobbiamo prenderne tutti coscienza – anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l’agricoltura, s’instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire. 

   Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. 

   Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri “compagni” la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. 

   Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l’informazione, la tracciabilità dei prodotti, l’educazione alimentare, sostenere l’agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. 

   A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l’unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi. Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. 

   Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni “possibiliste” dei consumatori («Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. 

   Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d’inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d’inverno

   Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché “mangiare è un atto agricolo”, allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. 

   Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell’ ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose. 

   Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all’opposizione. 

   Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un’agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. È un rinascimento che parte dall’agricoltura ma non è soltanto agricolo. È di vera civiltà. (Carlo Petrini) 

Per saperne di più:     www.slowfood.it   -     www.politicheagricole.it   

 


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